— Che importa a me di colei? Veniamo al gloria patri... vai d'accordo a somministrarmi gli alimenti?
— Padre, vi darò quello che posso.
— Parole equivoche... frasi ministeriali: tu hai a pigliare per misura non la tua potenza, bensì il mio bisogno; d'altronde volere è potere; l'ha detto anche il Lessona.
— Sentite, padre mio, venite, noi stenteremo purchè stiate bene voi.
— No davvero; io non intendo di starmene in compagnia; le oche vanno in armento, le aquile volano sole... hai capito... vogliono essere quattrini... piglierò anche carta; però meglio sarebbero contanti.
— Non urlate, per carità; non mi fate scorgere nel casamento... oh! che vergogna! che vergogna! Eccovi tutto quello che possiedo — e Isabella rovesciò le tasche sul tavolino.
— E che sono eglino cotesti soldi? Non mi bastano pel tabacco — pure si mise a contarli — trenta... trentuno, trentadue, trentatrè... quanti gli anni di Cristo; — dopo averli intascati soggiunse: — Vo' vedere se ne hai altri, e fattesi dare le chiavi, frugò armadi e cassettoni, ma non rinvenne altro: allora, infellonito di trovarli vuoti, si volse alla figliuola e le domandò:
— E della bella roba che avevi, che ne hai tu fatto?
— Padre mio... la miseria...
— La miseria! Vallo a contare ai morti... come puoi sostenere la miseria, se ti trovi capace di aprire in tua casa un ricovero di mendicità?
Isabella per sè avrebbe sopportato ogni cosa, ma udendo umiliare così la povera cechina, cominciò a venirle meno la pazienza; ventura fu che di un tratto frullasse per la testa a quel tristo di andarsene, e:
— Orsù, disse, io non vo' entrare nei fatti vostri; domani tornerò a mezzogiorno in punto... e bada a farmi trovare i miei trentatrè soldi... per ora, s'intende... perchè tu devi bene ficcarti nella mente che trentatrè soldi ad un uomo par mio non possono bastare.
Dio solo, che li vide, conobbe i dolori della desolata per sopperire alle improntitudini di cotesto uomo: anch'ella provò le sue ore di passione, che fanno sudare acqua e sangue: non bastando l'arrovellato lavoro notturno e diurno a racimolare i trentatrè soldi ad Omobono e a provvedere il cibo a due persone, sè condannava al digiuno: e siccome la povera cieca non avrebbe sofferto nutrirsi mentr'ella si struggeva d'inedia, il suo cuore di donna e di madre le suggerì, un pietoso inganno, il quale fu questo: mentr'ella sedevasi a mensa con la cechina, batteva del cucchiaio in fondo alla scodella, e recatoselo alla bocca, con le labbra mandava il suono di chi sorbisce materia liquida; e così dando ad intendere che mangiava, incoraggiava Eufrosina a saziarsi senza sospetto.
Ormai ho risoluto di non incomodare più gli angioli con le mie similitudini, però che mi accorgo che anch'essi stanno in bilico di dare la capata nella bottega del rigattiere, ma io credo (e quest'altra è roba che nella bottega del rigattiere non capiterà mai) che solo Gesù, in un trasporto divino, avrebbe saputo trovare così gentile atto di amore.
È facile immaginare come non corressero troppi giorni che la fatica incomportabile e lo scarso nutrimento condussero Isabella a tale, che appena poteva reggersi in piedi; sovente non vedeva gli oggetti interi, all'opposto, la più parte annegati nel fuoco; le frizzavano i nepitelli di cocente ardore; non più bianca la congiuntiva degli occhi, bensì chiazzata di sangue, e tuttavia si fece coraggio per istrascinarsi fino al mercato a procacciare quel po' di vivere per la giornata: comprò non so che erbaggi ed una libbra di riso, non badando, come quella che era sbalordita, ai soldi che aveva in tasca: comprò anche un pane, ma quando fu sul pagarlo si accorse avanzarle due soldi soli: avvampò di vergogna, e rimettendo il pane sul banco, parlò tutta tremante:
— Scusate, mi sono dimenticata di portar meco i quattrini per pagarlo.
Senonchè la fornaia, sbirciandola in volto, si accorse che s'ella stava male in tasca, doveva trovarsi peggio in casa; onde le fece ressa a pigliarlo, lo pagherebbe a comodo; e la Isabella, dopo alquanto schermirsi, pensando che in casa non ci era pane, lo pigliò e le disse grazie, nella pienezza del cuore.
Anche questa sarebbe stata un'azione degna che Dio ne pigliasse ricordo nel suo taccuino, per ricompensarla nel giorno del giudizio, ma poichè la moderna filosofia ci ha portato via il giorno del giudizio e Dio, la fornaia si chiami saldata dalla contentezza che provò, non mi attento affermare maggiore, ma quasi uguale a quella di vederselo pagare.
La Isabella, salite le scale con lena affannosa, depose la spesa sul tavolino di cucina; guardò nell'armadio, e recatasi la boccetta dell'olio in mano, si fece a sperarla di contro all'aria; visto che conteneva tanto rimasuglio di olio da condire il riso alla Frosina, parve respirare, ed esclamò:
— Anche per oggi non istenterà, la meschina.
Allora, tolto il coltello, si pose a trinciare l'erbe; quando l'aspettava meno, ecco comparirle davanti il padre Omobono, che sempre beffardo le domandò:
— Ebbene, i miei trentatrè soldi li hai tu ammanniti?
— Oh! padre mio, mirate un po' che cosa mi sia riuscito raccattare per vivere la giornata... ed anche il pane l'ho avuto a credenza; e come sfinita si lasciò cascare su di una seggiola.
Il volto, l'atto e la voce di lei facevano testimonianza com'ella pur troppo avesse parlato il vero; per la qual cosa non parve aria ad Omobono insistere sopra il denaro, ma posta mano sul pane, sul riso e su gli erbaggi, il pane si cacciò sotto il braccio e il rimanente in tasca, poi volse imperturbato le spalle per andarsene.
— E noi con che camperemo? gli guaiva dietro Isabella; ed egli, di su il limitare di casa, di rimando:
— Un giorno di digiuno fa bene all'anima ed al corpo; quella preserva dal peccato, questo dalla indigestione — e scomparve.
Isabella, che fino a quel punto non aveva avuto balìa di levarsi da sedere, ecco sentire una fiumana di sangue avventarlesi alla faccia; i nervi irritati impartirle inusitato vigore, e assorta in piedi lo rincorse e lo raggiunse a mezzo la prima scala: qui gli pose la mano al petto e gli disse:
— Rendimi il cibo di quella povera creatura.
Omobono, visto il balenare degli occhi della donna, la rigidità delle membra e il coltello che per caso l'era rimasto nelle mani, ebbe paura; feroce ad un punto e codardo come sempre accade tra i vili; quindi si affrettava a renderle tutto piagnucolando:
— Ed io con che mangio?
Isabella brandì il coltello, ed egli atterrito saltò giù sul pianerottolo, non tanto presto che Isabella gli potè levare il pane di sotto al braccio, e tagliatolo gliene porse mezzo dicendogli:
— Con questo voi non potete morire. Al tempo stesso, avendo ricuperata la minestra e gli erbaggi, aggiungeva: e se volete la minestra, aspettate che sia cotta.
— All'inferno te e la tua minestra; all'acquavite come ci rimedio? E così favellava, perchè costui aveva fatto assegnamento su mezzo pane e sul riso per rinvestirli in tanta acquavite.
Prego il lettore a riscontrare la osservazione che sovente ho fatto per mio uso, cioè che l'acquavite pei ribaldi tiene il luogo d'Ippocrene pei poeti: dalla prima i tristi cavano gli estri del delitto, imperciocchè anche ai perduti quel rompere la legge metta un zinzino di scrupolo, ed un zinzino più quelle di natura; dopo avere eccitato gli estri del delitto, fa da calmante al rimorso, il quale taluno morde come la vipera e tal altro come la zanzara, ma tutti morde.
Il dì veniente, inevitabile come il destino, si presentava Omobono, e lo avvertivano invano la sua figliuola giacersi inferma; che premeva a lui se la passione e lo stento l'avevano obbligata a starsene a letto. Volle passare ad ogni modo, e di su l'uscio della camera prese ad interrogare:
— E i quattrini?
— Non ce ne sono, rispose la inferma.
— E da mangiare?
— Neppure.
— Questo vedremo, e andò a sincerarsi rovistando ogni cosa in cucina ed i più riposti nascondigli di casa; allora tornò in camera alla figliuola, dove gli occorse a capo del letto la immagine della Madonna; era una copia di quella del Sassoferrato, che ha il mesero tirato giù su gli occhi e le mani bellissime in atto di preghiera, così leggiadramente soave a vedersi, che devoti e non devoti volentieri le fanno di berretta col saluto: Dio ti salvi Maria piena di grazie;[61] guardatala alquanto, Omobono favellò:
— Oh! che gingilla costei che non ti aiuta? E poichè ella o non può, o non vuole aiutare te, la sforzerò ben io ad aiutare me.
E staccatala dal muro la portò via, strillanti invano e reluttanti le donne. Omobono, nascostasi la tela sotto il palandrano, a scanso di scandali se ne andò difilato a venderla a Neftali rigattiere, il quale dopo un gran battagliare di parole gliela pagò due franchi; costava cinque volte più la cornice, e pure Neftali, comprata appena, se ne pentì; temè qualche mal tiro di Omobono; stava proprio su i pruni, onde prima di mezzogiorno si disfece di cotesta mercanzia pericolosa. L'acquistò per dodici (e l'ebreo, come di rubrica, giurò per vita sua che gliela dava a scapito) una generosa devota; cosa ordinaria a incontrarsi, imperciocchè queste due qualità accordino insieme come il suono e la voce. La generosa, tornata a casa, levò da capo del letto una vecchia immagine della beata Vergine, e ci sostituì la nuova; poi le accese il lume, — e questo parve ordinato, perchè la ci avesse a vedere; poco dopo ci tirò sopra una tendina, — e questo evidentemente perchè non ci avesse a vedere; contradizioni umane, che si svelano da per tutto, anche al capezzale del letto delle generose.
Volle ventura che la portinaia, non vedendo scendere per tutto il giorno la signora Isabella, dubitasse che si sentisse male, e si appose; salì, ed entrata in casa si accorse a un tratto della desolazione delle donne, onde si profferse amorosa di sovvenirle giusta la sua possibilità. Isabella, non respingendo il soccorso che Dio le mandava, levò di sotto al guanciale dov'ella posava il capo una bellissima trina, e la porse alla portinaia, pregandola gliela portasse a vendere a qualche signora; da ebrei rigattieri, per amore di Dio, no; del prezzo ricavato in prima pagasse il fornaio, che le aveva fatto credenza del pane; del rimanente — e questo le susurrò negli orecchi — provvedesse brodo e alimenti leggeri per ricreare la povera Eufrosina; quanto a sè non importava, ormai sentiva avere messo il piede sul cammino della morte, e niente allettarla a tornare indietro. — La portinaia non le rispose niente; solo col dito le accennò la giovane cieca; — come per dirle: fatevi coraggio per lei. La buona donna ebbe avvertenza a tutto. La Isabella, tostochè la vide uscita, si recò il vivagno del lenzuolo in bocca per reprimere i singhiozzi, e le lacrime le inondarono la faccia; — perchè ella pianse? Ah! le venne in mente che coteste trine orlarono l'accappatoio che coprì i suoi figli quando li inviava al battesimo. Tanto ormai del suo sangue non vestiranno più alcuno!
A notte affannosa succede giorno pieno di ansietà, imperciocchè le donne aspettassero da un punto all'altro la visita di Omobono col cuore del condannato che messo in cappella attende il carnefice che venga per lui; con maraviglia pari alla contentezza egli non comparve; ed ecco come andò la cosa. Che Omobono fosse quasi una spugna tenuta per tutta la sua vita in molle nella malignità lo sappiamo; ora, a cagione delle avversità e dell'acquavite, la sua malignità, per così dire, si era immalignita: si era fatto un orologio di cui i minuti, le mezze ore e le ore segnavano i dolori arrecati altrui; se gli bastava il coraggio, sarebbero stati delitti; si contentava seminare ceci per le scale, perchè taluno le ruzzolasse, o vetri per le strade, onde chi va scalzo si tagliasse; si dilettava introdurre sassolini nelle serrature, onde l'operaio la mattina perdesse tempo ad aprire la bottega, e spazientito bestemmiasse il santo nome di Dio. Soleva dire, che se le bestemmie fossero stati fiori, ne avrebbe colto tutti i giorni un mazzo per offerirlo a San Gaetano padre della divina provvidenza!
Ma a costui erano soprammodo odiosi i fanciulli; lo agitarsi di questo sciame strepitoso e irrequieto pei vari giochi della infanzia lo faceva arricciare peggio di un istrice che veda il cane; così non ci era dispetto che loro non facesse; se li sorprendeva a sollazzarsi alla buchetta, egli con le proprie mani la riempiva di terra; se alla settimana, ed egli ecco cancellarne i segni dei vari compartimenti co' piedi; era il flagello dei maschi e delle piastrelle, perchè quante gliene capitavano nelle mani tante scaraventava lontano; nella spagnoletta il meno che si potevano aspettare era vedersi con un calcio sparpagliati i soldi fitti per taglio in terra; onde i ragazzi, appena lo vedevano dalla lontana scantonare, gli urlavano dietro:
— O maligno! O vecchio maligno!
Egli allora, tutto indracato, volgendosi li minacciava col pugno, ed essi, quantunque per la tardità delle membra costui non li potesse rincorrere, pure spuleggiavano; ma indi a breve raggruppavansi più infesti di prima, e agli schiamazzi aggiungevano i fischi. Ora accadde che Omobono, per essersi la sera innanzi ubriacato di acquavite, si levasse tardi, e più scorrubbioso del solito; gli pareva gli tenessero un bottone di ferro infuocato su lo stomaco; aveva la bocca, per così dire, motosa: camminava per le vie svagolato e brontolando vanità maligne; fortuna volle che gli venisse fatto di passare per certa via, dove parecchi giovanetti giocavano alla palla, e come avviene rimase bollato; costui schizzò veleno, ghermì la palla, trasse fuori un coltellino, e sbuzzatala ne disperse il ripieno. Se i fanciulli si arrapinassero a vedersi sagrificare sotto gli occhi a quel modo l'amata palla, immaginatelo voi: per me giurerei che tanto non patì Agamennone per la figlia Ifigenia, lui presente svenata su l'ara di Diana.
Gli urli di vecchio maligno e i fischi andarono alle stelle, e bisogna confessarlo, volò anche qualche sassata; Omobono non si rimase con le mani a cintola, e raccolti anch'egli alquanti ghiaiottoli, rispose per le rime, donde ne nacque una sassaiola nelle regole, l'esito della quale però non poteva esser dubbio, perchè, oltre a trovarsi Omobono solo contro a tutti, i suoi colpi come quelli di Priamo contro lo scudo di Pirro erano tela sine ictu, mentre i sassi dei fanciulli fendevano l'aria sibilando come vipere in amore: dopo lungo battagliare, ecco un sasso coglie in pieno l'occhio sinistro di Omobono e glielo spacca orribilmente; costui per lo atroce spasimo stramazza e si avvoltola per terra; i ragazzi spulezzano; le guardie di sicurezza accorse raccattano Omobono semivivo, e lo trasportano semivivo all'ospedale; e questa fu la causa ond'egli in quel giorno non tribolò con la sua presenza la povera Isabella.
La infermità fu giudicata pericolosa, la cura lunga; ne uscì con un occhio di meno, e più che non era deforme a cagione di una margine cavernosa sempre sanguinolenta; siccome durante la malattia e nella convalescenza spesso diede prova di vaneggiare, fu deciso accomodarlo in certo ricovero di mendicità nella Liguria, dove io lo vidi.
Stava solo dentro una stanza che prendeva luce dall'alto, e tutti i compagni d'infortunio lo fuggivano peggio della moria; colà grugnando logorava i suoi dì a sfilacciare vecchi cavi. Chiamato a nome non rispose; mi posi fra la luce della finestra e lui per tentare se il buio subitaneo valesse a moverlo, e non tentennò. Interrogato il custode intorno ai costumi di lui e alla qualità del lavoro che faceva, mi rispose:
Cotesto suo capo è una pentola che spicca sempre il bollore della iniquità, con questa ragione, che le gallozzole di mano in mano spariscono in una galla sola, ch'è quella del furto. Quante volte ha occasione di andare nella sua stanza da letto, tante ci porta dentro un lucignolo piccolo o grande, e lo nasconde dentro le materasse, ovvero nel saccone; in capo alla settimana noi andiamo a cavarlo e lo riportiamo al magazzino; e' pare che non se ne avveda, però che il lunedì cominci da capo. La sfilacciatura ch'ei fa serve per calafatare i bastimenti; ad altro non è buono.
Allora il mentecatto, piegando il collo sopra la spalla sinistra e sbirciando traverso di sotto in su, proprio a mo' della iena, brontolò:
— Non tutta... non tutta; buona parte ne vende costui ai funaiuoli, perchè la mettano in mezzo ai cavi, che i funaioli furfanti quanto lui danno per nuovi.
Io proruppi in un solenne starnuto per fare le viste di non sentire; ma guardando di scancìo vidi la faccia del custode tinta in verderame.
*
Un tempo furono gli altari asilo contro la giustizia umana e la giustizia divina; oggi contro la umana non contano più, ma contro la divina si cercano sempre, e si cercheranno ancora per lungo secolo; imperciocchè si mantenga grande il numero di coloro a cui giova una religione che ti agguanta l'anima e te la foggia a maestro, dove da un lato ti si registrano a debito le colpe e dall'altro a credito i suffragi, offrendoti comodità di metterti da parte un po' di viatico pel viaggio del paradiso, o alla più trista di saldare i tuoi conti; quindi non importa nè anche dire con quale e quanta furia Amina si attaccasse all'altare, e per converso con quanta furia i sacerdoti si attaccassero a lei; scarafaggi che sotto l'altare pongono il covo. La donna si peritava a mettere nel bucato della confessione tutti i panni sudici dell'anima sua, e per altra parte la serpentavano i preti non isperasse salute se non travasava la sua anima intera nell'anima del confessore; forse, se avesse potuto persuadersi, se avesse avuto pegno in mano che dopo la confessione fosse cessata la vista dei due occhi appannati dalle pupille contratte, ella avrebbe rotto il diaccio; ma no; qui incerto il guadagno, la perdita del mettere a parte una terza persona dell'orribile segreto sicura.
Però, compiacendo alla naturale sua disposizione ed ai conforti del confessore, desiderò in prima mettere a fil di squadra il suo stato dirimpetto ad Egeo. Il confessore sempre lì a limarla, che per celebrare il santissimo sacramento del matrimonio bastava, e ce n'era di avanzo, la sola cerimonia religiosa; ma ella non dandogli torto, pure lo supplicava a consentire che si facessero le cose in regola ai termini della legge; però i preti, addentata che abbiano per un orecchio l'anima del cristiano, non lasciano presa così facilmente, onde il confessore insisteva:
— Ma veda, la è chiara come il sole di luglio che regna in tutto Babele; legislatori e leggi, mentre rifuggono dal fine peggio che dal sangue di vipera, ecco qua spianano le strade e ci spingono la gente. O la mi faccia la finezza di dirmi che cosa predica aborrire questa società matta? Il materialismo; e sta bene, perchè questo è morte di ogni eccelsa aspirazione, e fa le anime immortali sorelle alle ranocchie nel pantano. Ora, mi dia retta, questi grulli, per conseguire il loro scopo, che mi fanno? Allontanano dai matrimoni, nei quali tanta parte ci entra di bestia, ogni concetto di sacramento, che solo vale a nobilitarli: ma le pare che bastino a consacrarlo la lettura di alcuni articoli del codice civile fatta da un coso che sbadiglia e fa sbadigliare, a patto però che sia fasciato della sciarpa dai tre colori? Dopo ciò, o che trova ella di strano che altri, alla derrata del diavolo aggiungendo la giunta infernale, insegni ai popoli il matrimonio consistere nel mescolarsi in amore alla spartita di due creature di sesso diverso? I galli, secondo i nuovi dottori, soli maestri da preporre allo insegnamento del matrimonio e dei suoi doveri. — A queste aggiungeva altre ragioni, ma l'Amina dura.
Proprio il giorno antecedente a quello del matrimonio davanti il sindaco, Amina tenne ad Egeo questo discorso:
— Caro Egeo, il Signore, che ha veduto in segreto la vostra carità verso me, povera, derelitta, ve ne vuole ricompensare in palese... e qui raccontava essere provvista con bene duecentocinquantamila lire di capitale; volere accomunarle con lui con questa ragione, che di ogni loro bene si facessero donazione irrevocabile inter vivos.
Ad Egeo parve sentirsi inondato da capo alle piante di contentezza; un vero bagno di giubilo; ma siccome nel fonte stesso del piacere sorge qualche cosa di amaro che ne intorbida le acque di un tratto, una nuvola gli passò davanti gli occhi. La nuvola sorgeva dal dubbio: — e se fossero falsi! — Ma a rimettergli il cuore in corpo sovveniva la donna dicendo: legittimi essere i biglietti, averli esaminati ella stessa più volte; li riscontrasse anch'egli; e avvertisse che da lei potevano adoperarsi in buona coscienza, perchè il defunto marito glieli aveva assegnati per dote.
Mentiva; ma da un punto all'altro di vermi non si diventa farfalle, e questo le diceva anche il confessore, che ogni dì le faceva una predica, e talora dopo il pasto un'altra.[62]
A Egeo poco premeva, anzi punto, chiarire se Amina mentisse, moltissimo poi se fossero buoni i biglietti di banca; ella glie li portò; egli prese a esaminarli parte a parte, e poi nell'insieme; niente sfuggì alla sua molta pratica in materia: per ultimo con un sospiro, che tenero gli partiva dal cuore, esclamò:
— O benedetta tu sia fra tutte le donne, i biglietti non sono falsi; però, Amina, pensa che mettendo io in comunione solo cinquantamila lire, mentre tu ce ne poni duecentocinquanta, ciò darebbe luogo a Dio sa quanti sospetti, che ci potrebbero turbare la pace domestica... forse peggio... tu hai buon giudizio, e vorrei tu mi capissi: a scanso di fastidi, ecco, io figurerei costituirti la dote di centocinquantamila lire, che tu poi faresti soggette alla donazione, e siccome io godo sempre opinione di ricco, ciò non farebbe specie. Per tua sicurezza iscriveremo nei nomi tuo e mio nel gran libro le ventuna o ventiduemila lire di rendita, a patto che non si possa alienare senza il consenso di ambedue.
La donna assentiva; stipularonsi i contratti; il matrimonio civile si celebrò; e finalmente le due colombe furono congiunte davanti l'altare del Signore da un sacerdote quasi innocente quanto loro, il quale per di più li benedisse.
E codesta benedizione sembra che sopra la infermità latente dell'Amina esercitasse la virtù della rugiada sul cespite dell'erba inaridita; perchè appena ella tornò a casa le si manifestava nella gola un bruciore insopportabile; crescendo lo spasimo mandarono pel medico, il quale tostochè l'ebbe esaminata fece ritirare il marito col pretesto di visitarla nelle parti segrete del corpo, ma in realtà per dirle spiattellatamente:
— Signora Amina, mi duole averle a dire che vostra signoria è minacciata di lue sifilitica della peggiore qualità; prima di tutto si separi di letto dal suo signor marito, ed anche di camera; in quanto a me, mi studierò medicarla con i rimedi indicati dall'arte salutare, e spero riuscire a guarirla; solo la prego ad essere obbediente alle mie prescrizioni.
In questa guisa il giorno che vide stringere il nodo delle due belle anime fu testimone altresì della separazione dei corpi.
Terribile fu il processo della malattia, che per me giudico avvelenamento; e non mica portata fra noi da remote contrade per la trafila degli spagnuoli, o dei francesi, ma sì messa nel mondo con le sue benedette mani da Dio; sicchè fra le altre delizie il genere umano dovrebbe essergli obbligato anco di questa.[63]
Nella sciagurata la infermità consumò implacabile i suoi tre stadi; se talora davanti alla potenza dei medicamenti parve arrestarsi, e' fu come poca acqua in fiamma, la quale invece di spegnerla la divampa. Apersero la marcia le ulceri, a cui tosto si aggiunsero ascessi infiammatori e virulenti, scrofole e dolori nelle ossa in prossimità delle articolazioni; ma supremo affanno le arrecava lo spasimo nei capelli, che presero a cascarle in tanta copia da trovarne quotidianamente sparso il guanciale e piena la cuffia. Durante la notte pativa strazi d'inferno, ora guaiva come colta dalle doglie del parto, ed ora strideva come se le trafiggessero il cuore; le stava nella fronte inchiodata la cefalea notturna, e sempre dinanzi agli occhi, sia che li tenesse aperti o chiusi, le pupille appannate e contratte del morto Omobono... sempre... ahimè! sempre; e siccome ella fantasticando, si dava ad intendere che tra coteste pupille e la sua visione intercedesse qualche spazio, poneva nel mezzo la mano per nasconderle; vani conati! che coteste pupille appannate e contratte, non fuori, ma dentro la fronte gliele aveva dipinte il rimorso.
Impensierito dei progressi del male, il medico curante, sentendosi venir meno il coraggio, persuase consulti, e si aggiunse alla cura medici che andavano per la maggiore: allora sì che ricomparve il caos nella magnificenza della confusione: chi prescrisse bagni sulfurei e chi iodici; altri, Dio ne liberi da bagni: frizioni mercuriali soltanto. Da un lato dieta rigorosa, dall'altro ha da mangiare bocconi ghiotti, e vino del buono, e lo ha detto il Faloppio.[64] Il confessore, che si trovava presente al consulto, non potè trattenersi da esclamare: — anch'io faccio così, e me ne trovo benone.
Uno dei medici, con aria ingenua, soggiunse:
— Come! Anche lei si cura la lue in cotesto modo, reverendo?
— Che lue? Io mi curo in cotesta maniera lo stomaco, la lue lascio intera a lei, eccellentissimo.
Proseguendo i medici a contradirsi, taluno suggeriva tagliassero i capelli alla inferma e col sapone glieli lavassero, tale altro non si toccassero; solo con molta cura si nettassero; chi li voleva coperti; chi scoperti: con quattro voti contro tre rimase vinto il partito della fumigazione. Posero la malcapitata a sedere sopra una sedia, e sotto questa collocarono un lume alimentato a spirito di vino, il quale infocava una lastra di porcellana messa orizzontalmente sul lume, e quivi spargevano ad ardere fino a due grammi di cinabro: coprivano inferma e sedia per via di cappa d'incerato disposta così, che non lasciasse adito a svaporazione; a quel martirio la facevano durare quindici minuti o venti; però cessarono di corto, imperciocchè ogni volta che tentavano lo esperimento ce la cavassero più morta che viva.
Nè i medici soli si erano moltiplicati intorno al letto della inferma, bensì preti, frati e di ogni generazione beghine; i primi non sapevano di altri rimedi che non fossero messe, tridui, novene, e così via; le altre, pur confessando la virtù di tutte queste cose, a cui aggiungevano quella dei rosari alla beata Vergine della Cintola, consigliavano, ammannivano e di celato ministravano all'Amina brodi di serpi e vino dove avevano annegato rospi... ella poi beveva disperatamente ogni cosa, tanto agita i petti mortali la rabbia della vita!
Tuttavia il morbo procede a bandiera spiegata: adesso tutto il suo corpo si cuopre di eruzioni purulenti, massime negli occhi e nelle membra riposte; il sangue dà volta come il vino sotto la sferza del sollione; la sifilide si avventa alla gola, e quinci e dal naso emana in copia una materia viscosa di formidabile fetore più tristo di quello dell'ozena. Ora l'uno, ora l'altro occhio, e sovente ambedue le s'infiammavano nelle iridi, nelle orbite e nei globi, per cui la luce la punge e il buio non la solleva; molto più che le pupille appannate e contratte del morto le stanno attaccate alle palpebre quasi bocca di amante s'incolla alla bocca dell'amante.
Veramente non ci era mestieri occhio medico per conoscere che la morte veniva avanti a gran giornate; tuttavia occhio di confessore in simili faccende non teme confronti; e poi i segni della prossima fine concorrevano tutti; prima di ogni altra cosa la quantità dei medici; il continuo contendere di parole, e talvolta d'ingiurie fra di loro, senza che alcuno sapesse che pesci pigliare; in fine il flagello dei medicamenti; comode da notte, tavole, tavolini, canterani, inginocchiatoio ingombri di bocce lunghe, piccole, mezzane, di ogni dimensione, insomma tante che più non possiedono canne gli organi della chiesa dei Cavalieri di Pisa e della cattedrale di Siviglia; il mercurio faceva pomposa mostra di sè, sotto tutte le forme e con tutti i colori; qui avanzi di pillole di etiope, ovvero ossido mercuriale nero, colà reliquie di deutossido rosso, più oltre di calomelano bianco, e non mancava lo ioduro giallo. Le preparazioni metalliche furono tentate tutte, e invano; il platino o l'argento, e soprammodo l'oro in pillole, ovvero mercè frizioni sopra la lingua; i medici, disperati, si erano spinti fino ad amministrarle bevande di sublimato corrosivo, rimedio giudicato eroico per modo, che a ragione può dirsi l'Achille della morte. Anche il dottor Tenca con la caterva dei suoi medicinali ci rimase sbancato. Allora non parve al prete tempo di starsi con le mani a cintola: quindi, avvertiti i servi che andava a confessare per l'ultima volta la signora, epperò non entrasse persona, nè anco il marito, aperse con fracasso l'uscio, si pose di faccia alla morente con sembianza minacciosa; dopo parecchi istanti con tali parole l'assale:
— Donna, la morte ti batte alla porta di casa; peccatrice, io non voglio avere su l'anima la perdizione della tua anima. Io ti leggo nel cuore; tu non hai confessato tutti i tuoi peccati; fin qui le tue confessioni furono tanti sacrilegi. Tu hai dubitato della misericordia di Dio, e Dio vendicandosi ti nega la sua misericordia; perchè io vo' che tu sappia, maggiore ingiuria non potersi fare a Dio, che mettere in dubbio la sua bontà. Tu certo non leggesti nei libri di santa madre Chiesa, bensì unicamente libri profani, e pure, se tu avessi voluto, avresti eziandio da questi raccolto insegnamenti salutari per l'anima tua, come appunto Sansone levò il miele dalla gola della bestia feroce: e forti dulcedo; l'esempio dell'ira del Signore che leggesti nella Ildegonda di Tommaso Grossi è vero, vero come il Vangelo, vera la mano lunga lunga, nera nera, che calava giù dal cielo del letto, e buttati via dal guanciale il crocifisso, dai piedi la stola, e abbrancato l'infermo alla strozza, lo strangolava; veri i demoni saltati sul letto a graffiargli il crisma dalla fronte; vero il doloroso trasporto dell'anima alle fiamme dell'inferno su le spalle ai demoni; preci non valsero, non assoluzione di sacerdoti, Renzo Brancaleone di San Vittore andò dannato nel fuoco penace, dove sono rabbia, disperazione e stridore di denti, per avere taciuto in confessione un solo peccato. Dunque confessa il tuo, approfittati di questo istante che ti concede Dio nella sua infinita bontà; non ci è tempo da perdere, scegli tra Dio e il diavolo, tra l'inferno e il paradiso.
La donna infelicissima, presa così a soqquadro mentre il suo spirito errava sul confine ultimo della vita e sentiva ventarsi in faccia il soffio ghiacciato della morte, fu invasa da ineffabile terrore; tutte le piaghe del corpo le si riapersero e pianse lacrime di sangue — proprio di sangue spremuto dalle ulcere che aveva intorno agli occhi; tremola più che foglia di autunno in procinto di staccarsi dall'albero, con voce rantolosa svelò al confessore l'atroce insidia tesa ai danni dell'infelice Omobono; e giunte le mani, con gli occhi levati al cielo, stette come persona che attenda il colpo di grazia; ma con sua maraviglia somma, non meno che con sollievo, la voce del prete, lasciato di un tratto il suono del serpentone, assunse quello soavissimo del plauso, e le diceva: Dio stendere così larghe le braccia da ricoverare bene altre colpe che non erano le sue, a patto però ch'ella con attrizione e contrizione dei peccati commessi si pentisse e con fermo proposito deliberasse di non commetterne più (e qui il prete si prendeva evidentemente gioco della moribonda). Tuttavolta, il sacerdote proseguiva, il pentimento solo non bastava alla espiazione delle colpe; occorreva lo accompagnassero i suffragi, i quali non solo avrebbe dovuto ordinare per l'anima sua, ma troppo più per quella del tradito defunto; la quale uscita, sua mercè, da questo mondo senza sacramenti per colpa sua, andò perduta... forse; chè un solo sospiro di contrizione basta a placare l'ira di Dio; e vuolsi credere che questo sospiro gli sia uscito dal cuore; ma quanti secoli di purgatorio prima di purificarsi! Nè manco lo scritturale del debito pubblico saprebbe scrivere tanti numeri. Dunque presto si ponesse mano a fare un bel testamento di ogni sua sostanza in pro della pia casa di ***, con l'obbligo della celebrazione quotidiana di messe, e uffici altri divini in capo ad ogni mese e ad ogni anno. La donna rispose: magari! ma temere assai poterlo fare con efficacia a causa del contratto di donazione scambievole celebrato col suo marito Egeo.
A questa inopinata notizia il nostro prete fece greppo come fanciullo a cui il gatto abbia sgraffiato una mano, pure, avvezzo ai colpi di vento, non si diede per vinto e chiese del contratto, e Amina, che lo teneva sotto il guanciale, potè porgerglielo senza indugio; il prete, presolo, volto alla inferma soggiungeva: — si desse coraggio; non disperato il suo stato affatto, e ci volesse per sanarla anco il miracolo, pensasse che come non sarebbe il primo, così non si avrebbe a giudicare l'ultimo operato per intercessione della beata Vergine e dei suoi santi avvocati in paradiso. Amen. Verso sera tornerebbe a visitarla, intanto trattenesse il pensiero in pie meditazioni.
Impaziente poi di uscire per la ragione che sto per esporre, e non rimanere soffocato dal fetore iniquo, irruppe con passi frettolosi fino alla porta, ma qui risensando tornò a comporsi, piegò il collo, atteggiò il volto a compunzione e aperse l'uscio. I servi, quale turandosi il naso e quale tenendoci sotto ampolline e fazzoletti intrisi in acque odorose, gli mossero incontro per domandargli: Come va? Come sta?
Ed egli:
— Ahimè! Laborat in extremis, orate pro ea, orate fratres; stasera verrò ad amministrarle la estrema unzione, perchè quanto alla eucaristia non ci è da pensarci nemmeno.
E se ne andò: se ne andò per recarsi a saetta volante dall'avvocato meglio tenuto in pregio della compagnia di Gesù; il nostro lettore già deve essersi accorto come il curato, quantunque non fosse ascritto de jure alla prelodata compagnia, pure le fosse addetto: e il mondo va pieno più che non si crede, anzi dirò di avanzo, più che non si ha la codardia di confessare, di satellizio siffatto; di satelliti di gesuiti vanno ingombri il parlamento, i consigli provinciali e municipali; nelle scuole non mancano e nella curia; e, duro a significarsi, non mancano in casa, e tu, che leggi, forse ti trovi del gesuita in corpo più che non pensi, imperciocchè tu mangi del gesuita impastato nel pane, lo bevi confuso nel vino, lo respiri nell'aria: per me propongo addirittura eleggere re d'Italia il padre Becker gesuita, dopo Vittorio Emanuele s'intende, e semprechè il principe Umberto se ne contenti, dacchè non vorrei mi apponessero l'accusa di sovvertire l'ordinamento presente delle cose e la monarchia della Casa di Savoia.
Questo reverendissimo avvocato meriterebbe essere descritto per la sua persona, costumi e modi suoi, con il suo studio altresì ed i suoi commessi; ora mi menerebbe troppo in lungo; lo farò un'altra volta. Il confessore pertanto, succinto e preciso, gli espose il suo bisogno: considerasse se per via di testamento potesse buttarsi all'aria il contratto di donazione che gli porgeva; se sì, ammannisse tutto, testamento, notaio e testimoni; tornerebbe poco prima delle ventiquattro, e partì. L'avvocato senza indugio si mette all'opera, legge, rilegge, torna a leggere; spezza frasi e periodi, li riconnette, li confronta nell'insieme, li esamina separatamente, leggi consulta e commentatori; entra e giravolta nel laberinto — non mica quello di Creta, bensì l'altro della giurisprudenza, in mezzo al quale s'incontra, non il minotauro, che per quello si sente dire fu mezzo uomo e mezzo bestia, bensì una bestia intera. Tanto cotesto contratto, tutto bene considerato, gli parve avere ad essere messo in terzo co' nodi di Salomone e gordiano.
Puntuale come... il vizio delle similitudini, ch'è un vizio come gli altri e peggiorando invecchia, il vizio, dico, delle similitudini quasi mi aveva spinto su l'orlo di paragonare la puntualità del prete con quella degli orologi pubblici, che tutti i giorni gli orologiari rimettono e tutti i giorni vanno peggio; puntuale dunque, il prete comparve nello studio del giureconsulto, il quale con faccia da de profundis clamavi, tostochè lo vide, gli disse:
— Ah! padre mio, cattive nuove; io ci ho provato tutti i grimaldelli della legge sofisticata e della giurisprudenza cavillata, ma e' non ci è verso per aprirlo: il contratto sta, e mettersi a cimento di farlo annullare dai tribunali tornerebbe lo stesso che dare del capo nel muro, e lor signori devono astenersi da sputare contro vento, perchè, massime ai tempi che corrono, vi ritornerebbe in faccia.
Il nostro prete, all'udire questa sentenza, lanciò un'occhiata al cielo, che parve un tiro di schioppo ad ago; tuttavia, ricompostosi, indi a un attimo disse:
— Gua'! bisogna rassegnarsi ai divini voleri, — e se ne andò via senza pur torre comiato dall'onesto curiale. Passò di rincorsa dalla sagrestia, dove presa la teca dell'olio santo proseguì fino alla casa di Amina. Le parole di lui, messo appena il piede sul limitare dell'anticamera, furono queste:
— È anche viva?
— Viva, rispose un medico, che giusto in quel punto usciva da visitare la inferma, anzi in apparenza più sollevata che non fosse mai da parecchi giorni in qua.
— O come può darsi questo?
E l'altro: — Già, tutti gli infermi all'appressarsi della morte pare che si riabbiano; ma non è perciò che sembra ricreata la signora: ella le stazioni del suo calvario ha compito tutte: già accadde la tumefazione delle ossa; la cangrena di queste, ovvero la necrosi è incominciata; le guancie le pendono giù flosce; i muscoli furono presi da paralisi; respira appena; la sua laringe ha perduto le parti solide che ne formano, per così dire, lo scheletro; i brani necrosati di tratto in tratto gitta fuori tossendo; ora riesce facile a intendere, che cessando in lei la potenza di espellere taluno di cotesti brani di carne fradicia, o il catarro sifilitico, che le si condensa nella gola, ella può da un punto all'altro rimanere soffocata; sicchè la causa più prossima di morte per lei non sarà la sifilide, bensì l'asfissia: ciò può accadere adesso, o fra un minuto, o fra ore: ma fino a domani non potrebbe andare. Già Venere, secondo il costume vecchio, non ismesso mai, ha incoronato la sua vittima; voi potrete osservare la fronte della misera donna cinta da una tempia all'altra di ulcere dolorosissime.
Così è, le care rose, onde l'Amore inghirlanda i suoi devoti, dove vengano tocche da taluna delle inique Veneri, o pornea, o schenide, o pandemia, o etaira, perdono le foglie, e diventano spine in paragone delle quali paiono soavi gli artigli delle Furie.
Il prete, dopo avere avvertiti i circostanti che lo lasciassero solo con la moribonda, imperciocchè intendeva riconciliarla con Dio, li chiamerebbe per amministrarle la estrema unzione, entrò in camera, e a colpo d'occhio conobbe come nello indugio stesse il pericolo, onde reso a costei il contratto di donazione, favellò:
— Pur troppo, di qui non si può cavare seme da seminare grano di suffragio; ma a voi non possono mancare mezzi da sopperirci, comecchè in minima parte; dove tenete i vostri ornamenti? Ori, gemme e simili? Vi fia meritorio convertire tutti questi arnesi di peccato, suggeriti dal demonio per la perdizione delle anime, in opere intese alla salute dell'anima. Poca cosa sono, ma Dio che misura il valore dell'offerta non dal pregio di quella, bensì dalla intenzione dell'offerente, ve la segnerà a credito nel giornale dov'è scritto il bene e il male: volete darmi a questo scopo libera e spontanea i vostri ornamenti preziosi?
La donna si provò a parlare, ma facendole fallo la voce accennò col capo affermativamente; allora il prete cacciò le mani rapaci per cantere e cassette, tutto arraffando, e tutto nelle bolge della sua tonaca affondando; non gli parve caso di perdere tempo a esaminare quale fosse buono e quale falso, li scevrerebbe a comodo; — come rispose la buon'anima dell'abate Arnoldo circa all'ammazzare in fascio cattolici ed eretici a Bezières: «ammazziamoli tutti, poi il Padre Eterno a tempo avanzato cernirà i buoni dai cattivi.»
Intascati i gioielli, il prete soggiunse: Qualche biglietto di banca voi ve l'avreste pure a trovare?
Ed ella assentì con un lieve cenno del capo; altro non potè significare; allora egli fruga e rifruga, rovista, rifrusta, metti sottosopra ogni cosa, e trova tra biglietti grandi e piccoli otto bellissime mila lire, che ripose dentro un abitino della Madonna del Rosario fatto a modo di tasca, che portava appeso al collo.
Ciò fatto, da capo il prete, improntissimo come un prete, aggiunge: Se avete altri oggetti di oro o di argento non vi lasciate scappare la bella occasione di fare un magnifico affare, voi li mettereste a cambio in paradiso alla ragione del mille per uno.
Ma essendo venuta meno nella donna la balìa di assentire, ella tacque; ond'egli conchiuse: chi tace acconsente, e continuò ad arraffare: da prima prese una stoppiniera di argento, poi un cucchiaio e un campanello, il quale per sospetto che squillasse agguantò pel battaglio, e insinuò nelle tasche dei calzoni; avendo visto poi a capo del letto un angiolino con la piletta nella mano sinistra e l'aspersorio nella dritta, tutto bene inteso di argento, così gli rivolse la parola: Creatura celeste, tu hai finito il tuo compito, e qui adesso tu stai come lo imbuto dopo la vendemmia. Levando le ciglia in su ecco occorrergli una lampada di argento appesa davanti alla immagine della Madonna, ed un crocifisso della medesima materia inchiodato sopra una croce di ebano... vero patibolo di lusso, e mormorò: dove trovi la ragione medesima di giudicare, tu pronunzia la medesima sentenza; e così brontolando tira innanzi una seggiola, ci monta sopra, stacca la lampada, ne cava il lampioncino di vetro, dove ardeva galleggiante su l'olio il lucignolo, dipana le catenelle intorno al guscio della lampada, e giù tutto in tasca. Anche questa è fatta; ora tocca a te, Cristo. Tu sai, mio divino Redentore, se io voglia o possa dividermi da te. Tu hai salvato me dalla servitù del demonio, ed ora intendo renderti la pariglia salvando te dall'obbrobrio di questa casa; e strettolo nelle gambe lo cacciò nelle tasche del suo tonacone a capo in giù come ci danno ad intendere che fosse crocifisso san Pietro a Roma, dove egli non capitò mai. All'ultimo, passato e ripassato lo sguardo da per tutto, a mo' che il barbiere costuma il rasoio sopra le gote dell'avventore per farci la barba e il contropelo, conobbe essere tempo di levare le tende: per la qual cosa attorse un bioccolo di cotone intorno a un ferro da calza, e lo tuffò per fare più presto nell'olio da lumi del lampioncino; chiamate poi le beghine e le serve in camera prese a menare il ferro col bioccolo unto per la fronte della moribonda a mo' d'imbiancatore che scialbi una parete: dalla fronte in fuori altro non unse, essendone dispensati i preti dai sacri canoni in caso di contagio. Profferite ch'ebbe così alla lesta le parole sacramentali della estrema unzione, aggiunse con voce di usciere che intimi lo sfratto:
— Proficiscere anima christiana.
E siccome l'anima cristiana pareva che non avesse furia ad andarsene, egli disse fra sè: poichè non se ne vuole andare ella, facciamo una cosa, me ne andrò io; e se ne andò.
Rimasero le pinzochere a frigolare salmi; ma indi a poco l'insopportabile fetore le cacciò via. Finchè non furono uscite di casa tacquero, ma appena messo il piè su le scale, apriti cielo! Un pissi pissi vorticoso di discorsi di tutti i colori, un fuoco artifiziato di maldicenza da far paura; senonchè tutti i vari discorsi si confusero di corto in uno solo, in quello del giuoco del lotto. In primis fu proposto giocare una quaderna, e votarono pel sì alla unanimità; e non fu difficile, perchè, quantunque devote, avessero talora saltato la messa, non mai il giuoco del lotto; nell'accordarsi su i numeri s'incontrò l'osso; udito hinc et inde il flagello delle opinioni diverse, parvero prevalere queste. Ecco, notava una bigotta, bisognerebbe cavare la giocata degli anni della sua vita bene spesi al servizio di Dio; ella ne contava ventisette, dunque dividiamo prima, due e sette; ora moltiplichiamo, due via sette quattordici; dunque propongo due, sette, quattordici. — O che sia benedetta, si cucia la bocca, saltò su a dire un'altra, ma le sballa proprio da pigliarle con le molle; io... io ho trovato il bandolo; dov'è il libro dei sogni... che numero fa la stola? Quanto fa crocifisso? — Gesù mio, che mi tocca a udire! miagola la terza beghina, o che il crocifisso è un sogno? I numeri non si hanno da rilevare dai sogni, bensì da casi che sono cascati veramente sotto occhi aperti. A monte il libro dei sogni, miriamo un po' in altri libri quanto fa Venere, Amore e... — Lei svagella, signora Girolama, sarebbero quattrini buttati nel Naviglio; o che non sa che la Fortuna si è fatta cristiana? Ella si recherebbe a scrupolo di bazzicare con quei figuri degli Dei dell'antichità, che in fine dei conti erano tanti demoni. — Che la Fortuna sia stata battezzata in duomo, io non l'ho sentito mai dire; ci crederò se mi porta le fedi. Intanto veda qua, dei giorni della settimana cinque sono consacrati da lei ai demoni: lunedì a Diana, martedì a Marte, mercoledì a Mercurio, giovedì a Giove, venerdì a Venere, che non sempre per lei fu il diavolo; il sabato al Dio degli ebrei; la domenica sola al nostro Signore. O sa che cosa ho da dirle, signora Paola? — Che cosa, signora Girolama? — Che i suoi discorsi mi puzzano di zolfo. — E i suoi di scemo.
Si separarono: ognuna giocò da sè; persero tutte; una ne rovesciò la colpa su l'altra: unione acre nelle vecchie la devozione; si potrebbe definire la pellagra dell'anima.
Il curato, affrettando il passo, è giunto senza intoppo fino alla sala d'ingresso, ma qui fu che mi cascò l'asino; egli vide schierarglisi contra in acie ordinata Egeo, il questore suo amico e due guardie di pubblica sicurezza. Il questore, senza tanti amminnicoli, secondo la usanza dei tre quarti e sette ottavi dei questori, messa la mano sul braccio al prete (già si sa che nei questori, come in ogni altro membro della polizia, tra mano e lingua corre parentela strettissima, sicchè alla lingua non riesce parlare se la mano non agguanta: nelle costoro orazioni la perorazione tiene il posto dell'esordio) gli disse:
— O reverendo, o che va nel deserto a sagrificare al Dio di Abramo?
— Mio buon signore, che dice mai?
— Dico che il troppo leggere il Testamento vecchio gli ha fatto venire il capo grosso. Adesso a lei pare d'essere diventato un ebreo.
— Io!
— E di più crede questa casa terra di Egitto, Faraone il signor Egeo; di fatti, ella, come gl'isdraeliti, si parte di qua col buono e col meglio della casa... oh! non vede che di petto a lei uno idropico non c'è per nulla? La si compiaccia passare in quest'altra stanza.
— Ma con chi ho l'onore di parlare?
— Col questore di polizia.
— Scusi, io non ho niente a fare con lei.
— Ma sono io che ho da fare con vostra signoria reverendissima.
— Rifiuto recisamente.
— In questo caso, guardie, ammanettate costui come ladro colto in flagrante e trasportatelo a piedi alla questura.
— Obbedirò per forza.
Il prete di pallido diventò giallo; le passioni dei preti non conoscono altri colori; le tinte del loro arcobaleno circoscritte a due; tinta di odio e tinta di paura; giallo di burro e giallo d'uovo; entrambi andati a male.
— Come le pare, ma obbedisca.
— Però protesto.
— Quanto vuole; favorisca.
Il prete entrato nella camera a parte, sempre infellonito, ma vedendosi capitato in male branche, così favellò:
— Signor mio, noi non siamo usi a saccheggi nè a piraterie; la buon'anima della signora Amina, non potendo disporre altrimenti delle sue sostanze, a me suo confessore consegnava spontanea certi oggetti di sua pertinenza, onde io ne disponessi a seconda della sua intenzione; anzi, poichè senza offesa del segreto sacramentale, questo posso palesare, per erogarli in suffragio per l'anima sua, e per quella di un altro defunto, del quale avrà forse... senza dubbio contezza il signor Egeo. — E qui gittò di traverso un'occhiata ad Egeo, che parve un colpo di lesina. — Ora io domando, signor questore, se il suo governo, non contento di tribolare i vivi, astia che sieno sollevati dalle pene anche i morti!
— Signor curato; innanzi tutto le ricorderò che il mio governo è anche il suo, e poi che egli veglia perchè i cittadini tutti osservino le leggi. Qui in casa il padrone è il signor Egeo; e voi, lo giudico dalle vostre parole, non ignorate il contratto intervenuto fra la sua consorte e lui. E quando ciò non fosse, chi vi dà il diritto di entrare nelle case dei cittadini, col pretesto di religione, per isvaligiarle? Come mi proverete che la signora Amina vi donava quanto eravate in procinto di portar via?
— Il mio carattere sacro non basta?
— Passò l'usanza.
— Allora io non devo nè posso invocare altra testimonianza, quando anche non avesse a Dio spiegate l'ale...
— La bell'alma innamorata, continuò cantarellando il questore. — Bravo reverendo, ma bravo, la ci va fino di Lucia di Lamermoor...
Ma il reverendo, quasi sdegnoso di servire di bersaglio ai motteggi plebei del questore, soggiunse con molta dignità:
— Ecco che io depongo quanto mi fu dato liberamente, protestando però davanti agli uomini e davanti a Dio del sacrilegio commesso sopra la mia persona.
— Eh! reverendo, vi risponderò come un dì rispondevano i vicerè di Sicilia a quelli che li minacciavano ricorrere a Dio e al re per le loro angherie; Dio è in alto e il re lontano; però quanto ha fatto non basta, bisogna che adesso estenda la sua compiacenza a farsi frugare dalle mie guardie, le quali nello esercizio di questa parte penosa del loro ministero uniranno, vostra reverenza non ne dubiti, uniranno alla solerzia ogni possibile riguardo.
— Come, ardireste mettere le mani su l'unto del Signore?
— Poi ci laveremo le mani col sapone.
Il curato tremava di rabbia e di paura; l'abitino gli pesava al collo; onde rivolto ad Egeo, con piglio che parve terribile ed era codardo, esclamò:
— Ah! siete voi, signor Egeo, proprio voi che volete si strugga nel fuoco penace il meschino di cui gli occhi appannati dalla morte stavano perpetuamente innanzi alla vostra defunta? Voi che esponete agli ultimi oltraggi un sacerdote di Dio?
— Ma io... rispose Egeo esitando. E il prete mascagno chiappa la mosca a volo e rincara la posta...
— Or bene, io vi ammonisco, e riponetelo bene nella mente, che non passerà l'anno che voi vi raccomanderete a mani giunte perchè accetti e porti all'altare di Dio la offerta che gli contrastate adesso: prima che scada un anno vi cito a comparire innanzi la Corte di assise del paradiso, per rendervi ragione del vostro iniquo operato...
— O a me non tocca? domanda il questore.
— Di voi e dei pari vostri non si occupa Dio... nè il diavolo; oggi m'insolentite per ordine del padrone; domani, se il padrone ve lo comanda, mi bacerete le mani; voi non avete diritto all'odio altrui; qualcheduno, per mera generosità, potrà disprezzarvi. Adesso, signor Egeo, fatemi frugare come un borsaiolo.
Egeo, per coteste parole, sentì smuoversi dentro; lo prese il tremitò e balbettando pregò l'amico questore lasciasse andare in pace il curato: anzi stette in forse di pregarlo a ripigliarsi la roba che affermava avergli dato l'Amina, ma non ebbe il tempo, perchè il curato, tiratosi il mantello su gli occhi, appena n'ebbe agio, come uno spettro, sparì.
— Ouf! sospirò egli a petto dilatato, appena si fu chiuso nella camera della sua canonica, sono stato a un pelo di passare per occhio; tamen, anche per questa volta san Pietro non ha calato la rete in mare invano; e tratti fuori della tasca dell'abitino della Madonna del Rosario i biglietti di banca, li ripose in compagnia degli altri con arti non migliori acquistati.
Singolare poi fu quest'altro, che Egeo, quantunque non fosse Filippo e molto meno il Bello, pure per lui il curato fu Giacomo Molay, e la citazione di lui per comparire innanzi che finisse l'anno al tribunale prese a trottargli pel capo; la sua fantasia si accese pensandoci su; all'ultimo la sua salute ne rimase alterata: muscoli, nervi, ossa e le altre parti del suo corpo, come creditori arrabbiati dello attendere lungo, si presentano a un tratto per farsi pagare i vecchi conti, si voltavano al vizio onde li sollevasse dalle sequele dello abuso ch'ei ne aveva fatto: aggiungi che nei casti amplessi maritali egli aveva non già sorbito, ma tracannato il veleno sifilitico; e se più breve fu in lui la infermità che sfilaccicò la vita della sua moglie, non per questo ci la provava meno spasimosa: appena ne sentì i morsi, mandava pel curato, il quale venne sì, ma con un viso che pareva Longino. Tosto egli prese a gettargli nell'anima tali e tanti terrori da fare rizzare i capelli, non che ad altri, al Biancone di Piazza; per un pezzo continuò il tristo gioco del gatto col topo con lui, finchè un bel giorno, ficcategli le granfie in corpo, lo costrinse a lasciargli con amplissimo testamento quanto si trovava a possedere, il quale si giudicò oltre il valsente dei quattrocentomila franchi senza vincolo di sorta alcuna, comecchè corresse fra loro la condizione tacita che la eredità si avesse a dividere in tre parti eguali, di cui una avesse a servire pel suffragio dell'anima sua, l'altra per quella di Amina, finalmente la terza pel povero innocente tradito da tutti, e per giunta morto senza sacramenti. Anzi negli ultimi giorni della sua vita provava consolazione grandissima a contare col curato quante messe, quanti uffizi e quante esposizioni del venerabile sarebbero toccate per anima; non rifiniva mai di raccomandare al curato, badasse bene che la ripartizione si facesse giusta; ogni avanzo si applicasse sempre all'anima del povero innocente. Ricordare Omobono non si attentava; solo, in extremis ebbe il coraggio di susurrarne il nome nell'orecchio al prete.
— E soprattutto, egli disse, vi raccomando Omobono, anche prima di me.
Le quali parole fornirono argomento al prete, ogni volta in seguito gli veniva fatto favellare di lui, di uscir fuori con questa scappata:
— S'egli si fosse trovato alla passione di Gesù Cristo, poteva darsi il caso ch'egli ci presentasse la parte del buon ladrone.
*
E per rendere a tutti la dovuta giustizia, il curato non bruciò il pagliaccio a quelle anime poverine, imperciocchè se si mostrava scarso con esse a uffizi e a esposizioni, di messe ne spedì loro a bizzeffe, tutte asciutte e ben condizionate, uscite dalla sua fabbrica, e per maggiore precauzione celebrate tutte da lui.
Ancora eresse un monumento a Egeo, di marmo di Carrara, però ravaccione; e, come stato un dì professore di rettorica, di sua mano (doveva dir testa, ma io so ch'ella non ci ebbe che fare) gli compose l'epitaffio in latino: stette un pezzo fra due se ci avesse a incastrare l'integer vitæ, scelerisque purus di Orazio, ovvero l'insignis pietatis vir di Virgilio; alfine vinse Virgilio, ed Egeo di Gorgonzola resta raccomandato ai posteri per le medesime qualità che, secondo quello ci racconta Virgilio, ornarono Enea Troiano.
FINE DEL TERZO VOLUME.