. . . . ma fiorentino
Mi sembri veramente quand'i' t'odo.
E Curio sorridendo: — Il proverbio non mente: chi l'ha a fare con tosco non vuole esser losco.
L'altro, mesto, di rimando: — Se arguzia bastasse, beati noi! ma ora la patria mia abbisognerebbe quanto di pane e di aria, di alti propositi, di costanza e di uomini virtuosi; noi toscani forse un dì tutte queste cose abbiamo posseduto; adesso noi le perdemmo...
— Coraggio, fratello, riprese Curio, ponendogli la destra sopra la spalla, colui che si sente cuore per confessarle perdute, ha fatto più che mezzo il cammino per ritrovarle.
*
— O Filippo, dove diavolo mi meni? Questi corridoi bui fra le rupi, di cui non arrivo a scoprire la cima, mi danno immagine del laberinto di Creta, e più del Minotauro, che si avrebbe a trovare nel mezzo; io temo adesso che qualche macigno per acconto mi frani sul capo.
— Vieni oltre; potrebbe anco darsi, ma gli è di qui che bisogna passare.
— Oh! scopro gente..... per avventura sarebbero austriaci?
— No, sono dei nostri; cammina franco, che ad Ampola avremmo ad essere vicini.
Di fatti dietro l'ultima svolta della strada, passato la quale si va diritto ad Ampola, incontrano una compagnia di volontari condotta dal tenente Alasia, il quale avendo seco un cannone si divertiva con esso in pericoloso passatempo; però che dopo averlo fatto con diligenza caricare, sovvenuto da qualche compagno, lo trainasse fuori della svolta allo aperto, proprio nel mezzo della strada che mena diritta ad Ampola, dove gli dava fuoco, e subito dopo lo respingeva dietro il canto per ricominciare da capo.
Allo improvviso Curio ode chiamarsi a nome, e, posta mente, mira un ufficiale corrergli incontro a braccia quadre, che giuntogli dappresso lo abbraccia, lo bacia e co' più dolci appellativi lo careggia:
— O Curio, che miracolo che tu sii qua?
— Miracolo è che ti ci trovi tu, non io.
— E pure ci sono prima di te, e d'ora in poi dobbiamo stare sempre insieme.
— Sarà più facile desiderarlo che poterlo, avendo assunto l'obbligo di condurmi dal colonnello Chiassi, amico grande del padre mio.
— Tu hai ora, come sempre, un santo dalla tua, dacchè per lo appunto io appartenga ad una compagnia del reggimento del Chiassi.
Il lettore avrà di certo notato come Curio non si sia messo in quattro per far festa al tenente Fandibuoni, e ne aveva le sue buone ragioni: innanzi tratto le sue spalle calavano giù a sgrondo da parere un calvario; dinoccolato nella persona, le braccia fuori di misura lunghe, con certe mestole in fondo da legarsi le scarpe senza quasi chinarsi: costumava gli occhiali; se non fossero stati questi, nell'ultima cena del Signore egli avrebbe potuto figurare meglio del Giuda di Lionardo; ma se gli occhiali lo salvarono da rassomigliare Giuda per di fuori, non così per di dentro, dove o senza occhiali o con gli occhiali Giuda ei sempre fu, nato e sputato. Di più Curio si risovvenne come sovente costui con diversi amminicoli gli levasse di sotto assai quattrinelli, che non gli aveva mai reso; peggio poi, lo aizzasse a commettere qualche gherminella di cui egli si pigliava il vantaggio, lasciandolo nelle peste, se pure non comperava la propria impunità col fargli la spia; breve, un di quei funghi che nascono spontanei nei cortili della galera a vita. Ma la gioventù non cura o volentieri perdona; ed i compagni della fanciullezza ritengono in sè qualche cosa della religione dei primi anni, la quale fa sì che ci tornano cari spesso, disgradevoli mai.
— O come va che mi sei uscito ufficiale? disse Curio:
Marte per qual ventura od accidente
Gittò la rete e ti pescò tenente?
— Che accidente? Virtù di penna e valentia di spada.
— Spada! O se di petto a te un lepre si giudicava Achille in persona.
— Già lepre non fui mai, bensì pubblicista e deputato; e poi non son qual fui, morì di me gran parte, della pera mondata è rimasto...
— Il torsolo. Ma dimmi, sapresti col tuo lume di lucciola farmi capire qualche cosa in questo ginepraio?
— Magari! Ma prima ti bisogna affacciarti al canto, e arrivato sopra la strada diritta, quindi considerare per bene quello che ti si presenterà davanti.
— Vado e torno.
— Sei matto! esclamò il Fandibuoni, trattenendo Curio per un braccio, non sai che svoltato il canto occorre la strada diritta un quattrocento metri, che termina ad Ampola, dove i cannoni del forte tirano d'infilata, spazzando via tutto quello che incontrano?
— O quel giovane tenente non ci va col suo cannone?
— E se egli è stufo di vivere, vuoi romperti il collo per fargli la scimmia?
— No, entrò di mezzo Filippo, l'Alasia non è pazzo; egli si muove per senso di dovere; forse un po' dodici once buon peso, ma poichè in tanti la libbra riscontriamo scarsa, se in altri trabocca non guasta; in te poi, o Curio, cimentarti a quel modo sarebbe temerità senza sugo.. ed ora dove vai? Vien qua, per Dio santo!
— Aspettami, che torno in un batter di occhio, rispose quel cervello strambo di Curio, ed intanto correndo aveva svoltato il cantone: avvertito tutto a bell'agio, tornò ridendo e disse:
— Andai, vidi, non vinsi; però avvertii quanto è formidabile Ampola; proprio il Minotauro nel laberinto di Creta, o la Sfinge sopra il cammino di Tebe: in fondo a due rupi, di cui i fianchi paiono tirati coll'archipenzolo, per virtù di scalpello, giace un fortilizio che sbarra da un lato e dall'altro il cammino; per passarlo è mestieri proprio entrare in mezzo al forte che comparisce chiuso da portone, e forse dietro avrà la saracinesca con altri ripari. Passato il fortino, la strada s'inerpica su su pel monte fino ad una spianata, la quale mi sembrò da lontano munita di artiglierie; come possa espugnarsi Ampola, per me in coscienza non saprei.
— Tu hai osservato bene, riprese il Fandibuoni, e se ora mi darai retta ti chiarirò alla lesta; vedi (e levò l'indice) questo è Riva, cardine della difesa in mezzo: questi altri (e stese il pollice e il medio) sono a destra Lardaro, a sinistra Ampola, posti avanzati; nello stesso intervallo di questo triangolo campeggia una brigata austriaca, pronta al soccorso, secondo il bisogno, o di Ampola o di Lardaro; sconfitta a Condino ed a Cimego, per ora non dà noia; ma tu fa' conto che presto riordinata tornerà in ballo. Il nostro generale, per ridurre a partito Ampola, deve innanzi tratto occupare le pendici delle due rupi, che tu hai veduto sorgerle a destra ed a sinistra, e si chiamano Funstach e Santa Croce.
— O come vuoi che si arrampichino lassù? Paiono più aguzze delle aguglie del Duomo...
— E non solo occuparle, ma anco trasportarvi le artiglierie.
— Attaccando le carrucole al cielo per tirarle su....
— Nè le artiglierie minute solo, bensì le grosse da sedici.
— Il capitolo dedicato da Pietro Aretino a Cosimo I dei Medici incomincia:
Nel tempo che volavano i pennati,
ma che volino i cannoni, questo non intesi dire in prosa mai, nè in rima.
— Ebbene, tutto questo fu fatto con qualche cosa di giunta, imperciocchè, dopo trainati i cannoni lassù sul Funstach e sul monte Santa Croce, e' fosse mestieri tramutarli da un luogo all'altro, chè, essendo di portata diversa, quelli piantati a Santa Croce non facevano effetto...
— Allora vorrà dire che dall'altra parte dei monti si trova qualche cammino mulattiero.
— Niente; all'opposto appaiono troppo più scoscesi che da questo lato.
— O dunque?
— Dunque, quando andavamo a scuola tu devi rammentarti avere udito che Filippo...
— O adesso come ci entro io con la vostra scuola? Interruppe il sergente Filippo.
— Non s'inquieti, signor sergente, che io non intendo punto parlare di lei, bensì di Filippo Macedone, padre di Alessandro Magno, col quale probabilmente ella non avrà parentela alcuna nè per linea retta, nè per trasversale.
— Di fatti, non credo esser parente di cotesti signori.
— O lo vede? Filippo dunque, sentendo celebrare come inespugnabile la rocca dell'Acrocorinto, domandò se ci fosse strada bastante per farci entrare un asino, ed avutane risposta affermativa disse:
— Dove entra un asino, non dovrebbe entrare un re? — Invero ei lo prese, perchè con le sue parole volle alludere alle sacchette di oro cavato dalle miniere di Tracia, che egli ci fece portare da un asino per corrompere il comandante. Il Garibaldi non domanda se nelle fortezze dell'Austria ci entri un asino, bensì il sole, e se il sole ci entra, intende entrarci anco lui. I volontari si arrampicano con le mani e co' piedi; ficcano chiodi o pioli; con le ginocchia stringono una scheggia, con le mani calano le corde, tirano su di un tratto a un segno dato: per essi un metro di spianata è piazza di arme; basta ci capisca il carretto, perchè si attentino a montarci la batteria. Il Generale dal dizionario dei volontari ha cancellato la parola impossibile! Già essi hanno occupato la spianata, che hai notato anche tu, munita di artiglierie, di lì hanno rovesciato un acquazzone di piombo e di fuoco sopra Ampola... Aspettati da un momento all'altro alla ripresa delle armi.
Appena egli ebbe finito di favellare, che ecco ricomincia lo strepito dei moschetti e dei cannoni, e continua incessante. L'Alasia, ricaricato il suo pezzo, come tratto fuori di sè dalla ansietà, andava gridando:
— Qua, figliuoli, qua; datemi una mano a muovere il cannone; bisogna cucire i nostri amici tedeschi a filo doppio, di sotto e di sopra.
Corsero cento; il cannone fu tratto con maravigliosa prestezza sopra la strada; spara; ma al punto stesso una scarica di artiglieria scopa dalla strada cotesti animosi; rimasero morti sull'atto l'Alasia e il sergente, ed ahimè! come lacerati! Quaranta altri, qual più qual meno, feriti; la terra diventò di un tratto vermiglia, come quando nella processione del Corpus Domini ci spargono sopra la fiorata di rosolacci.
Commossi dagli urli di dolore, Curio e Filippo, non si potendo reggere, lanciaronsi al soccorso dei compagni. Il Fandibuoni non solo non si mosse, ma vie più si rannicchiò dietro al cantone. Curio si curvò, prese con ambe le sue la mano dell'Alasia e lo tirò a sè come per metterlo seduto.... non lo avesse mai fatto! Che le ferite strizzate gittarono tante fontanelle di sangue, e la faccia non anco priva di ogni sensibilità si contorse tutta in orribile maniera; la mente stette ferma, se non che Curio sentì mancargli sotto il terreno, ond'ebbe ad appoggiarsi al cannone per non cadere.
Una nuova scarica per la parte degli austriaci avrebbe finito di ammazzarli tutti; non venne: all'opposto fu visto levarsi sul forte una bandiera bianca in segno di resa, mentre lo stendardo imperiale svolgeva a stento il suo lembo per ricadere penzolone lungo la stacca; pareva che appenasse nella agonia, e l'aquila grifagna per vergogna dentro le pieghe di quello si nascondesse. Ai morti non si attese più, e nè manco ai feriti; anzi questi stessi di sè non pigliano cura, smettono gli omei per aggiungere la voce loro allo immenso grido, che percosse l'aria dintorno: Viva Italia! Italia per sempre!
Il comandante del forte sortì per la capitolazione: i patti brevi: si rendessero ad arbitrio del vincitore: lasciate agli ufficiali le armi e le robe, per cortesia non per obbligo.
Avendo taluno avvertito il generale Haug perchè facesse al comandante austriaco affermare con parola di onore che il forte non era minato:
— Lo farò, rispose il generale, quantunque per me lo consideri perfettamente inutile.
— Inutile! E non vi trovaste a Roma con noi, generale, dove patimmo tanti e sì strani tradimenti?
— Oh! allora l'avevamo a fare co' francesi.
Il comandante austriaco piangeva, e, recatasi in mano la spada, che generoso l'Haug gli porgeva, si provò spezzarla; impeditone, sospirò:
— Poichè non mi valse per difendere il mio reale ed imperiale padrone, che mi giova adesso?
— Signor comandante, gli rispose l'Haug con voce che si sforzò mantenere benigna, come soldato ella adempì d'avanzo il suo dovere, e veruno può appuntarla in nulla; si consoli e conservi la sua spada, ed accetti lo augurio che Dio le conceda occasioni di adoperarla in cause più giuste. La milizia non deve strozzarci la coscienza, la quale ci ammonisce che la forza non dà diritto; la forza va e viene: siete voi italiani per vivere alle spalle dell'Italia? O combattete per liberare la vostra patria dalla oppressione italiana? Andiamo, andiamo, la milizia non deve strozzarci la coscienza.
Lo austriaco stimò prudente non rispondere verbo; e per fare qualche cosa ripose nel fodero la spada.
Curio e Filippo ottennero la facoltà di visitare Ampola prima di partire, e con maraviglia conobbero il misero stato in cui questo forte si trovava ridotto; egli era aperto come un melagrano; da ogni parte sdrucito dalle palle e dalle granate: la casamatta crivellata dai colpi di cannone non offriva più stazione sicura ed era micidiale l'uscirne. La resa del forte fu deliberata regolarmente da un Consiglio di guerra. Piccola impresa questa di Ampola, e tuttavia a veruna, comecchè grandissima, seconda. Dove le camozze si peritano ad avventurarsi, i volontari garibaldini portarono cannoni grossi e carretti e munizioni. Il monte Giojello fu preso dai bersaglieri, i quali, secondo il solito, si diruparono dalle ripe circostanti del Funstach, sicchè gli austriaci, già sgomenti nel vedere che i loro cannoni puntati di sotto in su non facevano effetto, scorrendo meno che mezzo lo spazio necessario per colpire, sentendosi adesso piovere addosso cotesti demoni dal cielo, si diedero per vinti.[25] Arrogi che altri volontari garibaldini, avendo sbirciato dall'alto una maniera di cornicione di pietra, che ricorreva intorno le alture soperchianti il forte a man dritta, ci si rannicchiarono sopra, scopando a suono di moschettate la piazza del castello e l'uscita dal lato della porta di Tiarno.
Intanto la bandiera imperiale, sciorinato che ebbe un ultimo svolazzo, spirò; tre o quattro colpi di scure vibrati con tutta l'anima, a braccia sciolte, fecero traballare antenna e bandiera, a cui subito con gazzarra grande surrogarono la bandiera tricolore.
Adesso cotesta bandiera non più sventola sulle torri di Ampola; anzi ci spiega da capo alle brezze delle alpi italiche il suo lembo l'aquila imperiale. L'abbattè il popolo, la rialzò la monarchia; quanto di gloria fu scritto col sangue dei patriotti, tanto lo inchiostro obbrobrioso dei negoziatori scancellò: ed è da credersi che il governo regio, trovando fra le spoglie di guerra del Garibaldi la vinta bandiera, per tenersi bene edificato l'imperatore di Austria, gliela restituisse; invano laboraverunt! Vorrei con Fonseca Pimentel ripetere il detto virgiliano: olim meminisse juvabit:
E fie che giovi rimembrarlo un giorno!
Come da un'urna rotta scorre via l'acqua, così io mi sento fuggire l'anima dal corpo stanco, e con amarezza di morte tremo sia la nostra schiatta destinata a disfarsi. Questo pensiero mi perseguita come una tentazione del demonio, dopochè miro lo stato nel quale sono ridotte la Francia, l'Italia e la Spagna; argilla mobile, che ruzzola sopra argilla immobile; terra soprammessa alla terra; fango animato agitantesi sopra fango senz'anima: parte del popolo si chiude gli orecchi per non sentire; parte ha tolto a prezzo di aprirglieli per forza, versandoci dentro parole di veleno; Locuste, Tofane, Brinvilliers, Lafarge spirituali: gli avvelenatori altrove si condannano, qui si pagano e si fregiano. Ai nostri imperanti giova più un giorno di lupercali che un secolo di gloria; parte che pretende condurci alla terra promessa, discorde in sè si strazia, ed offre lo spettacolo di becchini rissanti sull'orlo della fossa, dove hanno deposto il cadavere. Ah! felici gli eroi dell'antichità; operando altamente ciascuno era certo della sua fama. Parevano gemme conservate in cerchi di oro: ora gli spiriti magni e le imprese eccelse sprofondano in un mare di fango....
Perpetuo Geremia, la vuoi tu smettere?.. Compatite, via, per amore di Dio: la lingua batte dove il dente duole; ed a me non è il dente che duole, bensì il cuore.
*
Ed ora a Bezzecca. Ma perchè io metto mano a ripetere quello che occorre sparso in cento stampe? Nè speranza mi affida, nè presunzione mi lusinga che gli scritti miei abbiano a durare più lungo degli altri: adoperando a questo modo, io faccio come quelli che stanno in procinto di naufragare, i quali chiudono la storia dell'infortunio imminente dentro a parecchie bocce di vetro, le quali, dopo chiuse, gittano in balìa del mare, nel presagio che una almeno delle tante arrivi alla sponda e porga ai cari lontani la notizia della sventura e gli ultimi saluti. Qualcheduno pertanto dei nostri racconti perverrà ai tardi nepoti, i quali non so se maraviglieranno o della perfidia altrui, o della fede nostra; non importa, purchè imparino ad essere più felici di noi.
E poichè nelle guerre può dirsi che niente fu fatto se non si fece tutto, così il Garibaldi, appena espugnata Ampola, la quale non fu (come afferma il Rustow amico agresto, seppure non si ha da tenere addirittura per nemico delle glorie italiane) impresa di poche ore, bensì resisteva valorosamente interi tre giorni; concepì il disegno di ridurre in potestà sua Bezzecca.
Chi da Ampola muova per Bezzecca, sale sempre sentieri montani ora più, ora meno, ma sempre angusti, e dopo un miglio e mezzo arriva a certa vallicella chiamata dei Laghetti, proseguendo per la quale ecco s'incontrano, dopo breve cammino, due villaggi distanti fra loro non bene un miglio; il primo appellano Tiarno di sotto; il secondo Tiarno di sopra: ora se pigli la strada di Tiarno di sotto e vai innanzi altre due miglia ti si parerà davanti Bezzecca.
Considerano a ragione Bezzecca punto capitalissimo in cotesta contrada, per trovarsi in mezzo alle valli dei Conzei e di Ledro; di cui la prima gli rimane a manca, la seconda a destra: nella valle dei Conzei giacciono tre villaggi: Locca, Enguiso e Lensumo, e nella valle di Ledro le terre di Pieve, Mezzolago, e per ultimo Riva sopra il lago di Garda, luogo che intendeva espugnare il Garibaldi, o, come si dice in termine militare, suo punto obiettivo. La occupazione di Bezzecca per gli italiani significava la via aperta per Riva, il nemico impedito di trapassare dalla valle dei Conzei a quella di Ledro, congiunzione assicurata dei nostri corpi di milizia operanti nella valle di Aone; dove, se per ventura si fossero impadroniti di Lardaro, avrebbero avuto il sentiero sgombro per Roveredo e per Trento, finale punto obiettivo del Garibaldi. Se all'opposto l'austriaco occupava Bezzecca, egli avrebbe potuto tagliar fuori dal grosso dell'esercito i corpi italiani incamminati verso il lago di Ledro; respingere il centro nelle strette di Ampola, e, cacciatosi come un cuneo nel mezzo, minacciare di fianco i nostri corpi, divisi nella valle di Ledro e nella valle dei Conzei.
Oltre il naturale talento, persuadeva il Garibaldi ad operare celerissimo, l'avviso portatogli da esploratori segreti nella mattinata del 20 di luglio: oltre ottomila austriaci, muniti con due batterie di cannoni da campagna ed una di racchette, condotti dal generale Kuhn, scendere a gran passi giù per la valle dei Conzei, onde cogliere alla sprovvista il generale Haug ed abbatterlo innanzi che si raccogliesse alle difese, imperciocchè uomini intendenti testimonino come il generale Haug in cotesta occasione avesse sparpagliato un po' troppo le sue forze sui colli. Difficile accertare quante per lo appunto le milizie nostre e le posizioni prese; circa a numero basti saperne questo, che se non erano meno, neppure eccedevano quelle del nemico; e per ciò che spetta alle mosse mi guarderò di seguire lo esempio del signor Thiers, il quale, mentre presume sciorinare scienza di strategica e di tattica nella Storia del Consolato e dello Impero, non soddisfa i periti del mestiere e stanca la pazienza del comune dei lettori, alterando malamente ogni proporzione della storia.
Il Garibaldi, chiamato a sè il luogotenente colonnello Chiassi, gli comanda: con un battaglione del 5º reggimento trascorra oltre ad occupare Locca, e dove gli riesca gli altri villaggi della valle dei Conzei, convertendone subito le case in ridotti, donde ributtare o sostenere il nemico; con un altro battaglione chiuda lo sbocco fra la Pieve e Bezzecca: gli altri due battaglioni tenga in pronto per accorrere dove il bisogno lo chieda, e così pure il primo dei bersaglieri; a modo di riserva il quarto battaglione del sesto reggimento, tre compagnie del settimo e due del secondo procuri sieno in Bezzecca.
Il Chiassi, mentre riceveva questi ordini, si permise osservare quanto sarebbe stato vantaggio durante la notte assicurarsi dei due monti sovrastanti a destra ed a sinistra la valle dei Conzei; consiglio di bontà così manifesta, che non aveva mestieri prova; solo gli obiettò il Garibaldi avvertisse bene le asprezze dei colli, ardue a superarsi anco a giorno chiaro; al buio poi, per opinione sua, impossibili. A cui il Chiassi di rimando:
— Il peggio sarà tornarcene indietro.
— Non sempre riesce.
— D'altronde anco i Romani sagrificavano alla buona fortuna: a me sembra spediente tentare.
— Sia come volete, colonnello, conchiuse il Garibaldi, seguite la vostra stella.
Intantochè il Chiassi, ridottosi ai quartieri, ordina gli apparecchi per mettersi senza indugio in cammino, ecco capitargli davanti Curio, Filippo ed il tenente Fandibuoni; salutato, risalutava; ed a quest'ultimo con accento un cotal poco severo diceva:
— Tardi, ma in tempo, tenente; ripigliate tosto il comando della vostra compagnia, fra un'ora saremo in marcia.
— Così al buio?
— Per liberare la patria dalla servitù straniera tutte le ore sono buone; e voi altri chi siete?
— Mi chiamo Curio; nasco dal vostro amico Marcello, e qua vengo per imparare la milizia sotto di voi.
— Sta bene; i figli di Marcello ci dovevano venire prima: e voi come qui? Mi sembra avervi veduto, anzi di certo vi ho già veduto....
— Lo crederei! Mi sono trovato a tutti i fatti di arme di questa campagna, ma l'occhio dei superiori scorre via sopra i soldati come il volo della rondine. Basta, non fa caso; sono il sergente maestro di arme del nono reggimento; mi chiamo Filippo; difficile rinvenire adesso il mio reggimento, però mi unisco con chi trovo; insieme con questo giovane mio alunno entrerò nella compagnia volante comandata dal nostro tenente Fandibuoni.
— Come vi piace. Voi, Curio, fate cuore, che fra poco otterrete quello che gli animosi talora stanno mesi ad aspettare, — il vostro battesimo di fuoco; — quanto a me, soggiunse tristo, l'ho ricevuto da molto tempo: adesso non mi avanza altro che la estrema unzione del ferro.
— Deus avertat omen! come dice padre maestro Berretta, soggiunse Curio; ma io so che spesso alla guerra questi sacramenti ci caschino addosso tutti di un picchio,... lo so, e non me ne sgomento.
— Ma vedete un po' che gusti fradici, intervenne a favellare il tenente; non ci è quanto il pensare alla morte, che ce la chiami sul capo alla lontana: portando l'ale, ella è di natura di uccello ed obbedisce al fischio.
— Oh! per me poi, se mi è lecito dire la mia, prese a parlare Filippo, più penso alla morte e più mi ci accomodo: andare a morire io l'ho come andare a dormire.
— Sicuro, conchiuse il Chiassi, tutte le strade menano al camposanto: quello che preme, sta nello adempimento del proprio dovere; or via, andatevene pei fatti vostri; fra un'ora in marcia: buona sera, Curio; ed accostatosi al giovane gli strinse con molto affetto la mano.
Anche negli eserciti meglio ordinati accade più spesso che non si vorrebbe che i comandi non si trovino eseguiti con la debita esattezza; d'onde nasce che, nonostante gli ottimi concetti del capitano, le battaglie vadano a rotoli, o almeno riescano meno fruttuose del desiderio; però tanto meno recherà maraviglia, dove si sappia che questo succedesse non di rado nei corpi dei volontari. Parve all'ufficiale preposto ad occupare Locca e gli altri villaggi della valle dei Conzei e a ridurne le case in trincere per combattere riparati, non doverlo fare se non all'alba, onde tutta la notte si rimase giù nella valle. Anche le mosse vigilate dal Chiassi non sortirono buon esito, imperciocchè il battaglione, comandato da lui in persona sulla sinistra, alla punta del dì si trovasse in ordine di poter combattere, mentre il battaglione a destra andava sparpagliato così che non si giunse mai ad assembrare, e male gli incolse, chè, avviluppato dai nemici precipitati giù dai monti con la foga di una cascata, parte cadde prigioniero e parte ebbe di catti di ritirarsi a salvamento.
Se la giornata avesse dovuto giudicarsi dal mattino, si prevedevano guai, e grossi, sicchè fu argomento non piccolo di stupore pei nostri quando il nemico verso le 5, cessato di un tratto il fuoco, fece supporre a taluno che egli cessasse l'assalto. In questo intervallo gli austriaci con avvisato consiglio tentavano girare la diritta degli italiani scendendo alla Pieve, e quindi percoterli di fianco e alle spalle, ma trovate le gole difese, non che visto il 2º reggimento in punto di rinforzare i posti, si ritrasse, e, raccolte tutte le sue forze in Val di Conzei, verso le 7 del mattino riprese a menare le mani.
Gli italiani respinti duramente sulla destra, lasciando i posti avanzati di Enguiso e di Lensumo, si ripiegano a Locca: qui sostano, ed essendo giunte da Bezzecca milizie fresche e due pezzi da campagna a rincalzarli, deliberano di sostenersi con tutti i nervi; gli austriaci sopraggiungono, e danno dentro; invano però, chè a volta loro ributtati andarono indietro fino ad Enguiso. Tuttavia la destra rimaneva sempre scoperta, ed i pochi del 2º battaglione scampati alla sconfitta nè in numero ormai, nè per prestanza capaci a resistere; bene il generale Haug provvide a mandare soccorsi di gente quanta più potè, ma non fece frutto, massime priva, come si trovava, di artiglieria, mentre l'austriaco spinse in diligenza da cotesta parte la batteria dei razzi alla Congrève, la quale oggi piglia nome di racchette. In tanto repentaglio l'Haug spedisce a Tiarno al comandante supremo per avvisarlo essere la resistenza impossibile, a destra tracollare le cose; ordini al colonnello Menotti cali col nono reggimento giù dai monti a sinistra, dove in quel momento si trova, e tenuto il cammino per la valle dei Conzei percuota alle spalle gli austriaci; ancora, ingiunga al 2º reggimento di già arrivato alla Pieve si avanzi ed appoggi il Menotti; quanto a sè egli si porrà coll'arco del dosso per reggersi in mezzo; se la fortuna si accorda col buon volere, promette prima di mezzogiorno tenere prigione tutto l'esercito nemico.
E il Garibaldi, secondando la richiesta, ordina al Menotti che scenda dai monti e si appresti ad assalire; egli stesso a stento entrato in carrozza si avanza verso Bezzecca.
Le vicende da per tutto mutabili, mutabilissime in guerra; in questo frattempo di sfavorevoli eransi fatte disperate alle armi italiane: lo sgomento insinuavasi nell'animo dell'universale; il Chiassi correva ansante, smanioso qua e là in compagnia dei più arditi, fra i quali Curio e Filippo, e pregava, rimproverava, minacciava: inutili conati! La paura, conigliolo senza orecchi, superata ogni vergogna travolgeva i volontari in turpissima fuga. Il nemico sfolgora i nostri di fianco, e già si ammannisce ad assaltarli alle spalle: le sue colonne di attacco in procinto di avventarsi contro il centro: in presentissimo pericolo la nostra artiglieria.
E in onta a questo non mancarono uomini di cuore piuttosto infinito che intrepido, i quali ardirono mostrare la faccia al fato; la storia ricorda l'Haug, campione della libertà in qualsivoglia parte del mondo ov'ella abbia inalzato la sua bandiera, procedere nel fitto della battaglia sotto il fuoco nemico, a rannodare quanti più trova e a farli star fermi con tutti gli argomenti che la ragione gli suggerisce, non escluse le ferite; poi li sguinzaglia parte alla difesa di Bezzecca e parte sulle alture a sinistra mezzo perdute, dove occorre il cimiterio. Indi a breve sopraggiunge lo stesso generale Haug trafelato, e di primo arrivo vedendo la compagnia chiamata volante, annessa al reggimento Chiassi, la quale per gli ordini già dati aveva a trovarsi altrove, e precisamente sul colle di faccia a Bezzecca oltre la strada di Tiarno, con suono alquanto turbato disse al colonnello:
— Ch'è questo? Come qui la compagnia volante? La riconduca subito al posto.
A codesta ora più agevole ordinarne che eseguirne il traslocamento; chè se scampo ci era, consisteva nel serrarsi; nè l'Haug se soprastava alquanto lo avrebbe comandato, ma, che che ne affermino in contrario, anche i costantissimi governa in parte la fortuna, la quale se prospera non vale ad esaltarli, avversa quasi sempre li esacerba.
Il Chiassi guarda il generale senza fiatare e si pone in assetto di eseguire il comando: giunto al cancello del cimiterio rifà i passi, ed accostatosi al conte Pianciani, aiutante di campo dell'Haug, gli stringe la mano dicendo: Addio. A rivederci, rispose l'altro, ma, com'egli stesso ebbe a dire dopo, lo fece per dargli animo, perchè in quel punto gli parve un'aura di morte investisse il povero colonnello.
Uscito dal cimiterio, il colonnello si accorse della sua compagnia essere successo quello che noi vediamo accadere ad una massa di neve flagellata dal vento, di cui i bioccoli, si sparpagliano da per tutto un po'; il Chiassi, non potendo più condurre da capitano, combatte da soldato; di un tratto traballa e cade: Curio e Filippo gli si mettono attorno: entrambi inginocchiati si chinano sopra la faccia di lui; egli non disse motto: li guardò, ora l'uno, ora l'altro, quasi per riconoscerli, e spirò.
Nobilissima creatura fu il Chiassi; di costumi austero, rigido nei giudizii; alto di forma e segaligno: pallido e di capelli già grigi, comecchè appena sopra la soglia della virilità; parlatore scarso, per non dire avaro: gli occhi colore di vetro e soprammodo lucidi; in massima parte essi gli tenevano luogo di lingua: se udiva cosa la quale gli paresse o indecente, o strana, o trista, guardava cui l'avesse profferita, e così pure costumava dove gli accadesse intenderne altra o arguta, o magnanima: diversi, e quanto, cotesti sguardi! E non di manco nè i primi corrucciati, nè i secondi blandi; sereni sempre, parevano piombini calati nell'anima altrui a scandagliarne la sua profondità.
Dura sorte la sua! La pietà sopra la sua tomba non pianse, o se sentì spuntarsi le lacrime, se le asciugò di un tratto pensando che se il piombo nemico non lo uccideva adesso, lo avrebbe morto più tardi la propria vergogna. La giornata, che noi abbiamo consumata in combutta con la monarchia, cominciò con un mattino di sospetto, ebbe un mezzogiorno di codardia e tramontò (seppure è tramontata) nell'obbrobrio. Il cortigiano, iena impaurita che sia per mancarle il cadavere nella fossa, urli quanto sa e si disperi, ma questo senta: che i soli, quando declinano verso il vituperio, tramontano per non risorgere mai più.
Ma la fortuna avversa non consentì lasciare in pace il dabbene Chiassi, quantunque sepolto; — perchè tre sono gli infortuni supremi che soprastanno all'uomo: morire in terra straniera, — avere sepoltura da mani sconosciute, — essere obliato da' suoi; eppure vi ha anche di peggio, e questo è la lode di persona indegna.
La lode dell'uomo retto davanti al popolo è libame sacro esalato da turibolo di oro. La Fama se ne rinfranca l'ale, sicchè ella le spiega bellissime come quelle dell'uccello di paradiso ai raggi del sole. La lode dell'uomo indegno sorge come fumo di paglia bagnata: contrista gli occhi alla Fama e la fa piangere. Ora l'anima del Chiassi ebbe a patire il preconio di persona non degna. I generosi lombardi pensino seriamente a purificarne il sepolcro dell'eroe.
Il nemico allaga da per tutto; i nostri, rincacciati dal cimiterio, si rovesciano giù sopra Bezzecca, e per certo spazio di tempo si trovano sotto una vôlta di ferro e di piombo, imperciocchè gli austriaci, oltre lo insistente assalto di fronte, incrociassero i loro fuochi da destra co' nostri, che battevano in ritirata a sinistra; però non provarono la vôlta tanto salda, che ad ora ad ora non ne cascasse qualche racchetta a modo di bolide, stritolando il misero che giungeva a percuotere.
Di male in peggio; la ritirata da prima in ordine, poi tumultuaria, all'ultimo disfatta; giù tutti di sfascio a Bezzecca; la strada chiusa con ogni maniera impedimenti; i cannoni, cura suprema dei comandanti, smontati dai carretti vengono tratti via con le corde; gli stessi generali si mettono alle funi, e così con isforzi incredibili si salvano.
Sopraggiunge il Garibaldi e si leva su ritto nella carrozza; il volto dell'eroe, quasi sempre sereno, adesso comparisce oscurato da ineffabile amarezza; molto lo angustia il dolore del corpo, troppo più quello dell'anima. Allo agitare che ei faceva delle mani, sembrava uno auriga della palestra elèa che tentasse ridurre al freno i cavalli imperversati; difatti lo sgomentava il pensiero che la vittoria gli avesse rubato la mano. Alla presenza di lui i combattenti ripresero un po' di balìa, ma e' fu fiato raccolto per ispirare l'anima.
Intanto che un manipolo di audacissimi, fatta punta, si avventano a capo del paese e ributtano gli austriaci, un migliaio di tirolesi scendono dai monti laterali, li circondano e li dividono dal grosso del corpo dei volontari. Chiusa allo scampo ogni via, non vi è tempo da perdere; o arrendersi o rimanere sterminati.
— Morire! urlano i volontari. — E così sia! risponde il capitano; spianate le baionette, e addosso ai tirolesi; pochi siamo, ma la via stretta non concede che ci vengano contro in molti; se li sfondiamo siamo salvi, che poc'oltre di qui troveremo il Menotti accorrente al soccorso.
Curio e Filippo, entrambi feriti, sentendosi ardere dalla sete, trovandosi presso ad una casa aperta, non poterono trattenersi dallo entrarvi per procurarsi un po' di refrigerio di acqua; acqua non trovarono, bensì in un sottoscala acchiocciolato il Fandibuoni; gli furono sopra in un attimo e ad una voce gli domandarono:
— Sei tu ferito?
— Sicuramente.... cioè credo.... sono fuori di me.
— Su, vediamo dove!
Lo visitarono e lo riscontrarono sano più di un pesce, Filippo ammiccò degli occhi a Curio per passargli la baionetta traverso al corpo; negò Curio col capo, ma datogli un solennissimo pugno nel petto, gli stridè piuttostochè non gli favellasse:
— Vien via, poltrone, e bada a non moverti dal mio fianco, perchè se fai cenno di fuggire, quanto è vero Dio, ti ammazzo come un cane; aspetta un po', carnaccia da letame, lascia che ti imbratti del mio sangue la faccia e ti fasci, così parrà che ferito tu sia entrato qua per fasciarti, e non si scoprirà la tua vergogna.
Il capitano, armate ambedue le mani di sciabola e di rivoltella, con la voce e con lo esempio eccita cotesto manipolo di consacrati alla morte. Dopo lui Curio, Filippo e il Fandibuoni, il quale ubbriaco di paura agitavasi, ululava come uno indemoniato; tutti poi esaltavano l'estrema sorte, il grido Italia, che unanimi mandarono dal petto come saluto ultimo alla patria, e le immagini delle creature amate, che lucidissime e distinte in quel momento come un soffio passarono traverso allo spirito loro.
— Avanti! Avanti! scaricano le armi, e parecchi tirolesi ruzzolano per terra; tal sia di loro! Italiani perchè contendono contro Italiani? Potendo essere liberi, perchè combattono per la servitù?
— Avanti! Avanti!
Ma i nemici scaricano le armi; la prima fila del manipolo balena per il iscompaginarsi; il capitano con altri parecchi feriti traballano; non importa; si riannodano; i sorvegnenti incalzano; addosso da capo. I tirolesi in parte cedono, in parte no; pure tutti tentennano, ma sentendosi la baionetta nelle costole si riscotono, e scaricano quasi a brucia pelo nel mucchio dei volontari. — Mi tappo gli occhi per non vedere la strage; di nuovo feriti, Curio e Filippo caddero; Curio fuori di sentimento, Filippo in sè, Fandibuoni illeso sempre agitantesi e sempre urlante.
Quando Curio tornò agli usati uffici della vita, si rinvenne adagiato sull'erba dietro una siepe poco lungi da Bezzecca: aveva ferite ambedue le gambe, e comecchè si sentisse debole, pure non provava troppo spasimo, onde subito gli balenò la speranza di avere le ossa intatte. Filippo accanto a lui, appena vide che aveva aperto gli occhi, gli sorrise e disse:
— Sta' di buon animo, che ne caveremo fuori le cuoia; e come ti pare di sentirti?
— Rifinito di forze, pel resto non ci è male....
— Difatti, interruppe Filippo, ho riscontrato io stesso che, dalla parte carnosa in fuori, nelle tue gambe non ci è altro di offeso.
— E tu, Filippo?
— Mira un'altra palla nel braccio sinistro, la quale veramente mi dà un po' di fastidio, ma sarà niente; alla più trista mi rimane il braccio destro per ammazzarne degli altri....
— Ah! gemè Curio, mi è cresciuta la sete così, che mi brucia la gola; potessi avere un sorso di acqua, mi parrebbe rinascere.
— Sta' di buon animo, che m'ingegnerò trovartela.... senti.... senti... la battaglia dura; anzi mi sembra rinfocolata meglio di prima.
— E chi l'ha vinta? Chi ti pare che possa averla perduta? Filippo, senti, ho paura!
— Che vuoi ch'io sappia, figliuolo; ma dacchè dura vuol dire che per ora nessun vinse; sicuramente Bezzecca è cascata da capo nelle mani ai tedeschi, i quali ma' mai si accorgessero di noi, il pezzo più grosso sarebbe l'orecchio; io vo per acqua carpone carpone, tu qui fai il morto: se mi riesce, quando torno avrai acqua e notizie, di cui pari ti tormenta la sete.
Filippo si mosse, e scorso breve tratto di cammino gli occorse per la terra lo schioppo di Curio; lo raccolse e rifacendo i passi glielo riportò e gli disse:
— Ho ritrovato il tuo schioppo, Curio, mettitelo allato....
— Perchè? O non devo fare il morto?
— Certo; ma non ci è male che i morti come te siano al caso di ammazzare qualche vivo: e poi a noi altri soldati il destino parla per via di segni; avvezzati a non trascurarli mai, e a leggerli se ti riesca.
Passò un'ora forse che Curio se ne stava chiotto sbirciando del continuo, quando scoperse da lunge Filippo con un laveggio in mano, ch'egli giudicò avesse raccapezzato in qualche parte ed empito poi di acqua alla fontana; costui se ne veniva lemme lemme con la barba sopra la spalla, sempre in ordine di difesa, quando ecco di un tratto salta su un sergente tirolese, uscito forse dalle peste anch'egli in cerca di acqua per bere, e gli sbarra il cammino, e lo minaccia. Primo moto di Filippo fu scaraventare il laveggio contro il tirolese; il desiderio era romperglielo nella faccia, ma la fece bassa, e riuscì a coglierlo solo nello stomaco, e non parve piccola pòsola però, che costui pigliasse a strabuzzare gli occhi bestemmiando in chiave di soprano; però, attutito alquanto il dolore, con la sciabola levata si avventa contro Filippo, il quale non istando a gingillare si era già messo in guardia. Il sergente tirolese aveva la sembianza di un orso tagliato giù con l'ascia; col viso di mattone cotto ricinto attorno di bioccoli di capecchio: a cose quiete avrebbe mosso il riso; adesso poi infellonito e digrignante i denti metteva paura... a tutti altri però che a Filippo, il quale, sicuro, del fatto suo, per la molta perizia che aveva nell'arme volle provarlo; se non che due fendenti uno dopo l'altro sul capo e un colpo vibrato di punta alla gola, lo ammonirono che non era aria di gingillarla; Filippo in un attimo fece i suoi conti: il compare di scherma sembra ne sappia quanto tu; del braccio sinistro non puoi aiutarti, e per giunta t'impaccia anche il destro; qui bisogna venire subito alla conclusione; la cosa camminerebbe pe' suoi piedi, se egli non avesse fatto il conto senza l'oste, chè quell'altro non pareva punto disposto a lasciarsi ammazzare per dargli gusto; Filippo lo aveva arrivato con un paio di sdruci, ma eglino erano ninnoli, mentre l'altro ecco lo percuote sul braccio offeso; non lo ferì, ma il colpo gli rintronò tutte le ossa da capo ai piedi; sebbene fosse di mezzogiorno, vide più stelle che a mezzanotte, e tanto non potè tenersi, che suo malgrado non gli scappasse: ohi! Anco balenò cadere. Curio lo tenne ito, e senza pensarci imbracciò lo schioppo e prese la mira sul tirolese; di botto però abbassa la canna e ripiglia la parte di spettatore:
— No, Curio, non va bene, egli aveva detto a sè medesimo; guerra è sempre, ma adesso tra loro diventò duello, il quale si governa con le sue proprie leggi: debito vuole che tu te ne stia a vedere e sovvenga l'amico unicamente co' voti.
Intanto Filippo, essendosi riavuto, spicca un salto come un gatto arrabbiato e cala giù un fendente, sul cranio al tirolese, che glielo spaccò fin sulla radice del naso, non senza lasciargli intaccata la sciabola, tanto era duro! Ritirato il ferro, Filippo, da quell'uomo previdente che si vantava, glielo appunta alla gola per passargliela da parte a parte e così assicurarsi del fatto suo, quando si sente un grugnito a breve distanza, e subito dopo comparisce una maniera di mastodonte umano, che, abbrancata con ambedue le granfie (non mi permette la coscienza chiamarle mani) la bocca dello schioppo, piglia la misura per isbatacchiarlo sul capo a Filippo e rendergli la pariglia. Se mai fu caso per dire: l'indugio piglia vizio, certo era quello. Curio si trovò di sbalzo a sedere, piglia la mira da quello esperto cacciatore che egli era, e aggiusta a quel cosaccio la palla nella tempia sinistra: egli rovina giù addosso a Filippo, Filippo addosso all'altro, onde per un pezzo sembrarono morti tutti e tre. Da quanta smania fosse preso Curio non si può con parole significare, che non gli riusciva moversi, e avria dato una gamba a patto di andare a chiarirsi se a sorte avesse ammazzato anco Filippo; ma Filippo era solo svenuto, e non suo il sangue nel quale appariva tutto imbrodolato. In quel mentre crebbe il fragore della battaglia; il cannone tuona via via più vicino; le palle dei moschetti scheggiano i macigni e troncano i rami degli alberi; lo scalpito dei cavalli diventa scompigliato; tumultuario il passo dei fanti; gli stridi, le imprecazioni, i gemiti, tutto insomma porgeva argomento a conoscere che la burianata si versava da capo da cotesta parte. Filippo tornato in sè si nasconde meglio sotto i due uccisi, e Curio ripiglia la sembianza di morto.
Curio e Filippo passarono un'ora di passione da disgradarne la più dolorosa che patì Maria a piè della croce dove pendeva il suo figliuolo, imperciocchè, oltre le ferite del corpo, si sentissero l'anima trafitta nel presagio della battaglia perduta.
Ma la battaglia non era stata niente affatto perduta; all'opposto fu riguadagnata, ed ecco come. Dovete sapere come il generale Garibaldi, respinto da Bezzecca, non si potesse dar pace di aversi a riparare in Tiarno. Sostenuto sempre sopra le braccia dei suoi, scese di carrozza e si pose a sedere sopra una ruota di carretto da cannone in sembianza di uomo il quale volga in mente un pensiero unico, la morte. In silenzio lo circondano i suoi aiutanti, non meno di lui compresi di amarezza e di dolore. Al maggiore Dogliotti, il quale in cotesta impresa davvero fu l'Aiace, non sofferse l'animo accomodarsi alla fortuna del giorno: