— Amina, esclamava Omobono, vie più stringendosi l'amata donna al cuore, tu coll'aprirmi interi i tesori della tua nobile anima mi consoli con tanta dolcezza, che se potessi incontrare la morte la bacerei in bocca e le direi: tu sola sei amica.
— Va bene; ma ora che abbiamo posto in sodo questa suprema risoluzione, Omobono mio, concedimi che io ti domandi se veramente tu hai pensato che sia necessario il morire?
— Sì; innanzi tratto io mi sento così stracco, così rifinito di forze, che, anco potendo, non vorrei continuare questo sazievole viaggio; ma il fatto sta che non posso; vedi! come quando porgendoti il portafogli, perduto l'equilibrio, ebbi a cascare nel lago, adesso mi trovo sbilanciato su l'orlo della vita. Considera i segni della notte che m'investe: di minuto in minuto il buio s'infittisce: il cielo mi si chiude sul capo ruggendo la tempesta: sotto le gambe mi si avvalla la terra: le mani a cui fidava agguantarmi o si ritirano, ovvero si allungano per respingermi. Il cane allevato in casa mi si avventa come se io fossi il ladro: anche ieri sperava poter combattere e vincere; adesso senza impugnare le armi mi confesso vinto, perchè le armi le quali mi dovevano difendere da un punto all'altro mi furono rivolte contro al petto. Il tradimento di Carpoforo mi ha tagliato i garretti. Tuttavia poniamo che io volessi pigliare a morsi il destino... qual profitto me ne viene? Io stesso con le mie proprie mani avrò spinto il padre di mia madre sotto la macina del fisco, perchè me lo stritoli anima e corpo. Non ti par questo parricidio? Non comprendi come sarebbe lo stesso che comprarmi l'eterno rimorso? E se il rimorso consentisse a darmi tregua, la gente non mi zufolerebbe perpetuamente dentro le orecchie: parricida! parricida! Non avrei squarciato la nuvola donde si sarebbe riversato un diluvio d'infamia sopra la madre, su tutta la famiglia vivente, sopra me, su i posteri? Non basta?
— Dimmi, Omobono, in Dio ci credi? L'anima credi immortale, ovvero morta col corpo?
— A me parve sempre presunzione di crani senza mandorla dimostrare la esistenza di Dio, come la non esistenza. I nostri sensi non bastano e lo intelletto è corto per siffatte dimostrazioni: io, per me, non credo nè discredo: il futuro mi si para davanti come la nicchia della immagine d'Iside coperta da una tenda nera; solo quando abbiamo varcato la soglia della vita, la morte tira la cortina; allora, e allora soltanto, sarà conosciuto se di là splenda la luce, oppure abbui la tenebra eterna. Oltre al sepolcro i sacerdoti augurano perpetua la luce e la quiete: a noi giovi trovarci l'una e l'altra; che se tanto non ci consentono i fati, la requie eterna mi basta.
— Io poi — favellò Amina — su questo proposito non ho ragionato mai, e creduto sempre, lasciandomi in balìa delle prime impressioni della infanzia: grande per me fu eccitamento al bene e freno al male il pensiero che, invisibile misurando i suoi ai passi miei, mi veniva allato un angiolo buono, il quale del mio lodevole operare esultava e del mio illaudabile si affliggeva. Sarà ch'io m'inganni, ma concetto proprio divino e fonte inestimabile di bene reputai la fede, che non solo le nostre azioni, ma i pensieri non pur nati ma per nascere sieno tutti dipinti nel cospetto eterno, allo scopo di conformarci in guisa che neanche la tentazione si affacci al nostro spirito, perchè s'è meritorio combattere la tentazione quando è sorta, credo più sano impedire che sorga. Dunque tu non ti avrai per male che io mi apparecchi alla morte con la confessione e la eucarestia.
— Ma, Amina, hai tu pensato che andando a confessarti tu palesi il tuo proponimento al confessore?
— Io confesserò i peccati commessi, ma quelli che sto per commettere non hanno bisogno di confessione.
— Dunque tu hai peccati sull'anima che ti preme cancellare per via dell'assoluzione?
— E chi non ha peccati? Non ne andarono esenti nè manco i santi. Che disse Gesù a cui gli domandava se avesse a perdonare sette volte? Tu perdonerai sette volte sette.
— Bisognava che Gesù pigliasse moglie, per vedere se sarebbe stato sempre del medesimo parere. Ma quali peccati puoi avere tu?
— Li ha da udire il sacerdote, non il marito; molto più che io potrei credere peccati certi atti, pensieri, omissioni che poi non fossero: sta al confessore definirli.
— Ed il proponimento di darti la morte non giudichi peccato mortale?
— Sì, ma di questo chiederò perdono a Dio nell'altro mondo, e confido nella sua misericordia, perchè amore me lo fa fare, e Dio mi sta nell'anima come principio e fine di amore.
— Lasciamo questi pelaghi; quanto tempo ti ci vorrà per apparecchiarti alla buona morte?
— Non saprei... tre... cinque.
— E se nel frattempo ci rovinasse sopra la persecuzione degli uomini?
— Allora avviseremo; chè necessità vince consiglio.
— Bene.
— Un'altra cosa, Omobono, ho da dirti; dammi la mano e senti se la tua Amina trema... hai tu pensato al modo di darci la morte?
— La è presto fatta; tu appunti una pistola alla mia tempia; io alla tua; spariamo; la soglia della vita è passata; ci troviamo nella eternità.
— No, no, no, proruppe Amina spaventata; a questo non consentirò mai io; il mio cranio in pezzi... il mio cervello in brindelli appiccicati al muro, come un avviso di vapore in partenza: gli occhi, schizzati fuori della fronte, giù penzoloni per le gote, i denti sparsi su la terra come granturco pei polli... io diventata oggetto di ribrezzo; forse di scherno... ma questo è terribile... ma questo, non pure crudele, è villano...
— Ebbene, via, invece del capo, vuoi tu che ci spariamo la pistola al cuore?
— Ma che ti pare! Tu, Omobono, verresti ad ammazzarti due volte, perchè il mio cuore è pieno di te, e dove ti mise amore non ti ha a cacciare via persona, nè anche tu.
— Allora non ci vedo altra via che pigliare una barca, andarcene in alto mare e affogarci.
— Non ne verremo a capo, caro mio, perchè entrambi noi sapendo notare, lo istinto della vita ci farà stare a galla su l'acqua.
— Ci legheremo un sasso al collo.
— La morte dei cani tignosi! Ohibò! Meglio impiccarci...
— Diavolo! Così finiscono i ladri. Raccomandiamoci al solito carbone.
— Peggio; prima di tutto non è sicuro; si prova fuori di misura spasimevole; dopo molte ore di agonia non uccide: il suo effetto non si manifesta uguale per tutti, e potrebbe darsi che mentre non potessero richiamare alla vita te, potessero me... e allora immagina il mio martirio! E a te pure, Omobono, non vengono i brividi addosso a pensare che ci sentiremo morire poco a poco, come il coniglio ingozzato dal boa... e ora di che ridi, Omobono? Paionti questi momenti da ridere?
— Non farne caso, anco i gladiatori feriti nel diaframma morivano ridendo.
— T'intendo, sai? Tu dubiti, tu dubiti che io abbia paura... ch'io parli come colui che avendo a scegliere l'albero per esserci impiccato, non ne trovava uno di suo gusto; possibile tu non abbia pensato al veleno; e sì che ci hanno ad essere veleni i quali fanno dormire, un veleno che ci conceda vederci fino all'ultimo... chiudere la vita con un bacio.
— Non ci ho pensato davvero, perchè di morire in una maniera o nell'altra a me importa poco, e non mi era mai caduto in mente di averti compagna nella morte: ho sentito dire, ed anche ho letto, di veleni di cui una gocciola basta per fulminare, non che un uomo, un bue, e certa volta si narra due amanti versarono non so bene quale acido, se prussico od idrocianico, dentro un cannello sottilissimo di vetro; quando vollero uccidersi se lo introdussero in bocca metà per uno, co' denti lo ruppero e in un attimo morirono entrambi l'uno nelle braccia dell'altro.
— O fortunati! Quanta invidia io vi porto.
— Potremmo rimediare... forse.
— E come?
— Ecco, io non saprei dirti il perchè, certo giorno mi prese vaghezza di fare provvista di oppio. Tu sai come agli speziali sia vietato vendere oppio ed altri tali veleni senza la ricetta del medico; se lo facessero cascano in pena; ora, quello che agli speziali è proibito si concede ai droghieri, i quali possono venderti impunemente tanto veleno da attossicare una città; ricorsi pertanto a droghiere amico, che senza ostacolo mi vendè mezz'oncia di morfina.
— E l'hai teco?
— L'ho.
— Ecco il fatto nostro; mostramela, la voglio vedere.
Egli la cercò, la trovò, gliela mostrò, e vistala riprese:
— È piacevole agli occhi, candida come l'innocenza, potente quanto Dio, pare polvere caduta dall'ale della farfalla quando folleggia di fiore in fiore. Adesso tutto è stabilito fra noi; — bando alla tristezza: esultiamo; costringiamo la morte a sorriderci... Omobono, incoroniamo la morte di rose.
E per dirla alla maniera di Omero, rallegrarono il cuore co' doni di Cerere e di Lieo; e per essere in riva al mare forse non mancarono anche quelli di Nettuno.
*
All'alba la donna andò alla messa, chiese del parroco, e gli aperse il desiderio di fare la confessione generale: durante tutto cotesto giorno procurerebbe esaminarsi la coscienza per bene; domani alla medesima ora tornerà da lui; intanto le celebri una messa secondo la sua intenzione, e gli porge un biglietto nuovo di banca di venticinque lire: certo, di argento o di oro avrieno fatto meglio figura, ma quello che vi è dato pigliate; lo dice anche il Vangelo; però il prete lo acciuffava con la bramosia del gatto, e se il guanto non la riparava, avrebbe graffiato la mano all'Amina: allora questa gli chiese in grazia di somministrarle il necessario da scrivere lettera alla madre sua, perchè a casa non lo avrebbe potuto fare liberamente a cagione... e qui chinò la faccia suffusa di rossore, aggiungendo a voce bassa, quasi paurosa che altri la sentisse, — a cagione di un uomo che la vigilava. Il prete mangiò, o piuttosto credè mangiare la foglia per aria, e nel presagio che Dio non si sarebbe rimasto a quell'unica mandata di manna, si affrettò rispondere:
— Padrona, padronissima, favorisca in sagrestia che troverà l'occorrente.
Amina, condottasi là dove la menò il prete, si mise a scrivere, empiendo presto presto ben quattro pagine di carta; piegò, sigillò diligentemente e si raccomandò al curato, affinchè portasse subito la lettera alla posta e l'assicurasse. — Magari! disse il prete, disposto sempre ai comandi di vostra signoria illustrissima, — e si separarono. Il curato, avviandosi con celeri passi all'ufficio postale, lesse nella sopraccarta: Alla nobile donna la signora marchesa Elvira M. nata S., Via S. Carlo, n. 12. (Urgentissima). — Eh! eh! lo aveva detto io, qui gatta ci cova. — E mentre sprofondato in cotesto pensiero non bada dove pone il piede, ecco investe l'accattona solita a mettersi accoccolata di fianco alla porta di chiesa, cagionandole una sconcia stincatura:
— Corvaccio! strillò costei, tu possa andare allo inferno prima di sera.
— E tu in paradiso subito — rispose il prete, e scappò via.
*
Sul fare del giorno, in una via traversa di Nervi, quasi nascosta sotto i rami di un gruppo di salici, si vedeva ferma una carrozza polverosa; se dentro ci fosse gente non si poteva scorgere, essendo le tendine abbassate; il cocchiere a cassetta dormiva; un altro servo vegliava ritto alla testa dei cavalli; dopo non breve ora la campana della parrocchia squillò il primo rintocco dell'Ave Maria; allora si aperse adagio adagio uno sportello della carrozza e ne uscì una donna avvolta nel cappotto e incappucciata; accennò al servo vigilante, che le andò incontro qualche passo, sicchè ella potè a voce sommessa susurrargli:
— Merlo, fa' di trovare l'albergo che ci hanno indicato; bisogna tu riponga il legno in qualche scuderia affatto sgombra, perchè non vo' che veruno lo guasti: e poi era guasto, non era; ci facciamo il sangue verde e bisogna succiarci il danno; i cavalli poi metterai dove ti resta più comodo; dirai al locandiere che avendo a parlare al signor curato, mi ci sono condotta subito; molto più che avendo sentito sonare a messa non ho voluto mancare di udirla; fa' allestire il quartiere più appartato che sarà possibile: poi vienmi a prendere verso la chiesa, perchè mi sento le ossa rotte ed una fame da lupi; e tu non devi canzonare; il vino non ti raccomando; solo ti dico che berrai con me alle mie bottiglie; guarda se trovi del cognac buono: provvedi un mazzo di sigari, quelli che aveva meco ho fumato tutti. — Fatti in là, furfante, disse la donna dando una spinta solenne nel petto a Merlo, che gittatole un braccio al collo pareva si disponesse a baciarla, ti sembra questo il tempo e il luogo, e senz'aspettare altro si avviò verso la chiesa. Il servo dal canto suo si allontanava come un can mastino bastonato.
Elvira, che la donna era dessa, s'imbrancò con certe vecchiarelle, le quali mattutine s'incamminavano verso la chiesa, alternando passi e nodi di tosse; ora, strette le ciglia per isbirciare meglio, mira il prete sopra la soglia della chiesa, in atto di uomo che aspetta, e poco dopo una signora affrettarsi a cotesta volta, come persona cui tardi farsi attendere; Elvira rallenta il passo, e solo torna ad accelerarlo quando vide entrati in chiesa il prete, la signora e qualcheduna delle vecchie compagne del suo cammino; ella pure vi entrò di scancìo e si fermò in un canto all'ombra per iscoprire marina; il prete e la donna già stavano ristretti nel confessionale con la mano in pasta a fare il sacramento della penitenza; allora strisciando lungo la parete giunse presso al confessionale, dove presa una seggiola s'inginocchiò dinanzi a quella con le gomita sul paglietto e il capo nascosto nel cappuccio inclinato sopra le mani. Amina l'aveva di già avvertita, onde tirò a finire la confessione, sicchè il prete, che si era già apparecchiato a sentirne di quelle senza babbo nè mamma, rimase edificato delle mende leggiere della sua penitente: tutto il baco stava nella troppa fede posta nel giovane innamorato, che l'aveva tratta fuori di casa, non però a cattivo fine, perocchè entrambi i giovani più che mai erano fermi a legittimare la loro unione col sacramento del matrimonio, e magari se avessero potuto farlo benedire da lui, curato di Nervi!
Il prete non capiva in sè dal giubilo, che gli pareva l'angiolo dell'Apocalisse mettergli la falce in mano e gridargli con gran voce: Caccia dentro la tua falce e mieti perchè l'ora del mietere è venuta,[50] e impostele per penitenza non so che zacchere di avemmarie in onore della sempre vergine e madre, figliuola e moglie, la licenziò, ammonendola che dopo un po' di preparazione egli avrebbe celebrato la messa, al termine della quale le amministrerebbe il santissimo sacramento della eucarestia. Quanti sacramenti in un picchio! Fortuna che non fanno indigestione!
Egli se ne andò in sagrestia, dove si lavò le mani; doveva anche lavarsi l'anima, ma per siffatto lavacro manca troppo spesso il sapone ai preti.
Amina, tolta a sua posta una seggiola, la tirò chetamente accanto a quella di Elvira, e postasi nel medesimo atteggiamento di lei incominciarono a bisbigliare fra loro. Dopo parecchi discorsi, che non importa riferire, Elvira disse:
— Dunque voi vi volete avvelenare coll'oppio?
— Mi è parso meglio di tutto.
— E ti parve bene; perchè con gli altri veleni, massime con gli arsenicati, non si sa mai dove si vada a cascare: però il meglio sarebbe che tu ti esimessi con destrezza da ingollare anche l'oppio: tutto sta cogliere la opportunità; ecco qua un pacchetto di gomma arabica soppesta; a non badarci troppo rassomiglia alla morfina; nel pacchetto ho messo altresì ostie per involtarla, caso mai tu non ne avessi. Dove tutto ciò non ti riesca... oh! zitto... entra la messa...
Il prete incomincia coll'Introibo altare Domini, e se ne va giù giù con la dolce armonia della pentola che spicchi il bollore: quando ebbe salito gli scalini, e però scostatosi dalle donne da non poterle udire, Elvira, studiando con maggiore cautela la voce, continua:
— In queste due cartucce colore di rosa tu troverai due prese di solfato di zinco: allorchè costui si sarà addormentato al sonno eterno, tu pigliane una dentro un bicchiere di acqua e vomiterai l'oppio senza sentirne altro danno che un po' di sbalordimento.
— Ma e se m'addormento ancora io?
— Per Dio! sei pure curiosa. Talora mi daresti venti punti ai quaranta; talaltra inciampi in un filo di paglia e stramazzi; se quando ti fai il bolo ci metti dentro minore dose di morfina che puoi, la sua virtù si spiegherà meno intensa e più tardi.
— Io lo confesso, l'ultima mano mi manca, ma tu duce e maestra, mi perfezionerò.
— Se lo scambio della morfina con la polvere della gomma arabica ti riesce, allora fingi sonnolenza, spossatezza, conati al vomito; ti gratterai le braccia e il collo come se un prurito insopportabile ti tormentasse; l'emetico allora ti ministrerò io; da te non far nulla: penserò io a mescolare il solfato di zinco col vomito; hai capito?
— Ho capito; ma da che mi accorgerò io che l'avvelenamento di Omobono è diventato irrimediabile?
— Zitto... il campanello annunzia la elevazione dell'ostia; raccomandiamoci a Dio che non ci levi le sue sante mani di capo...
Dopo la scampanellata finale, che annunzia ogni cosa al posto, Elvira ripiglia:
— Sta' attenta; si presentano due periodi; nel primo egli si dorrà di sete, di stimolo a spandere acqua e d'impotenza a farla; anche in lui i conati al vomito e la languidezza; poco dopo la salivazione continua, le pupille contratte, le sembianze abbattute; nel secondo periodo: svagellamento, ubbriachezza, perdita di conoscenza, sonno profondo; tu capisci come questi accidenti avvengano di tanto più presto quanto maggiore sia la dose del veleno amministrato; posto che pigli la morfina alle ore otto di sera, verso le undici la dovrebbe esser messa finita... Oh! Dio, facciamo presto, che appunto la messa sta per finire, ed io ho da dirti tante altre cose... Verso quest'ora verrò sotto le tue finestre; tu mi getterai; no, meglio calare; hai fune in casa?
— No.
— L'ho portata io; eccola; nascondila sotto il cappotto.
— Intorno al giardino ricorre una siepe folta di allori; appiattati lì e non ti movere se prima non vedi un lume alla finestra sotto la quale tu devi venire...
— Sta bene... bisogna separarci; il prete ha finito... va' a comunicarti.
Amina si accostò, per dirla in lingua chiesastica, alla mensa eucaristica, a mangiarvi il pane degli angioli. Quando ella tornò al suo posto, l'Elvira se l'era svignata; questa, trovato il Merlo, andò all'albergo a mangiare, bere e fumare con lui; a dormire no, perchè Merlo, anche quando ella traballando si alzò da tavola, ci volle restare, dove dopo avere asciugato tutte le bottiglie, compresa quella del cognac, stese le braccia, e su queste buttato il capo, prese a tronfiare come un tasso. Scesa la notte, Elvira sorse da letto, ed avendo trovato il Merlo sempre a tavola addormentato, gli levò pianamente di tasca la chiave della rimessa, informandosi, senza parere fatto suo, del luogo ov'era posta. Del Merlo non ci era da darsi pensiero: se la vinolenza gli fosse passata alla dimane, avrebbe fatto primiera con tre carte. Anche il cocchiere eccitato a bere (e non aveva mestieri conforti), se non si ridusse nello stato del Merlo, un tiro di cannone non ci correva. Assicurata di questo, Elvira pensò: fin qui le cose mettono bene; adesso da capo si pose a strologare; sembrava ripassasse nella mente il fatto e il da farsi; su di un punto parve si pentisse di qualche errore commesso, perchè si morse il dito, ma poi conchiuse: basta, si rimedierà; dentro la sopraccarta vecchia chi para di mettere una lettera nuova? Su di un altro tentennando il capo a mo' di pendolo, dava a divedere riuscirle difficile la risoluzione; tuttavia all'ultimo anche qui si decise e sonò il campanello. Al cameriere, che sollecito comparve, disse:
— Avvertite il vostro padrone che favorisca venire qui in camera; ho da parlargli.
Indi a brevi istanti ecco il padrone con la berretta in mano, ed ella, scarsa a parole e celere nel proferirle, lo pregava, e la preghiera sonava comando, ad accompagnarla dal reverendissimo signor curato per consultarlo su cosa di grandissima importanza. L'oste rispose come gli osti rispondono in simili occasioni: sarebbe stato un onore ed un piacere per lui, ma che a cotesta ora non ci era da pensarci nè manco, perchè il signor parroco seralmente si recava dal pretore a giocare a goffo con altri maggiorenti del paese, ed a sturbarlo nel suo passatempo prediletto si correva rischio di essere scomunicati in cera gialla.
— E se qualcuno in procinto di morire abbisognasse dei conforti della religione?
— Pei benestanti ci è il cappellano; pei nullatenenti il curato dice, che per venire al mondo ci è mestieri la balia, ma che per uscirne si può fare a meno di tutti.
— Pare che il signor curato sia addentro nelle grazie del signor pretore.
— Faccia conto che le sieno due anime dentro un nocciolo.
— Ebbene, andremo a trovarlo dopo la sua partita.
— Ma sa ella che spesso fanno mezzanotte, prima delle undici mai; o non sarebbe meglio domani?
— Mi occorre vederlo stanotte; se si potesse, subito. Verso le undici vi farò chiamare; siatemi servizievole, che ve ne ricompenserò; voi lo vedete, della mia gente non posso fare capitale in nulla... andate; ma no; ditemi prima, potrei respirare un po' di aria aperta senza avventurarmi sola per le vie del paese?
— Badi, signora, qui, per naturale costumatezza dei terrazzani e per necessità di tenersi bene edificati a cagione dei bagnanti, si può camminare a qualunque ora sicuri; tuttavia, la signora, volendo, può scendere nel giardino di casa, il quale confina con la spiaggia, ordinariamente deserta; qualora lo desideri, io le darò la chiave della porta del giardino che mette sul lido.
— Sì, come volete: addio.
Il locandiere dopo alcuni altri minuti, sempre con la berretta in mano, portò la chiave. La Elvira scriveva; senza levare gli occhi dal foglio disse:
— Mettetela sul caminetto; mille grazie.
Appena uscito, Elvira depone la penna, cava la lettera da Amina speditale a Milano; la legge attenta e su la scorta di quella traccia un po' di carta topografica del paese per raccapezzarsi; ciò fatto scende in giardino, e, senza punto fermarcisi, quinci sul lido, dove agitata prese a fare la lionessa.
La solennità dell'ora, la voce terribilmente arcana delle acque, anche quando addormentate respirano, la distesa dei cieli, la dimostrazione parlante, continua della nullità dell'uomo e della oltrapotenza della natura non seppero suscitare in cotesta materia pensiero che non fosse degno della più trista materia; le venne fatto di volgere il viso in su e contemplare le stelle; le guardò un pezzo e finì col borbottare: «o non sarebbe stato meglio che il Creatore mettesse lassù in cielo, in iscambio di stelle, tanti marenghi, e due volte l'anno, per San Martino e per San Lorenzo, li facesse piovere in casa mia?»[51] Impaziente di più lunga dimora, cerca, trova la casa di Amina e si nasconde dentro una folta siepe di allori: appunta gli occhi e mira dallo interno trasparire un chiarore fioco, che talora si oscura. Non le consentendo la inquietudine di restarsi più oltre ferma, rifà i passi, torna al giardino, consulta l'orologio; — sono le dieci. — Ah! ore maledette, bisbiglia, e con le mani fa l'atto delle pollaiole quando strozzano le galline; e credo anch'io che costei, se avesse potuto, avrebbe strozzato un paio di ore: si propose ricondursi sul posto camminando adagio, ma le furono novelle; dopo venti passi ripiglia la corsa più celere di prima; arriva; ah! il lume, il lume risplende smagliante alla finestra. Se io paragonassi adesso il suo incedere al volo della rondine, io direi poco; adagio adagio venne calato un involto; ella si rizza in punta di piedi, leva quanto più può le mani per agguantarlo: — ah! lo tengo, brontola cupamente nello avventarci le mani, o piuttosto gli artigli di falco. Rasentando i muri, appiattandosi in qualche via traversa e quivi trattenendosi, finchè non si fosse assicurata se la fantasia non l'aveva illusa, o si allontanasse il viandante di cui le pedate le misero addosso la paura, le riuscì rinvenire a colpo la rimessa ove il Merlo aveva riposto la carrozza; l'aperse e la richiuse cauta: accese una piccola lanterna di cui il raggio spandevasi per breve tratto; entrò la carrozza; remosse, sdipanando certe viti, la spalliera imbottita, dietro la quale comparve uno sportello ferrato; anche questo dischiuso, tentò gettare dentro l'apertura il portafogli; ma invano, perchè troppo angusta; non ci trovando altro partito, ruppe il fermaglio al portafogli: alla vista di tanti bei biglietti nuovi di stampa il suo cuore si dilatò: e voi non siete tanti, ella esclamò, che io non sia donna da finirvi in capo all'anno. Non potendo resistere all'agonia, ne acciuffò una dozzina a conto, parte di 1000 e parte di 500 lire: molto più che si trovava corta a quattrini; e meglio di ogni altro sapeva che le ruote senza ungerle, o non girano, o girano male; rimise ogni cosa al suo posto; richiuse la porta, e chiotta chiotta pel giardino rientra inosservata in casa. Prima di tutto, al Merlo, sempre imbertucciato, ripone la chiave della rimessa in tasca; muta poi calzatura e veste: per ultimo chiama il locandiere, il quale la pregò umilmente a volersi degnare di accettare il suo braccio; e così si avviarono alla canonica.
Il prete era tornato a casa inviperito peggio di un basilisco; per le scale, sul pianerottolo, in sala e in camera, non rifinì di bestemmiare, come bestemmiano i preti: — per Cristallino, giuro a Dio Bacco — ed altre più argute amenità che non si rammentano per lo migliore. Alla Verdiana, che gli domandò se voleva mangiare un boccone, rispose: Va' là, Verdiana, che dei bocconi ne ho inghiottiti più del bisogno, e Dio sa se amari. Tutta la sera disdetta; per chiusa, quell'assassino di pretore, con un goffo fulminante, mi ha ammazzato la più bella primiera che si sia vista nel mondo. La Verdiana soggiunse: vuole che venga ad aiutarlo a spogliarsi? Non vo' aiuti, disse il prete; e la serva: vuole che le accenda la lucerna? Non vo' lumi, levamiti davanti, il prete disse, in altra maniera, ma non si può ripetere: appoggiato al letto, ecco egli butta una scarpa di qua, un'altra di là: nel tirarsi i calzoni, volto il capo dove pendeva la immagine della Madonna, favella: Ah! tu mandi i goffi al pretore perchè mi ammazzi le primiere; ebbene, io mi terrò su la lingua le mie avemmarie; tu mi levi i quattrini di tasca ed io non ti metto l'olio nella lampana...
— Signor curato... o signor curato... — urlando da disperata e forte squassando la porta lo interrompe Verdiana; don Macrobio, co' calzoni in mano tutto sbigottito, domanda:
— Ch'è stato? Ch'è stato? Ch'è stato?
E Verdiana: Ci è qua una dama accompagnata dal Bigi, il locandiere dell'Albergo Nazionale, che le vuole parlare subito subito; mi ha dato una carta perchè la consegni a lei. Apra l'uscio...
Il prete, co' calzoni in mano, va ad aprire, e Verdiana gli porge la carta; ma, essendo buio, non la può leggere; ond'egli stizzisce e borboglia:
— Sciatta! Sbadata! Questo accade perchè non hai portato il lume in camera.
— O Signore! Oh! s'è stato proprio lei che non ce l'ha voluto.
— Chetati! Non istarmi a fare la rivoluzionaria volendo ragione... va' pel lume.
Venne il lume, e don Macrobio lesse una litania di titoli uno più appannato dell'altro. Adesso soprasta nuovo pericolo, chè la marchesa, arrivata sopra la soglia, minaccia invadere la camera. Il prete, vergognoso di esser colto in cotesto arnese, non gli sovvenendo meglio, salta sul letto co' calzoni in mano e si nasconde sotto le lenzuola. — Elvira irrompe e va, senza riguardo, a sedere sul seggiolone che il prete teneva a capo del letto, poi ordina alla serva: — Posate la lucerna su lo inginocchiatoio, andatevene e chiudete l'uscio.
Verdiana obbediva a bacchetta, strologando fra sè: — Caspita! la dev'essere una signora altezzosa davvero; comanda con tanta superbia!
Don Macrobio sudava per la pena; e trovandosi per ventura sempre i calzoni in mano, con quelli si asciugò il sudore. — Elvira ritornò sul tasto della sua condizione, sè chiarì, ed era vero, figlia di conte, gran cordone, senatore, generale, ministro, e se più ne hai più ne metti; moglie di marchese, deputato; e si fermò per prendere respiro; aggiunse essere madre, bene inteso madre di adozione, perchè quanto ad età, fra lei e la figliuola adottata ci potevano correre tre anni o giù di lì. La giovane da lei amata, come quella che di tenerissimo cuore era, facilmente sedusse un giovane tenuto per capacità, per onore e per ricchezza principe fra i principali: con maraviglia di tutti, eccolo all'improvviso scomparso e seco avere trascinato la sua dilettissima figliuola... Vi ha chi dice ch'egli abbia rovinato il suo avo banchiere, anch'egli dei primi; altri sostiene che vadano d'accordo per ingrassare sopra la miseria di centinaia, forse migliaia di famiglie: per me giudico che la batta tra pirata e corsaro, e che il giovane, sentendosi prossimo a dare la balta, uccellasse alla dote della mia figliuola per rimettersi in palla. La fortuna ha guastato i disegni del giovane, e questa volta con giudizio, perchè colpevole. La giustizia ha già messo le mani in questo negozio, e per quanto affermano spiccò il mandato di cattura contro il giovane Onesti: il nonno Boncompagni a questa ora si trova in potestà del tribunale. Avvertito, il giovane fin qui è riuscito a cansarsi, vivendo latitante, ora in questa ed ora in quella parte; adesso egli è qui, e la sciagurata Amina seco. — Il tribunale ne ha rinvenuto le traccie, ed a me non farebbe specie se da un punto all'altro si vedessero comparire qui i giandarmi spediti da Milano per arrestarlo.
— Oh! che mi racconta mai, signora marchesa. Che casi! Che casi!
— Nè qui sta il peggio, curato mio; il peggio sta in questo altro, che il giovane, datosi alla disperazione, si è risoluto avvelenarsi.
— Mamma mia! Misericordia Domini super nos!
— E quasi tanto non bastasse, lo scellerato, abusando del perduto amore che la meschina gli porta, ha persuaso, ahimè! anche lei ad avvelenarsi seco.
— Domine in adiutorium meum intende!...
— E ieri... non più tardi di ieri, ebbi a Milano la lettera di questa meschina, la quale mi avvisava della funesta risoluzione... mi chiede perdono... e...
Elvira a questo punto ordinò ad una dozzina di lacrime di portarsi subito di guarnigione nella congiuntiva degli occhi, ma o non vollero obbedire, o prima di arrivarci sbagliarono la strada; ricorse al supplemento dei singhiozzi; il prete la consolò, ella si fece facilmente consolare e riprese a dire: — Dunque mi sono messa in viaggio, ho corso tutta la notte e qui giunsi più morta che viva per lo spasimo e per la fatica; affamata, assetata per tentare di salvarla; subito presi lingua, ed ho saputo trovarsi qui. Ora non ci è tempo da perdere; su via, signor curato, non consenta che ancora io mi getti alla disperazione; mi aiuti per carità.
— Ma sa, signora marchesa, che se il giovane è un fiore di virtù, la sua signora figliuola non monda nespole? La si figuri ch'ella ha avuto lo stomaco, con cotesta posola in corpo, di venire stamani da me a confessarsi e a comunicarsi; questo, non ci è caso, è un sacrilegio bello e buono. O chi ha creduto ingannare ella? Me o Dio? Ma sa, che se noi non arriviamo in tempo a farla vivere e pentire, ella se ne va allo inferno diritta come un fuso?
— Così credo anch'io; però si affretti, impediamo che ciò avvenga... Oh! che fa ella che non si muove e sta sempre lì co' calzoni in mano?
— La colpa non è mia, si compiaccia ritirarsi nell'altra stanza, tanto ch'io mi vesta.
— Che importa?
— Se sono in mutande.
— Via, per contentarla mi volterò dall'altra parte, e intanto ch'ella si veste continueremo a ragionare e non perderemo tempo...
— Veramente...
— E se la beatissima Vergine per sua intercessione mi fa la grazia di ritrovare sana e salva la mia figliuola, io fo voto di lasciarle nelle mani quattromila lire per dotare una fanciulla...
— E in mano di cui vuol'ella lasciare, signora marchesa, le quattromila lire? — In quelle della Madonna?
— Nelle sue... nelle sue... signor curato; e se non bastano le aumenteremo, perchè danari non mancano e ci sentiamo un cuore da Cesare; dunque si vesta, che sia benedetto; emetici ne ho meco per far vomitare anche il Conte Verde, ch'è di bronzo... e avverta che prima di andare a sorprenderli bisognerà farne motto al pretore...
— Al pretore! esclamò stizzito il curato, rammentando come costui col goffo gli avesse ammazzato la più bella primiera del mondo. E come ci entra il pretore?
— Ci entra benissimo: perchè il giovane è un rompicollo finito; quattro o sei ne ha su l'anima, tre di certo, ammazzati in duello; la si figuri di che non è capace cotesto disperato; molto più che, anche a risico di una tragedia, voglio portargli via la figliuola.
— Com'è così, la mi scusi, ma io non vengo — disse il prete tornando risoluto a mettere sotto le lenzuola le gambe ormai vestite e i piedi calzati con le scarpe dalle fibbie di argento.
— Ma senta, già prossima a dare nei mazzi prosegue Elvira, il pretore si farà senz'altro accompagnare dai giandarmi; tocca a questi salire e provvedere che non avvengano guai; non li paghiamo apposta?
— Sicuro eh! Noi li paghiamo dieci anni perchè si facciano ammazzare un giorno... patti grassi per loro.
— Anche troppo.
Intanto il curato, sentendo come le cose sarebbero andate a modo e a verso, si decise a uscire seguitando la marchesa, che lo tirava via per la manica. Arrivato a mezze scale, costui si ferma in quattro e si mette a gridare:
— Verdiana!
E questa, a capo di scala, gli rispondeva;
— Che cosa comanda, reverendo?
— La lucerna.
— To'! mormora Verdiana, gli è quasi in fondo e cerca il lume adesso; — di rincorsa va in cucina, accende i tre becchi alla lucerna e raggiunge il parroco, che stava per uscire fuori di casa, dicendo:
— Ecco la lucerna!
— Che tu possa andare a cena con gli angioli, che ho da farmi della lucerna per la strada, io? La lucerna dico... la lucerna da mettermi in capo; sbalordita! cervellona!
— Gua', o chi poteva credere un pari suo, che fa le prediche, tanto smemorato da uscire di casa senza cappello!
— Quando ritorno faremo i conti; intanto sai che ti ho da dire, Verdiana: che se tu non la smetti con queste scappate rivoluzionarie, io ti fo baciare il chiavistello di casa.
Come a Dio piacque, si posero in via, Elvira, Don Macrobio e Luigi Bigi il locandiere.
Il pretore già se n'era ito a dormire, se a dormire può dirsi, imperocchè se ne stesse supino colla moglie, a cui veniva esponendo con compiacenza le fortunate vicende del giuoco della serata; allo strepito che ad un tratto intese farsi all'uscio di casa sbalza su in camicia e va alla finestra, dove udita la voce del prete, che lo pregava ad aprire tosto per l'amore di Dio, tirò la corda. I bimbi del pretore, scalzi, in camicia, arruffati come istrici, si buttano giù dal letto strillando; la mamma, per farli star cheti, urla più di loro; la serva, pel medesimo fine, più di tutti: il cane, il gatto, si recano a debito di coscienza di non negare la propria voce al coro; insomma un finimondo, una vera musica dell'avvenire.
Alla meglio o alla peggio composto un tanto scompiglio, la Elvira ripete al pretore il racconto già fatto al curato e ne implora il soccorso. Il pretore, secondo il solito, era scannato intero, sbirro due terzi, ciuco mezzo, e forse un po' meno, tutta viltà per di sotto, per di sopra e da parte; povero uomo! da quaranta anni voltolava la sua vita rotonda di sommissione, come lo scarabeo la sua pallottola senza poterla portare un gradino più su. Penurioso di ogni bene di Dio, eccetto figliuoli, doni frequenti della feconda consorte. Udendo di cotanta donna, quale la Elvira pareva essere, e delle sue potenti aderenze, scorse di un tratto la importanza del negozio e gli parve che la fortuna gli porgesse una cima di cavo per tirare in terra la barca e ormeggiarla al sicuro. Si veste in un attimo, manda pel maresciallo di gendarmeria, gli bisbiglia i suoi ordini dentro l'orecchio; non dimenticò la brava rivoltella, e via. Anch'egli però erasi dimenticato di una cosa, della sciarpa, insegna della sua dignità; se la fece tirare giù dalla finestra. La sciarpa egli aveva scordata, la pistola no, e a ragione; la forza in questi, come in tutti gli altri casi, è quella che conta; il diritto viene dietro col pialluzzo a ragguagliare quanto la forza cincischiò coll'ascia.
*
Ed ora, voltata la ruota al timone, andiamo a vedere che sia accaduto dei nostri amanti. Ai moti convulsi, ai discorsi deliri, subentrarono quiete e silenzio penosi; si tenevano per mano e corrispondevano fra loro con sospiri repressi. Il sole sembra affrettarsi a purificare nella marina i suoi raggi insanguinati nel quotidiano pellegrinaggio per le dimore degli uomini. Omobono si leva, lo seguita Amina, entrambi si affacciano al balcone e scambievolmente si stringono a mezza vita; fissi nel sole, stanno a vederlo immergere poco a poco nel cumulo delle acque; quantunque tinti in rosso, cotesti raggi offendono la vista; che importa? In breve essi non avranno più bisogno degli occhi, nè di altro sentimento del corpo; ecco, su l'orlo estremo della marina resta un terzo appena del disco solare, un quarto, una linea, un sospiro, è prossimo ad esalare l'ultimo fiato; lo ha esalato.
— Ed ora anche per noi è tempo di andare a dormire, bisbigliò Omobono.
— Sì, rispose Amina; però innanzi io ti supplico compiacermi in un ultimo desiderio; tu vestiti i tuoi abiti migliori, io farò lo stesso, e poichè senza avvertirlo io chiusi nella valigia la ghirlanda dei fiori di arancio, me la poserò adesso sul capo. Celebriamo le nozze; pronuba la morte.
E come Amina desiderò fecero.
Alla luce moribonda del crepuscolo spartirono la morfina in sei boli; dovevano essere tre per uno, ma Omobono per sè ne prese quattro, perchè, come uomo e più forte, era naturale che gliene abbisognasse dose maggiore.
Uno si assise dirimpetto all'altro; parevano di marmo; la vita intera negli occhi. Omobono prese un bolo, lo mise nel cucchiaio, che empì di acqua, lo accostò alla bocca, e levato il capo giù il primo. In questo mentre l'Amina s'industriava scambiare i bocconi di morfina con quelli già ammanniti di gomma arabica, ma non le riuscì; il freddo le penetra le ossa e la paura le toglie il consiglio; sicchè a lei pure è forza trangugiare un bolo di morfina. Omobono, preso ormai pei capelli dal fato maligno, ingola il secondo; Amina, tremante a verga, si apparecchia ad imitarlo. Chi la salva adesso? Quello che nè anche il diavolo ora potrebbe, lo farà Amore.
Cotesta vista rimescolò nelle viscere il povero Omobono, che l'amava tanto, onde balbuziendo parlò:
— Aspetta, cara infelice... mi manca il coraggio di vederti pigliare il veleno... lascia ch'io mi volga altrove... e poi avvelenati... Amina, abbi pietà di me.
E con supremo sforzo agguanta i due boli rimasti su la tavola, e senza soccorso di acqua, cacciatisegli in bocca, li trangugia. Così Amina ebbe agio di sostituire la gomma arabica al secondo bolo della morfina, la quale si ripose in seno.
— Ora, soggiunse Omobono, adagiamoci sul letto; si levò, ma traballava, non mica per virtù del veleno, che sarebbe stato presto, bensì per la commozione; si versa un bicchiere da tavola di cognac e lo manda giù di un tratto; poi un altro: ed all'Amina che gli avvertì: — che fai? — egli rispose ghignando: — tanto più che morire non si può. — Quindi con la bottiglia in mano, che posa sopra la comoda da notte, a tastone trova il letto e vi tracolla sopra di sfascio: — Ora, gorgogliando continua, ora, Amina, vienmi a morire accanto.
Amina si sentiva impietrita: Omobono cominciava a tronfiare, indi a poco piglia a lamentarsi: — Da bere... ahimè! ardo... da bere, e stesa la mano alla boccia ingozza cognac. La efficacia del veleno si palesò in lui oltre l'aspettativa sollecita; la salivazione tanto copiosa lo molesta, che non potendo sputarla gli si rovescia per le guancie e pel mento, lasciando su le labbra bolle di bava; con le mani sempre in moto si straccia le vesti e la pelle, tanto lo tormenta acuto il prurito; i tratti del viso da un punto all'altro gli si tramutano sì che non pare più quello; per ultimo chiude gli occhi russando cavernoso.
— E tutto questo perchè se ora ti manca il coraggio di coglierne il frutto! — per darsi di sprone diceva irridendo se stessa Amina, sentendosi inchiodata sopra la seggiola; e cupidità vinse paura; sorse in piedi, e le bastò l'animo di accostarsi al letto dove giaceva Omobono, con l'indice e il pollice sollevargli le ciglia scrutandogli le pupille, che riscontrò orribilmente contratte; lo chiamò eziandio più volte: «Omobono, caro Omobono... sentimi, riscotiti... rispondimi, via, amor mio». Nulla! — Adesso è il tempo, ella disse, e gli prese di tasca la chiave del baule, lo aperse, n'estrasse il portafogli, che pose sopra la tavola: smoccola la candela perchè mandasse più lume, e reggendosi a stento si accosta alla finestra, ci si affaccia, e la voce di Elvira la percuote subito che dice: «Sono qui».
Il portafogli fu calato, la finestra richiusa in fretta. Amina si fa a serrare il baule e a rimettere la chiave in tasca ad Omobono: allora si accorge come non abbia badato ad altro portafogli di volume molto minore, il quale, aperto da lei, mostra un'altra quantità di biglietti di banca; le pareva tentennare fra la morte e la vita, e tuttavia non sofferse lasciarli; s'ingegnò adattarsi intorno alla vita il portafogli, e sebbene cascasse dal sonno ci si rifece più volte, finchè non le parve averlo celato per bene sotto l'abito stranamente foggiato che costumava a quei dì. Allora soltanto pensò all'emetico, e, strano a dirsi, non gli riuscì pigliarlo; per le membra le si era insinuato un torpore che non le dava balìa di alzare le braccia; quanto più voleva tenere ritto il capo, tanto le ricadeva sul petto peso come il piombo; ed anche la lunga tensione dello spirito in opera di delitto l'aveva rifinita di forza moralmente e fisicamente: si acchiocciolò sul letto voltando le spalle al corpo di Omobono per paura di vederlo, se per caso le venisse fatto di aprire gli occhi, e così stette finchè non sentì picchiare forte l'uscio, e al colpo tenere dietro le parole: «Aprite in nome della legge» e così per più volte; non rispondendo alcuno, con una spinta solenne schiantarono l'uscio dagli arpioni, e dentro rovesciansi prete, pretore, giandarmi, Luigi Bigi e l'Elvira. Alla vista del fiero spettacolo mandarono tutti un grido di orrore. L'Elvira si precipita sopra Amina, del suo corpo la cuopre, l'abbraccia, la bacia, co' più cari nomi l'appella, e intanto le domanda sommesso:
— Hai preso il veleno?
— Sì.
Elvira levò la faccia al cielo quasi per chiedere una ispirazione, e la ispirazione le venne, ma non dal cielo, e la ispirazione fu questa: — Lasciala morire, ti piglierai tutta la moneta per te.
Senonchè Amina ammiccandole con gli occhi desse retta, le aggiunse: — Ma ne ho preso poco; nè mi potrebbe uccidere; — levami di qui, Elvira; io non posso più reggere.
Allora Elvira incominciò a gridare, si affanna, manda sottosopra ogni cosa; ordina ammannissero caffè, corrano pel medico, vadano per lo speziale, portino di ogni ragione emetici: acqua calda... acqua calda, ci vuole.
Avuta acqua calda, la Elvira ministra all'Amina il solfato di zinco e poi acqua; e intanto che a voce alta la conforta a darsi animo, a voce bassa interroga:
— Le prese di morfina dove sono?
— Qui in seno.
Allora Elvira, al fine di divertire l'attenzione da lei, strepita:
— E voi altri movetevi; fate lo stesso con cotesto sciagurato; se non può aprire i denti, schiudeteglieli a forza; cacciategli in bocca questo vomitatorio; se riusciamo a farli recere, sono salvi... su, prete... presto pretore... maresciallo, mi raccomando anco a voi... a lei, signor Luigi Bigi, o che mi stilla lì ritto come un palo da pagliaio... Amina, come ti senti? Come ti par di stare? Ti senti smovere? E voi altri, con quel disgraziato, venite a capo di nulla?
— Di nulla; io lo faccio sbasito, rispose il maresciallo; e' pare che, più che col veleno, si sia ammazzato col cognac.
— Ch'è il peggiore dei veleni, osservò Elvira, calunniando perfino questo suo amico fedele.
— Mamma! mamma mia, reggimi il capo.
— Su, carina mia, coraggio... o Dio, o Dio, ti ringrazio, la medicina opera.
E giù vomito a scroscio; mentre Amina appoggia il capo al seno della Elvira, e vomita nella catinella, questa, fingendo aiutarla con le mani, le cava dal seno i boli della morfina e li mescola col reciticcio. Tranquillatasi alquanto la madre pietosa, le porge a bere caffè a ciotole, mostrando tuttavia accesissimo zelo anche pel giovine avvelenato; ma con lui erano pannicelli caldi: vennero il medico e lo speziale.
Il medico, dopo visitata diligentemente Amina e le materie serbate nella catinella, giudica che a parte le conseguenze del disturbo morale, intorno a cui non si poteva garantire nulla, dove si continuasse la cura del caffè e di altre bevande acidulate con aceto, limone, acido tartarico e simili, la considerava fuori di pericolo: all'opposto, il caso di Omobono parergli disperato; ad ogni modo avrebbe fatto ogni sforzo, ma, per operare, di due cose avere supremo bisogno: quiete e libertà; sgombrassero la stanza tutti, massime la giovane signora, della quale la permanenza prolungata in cotesto luogo era di danno inestimabile.
— Se però non fosse assolutamente necessario... osservò il pretore.
— Necessarissimo, et in primis et ante omnia, confermò il medico.
— Ma che diascolo! Lo vedrebbe un cieco, ribadì il prete, cui, memore del goffo omicida della sua primiera, non parve vero di dare una trafitta al pretore.
Allora Elvira, usa a chiappare le occasioni a volo, chiamato in disparte il medico, lo tastò:
— O non sarebbe meglio che io me la riconducessi a Milano?
— Magari! Ma con questo boccone di scossa io non garantirei.
— Senta, dottore, io non voglio che da lei si garantisca nulla; sono io quella che intendo recisamente ricondurla a casa; desidero che ella ne sostenga la convenienza... la utilità... la necessità... la mia carrozza è comodissima, vostra signoria ci accompagnerà a Genova, occorrendo a Milano: e' sarà mestieri accomodare mezza carrozza a modo di lettuccio, provvedere medicine, cordiali... dottore, la supplico, pensi a tutto lei, perchè, vede, se io non do la volta, è un miracolo: non badi a spesa, sa? Eccole un biglietto da mille; poi faremo i conti.
Lasciato il medico in asso, la Elvira tira da parte il prete e gli dice:
— La mi dia la mano.
— O che ne vuol fare?
— Mi conceda che io gliela baci.
— O signora marchesa, ma che le pare?
— La mia figliuola è salva! Ottenni la grazia, e non gabbo i santi io. Prenda questi due da mille e questi altri quattro da cinquecento, che in tutti fanno quattromila; mariti fanciulle a suo piacimento; siamo intesi. Adesso bisogna che anche lei si metta dattorno al pretore perchè non m'impedisca ricondurre meco la mia figliuola a Milano; che importa averla salvata dal veleno, se poi la si vessa con tante molestie, che avrà da morire d'angoscia? Innanzi ch'ella si rimetta chi sa quante cure bisognerà ch'io spenda... dirò come ha detto dianzi lei, reverendo, lo vedrebbe anche un cieco.
— Non ci è dubbio... non ci è dubbio.
Allora tutti in acie ordinata uniti mossero contro al pretore, il quale stava seduto al tavolino rapito in estasi, come dev'essere stato san Giovanni quando dettava l'Apocalisse, a stendere la relazione informativa pel prefetto. Cascasse il mondo, prima la relazione; ogni altra cosa dopo; udita la istanza dei supplicanti, rispose secco non potere attendere per ora; lo lasciassero alle gravi incumbenze del suo ufficio: trasportassero la inferma alla pretura. Delegava il maresciallo dei giandarmi a frugare con somma cura tutti (e per ciò si comprendevano anche le tutte) quelli che uscivano dalla stanza, perchè come dice lo Statuto? La legge è uguale per tutti. Non doversi levare niente dalla stanza, nè manco una spilla, nequidem acicula. All'Elvira non parve vero, e fra sè disse: Siamo a cavallo; invece all'Amina diede un tuffo il sangue; ma dalla paura in fuori non ci fu altro danno. Il maresciallo dei giandarmi era troppo educato per ardire di stendere la mano su donne di alto affare; e poi nell'esercizio della sua professione aveva appreso come il precetto che la legge è uguale per tutti sia una delle tante cose che nella società umana si dicono, si scrivono e si stampano, ma che però non si eseguiscono se non caute, sano modo, prudenter, e con le altre più forme che le fabbriche dei R. P. Gesuiti provvedono a tutti i governi di questo mondo, ed io credo anche di quell'altro.
Elvira, Amina, il prete, Luigi Bigi, scortati da grande accompagnatura di gente, arrivarono a casa del pretore, dove li accolse la moglie e la caterva dei suoi figliuoli; quella mezzo melensa, come l'aura spiritale di amore del canonico Petrarca per troppo frequenti gravidanze,[52] questi orribili a vedersi più dei diavoli dipinti dall'Orgagna nel camposanto di Pisa, nell'atto di rubare l'anima ai frati; ella si profferse intera all'Elvira, ma che le poteva dare? Dall'acqua in fuori la poverina non possedeva altro; questi nel solito arnese, scarduffati, scalzi e sudici, si misero attorno all'Elvira, toccandole i panni e lasciandovi impressa l'impronta delle cinque dita, nella medesima guisa che gli animali antidiluviani fecero sopra il terreno stemperato, onde i naturalisti ebbero poi notizia della loro esistenza nel mondo e ne ricostruirono la forma. Elvira sentiva pizzicarsi le mani di agguantare tre o quattro di cotesti cosi e scaraventarli fuori di finestra, ma la necessità la costrinse di appiccare la sua voglia all'arpione, all'opposto si adattò fino ad accarezzarli e a dire co' denti stretti alla povera mamma: come sono interessanti! E la povera mamma, facendosi coscienza di accettare senza ammenda cotesto elogio, aggiunse: se non fossero tanto insolenti! — Elvira, per levarseli dattorno, ricordò in buon punto di avere addosso la scatola dei confetti,[53] arnese diventato oggi necessario nel mondo muliebre, onde, recatasela in mano, l'aperse e ne gittò il contenuto nell'altro lato della stanza: se si dicesse che ci si avventarono sopra come i porci alle ghiande, sarebbe troppo gentile paragone, perocchè essi nello strapparseli di mano si graffiassero e mordessero: divorati i confetti tornarono a infestare la gente più impronti che mai: allora risolverono cacciarli via; sì, e' furono novelle! Sgusciavano dalle mani, strisciavano per le gambe, sotto le gonnelle si appiattavano, strillavano come galline spaventate; all'ultimo, ghermiti chi per le gambe, chi pei capelli e chi pel collo, furono chiusi dentro un bugigattolo, dove continuarono a sbizzarrirsi fino a giorno.
Elvira, ripreso fiato, narrò (era la quarta volta che la raccontava, sempre con aggiunte e correzioni) la pietosa storia alla pretoressa, la quale ne pianse tanto da immollarne due fazzoletti; allora Elvira conchiuse col pregarla ad esserle favorevole per ismovere il pretore a non impedirle di ricondurre la figliuola a Milano; ella non poteva trovare il terreno più sollo, perchè ci ebbe appena pigiata la vanga che ci entrò fino al manico, e le diceva: «non se ne desse pensiero; lasciasse fare a lei; non ci era a dubitarne nemmeno; niente niente nicchiasse il pretore, l'avrebbe dovuto contrastare con lei.» E così via, come costumano le donne, quantunque eccellenti, dove si reputino cardini della famiglia. — Elvira, tratto fuori un biglietto da cinquecento lire, lo esibì alla povera donna, la quale, diventata rossa come una fiamma di fuoco, lo rifiutò esclamando: «O che per un po' di opera buona ci è mestieri pagamento? Da quando in qua si usa comprare anche due parole di carità?»
— No, buona signora, rispose Elvira, la carità non si compra, nè si vende; ma poichè la beata Vergine mi ha fatto la grazia di salvare questa mia diletta figliuola, è debito di cristiano mostrare la propria gratitudine alla madre di Dio facendo un po' di bene al proprio simile; e questo debito tanto più preme a me, che la Provvidenza volle colmare di ricchezze. Avrei pertanto voluto spedirle da Milano una cassa di vestitini per i suoi interessanti bambini, ma ella, ch'è donna di giudizio, comprende a colpo di occhio che troppo triste cure mi attendono a Milano, ond'io possa, come pure vorrei, badare a ciò: quindi la prego a volersi pigliare questo carico per conto mio, e ciò con tanta maggiore opportunità, che qui il sarto li potrà provare alle creature prima di cucirli e a questo modo farli tornare a pennello a loro dosso.
Ah! interesse, interesse, quando tu ti ci metti in casa entri sempre, perchè se tu picchi all'uscio nel medesimo modo, diverso è il grido col quale accompagni il picchio, ed ora preghi per lo amore di Dio, ora per l'amore del prossimo, ora per l'amore dei figliuoli, sicchè l'amore tira la corda e si accorge tardi avere albergato un serpente.
Il pretore tornò a casa all'alba, nè solo; con lui vennero l'albergatrice di Amina e il Merlo, rinvenuto dalla sconcia ubriachezza; la Elvira, appena lo vide, gli fece una squartata da levare il pelo: bel capitale ci era da fare di lui, dominato ogni dì più dal turpe vizio del vino; troppo abusare della sua bontà; pensasse che ogni libro aveva il suo fine; quello della pazienza come ogni altro. Ma il Merlo, fattolesi dappresso, a voce bassa e in atto di ossequio le susurrò.
— Ci conosciamo, buona lana; se tu mi hai lasciato ubriacare, senza ubriacarti, è segno che ci avrai avuto le tue buone ragioni: quante volte ci siamo ubriacati insieme! Smettila una volta, che mi sento stufo di essere maltrattato da te, hai capito?
— Andiamo via, Merlo, fatevi perdonare il trascorso passato attendendo ad eseguire quanto sarò per comandarvi.
Ora si tira innanzi la vedova locandiera dell'Amina, e implora piangolosa pagamento del fitto e indennità per la rovina patita; era stiantata di sana pianta; chi da ora in poi avrebbe abitato casa sua? Si raccomandava in visceribus; e fu vista inginocchiarsi e così genuflessa camminare dietro Elvira, la quale, uggita della improntitudine, si volse a Merlo dicendogli:
— Vedete di accomodare per la meglio questa donna. Non sono mica morta io in casa sua; nè il morto mi appartiene, senonchè per la trafitta che mi ha dato nel cuore: d'altronde egli lascia una eredità; si faccia pagare da quella.
— Aggiusterò io questa faccenda, intervenne a questo punto il pretore, ed Elvira con bel garbo gli disse:
— L'avrò per grazia; — e qui ella si volse da capo al curato con queste parole: — Reverendo, io non le chiedo accompagnare quel povero morto al camposanto.
— Di fatti io non la potrei servire.
— Ma non ci sarebbe verso di fargli dire un po' di bene.
— Impossibile!
— Me ne rincresce; avrei voluto erogare un po' di danaro in suffragio dell'anima sua... non ne parliamo più.
— Ecco, signora, come si potrebbe fare: ella avrebbe a commettermi quel numero di messe che a lei sembrasse spediente, da celebrarsi secondo la sua intenzione, ed ella le applicherebbe in pro dell'anima del defunto: io voglio credere che le faranno bene, alla peggio male non glie lo faranno, e' sarà come della nebbia, che lascia il tempo che trova.
Così rimase stabilito con mutuo gradimento; gli altari smagliarono di candele; le chiese echeggiarono dei soliti canti; di su, di giù la solita schiera fosca dei preti, come formiche alla busca del grano.
Il pretore, battuto in breccia da tante parti, non seppe negare la istanza che le reiterava la marchesa, molto più che il maresciallo gli faceva osservare fin lì non esserci querela, nè egli poteva pigliarsi da sè le parti di giudice istruttore: quanto spettava a diligente magistrato essere stato da lui adempito. Assicurato tutto; dalla stanza mortuaria non estratta nè manco una spilla, nequidem acicula; di ciò essersi accertato mercè la perquisizione rigorosissima anche su le persone, senza distinguere qualità nè sesso; ciò resultare dal suo rapporto; cavato appena dalla stanza il cadavere si apporrebbero i sigilli; e buona notte sonatori. E come vorrebbe ritenere egli la giovane signora? In carcere? Dio ne liberi! Gli correrebbero dietro fino le pietre e potrebbe uscirne chi sa che diavolìo anche pel governo, il quale (a quest'ora il pretore lo avrebbe a sapere com'egli maresciallo) ama lo zelo e lo raccomanda, a patto che non metta campo a rumore. O piuttosto la lascerà a piede libero? E allora, o che difficoltà trova che ella così si stia a Milano, piuttostochè a Nervi? Molto più che a Milano dovrà istruirsi il processo.
E fu alla Elvira efficace avvocato il maresciallo, uomo atticciato, tuttavia giovane e svelto da levare il fumo alle schiacciate. La Elvira, un po' pensando al presente e molto all'avvenire, gli volle donare un bellissimo anello, e ad accettarlo non potè dire avere patito violenza il maresciallo. Questo anello, non senza sua grande sorpresa, l'Elvira, dopo un mese lo rivide a Milano in dito alla marchesa Zelmi. O com'era ita? chi lo può dire? Rammentate voi quel siciliano che, condottosi a Roma, fu trovato rassomigliarsi al magno Pompeo come gocciola a gocciola? Questi, avendolo saputo, volle vederlo, e riscontrato che la cosa stava appunto come glie l'avevano raccontata, esclamò: la è strana, perchè mio padre, ch'io sappia, non andò mai in Sicilia. Però ti avverto, rispose l'arguto siciliano, che mio padre soventi volte venne qui in Roma. La marchesa Zelmi erasi trattenuta per le bagnature a Nervi fino ai primi di ottobre...
Insomma Elvira si condusse seco Amina in mezzo alle benedizioni di tutto il popolo di Nervi, il quale non potè astenersi da esclamare: piacesse alla Madonna santissima mandarci spesso di questi avvelenamenti; la sarebbe una manna per tutti!
La ipocrisia, avendo presentito questo negozio, ci si era messa di mezzo nello intento del ciarlatano che va alla fiera; confidava smerciare dei suoi prodotti in buon dato; ma presto conobbe che la ipocrisia antica, la ipocrisia classica a mo' che la descrive Cesare Ripa nella sua Iconografia, non era più di usanza. Le ipocrisie venivano a nugoli dall'Affrica in compagnia delle cavallette puniche; queste rimasero tutte in Sardegna; la più parte di quelle capitarono in Italia. Allora la ipocrisia classica si profferse al generale dei gesuiti, che l'accolse cortese, le usò un mondo di finezze e le diede a bere la cioccolata, ma le disse che i conventi e i collegi dei gesuiti si servivano di lavori fatti in casa; la ipocrisia si ripose in viaggio e se ne andò a Roma per favellare al santo Padre, ma non lo potè vedere, perchè lo trovò carcerato in segreta dentro undicimila stanze! Si fece a rendere visita a cardinali, arcivescovi, vescovi, e di maniera prelati, non lascio indietro abati, abatucci e abatini, e tutti rinvenne provvisti di barattoli d'ipocrisie messe in guazzo come le ciliege: per disperata si fece a trovare i ministri del bello italo regno, e si mise in quattro per renderli capaci di adoperare ipocrisie decenti, che non avessero le toppe bianche su le gonnelle nere, mentre quelle che tenevano a nolo l'erano sgualdrine sguaiate che solevano andare dietro la ritirata[54] dei soldati; ma i ministri la chiarirono come non si potessero mettere in ispese inopportune, imperciocchè presentissero avvicinarsi il tempo in cui, dato il puleggio a tutte le ipocrisie vecchie e nuove, nobili e plebee, sarebbe corso l'andazzo di buttar carte in tavola dicendo fuori dei denti: così la penso e così la voglio, e a cui fa male si scinga.
La ipocrisia classica, per non andare a rifinire sopra uno scalino di chiesa, si accomodò a entrare nei conservatorii delle damigelle, alle quali insegnò scrivere le lettere per capo di anno a papà e pel giorno natalizio a mammà, e su su fino a reggere loro la mano quando esse vergarono la prima lettera di amore; la prima, perchè alla seconda non ebbero più bisogno di lei; dicono che, presi in uggia i conservatorii, siasi ridotta a fare da cucina a certi deputati repubblicani che siedono a sinistra nel Parlamento a Roma, ma io non ci credo, quantunque m'intronino gli orecchi col dirmi: che tu sia benedetto, vorresti che i deputati italiani fossero da meno dei cavoli? Mira quante mai le specie di questi erbaggi! Nella sola del cavolo cappuccio ecci il cavolo pisano, il cavolo lombardo, il cavolo veronese, il cavolo bianco piacentino, il cavolo nero napolitano, il cavolo a piccole teste, che abbonda nel Fiorentino, e delle altre specie si tace.[55] Or dunque, tra deputati diritti e deputati mancini, tra ventreschi destri e ventreschi sinistri, non ci possono incastrare ancora i deputati repubblicani-monarchici-costituzionali?