Mel diè il gran Sisto, e il benedisse pria.

Giustizia, urlano, giustizia a modo del tremendo Dio degli ebrei; e vuol dire sterminio: a terra dunque i monumenti testimoni di vecchie e nuove tirannidi; dilaghiamo sopra le città maledette una alluvione di fuoco: o che Dio ed i re hanno soli il privilegio d'incendiare Sodoma, Gomorra e Mosca? Anche il popolo ha fame di fiamme come di pane, e non ruba a veruno l'arnese per accenderle.

Di parecchie delle più scapigliate sètte torbidissimo socio era stato Fabrizio; capo non già, che i capi delle congiure ai giorni nostri sono pochi, e non compariscono; quei che si mettono, o lasciano che si mettano innanzi, e' sono materassi e balle di lana, che gli antichi ponevano penzolone intorno alle rocche per ammortire la veemenza delle palle balestrate dalle bombarde nemiche; e d'altra parte la setta è la tenia di qualunque governo, che lo roderà irrimediabilmente se non arrivi a estirparne il capo, e forse non gli gioverà nè manco questo, perchè il talento di opposizione sia parte inerente alla natura umana, e le cause dell'opporsi non mancheranno mai.

Chi conosce Fabrizio ormai sa se costui nella sua superba prosunzione fosse uomo da accomodarsi sincero alla disciplina che vuole gli uomini tutti uguali ed in tutto; costui si buttava in terra come i Titani per cavarne forza a primeggiare su gli altri.

Avverto che ho scritto Titani così per dire, imperciocchè i cospiratori volgari più che ad altro si rassomigliano ai formicolai, dai quali, ove tu li scompigli con la punta del piede, vedrai uscire frotte di formiche spaventate; però come le formiche presto si rassembrano, e rimessi dalla paura minacciano; quando si accorgono che veruno li bada, allora profetano; persuasi poi che la stirpe dei profeti finì con Malachia, salgono in bigoncia del diario settimanale (respiro corto della democrazia) e quindi maledicono come il papa maledice; chi butta loro un tozzo e chi una sassata; per ultimo sgonfi dopo avere sognato dittature, ministeri e tribunizi troni, e repubblicane lussurie, vanno a finire ricevitori del dazio consumo; taluno guardia di pubblica sicurezza o deputato.

I veri capi potenti d'ingegno, di virtù e di tenacità, subodorati gli spiriti cupidi e soperchiatori di Fabrizio, avevano praticato con lui il vecchio insegnamento: loda il matto e fallo correre; sicchè egli ormai persuaso essere l'anima della congiura, e senza di lui non potersi far nulla, non si dava più posa; egli visitatore notturno, egli arringatore ruinoso; superlativo sempre nei consigli, nelle parole, e nei gesti; egli inesausto scrittore di proclami incendiari, viaggiatore, arrolatore, collettore e propugnatore dei partiti più disperati; e mentre il povero uomo sè reputava maestro di cappella, in somma lo annoveravano fra i secondi violini appena.

Un'altra cosa avverto, ed è la strana facilità con la quale parecchi cospiratori, anche dei principali, a mo' di esempio il Mazzini, si commettano alla fede altrui; si comprende come ciò derivi da quella stessa necessità che sforza il marinaro ad esporsi alle tempeste; nè fin qui, ch'io sappia, fondaronsi compagnie di sicurtà per le congiure, come pei sinistri della navigazione: al genio del male è pur mestieri pagare la gabella; basta che le radiche restino; i ribelli sono e si chiamano legione.

Fabrizio pertanto nell'arduo mestiere del cospiratore si era scelto un fratello di arme, un altro sè stesso: pieno del sentimento della propria infallibilità, non chiese informazioni, ed avvertito che il nuovo amico Sotero viveva insieme col padre, speziale di Corte, che con devozione pari aveva ministrato cristei a tutti i reali di Savoia, e però stimavasi universalmente fedelissimo servitore della monarchia, egli giudicò avere trovato proprio il fatto suo, cioè uomo e luogo sicuri per depositare le carte del conventicolo; come di vero egli gli consegnò, perchè nella paterna casa costui li conservasse, tutti i documenti di propria mano stesi o ricevuti da altri, relativi a quanto a suo intuito era stato operato.

Innanzi di dare principio al perverso disegno concepito nella sua mente, Fabrizio pensò alla necessità suprema di ricuperare cotesti fogli; quindi di notte tempo avuti a sè un giudice istruttore e parecchi giandarmi, ordinava loro che in quella medesima notte eseguissero alla chetichella diligentissima perquisizione in casa Sotero; non omettessero stanza nè stambugino, nè per opposizione alcuna si arrestassero; ed essendosi accorto che il giudice d'istruzione esitasse, come quegli a cui pareva, e non lo tacque, che la cosa non procedesse a termine di legge, Fabrizio gli disse:

— La non si confonda, così siamo intesi con chi fa la legge, ed io piglio tutto sopra di me; solo raccomando discretezza.

Come venne loro ordinato, il giudice istruttore e i giandarmi eseguirono con garbo bellissimo e precauzioni infinite, onde i casigliani non si accorgessero dell'accidente. Rovistarono, rimuginarono fino a farsi colare il sudore dentro le scarpe, ma non rinvennero nulla. All'ultimo, dopo quattro e più ore di ricerche inutili, presero, per non parere, un fascio di carte come venivano venivano, e il giudice piegato il capo all'orecchio di Sotero gli sussurrò:

— Sono dolente...

— Ho inteso, rispose Sotero, le hanno dato l'incarico di menarmi in prigione? — E rideva, perchè hassi da avvertire che costui, fino dal principio della perquisizione, non aveva smesso di ridere, non per braveria, o per beffe, bensì proprio di cuore, sicchè il giudice istruttore n'era rimasto più di una volta sconcertato.

— La è cosa da nulla, sa, viviamo in certi tempi, che questo benedetto governo ha paura di tutto, e questi benedetti giovani, bisogna pur dirlo, non cessano un momento di metterlo in orgasmo.

— Capisco, una bagattella da andarmene all'ergastolo a vita: articolo 156 del codice penale. Non è vero, compare? — E così favellando percoteva familiarmente la spalla del giudice. — Pazienza! Ebbene, dov'è il mandato di cattura?

— Eh! essendoci io stesso, che sono giudice, non parve necessario il mandato.

— Che diavolo dice mai, signor giudice! O gli articoli 188 e 192 del codice di procedura penale gli ha ella messi nel dimenticatoio?

— Ma senta, non si tratta mica di condurlo in carcere per un fatto preciso che le venga imputato, bensì per un certo tal quale riscontro che preme all'autorità superiore.

— E qual è di grazia questa autorità superiore?

— La discretezza, signor mio, capisce bene... non mi permette...

— Io capisco che il nome dell'autorità che ordina la cattura dev'essere espresso sul mandato; dov'ella non me lo dichiari, protesto non venire.

— Via, non faccia da cattivo... stia bonino... tanto con lei si può parlare — e a voce sommessa bisbigliò il nome di Fabrizio.

Allora sì che le risa rinnovaronsi più strepitose che mai, e quando Sotero l'ebbe alquanto quietate riprese:

— Non occorre altro... andiamo. Babbo: a rivederci domani... forse prima che faccia giorno... ad ogni modo non mi aspetti a colazione... andrò al caffè.

A piè dell'uscio li aspettava una carrozza, dove il giudice con perfetta compitezza invitò Sotero a salire, dopo entrarono i due giandarmi, ultimo il giudice.

— E adesso in prigione! esclamò Sotero appena adagiatosi in carrozza; ma il giudice, che si sentiva addosso lo sgomento per la singolare baldanza dell'arrestato, subito di ripicchio:

— Ma noe... ma noe... semplice arresto, non equivochiamo.

— Eh! tra carcerato in arresto e arrestato in carcere mi pare non ci possa cadere equivoco. Ma ciò non monta: stanotte a V. S. non garberà interrogarmi, perchè vedo che casca dal sonno, ed io non canzono; dunque dormiamo; domani a quale ora V. S. giudica essere in comodo d'interrogarmi?

— Secondo i casi... perchè, capisce... noi altri...

— Non ci è casi che tengano, ho bisogno saperlo per assestare gravi interessi. Se ella vorrà di tanto essermi cortese, io le prometto cucirmi la bocca sopra le irregolarità della perquisizione e dello arresto, dove posso trovare materia da farlo cacciare dieci volte almeno dallo impiego...

— Oh! che dice mai? esclamò il giudice atterrito; e Sotero rincalzando:

— Dunque, cortesia per cortesia.

— Ebbene, tra le dieci e le undici le garberebbe?

— Sia come vuole, la prigione è fatta apposta per aspettare, ed io non ho fretta...

— Siamo intesi, tra le dieci e le undici?

— Sì, signore.

Se l'arrestato non era, al malcapitato giudice non riesciva assicurare la sua presa in prigione, imperciocchè il direttore delle carceri si rifiutasse ricisamente a riceverlo, non gli parendo che la cosa procedesse in regola; per levare il vino dal fiasco intervenne Sotero, il quale assicurò il direttore non sospettasse di guai; egli stesso pregarlo a dargli ospitalità per cotesto scorcio di notte, perchè il suo ritorno in cotesta ora a casa avrebbe dato disturbo, ed egli non reggersi in piedi.

— Come così è, rimanga servito — e lo condusse in una celletta bella e apparecchiata, perchè i direttori delle carceri usino tenere allestite le prigioni come i becchini le fosse; tanto da un punto all'altro non può mancare chi le riempia. Fu calcolato che delle creature umane ne muoia per tutto il mondo una per minuto secondo, vorrei sapere a ragguaglio di tempo quante ne vadano in prigione.

La mattina di poi Sotero, prima delle sette, fece chiamare il direttore, e coll'aria spigliata di persona usa di favellare con sottoposti gli disse:

— Signor direttore, voglia avere la compiacenza di procurarmi quanto occorre per iscrivere una lettera.

Ebbe il necessario: scrisse la lettera, la sigillò e poi sporgendola al direttore incominciava:

— Ella farà in guisa... — Ma il direttore interrompendo rispose:

— Io non posso acconsentire che di qui escano lettere senza il visto dei giudici istruttori...

— Anzi, Sotero prosegue senza neppure badarlo, mi occorre ch'ella si pigli il disturbo di portare da sè questa lettera e attenderne la risposta. Come V. S. può vedere, io la dirigo a S. E. il presidente del Consiglio dei ministri; lo troverà senz'altro nel suo palazzo, dove ella non indugi ad andare; prenda questa carta e la dia al servitore perchè la passi al signor presidente, e vedrà che non la faranno attendere.

Anche in cotesta occasione si trovò vero il proverbio che il mondo è fatto di cui se lo piglia; il direttore a sua posta rimase soggiogato, e sì che burbero uomo era, e se sopra di lui premeva una legione di uomini che lo costringevano ad obbedire, troppo maggiore egli ne calcava un'altra sotto di sè, che sforzava a obbedirgli: umilissimo si prestò ai comandi di Sotero, e tolta la lettera si affrettò portarla al suo destino: avendo per curiosità gettato lo sguardo su la cartolina, lesse scritto: da parte di, e poi stampato: Sotero B.; per la quale cosa strettosi nelle spalle, mulinava fra sè: o costui è pazzo, o qui l'oste ha sotto il gatto.

Di vero accadde al direttore giusto quello che gli aveva presagito Sotero.

Il giudice istruttore il giorno appresso, puntuale meno per la parola data che per la curiosità di vedere la fine della strana avventura, alle dieci e pochi minuti si presentava alle prigioni, dove il suo stupore crebbe trovando Sotero seduto davanti una mensa fornita alla grande, che faceva colazione, il quale, scorto appena il giudice, lo invitò gentilmente a tenergli compagnia, e siccome questi si scusava, egli insistendo diceva:

— Andiamo via, io la consiglio a fare buona provvista di forze, dacchè ella avrà a sostenere meco lunga battaglia e faticosa; intanto ordini al signor cancelliere di allestire carta, penne e calamaio, insomma tutto l'armamentario necessario alla operazione.

Il giudice non abbocca, sicchè Sotero continua sempre in tono dileggiatore, per la qual cosa il giudice stava fra due, se dovesse senza cerimonie astringerlo all'interrogatorio, ovvero pigliare la lepre col carro; giunto al caffè, Sotero, sempre gentile, ne profferiva una tazza al giudice aggiungendo:

— Oh! una tazza di caffè non si rifiuta mai: per lui si mantengono gli spiriti vivaci; dicono che i veneziani ne fanno grande uso appunto per non cascare addormentati nelle lagune; — e in così dire lo mesceva al giudice male repugnante.

Intanto il cancelliere, avendo compìto il debito suo, si baloccava con la penna fra le dita, impaziente come un barbero al canapo. Sul più bello, e mentre Sotero forbitosi la bocca diceva al giudice: — Eccomi da lei — entra nella stanza il direttore, e con atteggiamento del devoto, il quale riverisca il santissimo Sacramento, accostasi a Sotero, che con aria da protettore gli dice:

— Ben levato, direttore, che abbiamo di nuovo?

— Signore... signore... scusi... perchè io non vorrei mancare al rispetto dovuto a V. S... ella è cavaliere?

— Potrebbe darsi... ma non me ne rammento... ad ogni modo tiri innanzi, che cavaliere o no, non fa caso.

— Ebbene, abbiamo che V. S. è libera, liberissima di andarsene quando le pare e le piace; anzi le dichiaro che qui dentro io non lo potrei più tenere; se vuole favorire nel mio appartamento io me lo recherò a grazia superiore alle mie speranze.

— Bene... bene... grazie... me ne approfitterò per un'altra volta.

— La si accomodi, ma si ricordi di avere in me un umilissimo servitore.

— Alla occasione ce ne rammenteremo.

Il giudice stava a bocca aperta, non sapendo in qual mondo si fosse; ma riavutosi dal primo sbigottimento, lo istinto sbirresco del male captus, bene detentus[32] prese il disopra alla prudenza, onde levatosi con viso acerbo esclamò:

— Come può essere questo? Badi, signor direttore, a quello che fa! Lei corre rischio, nientemeno, di perdere l'impiego.

— Caro avvocato, pensi ella ai casi suoi, che per dare retta a lei ho corso pericolo di trovarmi sul lastrico: favorisca di qua...

E condottolo nello scrittoio, aggiunse.

— Veda, io mi sono salvato per miracolo — e così dicendo gli pose sotto al naso uno scritto breve, il quale sonava così:

«Illustrissimo sig. cav. direttore,

«Per ordine superiore e per servizio di Stato, metta immediatamente in libertà il signor Sotero B. senza trattenersi a cosa in contrario.

«Il Presidente del consiglio dei ministri N...»

Il povero giudice allora, trasecolato e atterrito, interroga il direttore:

— E chi diavolo è costui che pare tanto potente? Forse un principe?

— Più.

— Un cavaliere della Santissima Annunziata?

— Troppo più.

— Un figlio bastardo di...?

— Più ancora, più ancora: lo vuole sapere?

— Magari.

— Glielo dirò, ma buci — e in così dire si pose l'indice lungo la bocca e il naso — egli è una spia.

Rientrarono, e Sotero ordinò al direttore mandasse per una carrozza, la quale venuta, il direttore e il giudice si fecero debito di accompagnarlo sprofondandosi in inchini. Il cancelliere poi mantenne la sua dignità sapendo che i premi non erano per lui, e guai non ne temeva,

.... che il folgore non cade

Su basso pian, ma su l'eccelse cime;

onde con la compostezza medesima con la quale aveva disposto i suoi arnesi, li rimise dentro per adoperarli in pro di qualche altro più fortunato di Sotero. Arrivato Sotero allo sportello della carrozza, stesa la mano al direttore, lo ringrazia della cortese ospitalità, accertandolo ne avrebbe conservata buona memoria.

Qui si trasse innanzi il giudice, il quale belando gli si raccomanda a non tenere rancore contro di lui; pensasse al suo stato di subiezione, sempre e poi sempre costretto, anche contro la sua volontà come contro coscienza, ed in ispreto della legge ad obbedire.... ah! se non fossero cinque figliuoli e la moglie che gli stanno alla vita, quattro più che i serpenti a Laocoonte; ma ormai ci sono... mi raccomando in visceribus; — ci contentiamo non ci faccia male; metto me, i cinque figliuoli al suo servizio.

— Io non la tengo in parola, sarebbero troppi. La si calmi, non sono vendicativo io; nè so vedere in che ella mi abbia offeso: sappia che approvo e lodo gli impiegati zelanti, i quali senza tante invenie obbediscono agli ordini dei superiori quali essi sieno; — anzi, in prova di perfetta amicizia, si compiaccia salire in carrozza col signor cancelliere, che vo' procurarmi l'onore di accompagnarla. In carrozza ha condotto me, in carrozza permetta che io conduca lei.

— Ma le pare! Adesso mi corre il debito andarmene difilato a informare di quanto accadde il signor sostituto del regio procuratore.

— Tanto meglio, che io pure mi dirigo costà, e pel suo medesimo motivo.

— Come così è, andiamo.

Sotero persuase facilmente il giudice a lasciarlo discorrere con Fabrizio prima di lui, che con quattro parole avrebbe dato recapito ad ogni cosa, risparmiandogli forse parecchie mortificazioni; per ciò, mentre se ne stavano dinanzi la porta del regio sostituto, Sotero, girata all'improvviso la maniglia, penetrò nella camera di Fabrizio senza che l'usciere lo annunziasse. Fabrizio, crucciato ad un punto e spaurito, afferra i braccioli della sedia e si leva su a scatto; senonchè Sotero gli si pone ridente a sedere di faccia, dicendogli:

— Non ti disturbare; rimanti assettato, che io vengo ad informarti di faccende meritevoli di tutta la tua attenzione. Nel cammino nel quale ti sei messo, caro Fabrizio, è mestieri maggiore cautela di quella che hai mostrato fin qui; altrimenti tu farai il viaggio dei gamberi. Tu hai mandato stanotte ad arrestarmi fustibus et gladiis, ed hai commesso tre solenni scappucci; non t'inquietare, stai attento, Fabrizio, e' sarà per tuo bene; primo scappuccio; d'ora in avanti, quando procederai ad arresti di persone prevenute del delitto che mulini apporre a me, bisogna tu gitti la rete in tondo e ne faccia tutta una giacchiata, altrimenti i colombi ti scapperanno...

— Sotero, io non sono qua...

— Ed io, Fabrizio, sono qua per istruirti; dunque stai zitto e attento; scappuccio secondo, tu mi hai fatto arrestare senza mandato: per questa volta non ci è danno, ma non ti ci avvezzare. Signore! abbiamo tanti mezzi di fare tutto quello che ci piace in buona regola, che la è proprio da collegiale spencolarsi senza pro. Nei paesi liberi come il nostro la illegalità tu t'hai a figurare che è un grimaldello, il quale ti apre le dieci e le venti serrature ma all'ultimo ne incontri una dove ce lo rompi dentro con tuo danno e discredito della magistratura. E tu a quest'ora avresti a sapere che le brutte e le bruttissime cose ai superiori piacciono a patto che tornino utili e non mettano il campo a rumore; ripeto, con me non ci è danno, ma tu non lo sapevi; però l'esito non discolpa la tua sconsideratezza. Terzo scappuccio: prima di arrestarmi hai tu cercato di conoscere ch'io sia, e se poteva io fare più male a te che tu a me, e se avrebbe giovato meglio al tuo assunto ch'io stessi in prigione, ovvero fossi libero?

— E in che tu puoi nuocere, in che giovare? Chi sei? Che sospetti?

— Io non sospetto; per debito di ufficio, a cui adempio troppo meglio che tu al tuo, io sono al giorno del processo che stai fabbricando, però aspettava da un punto all'altro di essere chiamato da te per metterci d'accordo...

— Debito di ufficio! Ma tu chi sei? Chi sei?

— Io sono, rispose Sotero con certa aria solenne, studiando inverniciare di onestà la sua ribalderia, io sono un fedelissimo suddito del re nostro signore e padrone; figlio di un padre che ha servito sempre con devozione i suoi sovrani, uno che fu allevato, beneficato e largamente favorito dai nostri principi, che Dio feliciti, in parte per compenso dei servizi resi dai suoi maggiori e in parte per incoraggiamento a renderne dei nuovi... quindi io, Fabrizio, posso vantarmi di avere fatto sempre il mio dovere; il soldato difende il sovrano dai nemici esterni; noi lo difendiamo dagl'interni... in apparenza diverso e col consenso dei superiori, in sostanza sempre lo stesso... non ho mutato mai... capisci; non ho mutato mai.

— E le carte che io ti consegnava! esclamò Fabrizio, picchiandosi forte della palma aperta la fronte.

— Io le consegnai religiosamente nelle mani del ministro dello interno; quelle che venivano da te egli ritenne; le altre, sempre di commissione superiore, affidai a quell'energumeno di Zaccaria Recanati, che la trincia da Giuda Maccabeo della repubblica, vuole annegare tutto il genere umano nel Mar Rosso; non gli basta il petrolio, invoca un diluvio di fuoco come a Gomorra, sicchè per le sue sgangheratezze è cascato in uggia anche ai compagni... a lui preme principalmente schiacciare la testa... non già perchè il più pericoloso, ma sì più chiassoso.

E qui avendo notato la faccia disfatta di Fabrizio e lo abbattimento che si era impadronito di lui, per dargli coraggio riprese:

— E ora che costernazione ti piglia? Se il governo ti dà mano a imprendere questo processo (ed io mi ti offerisco disposto a dartene due), ciò ti dichiara espresso che delle tue carte non fa caso, nè te le mette a carico: per me giudico che a quest'ora ei le abbia distrutte: anche in questo io mi ti proffero per aiutarti, e sta' sicuro che quando ti dirò io: poni il piede qua, tu non affonderai nelle fitte. Per ora addio. Se mi vorrai, manda per me di notte come di giorno, e risparmia giandarmi, chè io appartengo alla specie degli agguantatori e non all'altra degli agguantati. Qui fuori aspetta il giudice istruttore, quasi basito dalla paura di perdere l'impiego: rimettigli il cuore in corpo; però negli affari che ti premono non ti valere di lui: di denti non manca, ma per tuo governo sappi che non è can mastino abbastanza, e poi svagella dalla miseria... e addio.

A Fabrizio uscì di mente il giudice; costui coi pugni chiusi e le braccia tese, lo sguardo fiso, immobile in tutta la persona, stette lunga ora: pareva una sfinge di granito: quello che lo molestasse potrebbe forse argomentarsi da queste parole, ruggite piuttostochè discorse, le quali posero fine alla sua distrazione:

Ait latro ad latronem; il ladro sta bene coll'assassino.

Ercole al bivio: se non che delle due vie che occorrevano dinanzi a lui, una menava alla virtù e l'altra alla perdizione; mentre entrambe quelle che si paravano davanti a Fabrizio conducevano alla perdizione; ma l'una diritta e senza intoppi fino allo inferno, l'altra prima di arrivare allo inferno incontrava per via un baratro dove si sarebbero inabissate la fama e la fortuna sue, e da questa aborriva; ond'è che, sedendo a mensa con la moglie, poichè rimase lunga pezza a tavola, all'improvviso ruppe il silenzio dicendo:

— Sai tu, Bianca, che cosa ci è di nuovo?

— Che mai? domanda la donna rimescolata.

— E' ci è che io non posso più, come ti aveva promesso, vendicarti, e con te l'onor mio.

— E perchè? rincalza la moglie con batticuore crescente.

— Domandalo al presidente del Consiglio dei ministri, tuo amico.

La Bianca per poco non cadde tramortita, tuttavia agguantandosi con femminile protervia alla dissimulazione, ultima tavola dei naufragi femminili, ella continua:

— O com'entra qui S. E.?

— Oh! egli ci entra più che io non vorrei... più di quello che io possa patire.... ci entra per modo ch'egli mi chiude ogni via alla vendetta... egli diventa complice dell'onta che mi fanno.

— Ahimè! ahimè! mi sento morire.

— Non morire ancora, che non ho finito; non morire, Bianca, che tu, vedi, potresti rimediare a tutto.

— Io? E come potrei? Basta... prescrivi il tempo e il modo; mi proverai quale più mi vuoi, ancella o moglie... se mancherò perdonami... l'avvilimento in cui cademmo... la debolezza del sesso mi hanno offuscata la mente.

— Svegliati, che adesso ci ha mestieri della tua sagacia: è necessario che tu ritorni subito dal signor presidente.

— Io? Il presidente? E perchè? disse la donna con voce strangolata; e Fabrizio pigliando lei che tremava come vetta, le zufolò dentro gli orecchi:

— Il ministro possiede carte di mio, le quali, sebbene scritte in altri tempi, pure mi chiarirebbero reo della medesima colpa per cui intendo mettere accusa addosso ai nemici del trono che ci oltraggiarono; se non me le rende, io mi perito a saltare il fosso; troppo grossa posta ci metterei su... io voglio dunque che tu vada a conferirne con lui, e gli faccia intendere che senza cotesti fogli io non tiro innanzi il negozio.

A coteste parole il volto di Bianca apparve come il buio di una notte infernale a un tratto illuminato da un fuoco vermiglio del Bengala, imperciocchè ella diventasse rossa in grazia del sangue che le rifluì sopra le guancie scolorate: con la sicurezza le tornò la petulanza, onde quasi acerba esclamò:

— Vedere il presidente io? Io tornarci? Ma che lo pensi? Lo pretendi davvero?

— E che ci ha egli di male?

— Ma la mia reputazione, non ti pare che verrebbe a soffrirne?

— E ora ch'è questa reputazione tua? La reputazione della moglie come ogni altra cosa di lei spetta al marito. La moglie può... anzi deve sempre andare dove il suo marito le comanda... obbedire sempre. Questa tua esitanza, vedi, Bianca, mi offende nel più vivo dell'anima... e non onora nè anche te; mi pare che tu stimi la tua virtù uno di cotesti edifizi che stanno ritti perchè nessuno li tentenna.

— Ma che diavolo vai tu fantasticando con quel tuo cervello fatto a scacchi; nè io te offendo, nè faccio torto a me: tu m'insegni che di male lingue non ci fu mai penuria nel mondo, e suona antico come bello il proverbio che dice: «una stilla di inchiostro basta a macchiare, ed una libbra di sapone non basta a lavarla.» È vero che la fama della moglie appartiene al marito, ma è vero altresì che spetta principalmente alla moglie averne cura e custodirla.

— Ecco, voi altre donne sempre così; se non ci va di mezzo il comodo vostro, vi nascono più dubbi che pulci, ma se ci entra uno scrupolo del vostro interesse, allora non ritegno, non riguardo; giù buffa; e allora vi accorgete di essere cascate nell'acquatrino quando vi sentite il fango fino alla gola. Rammenta che io mi sono fitto in questo ginepraio per vendicare te, tuo padre ed anche me: ricordati che io ci vo di male gambe, e solo che voi accenniate di lasciarmi sopra le secche di Barberia, io butto a monte ogni cosa; qui adesso si fa del resto, — o palle o santo... — E poi, ripreso fiato, con suono che teneva del rimbrotto e del lamento, continua più infervorito che mai: — fin qui io credei che tu avessi sposato, o Bianca, non solo le mie gioie, ma i miei dolori altresì, sovvenuto a portare la mia croce nel mondo, a uscire di angustie, ad ammannirci uno splendido avvenire, a ritornare in fiore, a rimettere su casa alla grande, con vettura, diamanti, palco al teatro, veglie...

— Eh! via, smetti una volta da predicare, che non siamo in quaresima; calmati, marito mio, e vivi tranquillo, che lo aiuto della tua moglie non ti verrà mai meno. Or fa' di stendere un bocconcino d'istanza, affinchè S. E. voglia usarmi la cortesia di ricevermi in udienza particolare, perchè, vedi, presentarmi in combutta con la moltitudine mi uggisce fino alla morte; se la cosa urge, tu chiedila per domani a mezzogiorno, bene intesi, al palazzo del ministero; tu stesso la porterai quando ti rendi all'ufficio alla solita ora. Da parte mia fo conto levarmi per tempo e andarmi a confessare; se la beata Vergine mi ispira, anche a comunicarmi, affinchè Dio mi faccia la grazia di ottenere dal ministro tutto ciò che il tuo cuore desidera...

Credo che si abbracciassero e baciassero; io ebbi ad uscire, e non mi trattenni tanto in casa loro da verificarlo, però metto su pegno che l'andò a finire proprio nel vero modo che vi ho detto.

*

— Che miracolo è questo! Venirmi qui improvvisa in camera alla sette di mattina, esclamò il signor conte di ***, presidente del Consiglio dei ministri, nel vedersi cascare nella stanza da letto la Bianca, quasi bomba briccolata in fortezza nemica.

— Ah! ah! Libertino, tu hai paura di essere colto all'improvviso...?

— Magari ti pigliasse spesso il capriccio di venirmi a sorprendere, tu ti chiariresti della sincerità delle mie parole; ho dato fondo all'àncora, e non mi muovo più.

Dio lo voglia; intanto sappi che io non venni qui per miracolo, bensì per comandamento espresso del mio signore e marito.

— Bada, Bianca, abbi prudenza, non fare a fidanza con questi ferri, che tu ti ci potresti scottare.

— E' non è per amore della mia, ma della tua reputazione, che mi dici questo: di me non temo, anzi ti avviso che oggi... a mezzogiorno... verrò alla libera per parlarti al tuo ministero...

— Non farlo...

— Anzi lo farò e con licenza dei superiori come un libro stampato a Venezia; ora, via, ascoltami. Mio marito afferma che tu possiedi molto carte di suo; già s'intende, quando non era stato convertito per tua intercessione. Coteste carte, egli aggiunge, caso mai venissero un giorno o l'altro a scoprirsi, sarei un uomo morto; ad ogni modo lo trattengono da proseguire franco nella faccenda che tu sai: dunque cercale queste benedette carte e portale teco al palazzo, dove me le renderai, per cavare di pena quella povera anima di mio marito.

— Io l'ho per inteso: a mezzogiorno ti aspetto; e adesso levati il cappello e vieni qua a fare colazione con me.

— No, grazie, non posso trattenermi, bisogna che mi vada a confessare; ho già bell'avvertito il confessore, il quale chi sa quanto tarocca non mi vedendo comparire: addio, addio, ricordati dei nostri amori.

— E tu ricordati, che come questa fu la prima, così non sia l'ultima sorpresa che mi fai.

Io, scrittore, a questo punto ebbi ad uscire dalla camera, e però non potei trattenermi a verificarlo, ma scommetto con Asmodeo[33] un fiasco di vino, che si abbracciarono e baciarono.

Dopo ciò Bianca, tutta lieta, tutta vezzi e saltabelli, andò a dare una capata in chiesa; donde avuta la rannata della confessione e la sciacquata nella Eucarestia, uscì propriamente bianca di bucato.

*

Appena la Bianca fu uscita dal ministro, questi chiamò il servo discreto introduttore delle persone abituato a entrare per la porta di dietro, e così gli disse:

— Giorgio!

— Comandi, eccellenza.

— Perchè contro i miei ordini mi hai fatto entrare in camera cotesta signora senza avvisarmi?

— Mi parve che la signora riuscirebbe gradita a V. E. anche senza avvisi; molto più che io la sapeva solo.

— E da che hai argomentato che la signora mi sarebbe tornata gradita, quantunque mi fosse entrata in camera anche senza avviso?

— Oh! quanto a questo poi, eccellenza.

— Di' pur su, Giorgio, parla franco.

— Ecco, perchè quando cotesta signora viene a trovarla, mi pare che il suo sembiante faccia pasqua di rose.

— Ah! dunque tu mi osservi il viso? E da questo tu tiri a indovinare lo stato dell'animo mio?

— Il viso e qualche altra cosa, e non tiro mica a indovinare, ma leggo proprio espresso quando la fortuna le dà la regina di cuori, ovvero il fante di picche.

— Giorgio, quanti ne abbiamo del mese oggi?

— Eccellenza, quattordici.

— E il tuo salario tira, mi pare, quaranta lire il mese?

— Giusto, più le mance, tavola e livrea.

— Giorgio, eccoti quaranta lire, e tienti per avvisato che, da questo giorno in poi, tu non istai più al mio servizio: stasera fa' che io non ti trovi in casa.

— O Dio! O Dio! Che ho commesso di male? Povero me, sono rovinato!

— Giorgio, prendi qua questi due biglietti di banca; insieme fanno mille lire; esse ti basteranno per le spese prima di trovarti un nuovo servizio; io medesimo procurerò allogarti altrove; ma con me non puoi stare assolutamente.

— Dopo tanti anni, ahimè!

— Tutte le cose nostre hanno lor fine, Giorgio, e quanto più invecchiano, e più si avvicinano alla morte; e tu pure morirai, Giorgio, e morirò anch'io.

— Potessi almeno sapere in che ho mancato!

— Non è per difetto, Giorgio, che io ti congedo, bensì per eccesso; i servi dei ministri non devono adoperare altro che le orecchie per udire e obbedire: evita come la morìa servo che osserva e fante che argomenta; quando sarai ministro, Giorgio, imparerai la saviezza di questo consiglio: ora vattene.

*

Mutata di vesti, più smagliante della mattina, gloriosa e pomposa, al tocco del mezzodì la Bianca si presenta all'anticamera del ministro, il quale aveva di già avvertito l'usciere che, dove si presentasse, quantunque non fosse giornata di udienza, lo avvertisse. Questi come il ministro ordinò fece, e S. E. si mosse ad accoglierla fino sopra la soglia, dove le disse con voce alta, sicchè potessero sentire tutti:

— Non ho saputo resistere, mia signora, al timore di comparire presso la S. V. poco cortese: passi pure a informarmi di quanto le occorre da questo officio; solo sono costretto a pregarla di spedirsi, perchè fra mezz'ora si raduna il Consiglio dei ministri e S. M. lo presiede...

Entrò, chiuse la porta, e guardando la donna con lussuriosa compiacenza, le disse:

— Come sei bella!

— Fatti in là, sgarbato, non mi sgualcire il cappellino — e gli diè delle dita su i labbri, per temperare l'ardore dell'innamorato ministro. — Orsù, proseguiva poi, questi fogli me li hai portati? Dammeli, ch'io vada a liberare cotesta povera anima dal purgatorio.

Il volto del ministro si annuvolò e rispose brusco:

— Non li ho portati.

— O che non li hai potuti trovare?

— Li ho trovati, ma non li ho portati.

— Dunque mi manchi di parola? Dunque di me non fai caso? Le proteste di stima, di devozione, di servitù, bugiarderie tutte?

— Bianca, hai tu mai letto l'Ariosto?

— Io non leggo simili porcherie; me l'ha proibito il confessore.

— Me ne dispiace; tu dunque devi sapere come cotesto poeta racconti di certo mago, il quale possedeva uno scudo così sfolgoreggiante, che chi lo mirasse cascava in terra abbarbagliato: però ei non lo portava mica scoperto, bensì ravvolto di una fodera spessa, scoprendolo solo quando si trovava con le spalle al muro.

— E che ha da fare lo scudo coi fogli che ti chiedo?

— Fatti in qua, porgimi attenzione, e poi da' spesa al tuo cervello: io non posso e non devo restituire questi fogli: io ho interesse quanto tuo marito a tenerli celati... ma per te e anco per me, dandosi il caso, e i casi sono tanti, possono giovarci come un morso da mettersi fra i denti al tuo marito... ora capisci, Bianca?

— Gua'! Gua'! Come sei furbo: io non ci aveva pensato: dunque che cosa ho da riportargli?

— Digli una bugia!

— Ma quale?

— Oh! mira un po' che io ti abbia a mantenere anche a bugie.

— Io non ne so dire.

— E allora fattele prestare dal confessore.

— Ma simili faccende io non le dico al confessore.

— Orsù, dunque, gli dirai che io custodisco i suoi fogli dentro un cassone di ferro mescolati a molti altri; gli affari continui e crescenti non concedermi comodità di ricercarli per ora; mi ci bisogna qualche giorno di tempo; non istia a peritarsi per questo; vada franco; io ti do — ma bada bene — io do a te la parola di onore di renderti i fogli quando li avrò trovati, e tanto gli dovrebbe bastare.

E tanto riferì la Bianca a Fabrizio, che, fatta di necessità virtù, ebbe a contentarsi nel presagio che si sarebbero accomodati i basti per la strada. Ora, tiratesi su le maniche della camicia fino alla spalla, si mise al travaglio di buona gana: Sotero di consiglio lo sovveniva e di opera. In una notte sola le guardie di polizia fecero la bella giacchiata di venti giovani sventati e di taluni vecchi, anche più storditi dei giovani, imperciocchè se vecchiaia partorisse sapienza, i ministri delle Corone si potrieno ricavare dai tavoloni stagionati di abete.

I giorni successivi agli arresti, ecco i giornalisti biacchi, che ingrassano nei pantani ministeriali, arrangolarsi ad insinuare nei cittadini la paura e la calunnia: per lodevole vigilanza dei magistrati egregi essersi scoperta la più atroce (questo diceva l'Opinione), la più sacrilega (quest'altro epiteto veniva dalla zecca della Perseveranza), la più sovversiva (scriveva la Nazione, che nell'arte della ipocrisia rappresenta il bimmolle) congiura che mai minacciasse fin qui di mandare sotto sopra il civile consorzio. Per ora gli arrestati oltre a cento, ma la solerte polizia correre su la traccia di altri congiurati, che si riprometteva scovare in giornata. Le corrispondenze e le altre moltissime carte d'importanza suprema trovate: le infinite ramificazioni nelle plebi; le armi, le munizioni, le bombe all'Orsini sequestrate; la maggior copia di queste tuttavia nascoste mettere il ribrezzo addosso ad ogni pacifico cittadino. Scopo più speciale, e confessato della congiura, guerra a morte alla possidenza e al capitale, morte a tutti quelli i quali pel fatto solo di avere proprietà erano ladri; dispersa la famiglia, perchè di petto a lei il bordello e il bagno paradisi terrestri; distrutti i commerci, a fondo le industrie; nè anco la sacra persona del re risparmiata; di questa eziandio (si rizzano al solo riferirlo per orrore i capelli) la strage meditata e ammannita, e si comprende appuntarsi in lei ogni conato parricida, a ragione convinti gli scellerati che, rimosso il tutore e il vindice, riusciva agevole far man bassa della innocente cittadinanza. Ma Dio, che vigila sopra i giorni dei principi, eccetera, non aveva sofferto, eccetera. Adesso gl'italiani confidano che giurati e magistrati faranno a gara di porre il freno ai perduti con salutare terrore: si rammenteranno come il medico pietoso fa le piaghe puzzolenti; alle idrofobie niente altro proviamo giovare, eccetto il cauterio, e cauterio sia; poi conchiudevano che la piena dello sdegno non concedeva loro la calma necessaria al pubblicista per giudicare di questa maniera enormezze; quindi chiudersi la bocca in osservanza al precetto che vieta di pregiudicare con giudizi anticipati la condizione di coloro che stanno sotto il giudice. Gaglioffe ipocrisie, e tuttavolta non meno truci che stupide.

Quello e gli altri dì fu un andare e venire ratti ratti dei cittadini per la città, come le formiche ammusavansi, e quindi quegli pigliava a destra, questi a sinistra; chi riponeva le mercanzie in cantina, chi portava il vino in soffitta; chi seppelliva il danaro; i preti rimpiattarono i calici d'argento e levarono via i voti dalle immagini; passato il pericolo, quando li vollero rimettere al posto, sbagliarono strada, e invece di portarli alla Madonna li venderono all'orefice. Le donne accesero i lumicini a' piedi ai santi; le finestre chiusero diligentemente, affinchè il cholera della rivoluzione non entrasse in casa; taluna calafatò finanche i buchi di chiave alla porta di casa; peccato dimenticasse la cappa del camino. Le scale dei prefetti e dei questori da quel dì in poi non misero più erba per la frequenza di quelli che trepidando venivano per notizie. Le guardie nazionali, a scanso di cimenti, nascondevano i fucili in camera alle balie; nella gola del privato giù polvere e palle, con maraviglia del Dio Stercuzio, che di coteste offerte non aveva visto mai. L'ebreo, sempre sospettoso, ammiccava carezzevole dell'occhio alla guardia di sicurezza, e le diceva: — Per vita mia, se come il nome, cara lei, avesse sesso femminile, la sposerei... in una parola, venivano a galla tutti i segni, coi quali la paura indica le imminenti perturbazioni civili.

Sotero, nel riferire allo amico Fabrizio tutti cotesti successi, aggiungeva:

— La girandola piglia, su, da bravo, ora bisogna macinare quando piove.

Ed era un confortare i cani all'erta, che Fabrizio si sentiva pur troppo disposto a correre senza mestieri perette; con la scorta di Sotero continuarono pertanto le perquisizioni e gl'imprigionamenti: ai conforti di lui tutto procedè in perfettissima regola di legge, imperciocchè Sotero fosse di quelli che innanzi d'impiccare un uomo senza le forme legali avrebbe impiccato sè: quantunque mal volentieri, consentì a Fabrizio che si valesse del giudice suo amico per istruire il processo, considerando che per ricuperare la grazia dei suoi superiori questa volta si sarebbe messo in quattro, e a patto che avesse preso da lui la imbeccata; e tu immagina se il nuovo Teseo con questa razza di filo girava senza perdersi per gli andirivieni del laberinto.

Gli arrestati chiusi in carcere separata, dov'erano silenzio e tenebre come dentro al sepolcro; li funestavano la notte i passi pesanti delle guardie, la reciproca chiamata all'erta, la visita improvvisa delle prigioni e lo infame battere strusciando il ferro sopra le inferriate per tentare se fossero intere: lumi proibiti e i libri; più che tutto l'occorrente a scrivere: nè di fuori entrava, nè di dentro usciva notizia di sorte alcuna: i custodi muti quanto gli eunuchi negri del sultano: in balìa interi allo sgomento e al tedio: e a diritto; perchè non potendo più (come si vorrebbe) adoperare i trovati materiali per costringere i detenuti alla confessione, bisogna pure stillarsi il cervello a cercare nuovi partiti morali e schermirsi con quelli. Si conobbe più tardi che tutto cotesto lusso di terrore era stato sprecato, perchè i querelati si confessarono liberamente repubblicani incurabili; la repubblica in cima dei loro pensieri, e questa con tutte le potenze dell'anima ed i sentimenti del corpo volere promovere: veruno scolpavasi, nè per giustificare sè aggravava altrui: e forse vivevano tali fra loro, che in confronto ai magni spiriti romani non avrebbero scapitato; la maggior parte però lo faceva per iattanza, la quale invano si arrabatta di passare agli occhi di chi se ne intende per valore: la virtù vera non si atteggia a gladiatore combattente, bensì si manifesta nel contegno di Socrate, che siede, e argomentando co' suoi alunni si beve la cicuta. Non è la luce della filosofia maestra d'incendi, questi insegna il fuoco delle ree passioni: chi le dice non le fa; come i fiumi strappano sempre là dove stimi gli argini più saldi, così, donde te lo aspetti meno, nei pubblici sconvolgimenti ti scappano fuori gli uomini di sangue. Quando le Furie agitano le fiaccole, scotono sopra la terra, senza avvertirlo, gocciole infiammate. Cotesti flagelli, come non sai donde sieno scappati, ignori del pari dove si rintanino. La storia dei Comunardi non ci è anco nota, quella della prima rivoluzione di Francia ci conta come il più immane fra i Settembrizzatori (infelice vanto di Francia generare nuovi mostri, e a questi apporre inusitati nomi) apparisse e sparisse senza lasciare traccia nè dello avvento, nè della partenza. Ma i giurati, che giudicano a taccio, tutte queste considerazioni non fanno e non le sanno fare; i difensori della legge, che le saprebbero fare, le reputano estranee, anzi contrarie allo istituto loro. Finchè Dio o il diavolo non ci rimedino, motto della loro impresa è il sub mittatur.

*

— O lo vedi se io ti ho portato Indie a casa? Il giudice istruttore ha già pronunziato la sua brava ordinanza: adesso tocca a te, mettitici con tutto lo impegno; evita più che puoi le avvocatesche sgangheratezze; sii sobrio, stringente come boa, tagliente come un rasoio: più tardi tonerai e fulminerai, ora da' biada ai giudici, poca ma buona: fieno a forcate ai giurati.

Fabrizio possedeva ingegno di avanzo per ordire tela da lenzuoli funerari per coloro ch'egli incolpava; quanto a malignità si era scoperto a mo' di pozzo inesauribile di petrolio dentro il suo cuore. Le prove, già lo dicemmo, abbondavano, ma Fabrizio seppe tanto artisticamente disporle, la locuzione curò in guisa, che apparve ad un punto stringata ed elegante: facili scendevano le induzioni; il nesso dei raziocini rinterzato per modo, ch'egli stette sul punto d'innamorarsi della sua fattura, come l'antico Pigmalione, dicono, ardesse per la statua che aveva scolpita.

Sotero stesso, parchissimo lodatore, ebbe ad esclamare:

— Bel lavoro! Me ne rallegro teco; un vero istrice, da tutti i lati punge: io non so come gli avvocati potranno levare dal collo dei loro clienti la corda che tu ci hai messa.

Per tutto il tribunale in breve si sparse il grido che le requisitorie del regio procuratore erano un bel lavoro; da un punto all'altro per le cantine, per le soffitte, nei sottoscala, per camere e stambugini l'eco si rimandava le parole: bel lavoro! bel lavoro! E chi non lo aveva letto era per l'appunto quegli che lo lodava di più.

L'estratto di questo capodopera fu notificato ai detenuti nelle forme prescritte dalla legge. Zaccaria Recanati, quando vide entrare l'usciere in carcere, imbiancò, tentennò come se temesse gli fosse venuto a leggere la sentenza di morte. Degli uscieri come dei fagiuoli ce ne ha di più specie; i secondi turchi, coll'occhio, bianchi e via, ma tutti ventosi; i primi bruschi, agrodolci, sdolcinati, ma tutti sinistri; il nostro sapeva di dolce, sicchè pensando alla posola che stava per affibbiare a cotesto disgraziato, nello scrivere l'atto della notificazione tremava; a Zaccaria presero a battere i denti; l'usciere più voleva affrettarsi e più s'intricava; alfine conchiuse il referto, e volendosi asciugare la fronte molle di sudore, senza badarci ci fece un rigo con la penna, e con la sua voce più benigna, proprio con quella delle feste, disse all'ebreo:

— La non si confonda, il diavolo non è mai tanto brutto come si dipinge — e se la svignò.

Partito l'usciere, Zaccaria si fece a leggere lo stampato, ma sì, e' fu lo stesso come se si fosse posto a leggere il sole: vampe vorticose gli giravano dentro gli occhi; si gittò sul letto per avere tregua; peggio che mai, la stanza roteando andava capovolta; per non rotolare su la terra si aggrappò al materasso, morse le lenzuola, si attentò di levarsi, e giù stramazzoni per terra, senza balìa di potersi rilevare in piedi; quivi stette, e tanto mandò dal suo corpo mirabile copia di sudore, che la forma ne rimase impressa sopra i mattoni, nella medesima maniera che una pia credenza predica la immagine del corpo di Gesù Cristo trovarsi improntata nella santa sindone, che per molti anni fu il gioiello di maggior valsente che si trovasse nel tesoro dei reali di Cipro, di Gerusalemme e di Sardegna.

Passato il primo parosismo della febbre paurosa, Zaccaria volle riprovarsi a leggere la requisitoria: gli pareva durare il supplizio della ruota, e se i colpi non gli spezzavano le ossa delle braccia e delle gambe, gli sfilacciavano il cuore e il cervello.

Fabrizio conciava tutti pel dì delle feste, ma il suo san Bastiano era stato proprio il povero Zaccaria; lui aveva messo a bersaglio dei suoi strali, su lui votato tutta la sua faretra. Arrivato in fondo con tale un tremendo palpito, che minacciava schiantargli le costole, Zaccaria legge domandarsi da Fabrizio, un dì giurato suo fratello, e nelle cospirazioni compagno, a suo danno l'applicazione degli articoli 153 e 531 del codice penale.

Ed ora cotesti articoli che importeranno mai? chiedeva a sè stesso Zaccaria; ma Zaccaria non sapeva che cosa rispondersi, e ciò perchè i difensori della legge, vergognando pronunziare spiattellatamente morte, ci vanno di scancìo, citando l'articolo senza dichiararne il tenore: anche questa è ipocrisia; gl'inglesi ci chiamano un popolo in carnevale: ci avrebbero definito meglio modellatori in carnevale, perchè qui fra noi tutto è forme e gesso colato. — Adesso il tormentatore sbracia, per così dire, la febbre nel sangue di Zaccaria, e la inacerba con le smanie della incertezza: un diavolo a cavalcioni sopra la punta del naso gli stirava orribilmente i nervi degli occhi dopo averglieli dimenati ben bene con tanaglie infuocate; pativa il dolore dei denti in tutte le ossa, guaiva: oh! oh! e strettasi la fronte con le mani ne grondavano giù lacrime come acqua della spugna tratta fuori dal catino.

A sollievo del misero (a lui parve sollievo), ecco spalancarsi fragorosa la porta del carcere e comparire il custode a recargli il pasto. Il custode, un giorno carceriere addirittura, come la guardia di sicurezza sbirro: ipocrisia da aggiungersi al mucchio: il predicatore lasciò detto: vanitas vanitatum, et omnia vanitas; ai dì nostri con migliore fondamento direbbe: ipocrisia delle ipocrisie. Il custode dunque, fingendo non accorgersi dello stato pietoso in cui vedeva ridotto Zaccaria, così prese a dirgli:

— Ecco qua una zuppina nelle regole, proprio da resuscitare un morto.

— Lasci, signor custode, lasci tutto sul tavolino, che mi sento ben altra voglia che quella di mangiare...

— Andiamo, via, la non si lasci arrugginire dalla malinconia; ha ella avvertito quanto le ha detto l'usciere? E sa, cotesta gente mangia la foglia per aria per sapere da che parte ha da tirare il vento.

— Vede, signor custode, se potesse... più del desinare avrei bisogno di un'altra cosa...

— Di che mai? Parli franco.

— Di un codice penale.... del regno sardo.... badi... 1859.

— Non so... non saprei... capisce... facciamo una cosa... ne parlerò col signor direttore...

— Scusi, signor custode, mi sembra, anzi so di certo che il direttore qui dentro non ci ha che fare; scusi una seconda volta, o in questo foglio non si citano a fine che io li conosca diversi articoli del codice penale? Ora, caro lei, se qui si citano questi articoli in numero, lei è per insegnarmi che io ho diritto di saperne la sostanza...

— E li cita davvero?

— Per la vita dei miei figliuoli, li cita, e poi guardi, si certifichi da sè.

Il custode cavò di tasca gli occhiali e li lesse (dacchè si ha da sapere che il custode fosse un vecchio dragone dell'antico regno d'Italia, prima ridotto a can mastino a nome della gloria, ed ora a can da pagliaio in nome della sicurezza pubblica). Dopo avere letto e ponderato, conchiuse:

— Parrebbe anche a me; eccolo servito; e trattosi il codice di tasca lo porse a Zaccaria.

— Come! questi esclamò, in tasca, caro lei, porta il codice?

— Tre cose ho portato sempre addosso: la medaglia di san Venanzio per liberarmi dalle cascate basse, il codice per preservarmi dalle cascate alte e la cabala del Chiaravalle, onore e gloria di Milano, da non temere confronto con sant'Ambrogio nè con san Carlo: se non mi fossi un po' istruito leggendo la cabala, sarei rimasto ignorante come quando abbandonai la vanga; ma, caro lei, così non troverà mai nulla... oh! non vede come le tremano le mani... lasci fare a me: ecco qua 143... se il condannato in contumacia...

— No, caro lei, 153.

E il custode, bagnandosi l'indice di saliva, sfoglia il libro mormorando: 147, 150... ecco 153, legga.

— Mi faccia questo piacere, legga lei... mi abbagliano gli occhi...

— Volentieri: l'attentato contro la sacra persona del re è punito come il parricidio. Misericordia! esclamò il custode, l'altro articolo leggeremo un'altra volta, e chiuso il libro, fece per andarsene; ma Zaccaria gli si avventò addosso come un gatto spaventato, gli strappò dalle mani il libro e corse in un batter d'occhio nell'angolo più lontano della prigione, dove trovato con mirabile prestezza l'articolo 513 lesse:

«I colpevoli dei crimini di parricidio, di venefizio, d'infanticidio e di assassinio sono puniti colla morte.

«Il condannato per parricidio sarà condotto al luogo del patibolo a piedi nudi e col capo coperto di un velo nero

Il povero Zaccaria lasciò cadersi di mano il libro, proruppe in ischianto ineffabile di dolore e sopra se stesso aggirandosi come paleo, battè sconciamente nel muro, e lunghesso quello strisciando il viso ci lasciò la pelle della guancia diritta; sul pavimento si ruppe il ciglio destro e il naso. Il custode, non potendo sopportare lo strazio dell'urlo disperato, si turò ambo le orecchie con le mani e fuggì via.

Però il custode sospettando sventura, e pauroso glie ne venisse danno, dopo breve ora tornò a visitare Zaccaria: non a lui solo, non a lui solo il proprio interesse fa capolino allo spirito con la maschera della pietà presa a nolo dalla ipocrisia. Lo rinvenne svenuto e impiastricciato di sangue; lo lavò, lo fasciò, lo pose sul letto — ma, bene intesi, tutto questo egli fece dopo avere raccolto da terra il codice, ripostolo in tasca e raccomandato a Zaccaria, appena rinvenne, che per quanto amore portava al suo Dio non rivelasse ad anima viva averlo avuto da lui, e l'altro borbottato la promessa vivesse sicuro, all'ultimo si dispose a uscire, non senza però avere frugato e rifrugato prima la cella con lo sguardo, per vedere se ci fosse rimasto oggetto capace a ferire, e gli parve di no: — io, per me, credo che i custodi potrebbero fare con gli occhi la barba e il contrappelo; — se ne andò difilato a ragguagliare il direttore di quanto gli parve spediente dirgli, e n'ebbe lode di vigilanza; e siccome poi questi gli domandava:

— Avete perlustrato bene che non sia rimasta in cella cosa con la quale il prigioniero possa attentare ai suoi giorni?

— Oh! quanto a questo poi la si lasci servire, lustrissimo.

— Mi fido in voi, perchè viviamo in tempi nei quali bisogna camminare fra le uova, sebbene non giovi andare a piede nè a cavallo: caso mai costui si uccidesse in carcere, apriti cielo! Dovevamo prevederlo e prevenire il carcerato; lo serbiamo vivo, e allora la nostra diventa carità pelosa, lo abbiamo custodito pel patibolo: basta, è nostro debito che lo incolpato non si sottragga alla pena; in virtù del suo misfatto egli è debitore dello esempio alla società.

— Così diceva anch'io, rispose il custode.

Calò la sera; e qual sera! Zaccaria a sedere sul letto, con le braccia abbandonate di qua e di là dallo strapunto, con gli occhi spalancati, fissava intentissimo il buio, il quale ad ora gli si rompeva in strisce di fuoco foggiate a forma dei numeri 153 e 531: così nelle notti tenebrose di estate sembra talora che batta le palpebre il baleno: cessata la fiumana delle vampe, ecco subentra un chiarore grigio perlato, come luce che attraversi un cristallo opaco — la luce dell'ora in cui gli uomini menano a guastare l'uomo — agonia della notte che muore, vagito del giorno che nasce; così la notte non accuserà il giorno di avere rischiarato l'opera nefanda, nè il giorno incolperà la notte per non averlo nascosto dentro la sua tenebra; rei entrambi, o nessuno; unico malvagio l'uomo. Al basso di cotesta luce sinistra presero a sussultare forme indeterminate, quasi sonagli di acqua che bolla a scroscio dentro la caldaia, indi a poco presero sembianza definita e moto e affetto. Non a modo di sogno o per via di visione, bensì ad occhi aperti vide le porte del carcere spalancarsi e uscirne un paziente co' piedi ignudi, vestito di lunga camicia bianca, il capo avvolto dentro un velo nero e le mani legate dietro la schiena: da un lato gli stanno i pietosi, dall'altro gli spietati; pietosi il rabbino Piperno, il direttore delle carceri e i custodi pietosi sempre di ufficio; in mancanza di meglio il condannato è costretto ad accettare per pietà l'ardente premura di cotesti signori di lavarsi le mani di lui; spietati sempre di ufficio il boia e il suo aiutante, il cancelliere, gli sbirri, se meglio ti garba le guardie di pubblica sicurezza; ma a dir vero in quel momento parve a Zaccaria fossero tutti sbirri; e la milizia, fanti e cavalieri, da che parte io l'ho da mettere? Per me altro non so, che questi figli della gloria, questi presidi della patria, che l'amico mio Mariano D'Ayala un dì incocciava a volere venerati come santi, o alla più trista come sacerdoti, adesso fanno il corteo delle truci nozze che il boia sta per celebrare fra l'uomo e la forca, e ringrazino Dio se per amore di risparmio non sono deputati a far tutto con le proprie mani, accompagnatura, macellamento, sepoltura et reliqua. Comecchè ci si vedesse appena, Zaccaria sbirciò gremite di gente le finestre e da un abbaino del tetto del palazzo della giustizia gli parve vedere, e vide certo, la sua moglie, il vecchio padre e i figliuoli con le mani rivolte verso il cielo: allora si sentì preso da un grande sdegno contro la moglie e il padre, e li sgridò a voce alta: togliete di costà i miei figliuoli; non sono gli occhi che contaminano l'anima con la vista delle opere scellerate? Scorse eziandio la gente spessa e stipata, quasi convenuta a mirabile spettacolo, scansarsi appena se spinta dall'urto dei cavalli o percossa da piattonate; chi commiserava al condannato e chi malediceva gli accompagnatori; altri alla rovescia; i più imprecavano a quello ed a questi; imperciocchè la razza umana si senta per natura proclive piuttosto a maledire che a benedire; tra la folla si aggiravano donne e fanciulli urlanti a squarciagola: «acquavite!» Sopra gli altri infesto un brutto servo di Dio, che aveva il viso bucherellato come un vaglio e gridava: «ti rideccolo il bruttino con le ciambelle uscite di forno ora!» In campo aperto ecco comparire la forca, disegnata in alto a modo di porta egiziana, per entrare di posta in paradiso: arnese ingenuo, signori miei, strumento semplice come hanno ad essere le macchine dai buoni ingegni immaginate e costruite; due travi su ritti a certa distanza, un altro in cima a traverso, in mezzo la sua brava carrucola con la sua brava corda, e lateralmente a questa due scale. Gli uomini non hanno conservato il nome dell'inventore della forca, e questo perchè sono una manica d'ingrati; ma ciò non toglie che con l'ara e l'aratro non componga l'àncora di salute dell'umano consorzio. Lo insegnò anche l'Asino scorticato, cui decretarono il nome di quinto evangelista: haec tria tantum... ara, aratrum et arbor patibolarius. Zaccaria vide salire il boia, il paziente e l'aiutante del boia su di una scala, su l'altra il rabbino per confortare il morituro, che, a dirla giusta, più che confortare altrui aveva mestieri di essere confortato; inoltre vide gittare alla traditora il laccio al collo del condannato e la spinta che in bello accordo gli diedero il boia e il suo coadiutore, e il boia... — qui mi tocca far punto prima di proseguire. Piantoni era il boia, uomo coscienzioso, timorato di Dio, cattolico a prova di olio, babbo buono, figlio meglio, sposo poi un miracolo di tenerezza, artista della impiccatura, non sa perchè alla forca non facciano largo le Muse per accoglierla nel coro divino, unico e vero magistrato inamovibile del regno italiano, imperciocchè egli esordisse ad esercitare l'arte sua sul povero Ciro Menotti sotto Francesco IV duca di Modena, e la continui lodevolmente sotto il regno di Vittorio Emanuele II: quantunque quegli tiranno e questi re galantuomo; il Piantoni, quando tenne il suo colloquio coll'avvocato genovese, gli confessò pietosamente essere arrivato alla sua più grande fatica; sentirsi stracco, pure avrebbe servito lo Stato finchè gli bastassero le forze: soldato del dovere, anch'egli sentire l'obbligo di morire su la breccia... cioè sul collo ad un impiccato.[34] Io al racconto di questi sensi magnanimi provo una commozione nelle viscere che mai l'uguale; e perchè non onorano il Piantoni con l'ordine del Merito? Se non lo danno a lui, o che ci sta a fare? Come da ora innanzi potrà sostenersi ordine del Merito se continua ad esserne privo il Piantoni? E bisognerebbe rimandarla alle calende greche, perchè leggiamo che il povero uomo non ne può più le cuoia, e di recente fu mestieri raccomandarsi a un manigoldo dozzinale, che costò un occhio e per giunta pretese lire cinquecento pel suo figliuolo sotto boia non contemplato nel contratto di nolo.[35]

Levo il punto e ripiglio il cammino: — e il boia dalla scala saltare come il giugarro a mezzo il trave, e quivi con la maestria nella quale il buon Piantoni si vanta e veramente si mostra professore, ecco applicargli un piede tra il collo e l'orecchio, e quivi pigiare forte di scancìo, affinchè la lussazione delle vertebre si operi in un attimo, e così succeda, secondo l'autorevole giudizio del prelodato boia, la morte del condannato istantanea. Però nè anche il sotto boia sofferse che gli avessero a dire ch'ei si mangiava il pane a tradimento, al quale effetto dalla scala si calò a terra, e lì, attaccatosi ai piedi del paziente, ritrasse le sue gambe dondolandosi giusto a mo' che i fanciulli costumano quando tirano le funi delle campane.

Ite missa est: questo, per essere giusti, non disse il boia dall'alto della forca, ma lo lasciò capire calandosi giù dal suo altare: allora il corpo rimasto libero prese a giravoltare intorno intorno, come il fuso fa pendente dalla rocca; in cotesto moto gli cadde il velo dal capo, e Zaccaria nello impiccato riconobbe... chi mai? — Riconobbe sè stesso. Allora gli s'insinuò nel capo una strana fantasia, e fu considerare s'egli era caso morire per fuggire la morte; gli parve di sì, e tanto da un punto all'altro si sprofondò in cotesta immaginazione, che avvenne a lui, come a quello il quale spendolandosi troppo dalla finestra non può tirarsi più dentro, ed è forza che vada a sfracellarsi il cranio su la strada. E tanto di subito s'impossessò questa fisima di lui, che come per miracolo liberato da ogni malore, si levò da giacere e si pose a brancolare al buio per rinvenire modo di mettere in esecuzione il suo proponimento: aveva sentito parlare di gente appiccatasi alle nottole d'imposte delle finestre, ovvero ai ferri delle inferriate, ma non gli occorse tovagliolo, nè asciugamano, nè fazzoletto, nè cintura, che tutte queste si era in bella maniera portate via il custode; tastò le pareti se mai gli venisse fatto d'imbattersi in un chiodo. Zaccaria trovò le pareti del carcere copiose di chiodi come la zucca di Eliseo profeta di capelli:[36] provò a battere il cranio nel muro, ma egli ebbe a desistere perchè la spossatezza gli toglieva la forza da potersi ammazzare, l'angoscia soverchia che provava, in ultimo il sentirsi urlare con grida bestiali dalla stanza accanto: «Se vuoi crepare, crepa, ma piano, e lasciaci dormire». E guai se avesse preso fumo il custode; la camiciola di forza non gli sarebbe mancata, nè la legatura sul letto. Strana cosa! la fortuna avversa gli chiudeva al morire ogni via, e intanto a lui cresceva del morire la sete; mentr'egli si travaglia in questo spasimo gli accade mettersi le mani nel corpetto e si sente incidere lievemente le dita.

Come mai poteva succedere questo? Oh! ecco; Zaccaria era ebreo, voi lo sapete, e sapete altresì quali vincoli di parentela sieno corsi sempre fra ebrei e quattrini; ora a Zaccaria un giorno venne in testa di raccogliere un medagliere di quante più potesse monete antiche e moderne; tra le altre gli venne fatto di acquistare una crazia, che gli parve cosa rara. La crazia, voi avete a sapere, è, o meglio fu certa moneta toscana composta di una lega di rame e argento; da un lato mostra san Giovan Battista in piedi, dall'altro le palle dei Medici: sottilissima di zecca, pel continuo stropiccìo diventò così minuta da disgradarne le scaglie dei pesci. — Esultante nell'orgoglio della sua invenzione, Zaccaria si recò ai labbri la moneta come un dono mandatogli da Dio liberatore; tagliente pur troppo ell'era, ma ei non la giudicando abbastanza l'affilò sul davanzale della finestra adoperandovi la saliva; quando l'ebbe ridotta proprio a rasoio si adagiò sul letto... e si recise la gola...

Mentre la vita dalle aperte vene gli fuggiva via, piuttostochè colla voce, col sangue che sgorgava gorgogliando, si raccomandò a Dio perchè riposasse l'anima sua nel seno di Abramo, non già al Dio dell'occhio per occhio e del dente per dente, che visita nel suo furore la quarta e la quinta generazione di coloro che gli hanno voluto male, bensì a quello delle misericordie, supplicandolo che quel suo sangue scendesse come una benedizione sul capo della sua famiglia, non consentisse ch'egli ai figli suoi non trasmettesse altra eredità eccetto la sventura; li prosperasse; a modo ch'egli inviava un dì l'arcangiolo Raffaelle a sanare Tobia dalla cecità, ora spedisse quale è fra gli angioli suoi il più pietoso a lenire il cuore del padre e della moglie; e i suoi persecutori giudicasse non secondo la sua giustizia, ma sì secondo la sua misericordia. E il povero Zaccaria si addormentò contento nel seno di Abramo.

A me parve questo pietosissimo caso, e pur chi sa quanto gli daranno la baiata gli odierni materialisti; si servano; pure mi sia concesso domandare se Zaccaria sarebbe morto con quella pace, se persuaso che mota nacque, mota un po' meglio organizzata visse, per morire poi mota come prima; e che veruno ente nell'universo intendeva le sue novissime preci; e che da nessun lato una stilla di consolazione sarebbe piovuta su i capi desolati dei carissimi suoi. Invece di rapire all'uomo i dolci sogni ond'egli muore in pace, industriatevi, o voi che sapete, a liberarlo dalle atroci realtà che lo fanno vivere trangosciato.

Da questa morte derivarono conseguenze tutte dannose ai malcapitati compagni di Zaccaria; la fine di lui appresero universalmente come prova della coscienza di colpa per sè e per gli altri; Fabrizio sentì darsi un picchio sul capo, per la quale cosa smarrì di un tratto la vista, dopo cinque giorni o sei la ricuperò, ma inchiostro, carta, scritto e tutto insomma gli apparve colore di sangue più o meno vivido: consultato il medico, lo assicurò trattarsi di alterazione poco importante: pigliasse riposo, gli occhi lavasse con acqua e aceto; e caso mai non potesse astenersi dal lavoro, tenesse sul banco una catinella di acqua gelata, dove immergendo di frequente la spugna, con quella si rinfrescasse il capo; questo accidente, invece di ammansirlo, lo inasprì: ora poi ebbe arso davvero i cariaggi: e poichè di tornare indietro non ci era più verso, avanti a scavezzacollo. Il dibattimento ebbe luogo; gli accusati confermarono alla udienza quanto avevano dichiarato di già nel processo scritto: sè predicarono repubblicani, della monarchia nemici implacabili, eterni, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, intenti co' pensieri e colle opere ad abbatterla: ogni altra accusa respinsero sdegnosi: il manifesto donde Fabrizio s'ingegnò dedurre per via di sofismi la strage meditata del capo dello Stato assai facilmente mostrarono non prestarsi a simile concetto: ad ogni modo non essere fattura loro, il signor regio procuratore saperlo meglio di ogni altro; lo domandassero a lui.