E adesso ritorniamo al giovane Omobono. La notte era inoltrata senza che egli si fosse deciso ancora di passarla a veglia, ovvero al teatro: se ne stava seduto dinanzi al caminetto contemplando le fiamme crepitanti, non potendo condurre il suo pensiero sopra veruna delle tante cose che recavano molestia, e neppure sopra veruna delle dilettissime, come l'amore della sua Amina: aveva il cervello attrappito.
Di repente si apre l'uscio del salotto ed entrano taciti, a modo di congiurati, l'avo Omobono e la sua anima dannata Nassoli, Aeneas et fidus Achates. Il Nassoli, che veniva ultimo, ebbe avvertenza di chiudere diligentemente l'uscio e tirare la portiera.
I sopraggiunti, ricambiati i saluti, assettaronsi al fuoco, dove attesero per parecchi minuti a scaldarsi; pareva che il vecchio Omobono, quantunque fosse quel furfante da tre cotte che noi conosciamo, pure una certa esitanza gl'impedisse di rompere su quel subito il silenzio; si trattenne alquanto; all'ultimo incominciò:
— Nipote mio, mi rincresce di avertelo a dire, siamo alla porta co' sassi.
Il nipote non rispose verbo, onde il vecchio, dopo breve pausa, ebbe a continuare:
— Proprio rovinati di pianta.
— Se così è, disse alla fine Omobono con saldo accento, pera l'interesse, salviamo l'onore...
— Questo per lo appunto non siamo più a tempo a salvare, e fossimo non sarebbe ciò che preme; dunque all'onore diamo di frego. Davanti a noi adesso si aprono due sentieri, o darci di un revolver nel cranio, e questo io scarto ricisamente, o adattarci al domicilio coatto in qualche bagno del regno italiano, ed anche questo non entra nelle mie previsioni; haccene un terzo, e questo giudico l'unico spediente; salvare più che possiamo per vivere bene in questa vita, perchè nell'altra Dio fa le spese, in questa no. Ora dammi retta, figliuolo; io conto che tu debba trovarti su per giù un seicentomila lire tra cambiali, biglietti all'ordine, valori pubblici e cassa; che te ne pare?
E Omobono zitto: il vecchio continua:
— Urge che tu riscontri il portafogli, rechi tutto in danari, e ce lo spartiremo... cioè, io piglierò due terzi e tu un terzo.
E il giovane zitto: prosegue l'altro:
— Tu con questo bene di Dio ti ecclisserai; vai in America, ovvero in Australia, e appena ti sappia in salvo io mi dichiarerò fallito.
Il Nassoli, che pareva sbadato pigliarsi diletto di segnare numeri sopra un foglio, qui levò lemme lemme il capo ed osservò:
— Ecco, su i libri del signore Omobono potremmo, per meglio colorire la cosa, segnare altre cinque o settecentomila lire come prese dalla cassa del suo signor nonno.
E il nonno:
— Voi osservate saviamente, Nassoli.
— Ch'è quanto dire, soggiunse il giovane, che io ho da figurare essere stato la causa del suo fallimento?
— Già.
— E per dare colore alla cosa mi toccherà scappare, lasciandomi dietro la opinione di aver rubato la cassa.
— Sicuro.
— Ma chi mi entra mallevadore che io non sarò agguantato anche fuori, e qui, tradotto con le manette, giudicato e condannato a pena infamante?
— Io; ti provvederò di quattro o sei passaporti e di altrettante parrucche, ti munirò di lettere commendatizie per modo che troverai assistenza anche in capo al mondo; e noi pure formiamo una setta forse la più antica come la più efficace di tutte le altre.
— E il nome chi me lo ripara?
— Il nome, caro mio, gli è un cappello, il quale, quando non ci serve più, si butta via per pigliarne un altro, e tu baratterai quel tuo sfiaccolato Onesti coll'altro più robusto di Briganti... non mi torcere il niffo... rammentati che dei Briganti ne annovera parecchi il Parlamento italiano, deputati spettabili, mentre degli Onesti, per quanto io mi sappia, non ce n'è mai stati. E se ai serpi è dato in capo ad ogni anno mutare di pelle, comecchè attaccata alla propria carne, o perchè l'uomo non potrà mutare il nome, ch'è cosa fuori di lui, e insomma delle somme fiato e non altro?
— E la mia coscienza?
Il Nassoli sospese da capo il suo trastullo di segnare numeri, e per la seconda volta levò la testa come persona che senta cosa che non capisca, e così sembra che avesse a parere anche al vecchio, imperciocchè osservasse:
— E adesso che sortite sono queste di parlarmi chinese?
Il giovane con sembianza alterata, ma con salda voce, soggiunse:
— Temo che si opponga un'altra difficoltà.
— E quale?
— Nel portafogli conservo pochi recapiti commerciali da potersi facilmente negoziare.
— O le cinque... le sette... le novecentomila lire che tu hai avuto da me dove le hai tu messe?
— Quelle che sono sono; le si trovano registrate su i libri e depositate in cassa.
— O che il danaro resta nelle casse a condire? E perchè non le adoperasti?
— Perchè?
— Sì, perchè?
— E me lo domanda?
— Certo, ma certo che te lo domando: io ho bisogno sapere perchè tanto valsente, contro la mia volontà e le mie istruzioni, rimase morto nelle tue mani?
— Ebbene, poichè mi obbliga a dirglielo, le dirò: perchè i biglietti ch'ebbi da lei erano tutti falsi, per la qual cosa, appena mi accorsi a qual partito terribile ella mi avesse posto, non solo mi astenni metterne altri in circolazione, ma m'industriai ritirarne la maggior quantità che per me si potesse... quindi la sua cassa è debitrice, non creditrice della mia.
— Che tu fossi un vigliacco... un asino calzato e vestito, già sapeva, ma fino a questo punto prima di ora non lo avrei immaginato. Il giorno che mi chiappò il frullo di uscire di casa, per chiederti a Isabella, era meglio che nello scendere le scale mi fossi rotto le gambe e il collo per giunta... e adesso, Nassoli, non ci sarebbe verso di collocare questi biglietti?
— Lo giudico intempestivo... estremamente intempestivo, rispose asciutto il Nassoli.
— Maledetto! urlò Omobono, dando di un forte pugno sopra la tavola, e proseguiva; ma il Nassoli ne reprimeva il furore dicendo:
— Che serve? Ora l'escandescenze riescono intempestive... estremamente intempestive; navighiamo secondo il vento.
— Avete ragione: orsù, via; domani tu negozierai il portafogli, tutto se riesce, se no la maggior parte: danari e valori tu fa' di portare a me; secondo i capitali che avrai ricavato, io ti largirò sussidi pel viaggio e per istabilirti in luogo lontano, dov'io non senta più parlare di te: ammannisciti a partire da un'ora all'altra; al passaporto e all'imbarco a Genova provvederò io: voi, Nassoli, domani per tempo metterete i miei e i suoi registri in regola, onde dal confronto loro risulti a luce meridiana che Omobono Onesti si è fuggito lasciandosi dietro un vuoto di cassa di tanti milioni, quanti voi reputerete necessari.
— Che? come? ruggì il giovane Omobono. Io non fuggo, io non lascio dietro a me vuoti di cassa. Se ladri ci sono stati, non li dovete cercare in mia casa.
E l'avo cortese di rimando:
— Dammi un sigaro... grazie: — lo accese e dopo due o tre boccate di fumo prosegue: — Se ti ostini a rimanere noi sdruccioleremo di conserva in galera, mentre nel modo che ti propongo io tu te ne andrai a godere la tua bella libertà e forse la stima di nuovi cittadini che la Provvidenza rimetterà nelle tue proprie mani come una vigna da vendemmiare: io certo rimango per le peste, ma ho per fede che la canapa per la fune che ha da impiccarmi fin qui non sia stata raccolta.
— Insomma, io, innocentissimo di tutti questi pelaghi, dovrò essere sagrificato come vittima espiatoria?
— E se non fosse così dove sarebbe il tuo merito? I rei si puniscono; gl'innocenti si sagrificano. Diavolo! È distinzione elementare. Chi fu che si sagrificò per le colpe del genere umano? Gesù Cristo, bene altramente immacolato di te...
— Ma io non sono Cristo, nè lei il genere umano.
— Certo, a rigore non concorrono i termini della comparazione, io l'ho detto così per via di esempio: ad ogni modo accetta di buona grazia la parte che io ti faccio e non ne parliamo più, che non ho tempo da perdere. — E qui tre e quattro boccate di fumo una dietro l'altra.
— Questa non è la mia parte, tremante di passione borbottò il giovane Omobono.
— No! grida il vecchio, diventando livido per male represso furore; — no! — e levatosi di bocca il sigaro lo deposita sul tavolino, quindi continua: — o perchè allora, dimmi, affamato, ti avrei tratto in casa mia e levato la pancia di grinze? O perchè, miserabile, ti avrei messo le scarpe in piedi e la camicia addosso?
— Non m'insultate... non m'insultate, per quanto amore portate a mia madre... alla vostra figliuola.
— Che importa a me delle figliuole? Meno passere, più panico. Chi ti dotò di casa, di servi e di cavalli? Chi dalle latrine ti assunse alle beatitudini del paradiso terrestre? Mio il bicchiere col quale bevi, mio il piatto dove mangi, mia la catinella dentro cui ti lavi, il letto dove dormi, la sedia dove ti assetti, le vesti che ti coprono; se quanto hai di mio intorno a te, da me chiamato venisse a me, tu rimarresti come Adamo quando uscì dalle mani del Padre Eterno.
— Non è vero... la mia casa non ebbe bisogno di casa vostra mai, mentre la mia vi ha sovvenuto, vi ha aiutato, e Dio sa con quanto scapito di reputazione e di danaro.
Il vecchio barattiere, fingendo non sentire coteste parole, continuava infellonito:
— E ti bastò l'animo, impronto e sfacciato, per credere che tutto questo io facessi perchè, oltre gli altri lussi, tu t'incarognissi nel lusso più depravato di tutti, quello di trinciarla da galantuomo? Cotesto è lusso regio, non lecito ai semplici mortali; chiunque si attenti andarlo a cacciare nelle bandite regie, cade in trasgressione, se pure non ci acchiappa qualche palla nel cranio per via di ammonimento.
— Dunque voi presumeste comprarmi l'onore?
— Io non so che sia onore, e so anche meno in che cosa avrebbe potuto avvantaggiarmi. Tu promettesti essermi un guanto nella mano, e mi sembra averti pagato per mille dozzine di guanti: eletta d'intelligenza, fiore di gioventù si adatta a diventare cadavere gratis in mano del padre maestro gesuita, e tu tarocchi al primo servizio che ti chiede il tuo benefattore. Ch'è questa boria! La profferta di gente della tua qualità supera di due cotanti la richiesta: e credi tu che se io ti chiedessi il doppio di quanto ti chiedo, in confronto di quello che profusi per te, tu salderesti mezzo il credito che hai contratto meco?
— Dunque, quando l'avo finse beneficare il suo sangue aveva in mente di comprargli l'anima?
— Nè l'anima, nè il corpo: cotesti contratti un dì faceva il diavolo: oggi non costumano più: noi pattuimmo un cambio di servizi; finora ho pagato, adesso è venuto il tempo che tu mi consegni un po' di quanto ti comprai; e mi piace ripeterti che tu hai a considerare come la fortuna non dia luogo a scelta: dove tu ti ostinassi, me perdi e te non salvi; tu altro non puoi se non aggiungere al vincolo di sangue che ci lega una catena di ferro, la quale verrebbe ribadita dall'aguzzino dalla tua gamba destra alla mia sinistra, ovvero dalla tua sinistra alla mia destra, a piacimento.
Omobono digrignava i denti; si levò con impeto, ma non reggendosi in piedi ebbe a ricascare sulla seggiola; pure riuscì a dire a strappi queste parole:
— Signori, voi lo vedete... mi pare che mi abbiano dato di una mazzola sul capo... lasciatemi in pace... ho bisogno di raccogliermi.
— Il tempo stringe...
— Domani l'altro...
— Che domani l'altro! Domani.
— Ebbene, procurerò di ridurre in essere il portafogli... domani.
— Se le occorre aiuto, rimarrò con lei — disse il Nassoli.
— No, vada col suo principale, ch'egli di certo ne avrà più bisogno di me.
— Dunque a rivederci, conchiuse il vecchio ribaldo, e cercato e trovato il sigaro che già depose spento sul tavolino, lo riaccese alla candela del nipote e se ne andò tranquillo come se avesse conchiuso la compra di una partita di bozzoli.
Ho letto che la luce corre settantaduemila leghe il minuto secondo, e non mi è parso gran cosa, perchè il pensiero umano in un battere di occhio gira e rigira dieci volte il mondo; di vero i visitatori di Omobono non avevano ancora mutato un passo fuori dell'uscio del suo salotto, che egli aveva immaginato, discusso e stabilito quanto dovesse fare: atteso il tempo che gli parve necessario perchè si fossero allontanati, e poi di rincorsa in casa alla Elvira; quivi rinvenne Egeo ed altri parecchi amici sviscerati che stavano spogliandosi amorosamente all'antico giuoco del lanzichenecco, il quale ringiovanito col nome di toppa adesso forma la delizia delle nostre veglie. Omobono, invitato a pigliarci parte, se ne schermì col pretesto di forte emicrania, e veramente tutta bugia non era; quando gliene cadde il destro fece cenno all'Amina, che giocava anch'essa alla disperata, perchè si levasse per andare a parlargli. Di cotesto segno, ch'egli fece con la massima cautela, affinchè veruno se ne accorgesse, se ne accorsero tutti, nè se ne scandalizzò alcuno, che oggimai li consideravano come sposi, anzi taluno gli affermava belli e sposati; ad ogni modo non erano gente da commoversi per simili bazzecole.
*
Eccoli soli e seduti una allato all'altro e con le mani in mano, secondo l'usanza vecchia.
— Amina, cominciò a favellare Omobono, io, con la morte nel cuore, vengo a dirti addio.
— Ch'è mai successo? Parla presto... o Dio! levami di affanno... se non mi vuoi vedere spirare ai tuoi piedi.
— Domani, così imperante l'avo cortese, mi tocca a imprendere per le sue comodità un viaggio.
— Lungo?
— Lungo.
— E tornerai?
— Dio sa quando; — e con voce sommessa aggiunse: — forse mai più.
— Ma la ragione? Anche ai condannati leggono la sentenza.
— Doveva partire senza rivederti; ma tu, che sai che cosa è amore, pensa se mi bastasse il cuore. La ragione pur troppo ci è, e feroce, ma non dipende da me; tanto ti basti e ti sia di conforto sapere che io ti ho amato, ti amo quanto creatura umana può amare, che sono misero, ma misero assai, compiangimi di vedermi ridotto a tale di desiderare che altri ti renda felice, poichè io non potei.
— E credi tu, Omobono, che un amore pari al nostro si rompa come un filo di cotone? Io ti contemplo così disfatto da movere a pietà, non che la tua sposa, il tuo più fiero nemico; vieni, riposa il tuo capo su questo seno, che palpita per te: lasciati consolare, diletto mio... sfogati... non ci giurammo esserci compagni così nelle gioie come nei dolori? Chi altri sarà mai fuori della moglie di Cireneo che aiuterà il marito a portare la croce?
Omobono non esitò ed accettare l'asilo del seno della sua Amina, e, riparato una volta nel fidatissimo porto, era impossibile che non vi si alleggerisse del carico del suo travaglio; sarebbe stata scortesia, o piuttosto salvatichezza, e la natura aveva fabbricato gentilissimo il nostro Omobono; — e poi, se si ha da dire come la stava, nonostante ch'ei nicchiasse, si sentiva voglia di parlare per lo meno quanto ella di udire. Impertanto, dopo qualche lezio, egli le riferiva punto per punto la conferenza che aveva avuto luogo fra il suo nonno e lui; ho detto punto per punto, bene inteso però riveduto e corretto per suo uso.
Anco quando le palle stanno ferme, avviene di radissimo che noi raccontiamo preciso la faccenda come l'avvenne; tanto meno poteva pretendersi nell'agitazione e nel pericolo in cui si versava Omobono.
In simili frangenti l'uomo costuma tagliarsi con la lingua la propria storia e adattarla al fatto suo nella medesima maniera che il sarto gli taglia con le forbici il vestito a suo dosso. Di vero Omobono non mentì, tacque tutta la parte concernente i biglietti falsi, inducendo Amina a credere ch'egli, tra recapiti mercantili, valori e biglietti di banca, si trovasse a possedere il valsente di un milione e più.
Omobono non li vide, perchè tenendo la faccia bassa sopra il seno di Amina, meditasse che, se caso mai avesse dovuto morire, fin d'ora lasciava per testamento volere essere sepolto vivo là dentro: io vidi sì corruscare gli occhi all'Amina al modo stesso che balenano alle bestie feroci nel punto che stanno per avventarsi sopra la preda; ond'ella, più felinamente carezzevole che mai gli fosse stata, stazzonò i capelli e le guancie di lui e interrogò poi con voce che sì e no pareva lamento:
— Ed ora, sposo, può la tua moglie sapere che cosa tu intenda fare?
— Forse mi avanza la scelta? Ecco in succinto l'unica via che mi para davanti il destino. Io fuggirò, portando meco del mio danaro quel tanto che mi basti per condurmi in America traversando la Svizzera; il danaro potrei in coscienza appropriarmi tutto, perchè me lo sono guadagnato con industria onesta del pari che indefessa; e se il mio nonno per lo addietro mi provvide di capitali, io glieli ho restituiti con usura: se i suoi affari da parecchio tempo tracollano in un baratro senza fondo, i miei, meno voraginosi ma più solidi, prosperavano; pure glielo lascerò tutto o quasi. Io so bene che lo sciagurato lo farà sparire, e so eziandio, perchè non si tenne dall'ordinarlo in mia presenza al suo computista, che saranno acconciate le scritture in guisa d'apparire io debitore di parecchi milioni alla ragione di lui, e ciò per dare, se gli riesce, un po' di vernice alle oblique operazioni dentro le quali egli si era abbandonato a testa bassa: mi pare di vedere ch'egli in fine de' conti altro non farà che insaccare nebbia; poco filo è il mio per poter bastare al rammendo dei suoi strappi: pure io non mi devo per questo tirarmi indietro da sagrificarmi per lui. Amina mia, amore e gratitudine non conoscono abbaco nè seste; perchè se prima di pagare il debito avvenga ch'essi si pongano a fare i conti, va' pur sicura che essi non finiranno mai il calcolo. Vivrò ramingo come potrò... e quando l'acerbità del dolore di averti perduta... perduta per sempre... e il peso della infamia immeritata mi si farà insopportabile... e il tedio dello esilio avrà roso ogni fibra vitale del mio cuore, quando infine le cause del morire supereranno quelle del vivere, allora, chiesto prima perdono a Dio, col tuo nome su le labbra, mia adorata Amina, io mi farò dire da una palla nel cranio: tu hai vissuto abbastanza.
— Noi moriremo insieme! esclama Amina, e nello impeto sfrenato dell'entusiasmo con ambedue le mani strigne il capo di Omobono, e la sua bocca salda alla bocca di lui, talchè sembra volerci riversare la propria anima; per lunga ora la passione soverchia non concesse loro pronunziare parola: confondevano baci, sospiri, palpiti e lacrime, liquore stillato dalle palme del paradiso.
Non è vero niente. In paradiso non crescono palme, e chi ci è stato ne fa testimonianza: cotesto che io vi ho detto è liquore anodino, che in certo giorno di armistizio nelle guerre durate fra il cielo e la terra si posero a comporre di amore e d'accordo insieme angeli e demoni. Gli uomini, per non restare indietro, dicono che il giorno di poi fabbricassero in terra l'aceto dei sette ladri, e tutto questo fecero tanto su quanto giù in sollievo della umanità condannata da suo padre al dolore e alla morte. A considerarla bene, questa è una gran cosa. Saturno, padre eterno degli antichi, si mangiava i propri figli, il Padre Eterno nostro non monda nespole, sicchè resta chiarito che a barattare padri eterni più che guadagnare si scapiti; io ho detto ciò, non per disprezzo dei padri eterni vecchi o nuovi, ch'io venero tutti, bensì per ammonire quelli che avessero talento di mutare un'altra volta.
Passò cotesta fiumana di affetto come tutto passa quaggiù; ma l'Amina continuò a tenere con le due mani Omobono, quasi venuta in sospetto che le avesse a fuggire.
Se Carneade quando andò a Roma c'incontrava Amina, per gelosia si sarebbe impiccato: non vanti più la Grecia i suoi retori, tacciano le scuole dei tomisti e degli scotisti; dentro un sacco e in mare disputatori, controversisti e avvocati, imperciocchè veruno di loro avrebbe potuto reggere il paragone con Amina; se voi l'aveste udita vi sareste persuasi a un tratto com'ella avrebbe fatto la barba, non che ad altri, a Demostene. Tutto ella seppe mettere in opera per tirare Omobono ai suoi voleri, quanto il sofisma escogita di più sottile, la dialettica di più strignente e la logica di più calzante. Che se alcuno volesse sapere chi le fu maestra nella eloquenza, io glielo dirò senza ambagi; la natura, suprema educatrice degli animali che hanno discorso di ragione; in vero, se l'arte (lo certifica il Dante) è nipote di Dio, gli è manifesto che deve avere avuto per madre la natura: ora, se tanto l'arte potè, creando università, studi, licei, ginnasi, Giovanni Lanza ministro d'istruzione pubblica, ed un armento di docenti, o perchè la natura non potrà fare senza tante invenie quello che l'arte in grazia dei suoi molti trovati appena può? Forse Orfeo frequentava le scuole dei reverendi padri gesuiti? O fu visto Omero col cartolare a tracolla recarsi alla lezione dei non meno reverendi padri Scolopi? Natura si passa molto bene dell'arte, ma arte non può fare senza natura.
A cui natura non lo volle dire...
con quello che seguita.
Una volta sarebbe stato concesso credere che Amina inspirasse Mercurio, il quale, fra i vari suoi attributi, possedeva quello della eloquenza; di vero gli antichi lo effigiarono talora con le catene di oro pendenti dalla bocca, e tal'altra col cigno in forma di cimiero al sommo del petaso; — ma ohimè! se la religione di Mercurio un dì era merito, oggi dalla chiesa si danna come eresia, ed io non vo' screzi con la Chiesa, perchè se non brucia più gli eretici, potrebbe tornare a farlo, massime per virtù dei nostri guidaioli, che si arrotano a riavvivarla di sanne e di artigli. Tuttavia in riga di dubbio, ma poi mi rimetto al giudizio della sacra congregazione dei canoni, mi parrebbe che se tanto rimase fra gli uomini il culto di Mercurio, dove invece di scemare ogni giorno cresce, e i suoi tempii si moltiplicano[39] e le are, potrebbe benissimo la Chiesa accoglierlo nel suo grembo e metterlo in paradiso allato a san Matteo pubblicano. I romani non istettero a un pelo di assumere Gesù Cristo al fianco di Venere? Per quanto si narra, ciò propose Tiberio in Senato; quest'altro nel collegio dei cardinali potrebbe proporre Pio IX: entrambi pontefici massimi.
*
Ai giorni che corrono, nei quali si vive a salti convulsi e la più parte degli uomini renunzia alla eternità, come a cosa troppo lunga, sarei maldestro se riportassi punto per punto la orazione di Amina; in corti accenti ve ne spremerò il sugo. Dapprima ella distinse il padre dall'avo; i doveri verso colui che ci generò non si possono estendere ad altri, e s'intende da sè che l'atto generativo non si opera per delegazione, nè si crea con la immaginativa: e mise innanzi altresì una nuova distinzione fra l'avo paterno e il materno; più cosa il primo, imperciocchè di lui portiamo il nome e produciamo la famiglia, ond'ella tenere per fede che padre veramente non sia quegli che le giuste nozze dimostrano, bensì colui che ci nudrì fanciulli, educò giovani, uomini sovvenne e sempre amò. Ora, qual cura e quali i benefizi dell'avo materno verso di lui? Egli lo scelse per comodità propria come un cavallo o un cane; ma per uso mille volte peggiore, perchè al cavallo non si chiede altro che correre, al cane abbaiare, mentre adesso l'avo esige dal nepote cose contro la natura, le leggi ed i buoni costumi. In tempi barbarissimi i padri si fecero padroni della vita dei figliuoli, non però mai dell'onore. Anche Dio non andò più in là che chiedere ad Abramo tagliasse la gola al figliuolo Isacco, e Abramo, se avesse mandato pei giandarmi e fatto arrestare Dio come istigatore di parricidio, si sarebbe meritato la croce della Corona d'Italia: ma allora i giandarmi non usavano e Moisè non aveva ancora bandito i comandamenti della legge di Dio, dove sta scritto non ammazzare; e poi le leggi nelle monarchie assolute, di cui è suprema la monarchia di Dio, non obbligano chi le fa; tuttavolta l'onore d'Isacco lasciò stare; e Iefte che disse alla figlia? Niente altro che questo: adattati ad essere sagrificata per la maggior gloria di Dio: gli è vero che quella povera vergine avrebbe dovuto rispondergli: sagrifica te, se ne hai voglia, e denunziarlo alla polizia perchè lo chiudessero nell'ospedale dei matti; pure sta in fatto che in altri tasti Iefte non entrò; e così del pari Agamennone, cui i greci dopo la strage d'Ifigenia dovevano lapidare, non assumere al sommo imperio dell'oste contro Troia. L'onore preme troppo più della vita, perchè vita ch'è mai? È conscia attività del corpo transitorio, mentre l'onore è coscienza della dignità dell'anima che dura: la vita si può affermare proprietà dell'uomo, l'onore spetta meno a lui che alla sua famiglia e alla sua patria; la morte lascia una lacuna nelle famiglie, la infamia una macchia: la prima finisce e si circoscrive nell'uomo, la seconda contamina i successori; essi non peccarono, e tuttavia porteranno il peso della iniquità dei padri. Impertanto conchiudo che niente da te si deve all'avo iniquo. Se per istinto di virtù gentile tu vorrai procedere benefico con lui, io non ti tengo, anzi ti lodo, di ciò acquisterai merito presso la tua coscienza e il mondo: ma appartiene a te solo giudicare il tempo, il modo e la misura con i quali intendi usare questa tua benevolenza: da quando in qua si presumerebbe imporre la regola al benefattore? Ciò tanto più vale col tuo nonno, quantochè perduto il lume dagli occhi non sa più quello che si faccia, e mentre te precipita sè non salva. Se il danaro che possiedi fu guadagnato legittimamente da te, e tu tientelo. Non acconsentire sieno alterati i libri della tua ragione: procura riporli in fidata custodia. Dei consigli dell'avo accetta quello di allontanarti, perchè non puoi rimanere in paese senza correre il rischio di mettergli la fune al collo, e questo non hai a fare. Là dove compiacendo alle sue impronte richieste tu commetti l'errore, o piuttosto di' colpa, di accalorarlo nell'agonia dei naufraghi, di attaccarsi ai rasoi; noi spassionati comprendiamo com'egli ormai bisogna che anneghi, e se ei fa tanto di aggrapparsi a te affogherete ambedue: mettiti da parte, e allora vedrai ch'egli rinsavirà: dando le spese al cervello, attenderà a salvare quello che per lui può salvarsi: vo' dire che non muoia di miseria. Certamente egli riparerà in Isvizzera, e te lo farà sapere, e tu, se sia rimasto privo di facoltà davvero, lo sovverrai allora, non secondo i suoi meriti, ma la tua misericordia. Sedato il primo trambusto, noi torneremo, e i tuoi libri faranno prova della tua innocenza. Allora, caso mai qualche avventato o qualche maligno avesse tolto argomento dalla tua assenza di calunniarti, non solo avrà a ricredersi, bensì a darti lode di cortese e di pio, come quello che aborrì aggravare il padre di sua madre, amara stretta alla quale non avresti potuto sottrarti restando.
Ho detto, ed è vero, che per vincere Omobono Amina non adoperò blandizie, nè lacrime; però, più che tutto, a fermare la mente incerta di lui valse la risoluzione da lei palesata in modo assoluto di volerlo accompagnare dovunque ei si conducesse; considerarsi ormai sua moglie, e quindi per debito di religione e per affetto obbligata a seguitarne le fortune. Omobono, in adorazione davanti a lei, le baciava le mani e quasi benediceva la sventura che lo aveva colpito, come quella che gli rivelava tanta parte della divinità della sua donna: non era avvezzo udire amore a favellare così nobile linguaggio; gli parve essere diventato maggiore di sè; quasi si sentì crescere l'ale dopo le spalle; quasi credè abbracciato con lei volare su e giù per le sterminate volte dei cieli.
*
Il Nassoli si condusse la domane per tempo al banco di Omobono; lo rinvenne chiuso; tornò più tardi e con fortuna niente migliore; all'ultimo, verso le dieci, potè entrarvi; al porre il piè sopra la soglia gli parve un'aura di solitudine ventargli nella faccia, quantunque mirasse seduto al suo posto il commesso principale della casa, a cui volgendo il discorso domandò:
— Ben levato, signor Carpoforo, o che mi saprebbe dire dove si trova il signor Omobono?
— Partito.
— E per dove, di grazia?
— Non lo so.
— E torna?
— Non lo so.
— Diavolo! O che mi permetterebbe ch'io mi ponessi a lavorare intorno ai libri della sua ragione, come siamo andati d'accordo con lui?
— Non posso; sto dietro a metterli in pari io.
— In pari! Oh! che bisogno ci è di metterli in pari?
— O come farebbe lei in diversa maniera il bilancio?
— Bilancio! Oh! che vuol fallire il signor Omobono?
— Vuole liquidare: e a me lasciò la procura per condurre a termine questa operazione.
Il Nassoli capì la ragia e, cauto com'era, diede volta al timone, e ritirate le labbra verso le orecchie scoperse i denti acuti come lesine (era la sua maniera di ridere), prese commiato dal laconico ragioniere: scendendo le scale una considerazione gli si posò in cima della mente, come una mosca su la punta del naso, e come questa importuna, più la scacciava e più riveniva:
— Quel benedetto uomo non l'ha mai voluta capire che piantando broccoli non si possono raccogliere ananassi.
E per la prima volta la venerazione ch'egli professava altissima pel suo principale sofferse un picchio solenne. Venuto al cospetto di Omobono, asciutto asciutto gli espose il caso, e con sua sorpresa vide come costui non si scotesse punto; stette alquanto su di sè, si fregò con la manca la fronte, si arruffò, più che non erano, i peli delle sopracciglia, ed alla fine esclamò:
— Meglio così. Dal divoratore uscirà il cibo e dal forte la dolcezza;[40] io mi salverò naufragando... Nassoli, di poca fede... tu hai dubitato.
Il Nassoli sentì rimettersi il cuore in corpo, ed aumentò di due cotanti la stima verso il suo principale.
Amina ed Omobono con mentito nome recaronsi a Como, non avendo potuto in tanta angustia di tempo procurarsi il passaporto in regola.
Como! E poi dite che la fortuna passando sul mio capo non ci abbia rovesciato la sua cornucopia: si può immaginare occasione più destra per descrivere le magnificenze di Como? qui tutto; prima la emulazione, la quale è tanta parte delle opere umane, mi pone le perette sotto la coda; una legione intera di letterati, che vanno per la maggiore o per la minore, le celebrarono in prosa e in versi. — Cesare Spalla, Giovanni Berchet, il Corbellini, il Torti, il Gentili e il Turati le presero a tema delle loro poesie. Gli storici e gli scienziati metto da parte, però che mi farebbero comporre nuove litanie, le quali solo a Torquato riuscì rendere amabili nei suoi estri religiosi: però non si possono tacere Plinio, Cassio e lady Morgan; alla quale è mestieri che noi perdoniamo molto, perchè ci amò molto e ci confortò a non disperare, mentre da tutto il mondo qui conveniva gente a cantarci l'esequie fino alla Speranza. Mi tengo unicamente a quelli che sciuparono carta ed inchiostro (intelletto non conta) a dettare: sogni d'infermi e fole da romanzi; e qui potrei dire come il Bertolotti ponesse la scena del Sasso rancio e della Isoletta dei Cipressi, il Grossi del Marco Visconti e di Ulrico e Lida, il Carcano dell'Angiola Maria, il Bazzoni di Falco della Rupe, e di altri mi passo. Alcuni di questi libri galleggiano sempre, altri si vedono sì e no fra due acque come cosa che affoga; taluno riposa sopra un guanciale di limo in fondo a Lete, ma ciò gli avvenne non mica per vizio di forma, secondochè taluno crede, bensì per manco di virtù negli autori. Forse perchè pigliarono sembianza di epici, mille poemi si salvarono dal duro sonno e dalla inremeabile morte? Godetevi le vostre trombe epiche, noi ci contenteremo degli scacciapensieri quando si chiamino Promessi Sposi, Gil Blas, Nostra Dama di Parigi, Don Chisciotte, Ivanhoe, l'Ebreo errante, il Viaggio sentimentale.
Ed ecco, quanto più poggi in alto, più vasti orizzonti si dilatano avanti a te; vedi quanti uomini grandi ti porgono la loro fama come tela ai tuoi dipinti; ecco qui Plinio il Vecchio co' suoi 180 volumi di storie naturali e politiche, di milizia, di eloquenza, di grammatica, di tutto; egli fu un feroce scrittore come Nembrod cacciatore dinanzi a Dio; — eccolo co' suoi governi in Ispagna, il suo ammiragliato della flotta romana al Miseno, la eruzione del Vesuvio, e la morte incontrata voluttuosamente per la irrefrenabile cupidità di sapere, dacchè ei ci lasciasse come farmaco ad ogni sventura questa sentenza: «il miglior dono fatto all'uomo dalla Divinità è il potersi togliere la vita; dono che i fati non consentirono alla stessa Divinità». Dopo il Vecchio, ecco Plinio il Giovane, di cui il panegirico a Traiano, mosaico di piaggeria cortigianesca composto di frammenti repubblicani, ingannò anche l'Alfieri, il quale con sommo studio lo volse dall'idioma latino nel sermone nostro; — però, come a tutti apparisce, così non parve al signor Giulio Janin, che ci fa sapere come l'Alfieri convertisse codesto panegirico in una satira scritta in latino, dove si compiace denigrare quanto di grande fu operato nello imperio del magnanimo Traiano. — Le sono cose da non credersi! Ma che non è lecito a monsieur Janin, il quale ci racconta nei suoi viaggi in Italia, nella foresta dei cipressi del camposanto di Pisa avere udito il fiotto del mare, mentre la spiaggia del Gombo dista almeno tre miglia, e dei cipressi ne ha due; uno in cima, l'altro in fondo al quadrilatero, come l'alfa e l'omega sopra le lapidi delle sue sepolture. Quasi tutti i francesi nei giorni della nostra sventura ci dileggiarono o c'infamarono; in quelli del risorgimento ci astiarono e ci astiano; quasi tutti gli italiani nei giorni della sventura dei francesi augurano a loro sorti meno triste, mente migliore.
E come ti basterebbe l'animo di dimenticare il buon Martino della Torre, il quale, vinti per virtù di arme i Ghibellini suoi nemici, non sofferse si mettessero a morte i prigioni; «perchè, egli diceva, non essendomi venuto fatto di dare la vita ad alcuno, nè manco voglio che a veruno sia tolta?» In coscienza non lo potresti dimenticare, non fosse altro per confrontarlo al Thiers, uomo civile di questo secolo civilissimo, il quale, comecchè orbo di figli al pari del Torriano, nelle quotidiane stragi piglia diletto quanto e più le vecchie divote nella recita del rosario.
Nè passerai sotto silenzio Paolo Giovio, vescovo di Nocera, di cui l'ossa giacciono[41] e lo spirito vive in Firenze, non fosse altro per iscolpare gli odierni gazzettieri dimostrando a prova che non incomincia da loro il mestiere di battere moneta alla zecca della calunnia e dell'adulazione; non da loro la usanza di menare le Muse al mercato, non si potendo al macello; levate dunque dai vostri trogoli il muso, o gazzettieri, e consolatevi, voi potete vantare auspice e compagno nella vostra infamia anche un vescovo. Il Giovio tirava a palle rosse su l'Aretino, e l'Aretino su lui; la batteva tra il rotto e lo stracciato: a quello più della mitra calzava un remo; a questo, invece di un collare di gemme, una catena al piede; pure l'Aretino, meno maligno del vescovo (di bontà con costoro non si ha da parlare), prima perchè non era prete, e poi qualche affetto sentiva, non fosse altro per Giovanni delle Bande Nere.
Se volete papi, eccovi papi; ce n'è per tutti i gusti: qui vi mostro Innocenzo XI, che Luigi XIV a sollievo degli ozi regali aveva messo a bersaglio dei suoi strali, plaudente la Francia; e qui il Rezzonico, di cui non avanza di memorabile altro che il sepolcro scolpito da Canova, il quale ci effigiò due leoni che ci hanno proprio che fare quanto una pianeta addosso alla statua di Tiberio imperatore; e dopo i due papi, le due sonatrici di violino, sorelle Ferni, non estranee al papato come di prima giunta sembrerebbe, dacchè se Pio VI, pel suo andare in girone a Vienna e in Francia, si meritò il nome di pellegrino apostolico, a maggior diritto le Ferni, tanta parte di Europa circuendo a suono di violino, possono pretendere il titolo di pellegrine armoniche.
Ma sopra i Plini, i Giovi, i papi e le Ferni inchinatevi ad Alessandro Volta. I francesi sempre superlativi (qualcheduno dice sgangherati) scrissero del Franklin, che strappò il fulmine dal cielo e lo scettro ai tiranni, e non è vero niente: quanto a fulmine, anche ieri la folgore mi ammazzò una vacca; quanto a scettro, me ne rimetto ai lettori. Le storie raccontano che Luigi XVI, essendosi impermalito di cotesta epigrafe, facesse ritrattare il Franklin con la sua lode in fondo ai canteri; i francesi a posta loro se ne impermalirono, e arrapinati smoccolarono la testa a quel povero figliuolo di San Luigi; non per questo la monarchia fece più lume. Ma il Volta agguantò davvero il fulmine per la gola, lo infrenò, lo assottigliò per guisa ch'egli ebbe dicatti accettare l'ufficio di fattorino della posta. Calibano trovò Prospero; così, in grazia del Volta, in meno di un'ora seppi il tracollo di Luigi Napoleone bandito senza neppure la grandezza di Ottone, che incominciò col tôrre la vita ai francesi e finì col chiedere a loro la elemosina di un voto, e in due minuti mi dà notizia il nipote che viene a tenermi compagnia a desinare da Livorno... però il telegrafo non sempre è messaggero di liete novelle, ed io lo so: non importa; benedetto sempre, imperciocchè ad ogni modo egli abbrevi la incertezza, tortura vera dell'anima: un colpo e via: a testa tagliata non dolgono i denti.
Ma più che tutto mi pena ad avermi a strappare dalle dilette lusinghe della natura, di quelle delle Sirene più poderose assai, poichè queste è fama che allettassero unicamente con la voce, la quale scende per le orecchie al cuore, e a ciò si rimedia, secondo lasciò scritto Ulisse, con un po' di cera, e al bisogno può bastare anche il cotone, ma la natura, oh! la natura ti agguanta per tutti i versi; in vero, o come farò a salvarmi dall'aure felici, dalle brezze vitali, dai venticelli soavi, che spirano dai colli e dai rivi di questa terra incantata? Qui sempre limpide le acque, qui sempre verdi le piante, che mormorano sempre fra loro come se si raccontassero i casi di amore che nascosero con l'ombra dei rami, o trasportarono lontano sopra il dorso, ovvero alternassero i presagi degli amori avvenire ovvero ancora i propri amori si confidassero, perchè Dio trasfuse in tutto il creato senso di amore, e quindi parlano di amore le fiere, le piante e i sassi... Lettore! Per amore di Dio passa in punta di piedi e non destare il poeta.
Il cielo è innamorato di sè, ed ha ragione; egli adopera la piana superficie del lago di Como a mo' di uno immenso specchio della fabbrica di Murano, per contemplarvisi dentro ed esultare, Narciso immortale, nell'orgoglio della propria bellezza: per servire a Dio sarebbe povera cosa; Dio, quando vuol guardare la propria immagine, piglia l'oceano, dove si affaccia procelloso tra i fulmini. Ma se il cielo non ama il lago, il lago ama i figli del cielo: il sole, la luna e le stelle; ad ogni dichiarazione di amore che gli fanno con parole di luce egli risponde con sorrisi di luce; perchè anch'egli con l'affetto possiede potenza di fosforo per significarlo. Verso sera, dalla parte di occidente la luce si tinge di vermiglio, e richiama al tuo pensiero la donna innamorata, che pudibonda e lieta si accosta al talamo dello sposo che l'aspetta. Qui le rugiade inebriano più del liquore della vite, imperciocchè penetrino nei pori del tuo corpo madide del canto dell'usignolo e dell'odore del fiore di arancio (lasciatemelo dire, domani me ne confesserò al curato della parrocchia di Pondo).
Venere dea ebbe delubri ed are a Cipro, a Rodi, a Pafo, a Coo, a Citera e altrove, ma a Como impera regina e dea, ed ella qui conduce l'armento dei suoi devoti, come Proteo i suoi vassalli marini: gli amori vecchi ella mette in cura nelle case di salute dei suoi amici Como e Lieo; è vero pur troppo che la primavera pei mortali non si rinnuova, però vi hanno autunni che non aprono mai l'uscio al desiderio della primavera; sopra gli amori adulti, affinchè dallo amore attingano perenne virtù di amore, ella, messa la mano dentro al cinto, ove si trovano confusi
Di amor la voluttà ed il desire
E degli amanti il favellìo segreto
Quel dolce favellìo che anco de' saggi
Ruba la mente,
e trattone fuori un pugno di lusinghe e di dolcezze, lo sparge loro sul capo a mo' che i principi gettano le monete di oro alle turbe nel giorno della loro incoronazione; poi ordina alla natura che canti con la voce di tutte le sue creature:
Amate, amate, che domani ad altri
Sensi potrei chiamarvi, e doman forse
Chi sa se il cielo coprirà la terra.
Gli amori nati appena, e che si trovano all'aurora dei sospiri, ella confida alla condotta di Amore fanciullo, che li guida a rinfrescarsi l'ale testè nate su la superficie del lago, e in cerca di altri amori che a loro acconsentano... così le rondini, corso gran tratto di aria, con magnifica curva radono le acque a caccia dello insetto, delizia dei loro conviti...
— Come! Dunque l'amore a suo parere è un insetto? Dunque come lo insetto l'amore si appetisce e si cerca?
— Sì signora, poichè mi mette con le spalle al muro le dirò che amore come rondine vola, come rondine, animale di passo, presto viene e presto parte; come le rondini e i re è animale carnivoro. Ma ahimè! questa strappata mi ha rovesciato dal mio pegaseo; spento il lume della lanterna magica, i vetri figurati della fantasia non si riflettono più su le pareti del mio cervello: valete, spettatori; torno al racconto.
*
I nostri personaggi presero stanza proprio sul lago, nel bellissimo albergo aperto accanto al palazzo della Regina.
Qual regina? Carolina Amalia Elisabetta di Brunswick. E di qual re moglie? Di Giorgio IV d'Inghilterra. Ed ora che ve l'ho detto, voi ne sapete meno di prima. E sì che vissero e morirono ai giorni nostri; e si lasciarono indietro uno strascico d'infamia, la quale in difetto di altro servea mantenere per qualche tempo i nomi dei re sopra la soglia della morte. Costei fu meno cosa di Messalina; costui più cosa di Claudio.
Il debito fu pronubo delle nozze inauspicate, imperciocchè il Parlamento non acconsentisse pagare i debiti del principe, se non a patto che mandasse giù una moglie senza ostia.[42] Quando prima il principe vide la sposa la baciò, subito dopo chiese un bicchiere di acquavite;[43] nel primo pranzo egli le impose che sopportasse commensale al fianco la sua baldracca,[44] lady Jersey; la prima notte egli ubbriaco l'accolse nel talamo, che metà passò sopra e metà sotto il letto, dove ruzzolò sozzo sacco di vivo.[45]
E pure da cotesto bestiale mescolamento in capo a nove mesi nacque un bel giglio di amore, che, sposato a Leopoldo di Sassonia Coburgo, morte recise nel dare alla luce il primo figliuolo: per lei il Byron, selvaggio amatore di libertà, compose versi stupendi, dove così si esprime: «la libertà obliò le sue mille sventure per la sventura suprema di avere perduto questa donna, sopra la testa della quale ella vedeva splendere il suo arcobaleno... e noi ci compiacevamo nel presagio che i nostri figli avrebbero obbedito al suo figliuolo.»[46] Vedi contradizione di poeta, a cui quando meno se lo aspetta la passione ruba la mano del giudizio.
La regina d'Inghilterra, non solo a Como, ma per l'Europa, per l'Africa e per l'Asia, come il capo comico conduce la compagnia dei suoi strioni, menava una turba di paltonieri per rappresentarci un dramma solo — quello del più lurido adulterio; e se ne teneva, ella regina, madre e donna di ben cinquant'anni matura! Al volgare adultero Bergami, ella, insanita, procacciava titolo di barone e insegne equestri, monili al collo e campanelle agli orecchi; a Malta gli comprò la croce dei cavalieri di San Giovanni; a Gerusalemme, con sacrilego oltraggio, quella del Santo Sepolcro!
Lo indegnissimo marito, comecchè troppo più di lei imbestiato in ogni maniera di turpitudini, ardisce apporle colpa di adulterio, e raccoglie da diverse contrade, massime dalla Italia,[47] a prezzo di oro, testimonianze della sua vergogna, pigliando piacere a propagarla al mondo come il matto ad appiccare il fuoco alla casa. Nè la morte di Messalina fu colpa di Claudio, bensì di Narciso, pauroso di perdere il credito presso Cesare, e col credito la vita; tanto vero ciò, che Claudio il giorno stesso che gliel'ammazzarono di stoccata nel core, non la vedendo a mensa, interrogò perchè tardasse a venire;[48] all'opposto la morte di questa regina fu opera per bene venti anni premeditata dal Claudio inglese.[49]
Le rappresentanze della colpa e quelle del giudizio furono date gratis al mondo; il popolo somministrò il danaro per le spese: quelle della regina costarono un bel circa venti milioni di lire; quelle del re non si possono sapere; — quel popolo che sepolto nelle miniere mena una vita che poco è più morte; e nelle fabbriche si travaglia quindici e più ore, a sette centesimi per ora; e poi i cortigiani fanno le stimate quando sentono dire che la monarchia è venuta in abominio di Dio, del diavolo e di quanti sopra la terra possiedono discorso di ragione.
*
Tanto è, Omobono non era lieto; in ogni atto della sua vita si mescolava uno struggimento per cui egli restava ad un punto sorpreso e sbigottito: gustava miele amaro, tanto in pregio presso gli antichi romani, che ne imposero eccessivo tributo alla Corsica che n'è produttrice feconda; e bene sta che da puro cuore soltanto sgorghi la gioia pura. Il torpore gli s'insinuava nel sangue sottile come la malaria, tedioso a sè sempre, e qualche volta all'Amina, a fatica parlante e sbadato: gran parte del dì e' pare che dondoli tra gli sbadigli e i sospiri; svogliato di quiete e di moto, di veglia e di sonno, di cibo, di tutto: affacciato per ordinario al balcone, guarda fiso le acque del lago, le nuvole del cielo senza pensare a nulla; gli pesa il cervello; anzi non piglia nè manco diletto a contemplare il trasformarsi continuo che le nubi fanno in diverse sembianze, dove il riguardante mira quello che più gli piace trovarci; nella notte, ore intere, col braccio intorno alla vita di Amina, specula il cielo, e se gli avvenga mirare staccarsi dal fondo dell'emisfero due stelle, e dopo descritta una lunga curva di fuoco spegnersi a un tratto vicino alla terra o all'acqua, ripete sommesso:
— Perchè non così anche noi? Codesti fuochi dal cielo muovono verso la terra, e noi, Amina, spiccandoci dalla terra dovremmo quetare in cielo.
— E chi para?
E qui amplessi e pianti con l'altra procella di affetti, la quale impedisce che le acque di Amore stagnando impadulino.
*
— Orsù, Amina, un bel giorno disse, levandosi per tempissimo, che cosa facciamo qui? Moviamoci, nel moto sta la vita; mira come leggiere s'increspano le acque del lago, senti come soave ci venta in faccia la brezza montanina; — prendiamo una barca e andiamo a fare un giro: io porterò meco il mio portafogli, e quando mi capiti sotto qualche orrida scena, ovvero elegante, io mi piglierò diletto a schizzarlo.
— Ed io?
— Angiolo mio, tu ti spasserai a vedermi disegnare, o piuttosto fa' una cosa, provvediti di una lenza e pescherai.
— A cannetta?
— A cannetta.
— Ma sai tu che cacciare a civetta, pescare a cannetta e prestare a sicurtà, son tre castronerie che l'uomo fa; — basta, come ti piace, Amina mia, contenta tu, contento io.
Amina, senza lasciarla bollire nè mal cocere, esce fuori di stanza, e corre su e giù per l'albergo chiedendo, ordinando e mettendo in moto quanti incontra, camerieri e famigli; a tutti dice e non rifinisce mai di ripetere che le cerchino buona barca e rematore capace; tornerà a pranzo, ma se la vedessero tardare non l'aspettino; volersi godere quel paradiso terrestre; quante rinverrà fate, tante manderà ospiti alla locanda; esulti il padrone, perchè le fate hanno per costume pagare i conti in moneta di diamanti; alla più trista in oro senza lega; ammannisse i corbelli per metterceli dentro. In un attimo ecco barca nazionale, rematore nazionale (aveva remato almeno due terzi della sua vita agli austriaci, ma ciò non rileva; oggi è nazionale) bandiera, lenze, corbe, et reliqua, tutto nazionale.
Spoltrati! spoltrati! È lesta ogni cosa, — e sì dicendo Amina mette il cappello in capo ad Omobono, e presolo per la pistagna del vestito seco lo trae alla barca accostata alla riva, dove l'acqua è profonda; lì giunta ella ci entrò di un salto, che fece stupire i bighelloni accorsi, come avviene nei piccoli paesi d'Italia, dove la poltroneria culla il popolo e la curiosità gli canta la nanna. Omobono stava per andarle dietro, quando ella di un tratto esclamò:
— Il portafogli! Non hai avvertenza a nulla; e sì che ti aveva raccomandato non dimenticare il portafogli; va' a pigliarlo... fa' presto.
Allora Omobono rifece le scale a quattro a quattro, e preso il portafogli torna addietro col medesimo abbrivo: ansava come un mantice e con parole rotte, sporgendo il portafogli all'Amina, diceva:
Eccolo! eccolo!
Amina stende la mano per agguantarlo; Omobono piega più del dovere la persona per porgerglielo; ella non incontra il portafogli; egli non trova contrasto, spendolato troppo sbilancia, balena e col capo in giù dà il tuffo nel lago: esperto nel nuoto, non avrebbe corso pericolo nè manco vestito come era, pure, prossimo alla riva, non gli mancò di ogni maniera aiuti, sicchè poteva cavarsi d'impaccio senza altro danno di un bagno involontario: di passeggiata non si parlò più; ma nel mettere il piede sopra la soglia dell'albergo, Amina, dandosi forte della mano su la fronte, esclama:
— Il portafogli! Ahimè! il portafogli, Omobono.
— È cascato nell'acqua.
— Oh! che disgrazia! Oh! che disgrazia! Su, datevi moto; ripescatelo per amore di Dio; fate di tutto per riaverlo; cento... duegento... fino a trecento lire di mancia a chi lo ripesca.
Omobono, osservando Amina fuori di sè per la smania, non cura nè manco andare a mutarsi di vesti, e così grondante come si trova si riaccosta alla sponda urlando a sua posta:
— Il portafogli! Chi ripesca il portafogli?
Amina e Omobono eccitavano la gente a tuffarsi, la quale per la cupidità del premio saltava nell'acqua a mo' dei ranocchi se odano cosa che metta loro paura. Fruga e rifruga, non venne fatto di trovarlo a veruno, o perchè quivi l'acqua fosse troppo alta, o perchè qualche corrente lo avesse trasportato altrove: comecchè di estate, pure, declinando il giorno, Omobono con quell'umido addosso cominciò a sentir freddo; pertanto si ritrasse a casa; rimase Amina, arrotandosi sempre alla ricerca del portafogli; all'ultimo, stracca, tornò anche ella all'albergo, avendo distribuito prima qualche moneta ai pochi fortunati palombari, pure molto raccomandandosi non ismettessero i tentativi: a cui riuscisse trovare il portafogli, sempre fermo il premio; anzi lo crescerebbe del proprio.
Per tutto quel dì e per l'altro appresso non si fece che tattamellare del portafogli; molti e diversi andarono attorno i discorsi e sgangherati tutti, i quali poi si appuntarono in quest'uno, che il portafogli conteneva un tesoro in biglietti di banca e gioie; lo screzio rimase nel giudizio della somma, la quale, secondo la fantasia dei giudici, saliva a milioni o calava a lire centomila circa.
Omobono comprendeva ottimamente il dispiacere dell'Amina per la perdita del portafogli, dove certo ella conservava disegni così propri come altrui, carissimi per rimembranze, per pregio insigni, ma non sapeva farsi capace della croce che se ne dava; ond'è che ingegnandosi consolarla le diceva:
— Cara mia, non ti disperare; te ne comprerai un altro che tu illustrerai con disegni più belli dei primi. I tuoi sono sicuri; temi forse ti vengano a mancare gli altrui? O che ti butti a madonna fallita? Avrai quanti desideri adoratori che crederanno toccare il cielo con un dito appiccando voti alla tua immagine.
— Ti compatisco, gli rispose Amina, perchè non sai qual tesoro di affetto si contenesse là dentro; lascio i disegni miei, che sono miseria, tuttavia cari per testimonianza di giorni giocondi che non torneranno più; e gli altrui, oltre all'essere mirabili per eccellenza di arte, mi davano ricordo di sensi gentili e di cortesia; ciò di cui non posso consolarmi è la perdita delle lettere del padre, dei congiunti, degli amici, delle persone caramente dilette; ma più che tutto mi addolora la perdita dell'anello sul quale mi giurasti fede di amante e di marito, e delle tue lettere... le tue lettere!... vero metallo arroventato tratto fuori allora allora dalla fornace; — ah! tu non sapresti più adesso scrivermene delle uguali... se tu ti c'impancassi faresti cosa di riverbero... reminiscenze, non getti di vena: ed io le custodiva a sommo studio per mostrartele il dì che avessi dovuto rimproverarti di scemato amore e dirti: «miratici dentro e guarda se tu sei quello di prima.»
— Lo specchio di Ubaldo a profitto di Armida, notò sorridendo Omobono, e qui baciari, abbracciari e motti profumati in essenza di amore e promesse giurate, non però registrate, nè recognite dal notaro, ch'ella non si troverebbe mai al caso di provocare così uggioso paragone.
Anco i fiori in mano agli uomini ed in quella della natura altresì tu riscontri arnesi di morte; in Sibari le rose; nei giardini le bocche di lione, dove se avvenga che le farfalle incaute s'inoltrino, ecco si chiudono loro sopra e trovansi sepolte vive a morire di delizia; così Omobono; ma a strapparlo da cotesta indolenza valse un successo, che più presto o più tardi doveva pure accadere; standosene un dì coll'Amina, o che questa veramente chiamassero, ovvero a lei paresse essere chiamata, si levò precipitosa dal fianco di lui per correre in altra stanza, lasciando sul tavolino la sua borsa da lavoro. Fu meno che non si dice, Omobono fruga la borsa e trova una lettera. Veniva da Milano e pareva indirizzata a non so quale contessa (o non è curiosa questa, che alle donne appena uscite di casa piace affibbiarsi sempre un titolo; alla più trista quello di contessa; alle democratiche due volte più che alle altre); ella era aperta ed Omobono lesse.
*
Questa è un'azione villana, mi scappa fuori a intronarmi le orecchie la mia censora; i segreti delle signore si vogliono rispettare; lei mi è andato a pescare i suoi personaggi nelle bettole dei sobborghi di Milano.
— Scusi, rispondo io, io cavo i miei personaggi da per tutto; mi astengo da cavarli fuori da certi luoghi, per giusto timore di non avere ad andare dentro io in certi altri; nè io ho assunto a descrivere angioli, ma sì uomini dei suoi tempi, signora...
— E dei suoi...
— E dei miei; e gli uomini, ella lo sa, moltissime cose fanno di celato, che in palese condannano, e piacesse a Dio che non fossero più triste di questa di Omobono; ancora da parecchi giorni egli non sapeva niente di Milano, sicchè si potrebbe dire ch'egli si trovasse costituito in istato di legittima curiosità: per ultimo, che Omobono e l'Amina essendo ormai come Gildippe ed Odoardo amanti e sposi, fra loro non ci potevano cascare segreti...
— Adagio; misura tre volte e taglia una; anzi, appunto per questo...
— Tenga la lingua a sè, mi faccia la carità; e allora....allora, o chi le dice che l'Amina non lo abbia fatto a posta per dargli la sassata e nascondere la mano? Il tenore della lettera questo.
*
«Signorina. Appena ho tempo di scriverle. Mi rincresce in coscienza, ma come dicono le gazzette io proprio le posso scrivere: noi lo avevamo preveduto; qui in casa tutti sottosopra: urli, pianti, disperazioni, e perpetui i rinfacci d'ingratitudine; se non vedo meglio mi pare che, uscendone, ella si sia chiusa dietro la porta. In città un tananio, uno schiamazzo che mai il maggiore. Le donne poi... apriti cielo! Scandalizzate da cima in fondo, e come di regola in capo lista le amiche, che hanno già fatto e sono in bilico di fare come lei; però questo è chiaro, da lei si buttarono fuori di finestra la casa e la città: adesso non sarebbe aria di tornare; non ci pensi nè manco par sogno; la si è voluta rompere il collo; e poi per chi? Basta, dei gusti non si disputa, ma non può negare che il suo patito non abbia la faccia gialla come un fiore di pisciacane; quello che mi arrapina si è che qui tutti ne vogliono la vita; la si figuri le meglio parole che mi tocca a udire: traditore, rinnegato, ladro. Il suo nonno Omobono, adesso assunto in cielo fra sant'Ambrogio e san Carlo da quegli stessi che se ne lavavano maggiormente la bocca, lo compiangono come assassinato dal proprio sangue; chi dice che l'abbia portato due, chi quattro, e non manca chi sostiene sei milioni. Mamma mia! Il vecchio, o spinte o sponte, si prevede che avrà a fallire: aggiungono come cosa sicura, che manderanno ad arrestare il nipote: anzi le gazzette sbraitano perchè a quest'ora non l'abbiano chiuso in domo Petri. Tanto per suo governo: secondo il nostro accordo, appena saprò cosa importante, le scriverò a Genova ferma in posta sotto il medesimo nome; procuri farla ritirare.»
Avverto che la lettera fu rinettata dagli svarioni di sintassi e di ortografia, perchè arieggiavano la cameriera lontano un miglio.
Quando Amina tornò nella stanza rinvenne Omobono che stringeva convulso la lettera con ambe le mani; livido come morto; strabuzzati gli occhi: deposta la lettera, si abbottona il soprabito fino all'ultimo occhiello, forte si calca il cappello sul capo, e disse:
— Vado a Milano.
L'Amina conobbe a volo che il cavallo, arrivato troppo sul vivo dallo sprone, stava sul punto di rovesciarsi, però messe da parte le parole importune, forse pericolose, legatasi il cappellino sotto la gola, avvoltasi entro una mantiglia, risoluta confermò:
— Andiamo a Milano.
— Tu hai da rimanere.
— Io devo venire con te. Chi sono diventata io? Come mi lasci? Chi mi sostiene? Da te in fuori non mi avanza altro rifugio; capisci, bisogna o perire o salvarci insieme; e se ti vince la malignità umana, anche a te quale asilo ti resta oltre il seno di tua moglie? Qui vieni, le mie chiome sciolte (e possedeva copiosissimi capelli) copriranno la tua faccia e la mia sfregiate dal perverso destino, non già dalla colpa.
— Amina, io vado a combattere; e vincerò... forse; almeno la buona coscienza mi assicura, perchè sono e mi sento incolpevole; tu pure pensi così, e di questa tua fede grazie; ma te non voglio compagna della lotta mortale; la tua ansietà mi leverebbe il coraggio; e il tuo stesso silenzio mi tornerebbe più tormentoso dei lamenti, perchè il dolore inesplorato sovente si teme più profondo di quello che in verità sia...
— E alla tortura della incertezza non pensi... non ai terrori della solitudine... non al delirio della disperazione; io non ti lascio... mi attacco a te; se tu mi mozzassi le mani ti agguanterei pei denti.
Omobono dinanzi a cotesto ostacolo impreveduto tentenna, e Amina, che si accorge di quel momento di perplessità, rincalza favellando risoluta:
— A che questa risoluzione tanto ruinosa? Tutto quello che ciondola non cade, e poi donde ci vengono le notizie? Dalla mia donna di servizio; donna dozzinale, facile ad accettare per contanti tutto quello che sente dire, ad esagerarlo occorrendo. Omobono mio, considera che chi si risolve presto si pente a comodo: qui ci vuole giudizio: non t'impegnare in modo da non poterti, volendo, ritrarre; a bruciare le navi saremo in tempo sempre: certo, tu buono, tu quanta onestà vive nel mondo, perversissimo l'avo, ma per dichiarare la tua innocenza bisogna che tu passi sopra il corpo di lui: scansiamoci di qui, dove forse più che non crediamo ci conoscono, procuriamoci più sicure notizie, delibereremo poi con piena cognizione di causa.
Ora il partito di recarsi a Milano era nuovo nell'animo di Omobono: sorto improvviso dallo impeto della passione, non aveva avuto tempo di mettere le barbe, però non riusciva arduo all'Amina farglielo mutare; decisero dunque trasferirsi cautamente su quel di Genova e quindi attendere gli eventi. Trasferironsi a Nervi, e colà presero stanza presso certa vedova discreta, che teneva casa elegantemente accomodata sopra la riva del mare.
Le cure non si fuggono a cavallo, chè teco salgono in groppa e ti accompagnano da per tutto, dice il proverbio, e parla d'oro; difatti ci arrivò Omobono con la febbre in corpo di avere notizie da Milano: spedirono pertanto uomo a posta a Genova per pigliare le lettere, e quando gli parve ch'ei potesse essere di ritorno, senza avvisarne Amina, gli mosse incontro a cavallo; trovato l'uomo a breve distanza da Nervi, quegli senza sospetto gli consegnò le lettere, dacchè le lettere fossero due, e ciò pel motivo che la Elvira era stata dalla cameriera messa a parte del segreto (se cosa confidata a femmina, ovvero a simile generazione di femmine quali Elvira e la cameriera erano). La Elvira insomma scriveva che posta giù l'ira, il suo cuore non aveva sofferto lasciare in abbandono la figliuola prediletta in tanto estremo; annunziava peggiorate a dismisura le condizioni del caso; dichiarato il fallimento della ragione Boncompagni; il vecchio Omobono preso sul punto che tentava troppo tardi salvarsi in Isvizzera e tradotto in prigione; il mandato di cattura del giovane Omobono trasmesso ai giandarmi, che lo cercavano seguendone le orme. Il signor Egeo averle confidato che il commesso, cui Omobono costituiva suo procuratore, passato con armi e bagaglio dalla parte dei creditori, aveva fatto toccare con mano col confronto dei libri delle due ditte lui essere stato la causa principale della rovina; quando pure Omobono potesse scolparsi, in mal punto lo tenterebbe adesso e invano; il meglio per lui sul momento cansarsi: si manderebbe per Amina, che Egeo condurrebbe alla chetichella a Locarno presso una sua parente; col tempo si provvederebbe meglio, e forse si assetterebbero le cose: risposta sollecita, che qui davvero lo indugio pigliava vizio.
Omobono, tostochè ebbe letto la lettera, scese da cavallo, chè preso da capogiro temè stramazzare, ed avvoltosi la briglia intorno al braccio continua pedestre la via: declinata la faccia incomincia a istituire mentalmente un conto a partita doppia delle ragioni che lo consigliavano a vivere di fronte alle altre che lo persuadevano a morire; poi tirò le somme e chiuso il conto esclamò: — Non ci è caso, bisogna morire. — Io mi passo da riferire i molti e sottili motivi di cotesto strano Dare ed Avere; solo dirò che accadeva dei suoi pensieri come degli uomini usciti dai denti del serpente seminati da Cadmo, i quali, appena nati, pugnavano fra loro fino alla morte.
Amina avendo udito dal messo dello incontro avuto con Omobono e della lettera a lui consegnata, timorosa di guai, corse tosto alla sua volta; scortolo da lontano lo chiamava con voce e con cenni; ma invano; giuntagli accosto lo tentennò forte per le braccia; allora egli si scosse, le sue pupille oscillarono e ripresero la virtù obiettiva: come se uscisse dal deliquio sospirò:
— Amina, sei tu?
— Sì, sono: perchè sconvolto così? Ti senti male?
— No, bene.
— Ebbene, che ci ha di nuovo?
— Ecco, e le sporse la lettera.
Amina lesse e rilesse; poi soggiunse:
— Ebbene, che hai pensato?
— Morire; rispetto a te, quanto più so e posso ti supplico ad accettare la proposta della signora Elvira.
— Davvero?...
Se per me si possedesse la scienza musicale dei più famosi maestri, da Jubal fino al cavaliere Verdi, io non saprei rendere a gran pezza le infinite inflessioni di voce che fece Amina nel pronunziare cotesta parola.
— E non ti riesce a capire, continuò risentita, che mezza della tua maledizione si è rovesciata sul mio capo; la lebbra del tuo corpo si è comunicata al mio? E ti basta l'animo di confortarmi a vivere una vita di vergogna e di paura? Tu dunque pretenderesti ch'io vegliassi per soffrire i miei dolori ed i tuoi? Tu mi respingi da dormire il sonno eterno sul tuo guanciale? Ah! m'invidi la morte? Tutti voi altri sempre così; sotto infinite apparenze in fondo il vostro unico, rigido, sempiterno vantaggio. E chi ti dà diritto di supporti o più dignitoso o più animoso di me? Ho letto di parecchie donne che ebbero con lo esempio della propria morte a dare coraggio al marito codardo di fuggire, morendo, la infamia; di mariti che uccidendosi insegnassero alle proprie mogli a uccidersi non intesi mai.
— Amina, gemè Omobono, abbandonandosi con voce rotta dai singhiozzi nelle braccia della sua donna, non amareggiare di più le ultime ore del vivere mio, già troppo amare, non mi fingere disamorato per trafiggermi... tu sei giovane... e tu bella... ho pensato che qualche giorno, rimanendo in vita, possa sorgere meno fosco per te: la fortuna muta...
— Ma non il cuore di donna innamorata, nè di moglie virtuosa. Vissi: non si misura la vita col lunario. Quando tutto provammo e tutto godemmo e tutto soffrimmo, la vita è compiuta. Tale in un battere di palpebre vuotò intera la coppa della vita che altri in ottanta anni non ne bevve mezza. Ad ogni evento, a morire basto sola.