può star la storia e non sarà men bella;
chi poi sentisse diversa voglia dia retta, che mi spiccio in due remate. — Gravino, senza farne motto ad anima viva, di subito scomparve; si arrolò soldato, combattè le patrie battaglie sempre eroicamente e sempre sventuratamente, colpa non sua, bensì di coloro che dal cravattone e dalla insolenza in fuori null'altro ebbero di soldato; per ultimo una palla di cannone gli portò via ambedue le gambe: dopo aver sofferto inenarrabili angoscie e tentennato un pezzo fra la vita e la morte, parve volerla scampare. Artemisia ed Efisio, appena lo poterono fare senza pericolo, da Brescia lo trasportarono a casa, donde non s'è più mosso: dire che Artemisia ed Efisio quivi gli prodigarono cure di madre e di padre sarebbe poco. Gavino è diventato un culto per loro; non lo lasciano mai solo; le più sere i coniugi gli tengono compagnia intorno al letto; il dottor Taberni, quando va a visitarlo, butta da parte il suo concio ligure e il suo concio parlamentare, e vi si trattiene fino al tardi: in capo alla settimana qualche altro amico non manca; Gavino ha trovato modo di moversi e fa da scritturale ad Efisio; lo tiene bene informato e lo dirige in tutti i suoi negozi, sia agricoli, sia commerciali. Da due mesi Artemisia, non lo dà per sicuro, ma crede di essere incinta; di qui un dire inesausto, un mulinare a perdita di vista sopra argomento sì caro: intanto hanno messo in sodo che, figlio o figlia stia per uscire fuori, Artemisia l'allatterà; e spoppata la creatura le sarà balia Gavino, che la tirerà su secondo il tempo istruendola in tutto quello ch'ei sa, compresa la trigonometria, Gavino è sempre lieto di quella gioia parata che tiene l'anima in perpetua primavera; e' pare che siasi dimenticato di avere posseduto un giorno un paio di gambe, o finge: fatto sta che a cui sta per movergli parole di consolazione gli tronca le parole di bocca: credetemelo, io ho trovato la felicità giusto in quel punto che voi reputaste essersi da me perduta per sempre.
Il presidente mogio mogio tornossene a casa; appena ebbe messo il piede nel portone chiamò:
— Candida? — Alla qual voce rispose una maniera di grugnito dallo interno di un casotto immondo e fetido, che era ad un punto sala, camera e cucina, e di tratto in tratto anche inevitabile bottega di ciabattino, marito della Candida. Sul davanti del casotto si apriva una finestra munita un giorno di vetri, oggi di foglio unto e di ragnateli. Ora, siccome dal grugnito in fuori non usciva altro dal casotto, il presidente, facendo del cuore rocca, c'introdusse il capo e vide. Che vide mai? Candida, che stesa a pancia all'aria su di una cassa si faceva guanciale del capo del suo marito, aggomitolato sotto alle spalle di lei; ed ecco come sta la cosa. Questa coppia elettissima di sposi, vincolata co' più stretti nodi del comune amore per l'acquavite, sovente si trovava briaca nel medesimo tempo da non poterne più; sicchè invece di badare per altrui, aveva dicatti di badare a sè stessa. Gl'inquilini, dopo averla minacciata più volte di licenziarla, l'ammonirono che cotesta volta erano buone mosse, e se avesse mancato poteva baciare il chiavistello: allora si stringe in conferenza per provvedere al caso, e deliberò darsi la muta con questa ragione, che il marito si ubriacherebbe il giorno e la moglie rimarrebbe sana, la notte all'opposto; fare insomma uno accordo contrario a quello di Febo con Febea, dove questa prese a splendere la notte e quegli il giorno. Ora, siccome il presidente tornò a casa nelle ore in cui il marito aveva diritto di starsene briaco e la moglie il dovere di mantenersi ad occhi aperti, accadde ch'egli trovasse la Candida supina sopra la cassa, riposata sul marito convertito in guanciale.
— Candida, ripetè il presidente; ed ella senza moversi:
— Lustrissimo! In che posso servirla? Comandi, in che posso obbedirle? Per lei mi metterò in quattro ed occorrendo in sei. E non si moveva.
— Zitta! non isvegliate il marito.
— Per questo poi! Non si sveglierebbe nè anco se gli angioli del giudizio si allentassero a sonare le trombe.
— Candida, prosegue il presidente, voi sapete che state sotto la mia speciale protezione.
— Fin qui non me n'era accorta, risponde sbadigliando ed allungando le braccia la donna.
— Come non ve ne siete accorta? O le tre lire al mese non ve le do io? O le cinque lire di mancia per Pasqua di ceppo ve le dà il re di Prussia?
— Allegri, ci è da scialare. Oltre queste quarantuna lira l'anno, è più facile che mi caschi sul capo un tegolo dal tetto, che in tasca un soldo da casa.
— Be'! be'! Quello non fu fatto si farà: intanto a voi questo cavurrino.
— Due franchi! Tigna! mormorò la Candida; ed egli:
— Candida, voi avete a dirmi... ma innanzi ditemi se date mente a quelli che entrano ed escono di casa, perchè dal luogo dove ve ne state a pancia all'aria dubito forte che voi li possiate vedere.
— Lustrissimo! ella s'inganna, perchè se vorrà entrare qua dentro e mettersi sulla cassa a pancia all'aria come me, e come me col capo ritto appoggiato al mio marito, riscontrerà da sè che si può ottimamente vedere tutti quelli che entrano e che escono.
— Lo dite voi, e basta; dunque via, ditemi quali le persone che mi vengono a trovare in casa quando io sono fuori. — O questo non entra negli obblighi del perfetto portinaio.
— Fatecelo entrare...
— Lustrissimo, il portinaio ha da spazzare le scale, accendere il lampione, avvertire che veruno porti via nulla, andare per la balia quando pigliano i dolori del parto a qualche signora del casamento, o per lo speziale se venisse la colica a vostra signoria illustrissima; questo e non altro è il vero compito del portinaio.
— Dunque voi non badate a chi entra nè a chi esce, nè vi curate sapere dove va, nè perchè va?
— Chiedo scusa, lustrissimo, anzi ci badiamo e ci arronziamo per sapere dalla Mecca alla Storia.
— E tutto ciò per vostra erudizione, senza volerlo dire a persona?
— Chiedo scusa, lustrissimo, lo ridiciamo bene e meglio.
— E a chi lo riferite voi?
— Lustrissimo, al lustrissimo signor questore.
— Al questore! esclama il presidente dando di un passo in dietro; ma voi qui dunque fate la spia?
— Come sarebbe a dire? Spia! Noi siamo martiri oscuri che ci sagrifichiamo all'ordine pubblico. Spia! Noi custodi pagati con moneta di disprezzo della sicurezza pubblica; quando voi dormite, noi vigiliamo per voi; noi siamo gatti battezzati per servizio della società; noi meritiamo meglio di lei, ed è chiaro, perchè, mi fa la finezza di sapermi dire qual differenza passa fra noi e voi altri? Per me non ci vedo che questa, che noi pigliamo gli uccelli e i magistrati li pelano e gli arrostiscono. Il nostro premio in questo modo è piccolo, ma Dio ci ricompenserà nell'altro a misura di carbone... almeno questo è quanto ci assicura il lustrissimo signor questore, quando si schermisce dal crescermi la mesata. Dunque la non mi confonda, lustrissimo, e non mi distorni da dare a Cesare quello ch'è di Cesare e a Dio quello ch'è di Dio, vale a dire: a lei ciò che spetta come inquilino, a lire quarantuna l'anno, al questore quanto gli spetta per la sua mesata.
Dopo queste parole, la donna candida torna a sdraiarsi sul guanciale marito e nega rispondere ad altro. Il presidente si caccia su per le scale arrovellato, pensando alla temerità della polizia, che si attenta ficcare il naso fino in casa di un presidente della Corte di assise. Si sa, il vasaio porta invidia al vasaio.
Il presidente sonò piano; lo squillo del campanello parve una gocciola; ma Bibbiana, destra, aperse subito l'uscio con la catena traverso, donde il padrone le fece cenno, mettendo l'indice diritto sul naso, di stare zitta. Entrato in casa, con voce e garbo di congiurato le mormorò negli orecchi: — Seguimi, senza che veruno ti scorga, nello stanzino dei panni sudici.
— Domine! O non potrebbe scegliere meglio; ha ella posto mente alle pulci?
— Ho pensato a tutto. Entra.
— Eccomi entrata.
— Chiudi l'uscio.
— Eccolo chiuso.
— Bibbiana, tu hai da sapere che il pane che tu mangi è mio.
— Lo so.
— Ti piace rimanere al mio servizio?
— Si signore.
— Or bene, sai che tu devi fedeltà al tuo padrone?
— Si signore.
— A ciò pensa che ti obbligano tutte le leggi umane e divine che si versano sopra la servitù.
— Si signore, ma faccia presto, che ho lo stracotto al fuoco, e se mi trattiene troppo si attacca al tegame e piglia il bruciato.
— Assumo tutto sotto la mia responsabilità.
— Si, ma intanto lo stracotto piglia il bruciato.
— Dimmi, Bibbiana, in nome del tuo Dio, quando sono fuori vengono gente in casa?
— Sicuro che ce ne viene.
— Ce ne viene? E molte?
— Piuttosto di parecchie; e certo più di quelle che ne vorrei io, perchè mi tocca andare su e giù dalla cucina all'uscio come le secchie al pozzo.
— E chi sono? con chi parlano?
— Con la signora, perchè la si figuri se cercano me!
— E la signora dove le riceve?
— In sala, in salotto...
— E nella camera da letto?
— Qualche volta anche nella camera da letto.
— E chi sono? Chi sono? urlò il presidente fuori di se, pestando i piedi.
E Bibbiana accivettata, senza punto scomporsi, rispondeva:
— Oh ecco, il fornaio, il vinaio, il macellaio, il canovaio, il pastaio, il calzolaio...
— Altri?
— Il cappelaio, il sarto...
— Altri?
— Il vetturino...
— Altri? Altri?
— SI, tutti gli altri che hanno credito con lei, che sono stanchi di aspettare, che minacciano citarla al tribunale; e dicono di vostra signoria roba da chiodi, ed anche strapazzano la signora; la quale, poverina! ci patisce e non fa altro che piangere, e sovente l'ho udita fra i sospiri lamentare: — Quanto era meglio che io mi mantenessi ragazza, innanzi di avere a soffrire tante mortificazioni!
— E non ci viene altri? Proprio altri?
— O santa Vergine, e chi altri ci avrebbe a venire?
— Lo puoi giurare?
— Lo posso giurare e lo giuro su questa croce benedetta — e messi gli indici della mano traverso l'uno all'altro, li compose a croce e quella baciò con molta compunzione; ma di un tratto, come se l'avesse morsa la vipera, strillò: — Ora che ci penso su, la mi dica, signor padrone, a che proposito ella mi ha fatto tante domande? Che forse dubiterebbe della onestà della sua signora? Già, questo è ciò che guadagniamo noi altre donne pigliando mariti vecchi; avvilite, tenute in prigione e per di più sospettate... Ma la sua signora la è roba sua, ed ella la può insudiciare come le garba; rispetto alla mia reputazione è un altro paio di maniche...
— Bibbiana! diamogli un taglio.
— Ah! vostra signoria mi ha preso per una pollastriera? Anche questo toccava sentirsi dire alla figliuola di mia madre...
— Bibbiana! buttiamo carte al monte...
— A me? cui il conte Mercato confidava le figliuole, ond'io gliele menassi a confessione e a messa...
— Bibbiana! chetati.
— A me? in carne ed ossa, alla quale il marchese Piazza, dando in custodia la signora marchesa sua moglie, disse: — Bibbiana, io ho più fede in te che in un battaglione di bersaglieri. A me?...
— Finiscila, Bibbiana!
— Che eletta dama di compagnia alla baronessa Scala, vagheggiata dal duca Cordonata, dopo averne fatte più di Paris a Vienna per andarle a fagiuolo, si ebbe a metter giù dalla impresa esclamando: è tempo perso, finchè la difende quella maledetta colubrina di Bibbiana la fortezza non si piglia...
— Ho capito... ho capito... ho capito.
— E se ha capito mi risarcirà del danno fatto al mio onore, perchè, prima Dio, sono donna onorata...
— Che cosa è questo diavolio? E chi è che tarocca qui dentro? si udì ad un tratto per di fuori tra dolce e severa; — verdemezza.
— Gesù mio! la padrona!
— Nina mia, non ti rimescolare; voleva farti una burla... una sorpresa... Bibbiana mi ha guasto l'uova nel paniere...
E in questo fu aperto l'uscio: pur troppo era stata profetessa Bibbiana, imperciocchè le miriadi di pulci nate, cresciute ed educate là dentro, non potendo emigrare come i poveri irlandesi per le lontane contrade di America, stavano pensose dei loro destini, quando la Provvidenza n'ebbe pietà, e mise in capo al presidente di andare a chiudersi insieme a Bibbiana nello stanzino dei panni sudici. Vi lascio considerare il terribile assalto, e se le pulci sopra coteste due vittime espiatorie vendicassero in un minuto ben mille offese; padrone e serva comparvero al cospetto della presidentessa a littera neri.
— Salva! salva! gridò questa scappando via; ed i rimasti l'uno l'altro guardando, e vedutisi conci a quel modo, proruppero in tale scoppio di risa da schiantare i travicelli del palco.
Lo stracotto andò bruciato, la minestra prese di fumo, ogni cosa in malora. Bibbiana, liberata che fu dalla invasione dei demoni, andò per ordine del presidente a provvedere alla osteria Nazionale un pranzo troppo migliore del suo, e il presidente, riscattato anch'egli, mercè le pietose cure della moglie, e manibus inimicorum suorum, scese in cantina a prendere due bottiglie di nebbiolo; e tutti insieme, in festa e in giolito, fecero un pranzo, in paragone del quale quello delle nozze non gli poteva legare le scarpe; perchè, per più allegria, vollero a tavola con loro Bibbiana, a cui la bizza della sua reputazione come uno starnuto l'aveva presa, e come uno starnuto se ne andò via.
Bibbiana beveva quanto due padrone, e il presidente quanto tre Bibbiane, pure con due bottiglie di nebbiolo e due litri di Monferrato ognuno dei nostri personaggi aveva a bordo la sua salutifera portata; ed ecco, quando meno ci si pensava, saltare in testa a Nina la fantasia di voler sapere la cagione della clausura del suo marito con Bibbiana nello stanzino dei panni sudici: di parole se ne fecero un monte, da taluna delle quali fingendosi impermalita Bibbiana, si volse al presidente con la procacia che partecipa il vino e così gli disse:
— Tanto più poi importa che la signora rimanga informata, quanto che il trovarci chiusi dentro lo stanzino le dia plausibile motivo a formarsi un sinistro giudizio intorno alla mia onestà; e la reputazione, signor presidente, capisce, preme più della vita... per noi altre serve, se ci toglie la reputazione, che cosa ci resta?
— La reputazione, masticò fra i denti il presidente, e volto alla consorte le favellò:
— Nina, tu sai che di calunnie al mondo non fu mai penuria; vedi, anche alla beata Vergine, che fu quel giglio di castità che tutte le generazioni conoscono, toccò a sopportarne delle bigie e delle nere; ma oro non piglia macchia. Ecco, non so quale ribaldo, mentre io presiedeva l'udienza, mi fece consegnare una lettera...
— Lettera! Dov'è questa lettera? Dammela subito...
— Essendo anonima, non mi pare le si dovrebbe fare l'onore di pigliarne contezza.
— Su, dammela, la voglio...
— Dategliela...
E a questo modo strillando, Nina stava a destra e Bibbiana a sinistra del presidente con le mani uncinate rasente agli occhi, da mettere lo spago in corpo a bene altro uomo animoso che il presidente non era.
— Tranquillità, ordine; abbasso le mani... con la moderazione si viene a capo di tutto: ecco la lettera, e trattasela di tasca la porse alla sposa.
Il decoro della mia storia mi toglie la facoltà di riportare tale quale il tenore di cotesta lettera; basti saperne il sugo. Nina, ella accusava, spasima pel cugino Gabriele, e Gabriele delira per Nina; ogni volta che il presidente sta inchiodato alla udienza, Gabriele va ad annunziare alla Nina a quanti dì viene san Biagio, la quale piega il capo e dichiara: fiat voluntas tua; ed ora, ora che in tribunale si tratta una causa di adulterio, Nina e Gabriele ammanniscono altra materia, affinchè i giudici non si perdano in iscioperi. Bibbiana, more solito, regge il venti.
Il presidente, sbirciando come la Nina, mano a mano che tirava innanzi con la lettura, si faceva in viso di tutti i colori dell'arcobaleno e all'ultimo minacciava cascare in sincope, si affrettò a sostenerla susurrando:
— Cuor mio, non ti affannare, raglio di asino non arrivò mai al cielo; io ti accerto che non ci ho mica creduto... ohibò! Ti giuro... ti giuro sul... che non un momento ho dubitato di te, luce dell'anima, madre, figliuola, gatta, perla di questa povera anima mia...
— Goffredo (poichè, e lo doveva avvertire prima, il presidente si chiamasse come il pio Buglione), voi mentite, ci avete creduto benissimo — e dubitato di me.
— No, in coscienza... ecco... tu mi mortifichi, Nina...
— E vi siete avvilito... orrore! fino a chiudervi nello stanzino dei panni sudici per tirare su le calze a Bibbiana...
— Brava! Per lo appunto così; la signora ha mangiato la foglia per aria.
— Ebbene, si, ho dubitato, facendo croce delle braccia al petto, belava pietosamente il buon Goffredo, ma anche a san Pietro Gesù Cristo ebbe a rinfacciare: homo paucae fidei, quare dubitasti? e tuttavia lo perdonò; e tu, Nina, non vorrai perdonare al tuo Goffredo? Tutta la colpa è di Amore, che volle generare la gelosia.
La donna, ristatasi alquanto sopra di sè, favellò in questa sentenza:
— Pur troppo bisogna perdonare, perchè se mi taglio il naso m'insanguino la bocca: ormai tocca a noi altre donne fare da uomini: dunque acconsento mettere una pietra sopra la cosa, ma ad un patto.
— Bene; ti do carta bianca, che tu sia benedetta... mi sottoscrivo a tutto — e intanto che con la bocca diceva così, tremava in cuore pel sospetto del cugino Gabriele; onde immaginate voi s'egli ebbe a cascare a pancia all'aria quando sentì la Nina a dire:
— Il patto è questo, che voi andiate subito... stasera, a trovare il cugino Gabriele e gli dichiariate senza tanti amminnicoli, che nè solo, nè in compagnia si attenti mai più capitarmi in casa.
— Quanto a solo, scusi veh! signora, mi sembra una grulleria, perchè o quando mai il signor Gabriele si è attentato visitarla solo? Ci avrei dovuto essere anch'io.
Come vedete, Bibbiana, per raccattare le maglie, valeva un Perù.
— Quello che non ha fatto potrebbe fare, rincalza Nina con maravigliosa disinvoltura; sicchè lascia andare l'ambasciata com'io l'ho detta, che le precauzioni non sono mai troppe: tanto devo al decoro di questa casa, all'onore del marito, e soprattuto alla mia dignità.
— Ma Nina mia, osserva il presidente raggiante come la luna piena quando sorge dai colli della Brianza, così, su due piedi... ma come si fa a dare lo sfratto a Gabriele, che in fin dei conti gli è meglio del pane, che si piglia a morsi e non grida nè manco: ohi! Festoso.... servizievole, eccetera; tu lo conosci a prova; sarebbe peggio il rimedio del male; figurati le supposizioni... non so se capisci? Pensa alle lingue delle tue nemiche, o no... pensa piuttosto a quelle delle tue amiche. E vedi, Gabriele stesso, a ragionare, se ne avrebbe a male e rovesciarsi e mettere il campo a rumore. Abbi pazienza, Nina mia, ma in questo non ti posso servire. Quanto a raccomandargli che non venga a visitarti solo, lo approvo e ci sto; perchè anco il giureconsulto Bartolo, che fu quasimente un santo padre della nostra scienza, soleva avvertire sua moglie: sola cum solo non præsumitur dixisse: Ave Maria præterquam clericus fuisset; sed a præsumptione ista cave, Bartolina mea, ma in compagnia, poi, mi sembra ch'ei si potrebbe ammettere.
— O ammetterlo per tutto, o per nulla; io non intendo ragioni; recisamente, assolutamente voglio che in questa casa non metta più piede... e voi glielo dovete andare a dire subito.
— Eh! precipizio ... o non sarebbe meglio pensarci fino a domani? La notte porta consiglio.
— Non posso, non voglio e non devo; caro mio, su la reputazione non si transige.
— Ecco, entrò di mezzo Bibbiana, se i padroni lo permettessero, io vorrei dire la mia.
— Di' su, Bibbiana.
— Ecco, nei piedi loro io mi governerei così: messo in sodo che avvertire il signor Gabriele a non presentarsi in casa solo sarebbe grulleria, perchè non ci è venuto mai, e la proibizione potrebbe fargliene nascere la voglia, prima lo metterei a parte della cosa, che mi sembra giovane prudente e da fidarcisi, e poi lo pregherei a non frequentare di giorno casa nostra, ne anche in compagnia di parenti; quanto alla sera continuasse a favorirci secondo il solito, due volte la settimana, per accomodare la partita al signor presidente.
— No signora; nè di notte, nè di giorno, nè solo, nè accompagnato.
— Ma via, signora, non s'incocci sul feroce; parrà che con quel suo cugino ella ce l'abbia a morte: la si lasci persuadere, pensi alla partita de' tre sette del padrone... ed abbia viscere di carità.
— Tu sei una tigre ircana... dunque per lo interesse della tua reputazione tu mi ammazzeresti la partita dei tre sette come Medea trucidò i suoi figliuoli...
E così bisticciaronsi un pezzo, finchè a mediazione della Bibbiana fu stipulato un trattato, in virtù del quale rimase stabilito: 1º il cugino Gabriele non verrebbe a visitare di giorno la signora, nè solo, nè accompagnato; 2º gli si concedeva l'ingresso nella casa del presidente soltanto la notte, in compagnia dei congiunti, e ciò per l'unico fine di accomodare la partita dei tre sette al padrone, ed occorrendo la calabresella, ed anche la briscola.
Asmodeo, ridendo, appose il suo sigillo a cotesto convegno, facendolo registrare debitamente al protocollo degli atti maritali, che si conservano nello archivio di casa del diavolo. Il presidente, contento come una pasqua, si fregava le mani dicendo:
— Tutto è bene quello che finisce a bene: la va sempre a un modo; quanto più appaiono le matasse arruffate e meglio si ravviano: del passato io sono chiaro, dello avvenire sicuro; da ora innanzi, da qual parte mi entrerà il sospetto in corpo? Io per me non ce lo vedo.
Il povero uomo credè avere provveduto ai casi suoi meglio di colui il quale, pauroso che il diavolo gli entrasse in corpo, dentro gli orecchi si cacciò cotone intriso nell'olio santo, tra i denti prese un crocifisso, per ultimo, tiratesi giù le brache, si mise a sedere a mo' di semicupio in un catino di acqua benedetta, esclamando in atto di sfida:
— E adesso staremo a vedere da che parte mi entrerà in corpo il maligno?
Il povero uomo aveva dimenticato i buchi del naso. Nina, Gabriele e Bibbiana, quante volte si trovavano insieme, non rifinivano ridere alle spalle del presidente Goffredo.
*
— Com'è andata? L'hanno assoluta?
— No.
— L'hanno condannata?
— No.
— Il marito l'ha perdonata.
— Oh! vigliacco; in premio del suo perdono, io, sua moglie, gli avrei sputato in faccia.
— Tu?
— Io.
— Eppure egli è si dolce cosa perdono; hanno perfino affermato a udienza sul testimonio di un vescovo svedese essere il perdono la parola unica rimasta sopra la terra dello idioma che Dio prima favellò all'uomo.
— E tu, Fabrizio, che avresti fatto? Avresti perdonato?
— Qui non ci entra perdono; se tu ci pensi un poco, ti persuaderai che non ha luogo perdono: difatti, la proprietà è un furto, non già soltanto rispetto alla terra, bensì anco rispetto ai frutti che produce; e che sieno cresciuti co' miei sudori non rileva, e che bastino a me solo nè anco importa, mentre o che questo si può dire circa la donna? La mia moglie che è? Una sorgente di acqua, a cui ne ha voglia venga e beva; un arbore dai rami fronzuti, chi abbisogna di ombra venga e meriggi.
— E la famiglia, e i figliuoli?
— Sono inconvenienti: ma gli ostacoli che può incontrare il diritto nel suo esercizio non alterano la bontà della sua essenza: altrimenti ti troverai condotta ad affermare bene quanto ti riesca fare, e male quanto non potrai eseguire. Tocca a cui spetta rimovere gl'inconvenienti: — per me, strido con un coltello fra i denti, vo' la tua moglie e il tuo campo... hai capito?
— E tu pensi così Fabrizio?
— Io?... Che importa di me? Così la pensano i filosofi della giornata, e così praticano i principi... cioè i principali della nostra società... andiamo a tavola.
Se avesse potuto scoperchiarsi la volta del cranio di cotesti due viventi, chi sa qual lanterna magica di passioni truci e barocche si sarebbe palesata agli occhi degli spettatori; ma siccome i crani umani non sono scatole, così bisogna tirare a indovinare quello che ci bolle dentro; di tratto in tratto qualche baleno somministrava terribili indizi: chè il pensiero come gli occhi di Fabrizio lasciati dalla volontà in loro balìa sbalestravano a destra e a sinistra; senza badare a quello che facesse, egli mise sale nel vino, si provò a mangiare la minestra di puntine con la forchetta; richiamato a sè, recasi un pollo nel piatto, e tagliatogli il collo sta a contemplarlo con riso diabolico. Alla Bianca, che gli mesce acqua nel vino, comanda acerbo:
— Più rosso... cioè voleva dire più scuro.
La donna accorta pensava fra sè: il tempo volge alla burrasca, mettiamoci alla cappa.
Fabrizio, buttato giù l'ultimo boccone, esce di casa e si fa a trovare il capo dei confidenti,[3] a cui con lunghe e minuziose istruzioni conferisce lo incarico di codiare sua moglie, di cui dubitava; anzi, della infedeltà della quale era più che sicuro. Quanto all'adultero, Fabrizio si astenne da qualunque commissione per timore che il confidente se ne sarebbe tirato indietro; ci andava di mezzo il pane, e a questa prova Fabrizio sapeva come uomo che tira paga dal governo, prefetto o spia, non resista. L'ufficiale pertanto rispose si lasciasse servire; saprebbe ben egli trovare il nodo nel giunco.
Bianca, avendo preso fumo di ciò che il suo marito mulinava, avvertiva subito il conte: qualche cosa agitarsi per l'aria; stesse su lo avvisato; dubitare assai dover fare quaresima prima di carnevale. Il conte, dentro i cui precordi la passione amorosa spiccava in cotesto punto il bollore, lo inopinato disturbo giunse fuori di modo ostico, e per sincerarsi del fatto non menochè per apporci rimedio, chiamato subito il capo dei confidenti del ministero dello interno, gli comandava che giorno e notte spiasse e facesse spiare Fabrizio, e di tutto quanto avesse potuto raccogliere lo ragguagliasse partitamente.
Così, per opera e virtù di due precipui magistrati, la gente che il popolo paga per vigilare sopra la sicurezza pubblica, era preposta a tutelare obbrobri, o ad accertare vendette. I confidenti, in onta alla buona volontà, per più giorni si trovarono a gettare il giacchio su la siepe; e la ragione è chiara, che le spie di Fabrizio erano intese a spiare la Bianca, decisa a non moversi di casa, finchè non fosse diradato il tempo; mentre quelle del conte esploravano Fabrizio chiuso nel suo ufficio, a mo' del ragnatelo che aspetta ad agguantare la mosca rannicchiato in fondo al buco.
Ed è chiara altresì la ragione onde il conte prese lo indugio in fastidio più presto di Fabrizio, imperciocchè il fine di questo fosse la vendetta generata dall'odio, il quale tiene della natura del rettile che par morto e dorme, quando invece l'Amore ha sempre la gola secca, e porge assiduo il bicchiere perchè glielo empiano di voluttà: quindi, appena gli parve tempo, mandò a dire alla donna andasse senza sospetto alla posta consueta, perchè nuvoli per aria o non ce n'erano mai stati, o si erano dispersi; e a lei che tardava più che a lui, consapevole
Che se in femmina poco l'amor dura,
Se l'occhio il tatto spesso noi raccende,
gli uomini non mondano nespole, fu premurosa tenere l'invito.
La spia, tosto l'ebbe sbirciata uscir di casa, disse: — Ci sei! — la pedinò, notò la strada e la casa dov'era entrata, e soggiunse con indicibile contentezza: — È cascata sul vergone! Adesso a noi! — Difilato più del ramarro che nei giorni canicolari da un cespuglio trapassa a un altro cespuglio, va all'uffizio del regio procuratore, come uno spettro gli penetra nella camera, e a voce sommessa gli bisbiglia nell'orecchio:
— Vostra signoria illustrissima è rimasta servita — aggiungendo inoltre tutto quanto l'altro bramava sapere.
Fabrizio si abbottona fino l'ultimo bottone del soprabito, si rincalca il cappello in capo, si tasta nelle tasche, e poi va di corsa dove il diavolo lo porta. Salisce due scale a tre scalini per volta, alla terza stava per ischiantarglisi il cuore: si mette a sedere su gli scalini per ripigliare un po' di lena; riavutosi continua l'ascensione con meno furia e maggior rabbia: arriva alfine davanti la maledetta porta e suona.
La conduceva in affitto una povera donna vedova di un vecchio impiegato, a cui il conte aveva fatto assegnare una pensione asmatica, piuttostochè a vivere, sufficiente a non morire di fame; e costui la scelse appunto per la buona reputazione che godeva, imponendole, pena il suo sdegno se rifiutava, ospitare i criminosi amori. Ella cauta aperse l'uscio dopo averlo assicurato con la catena traversa, ma poco le valse, imperciocchè Fabrizio per l'apertura introduce la canna della rivoltella e digrignando minaccia:
— Apri ... sono il marito di colei ch'è qui dentro. La misera donna rimase di sasso; non le riuscì dire parola o muovere membro; ma Fabrizio ferocemente insistendo:
— Apri o sei morta — ella trasse la catena dallo incastro e l'altro entrò. Appena entrato si guarda intorno per apprendere dove i colpevoli si fossero ridotti, e non ebbe a cercare molto, attesa l'angustia della casa, che da tre in su non aveva altre stanze. Di un calcio spalanca l'uscio, che stiantato dagli arpioni sbatacchia strepitoso sul pavimento. Fabrizio si affaccia dentro e vede...
Non vede nulla, però che le imposte delle finestre fossero chiuse e le cortine calate, ed anche perchè a Fabrizio paresse tenere gli occhi fissi sopra le fiamme di un forno quando lo scaldano: però un fruscio di robe e di persone gli ronzò negli orecchi ed un barlume di capi cozzanti tra loro, non già come i montoni fanno, gli parve che gli passasse dinanzi agli occhi, onde alla cieca sparò uno dietro l'altro tre colpi di rivoltella sul mucchio ...
Due gridi dolorosi si fecero sentire: son morta! ahimè! muoio!
Allora la rivoltella cascò di mano a Fabrizio, che preso da raccapriccio e da orrore si diede, brancolando, a cercare la porta di casa; rasenta, nel passare, la padrona, rimasta immobile per la paura, senza neppure accorgersene, e più che scendere sdrucciola le scale roteando sopra sè stesso.
Aveva perduto il cappello; dava del capo dentro le cantonate, investiva i passeggeri, che gli dicevano improperi, e taluno fu a un pelo di dargliene un carpiccio delle buone. Lo salvarono le spie messegli dietro dal conte, le quali, presolo in mezzo, e preservandolo dagl'insulti, lo ricondussero incolume al tribunale.
Qui, chiuso nella sua stanza, Fabrizio, appoggiati i gomiti sul banco e agguantatasi la fronte con ambe le mani, mulinava:
— Vendetta! Bel pro che me ne viene, affè di Dio! Ho fatto come Sansone, ho crollato il tempio per seppellirmi sotto le sue rovine. Ho messo fuori del balcone di casa la bandiera della mia infamia, come il dì della festa dello statuto la bandiera tricolore: gua', m'ero curvato per raddrizzarmi più forte, e mi trovo schiantato al pedale. Che fo? Che penso? Aspetterai esser tirato col gancio al collo alle gemonie delle assise? Quanta gente a godersi lo spettacolo dello accusatore accusato, a udire condannato chi soleva far condannare; il popolo non si leva tutti i giorni questi gusti! — E chi verrà ad assalirmi? Chi? Il mio sostituto, e con la piena dell'animo, che sfoga la lunga umiliazione dei rabbuffi da me sofferti d'inettezza e d'infingardaggine, non mica perchè ei li avesse meritati, bensì per far credere agli altri ed anco a lui, se mi riusciva, che io era troppo più cosa di lui. Io l'ho pasciuto da aspide, che maraviglia s'egli sputerà veleno? Ho creato un debito di odio, l'infortunio ne ha segnato la scadenza, ed ora i creditori vogliono riscoterlo con gl'interessi della vendetta, che non conosce usura. Ma di punto in bianco promoveranno il mio sostituto nella mia carica? E perchè no? Non accadde lo stesso di me? E tra me e lui che ci corre? La lunghezza di una corda da forca. Noi altri furieri del patibolo siamo tutti uguali; orologi a polvere, pari nel contenuto; la mano che ci capovolge è la ragione unica per la quale uno di noi sta di sotto e l'altro sta di sopra... O il tribunale! Il tribunale! — Codardo! — Adesso ti fa paura, perchè, invece di accusatore, ti ci hai da presentare come accusato... Coraggio, poltrone! Si tratta di tanto poco! Invece di sedere a destra, ti assetterai a sinistra; invece di adagiarti sul seggiolone avrai la panca... Che serve? Gli articoli del codice penale, adesso che stanno per mordermi, mi paiono denti di pesce cane. Fuggirò... ma dove? Tu hai spento un luminare d'Italia, anzi del mondo... che monta il tuo onore? Sfregandolo al muro non se ne accende un sigaro, mentre lui celebravano nuvola infocata per condurre la gente italica alla terra promessa della libertà... menzogna! Egli fu un nugolo di fumo e di legna verdi; che importa? Tale era creduto, e fede vince realtà. Tanto basta, perchè dove metti i piedi le pietre ti si spacchino sotto per lapidarti, — e il popolo si attacchi o naso od orecchio, un brano insomma del tuo corpo al cappello, a mo' che i villani costumano l'olivo benedetto pel dì di Pasqua. Ma via, ti riesce fuggire e ti ripari in America, erede universale di tutti i furfanti degli Stati monarchici... sei salvo? Lì sì che ti daranno addosso; la nazione che porta in dono la testa di un odiato all'altra nazione riceve in ricompensa una diminuzione di spese di tonnellaggio su i bastimenti, o qualche altra agevolezza nei trattati di commercio. Al diavolo le malinconie! Io mi salverò, ma poi come si campa? Io, da mandare la gente alla forca in fuori, non so fare altro; ma se mettessi su cattedra per bandire: dame e cavalieri, venite a imparare la maniera di mandare la gente alla forca, i miei buoni amici repubblicani dell'altro mondo mi riderebbero in faccia dicendomi: lo insegneremo a te e con maniere sbucchiate da qualunque ipocrisia, e però spiccie, schiette e sopra tutto a buon prezzo... i repubblicani in America tirano furiosamente ai dollari... in Europa no... qui tirano allo scudo. In America non re, non boia, non giudici; vale a dire tutti giudici, tutti re, tutti carnefici: due metri di corda, un ramo di albero o un braccio di lampione, e un uomo da strangolare non bastano per la materia e per la forma del sacramento della giustizia? E tu, grullo, presumerai dar lezione di far male al prossimo nel paese dei serpenti a sonagli? Ma insomma, o che ci è bisogno di andare tanto lontano per morire? O che la morte manca in casa tua?... No, ci è una difficoltà sola, che Fabrizio ama Fabrizio — e mi dà uggia quel morire in mia presenza, — peggio poi avermi a dare da me stesso la morte... da me cancellarmi dal libro della vita come lo scolaro cassa di su la lavagna il calcolo che ha sbagliato.... Ecco una idea... si... no... ma si; andiamo a pigliare consiglio dal nostro presidente; anche dagli orecchi dell'asino si cavano auspicii del tempo che farà domani.
Entrò nella camera del presidente, mentre questi stava dietro a fare il conto dei suoi debiti, e visto che la somma andava in su, esclamò dolorosamente: — Ah! quando mi metteranno nella Commissione per la riforma del codice penale, procurerò bene io di aggiungervi un articolo contro i creditori importuni.
E qui, levando il capo, vide Fabrizio, a cui mosse tosto la favella dicendo:
— O signor commendatore, è lei?
— Bella domanda! Dopo avermi veduto, o che vorreste? Ch'io fossi un altro?
— Si dice così per dire, ma che si sente, commendatore, che mi sembra turbato? — Silenzio! Vengo per interrogare, non per essere interrogato. Ho bisogno di un consiglio.
— Da me?
— Da voi...
— Un luminare come lei! Ma che le pare?
— Non m'inasprite... da voi...
— Ma io non ho cervello...
— Bene, lo vedremo; e qui Fabrizio, afferrato uno sgabello e levatolo in alto per darlo in testa al presidente, aggiungeva come chi declama versi tragici:
Dal capo del Saturnio ampio celeste
Uscia Minerva perchè ci era entrata,
Ma nel tuo, che rassembra il mappamondo,
Sette Palladi almeno han posto il nido,
E te lo provo, se mi assenti, o sofo.
Che con questo sgabello io te lo spacchi.
— Mamma mia! urlò il presidente, saltando su ritto e mettendosi a scappare intorno alla stanza, ma ch'è ammattito? Giù lo sgabello.
— Si vede bene che non sei Giove; questi ordinava gli dessero sul capo con la scure, mentre tu hai paura dello sgabello. Presidente! Voi date un calcio alla fortuna, che non capita mica tutti i giorni, ne manco ai Numi, di partorire a un tratto sette Minerve. Sedete, presidente, non si mise a sedere anche Aristodemo, quando disse a Lisandro:
. . . . . libero mi esponi
Di Sparta amica od inimica i sensi?
— Non mi fate il rivoluzionario... sedete. Bravo! così. Obbedienza cieca e passiva. Ora dovete sapere che una volta c'era un re... cioè... non un re, un procuratore del re, e questo procuratore sono io, ed accadde che questo io, adempiendo al proprio ufficio insieme con voi, ve ne rammentate, compare? non mi fate il chinese; l'altro dì, o quello innanzi, quando fu trattata in tribunale la famosa causa di adulterio, di un tratto ecco mi venne consegnata una lettera...
— Gua'! per lo appunto come a me...
— Come a voi? Sì, sì, ora mi rammento, e che cosa vi diceva la lettera?
— Mi diceva che la mia moglie, postergando ogni dovere, mi tradiva col suo cugino Gabriele.
— E voi allora?
— In prima, dato spesa al mio cervello, pensai: — Goffredo, bada, questa è una trappola tesa alla tua felicità da qualche invidioso; crepi la invidia; non gli dare retta; — poi feci a dire: o non potrebbe darsi che movesse da qualche parente degli accusati per isgomentarti e farti dare in ciampanelle; e mi rincorai; tuttavia, per levarmi la pulce che mi era entrata nell'orecchio, andai difilato a casa per sincerarmi, dove giunto, con infinita mia contentezza, in breve mi fui chiarito ch'io mi era apposto al vero. — E come faceste a sincerarvene?
— Naturalmente secondo i principii della scienza, istituendo diligenti, non menochè sagaci inquisizioni.
— E sopra chi esercitaste le vostre ricerche?
— Prima di tutto sopra Artemisia!..
— E Artemisia chi è?
— Mia moglie, e poi su Bibbiana, ch'è la donna di casa.
— E voi ci credeste?
— Sicuro eh!
— Una balena s'ingoiò Ruggero,
E fu finzione, adesso un presidente
Beve balene, e questo fatto è vero.
— Ah! signor commendatore, ella mi vuol dare la quadra; o sentiamo dunque che cosa avrebbe fatto vostra signoria? I reati si provano per via d'istrumenti o per via di testimoni; nel fattispece strumenti in permanenza non ci stanno; dunque per necesse entrano in ballo i testimoni; la indole del caso vuole che gli agenti della colpa sieno ad un punto i testimoni; dunque, se non ricorriamo a loro, dove ci volteremo? Di qui non si scavicchia.
— Nè fia che tu di Ammone inclito alunno
Mi neghi che inchinando alzi un peana
Alla tua tonda capricornia faccia.
Plenilunio di fede maritale...
— Del senno del poi ne vanno piene le fosse; ma di grazia, mi dica, che cosa avrebbe ella fatto?
— Ammazzati? Lei? Chi? Come? — E saltò su ritto ritto, che proprio non fu sua colpa se non andò a toccare il palco col capo.
— Ecco chi ed ecco come: mettetevi a sedere come faccio io e porgetemi ascolto: proseguo il racconto; il procuratore del re pertanto, mentre pigliava le sue conclusioni in causa di adulterio, ebbe una lettera, la quale diceva così: poltrone, invece di fare il gatto fuori di casa, non badi ai topi che ti hanno roso le lenzuola sul letto; ma noi teniamo per fermo che tu non ci vuoi badare, perchè le corna sono come i denti, dolgono un po' su lo spuntare, ma poi ci si mangia.
— Questo è il rispetto che oggidì si porta ai magistrati! Segni sicuri che in breve il cielo non coprirà più la terra.
— Rincareranno gli ombrelli; ma ciò non rileva, continua Fabrizio; chiusi tutto dentro di me, dissimulai; circondai la mia casa di spie... mi riportarono gli adulteri trovarsi insieme; andai... li sorpresi... e li ammazzai...
— Misericordia!
— E sapete voi l'assassino dell'onor mio chi era?
— Non lo so davvero.
— Il conte *.
— Apriti terra! gemè il presidente, abbassandosi, rannicchiandosi e invocando con tutte le potenze della sua anima un coppo per potercisi come la testuggine rimpiattare dietro. Fabrizio, vistosi scomparire dinanzi il presidente, rimase alcun tempo sbigottito, poi si levò per cercarlo, e trovatolo lo trasse fuori di sotto al banco per la cravatta.
— Ed ora che sai tutto, tu vuoi fuggirmi, ribaldo; su presto, un consiglio, e fa' che sia dodici once buon peso.
Il presidente tremava a verga, e quasi senza avvertire quello che diceva belò:
— Senta, signor commendatore, se io mi trovassi nei suoi piedi, sa ella che cosa farei?
— Che cosa fareste?
— Mi costituirei in prigione.
— Ah! scellerato, alla fine ti ho colto; non credere che io non conoscessi da gran tempo i tuoi tranelli; ho contato ad una ad una le frodi che tenevi sotto a covare come la gallina le uova. Tu vuoi goderti la voluttà di mandarmi in galera...
— Ma no... ma no, commendatore.
— Sì, sì; invidia e interesse sono le faville che ti hanno il cuore acceso. Tu, spento che avrai tutti gli uccelli, pezzo di asino, ti dai ad intendere di cantare come un cardellino.
— Ma no, ma no, commendatore, abbasso quelle vostre mestole e ascolti un po' me: provato che sia, e noi lo proveremo di sicuro, l'atrocissimo oltraggio che lei ha patito, non solo lo manderemo immune da qualunque pena, ma lo proseguiremo eziandio con le lodi ch'ella si merita.
— Tu cerchi abbindolarmi; come si può far questo?
— To'! Abbiamo fatto condannare tanti innocenti per ordine dei superiori, sarebbe bella che non mi riuscisse a fare assolvere un colpevole!
— Questo potrebbe anche darsi, disse Fabrizio tentennando il capo, se non si trattasse di lui!
— Chi lui?
— Lui, lui, il conte *.
— Chi muore giace, chi vive si dà pace — e alla fine dei conti la legge è uguale per tutti.
— E questo ti dà l'animo affermare me presente? la legge è uguale per tutti si scrive su le pareti del tribunale, a mo' che gli strioni mettono il gabbamondo su le cantonate per fare una retata. Tu sai meglio di me che cotesta leggenda sta nell'aula delle udienze con profitto pari delle sentenze morali dentro i confetti parlanti...
— Ma non si scarmani, commendatore; si lasci servire; io, se sarò commesso a dirigere il dibattimento, girerò le cose in modo che bisognerà che i giurati me lo lascino scappare fuori pel rotto della cuffia...
— Vedi dunque che la legge non è uguale per tutti.
— La legge sì non già chi la maneggia.
— E dei giurati chi mi garantisce?
— Oh! i giurati sono bestie educate; o paglia, o avena, mangiano tutto quello che si mette loro davanti.
— Il tuo consiglio è falso, ripiglialo indietro e barattamelo qui sul tamburo con un altro che si possa spendere ed abbia miglior suono.
Il presidente, ormai al verde d'ogni rimedio umano, voltava gli occhi al cielo per qualche ispirazione divina, ma la Provvidenza gli si manifestava sotto l'aspetto poco lodevole di travicelli al palco, sicchè non rinvenne miglior partito di quello di raccomandare l'anima a Dio. In questo punto, per somma ventura del malcapitato, si spalanca la porta e comparisce l'usciere, che presto presto favella:
— Con licenza dell'illustrissimo signor presidente, avviso l'illustrissimo signor commendatore regio procuratore qualmente l'illustrissimo signor prefetto abbia mandato al suo ufficio l'illustrissimo signor consigliere di prefettura Inutili per consegnargli un plico urgentissimo in sue proprie mani.
E' sembra che l'usciere avesse imparato a favellare in isdruccioli da qualche personaggio delle commedie dell'Ariosto. Il presidente, colta la palla al balzo:
— Vada subito, commendatore, disse, la non si lasci aspettare, il cor mi dice: il suo soccorso è nato.
E s'ingegnò ammiccare all'usciere gli menasse via cotesto matto di camera; e l'usciere mascagno, chiappata la mosca a volo, rincalza:
— L'illustrissimo signor consigliere Inutili aspetta all'uscio.
— Ecco, vengo; aspettatemi qui; in meno che si dice un credo vado e torno.
— A rotoli come la tela di Lucca, mormorò il presidente, ed appena lo vide fuori della stanza prese mazza, cappello, ombrello e fascettone per avvoltolarselo al mento e al collo; fatto capolino dall'uscio per ispeculare se fosse libera l'andata, spiccò una rincorsa fino a casa, dove non si tenne sicuro se prima non ebbe girato a due mandate e tirato tutti i chiavacci dell'uscio. Quando poi in seguito gli occorreva raccontare la brutta avventura, costumava aggiungere che per uscirne a salvamento avrebbe dato a buon patti una gamba, e doverne portare il voto a Sant'Antonio se l'aveva passata liscia.
Il prefetto accolse Fabrizio con la gelida garbatezza con la quale i superiori trattano gl'inferiori, massime se si sappiano prossimi a dare la capata: agli altari in rovina non si accendono più moccoli. Il prefetto pertanto incominciò con la formula consueta:
— Sono dolentissimo di doverle annunziare per ordine superiore come da un pezzo in qua i suoi portamenti abbiano fatto nel governo la più penosa impressione. Si rende giustizia ai meriti del magistrato, il quale nello esercizio del suo ufficio mostrò perizia non ordinaria e fermezza nei principii sani, che, abiurati i pessimi in cui un giorno forviò (vuolsi avvertire così di passo che il prefetto fu presidente nel 1849 di un circolo repubblicano a Firenze), promise osservare: quantunque qui si sarebbe desiderata, non minore severità, che anzi questa sta bene, e se maggiore meglio, ma più temperanza di atti e di parole, imperciocchè co' modi gladiatorii l'autorità ci scapiti e provochino dagli avvocati, vere campane del bargello, rimbecchi e vituperii, che di rado si possono punire; ma ciò che ha passato il limite di ogni pazienza è stato il suo contegno domestico. Che vostra signoria ami teneramente la sua signora s'intende, a cagione della molta bellezza e delle virtù che l'adornano, ma ch'ella si lasci travolgere il senno dalla gelosia, ma che dia in escandescenze, ma che prorompa in minaccie, ma ch'ella faccia segno dei suoi odiosi sospetti un personaggio avuto in altissimo pregio dall'universale; a cui noi tutti dobbiamo venerazione ed ossequio...
— Dunque perchè costui è potente potrà straziare a suo libito l'onore dei cittadini? Dunque noi dovremo chiudere gli occhi a quello che vediamo, gli orecchi a quello che ascoltiamo?
— Appunto, ell'è pur troppo illusione del suo cervello malato quello che si dà ad intendere avere veduto ed udito.
— Come! prorompe stringendo i pugni e digrignando i denti Fabrizio, è illusione avere io veduto... con questi occhi, il conte * in criminoso congresso con la baldracca di mia moglie? Illusione avere sparato su di essi tre colpi di rivoltella? Illusione averli ammazzati tutti e due come cani?
— Appunto, riprende il prefetto con pacatezza stupenda, tutto questo è illusione, eccetto lo scandalo immenso dato da lei.
— Come, non ho ammazzato?
— Nessuno. Il personaggio a cui ella temerariamente accenna da una settimana non si è mosso dalle sue terre, e la sua signora...
— L'hanno trasportata al camposanto?
— La sua signora è qui... e accostatosi a un uscio lo aperse dicendo: favorisca, signora.
Dalla stanza contigua ecco uscirne fuori saltabellando la Bianca piagnolosa, la quale, gittate le braccia al collo dello stupefatto marito, fra i singhiozzi diceva:
— O Fabrizio! Quante ne fai patire alla tua povera moglie? — Queste sono le promesse? E questi...
Ma Fabrizio non la lasciò continuare, e respingendola urlava:
— Vade retro Satana... addietro, non mi toccare. Poi, percotendosi il capo a più riprese gemeva: qui, qui mi scappa via ogni cosa... il cranio è incrinato... il cervello mi gronda giù come l'acqua. — Di un tratto inferocendo smania: — Infami tutti! tutti congiurati a farmi ammattire. Che contano d'inferno e di demoni nell'altro mondo! Qui sono i demoni, qui lo inferno... l'intelletto è ito, il cuore del pari; qui e qua, e picchiavasi forte la fronte e il seno, si possono appiccare gli appigionasi, ebbene, nella casa vuota entrino la rabbia, il furore, la sete di sangue, la libidine della strage; all'inferno tutti con me; ora vedremo se ammazzandoti una seconda volta resusciterai.
Si avventa in questo dire al collo della Bianca, e con la destra tenta strangolarla; la donna, colta dall'atto subitaneo, non può fare riparo se non agguantando con ambedue le mani il braccio del marito, ma invano si sforza liberarsi dalla tenace tanaglia.
Il prefetto anch'egli si affanna di apportare soccorso alla meschina, se non che Fabrizio con la terribile forza nervosa che dà la pazzia lo abbranca pel petto con la mano manca e lo sbatacchia giù sul pavimento in così dura maniera, che n'ebbe ammaccata la fronte e pesto il naso: senza potersi rilevare da terra costui prese a urlare da spiritato: Soccorso! soccorso!
Uscieri, servi e quanta altra gente stava nell'anticamera in aspettativa di udienza ecco rovesciarsi addosso a Fabrizio per levargli la donna di sotto, ma egli invelenito si difende a morsi, a calci, e non lascia presa. Alla fine liberano da morte sicura la Bianca, terribilmente malconcia; aveva gli occhi fuori come gatto arrabbiato; le impronte sanguigne intorno al collo le durarono più di un mese. Il prefetto, rattoppato alla meglio co' cerotti, anch'egli stette un pezzo a presentare nella faccia l'aspetto della cantonata dove faceva ogni giorno impastare i suoi manifesti. Fabrizio, legato e ben condizionato, portarono diritto come un fuso nell'ospedale dei matti.
O come era avvenuto questo? Fabrizio cadde in abbaglio o vide il vero? Egli aveva veduto il vero; pur troppo aveva sparato, ma al buio, e la persona tutta tremante come ramo di arbore allo imperversare del libeccio non gli aveva concesso prendere la mira, e non aveva colpito persona. Il conte, passata la prima commozione, conosciutosi illeso, e la Bianca altresì, come uomo risoluto e di pronti partiti, si affrettò al riparo montando tutta la macchina che abbiamo narrato. Intendeva traslocare Fabrizio in Sicilia, e se reluttante si riprometteva vincerne le repugnanze con la minaccia di palesare le carte donde appariva come un dì costui si fosse legato ad uccidere il re; ma non ce ne fu bisogno, stante lo aver dato nei gerundi prima del tempo. La vecchia ospite fu fatta svignare, e non le parve vero; un nuvolo di guardie di polizia travestite e non travestite, aggirandosi nella contrada dov'era successo il caso, spargevano mille voci diverse dal vero; più che altro insistevano a dire che uno scapestrato, provando certa pistola di sua invenzione, aveva lasciato scappare il colpo; intanto pagherebbe la trasgressione. Il prefetto, a cui fu data ad intendere una novella senza capo nè coda, finse credere ogni cosa, bevve grosso e abbuiò tutto. Vere bocche di acquaio i prefetti, quando ci trovano il conto.
Il giorno successivo si leggeva in un giornale officioso il seguente avviso: «Abbiamo a registrare un fatto deplorabile. Il signor Fabrizio Onesti, commendatore e regio procuratore a questa R. Corte di appello, che tanto illustrava con la sua dottrina e rara eloquenza la magistratura italiana, preso dalla monomania per credersi venuto in disprezzo dei giudici giurati, perchè nell'ultima sessione delle assisie non sempre accolsero le sue conclusioni, tentò ieri gettarsi giù dalla finestra; impedito per miracolo alla sua moglie, che in cotesto frangente fece prova di singolare coraggio, ha procurato con altre vie di uccidersi, sicchè sono stati costretti a chiuderlo nel manicomio, dove mercè le cure intelligenti dell'egregio signor commendatore direttore di cotesto stabilimento si spera restituirlo in breve sano alla famiglia, agli amici e al fôro, di cui è sì bello ornamento.» Stile della Gazzetta Ufficiale, della Opinione, della Nazione e di altri della medesima mandria, compresa la Perseveranza.
E il misero Fabrizio migliorava così; il giorno stesso nel quale compariva cotesto avviso, egli cadde in tali eccessi di furore, che fa mestieri mettergli la camiciuola di forza e legarlo con le cinghie sul letto; dopo alcuno spazio di tempo la mania furiosa cessò, sicchè poterono lasciarlo sciolto dentro una cella chiusa con un cancello di ferro, per cui facilmente veniva ad essere vigilato dai custodi, che andando su e giù pei corridoi tenevano sempre d'occhio i pazzi. Fabrizio notte e dì, con gran voce accompagnata da gesti terribili, non rifiniva mai declamare orazioni contro gli ordini sociali, i vizi del tempo e la necessità delle riforme, se pure non si voleva battere una capata delle solenni; e sovente gli accadeva manifestare con eloquenza mirabili verità, come quegli a cui natura era stata pur troppo liberale di doni, ch'egli aveva offerti in olocausto alla vanità plebea e ad altri ignobili affetti.
Ora, mentr'egli dimora chiuso costà, accadde che il presidente Goffredo, fattosi del tutto manso, avesse supplicato il cugino Gabriele di prendere in mano le redini di casa e ravviargli la matassa arruffata della domestica economia, e il giovane dabbene presto gliela rimise in filo; saldò i debiti, diede il puleggio al fattore, modello di prima qualità, perchè non contento di rubare prestava il rubato al padrone coll'interesse del cinque per cento il mese; insomma fece in modo che il cappone comparisse sopra la mensa del presidente più spesso che la giustizia nelle sue sentenze; e se ciò accadesse con esultanza somma di lui, Dio ve lo dica per me. Per questi ed altri meriti il presidente ormai senza il cugino Gabriele non poteva più stare; a tale giunse cotesta sua amorevolezza importuna, che Gabriele ebbe ad avvertirne Artemisia, onde ad evitare il ridicolo ella persuadesse il marito di porre modo a quel dolce tormento. Ora dunque accadde, certo dì di festa, che Gabriele e la madre di Artemisia andassero, secondo il solito, a casa il presidente per recarsi di conserva alla sua moglie a udire messa; la quale divotamente udita, frullò per la testa al presidente di favellare così:
— Ecco, oggi è libero il passo allo spedale per cui voglia vedere i matti: che dite, ragazzi, ci vogliamo andare? È un divertimento che non costa nulla; forse ci troveremo anche quel matto dell'Onesti, che già tenne ufficio di regio procuratore alla Corte che presiedo io.
— Sì, sì, andiamo, risposero ad una voce Artemisia e la madre di lei.
Più umano, Gabriele osservava: — Mi paiono gusti fradici; cotesti spettacoli mettono in corpo la malinconia per una settimana almeno...
Ma la vecchia mamma di Artemisia salta su e rimbecca:
— Già, basta che la mia piccina mostri avere una voglia perchè tu subito le dia il gambetto.
— È proprio la prima volta che me lo sento dire. Gua'! se volete andare, andiamo; per compagnia s'impiccò un lanzo.
Chi va a vedere i matti, od è più matto di loro, ovvero è un tristo. Le donne, entrate nel manicomio e osservando i miseri privi dello intelletto, di taluno, conforme le governa il caleidoscopio della loro isterica sensibilità, risero; di tale altro piansero, e presto si uggirono di tutti. Di un tratto il presidente Goffredo esclamò:
— Oh! eccolo.
— Chi ecco?
— Il commendatore! Il matto! E' pare Ferraù alla riviera. Andiamo a dargli noia; vediamo un po' se mi riconosce.
— Ehi! infermieri; ci è da fidarci nel cancello?
— La vada franco; non lo stianterebbe Sansone. Allora il pio Goffredo in compagnia degli altri si accosta al cancello, e con voce tra beffarda e compassionevole chiama:
— O commendatore! O sor commendatore, favorisca; ci è gente che si vorrebbe procurare l'onore di salutarla.
Il matto gli sbarra gli occhi addosso e poi si accosta lento al cancello. Intanto il presidente continua:
— Buon giorno e buon anno; come si trova a suo agio qua dentro? Al tribunale tutti lo aspettano a gloria. O che non mi riconosce?
— Altro se ti riconosco; e questa gente che ti accompagna chi è ella?
— Questa è mia moglie, quest'altra mia socera, il gentiluomo...
— Non importa che tu perda il fiato; egli è il cugino Gabriele...
— Giusto, ci ha dato dentro di colta; dopo avere ascoltato insieme la messa...
— Ah! la messa?
— Sì signore, la santa messa, ci è nato il desiderio di venire a riverirla e ad informarci della sua salute.
Allora il pazzo con voce da banditore si mise a gridare:
— Avanti! avanti! dame e cavalieri; la vita che meniamo qua dentro uggisce maledettamente: ho pensato rallegrarvela; e a questo scopo intendo darvi la spiegazione di alcune figure di cera che sto per mettere nel mio museo; all'entrare! all'entrare! Il tutto gratis, secondo il detto del Vangelo, gratis accepistis, gratis date. Attenti dunque, che vado a dare principio al bel divertimento.
Tal bue va a pascere che si trova al macello; il divertimento del presidente sta per trovare il suo riscontro nel divertimento del matto, il quale continua:
— Questi, signori cavalieri, è il marito putativo di questa bellissima madonna, che non si chiama Maria, bensì Artemisia, omonima della famosa regina di Caria, che prima bevve il marito morto, e poi finì vecchia arrabbiata di amore per un soldato vivo;[4] quest'altra è la classica pollastriera mamma Agata, di cui da venticinque anni si contendono il dominio tabacco e vino; nè pare che stieno per ora sul finire la lite. Il gentiluomo poi è un tale Gabriele, che trovò spediente annunziare lo amoroso messaggio per conto proprio e non per l'altrui. Questo branco di degne persone, dopo avere passeggiato l'adulterio per le vie e per le piazze della città, gloriose al pari di Cesare quando menava il trionfo, si recarono devotamente a chiesa per presentarlo a piè degli altari al cospetto di Dio. — E così, dame e cavalieri, bisogna che sia, conciofossecosachè, quando le società degli uomini si conservano selvaggie, ecco di un tratto scappa di mano alla natura un Lino, un Orfeo, un Cadmo, un Romolo, un Teseo, promulgano leggi, che a guisa di morse costringono i viventi a pigliare una piega per istarsene insieme senza mangiarsi a morsi; ma nelle società diventate civili, se avviene che si guastino, allora la libertà non consentendo partiti tanto violenti, è mestieri operare in guisa che i buoni costumi rifacciano un po' di carne alle leggi; dieno loro vigore allo stomaco per digerire e alle dita per agguantare; per le quali cagioni e ragioni i guidaioli generosi e podagrosi del nostro italo regno agli uffici supremi preposero gli ottimati, i patrizi, quelli insomma che vanno per la maggiore, affinchè con gli esempi incliti educhino le moltitudini, meglio che co' precetti; di vero, se il senatore Cambray-Digny si affaccia ad una finestra e si mostra al popolo sotto adunato: ecce homo; la sua presenza farà più breccia nell'animo di quello che tutti e dieci i comandamenti della legge di Dio. Quando non furono trovati uomini nuovi, buoni da bosco e da riviera, si conservarono gli antichi; così i vecchi sbirri si persuasero con ogni maniera di carezza a rimanersi per ammanettare; alle amministrazioni però deputarono uomini nuovi, perchè i vecchi rubare sapevano, ma non con le eleganze del rubare moderno: quanto a boia non rinvennero meglio del Piantoni, ed il carnefice del duca di Modena, che impiccò Ciro Menotti, continua a impiccare per conto del re d'Italia, quantunque la sua reputazione sia affatto scroccata.[5] A capo dei tribunali stanno magistrati come questi — e qui additava il buon Goffredo — che se capitassero ma' mai in bocca al diavolo, durerebbe a sputare corna e lische almeno un mese. — Ed ecco come saranno sanati infallante co' buoni esempi i rei costumi del nostro inclito regno.
I pazzi avevano fatto un cerchio intorno al presidente ed alla sua bella compagnia, levando un rombazzo, un frastuono, un rovinìo che pareva il finimondo, nè ci era verso di scapolare loro di sotto; le sghignazzate e i fischi andavano al cielo, e già era corso qualche scappellotto, ventipiovolo d'imminente acquazzone. La faccenda diventava brusca davvero, se il direttore non giungeva in tempo con un rinforzo di spedalinghi armati di nerbi, i quali distribuendo a destra e a sinistra busse da levare la pelle, fece prendere il puleggio a cotesti matti, i quali però appena furono fuori di tiro si voltarono d'accordo riprincipiando un inferno di fischi e di vituperi.
Il direttore, confuso per lo spiacevole inconveniente, si profondeva in inchini, senza aprire bocca come colui che non sapeva da che parte rifarsi; ma il presidente venne tosto a levarlo di pena, imperciocchè sorridendogli beato, mentre si assettava il cappello sgualcito, gli disse:
— Poverini! bisogna compatirli, e' sono matti.
— Giusto! era quello che pensava anch'io, cotesti miseri non sanno ciò che si dicano o si facciano, si affrettò di soggiungere il direttore.
Artemisia tremava; di che tremava ella? Non mi è facile indovinarlo; questo so e lo ridico, che stringendosi ella al braccio dell'amante, gli susurrò negli orecchi:
— Han fatto male a mettere cotesto infame allo spedale, lo avevano a cacciare addirittura in galera.
Ma Gabriele non le badava, chè mormorò fra sè questi detti segreti:
— La Dio mercede, noi siamo giunti a tale, che in Italia adesso i savi parlano come matti e i matti come savi.
Da cotesto giorno in poi il verme penetrò in quello indegno amore, e comecchè il giovane contrastasse alla incessante corrosione, in breve l'ebbe guasto; allora egli si provò a sbrattarsene e non potè; condizione infelicissima, che annebbia sovente i migliori spiriti; un bel giorno con inaudito sforzo ruppe la fune della consuetudine, e insalutato hospite fuggì: pellegrinando in remote contrade corresse i trascorsi della riprovevole passione, e rigenerato in faccia alla propria coscienza ricuperava la stima di sè e la pace. Ora, chi credete che di cotesto caso si arrapinasse più, il presidente Goffredo o la moglie Artemisia? E' fu Goffredo; quanto ad Artemisia infuriò lunedì, martedì pianse, giurò vendicarsi il mercoledì, il giovedì si diede attorno a cercare il mezzo di condurre a compimento la sua vendetta; lo trovò il venerdì; fa vendicata il sabato; sei giorni di fedeltà per femmina come quella equivalgono alla eternità. Bisogna dirlo; all'uomo qualche volta è dato restare a mezza scala; la donna va sempre fino in fondo.
Non affatto infelice Fabrizio, poichè la fortuna gli concesse nel profondo della sua miseria redimere un'anima. Certo tristaccio, quando lo riseppe, notò malignamente: — I regi procuratori, onde facciano un po' di bene al consorzio civile, bisogna che diventino matti. — La quale sentenza, se non peccasse di troppa generalità, si dovrebbe rilegare in oro.
*