— Ah! proruppe dal cuore Fabrizio, toccato sul debole, se non fosse Dio che mi tenesse le sue sante mani in capo... a quest'ora!...
— Lascia Dio a casa sua, che qui non ci ha che fare; di' che ti tiene la tua superbia o piuttosto la tua sterile vanità.
— Sarà come volete; ma tanto è, una ripugnanza invincibile mi respinge indietro... e poi adesso mi casca nella mente un'altra considerazione: alle gravi spese di casa come potrei sopperire io? La bella e cara Bianca, da noi unicamente diletta, a modo di farfalla che folleggia da fiore a fiore, s'inebria volando di piacere in piacere... ella forma tutta la mia felicità... il mio orgoglio... il mio tutto; ditemi, socero, mi somministrerete voi il danaro che mi mancherà?
Non così pronte si ritirano foglia di vergognosa, o corna di lumaca al tocco altrui, come di subito si chiuse il Vinneri a cotesta mazzata, ma poi riaprendosi a poco a poco incominciò a dire:
— Quando la dovesse andare a cotesto modo sarebbe sempre una cosa passeggera; non si mettono gli ortolani al buio, perchè ingrassati facciano poi nobilissima mostra sopra le mense signorili? Lo stesso, alla più trista, avverrebbe di voi; ma voi non correrete neanche questo pericolo, perchè... perchè il ministro non fa penuriare di danari i magistrati zelanti, che spendono in solerti ricerche dirette a prevenire i delitti comuni, e più i politici.
— E qual profitto mi viene dai danari che spendo per cause inerenti al mio uffizio?
— O te beato eletto al regno dei cieli! Possibile che tu sia così povero di spirito da non comprendere che il ministro, quando vuol provvedere di danaro i suoi beniamini, trova sempre qualche onorato pretesto, onde questi possano darsi ad intendere che non lo mangiano a ufo.
— Io questo so, che quando accetti il mandato di adoperare il danaro altrui per un fine prescritto, se te lo intaschi commetti furto.
— Ecco le solite ubbie: di' su, quando il sarto o il calzolaio ti porta il conto, lo paghi tale e quale, oppure ci fai la tara?
— Io ci faccio la tara.
— D'incanto. Ora, se fai la tara per te, di certo la farai per gli altri, e questa tara ti potrai legittimamente appropriare, perchè da un lato corrisponde ad una tua industria e dall'altro ad una liberalità di animo riconoscente per parte delle persone che impieghi. Aggiungi che in moltissimi uffici, dove per ragione d'impiego l'uomo è costretto, oltre il lavoro ordinario, a prestare opera straordinaria, si ricompensa sempre con supplemento di onorario: di simile natura giusto è il tuo: veruno ti obbliga a vegliare tutta notte, onde altri dorma tranquillo, nè a mettere a repentaglio la tua pelle perchè non isforacchino l'altrui; dunque parmi di tutta equità che ti abbiano a pagare le vacazioni come ad ogni altro impiegato quando lo mandano in gita. La differenza consiste in questo, che agli altri il ministro dispensa il danaro da sè, per te lo rimette nella tua discrezione.
— Andrà tutto bene, ma rifiuto recisamente, conchiuse Fabrizio abbottonandosi l'ultimo bottone del soprabito e facendo atto di andarsene; senonchè il Vinneri, agguantatolo per la mano, lo tirò giù di forza dicendo:
— Non ti licenzio ancora; compiaciti sedere per altri cinque minuti, e ti chiarirò meglio la cosa. Fabrizio, parliamo aperto, ora che siamo a quattro occhi: sai tu chi ti ha procurato tante liti a patrocinare? Io. Sai tu chi te le ha fatte vincere? Io; adoperando coperti accorgimenti; e molle segrete di cui non importa discorrere. Tamen anche le arti della più astuta accortezza all'ultimo si fanno scorgere, perchè dal frutto indovinano il seme. Adesso sai tu a che ne siamo? Te lo dirò io. I tuoi colleghi hanno fatto ricapitare al ministro di grazia e giustizia un lungo memoriale, dove punto per punto si specificano le cause da te avvocate, le ragioni dedotte nelle tue scritture, i motivi delle sentenze, e si prova come senza scandoloso favore tu non potevi vincere in onta al diritto espresso ed alla pratica di giudicare. Infatti, io lo confesso, il troppo amore per te e per la cara Bianca mi ha tolto il lume dagli occhi. Ma ci ha di peggio: i deputati della opposizione minacciano di farne un richiamo in Parlamento, studiosi di dare il gambetto ai ministri; di ciò fu ammonito segretamente il ministro da parecchi esploratori che mantiene nel campo nemico...
Fabrizio si coperse la faccia senza profferire parola; il Vinneri dopo breve silenzio continuò:
— E con bellissimo garbo mi faceva avvertito ch'egli intendeva risolutamente antivenire cotesta botta traditora, non potendo nè volendo esporre a cimento le fortune della monarchia e il credito delle istituzioni costituzionali...
— E il suo portafogli...
— E il suo portafogli, questo ci va sottinteso: per ciò mi proponeva due partiti, entrambi accettabili; lasciandomi la facoltà di eleggere: i quali erano o trasferirmi alla presidenza di altra Corte in forma onorifica per me, ovvero, accettata la mia renunzia.... capisci bene, la mia renunzia inviarmi alla Corte dei conti per liquidare la mia pensione...
Qui successe una seconda pausa, e poi riprese:
— Se consideri attentamente, conoscerai come l'un partito e l'altro torni del pari esiziale al tuo interesse; se scelgo la traslocazione, mi metteranno al collo la croce di grande ufficiale di qualche ordine del regno, come il sasso al collo del cane che vuolsi affogare, e mi butteranno in Arno, o nel Serchio, o nella Polcevera; se risegno l'ufficio, eccomi diventato inutile più di uno scaldaletto a mezzo luglio: io non ti posso più aiutare; non difenderti allorchè tutti ti piglieranno a bersaglio dei loro strali avvelenati dalla vendetta nel fiele della invidia: i miei stessi colleghi, sta' certo, per ricattare la reputazione di servili verso di me, si sbracceranno a mostrarsi una volta e mezzo più servili al mio successore, il quale aspettati addirittura nemico. I clienti diserteranno dal tuo studio: ed a ragione, l'interesse te li diede, l'interesse te li toglie; la calamita tira altrove; e tu che presenterai allora in società? Un fiasco bevuto, una festa fatta, un barbero scoppiato nel correre il palio... e non metto in conto il motteggio maligno, le trafitture, e più acerbo di ogni altra cosa il filo di rasoio del compatimento... datemi la corda, un maglio su la testa, di una scure sul collo, mettetemi nella botte spuntonata di Attilio Regolo, dentro il sacco dei parricidi, ma risparmiatemi, oh! per amore di Dio o del diavolo, l'arsenico del compatimento... Ora, dirimpetto a codesto stato da far venire il mal dei denti ai cani, poni una carica onoratissima con promessa di sollecita promozione e l'insegna da cavaliere, insegna che ogni fedele democratico si fa caso di coscienza di sprezzare lontana e di agguantare vicina con tutte e due le mani, per tenere come l'antico colosso di Rodi la gamba destra sopra un plinto e la sinistra su di un altro, intantochè le navi gli passavano di sotto. Io te l'ho già detto e te lo torno a dire: queste faccende le sono come i denti, dolgono nel nascere, ma poi ci si mastica (veramente il proverbio non parla di denti, bensì di altra cosa, che al presidente non giovava rammentare, nè a Fabrizio udire).
— Ecco, esclamò doloroso Fabrizio, mi tocca a entrare nella magistratura come un dannato nello inferno!
— Ubbie! Da quando in qua si è sentito dire, che il diavolo dia ai dannati seimila lire di pensione all'anno, oltre quello che fa la penna, e la croce per giunta? — Bazzica i santi il diavolo?
— No.... sono questi che consegnano la loro anima nelle mani al diavolo.
Il Vinneri avendo fatto con molta arguzia notare come l'uscita di Fabrizio dal ruolo degli avvocati gli era stato un togliere il dente alla vipera, riuscì a mantenersi nell'ufficio, dove non procedendo diritto (chè simile facoltà non si confaceva alla sua complessione), bensì dando un colpo al cerchio ed un altro alla botte, potè barcamenarsi.
Troppo più duro stato ammanniva la fortuna a Fabrizio. Tutti gli si rovesciarono contro, così buoni come tristi; i buoni, per pietà dello strazio che loro pareva venisse fatto della morale pubblica da esempi tanto abominevoli; i tristi, perchè il pane quotidiano che implorano recitando il paternostro sia l'avvilimento altrui, non già che nella vilezza universale si stimino di più, bensì perchè si disprezzino meno. Calunnia è pei buoni mal comune mezzo gaudio; che i furfanti al male altrui sentano ricrearsi vero è pur troppo; vive una gente nel mondo, la quale reputa i dieci comandamenti insulti fatti alla sua libertà di coscienza, e quelli che li osservano aguzzini inviati per angustiarla. Il misero uomo beveva l'obbrobrio nell'aria; gli aperti oltraggi amari, non meno acerbi gli altri velati da parole freddamente urbane: non passa giorno che gli antichi colleghi, approfittandosi della licenziosa libertà della toga, non gli menassero manrovesci in faccia, sicchè ormai pareva non vi dovesse rimanere più luogo ad altri sfregi; tutto lo irritava, tutto pungevalo; perfino gli atomi che lo fasciavano gli parea che il pungessero. I vecchi amici, se da lontano lo scorgevano, svoltato il canto gli sparivano dinanzi; se mai se lo trovano addosso da non poterlo scansare, ecco fingevano ripulirsi il petto da qualche pagliuzza, ovvero portavano la mano sugli occhi, quasi gli ci fosse entrato un bruscolo; infiniti i pretesti e atrocemente ingegnosi per non salutarlo, per iscansarlo e per fingere di non accorgersi della sua presenza in un luogo. Ora la canatterìa dei giornalisti gli si avventa dietro latrante e mordente; pare un cignale corso in caccia; certo egli le sanne mostrava tinte di sangue, qualche cane traendo guai casca sventrato intorno a lui, ma rossi eziandio erano i denti dei cani, ed a taluni pendevano dalla bocca i brindelli della sua carne. Ne aveva perso il sonno e l'appetito; parlava da sè, o rispondeva come se taluno lo chiamasse fuori del mondo: indizio di follia che si avvicina; si guardava fisso davanti, quasi persona gli desse soggezione, ovvero teneva gli occhi bramosi a terra, imperciocchè egli ormai non tirasse più le sue ispirazioni dal cielo, ma sì dalla polvere: e la congiuntiva degli occhi non gli comparisca più bianca, al contrario iniettata di sangue, e in parte tinta in color fosco, pari a quello della fuliggine: sopra la fronte immoto il pallore della morte e del peccato.
Fabrizio sperpera ogni dì il suo ingegno nella persecuzione di volgari delitti commessi da gente volgare: nè anco lo strepito dei trivi lo assorda, nè manco il polverio che si leva dalle pubbliche strade lo accieca: si spossa a portare fimo come ogni altro più vile giumento; e il guaio non rimane qui, chè le angustie della domestica economia, le quali da prima lo punzecchiavano a mo' di mignatte, adesso lo mordono come mastini: danaro da spendere nella polizia preventiva non gliene offrivano, e a chiederne non si attentava; e ad ogni modo non avrebbe saputo a cui rivolgersi per averne. Ma il bisogno, implacabile boa constrictor, stringendo ogni giorno più forte, deliberò conferirne con la dilettissima Bianca.
Non lo avesse mai fatto, che la dilettissima Bianca, sentendosi minacciata a scemare servidorame, soffiò, miagolò peggio di gatta spaventata: avvampante in volto, impetuosa nelle parole e nei gesti, giurava non potere farne a meno nè manco di uno. O che si ha da licenziare la cameriera? E allora chi mi pettina, chi mi veste, chi mi lava, chi mi stira, chi cuce? e via via. Accommiateremo il cuoco? Peggio... chi va al mercato pel vivere, chi cucina, chi mette in tavola... e quando viene gente a pranzo come rimedieremo? La donna di mezzo? Chi spazza, chi acconcia le camere, chi rifà i letti, chi dà il bucato, chi lo riceve? E alle lucerne pensi tu, Fabrizio? A lustrare le scarpe, a spazzolare i panni ci pensi tu, Fabrizio? A portarti la mattina, quando ti svegli, il caffè nero al letto ci pensi da te, Fabrizio? Misericordia! non ha tante parole un leggio quante n'ebbe la Bianca in cotesta occasione; le cateratte della loquacità donnesca si apersero diluviando. Fabrizio, non avendo l'arca per ripararcisi dentro, tacque e scappò.
La necessità più forte di lui schiuse le gavigne alla Bianca, la quale bel bello si trovò ridotta a tenersi dintorno una serva sola: però l'assottigliare la uscita non bastava, occorreva crescere la entrata, e per questo non ci si trovava ripiego: e poi finchè si scarniva il necessario per la famiglia fino all'osso, la donna, quantunque con afflitto animo, ci si adattava; ma a toccare le spese di lusso, o come le si sogliono chiamare di comparsa, guai! Piuttosto morasi di stento in casa, ma il superfluo lascisi stare.
Se considerate tutte queste cose, vi figurerete quale inferno fu quello quando Fabrizio, lasciandosi cascare su di un seggiolone con le braccia abbandonate, significò alla moglie non avanzargli in tasca più tanto da tirarsi innanzi quel giorno: essere forza mettere la mano su qualche diamante per campare.
Io, lo confesso addirittura, mi trovo corto a colori ed a similitudini per descrivere le disperazioni di Bianca; nè mica finte, all'opposto verissime e lacrimevoli; empì il cielo di strida dolorose; si strappò i capelli, corse per la casa come frenetica; per furore non pianse; solo dagli occhi stralunati sprizzava faville; cascò in deliquio, violentissime convulsioni la sorpresero, in breve ora gli affetti isterici la ridussero a mal partito, tantochè Fabrizio, il quale l'amava teneramente, ne sentì compassione e paura, onde, racconsolatala come meglio gli venne fatto, uscì di casa recandosi difilato presso un cristiano circonciso, o ebreo battezzato, sua conoscenza vecchia, per impegnare l'orologio, quantunque a lui per le necessità del suo ufficio fosse indispensabile più del pane.
Scarso sollievo; stilla di rugiada su la pelle di un dannato; pochi giorni dopo, patite tre o quattro strappatelle, fu mestieri cedere ad uno squasso maestro della fortuna... Ma che Agar, madre infelice, quando, abbandonato il figliuolo Ismaele sotto una palma, se ne va lontano a piangere per non vederselo morire su gli occhi! Due cotanti più angoscioso lo spasimo della Bianca nel vedersi staccare dal seno un diamante: dopo averlo co' più cari nomi chiamato, e con i più acerbi rinfacci garrito della sua ingratitudine, serrò gli occhi e si pose a letto chiusa in un tetro silenzio.
Talora pensava Fabrizio fra sè: chi mai lo avrebbe sospettato! Esclamazione dei tre quarti dei mariti dopo un mese o due di matrimonio, e questo perchè la natura dipinge la passione a buon fresco, e la educazione poi la ritocca a secco: i ritocchi a secco col tempo cascano, ma la pittura a buon fresco rimane. Prima di portarla non si può sapere se farà male la scarpa, e finchè le non si daranno le mogli a prova io non ci vedo verso di evitare simile pericolo.[30]
Già eravamo presso a finire la moneta ricavata dalla vendita del diamante, e Fabrizio, rifuggendo dal rinnovare le parti dell'ebreo Shylock,[31] quantunque a malincuore, si fece a trovare il socero, il quale da un pezzo in qua visitava la figliuola di rado e sempre più breve; questi lo accolse con visibile imbarazzo: avesse potuto svignarsela! Ma poichè altra via non gli si parava dinanzi, eccetto la cappa della stufa, voltata faccia alla fortuna con la consueta inverecondia, tra le altre queste cose favellò al suo genero:
— Caro mio, tu lo sai, dalla mia paga in fuori io non possiedo in questo mondo un becco di quattrino; nell'altro non credo averci fatto troppi avanzi. Però io non te lo tacqui; tu non potresti dire onestamente che ti abbia posto di mezzo: ci dovevi pensare prima di metterti in mare; senza biscotto non si naviga, nè tu eri un pargolo da ignorare come stia la cuffia a Crezia, e assai praticasti la Bianca per prendere di lei conoscenza intera: questo ti ho voluto dire per rammentarti che io non ti piantai dinanzi il dilemma: o mangiare questa minestra o saltare questa finestra, non già perchè valga a levare un ragnatelo da un buco. — Mettiamo dunque in sodo, ch'io non posso sovvenirti in nulla; — e non lo devo: non mi fare bocchi, Fabrizio, che io te lo provo. — Con l'onorario di presidente e trovandomi solo, su per giù alla meglio me la sgabello da pari mio: ora figurati ch'io te ne dessi un terzo; che ne avverrebbe? Patirei io, non solleverei te: scomparirei io e non compariresti tu; e poichè uno di noi altri due deve stare allo stecchetto, io, dal mio punto di vista, ho ragione a volere che ci stii tu; e ciò con tanto maggior fondamento, in quanto che dipenda proprio da te volerci stare, perchè pretenderesti che le beccacce ti volassero intorno alla mensa belle e arrostite coi crostini sotto l'ale e la salsa in un cestino nel becco!
Ah! tu presumi che ti vengano a profferire fino a casa il danaro? Alla rana, che non chiese, non fu data la coda.
— Ma io non sono uso a chiedere. Ho creduto convertirmi in magistrato, non già in accattone per limosinare alla porta dei conventi dei frati una pentola di minestra.
— Qui non ci entra minestra, bensì raccogliere moneta, che basti per provvedere alla pubblica sicurezza ed al pranzo intero di magistrato rispettabile...
— E posto che io mi piegassi a chiedere, ma dove avrei a volgere le mie domande?
— Di questo dovresti informarti tu, ma per me credo con molti la via retta più corta, e per ciò difilato al presidente del Consiglio dei ministri.
— E s'ei non mi dà udienza?
— Le sono coteste pituite di malinconia; S. E. ascolta tutti per essere di natura urbanissimo, e poi per debito d'ufficio, massime quando si tratta di ufficiali preposti alla sicurezza pubblica.
— Caso mai mi ammettesse al suo cospetto, e che potrei dirgli io? Io mi consumo correndo dietro a furti, ingiurie, ferimenti, omicidi e via discorrendo, tanto da parere un gatto che si sbizzarrisce a ruzzolare trucioli. Non mi è capitato mai un delitto di spolvero; mi tocca stare terra terra come la porcellana; ed io non mi posso mica stampare una causa celebre da mandare sottosopra gli uomini e i giornalisti.....
— Come! Che avete detto?
— Io? Dico quello che mi hanno insegnato le sacre carte: pulsate et aperietur vobis; chi cerca trova. La tua promozione e la insegna di cavaliere mi furono promesse; però a patto che dovessero servire di compenso a qualche segnalato servizio da te reso al governo, e fino ad ora la fortuna non ti ha fatto gli occhi dolci; ma, caro mio, buona cura vince sventura: perchè non ti sei tenuto bene edificato il ministro? Perchè non t'insinuasti fra i suoi familiari? Bisognava tu t'industriassi a entrare in grazia a taluno di casa sua; nei principii non bisogna stare sul doge; innanzi di celebrare le messe si servono: tale, ricordati, entrò in palazzo per la gattaiola, che poi all'uscirne non gli bastò gli aprissero le porte a due battenti... ma adesso, lo vedo anch'io, mi sembra tardi... siamo con le spalle al muro... tanto è, mi proverò a toccarne di nuovo al ministro... ma anche tu, vedi, avresti a fare una cosa... dovresti... mandare... anche a nome mio... a sollecitare... il ministro... la Bianca.
— La... Bianca?
— Sicuro, o che ci trovi tu di sperpetua? Forse non ci vanno tutto giorno a frotte le principali gentildonne del regno?
— La Bianca!
— Già, caro mio, la è cosa vecchia, che quando ci si mette di mezzo una donna si ottiene presto e bene. Considera questo, anche la nostra religione cattolica ci persuade ricorrere alla intercessione della Madonna, perchè Dio ci faccia la grazia. La donna, o sia madre, o figlia, o sposa, ascoltasi benignamente sempre e da tutti, i cortesi perchè si sentono commossi, gli zotici soggiogati: anche quando non si voglia o non si possa concedere la cosa domandata, è difficile che la donna si trovi messa alla porta con maniere inurbane: insomma, la donna esercita soave e nonpertanto irresistibile violenza sopra l'animo dell'uomo o con la bellezza, o con la favella, o con la pietà... Vedi... il cuore mi presagisce che se mandi la Bianca a perorare la tua causa presso S. E., tu riuscirai di certo.
— E voi ci avreste mandato la vostra moglie?
— Io? Ma sicuro, quante volte mi è occorso ho mandato la moglie ai ministri, e anche a S. M. il nostro augusto padrone, e me ne trovai sempre bene.
— E non vi sorse nell'animo...?
— Che mai?
— Il sospetto... capite... vorrei che voi m'intendeste.
— Ohibò! Nè manco per sogno. In primis mi rendeva tetragono ai colpi del sospetto la inestimabile stima professata da me a quella santissima donna, che fu la tua socera, e poi la moralità a prova di bomba dei personaggi cui ella si faceva a sollecitare nell'interesse della famiglia. Se avessi mai potuto concepire un sospetto sopra di lei, sai tu quando avrei sospettato? Allorchè si andava a confessare.
— Ma le dicerie della gente maligna non vi mettevano in pensiero?
— Chi mal pensa, male abbia: per abbaiare di cani non si eclissa la luna. A te bastino per quiete dell'animo la rettitudine delle tue intenzioni e il conoscimento della dignitosa coscienza e netta della tua consorte.
— Per me ce ne sarebbero di avanzo; il male è che non bastano agli altri: noi pur troppo viviamo incastrati nel mondo, e se sarebbe viltà condannarci a fare a modo suo, nè anco possiamo avere la prosunzione di fare in tutto a modo nostro; specchiatevi in Cesare, che non sofferse neppure tenersi attorno la moglie sospettata.
— Caro mio, tu hai da sapere che cotesti esempi antichi sono come i pesci, i quali non si mangiano senza prima levarci le lische. Cesare potè gettare polvere da gonzi negli occhi ai Quiriti, nei nostri dì ai vecchi criminalisti non avrebbe potuto: egli prima afferma Pompeia innocente di adulterio con Clodio, e poi la repudia. Tu hai a convenire che simile contegno, se gatta non ci covasse sotto, non avrebbe capo nè coda. To'! prima la proscioglie da ogni colpa propria, e dopo la punisce per la colpa altrui; intendi che Cesare sapeva di avanzo che cosa aveva bollito in pentola, ma aborrendo tirarsi addosso la nomea di minotauro, argomento perpetuo di trafittura, comecchè immeritata, volle donare a Pompeia la prova legale della sua onestà rispetto al pubblico; tra lui e lei la prova legale non bastava per levare di mezzo la prova reale; quindi scappò fuori col gingillo che hai detto per rimandarla a casa. Il popolo, il quale nei grandi ammira di più quello che intende meno, plause al logogrifo; noi altri posteri, che spesso non ereditiamo i beni degli antenati, e la imbecillità loro ereditiamo sempre, lo abbiamo a volta nostra applaudito; ma tu, caro mio, vivi sicuro che Cesare, anche innanzi di passare in Brettagna, sapeva di essere stato in Cornovaglia. Ed ora, che adempiendo al debito io ti ho avvertito, tu fa' quello che giudichi più vantaggioso per te; dal canto mio non mancherò sovvenirti come posso; ed ora lasciami in pace, che mi aspettano a pranzo dal conte Seigatti, il quale è in procinto di essere promosso senatore; e tu sai che un desinare riscaldato è delitto di lesa cucina.
Fabrizio, ritornato a casa, si mostrava più balordo del solito: sopraggiunta la notte, alla moglie chiedente se andavano al teatro rispose aggrondato: no; se a veglia: no; se a fare due passi: no, no, con sempre crescente cupezza; allora la Bianca si spogliò cheta cheta e si mise a dormire.
Fabrizio rimase levato a passeggiare per la stanza da letto.
Vittore Ugo nei Miserabili ha scritto di certa procella sotto un cranio, che a diritto viene stimata mirabile cosa; ora, anco sotto il cranio di Fabrizio turbinava una fiera tempesta: io non la descriverò, imperciocchè porre il piede dove altri lascia l'orma non mi garbò mai e non mi garba: chi va dietro altrui non gli va mai innanzi, così Michelangelo Bonarroti lasciò per ricordo a me e a tutti quelli che ne vogliono approfittare: pertanto io, sentendomi pure incapace di precedere in niente nessuno, ad ogni modo desidero camminare con le mie gambe. Devo però avvertire che la conchiusione di Fabrizio mise capo a termine del tutto diverso da quello del Valjean; imperciocchè questi si risolvesse a magnanima azione, mentre Fabrizio si decise a partito in apparenza onesto, ma nel suo cuore sentito abietto; già incomincia a contentarsi che le sue azioni di faccia a sè e ad altrui paiano non sieno quello che dovrebbono essere. Ma la Francia è il paese dei miracoli; colà i galeotti solo (in grazia dei romanzieri, i quali ne spediscono loro le patenti) godono il privilegio di compire le belle imprese; in Italia la galera è galera; qui il ladro non avviene mai che sostenga la parte di Agamennone, mentre persone stimate dabbene troppo più spesso che non vorremmo commettono lamentabili bruttezze.
Fabrizio, presentita la Bianca se avrebbe provato repugnanza di presentarsi a S. E. il presidente del Consiglio dei ministri, per sollecitarlo allo adempimento delle promesse fatte in pro suo, sentì rispondersi da lei: magari! che non avrebbe fatto per avvantaggiare il suo caro marito e sè? veramente nel fôro della coscienza, come accade sempre, la sintassi procedeva in ordine inverso, che il sè veniva prima ed il marito dopo; alla quale diversità, d'altronde di poco rilievo, vanno ordinariamente soggetti gli umani pensieri nel viaggio che fanno dal cervello alla lingua.
Dunque ella andò.
Il ministro, un po' per iattanza, difetto che sta agli ingegni petulanti come i nèi alla bellezza procace, e un po' per le moltissime faccende che lo assediavano, soleva dare udienza dalle ore dieci di notte fino alle tre, alle quattro, e talvolta fino alle sei del mattino; nella libidine di lode costui si riprometteva che la gente udendo della sua prodigiosa solerzia dovesse esclamare: Atlante, sostenitore su le sue spalle il mondo, è redivivo; Briareo centimano, figliuolo del Cielo e della Terra, dall'olimpo ha trasferito il suo domicilio nel ministero dello interno!
Non avendo la Bianca riputato spediente chiedere udienza particolare, si mise in combutta con gli altri attendenti. Gli uscieri però, obbedendo al comando dei superiori, costumavano introdurre prima le donne, poi gli uomini, per la qual cosa se la Bianca non entrò per la prima, nemmeno fu l'ultima ad essere introdotta; messa dentro, si rinvenne circondata da tenebre, onde su quel subito pensò: i ministri sarebbero per sorte come i gatti, che vedono al buio? Ma ciò accadeva per essere vastissima la stanza e il ministro se ne stesse seduto davanti una immensa tavola nell'angolo opposto diagonalmente a quello ove si apriva la porta donde la donna era entrata, ed egli per giunta si riparasse dietro un grande paravento, per amore degli sbocchi di aria che irrompevano continui nella stanza da cinque porte, le quali senza posa aprivansi e chiudevansi: aggiungi che la lampada incappellata non ispandeva lume oltre una zona di poco più larga della tavola. La Bianca, confusa dal tempo, dal luogo e dal buio inaspettato, peritandosi a un tratto di comparire davanti a personaggio tanto spinto allo empireo dall'interesse di pochi e dalla pecoraggine di molti, si fermò, nè prese animo a muoversi finchè una voce squillante di piacevol suono le ordinava:
— Avanti!
La Bianca, essendosi sentita rimettere il cuore in corpo dalla benignità di cotesta voce, si fece innanzi graziosa e leggera...
Signora, o che la mi permetterebbe ch'io in due tocchi la informassi del come si presentò vestita la Bianca a S. E. il ministro? Veda, con uno schizzo mi sbrigo. Che la Bianca fosse una leggiadra femmina già io gliel'ho detto; forse più leggiadra che bella, ed anche questo, parmi non averglielo taciuto, sicchè fermi al chiodo del come apparve vestita: mi sembra vederla..... oh! senta. Portava un cappellino di velluto nero guarnito di una piuma nera cadente da un lato; la fodera di raso colore bianco-perla inquadrava (se avessi descritto il marito era più proprio il vocabolo incorniciava, parlando della moglie mi sembra stia meglio inquadrare) la sua magnifica capellatura, donde scaturiva il gambo di una rosa con alquante fogliuzze dintorno, la quale pareva si arrampicasse lungo la parete di raso bianco; la rosa era artificiale, s'intende, ma bisogna dire che non se ne sarebbe accorta la stessa natura, tanto compariva eccellentemente fatta. La venusta donna, a rendere più compìto l'inganno, l'aveva intinta leggermente nell'essenza di rosa. Se o busto, o imbottitura, o faldetta avessero emendato in lei qualche vizio del seno, o dei fianchi, per me non glielo posso dire; fatto sta che Diana cacciatrice non gli avria desiderati più belli, tanto fasciati dalla casacca di velluto nero cotesti della Bianca apparivano divini; non portava cintura, nè altro ornamento di sorta, eccetto due bottoni di diamanti agli orecchi ed uno spillo pure di diamante, che teneva appuntato un nastro intorno al collarino di punto di Malines: la gonnella di grossa stoffa di seta marezzata colore smeraldo; le mani brevissime e snelle coperte di guanti bianco-grigi pari alla fodera del cappello.
Il ministro con gli occhi fitti nel buio vedeva avanzarsi una figura, che di attimo in attimo rivelava maggiore avvenenza; e quando sul volto e la persona di lei, entrata nella zona luminosa, la lampada diede in pieno il suo splendore, egli rimase estatico a contemplarla.
Ed ella, signora mia, sarà bene che avverta, il ministro, quantunque due o tre denti finti avesse in bocca, e degli anni fra il tocco e non tocco verso i cinquanta, essere stato piacevolissimo uomo, lindo, attillato e di modi urbani quando se ne ricordava: con l'amore egli non aveva avuto mai baruffe; al primo assalto dava le mani vinte, a patto però che non lo incatenasse; ed ora con le parole di messer Francesco Petrarca, quel solenne maestro di amore, avrebbe potuto dire:
Io ardo quanto son men verde legno.
Come per ordinario avviene, la Bianca si trovò imbarazzata dello imbarazzo del ministro; si guardavano, tacevano, si riguardavano ancora, e non sapevano come rompere il diaccio; la stupidità aveva fatto loro nodo alla gola; nè so come la sarebbe ita a finire, se non avesse balenato un sorriso sopra le labbra di ambedue: per lui cotesto sorriso fece le parti di Mercurio; per lei quelle d'Iride: quegli messaggero di Giove, questa di Giunone: sciolto il gelo, le parole vennero giù anco troppe; la donna dritta come filo di spada al suo scopo, ch'era la promozione del marito e la croce dei soliti santi per giunta: il ministro si difendeva alternando uno scambietto a destra ed ora a sinistra, da mettere la disperazione addosso al più svelto toreador che siasi trovato a repentaglio co' tori meglio maliziati dell'Andalusia: accenna di sotto, vibra di sopra, batte finte, diritte, striscioni, manrovesci, fendenti, insomma tutte le industrie della scherma pose in gioco la donna (e bada ch'era tutto talento naturale non perfezionato dall'arte), sicchè il ministro, messo alle strette, soffiava come se avesse salite mezze le scale che avevano a condurlo in paradiso; alla fine, facendo uno sforzo, con accento risentito le disse:
— Mia signora, ho promesso promuovere il suo signor marito, ed anche ottenergli dalla liberalità del re nostro signore e padrone la croce dei santi Maurizio e Lazzaro, e non mi disdico; solo le piaccia ricordare ch'io ci apposi la condizione necessaria ch'egli rendesse prima al governo qualche servizio segnalato, il quale mi fornisse motivo plausibile per chiedere alla Corona siffatta liberalità, per non chiamarla parzialità; altrimenti, che cosa potrei io dire al re? Come giustificarmi di faccia all'opposizione?
— E che cosa è questa opposizione, che sembra darle noia?
— Ecco, nel Parlamento intervengono sempre due signore, una attempata e pingue come avvezza a non lasciarsi patire; l'altra più giovane e mingherlina perchè esposta a digiuni non comandati; la prima fa il mestiere di dire sempre sì; la seconda al contrario quello di dire sempre no.
— Ho capito, una specie di suocera e nuora; ho indovinato?
— Giusto, così a un dipresso com'ella dice.
— Non le si dà retta e si tira innanzi pel nostro cammino.
— Circum circa è quello che vorrei fare sempre io, ma qualche volta non riesce, e qui sta il guaio dei governi costituzionali; ma, per tornare al nostro proposito, il servizio che posi per patto alla promozione del suo signor marito egli potrebbe renderlo, ed io lo so... veruno lo sa meglio di me; e conoscendolo in facoltà di farlo, dalla sua renitenza arguisco il mal volere. Un partito, mia signora, o piuttosto una setta quanto debole di numero, altrettanto potente di scelleraggine e di audacia, cospira a mettere sottosopra l'ordine sociale e rovesciare la monarchia: importa spengere il male nei suoi primordi: ora, il suo signor marito conosce questi colpevoli conati quanto me... più di me... altro non dico; questo gli riferisca... adempia il debito suo, ed io non mancherò al mio.
La Bianca capiva, e non capiva, ma uscendo a cotesto mo' dal ministro, le sembrava tornarsene a casa con le mosche in mano, onde insisteva per cavargli di sotto qualche cosa di attuale, di effettivo, sicchè nell'ardore della perorazione piegò alquanto il fianco su la tavola, e abbandonato il busto sopra il braccio destro, con la mano si fece a puntellare il volto, di cui gli occhi brillavano di lacrime e i labbri raggiavano di sorrisi: un giorno di primavera.
Mi rincresce proprio che qui la similitudine del rospo e del cardellino non c'incastri, perchè nè anco con le tanaglie si potrebbe paragonare la Bianca con un rospo, molto meno il ministro a un cardellino, e tuttavia questi sentivasi attratto irreparabilmente verso di quella; ma egli, facendo uno sforzo supremo e appuntellate le mani ai braccioli del seggiolone, si alzò di scatto, e porta con bel garbo la destra alla Bianca, così le andava susurrando negli orecchi:
— Mia signora, ella è troppo bella, nè io abbastanza vecchio perchè la sua prolungata dimora qua dentro non dia luogo a commenti ingiuriosi alle persone che qui fuori aspettano impazienti: a me preme troppo la sua reputazione, mia bella signora, per patire che ciò avvenga... mi conceda pertanto il piacere di accompagnarla... e così dicendo si accostava bel bello verso la porta.
La mano di lei aperta e nuda posava sopra la mano aperta e nuda di lui, ricambiandosi fiumane terribili di fluido elettrico; i globuli del sangue al ministro pareva che gli corressero il palio a campanile dentro le arterie verso il cuore; per la quale cosa costui, da quel sagace diplomatico che egli era, per lasciare l'addentellato a nuovi avvenimenti, intantochè l'accompagnava, lasciò cadere, come monete in terra per tentare altri a raccattarle, queste parole:
— Dove mai... se per avventura (locuzione piemontese proprio del Piemonte) si desse il caso.... se ella reputasse spediente... di suo interesse... avere un'altra... qualche altra conferenza meco... ella adesso conosce a prova come il luogo meno adatto per trattare meco di affari sia per lo appunto il ministero...
Al che la Bianca rispose prontissima:
— O chi para, solo che piaccia a lei, vederci altrove?
E questo la donna disse con tanta ingenuità e suono naturale di voce, che il ministro ci rimase preso, onde per non indurla in sospetto egli si trattenne da stringerle la mano, anzi con accento un po' burbero aggiunse:
— Ebbene, vedremo... ella tenga in sè... occorrendo... sarà avvisata fino a casa.
Si separarono, e la Bianca scendendo le scale mulinava nel segreto dell'animo questi pensieri: — come sono baggiani questi uomini che la trinciano a talentoni: o per le corna, o per le orecchie, o per la coda, noi altre donne li agguantiamo sempre quando ci piace. Credono menare e sono menati, come dice Mefistofele del dottor Fausto.
Di fatti certo dì, per mezzo di discreto messaggero, ella ebbe avviso, il ministro aspettarla nel proprio palazzo; l'ora assegnata giusto quella in cui Fabrizio correva come gatto dietro ai trucioli, a perseguitare volgari facinorosi; in capo alla via una carrozza chiusa l'attendeva; entrerebbe in palazzo non già per la porta maestra, sibbene per la porticina, che si apriva su di un vicolo. — Ella intese e andò.
Andò, e da quel giorno in poi i diamanti da lei venduti furono ricattati; nè questo solo, ma ai diamanti di stras, che per penuria di moneta ella aveva tenuti fin lì mescolati co' buoni, ne surrogò altrettanti per purezza di acqua mirabili. Il marito poi non si accorgeva di niente, come quello che inesperto di siffatte novelle non sapesse distinguere i brillanti dai culi di bicchiere.
Fabrizio, per le insistenze della moglie, e per le pittime del socero, aveva messo il cervello a partito in traccia del modo di soddisfare ai desiderii del ministro; pensandoci su comprese come gli sarebbe tornato facile ad un punto e difficile: anche per lui tutto stava nell'allungare la gamba e saltare il fosso (chè la similitudine del passo del Rubicone è troppo pomposa) alla maniera del Menabrea, e la sua coscienza errava di su e di giù a guisa di anima lungo le rive dell'Acheronte, che non si trovi l'obolo in tasca per pagare il navalestro infernale; provava la sensazione dello arrostito vivo a lento fuoco; forse sarebbe morto col picchiotto della porta del delitto in mano, sempre incerto di battere per farsi aprire, ma un punto solo fu quello che lo vinse.
Ai quotidiani vituperi discorsi, scritti e stampati co' quali lo perseguitavano gli antichi compagni, se ne accrebbe un altro, che veramente colmò la misura: pubblicarono un foglio a guisa di avviso di asta, mediante il quale si fingeva dare ragguaglio dell'esito dello incanto a cui erano state esposte persone diffamate, fra le quali il presidente Vinneri, il sostituto procuratore regio Fabrizio e la Bianca moglie di lui: mediante cotesto foglio informavasi il pubblico che il Vinneri, come roba di presa, era stato comprato per un sacco di ossa; di Fabrizio essere andato deserto lo incanto, perchè il governo lo voleva acquistare col ribasso del venti per cento sul prezzo di stima; la Bianca liberata a S. E. il presidente del Consiglio dei ministri con la riserva dei vizi redibitori.
Il mordace libello destò nei maligni, vale a dire in sette ottavi dei cittadini, risa inestinguibili; per due o tre giorni la marea crebbe, poi cadde, dove caddero sempre vizi e virtù, eroi e furfanti — nell'oblio. — Però lo ingiuriato non dimentica nulla; segna la ingiuria con una tacca nel cuore e lo pone in custodia alla vendetta.
Quantunque ognuno dei tre presi di mira dal libello famoso dovesse rifuggire da tenere proposito di cotesta brutta avventura, pure riuscì loro impossibile tacerne del tutto. Il Vinneri ogni discorso circa cotesto argomento finiva stendendo l'indice sul piano del tavolino, come se intendesse ficcarcelo a forza, e con una maniera di squittìo ripeteva: — Adagio, veh! a modino, ma senza pietà.
La Bianca, al contrario, avvampava, le braccia menava in giro smaniosa come ale di molino a vento, trasaliva convulsa minacciando nientemeno che gettarsi dalla finestra se il marito non la vendicava: — Venti... venti giovani animosi, se fosse rimasta fanciulla, a quest'ora si sarieno presentati a vendicare la sua fama: non avere unita la sua sorte a quella di un uomo per trovarsi impunemente insultata; — però Fabrizio, buio, volgeva nell'anima cupi pensieri; andava a se stesso dicendo:
— Potrà il mio socero accusare di calunnia chi lo vitupera carnaccia venduta? E non è forse vero che io mi vendei, e che ora sto per rivendermi? E Bianca... non è ella figlia di suo padre... e moglie mia?...
E levava gli occhi infellonito sopra la donna amata, ma questa presentava la bellissima sembianza così umilmente pura, così baldanzosa di santa fierezza, che un angiolo ci si sarebbe posato sopra prima di spiccare il volo verso casa, cioè al cielo.
Non vengano fuori a magnificarmi l'acqua di Felsina, nè il Cold Cream degl'inglesi, e nè manco i produits de la société hygiénique de Paris... perchè a levare ogni rossore dal viso, e fare in modo che non ci compaia più, non ci è quanto l'acqua benedetta che faccia la mano di Dio, e la Bianca ci si lavava due volte il giorno almeno. Dove il diavolo fece pasqua fu quando Fabrizio, ventilate le probabilità della innocenza e della colpa di sua moglie, conchiuse:
— Se l'oltraggio è falso, merita vendetta una volta sola; se vero, due; perchè nel primo caso si tratta di esaltare la innocenza, nel secondo seppellire la vergogna, e me danneggia più la infamia, che non avvantaggi l'onore: mi vendicherò! — Queste parole parvero il tonfo che fa la lapide lasciata andare nello incastro del sepolcro; — di vero Fabrizio con quelle parole chiuse la bocca dello avello della sua coscienza, recitandovi sopra: requiescat in pace.
Adesso, pel buono intendimento del racconto, ci occorre ricordare come i veri e primi fattori della restaurazione italica, avendo sperimentato truci non meno che implacati persecutori tutti i principi così domestici come forestieri, non escluso, anzi capitale fra essi, quello che dai cortigiani si suole ora chiamare magnanimo, si dedicassero interi al culto della repubblica. Allorchè poi la prepotenza dei casi costrinse Carlo Alberto, per interesse di regno, a zelare la salute della nostra patria, non gli bastando a tanta mole le armi regie, accolse, lusingando, le forze rivoluzionarie, per avventura male atte ad assettare gli Stati, a vincere tirannidi potentissime; e queste subito e lealmente si strinsero a lui, o perchè più della libertà amassero la patria, o perchè supponessero invano affaticarsi per la libertà se prima non si fondava la patria, o perchè sbagliassero. Condotte a felice compimento le guerre patrie, molto per fortuna e un poco per virtù di popolo, quali lo ingegno e le opere dei repubblicani? Vari i concetti. Taluno avrebbe aderito alla monarchia, nella fiducia che s'ella si mostrò inferiore alla sua fama su i campi di battaglia, si sarebbe fatta perdonare la sua sconcezza in guerra procedendo laudabilmente negli studi di pace. Altri più severi vollero mettersi da parte, come quelli che andando convinti la monarchia non potere vivere se non di sangue della libertà, pure aborrivano, per compiacere ai propri concetti, mettere a subbuglio l'ordine pubblico; così la monarchia non avversata avrebbe potuto fare le sue prove seguendo il corso delle vicende umane. Colpa o fortuna (ma si reputò colpa) in breve parve la prova fatta; la monarchia giudicata; opera perniciosa patirla; peggio aiutarla. Ecco, affermarono i repubblicani, per maligna virtù della monarchia la Italia annega dentro un pantano di viltà due cotanti più funesta delle vecchie e molteplici tirannidi: di libertà non parliamo, e nè di senno amministrativo, e di virtù militare, nè di tutto quello onde un popolo fiorisce in casa e sale in fama fuori, e conchiusero rispetto alla monarchia a mo' di Catone Seniore in odio a Cartagine: Monarchia delenda est. Però, ripigliando le armi contro la monarchia, i repubblicani non si sono trovati d'accordo sul modo di combatterla non ci cadde screzio, ma nè anche vi ha concerto: vecchi taluni, molti i giovani, e ogni dì crescenti. I primi, secondochè la esperienza li persuade, assai si ripromettono dal tempo, che matura i frutti della repubblica tanto al sole della libertà, quanto col fracidume dei regali strami; gli altri scalpitano impazienti, di nulla si fidano che non sia taglio di spada e di niente si compiacciono se non sia scerpato di stianto: quelli più che nelle armi pongono speranza nello intelletto; questi più che nello intelletto nelle armi: i primi operano a cielo aperto con la parola e con gli scritti, e come alla Musa chiesero un giorno la patria, e l'ebbero, così adesso implorano libertà dalla scienza e dalla virtù, dannando agli dei infernali la miseria e l'errore; gli altri non respingendo simili partiti, esito più sicuro si aspettano e meno tardo dall'opera delle mani: quindi, ragni indomati, eccoli a rinnovare la fiera tela delle cospirazioni; armi apparecchiano e munizioni; provvedono danaro; si visitano nelle tenebre, con le speranze si esaltano, con le minacce e con le pene, se occorre, spaventano; niente li atterrisce, perchè il pericolo contiene in sè qualche cosa d'inebbriante; e il martirio esaltando gli spiriti novera a migliaia gli eroi; di nulla patiscono difetto, perchè reputano gloria levarsi il pane dalla bocca per darlo alla libertà: niente li trattiene, perchè per loro il coltello è materia al sacramento di morire combattendo la tirannide: si danno, per così dire, scambievolmente la disciplina con due flagelli del pari laceranti, comecchè uno composto di odio e l'altro di amore. Le astrattezze di costoro, che appaiono a primo aspetto più che divine, dove avvenga che trovino ostacolo diventeranno meno che umane; non aborrita la insidia; santificato il tradimento; tutte le sètte così; e Roma, perpetua setta, non tuffò il pugnale nell'acqua santa?