Insistendo il presidente della Corte di assise, forse per segreto astio contro Fabrizio, per saperne l'autore, assorsero tutti con l'indice appuntato contro l'accusatore gridando:
— Lui lo sa, lui lo sa.
Fabrizio, per un istante smarrito, afferrò frettoloso un cartolare per coprirsene il viso, ma fu brezza sulla fiamma, riprese in breve balìa, e mettendo le mani avanti esclamò:
— Chi ha usanza di questi luoghi conosce come il delitto pigli sempre per sua druda la sfrontatezza.
E cotesta fu una sfrontata provocazione. Perchè gli accusati non raccattarono il guanto e non lo lapidarono sotto un nugolo di vituperi? Arduo sempre conoscere le cause intime delle azioni umane; per me giudico li trattenesse il ribrezzo di far conoscere avere sofferto compagno ad impresa, ch'essi reputavano magnanima, uomo così abietto; nè a dissuadermi da simile pensiero giova punto sapere che non tutti in cotesta congiura sentissero altamente; anzi ci si annoverassero contaminati da non poche brutture parecchi, imperciocchè gli esempi sieno contagiosi così nel bene come nel male, e la vista della virtù abbarbagli di stupore anco i corrotti — quantunque per poco. La storia porge spesso testimonianza di fatti simili a questi; Tacito ne registra alcuni nel quindicesimo degli Annali, dove narra la congiura pisoniana contro Nerone. «Plauzio, egli scrive, fu il secondo a morire... arraffato, e dove si giustiziano gli schiavi ammazzato da Stazio tribuno, uno dei congiurati, non lo scoperse e non fiatò»; più oltre, con maggiore conformità al caso nostro: «non potettero più frodare la congiura ancora i soldati, stomacando quelli che avevano confessato vedersi da Fenio Rufo lor compagno esaminare. Minacciando egli e stringendo forte Scevino a dir su, Scevino ghignò dicendo: — niuno saperne più di lui. — E lo conforta a rendere il cambio a sì buon principe. Fenio non parlò e non tacque, così gli si rappallottarono le parole in bocca per lo spavento.» E poichè anche il servaggio ha i suoi eroi, il duca di Veccaro, confidente di Filippo IV di Spagna, anzichè riversare sul padrone la colpa ond'era accusato, elesse morire su i tormenti.[37]
Fabrizio non si mostrò nell'arringa sobrio come nella scrittura, si lasciò rubare la mano dall'abitudine della frondosa parlantina; nè gli avvocati difensori diversi da lui; — grondanti tutti di parole esagerate ed inani; ridevoli più del cane barbone che dopo il tuffo esca dal fiume e si scuota l'acqua sul greto; però tra la eloquenza dell'accusatore e quella del difensore un divario ci corre e grande: questa è unicamente ridicola, l'altra ridicola a un punto e orribile. — Nei gesti scomposti la croce dei santi Maurizio e Lazzaro (dacchè il ministro aveva giudicato bene crocifiggerlo per tenerlo fermo) gli saltava dal petto verso il viso e pareva si sforzasse ad allungarsi per dare di uno schiaffo in faccia al rinnegato; ma la morte di Zaccaria dispensò Fabrizio dalla parte di serva del boia, che va col paniere in mercato a fare la spesa per la forca: quanto a lavori forzati non si lasciò patire; i più a vita, meno di venti anni nessuno e nessuno assoluto.
Ai giudici borghesi, adesso ch'era levato di mezzo il caso di sentenziare a morte, pareva andare a nozze; i lavori forzati sono carabattole; perchè, rispetto a infamia, ormai è fuori di uso anco per chi la merita, figuriamoci se nei delitti politici, che domani saranno reputati gesti magnanimi, ed anche oggi a cento o dugento miglia dal luogo dove furono condannati — e rispetto a pena non mancano le raccomandazioni per alleviarla, e poi ci è la grazia, e poi e poi. — D'altronde, si trattasse di omicidi... ti dia la peste, si potrebbe correre! Ma di repubblicani che rompono i commerci, interrompono le industrie, buttano la rendita all'inferno, spingono l'aggio in paradiso... oh! allora taglia, che gli è rosso.
Io non mi so capacitare come taluno, osservando che i borghesi appaiono anzichenò corrivi nel giudicare i reati di sangue, mentre poi procedono indragati contro i ladri, i repubblicani, i demagoghi e gli altri tutti sovvertitori di questo mare morto che si chiama quiete, ne abbia fatto le maraviglie, perchè la ragione spiccia chiara come acqua di fontana; del micidiale non temono, perchè dopo le ventiquattro in casa a cena e a letto con la casta moglie, mentre i ladri vanno giusto in giro in coteste ore ad insidiare le loro mercanzie indarno confidate a chiavistelli amici dell'ordine — e i cospiratori sono, si può dire, i primogeniti della notte.
San Sotero è il patrono dei borghesi, però che valga per lo appunto in lingua greca Conservatore, ed in Italia primo a pigliarlo fu Milico liberto, che tradì il suo benefattore Natale facendogli la spia nella congiura pisoniana contro Nerone,[38] da cui lo eredarono i moderati, ora vili, ora feroci e infami sempre. Un giorno, dopo aver fatto i conti, trovandoci profitto, furono anch'essi perturbatori dell'ordine pubblico; e ciò accadde quando i conti contavano e tenevano le città ordinate a questo modo: un re che regna, una nobiltà che comanda, un popolo che serve; allora costoro predicarono la fratellanza con le plebi, sè uniti a queste salutarono popolo, e insieme puntando superarono i grandi e presero lo Stato. Qui finiva la fratellanza, e la plebe fu rimandata ai solchi e alle officine coll'onore di avere abbattuto i grandi e sostituito i borghesi; se mormorava scontenta, la saldarono a cannonate. Ora la plebe sta a casa con la commissione di lavorare e generare; il lavoro le comprano a mezza gamba in pace, in guerra accetteranno i figliuoli, onde si facciano ammazzare in difesa dei loro interessi per nulla.
La borghesia adesso sta di fronte alla plebe, come la nobilea un dì stava di faccia alla borghesia; la potestà regia, che prima notò co' sugheri nobili, oggi nota co' sugheri borghesi; qualche nobile arrembato mantiene sempre nei vivai di Corte, perchè i borghesi ne piglino gelosia e s'infervorino maggiormente nella servitù. Fermi tutti; l'era delle rivoluzioni è chiusa; uscendone, il ministro Farini se ne tirò dietro l'uscio. Non è solo Augusto re di Polonia sfrenato amatore di sè stesso, che dai balconi aperti faceva bandire tutti i polacchi avere bevuto quando era brillo: tutti così; dei re si mena maggior chiasso perchè in vista più degli altri e perchè divorano per trentamila. I medici per curarli dalla bulima ci sarebbero, ma essi invece di guarirli si mettono a mangiare con loro.
I giudici borghesi, quando il fisco insanisce nei bestiali furori, fanno pasqua, perocchè egli somministri loro comodità di acquistare fama di temperatezza pure menando bastonate da orbi; è gaudio da non potersi ridire quello di mandare la gente in galera col titolo di benefattori dell'umanità; alieni pertanto da squilibrarsi da levante e da ponente, messa l'anima a sedere su l'ago della bilancia della giustizia, aborrirono di assegnare a veruno accusato la libbra intera di pena richiesta dal fisco: — e poi, entrando nelle abitudini mercantili della più parte di loro, sottoporre a tara ogni fattura, scalarono moderatamente a tutti quattro, cinque, fino a sei anni di ergastolo; uno, per non parere, rimandarono assoluto: poi strepitosi e ridenti si rovesciarono giù per le scale, affrettandosi al pranzo. Taluno di loro, mentre passava, sorrise stupidamente ai condannati, pensando che avessero ad aver grata la sua sentenza come una fetta di panettone del Biffi; tal altro tornato a casa, e richiesto dalla casta moglie se avessero finito l'affare, rispose lepido: «anche questa è fatta, posso dire come quegli che mise in forno la moglie.» Insomma parve a tutti avere condotto a compimento tale una impresa, da aggiungersi in appendice ai Fasti consolari di Roma; e se non dissero come Orazio: exegi monumentum aere perennius, e' fu perchè non sapevano di latino; sapendolo, forse non se ne sarebbero contentati.
Intanto che Fabrizio si disponeva a sua volta lasciare il tribunale, venne a lui persona fidata per avvisarlo giù fuori della porta accalcarsi una folla di popolo, che alle voci e ai gesti non lasciava presagire nulla di buono; allora Fabrizio fieramente commosso domanda se dei giandarmi ne fosse rimasto qualcuno nel tribunale, e rispostogli di sì, li chiamava ordinando lo mettessero in mezzo e lo accompagnassero a casa. Appena comparso in pubblico, da mille bocche uscì, come se si fossero dati la intesa, un grido solo: «Ecco Giuda!» Egli finse non sentire, e forse non udì, tanto pareva trasognato; ma di un tratto ecco prorompere fuori dalla turba una donna con gli occhi stravolti, scarmigliati i capelli, le braccia ignude, ognuna delle quali ricinge un fanciullo a mezza vita, gli si inginocchia davanti e gli ruzzola tra le gambe le creature urlando:
— Giuda! Il sangue del loro padre ti sia dato a bere nell'ora dell'agonia.
E i bimbi, levando le manine, tenevano bordone alla desolata stridendo.
— Maledetto! Maledetto!
Fabrizio, atteggiandosi a fuggire, brontola con voce incavernata:
— Giù i coltelli! Liberatemi dai coltelli! E voi, che fate qui? Così i regi giandarmi adempiono i loro doveri?
Il maresciallo, punto sul vivo dal rimprovero non meritato:
— Che colpa abbiamo noi se la paura le fa scambiare le braccia dei bimbi per coltelli?
— Mi hanno minacciato co' coltelli.
— Tiri innanzi, non ci stia a badare.
— Mi hanno minacciato co' coltelli.
— No, no, le furono parole.
— Oh! che dissero?
— Ai condannati non si concedono tre giorni di tempo per isfogarsi contro ai giudici?
— Sì, ma che dissero? Chi furono?
— Non franca la spesa informarcene.
— No, lo voglio sapere.
— Per obbedienza le dirò che essi imprecarono il sangue del loro padre fosse dato a bere a vostra signoria illustrissima nel punto di morte.
— E chi erano essi? Come entro io con loro?
— Eh! se lo può figurare, sono i figliuoli dello isdraelita Zaccaria...
Fabrizio non fiatò più; chinato il viso, lo tenne basso fino alla porta di casa sua: non prese cibo nè bevanda; si gettò vestito sul letto accusando un fiero dolore di capo. Dopo un angoscioso dare di volta prese ad appisolarsi, ma di corto saltò giù prorompendo in acutissimo strido. Accorsa la Bianca, lo interroga spaventata che cosa si senta; ed egli:
— Guardami qui! qui — e abbassava il capo per sottoporlo alla ispezione della moglie — ci devo avere laceri... buchi profondi.... morsi.... vestigi di sanna.
— Nè manco per sogno: hai il tuo capo ravviato per bene, secondo il solito; e quando te lo dico io ci puoi credere...
— E che non ho sentito il mio povero capo stritolarsi per un'ora e più sotto le mascelle del diavolo? Poi ei l'ha sputato in faccia a un dannato che gli bruciava di costa, dicendo: «Giuda, tu mi consumi il carbone a tradimento; scroccone di fama... lascia quel posto e da' luogo al tuo maestro.» Ahi, la mia testa! Ahimè, il mio cervello!
— Calmati, Fabrizio mio, come fa buio ce ne andremo ai pater nostri in San Filippo, dove ti farò ungere il capo coll'olio della lampada di Maria dei sette dolori... vedrai... vedrai... ti farà la mano di Dio... ma rispondimi di proposito, chè dianzi non sono riuscita bene a capire, è egli finito il magno processo?
— Il processo! Ah! il processo... sì, è finito. Adesso comincia il mio.