Certo non erano di oro i fili che in cotesto periodo di tempo la Parca filava per Curio, ma per Fadibonni li filava di ferro arroventato. Nel cuore e nel cervello di lui perpetua si alternava la vicenda del caldo e del freddo. In mezzo all'allegria del convito, alla festività del conversare, nel vortice armonioso delle danze di un tratto una caldana di piombo strutto gl'inondava tutta la persona; una grandine di numeri 600 gli trafiggeva le pupille; traballava per cadere, e sarebbe caduto di certo, se altri sottentrando non lo avesse retto: questo poi non veniva da rimorso, bensì dalla paura che il pagherò si rinvenisse.

Il tempo, galantuomo vero, e, per giudizio mio, unico al mondo, si accosta con passo misurato al giorno del dibattimento e le angoscie del Fadibonni si fanno più atroci, mentre Curio, sovvenuto dalla coscienza netta, si rassegna a un destino ch'ei non può mutare: erat in fatis mala morte mori, come si legge sul tumulo di Giulia Alpinula, figlia infelice di padre infelicissimo.

Il Fadibonni giace, secondo il suo costume, voltandosi fastidioso ora da un lato ed ora dall'altro; spesso col lenzuolo si asciuga la faccia e il collo grondanti sudore, e forte soffiando spinge fuori il fiato fumoso. Al più lieve strepito schizza su a sedere sul letto e porge affannato l'orecchio; poi ricade e il petto gli si alza e gli si abbassa come se gli avesse a schiantare il cuore.

Squilla il campanello! E il Fadibonni su ritto a gridare da spiritato:

— Biagio, chi è? Va' a vedere chi sia. Chi è? Non ti movere.

— Caro lei, se non mi lascia andare, non glielo saprò dire di qui a domani.

— Va', si... fa' presto.

— Ci è il maggiore? si ode dalla stanza accanto; e subito rispondere:

— Non so... credo... andrò a vedere.

— Va' via, balordo; avrai da cercare un pezzo in una stanza e mezzo.

— Allora ci è, passi.

— To', gua'! sempre a letto, poltrone...

— Che miracolo è questo, capitano Parpaglione?

— Come miracolo? O che per te è miracolo che un amico vada a visitare un amico in angustie? Così favellava un uomo mal tagliato, di cui la faccia Rebecchino per risparmiare danari avrebbe potuto pigliare a insegna della sua osteria, e proseguiva: Ci è nulla in casa da bagnare la parola?

— Vuoi vino? Acquavite?

— Biagio, la boccia dell'acquavite e un gotto; il vino è per gli stomachi deboli.

Bevve di un tratto un bicchiere di acquavite che parve dovesse frizzare meglio del pepe, però ch'egli ebbe ad asciugarsi col dosso della mano a un punto la bocca e gli occhi lacrimanti.

— Come stiamo a sigari?

— Male; un mozzicone appena.

— Biagio, to' qua; il capitano avendo sbirciato sul tavolino un pugno di soldi, ne tolse senza cerimonie un pizzicotto, e dandolo a Biagio soggiunse: Va' a comprarne dalla Rossina... sai? la tabaccaia dal canto alle rondini; ella ci ha roba stagionata; avverti che fumino, e la foglia sia intera... pel tuo incomodo te ne regalo uno.

Uscito Biagio, il capitano ripiglia il discorso dicendo: l'ho mandato dalla Rossina, perchè non abbia luogo di tornare presto, avendo noi bisogno di tempo per ragionare insieme. E ora che ti senti? Che hai che mi fai bocca da recere? Non siamo mica in mare. Su allegro! Ti porto buone nove.

— Che nuove?

— Sai... quel certo... tale biglietto delle lire seicento è stato trovato.

— Trovato! E tanto il Fadibonni non si potè tenere, che non si avventasse in camicia come si trovava, a gambe ignude, scalzo, fuori del letto gridando:

— Chi lo ha? Dov'è? Me lo rendano, io ne ho bisogno, me lo rendano per Dio!

— Adagio perchè ho fretta, dice il proverbio; torna a letto. Così... da bravo. Il possessore del biglietto sono io.

— Dunque dammelo, via, a te non può servire nulla.

— Te lo darò: prima, perchè se io lo mettessi in processo tutto il nostro reggimento rimarrebbe infamato, ed io intendo ch'ei splenda in eterno nella pienezza del suo onore: secondo, perchè cervi con cervi non si levano mai gli occhi, e noi tutti protegge il beatissimo san Nicola: terzo, perchè posto nelle carte del processo, mentre te condurrebbe di certo al fiume, non so se salverebbe l'altro dalla fucilazione.

— Oh! dammelo, via... dammelo.

— Te lo darò, ma a un patto; e questo patto è che tu me lo paghi.

— E con quali danari?

— Co' tuoi, parrebbe.

— Non ne ho.

— Procurateli.

— Impossibile!

— Impossibile! — Meglio così, perchè non potendo cavarne verun profitto pel corpo, vedrò allora di avvantaggiarne l'anima; difatti, dando a te questo biglietto per nulla, commetterei una gravissima colpa, che mi tornerebbe a gola come lo stufato, e forse chi sa! Non è fuori dei possibili che questo pagherò, conosciuto dai giudici, non valesse a salvare la vita a quel povero diavolo.

— Ma egli è poi mio questo benedetto pagherò? Io non ricordo mica di averlo sottoscritto, o fammelo un po' vedere.

— Andiamo, via, burlone! Tu lo dovresti avere a quest'ora già visto e considerato; ma non monta; pigliati tutte le tue soddisfazioni. E qui, cavata di tasca una rivoltella a sei colpi, la inarcava; ciò fatto trasse dal seno il portafogli, e si disponeva ad aprirlo, quando il Fadibonni, sciolto un sospiro lunghissimo, disse:

— Camerata! basta; io non ne ho più bisogno. Giusto in questo punto mi risovviene avere sottoscritto quel pagherò.

— Gua'! Accade della memoria come della calza, che talora perde un punto, ma la calzettaia raccattandolo rimette a sesto ogni cosa.

— Però, camerata, ti giuro... non so su che giurare, ma ti giuro che non posso pagarti questa somma; di presente sborserò duecento lire; per le rimanenti ti segnerò pagherò a due e a quattro mesi di data.

— Dall'orecchio destro sono sordo e dal sinistro io non ci sento.

— Per carità, lasciati commovere le viscere.

— I' sono nato senza.

— Mira, mi raccomando in ginocchioni.

— Levati su, che potresti chiappare una infreddatura. Un regalo i' ti vo' fare.

— Bene, bravo.

— Io ti rilascio gl'interessi su le seicento lire dalla scadenza del tuo biglietto in poi... e vedi che in sei anni arrivano ad una bella sommetta.

— Quanti anni hai detto? O che ha sei anni dalla sua data il biglietto?

— Sei per lo appunto.

— O santo mio protettore! esclama il Fadibonni battendo palma a palma; tu mi hai liberato dalle mani dei miei nemici, ed io da qui innanzi te servirò unicamente: e manibus inimicorum nostrorum liberati serviamus illo, come dice il salmo.

— Come! il salmo ti libera da pagare i tuoi debiti?

— Non il salmo, ma l'articolo 285 del codice di commercio.

— Va' via, ragazzo! Non sai che quando il tuo diavolo nacque, il mio andava ritto col gonnellino. La tua non è obbligazione commerciale, bensì civile, e questa si prescrive dopo dieci, non già dopo cinque anni; e poi, dacchè tu sai a menadito i tuoi codici, rammentati il rimedio dell'articolo 2142 del codice civile. Ma la questione, mio ragazzo, non è qui; la quistione è che tu hai impugnato questo biglietto; il biglietto esce fuori, io l'ho raccolto dopochè il soldato te lo ha tratto di gola mezzo inghiottito; ora, se io lo ripongo in processo, che tu non me lo pagherai in moneta conosco benissimo, lo pagherai però con tanta infamia alla morte.

Il Fadibonni, vedendosi capitato in male branche, fa greppo come i fanciulli in procinto di piangere, e gagnolando dice:

— Ma perchè ti provo tanto nemico? Ti ho offeso forse nell'onore? Nella vita?

— No; tu mi hai unicamente portato via quattrini e di molti. Adesso mi capita il destro di rifarmi e me ne approfitto.

— E quando ti ho rubato denari io?

— To'! Questa è nuova di zecca; quante volte tu hai giocato meco, tante non mi hai pelato da mettermi addirittura nello spiedo?

— Io gioco da gentiluomo; tanto vero questo, che per colpa del gioco mi trovo scorticato.

— Amor mio, ciò, se è vero, significa che tu, più esperto di me, mi hai divorato, ed essendoti poi imbattuto in persona più capace di te, ti ha divorato; in terra e in mare pescicani; chi sa che non abbiamo a trovarne anche in cielo.

Il Fadibonni, chinata la testa, pensò; vedremo più tardi a che cosa pensasse; quando rilevò la faccia si conobbe che il demonio, passando, lo aveva schiaffeggiato con la sua ala, ed umilmente prese a dire:

— Fruga da per tutto e ti chiarirai com'io non possieda cinquanta lire; dammi tempo ond'io possa provvedere; se non riesco mi ammazzerò...

— Riassicurati; ti garantisco io dai tuoi proponimenti micidiali; va' franco, noi non siamo di quelli che si uccidono; in qualunque articolo del codice penale noi possiamo andare come a locanda. Ti basta un giorno? No? Ebbene, non buttarti al disperato, pigliane due; dunque a domani l'altro, qui, a quest'ora: vale.

E versatosi un altro bicchiere di acquavite se lo rovesciò nello acquaio della gola e partì.

Il maggiore, quando abbassò la fronte umiliata, aveva pensato a certo suo tiro, ma ruminandoci sopra gli ripugnò, perchè ogni uomo possiede limitata la sua potenza di ribalderia, come la statura; per la qual cosa, uscito di casa, si mise a camminare randagio come cane senza padrone; andando in questo modo a casaccio, le gambe, in virtù della consuetudine, lo portarono nella strada dove albergava Abacuc Ottolenghi, usuraio classico fra i più spettabili della città. Abacuc il giorno di sciabà in casa era repubblicano, i giorni di lavoro monarchico savoino; usuraio sempre; però quando si trovava tra i suoi sosteneva sul serio, che dopo ottenuta la libertà dell'usura, gli ebrei non si dovessero assaettare dietro altre libertà: il coronamento dell'edifizio lo avevano conseguito. In gioventù si era lasciato ire fino a mantenere una figurante del teatro, ed anche un cavallo: sebbene più prossimo ai settanta che vicino ai sessanta anni, nè obliava le palme di amore e nè le sperava: vestiva di tutto punto all'inglese, e per darsene meglio l'aria portava pendenti dalle guance due code simili a quella che la volpe, di gusto migliore, tiene unica attaccata al codione. Abacuc andava lieto di uno Abramino, figliuolo unico, sua cura e sua delizia; a lui rassomigliante come uovo di piccione a quello di luccio. Ora il Fadibonni s'imbattè giusto in costui; e giova sapere come Abramino si fosse per lo addietro intabaccato di Giulia, la femmina che teneva il maggiore a sua posta, e le avesse fatto recapitare più volte biglietti zeppi di desiri molli e di profferte sode; ma Giulia li aveva lasciati senza risposta per moltissime ragioni, di cui queste le capitali: il maggiore le andava a genio più di Abramino; aggiungi il maggiore non accennava ancora di trovarsi al verde, onde, come donna di comprendonio, si attenne alla regola, che chi lascia la via vecchia per la nuova spesse volte ingannato si ritrova; le altre ragioni per cui cotesti voti amorosi andarono a monte non importa dire; basti conoscere che il Fadibonni li seppe, e prima la donna glieli negò con un muso da batterci sopra le monete, poi, mutato consiglio, spontanea glieli confessò per farsene merito presso di lui.

Abramino, coniglio, non già leone di Giuda, appena sbirciato il maggiore tenta scansarlo, e questi vie più diritta gli mette addosso la prua; si accostano; si urtano quasi; è chiusa ad evitarsi ogni via.

— Signor Abramino, o che le faccio paura? Non sono mica Attila, io. Si rassicuri, e sappia ch'ella mi è stato sempre simpatico.

— Grazie, caro lei, signor maggiore, grazie.

— O che pensa, che io le porti il broncio perchè ella vuol bene alla mia Giulia?

— Creda, caro signor maggiore...

— Credo, signor Abramino, ch'ella non poteva porre il suo affetto in luogo più degno. — Veda: le sue qualità fisiche sono giudicate dall'universale stupende, maravigliose, anzi divine; eppure, di petto alle sue qualità cormentali sono meno che nulla; e ohimè! dopo aver trovato tanto tesoro mi tocca a lasciarlo; ah! destino infame. Sono fuori di me, e per la passione vado per le vie come smemorato.

— Caro lei, o perchè la lascia?

— Dio, che angoscia! Il mio reggimento sta per essere traslocato in Sicilia, e le enormi perdite che ho fatto al gioco mi tolgono la facoltà di condurla meco; io sono ridotto nel duro stato di desiderare una persona proba, dabbene, generosa, che me ne tenesse conto... le usasse i riguardi che merita... Se questo mi riuscisse, mi sentirei meno desolato...

E siccome Abramino, sospettoso, lo guardava sottecchi e non fiatava, il Fadibonni, incalzando, aggiunge:

— Ah! s'ella, signor Abramino, la pigliasse sotto la sua protezione... dacchè so che ama svisceratamente cotesto angiolo... se mi promettesse tenerla come la teneva io... gua'! poichè così vuole il destino, piuttosto lei che un altro.

— Se la spesa non fosse grave; se mi convenisse non sarei lontano dall'accollarmela... si può sapere, caro lei, quanto costerebbe il mese?

— Ecco... io l'aveva, si può dire, quasimente per nulla; per vitto e vestiario cinquecento lire...

— Per nulla! Ma che canzona, caro lei? Il mio signor padre mi ha assicurato più volte che in sua gioventù con cento lire, a sfondare, si aveva fior di roba.

— Ma, signor Abramino, si compiaccia riflettere che altre volte con quarantacinque centesimi si comprava una libra di carne di vitella grossa di prima qualità, ed oggi non bastano sessantacinque per quella di vacca... il porco costa un occhio, quantunque non manchi sul mercato. Consideri ancora che il suo signor padre non gli ha detto s'era solo in affari o in società... ho luogo di credere ch'egli stesse in società, se non in accomandita, almeno in partecipazione.

— Dunque cinquecento lire tutto compreso?

— Meno l'alloggio, che fa una bagattella... un duecento lire al mese.

— O Abramo, babbo dei babbi miei! Ma che crede che li abbia rubati io?

— Lei no... ma via, a questo diamogli un taglio. Confesso aver preso un granchio; e sì che doveva sapere che con voialtri ebrei non si può fare un pasto a garbo. Procurerò menar meco la Giulia, e così risparmierò a questo mio cuore lo strazio di separarmi da così angelica creatura.

— Caro lei, non vada in furia, finalmente è lecito, sotto l'impero dello statuto, a ogni cittadino tirare ai propri interessi; — se si potesse risparmiare qualche centinaio (e siccome guardando in faccia il maggiore vide che a queste parole costui strabuzzava gli occhi, si corresse...) qualche cinquantina... ventina di lire.

Ma l'altro aggrondato esclamò:

— No signore, caschi un quattrino, a monte ogni cosa.

— Ma scusi, signor maggiore, adesso mi viene in mente un dubbio: mi sembra, caro lei, che noi contrattiamo della pelle dell'orso prima di averlo acchiappato; la signora Giulia va d'accordo di essere girata all'ordine mio?

— La Giulia, parola di gentiluomo, di tutto questo è al buio; stringiamo il partito fra noi e poi m'industrierò io per farglielo accettare.

— Dove non ci è guadagno la perdita è sicura; senta prima, conchiuderemo dopo.

— No, prima stabiliamo, che non vo' trovarmi in fine ad avere buttato via fiato e passi.

— Come comanda; dunque per seicento lire sta per me.

— Settecento ho detto.

— Va bene; aveva sbagliato.

— Anticipate.

— Anche pagare avanti?

— Certe cose si pagano avanti; consulti tutte le leggi civili e le canoniche e toccherà con mano che si pagano sempre anticipati... sono alimenti, capisce?

— Dove andò il brigantino vada il barchetto; dunque vada e si spicci, che sono aspettato in borsa.

*

— Giulia, mia divina Giulia, esulta; oggi ti vengo davanti messaggero di liete novelle... io ti abbandono.

— Su due piedi?

— Su due piedi: come vorresti che io ti lasciassi su quattro?

— Ahi, scellerato! Senza lasciarmi un dolce pegno di te? Senza nè anche pagarmi il mese di casa arretrato?

— Di poca fede! perchè hai dubitato? Da' retta e veniamo subito a mezzo ferro, che a te preme, come a me, stringere presto il negozio.

— Sono tutta orecchi.

— La necessità mi costringe a lasciarti; il mio reggimento muta di guarnigione; nè la mia miseria mi concede condurti meco, che pure mi sei cara quanto le pupille degli occhi; però non volli palesarti l'animo mio se prima non aveva provveduto per bene le tue faccende; — da me dunque avevi duecento lire al mese?

— Cioè, me le promettesti, ma io non le vedeva mai intere, e per di più a spilluzzico.

— Ora ne avrai cinquecento anticipate, e tutte in un picchio.

— O angiolo mio!

— Nè questo è tutto; per alloggio, servitù et reliqua altre duecento lire, del pari anticipate.

— Bada, maggiore, si muore di piacere come di affanno; ma caso mai ti fosse venuto l'estro di far la burletta meco, ti avverto che ho un paio di granfie da conciarti pel dì delle feste.

— Giulia, non mi fare la cialtrona; io parlo da senno; una difficoltà ci potrebbe cascare, ma verrebbe da te.

— E sarebbe?

— Colui che destino a surrogarmi nel tuo cuore è un ebreo.

— Non guasta; volterò la Madonna dall'altra parte e tutto sarà accomodato.

— Brava! Libera Chiesa in libero Stato. Dunque ti annunzio un gaudio magno, il mio sostituto è Abramino Ottolenghi.

— Già me l'era immaginato...

— Accetti?

— E come!

— Co' tuoi bei modi angelici tu arriverai a strappargli le penne maestre: non ti mancherà il cuore; in ogni caso ricorda che ti è affidata la vendetta di mille pelati fin della calugine.

— Circa a questo io ci renunzio, perchè, vedi, amor mio, è più facile pelare un pettine da lino che un ebreo, quantunque innamorato e di nido. Credilo...

— Alla tua esperienza; ci credo e non fiato più: però è bene che tu sappia che tutto questo non ti sarà concesso fruire senza il mio consenso, perchè l'ebreo mette per condizione finale al contratto il pacifico possesso.

— O non lo hai già dato il tuo consenso?

— Io non l'ho dato, ma lo darò a un patto.

— Quale?

— Che delle lire settecento pel primo mese tu me ne abbia a rendere mezze.

— Mezze! Ma che ci pensi? Ed a qual titolo pretendi tanti quattrini? Allora il mercante guadagnerebbe meno del mezzano?

Il Fadibonni suo malgrado avvampò. Nella guisa che il sole vicino al tramonto manda l'addio dei raggi vermigli al vertice dei colli, il pudore moribondo tinse coll'ultimo rimasuglio del suo cinabro le gote di costui. Riavutosi alquanto, rispose alterato:

— Dei titoli ne avrei parecchi; ti basti quest'uno: l'altra notte, coricandomi allato a te, misi il mio portafoglio sotto il capezzale. Vana precauzione! La mattina lo rinvenni vuoto, e dentro ci aveva messo... se ben ricordo... o cinquecento o quattrocento lire.

— O bugiardo della forza di mille cavalli; io ci trovai uno da cinquanta, tre da cinque, sei palanche e un doppio soldo...

— Dunque sei tu quella che rubasti? Era cotesto il tuo primo furto?

— Sfido io, o che volevi che campassi di aria? Anche il re per capo d'anno lo ha detto.

— Ma io ho giocato per te... ma io mi sono spiantato per te... ma io mi sono nabissato nei debiti per cagione tua! E mentre io mi affatico a crearti stato di regina, a te basta il cuore per lasciarmi morire di stento? Questo è il tuo amore? Questa la riconoscenza?

— Va' via, matto; attendi la settimana santa per cantare le lamentazioni. Senti, non buttiamo via il fiato; le lire duecento per lo alloggio non si hanno a toccare, perchè mi bisognerà pure mettermi attorno uno straccio di cameriera. Alle cinquecento che rimangono facciamo così, diamo nel mezzo.

— No; trecento almeno.

— No; duecentocinquanta al più.

— A monte ogni cosa.

— A monte. Bada, cuor mio, vengo di razza di can barbone; gettami in mare quanto vuoi, io mi terrò a galla.

— Ma ti toccherà nuotare; nè sai se ti avverrà, e quando, giungere a riva; e ad ogni modo ci arriverai tutta bagnata. Sopra Abramino non ci potrai fare più assegnamento...

— No! E perchè?

— Perchè guai a lui se ti guarda! Gli metterò addosso una paura da mandarlo in visibilio.

— Ebbene, io cercherò uno che metta paura a te.

— Vien via, sguaiata! non ci facciamo il sangue verde.

— Per me sono amica di tutti.

— E te lo credo senza che me lo giuri; dunque vuoi darmi sole trecento lire?

— Ho detto duecentocinquanta.

— Risolutamente?

— Risolutamente.

— Ebbene, vada per duecentocinquanta.

— E dimmi, quanto mi toccherà aspettare il tuo sostituto?

— Queste le son faccende che si fanno bollire e mal cocere; vado per esso e te lo conduco subito.

— Delizia mia! Se tu avessi indovinato per tempo la tua vocazione, a quest'ora saresti triplice milionario; ma sei sempre giovane, ed un bello avvenire si distende innanzi a te.

Il Fadibonni non intese le parole della landra, o finse di non intenderle; pauroso che l'uccello se la svignasse dal vergone, aperto l'uscio di casa, si cacciò a scavezzacollo giù per le scale.

*

— Caro lei, com'è che la vedo tanto rimescolato?

— Abramino, mi compatisca, ahimè! pensando a dovermi dividere da quella divina creatura, mi sento pigliare dal ribrezzo della febbre quartana.

— Per vita mia, io non vorrei essere cagione di tanti disturbi. Quando ci entra di mezzo la passione non si è mai sicuri... e considerando che domani l'altro ella potrebbe pentirsene...

— Domani parto.

— Allora muta specie... e se la signora Giulia acconsentisse...

— Ella acconsente; e confida di essere nell'amarezza che l'opprime consolata da tanto bravo giovane quale ella è.

— Dunque parrebbe che remosso ogni ostacolo io potessi liberamente presentarmi a lei?

— Aspetti un momento ed avrò l'onore di presentarla io stesso; — prima però mi occorre pregarla.

— Di che?

— Non si spaventi, Abramino: di cosa che lievissima per lei, tornerà a me di supremo vantaggio: ho bisogno di trovare in presto mille lire per tre mesi.

Abramino, facendo il chinese, rispose: — Niente di più facile.

— E viva sicuro di due cose: del pagamento puntuale a scadenza e della mia eterna gratitudine.

— Degli affari di casa io non mi occupo, ma ho motivo di credere che, presentandosi al banco Ottolenghi, vostra signoria non sarà rimandata, somministrando, bene inteso, le debite cautele e pagando gl'interessi di ragione... anticipati.

— Che guarentigia vuol'ella che io le offra? O che la mia obbligazione non l'avrebbe a bastare?

— A me basterebbe; ma io sono figliuolo di famiglia; nelle faccende del banco non mi occupo punto; quattrini non tocco. Il mio signor padre mi assegna lire mille al mese, le quali giusto ho riscosso dal cassiere stamattina: di altro non posso disporre.

E per mostrare che diceva la verità, tratto fuori dal portafogli mi biglietto bianco della Banca Nazionale, lo mise sotto gli occhi del maggiore, il quale, vedendo la bugia trottare sul naso di Abramino, soggiunse:

— Ma a lei non costerebbe niente a procurarseli altrove.

— Dio ne liberi! Se il mio signor padre venisse a saperlo mi diserederebbe.

Allora il Fadibonni conobbe in un attimo come ogni discussione menerebbe a nulla, onde, chiappata la mosca a volo, riprese:

— Pazienza! Pel rimanente cercherò altrove; intanto fo capitale su le trecento lire che avanzano a lei, dopo pagate le settecento a Giulia.

— E allora, caro lei, con che rimango io?

— Oh, a lei ricco sfondolato non mancano mezzi di far quattrini! Intanto pensi che se ho creato debiti l'ho fatto per sopperire al mantenimento di Giulia, che le merci furono portate a casa sua, che dove non le pagassi io potrebbero molestare lei, e però di traverso chi la protegge, e che per cosa al mondo non voglio lasciarmi debiti dietro. Nell'oro io non nuoto di certo, ma mi vanto soldato onorato al pari di ogni altro: sono maggiore; le rilascio un mio pagherò, e veda che libero dalla spesa di Giulia mi sarà molto facile mettere da parte tanto da poterla soddisfare in capo a tre mesi o quattro.

Abramino a sua posta capì come senza lasciarvi anche quel bioccolo di lana da cotesto roveto non usciva: giovane egli era e intabaccato di Giulia, però la concupiscenza a cagione degli ostacoli rinascenti gli s'inviperiva, onde brontolò questa risposta:

— Via, per amor suo, signor maggiore, mi sobbarcherò anche a questo carico; le presterò trecento lire.

In capo a cotesta contrada, appellata col nome del Cavour, teneva bottega uno ebreo cambiamonete, creatura del padre Abacuc; da lui Abramino si fece dare una carta bollata da pagherò, e porta la penna al Fadibonni gli disse:

— Scriva, io detterò.

— Sono ai suoi ordini.

— Da oggi a tre mesi pagherò io sottoscritto all'ordine del signor Abramo Ottolenghi lire trecentoventi...

— Come trecento venti? O non devono essere trecento?

— O gl'interessi chi me li paga? Veda, caro lei, le conteggio uno per cento al mese; un vero regalo; la tratto da fratello.

— Mi pareva che, anche a modo suo, farebbero trecentonove.

— E la senseria? E la provvisione? E il foglio bollato? Caro lei, gliene regalo mezzi. Tiri via.

Il Fadibonni, risoluto a non pagare frutti nè capitale, non istette su lo spilluzzico, scrisse, sottoscrisse, appose la data, fece insomma ogni cosa in regola: mentre Abramino riscontrava l'obbligazione, il maggiore stese le mani rapaci e pronte sopra i biglietti di minore valuta nei quali il cambiamonete aveva barattato le lire mille, e se li ripose in tasca.

— I miei biglietti! Dove sono iti i miei biglietti? esclamò Abramino non li vedendo più sul banco.

— Non si scarmani, li ho presi io per andarcene adesso insieme da Giulia. Capisce che la nostra delicatezza non le consente ch'ella paghi le settecento lire alla Giulia in mia presenza: parrebbe ch'ella sborsasse il prezzo della mercanzia che io le consegno: con persone bene allevate non bisogna trascurare mai i debiti riguardi: i riguardi, signor Abramino, chiamano lo amore quando non è nato; nato lo mantengono sano.

— Sarà, lo dice lei.

Andarono. Giulia, guardando traverso le stecche della persiana, li aspettava, e il suo cuore batteva forte come un tamburo (sono desolato pensando che ormai il mio lettore non potrà più apprezzare la esattezza di questa similitudine, dopochè il ministro Ricotti ha soppresso i tamburi per far morire d'itterizia il capitan Lamarmora) per la paura che non venissero più. Non aveva serva, andare ad aprire essa le pareva cosa da scapitare nella stima del signor Abramino; non le sovvenendo meglio lasciò l'uscio aperto, onde le comparve addirittura davanti il maggiore, che tenendo per mano Abramino, glielo condusse presso al canapè dov'ella stava seduta, favellandole con piglio da Agamennone:

— Dal dono apprendi il donatore qual sia.

E Abramino di rincalzo, molto leggiadramente:

— Di certo la mia signora può stare sicura che, se non riuscirò, nulla sarà omesso da me ond'ella non si accorga di avere mutato. Se uno ardente affetto, se una devozione a tutta prova...

— Grazie, mio signore, grazie; il tempo e la sua benevolenza scemeranno il dolore... forse saneranno... saneranno senza dubbio la piaga che ora dà sangue: perchè, veda, Abramino, io sono donna che quando mi ci metto amo col cuore... coll'anima. Maggiore, favoritemi un bicchiere d'acqua.

Il Fadibonni riempito il bicchiere glielo porge, ed ella intanto che lo piglia, chinatasi alquanto, gli susurra nell'orecchio:

— E i quattrini?

Il Fadibonni, tratto di tasca un involto, glielo consegna dicendo:

— Il signore Abramino ti prega per mio mezzo accettare questa piccola offerta dello amore che ti porta affinchè tu possa figurare da pari tua... e secondo la condizione di lui.

Qui un sorriso di Giulia e per giunta uno inchino accompagnati dalle parole: — procurerò farle onore.

Abramino le baciò la mano, ed ella smaniosa di riscontrare il danaro, di un tratto uscì fuori con queste parole:

— Maggiore, l'altra sera ci lasciaste il vostro portasigari — e senza aspettare osservazioni in proposito scappò via; in un attimo verificò se fossero bene quattrocento cinquanta lire quelle contenute nello involto, e tornata col portasigari, mentre lo dava al Fadibonni, ricambiaronsi fra loro una occhiata, la quale poteva tradursi proprio così: — Sgualdrina, non ti sei fidata? — Bisognerebbe avere perduto il bene dello intelletto per confidarsi ad un furfante come sei tu.

— Mia cara Giulia, allora entrò di mezzo a dire Abramino, perdonerà se non posso più a lungo trattenermi con lei, perchè col treno del tocco mi occorre andarmene fino a Casale per assicurare il pagamento di un effetto tornato in protesto col relativo conto di ritorno; di là passerò a Vercelli per assistere alla circoncisione del mio nipote, figlio di mia sorella Esterina e del cognato Anania; poi darò una capata a Milano per vedere un po' come vanno le faccende del banco sete, che da tre anni mette fuori bilanci magnifici, e poi tra ceralacca e spago non dà un soldo di dividendo: ma che vuol'ella, cara signora Giulia? L'hijo d'un mancer ci fece sottoscrivere mio padre per cento azioni, e da questo, veda, signora mia, che anche le civette impaniano.

Tale preludiava Abramino nei suoi amori con Giulia.

Al maggiore pareva mille anni svignarsela, onde di nuovo appressatosi a Giulia, in atto eroico favellò:

— Giulia, addio: non ti raccomando i nostri amori, come fece Augusto a Livia, perchè questa rimase vedova, mentre tu convoli a seconde nozze, e nè meno t'impongo dimenticarmi, perchè so che tanto non è nella tua potestà; ti resti di me la memoria come di un sogno che sopraggiunge su le ale dell'alba e fa risvegliare la dormente alla luce con un sorriso. Nel dipartirmi da voi vi auguro sieno i vostri amori pari al muschio del quale dura perenne il profumo senza mai diminuire di sostanza: bevete infaticabilmente nella tazza della voluttà, e l'amore ve la riempia senza requie a bocca di barile: si rinnovino per voi gli amori come il fieno nei prati, dove rifà capo sotto la falce che lo miete; vivete felici, ruzzolate per un pendio di rose monde da ogni spina dalle mani stesse delle Grazie, e quando giunti al termine del tramite mortale, se il Dio dei cristiani non si trovasse d'accordo col Dio di Moisè per collocarvi insieme in paradiso, vi mandino almeno a domicilio coatto nella stella di Venere; addio, addio.

Sbirciato il cappello di Abramino e vistolo nuovo, mentre il suo declinava al tramonto, se lo mise in capo, e provato che gli andava, se ne andò via bisbigliando.

*

— E ora alla busca delle cinquanta lire, e più se riesce.

La signora Radegonda, di cui il casato si tace honestatis causa, era giunta a quella età che non invoglia persona a ricercare qual sia; — la età grigia; tra le ventiquattro e l'un'ora di notte; la età che non è bianca ancora, e il nero muore; dondolante fra i cinquanta ed i cinquantacinque anni, fu moglie buona e mamma meglio di una figlia unica, e sopra il marito e la figlia, finchè vissero, riversò tutto l'acquazzone della sua tenerezza: ma da prima perse il consorte; poi, per colmo di sventura, la figlia; e l'amore sbraciato dal dolore le coceva l'anima spasmodicamente; anch'egli patisce di ripienezza, e in qualche luogo bisogna pure scaricarlo; provò sfogarsi col canarino, col gatto, col cane, ma non li rinvenne bastevoli all'esercizio della sua passione: allora si tuffò a capo fitto nella beghineria; e fu peggio, imperciocchè i santi le stessero dinanzi dipinti ed appesi a un chiodo; Cristo di legno, e crocifisso, nè disposto a quanto pareva a sconficcarsi, come fece un dì (lo dicono i preti) per abbracciare santa Caterina di Siena: dei confessori, i giovani avevano grandi faccende altrove, i vecchi tabaccosi non le andavano a fagiuolo, e la povera donna aveva ragione. Intanto il sodalizio con gli angioli in sembianza di giovani eternamente leggiadri, l'estasi amorose, le preghiere lubricamente devote, le orazioni confettate di misticismo e di libidine, l'amor divino rinforzato coll'acqua arzente del bruciore terreno, avevano proprio ridotto la misera creatura in un mucchio di stoppa, anzi di polvere, o piuttosto in un barile di petrolio. Dio guardi se ci fosse cascata sopra una favilla. Veruna compagnia di sicurtà contro agl'incendi l'avrebbe per tesoro assicurata; — e poi incendio di amore non ha riparo. Di fatti la favilla non mancò. Fortuna volle che dirimpetto alla vedova tornasse di casa il Fadibonni; si videro, si adocchiarono, si salutarono, si sorrisero; costui, spillando lo stato della vedova, la seppe abbastanza comoda secondo il suo stato per la pensione lasciatale dal marito, a dovizia fornita di masserizie, di panni, di ogni ragione orerie, insomma di tutto ciò che i giureconsulti romani distinguevano col nome di mondo muliebre. Ce n'era di avanzo, perchè il Fadibonni se ne mettesse incontinente alla caccia, e non fu lunga impresa, nè ardua: pei bambini balocchi di legno, ai vecchi balocchi di carne: pari in entrambi la concupiscenza di ottenerli, dispari la tenacità di conservarli: quanto facile i primi a buttarli via, altrettanto duri i secondi ad agguantarcisi con tutti i tentacoli. Ora taluno vorrebbe sapere chi dei due condusse la povera donna al mal passo, l'anima o il corpo. Per me confesso addirittura che non lo posso contentare; primamente, perchè mi riesce difficile chiarire distinta la esistenza di cotesti due enti, e supposto che riuscissi a sciogliere siffato nodo, ecco che inciamperei nell'altro, non meno scabroso, di determinare se la materia prevalga allo spirito, o viceversa; chi il mandante, chi il mandatario, o piuttosto chi il colpevole in capo e chi il complice. La meschina era cascata dentro una fitta, dove ogni conato per uscirne la faceva sprofondare vie più: peccava, si pentiva, tornava a peccare per ripentirsi poi, e così con perpetuo ciclo logorava ogni estremo residuo di volontà, di pudore, ed eziandio di salute. Dall'altra parte il maggiore, attaccatosi come ruggine alle sue ossa, le sperperava con persistenza scientifica ogni sostanza; orerie, argenti, pannilini, lani, stoviglie, rami tutto insomma mano a mano spariva. Cotesta casa era neve al sole, ned ella si attentava rifiutare nulla, anzi, strano a dirsi! dava volentieri, pensando che le tribolazioni vecchie e nuove provate nel suo traviamento le dovessero andare in isconto dei peccati.

Alla stregua che la roba scemava, le assenze del maggiore infittivano e si prolungavano: adesso correvano mesi che non capitava a casa Radegonda; difatti ci era rimasto tanto olio da mandare un sospiro di luce: anche la pensione vitalizia della vedova, a cura del maggiore, era stata per parecchio tempo impiegata ad Abacuc, figlio di Anania e padre di Abramino Ottolenghi.

Il Fadibonni ecco si mostra improvviso nella camera di Radegonda, la quale dalla comparsa di lui rimase abbarbagliata, levò supplice le pupille al cielo, le mani congiunse in atto di preghiera, mosse le labbra, ma non potè profferire parola; il peccato aveva preso a nolo dalla beghineria le sue smorfie, ma quel tristo le si accostò carezzevole, la blandì con parole soavi, e siccome ella mostrava non crederci, egli, aggrondate le sopracciglia, proruppe in accenti minatori, perchè la donna smarrita lo pregava per l'amore di Dio e delle anime del purgatorio a placarsi; il maggiore durò un pezzo ingrugnato, alfine parve rasserenarsi, e strettale la mano le disse:

— Addio, a stasera, se posso, verrò a cenar teco.

Rimasta sola Radegonda, per la grande contentezza non capiva nella pelle, le pareva toccare il cielo con un dito: senza porre tempo tra mezzo prese a rovistare per la casa, onde rinvenire robe da potersi fare onore: ahimè! dentro le cantere non tovaglie, nè tovaglioli, nella credenza non posate, non stoviglie su la rastrelliera; di accattarli in presto si peritava; amore vinse vergogna, e con occhi bassi e tremula voce si condusse a chiedere tutte queste masserizie alle casigliane; delle quali quelle di miglior sangue l'accomodarono, pure commiserando lo stato a cui si era ridotta una signora così puntuale e per bene, altre dispettose gliele negarono, e le tagliarono dietro il giubbone che Dio ve lo dica per me.

Ora mancava il meglio, e come avesse a sopperirci non sapeva; ecco, mentre declina la faccia melanconica, le viene fatto vedere nelle dita, oltre l'anello matrimoniale, un altro ornato di piccoli brillanti, ricordo ultimo della defunta figliuola, fin lì salvati dal rigido saccheggio del maggiore.

Se l'anima le rimordesse ignoro; questo so, che in un attimo si cacciò giù per le scale, e arrivata in fondo consegnò l'anello della figlia alla portinaia, conquidendola a portarlo subito al monte di pietà per impegnarlo; ella poi si trattenne nel casotto ad aspettare: indi a breve l'assalì l'impazienza, perchè ogni tantino cavava il capo fuori lo stambugio della portinaia, come fa la gallina tra le stecche della stia per beccare il granturco nella mangiatoia. Alla fine la portinaia tornò; al monte non avevano voluto dare su l'anello più di trenta lire. La vedova prima desiderò toccare la moneta e ne sentì ineffabile compiacenza, poi la rese alla donna prescrivendole recarsi al mercato per comperarvi commestibili e vino. Avuto quanto ella ordinava, si mise intorno ai fornelli soffiando a gote gonfie sul fuoco, apprestò le vivande, attese a cocerle con religiosa diligenza; di tratto in tratto le gustava, paurosa pigliassero di bruciato, o troppo sapide riuscissero, troppo sciocche; si pettinò, si lisciò, si fece bella... aveva lo specchio davanti e ci si contemplava più spesso che non fosse di mestieri, ma sempre invano, imperciocchè ella badasse allo specchio quanto un re (dispotico o no non fa differenza) al consigliere fedele. Con ardentissimo affetto ella affrettava il tramonto del sole, quantunque l'accostasse di un giorno al sepolcro, e alla età sua un giorno contasse mezzo anno; che importa ciò? per rivedere presto l'amor suo avrebbe dato a patto un anno intero, due anni. Le ossa, come le legna, quanto più sono secche più avvampano.

Verso le due ore di notte venne il desiderato. Qui la Musa fa punto, salta un foglio e ripiglia la storia dal momento nel quale la misera Radegonda, vinta da molte cagioni, massime dalla virtù del laudano a lei propinato in copia dal perfido Fadibonni, giacque nel letto come corpo morto: costui allora pianamente si vestì e si pose a rifrustare sottilissimamente per tutta la casa: delle posate non ci era a fare capitale, le riconobbe di ferro inargentato; tovaglie e tovaglioli lisi, buoni a nulla: peggio le vesti, e per asportarle troppo voluminose nè tali che dessero un filo di speranza le avrebbe accettate il capitano per danaro. Che fare? Dare l'anima al diavolo non concludeva, e poi il diavolo da tanto tempo ci aveva acceso su la ipoteca, che non ci era da pensarci nè meno; peggio votarsi ai santi.

Guardò torvo l'addormentata e le vide i pendenti agli orecchi.

— Non basteranno di certo, borbottò fra sè, ma sarà sempre qualche cosa — e ci stese sopra la mano bramosa, svellendoglieli in modo così brutale, ch'ella, quantunque dormente, ne gemè. — E ora che si stilla? Di un tratto, toccatasi con la mano la fronte: — Smemorato che sono, esclama: la Madonna! che, lei sveglia, non ho potuto saccheggiare mai. — Eccola! Non manca nulla, aggiunse dandosi una fregatina di mani secondo l'usanza del Cavour, corona, lampada, angiolino e piletta; vera consolatrice degli afflitti!

E la corona, la lampada, la piletta e l'angiolino — fino l'angiolino, che nella destra brandiva l'aspersorio in modo che pareva volesse venire ad uno assalto di sciabola con Lucifero — tutto insomma egli ripose nelle tasche.

Così il soldato adoperava con Radegonda come il prete con Amina: uccelli entrambi da preda.

Compito l'inclito gesto, il Fadibonni si partiva senza spegnere il lume, scalzo, con gli stivali in mano, e lasciando l'uscio spalancato; se non che giunto a mezze scale gli frullò in mente che i casigliani, levandosi di buon mattino e notandolo, sospettosi di furto non avvertissero la questura, donde scandalo nel vicinato e qualche stroppio per lui; perciò rifece le scale, e chiuso l'uscio con precauzione se ne venne via.

*

Inesorato come il destino, il capitano Parpaglione nel dì e nell'ora stabiliti comparisce in camera al maggiore: che cosa questi dicesse e facesse per indurre costui a contentarsi di sole cinquecentocinquanta lire non si potrebbe con poche parole significare, e le troppe riuscirebbero sazievoli; bisognò snocciolare una ad una tutte le robe rubate, e fu bazza che il capitano se le accollasse per cinquanta lire, non senza però un pertinace tirarsi pei capelli, onde determinare il valore di ogni pezzo. All'ultimo si accordarono: il capitano, mentre stava per mettere in tasca gli orecchini di oro, osservò come ad uno di essi fosse rimasto attaccato un capello bianco, ond'egli presolo delicatamente tra l'indice e il pollice della destra, fece l'atto di restituirlo al maggiore, accompagnando il gesto con queste parole beffarde:

— Quantunque di argento, non mi può servire; però ti propongo renderlo alla sua amabile proprietaria.

Rimasto solo, il maggiore arse il biglietto e, fatto un pizzicotto delle ceneri, le pose sul palmo della mano, poi ci soffiò sopra e le disperse al vento esclamando:

— Siate maledette in eterno!

Distrutta la prova, l'avvocato di Curio, il quale d'altronde di male gambe procedeva nella difesa, non potè nè anche avvantaggiarlo con la scusa capace solo ad attenuare la colpa; all'opposto, avendola l'imputato addotta nella istruzione del processo e non la potendo provare, gli concitò mirabilmente contro l'animo dei giudici. Il colonnello unico ebbe a sostenere dentro di sè un'aspra battaglia fra il convincimento morale e la mancanza della prova materiale del fatto; nondimeno anche a lui fu mestieri piegare il capo, e comecchè con mano tremante, pure anch'egli depose il voto funesto nell'urna. Curio ad unanimità di voti uscì condannato a morte.

Tali un giorno, certo non tutti, ma troppo più di quelli che potessero sopportarsi, gli ufficiali dell'esercito italiano; e guai a chi si fosse attentato riprenderli: figlio di madre infelice era costui! La sua sorte pari a quella di Atteone, quando ardì contemplare Diana ignuda; i suoi stessi cani gli si avventarono addosso e lo divorarono; — ed io lo so, che provai cani una ciurma di nati nella terra in cui io pur nacqui: a me risparmiarono lo schifo e il ribrezzo di rammentarli, perchè da loro stessi conficcarono i propri nomi in cima alla forca. Nè uomo nè Dio varranno a staccarli di là ove li attaccarono; essi un giorno serviranno di Faro[12] per allontanare gli uomini liberi da questi liti resi infami dalla loro scellerata stoltezza.

O patria! O mia Livorno! in quale abiezione caduta, poichè il sole della libertà col suo calore vitale ad altro non valse che a farti scoppiare fuori le petecchie dei moderati servili, vili e feroci!