Capitolo XXIII.
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Più brevi sì, ma non però men gravi di quelli di Ulisse furono gli errori pei quali si avvolsero Curio e Filippo. Tutto essi provarono; l'ira immane dell'oceano, in mezzo a cui essi si conobbero troppo meno di atomi travolti nella immensità dello spazio: anzi più che ad altro andarono debitori della propria salvezza alla loro nullità: le ruote del carro non giungono a stritolare il granello di arena sul quale trapassano; videro la tremenda rabbia della natura quando si agita a rompere le leggi le quali tengonla infrenata come schiavo che tenti spezzare la sua catena, e i furibondi spasimi di lei allorchè intende ribellarsi alla tirannide di Dio che la flagella; — videro spaccarsi montagne, e dai fianchi lacerati avventare fiamme; — sentirono traballarsi sotto le gambe la terra, a mo' di creatura che ferita nel cuore baleni per cadere; — sparire a un tratto fiumi, e ad un tratto irrompere moltitudine di acque schierate come guerrieri in battaglia; — li atterrirono serpenti a sonagli lunghi ben diciotto piedi, e torme di alligatori andare a processione a guisa di formiche; i vermi stessi e i bruchi mezzo braccio e più: natura piuttosto immane che grande; paurosa, non bella. Alberi due volte tanto i nostri altissimi campanili. Conghi, tigri, leopardi, pantere, orsi, copracappelli, insomma una sterminata famiglia di enti maligni mettere in comunella la ferocia e il veleno. E gli uomini? Gli uomini trovarono tali da fare diventar rossa per vergogna la faccia ai coccodrilli se non l'avessero corazzata di scorza. Peggiori degli antichi lestrigoni i comanchi, i quali se divorassero interi i prigionieri è ignoto, tuttavia sappiamo che li scalpellavano di certo, ovvero svellevano dal cranio la pelle co' capelli, e se ne ornavano la persona, a imitazione delle nostre croci; e si narra di un giovane ventenne, il quale portava penzoloni da un anello saldato intorno al braccio manco ben dodici di queste capelliere svelte di propria mano dal capo dei suoi nemici; — giovanetto di belle speranze senza dubbio costui. La umanità da per tutto è la medesima stoffa, gli uomini fogge tagliate dal costume diverso. Fra i popoli che in America si dicono civili, o almeno non selvaggi affatto, si praticava allora e tuttavia si pratica la legge del Lynch; e i nostri personaggi, approssimandosi a Brownsville, terra sul Rio Grande, la quale dopo il trattato Guadalupa-Hidalgo segna il confino tra il Messico e il Texas, si trovarono presenti ad un fatto che vale il pregio ricordare. In mezzo di una macchia folta videro tempestare un branco di bestie, uomini e cani frugando bramosamente per cespugli e per greppi; su quel subito giudicarono dessero la caccia alla pantera, ma in breve furon tolti d'inganno, imperciocchè si udissero disperate grida uscire dal prunaio, dove slanciavasi di corsa una maniera di colosso umano, ricomparendo di corto con una mano alla strozza di un uomo e con l'altra a quella di un cane di ferocissima razza, costà noti col nome di blood-hound: venuto allo aperto costui arrandellò il cane lungi da sè; il cane rotolando ringhiava minaccioso, e aveva ragione da vendere, perciocchè essendo stato educato con parecchi altri colleghi dagli uomini a lanciarsi addosso agli uomini, e lacerarli, ora dell'opera meritoria si trovava a ricevere quella razza di ben servito; e ciò, sebbene bracco, gli pareva ostico. Per senso di carità ci sarebbe da mettere l'esempio davanti gli occhi dei questori, assessori, apparitori, e di altri siffatti tutori e curatori della pubblica sicurezza, ma è tempo perso, mastini e questori non imparano mai nulla. Ai polli soprasta la stella della strozzatura; ai tordi l'altra dello spiedo; agli sbirri, finchè mondo è mondo, predomina l'astro della sassata e del bastone: così vuole il destino!

Intanto il colosso si era vôlto alla terra traendo seco attanagliato il prigioniero, mentre la turba gli moveva dietro con schiamazzi e fischi. Curio e Filippo imbrancaronsi con gli altri, e curiosi di sapere la cosa, interrogati quanti più poterono spillarono: il colosso venuto in lite col mastino essere il capitale magistrato della terra, cioè lo sceriffo; il prigione un indio bravo, il quale aveva allora allora fesso il ventre a un povero giovane del Kentuky, che spazzando davanti la porta del caffè dove stava per garzone, aveva per disgrazia buttato un po' di spazzatura su le scarpe di lui; il popolo infellonito volere mettere in pezzi l'omicida, che si era dato alla fuga per campare la pelle, ma lo sceriffo, e più il cane, gli avevano tronco il disegno.

Lo sceriffo condusse (che senza offesa del vero non si potrebbe dire strascinasse, dacchè l'indio andava così di buon grado che non pareva fatto suo) il prigioniero dinanzi al cadavere del garzone, che giaceva supino in mezzo della strada dentro una pozzanghera di sangue, e di subito mise mano allo interrogatorio.

— Conosci questo uomo?

— Sì.

— Chi lo ha ammazzato?

— Io.

— Come puoi provare di averlo ammazzato?

— Hanno visto tutti.

— Si, si, abbiamo visto tutti, urlava la turba, benchè pochi fossero quelli che si trovarono presenti al caso.

— Perchè?

— Perchè mi è parso di ammazzarlo; — perchè stamani ho bevuto acqua di fuoco più del consueto; — perchè col buttarmi la spazzatura addosso ha inteso insultarmi.

— Dunque tu convieni che devi essere punito?

— Siccome per conchiudere l'affare non è necessario il mio consenso, così chiedo astenermi da rispondere.

— Come ti piace; ed ora, riprese a dire lo sceriffo volgendosi alla turba, tutti quelli che giudicano doversi impiccare... come ti chiami?

— Che fa il nome alla cosa?

— Nulla; per la formalità, capisci!

— A Lampasas mi chiamavano Lumediluna.

— Sei cristiano?

— Si; mi battezzarono a Georgetown.

— E allora come t'imposero il nome?

— Dianoro Bermudez.

— Bene, prosegue lo sceriffo, tutti quelli che giudicano aversi a impiccare Dianoro Bermudez, del paese di Lampasas, passino dal mio lato sinistro.

Non uno rimase dal lato destro del degno sceriffo, perfino i fanciulli, i quali per via della età quello che facessero ignoravano.

— Tu lo vedi da te, o Dianoro, che adesso ti tocca a pensare sul serio di morire, disse lo sceriffo.

— È cosa vecchia; ci pensai da quando nacqui.

— L'uomo prudente è come la tavola degli osti, sta sempre apparecchiato: possiamo andare.

Lo sceriffo s'incamminò verso la campagna; dietro lui Dianoro, e dietro Dianoro le turbe; venuti allo aperto occorse loro un bello, grande e forte cedro rosso, del quale si servono per fare le bacchette ai lapis; lo sceriffo, dopo averlo ben bene squadrato, domandò:

— Dianoro, di' su, questo cedro non ti parrebbe al caso?

— Per me, me ne lavo le mani; io non ci entro.

— Ma... mi pareva che per qualche cosa ci entrassi anco tu.

Tacque il dabbene sceriffo, e presa senz'altro indugio la corda si mise ad armeggiare per foggiarla a nodo scorsoio. Dianoro stava a guardarlo tranquillamente, ma vedendo poi che non veniva a capo di nulla, gli levò la corda di mano dicendo:

— Si conosce chiaro che voi non siete del mestiere; lasciate fare a me.

E in un attimo annodò un cappio ch'era una delizia, e senza spavalderia se lo adattava al collo da sè. Lo sceriffo, incantato, a questo punto non si potè reggere, lo abbracciò forte forte e disse:

— Dianoro! Ti giuro sul mio onore che se non ti avessi a impiccare ti piglierei per segretario; e ora, figlio mio, desideri nulla da me?

— Intendo dare un avvertimento al popolo e fare una preghiera a voi; te, popolo, ammonisco che tu ti astenga dall'acqua arzente, o almeno bevine con discrezione, massime la mattina a digiuno, se ti preme non essere impiccato; se poi non te ne preme, è un'altra cosa. A voi, signore sceriffo, mi raccomando che non mettiate il mio nome pagano nè cristiano su i giornali della Contea, perchè non vorrei lo risapesse mia madre e ne sentisse dispiacere: siccome io non le ho dato veruna contentezza nel mondo, così vorrei che per cagione mia non patisse dolore.

— Molto bene... benissimo... ti avanza nulla a desiderare da me?

— Nulla; potete lanciarmi nella eternità.

Amen!

Dopo un minuto Dianoro ciondolava come un pendolo dal cedro rosso, cullato soavemente dalla brezza vespertina.

Di facoltà per sostentare la vita Curio e Filippo non soffrirono mancamento; all'opposto n'ebbero copia, ma ogni giorno più veniva meno per loro la speranza di raccogliere in breve quanto bastasse per tornare in Italia a ripigliarsi le dilette creature e condursele in parte dove poter vivere e chiudere gli occhi in pace; la quale persuasione, oltre ogni credere amara, li rendeva irrequieti, scontenti, non fermi mai in un luogo, e sempre in traccia di fortune di cui spiavano invano l'orma dinanzi a loro: arti e professioni esercitarono tutte, sonatori, maestri di musica, di armi, di lingue, di matematiche, massime medici, e veramente non ci era mestieri fior di scienza per salire in fama di clinici solenni in coteste parti. Lascio giudicarlo a voi; essi trovarono medici che ministravano ai tisici acido solforico, per bruciare (così dicevano) i tubercoli polmonari; per l'enteriti ordinavano cristei di cera lacca liquefatta, e cerusici che senza tante giammengole segavano le braccia e le gambe con le seghe dei falegnami. Da San Patricio ebbero a venirsene via nottetempo a modo di fuggiaschi, fidati nelle gambe di cavalli mezzo salvatichi chiamati mustanghi, e ciò perchè la gente del paese intendeva ritenerli a forza, reputandoli santi, o almeno capaci di operare miracoli: causa di questo convincimento fa che, essendo scoppiato in coteste contrade il cholera, essi guarirono quanti ne capitò loro sotto mano. Se il rimedio che adoperarono possa giovare in Europa ignoro, in America faceva la mano di Dio: possano i miei lettori andare sempre immuni dal tetro morbo, tamen per amore di umanità io lo pongo qui; badiamo però, io non lo raccomando, chi vuole lo sperimenti; suo cuore, suo consiglio: me ne rimetto in lui. — Recipe un bicchiere da tavola di spirito canforato, e mescolavi dentro venti gocce di laudano, pepe del buono quanto vuoi, e acqua di Colonia; filtra per tela, e mandane giù; se ti riesce, almeno un terzo, e ti dirò: bravo! Per completare la informazione, mi corre l'obbligo di aggiungere che gl'infermi, conci a quel modo, spiccavano salti da sfondare il soffitto, e poi giravano sopra sè stessi più veloci dei fusi delle macchine da filare: non importa; guarivano, ed oltre alla salute del corpo, nel dì del giudizio potevano sostenere di avere avuto un acconto delle pene dello inferno.

— Ahimè! ahimè! come mi sento stracco, sospira Curio gittandosi giù su l'erba in riva a un fiume; a cui Filippo:

— Abbiamo camminato tanto oggi! Riposati, figliuolo mio.

— O a me caro più del padre; non parlo del corpo io, bensì della vita; il cervello mi sta inerte dentro il cranio come morto nella bara; mi tocco il petto invano per sapere da qual parte io mi abbia il cuore: — egli non mi palpita più; sono sazio di giorni.

— Ecco, questo ti avviene perchè ti lasci arrugginire dalla malinconia. Dimmi, che fai tu perchè la ruggine non ti roda la carabina? Ogni giorno che Dio mette in terra tu la strofini con la sua brava pomice e col suo bravo olio. Ora, il coraggio è l'olio e la speranza la pomice per la malinconia; e voi giovani sprecate questo olio col boccale, come se aveste a condire la insalata per ventiquattro, sicchè non ve ne avanza una goccia per la estrema unzione. Bada, Curio, molti giovani, che con le armi in mano vinsero virtuosamente gli austriaci, si lasciarono vincere dallo sbadiglio.

— Filippo, ricordo avere letto certa sentenza in un libro, credo nella prefazione del Pellegrinaggio del giovane Aroldo, una sentenza la quale diceva così: «L'universo è una maniera di libro, del quale ha letto una pagina sola chi ha visto unicamente il suo paese. Io ne ho voltate di molte, e mi sono apparse tutte cattive; però questo esame mi è riuscito fruttuoso, imperciocchè, odiatore prima della mia patria, quando ebbi considerato le ribalderie dei popoli in mezzo ai quali sono vissuto, tornai ad amarla; e se dalle mie pellegrinazioni non avessi ricavato benefizio, eccetto questo uno, non mi lagnerei delle spese fatte, nè delle fatiche sofferte.» Veramente se il pellegrino venne sincero a tale conchiusione, beato lui! Per me, sia che mi pigli gli uomini nel vecchio o me li abbia a pigliare nel nuovo mondo, mi paiono tutti fichi degni di penzolare dall'albero di Timone; e ormai diffido trovarne quaggiù meglio nè peggio, sicchè vorrei insalutato hospite uscirmene da questo mondo, dove non mi trattiene più nulla.[15]

— Nulla! Nè anche la vista di quel superbo alligatore, che steso supino costà su i giunchi del fiume si gode la benedizione dei raggi del sole?

— Non gode, bensì si travaglia inebetito di ripienezza a cagione della strage menata stamani di chi sa quante creature viventi. Ma sta' tranquillo, o coccodrillo, a te non può mancare il regno dei cieli, perchè ti scusano la fame, lo istinto della tua conservazione e la mancanza d'intelletto, mentre noi abbiamo visto l'uomo mosso a malfare per vanità, per ferocia, per avarizia, insomma per colpa di spirito viziato, non già per bisogno del corpo: noi viviamo in società con gli uomini come i cuochi in cucina presso la stia, per avere i polli sottomano onde arrostirli; meglio coccodrilli, che uomini.

— Ecco, vedi, Curio mio, io giudico che un divario ci corra, e grande, perchè io piglio a cottimo, con una brava palla nel cranio ovvero nello stomaco, di mettere a partito anche un Francesco di Modena o un Ferdinando di Napoli, mentre con tutte le sei palle della mia rivoltella nel grugno a quel mostro la sarebbe come se gli dicessi sei volte: ben levato a vostra signoria; quindi io reputerei atto prudenziale svignarsela di qua prima ch'ei si accorga della nostra presenza.

— Tu me lo calunni, linguaccia; ed io pure conosco averlo offeso; però me ne pento e dico mea culpa; mira, Filippo, quanti vaghi uccelletti gli fanno festa aliandogli intorno al muso, ed egli sembra partecipare per loro la tenerezza che ne sentiva quell'anima candida di madama Sand.

— Misericordia! Se tu non mandi a rimpedulare il cervello, un giorno o l'altro t'innamori di un coccodrillo; o lo sai perchè l'alligatore sta fermo? O lo sai perchè gli uccelli gli volano intorno ai denti? Perchè gli vanno a beccare i frusti della carne rimastigli nelle gengive, ed egli sentendosele rinettare se la gode più di canonico dopo pranzo. Interesse, Curio mio, interesse nato e sputato da una parte e dall'altra.

— Lo vedi se ti ho colto in flagranti, Filippo; e le creature tutte pensi tu che le sieno mosse da altro che dal proprio interesse?

— Accidenti alla disdetta, che ci rende tristi e villani, saltò su a gridare Filippo tutto acceso nel volto, ed io... io ti amo per interesse?

— Oh! no... tu no.

— E tua madre ti ama per interesse?... E...?

— Taci per l'amor di Dio, esclama Curio rizzandosi in un attimo e chiudendo con la mano la bocca a Filippo, — non la rammentare nè manco. Pur troppo tu dici santamente; compagna iniqua alla coscienza dell'uomo è la sventura; se mi capitasse tra i piedi la piglierei pel collo e la strozzerei... ma tu, mio Filippo, senti quanto me lo schianto del cuore di amare come noi amiamo, e di essere amati come sanno amare quegli angioli, e non potere corrispondere con essi, non dare loro e non riceverne nuove? Nulla conoscere di quanto fanno, dicono, patiscono o sperano...

— E chi ti dice che noi non possiamo sapere questo di loro? O che i cuori amanti non conoscono altra corrispondenza eccetto quella del telegrafo sottomarino? Il sospiro delle anime appassionate va con ali più celeri della favilla elettrica, e in men che non balena si trasporta da un polo all'altro.

— Ti sieno grazie della tua ottima mente, o padre mio; tu, a patto di darmi un po' di refrigerio, non ti tireresti indietro da sostenermi che le tavole girano e gli spiriti dei morti vengono a raccontarci a veglia le novelle dell'altro mondo.

— Ascolta, figlio mio, a filo di ragione io ti confesso non avere mai saputo giusto quello che doveva credere, ovvero discredere: per me detesto gli empirici della scienza quanto gli empirici della fede: empirici tutti. Ma che vuoi tu? Io sento... o piuttosto parmi sentire che non morrò intero; questo parmi sicuro, che tra il cielo e la terra esistano creature in troppo maggior copia di quella che sappiamo immaginare noi; ed invero, infiniti oggetti sfuggono ai nostri occhi, comecchè armati di potentissimi arnesi, o perchè del pari infinite idee non isfuggiranno alla nostra miope intelligenza? Dunque, se dopo avere picchiato ad una porta, veruno mi risponde, dirò il vero affermando che la casa è disabitata?

E senza attendere risposta Filippo si prostese sopra l'erba verde celandovi il viso, e alquanto ce lo tenne fermo in onta a Curio, il quale mentre ostentava irriderlo in cuore tremava; quando si rialzò egli aveva nella voce e negli occhi il pianto; per la quale cosa lo amico suo lo interrogava dicendo:

— E ora, che novità è codesta? Parla, che hai?

— In questo punto Arria, la tua sorella, è passata a miglior vita. La madre tua ed Eufrosina mia, inginocchiate intorno al letto, pregano pace all'anima di lei e piangono.

— E come hai fatto a saperlo?

— Il come ignoro: piglia ricordo del giorno e dell'ora, ed a suo tempo lo riscontrerai.

Se Filippo quello che disse credesse, o piuttosto il facesse per purgare l'animo dello amico dalla tetraggine che gli si era cacciata addosso, non saprei, fatto sta che Curio prese nota del caso, e gli si ravvivò lo spirito come lume per nuovo olio versato nella lucerna, — e insieme con lo spirito i sensi da lungo tempo inerti ripresero la consueta alacrità.

— Raccattiamo dunque il bordone, disse Curio, e proseguiamo il pellegrinaggio: intanto seguirò il tuo consiglio, allontaniamoci dallo alligatore, che se ci vedesse non ci concederebbe andare un tratto per la via.

— Giusto, era quello che pensava ancora io, perchè tanto, dinne quante vuoi, gli uomini meglio dei coccodrilli saranno sempre.

Quod est videndum, Filippo; — conchiuse Curio, ed entrambi mossero di conserva lungo la ripa del fiume, sperando imbattersi in barca o in chiatta che dall'altra sponda li traghettasse. — Poichè ebbero camminato per buono spazio, notarono con maraviglia la ripa torcersi a gomito e spingersi traverso al fiume, in guisa di penisola, mentre le acque, invece di arricciarsi a cagione di simile ostacolo, tentando passare di sopra, avvallansi gorgogliando scorrono per di sotto; allora sostarono dubbiosi di avventurarci il piede; notandovi poi segnato un calle assai trito, ci si commisero sopra. Considerando essi sottilmente, come avviene quando ci occorrano cose inopinate e strane, cotesta superficie osservarono che l'andava composta da una congerie di tronchi e di rami di alberi o rotti o sradicati; la superficie in parte compariva sottilissima, in parte più profonda e contenuta come in gabbionate di vimini; qua e là incontravi certa maniera di pozzi di cui le pareti erano formate di tronchi di albero l'uno incastrato dentro l'altro, donde si udivano le acque del fiume scorrere fragorose verso il mare.

— Tutto qui mi fa perdere la tramontana, cominciò Curio a favellare; fiumi che invece di scavarsi l'alveo sopra terra, come usa fra noi, ci passano di sotto; foreste che si staccano dalla sponda e si mettono a viaggiare per trasferire altrove il proprio domicilio; acque colore vermiglio, quasi che dopo tanti secoli non siano anche giunte a lavare la terra dal sangue di cui i ladroni spagnuoli la inzupparono...

— Ecco che ti ribollono le solite fisime: se invece di erpicarti su pei peri tu porgessi attenzione a quello che si favella intorno a te, tu avresti udito e adesso rammenteresti due fiumi in America pigliare nome di Coloradi, uno dei quali scorre nel Texas, l'altro in California; qui, oltre il Colorado, vi ha un altro fiume chiamato Riviera Rossa, e ciò a cagione del mescolarsi che fanno le acque con certe terre ferruginose.

— Lo sapeva, Filippo, e la fantasia mi ha posto le mani sugli occhi dell'intelletto, perchè se le acque dei fiumi avessero ad andare tinte di rosso per via del sangue umano mescolato fra loro, qual fiume al mondo potrebbe mostrarle limpide? Mario, dopo la strage dei teutoni, quando assetato e stanco scese in riva al fiume, non più bevve acqua che sangue; ma i teutoni a suo tempo ci barattarono un Mario in dieci Radetski. Basta; tiriamo innanzi e Deus providebit, come disse Abramo quando s'incamminava a scannare il figliuolo... a proposito, Filippo, sei tu amico della Provvidenza?

— Certo; non però di quella a cui i preti appioppano per babbo san Gaetano e per mamma l'Accidia; io ho fede nella provvidenza che si lascia sempre trovare dall'uomo quando la cerca con virtuosa solerzia.

Bene vertant Dii! borbottò Curio, e non aggiunse verbo; molto più che gli oggetti circostanti pigliassero a legare i sensi suoi con parvenza mirabile: infinite gli si pararono dinanzi gli occhi le varietà delle piante e degli alberi, parecchi dei quali noti anche in Europa; i più domestici del luogo, come i cipressi calvi, i cedri rossi, i ginepri da lapis, alberi da arco, alberi ferro, aceri da zucchero, ebani, palme, in copia magnolie grandiflore, le quali così intensamente impregnavano l'aria di profumi, da dare il capogiro ai nostri viaggiatori; l'aria spirava ebbrezza; gli occhi dal tremolio della luce e dello azzurro restavano affascinati. Non ci era mestieri fantasia per popolare la foresta di uccelli diversi nella forma e nel volume, bellissimi di penne dai colori smaglianti; — però la natura matrigna aveva negato loro la dolcezza del canto: uccello senza canto fa riscontro alla camelia senza odore; qualcheduno imitando la voce umana irrideva, donde il nome di uccello beffardo. Non era cotesta natura ravviata dall'arte, non aveva uccello predicatore arguto dei riti di Venere, e nondimanco dall'aura, dai rami, dalle piante e dagli animali usciva urgentissimo lo invito:

. . . . . amiamo or quando

Esser si puote riamati amando.

A questo modo, studiando il passo per non ismarrire il sentiero, i nostri amici arrivarono all'estremo lembo di quella penisola, donde appuntando lo sguardo videro spingersi dalla parte opposta del fiume una lingua di terra pari a quella dove allora si trovavano, sia nella grandezza come nella forma, la quale si prolungava traverso della corrente. In quel punto il tratto che correva fra l'una e l'altra riva avrà misurato dalle cinquecento alle seicento braccia, nè per valicarlo appariva altro mezzo, eccetto una barca, la quale avrebbe cavato la voglia di entrarci anche alle ombre dei clienti di Caronte. Per giunta traccia di navalestri non si vedeva: cerca e ricerca, alfine venne lor fatto di scorgere accoccolate dentro il cavo di un albero smisurato due creature, che essi su quel subito non seppero a quale famiglia di bestie assegnare: avevano la pelle di una tinta, che colore onestamente non si sarebbe potuto dire, non castagno, nero neppure, piuttosto un miscuglio di molte maniere di sudiciumi: i capelli cenerini; ignudi erano, se togli una fascia traverso il corpo pendente giù fino a mezzo le cosce; grimi, pieni di schianze, orribili a vedersi. Stettero in forse di volgere loro la favella, ma pel gran bisogno che ne avevano ci si arrischiarono interrogandoli chi fossero: — uno di quelli, e propriamente colui che poteva supporsi uomo, rispose:

— Siamo gente libera come vostra signoria, nel caso che siate uomo libero, cittadini della Unione Americana e barcaioli di mestiere al servizio di vostra signoria.

— E dove abitano le loro eccellenze?

— Il nostro domicilio è qui.

— In questo buco?

— In questo buco.

— Dove siete nati?

— Chi lo sa!

— Vi ci menarono di fuori?

— Chi se ne rammenta!

— Che sapete fare?

— A frustate c'insegnarono la schiavitù i reverendi padri delle missioni.

— La schiavitù non è mestiere; v'insegnarono altro?

— Sicuro eh! C'insegnarono anche il rosario.

— A frustate?

— A frustate.

— Siete cristiani?

— Comandi?

— Chiedo se credete in Gesù Cristo?

— Crediamo nello inferno, dove bruceremo eternamente se non reciteremo il rosario, e se quando vivevamo in servitù rubavamo anche una pannocchia di maiz al padrone; ma ora siamo liberi e potremmo rubare senza paura della casa del diavolo, ma padrone noi non abbiamo più.

— Ma mi sapreste dire come siete liberi?

— Chi lo sa! Prima i padroni si scannavano per tenerci a catena, e poi si sono scannati per mandarci liberi.

— Ma la differenza che trovate fra la libertà e la schiavitù me la sapreste dire?

— O non l'ho detta? Quando eravamo schiavi avevamo modo di rubare in questa vita ai padroni, e andavamo all'inferno nell'altra; ora che siamo liberi non possiamo più rubare ai padroni, e la fame ci ha aperto le porte del paradiso; e, se vuole, io ci ho notato un'altra differenza: con la schiavitù frusta quotidiana e pane tre volte la settimana, con la libertà, nè frusta nè pane.

— E figliuoli ne generaste?

Allora si rizzò su l'altra creatura, che Curio suppose essere femmina, la quale per abbaiare non ebbe mestieri come Ecuba essere trasformata in cagna, e prese a urlare:

— Dodici! dodici! dodici!

— La figliolanza d'Isdrael; e che ne avete fatto?

— Questo è il conto dei miei figliuoli: cinque morirono pel morso avvelenato dei serpenti a sonagli; due ne sbranarono le pantere; tre se li inghiottì la febbre gialla; uno lo impiccarono le facce pallide perchè ruppe il cranio al figliuolo del padrone, che lo frustava senza discrezione; l'ultimo ebbe il cranio spaccato dal padrone; e così finì la chiocciata.

— Era tanto bello il mio Candido! finito di parlare la femmina prese a guaire il negro; il padrone pianse tanto la morte di quel giglio di amore! Si sbatacchiava per terra, si mordeva le mani; credo che se io non lo avessi retto si sarebbe buttato via.

Filippo, intento a guarire Curio dalle sue fantasticaggini di misantropia, osservò:

— Tanto, è inutile che tu vada come i medici a cercare il male col fuscellino; anco dalle anime più buie trapela sempre qualche raggio di amore.

E Curio senza badargli continuò ad interrogare il nero:

— Dunque il padrone amava questo figliuolo assai?

— Oh quanto! Il mio bel giglio, pel colore e per la forza, vinceva il re dei bufali; era alto un metro e ottantacinque centimetri; alla fiera di Bastrop due giorni innanzi gli avevano offerto seicento dollari; bella moneta, mio signore, seicento dollari per un negro; ma il padrone s'incornò su settecento e lo riportò a casa.

— Ma se il padrone lo vendeva, voi non avreste veduto più il vostro bel giglio pari al re dei bufali?

— Certo, ma grande onore sarebbe stato per noi avere messo al mondo un figliuolo venduto settecento dollari.

Curio ghignò da cacciare i brividi addosso a Filippo, il quale tentava per vergogna celarsi dietro qualche tronco di albero. — Curio, pigliando diletto a tormentarsi tormentando altrui, continua a interrogare il negro:

— E perchè mai il padrone spaccò il cranio a questo tuo giglio che pareva un bufalo?

— Una grulleria! A Candido saltò il ticchio di accoppiarsi con la femmina del padrone; e siccome la sguaiata lo respingeva, egli l'agguantò pel collo, non mica per male, capisce bene vostra signoria, ma per tenerla ferma... sono così fragili coteste faccie pallide! Non volle la femmina più tornare in sè: io giudico lo facesse per dispetto. Ahimè che angoscia!

La femmina strappandosi i capelli urlava a sua posta:

— Soli, poveri, ignudi, vecchi, ahimè che angoscia!

— E perchè non morite?

— Perchè ci hanno condannati a vivere.

— Non è vero; nessuno può impedire all'uomo la morte; o questi non sono alberi, e non è fune questa? Le acque del Colorado non corrono rapide e profonde al mare?

— Impossibile! Ne andrebbe della salute dell'anima; così ci hanno insegnato i reverendi padri missionari, e vostra signoria comprende che, dopo avere sofferto pene da cani in questa vita, non ci mancherebbe altro che andare a patire pene da serpenti nell'altra.

— Ma se la morte fosse sonno unicamente, tutto sonno, e tu ti avessi ad addormentare per non destarti più, dimmi, acconsentiresti a dormire?

— Cora, senti, la faccia pallida ci domanda se vogliamo addormentarci senza svegliarci più. Ti contenti di dormire sempre?

— Magari! Sempre, sempre dormire.

A Filippo non resse più il cuore di sopportare cotesto strazio, sicchè, fattosi animo, entrò di mezzo a dire:

— Di qua passano barche per traghettarci dall'altra ripa?

— Di qua passano, ma rari, certi mostri fabbricati dalle facce pallide, dentro i quali essi sono riusciti a imprigionare un diavolo; il tormentatore sentendosi tormentato mugula per la pena, stride e fischia; ansa affannoso mandando fuori boccate di fumo mescolate di faville; piange fuoco; sbatte presto presto le ale sul fiume tentando levarsi per l'aria, ma non può, incatenato a mezza vita come si trova dentro il bastimento. Quando passa, nonostante gl'inviti delle facce pallide a salirci su, offerendo gratis nolo e alloggio, scappano tutti, facendosi il segno della santa croce; altri legni non passano, e se vostra signoria intende valicare dalla sponda opposta, non troverà barca, eccetto la mia.

— Dunque menaci la barca, e senza indugio fai di trasportarci di là dal fiume.

— A dirsi è breve; a farsi ci corre; quanto credono darmi le signorie vostre?

— Quanto chiedi?

— Ma... dieci dollari vi parrebbero troppi?

— Prima di risponderti, la tua barca, la tua femmina e la tua pelle, dimmi, costano tanto?

— Una volta io solo costai cinquecento piastre (allora non correvano i dollari). Le signorie vostre parlano come persone che non sanno niente.

— Come non sappiamo niente? Il tratto di qui a là vuoi tu che misuri oltre quattrocento braccia? In meno di un quarto di ora il transito è fatto.

Il negro si mise a ridere sgangheratamente, la femmina lo imitò mostrando i denti bianchi e acuti da disgradarne un cane da presa, e l'una ciondolava il capo verso l'altro a guisa di montoni che accennino cozzare; riso ch'ebbero un pezzo, il negro soggiunse:

— Per traghettare quest'acqua, mirino, padroni, bisognerà andare un duemila passi in su lungo la ripa del fiume, se basteranno; anzi, oggi non basteranno di certo, perchè la corrente tira in giù a furia, e se ti agguanta co' suoi denti di alligatore non ti lascia se prima non ti abbia scaraventato nel golfo di Matagorda.

— All'occhio questa furia di corrente non apparisce.

— Che importa che la vostra signoria la veda; a vincerla tocca a me.

— Tu dici la bugia per iscorticare il prossimo; ti aiuteremo anche noi.

— Le vostre signorie al remo? Ma che ci pensano!

— Eh! noi siamo gente da bosco e da riviera.

— Mancano i remi per tutti.

— Non fa caso; ci metteremo in due al medesimo remo.

— Questo è buono per andare di là; ma per tornare da quest'altra parte chi ci darà mano?

— O che in capo al giorno non ci ha a capitare qualche passeggero che voglia venire dove ci troviamo adesso?

— Difficile, signori miei, difficile, perchè tutte le città lungo il fiume giacciono dalla riva sinistra.

E non era vero.

In questo ecco udirono intronarsi da fischi acutissimi e ripetuti, onde volgendo subito il capo videro l'aria dintorno annuvolata da getti di fumo, come avviene quando parecchie vaporiere s'incontrano in una stazione.

— E questo che è? domanda Filippo al negro, il quale da prima esitava a rispondere grattandosi il capo; poi di un tratto, come se avesse trovato lo scappavia, prese a urlare:

— Novità! Padroni, novità... non perdete un momento a mettervi in barca, se volete passare dall'altra parte... in barca..! in barca...! Cora, giù i remi... per avere il contento di servire le vostre signorie, ecco, voglio usarvi l'agevolezza di traghettarvi per cinque dollari solamente... gli è quasi per nulla... in tutti e due, s'intende.

I nostri viaggiatori, che non possedevano dollari da sbraciare con la pala, messi anche in sospetto dalla calca delle offerte tentennavano; intanto ecco dalla parte opposta del fiume venir via a golfo lanciato parecchi palischermi: certo ognuno procedeva spinto da quattro paia di remi, ma se la corrente fosse stata impetuosa come i negri asserivano, non si sarebbe potuta tagliare così addirittura; i palischermi non sursero tutti nel medesimo punto, bensì sparpagliaronsi lungo la riva, e i marinari, appena scesi, presero a urlare a squarciagola:

— Chi vuol passare dall'altra ripa? Chi vuole imbarcarsi per Lagrangia, per Colombo, per Bastrop, per Austin, faccia presto; si passa a credenza...

Curio e Filippo non si poterono astenere da ridere di cuore della furberia dei negri, i quali non si fecero più brutti, perchè questo era impossibile; peggio accadde quando i nostri amici, per istraziarli, si scusarono di non approfittare delle loro offerte; pure per commiserazione diedero loro mezzo dollaro di elemosina e se ne andarono. I negri presero a storcersi in atti di rabbia e di minaccia; scagliarono loro addosso il mezzo dollaro, e poi recatesi le mani alla bocca ci susurravano parole le quali avventavano contro i bianchi a guisa di sassi: certo ci è da scommettere che non erano benedizioni.

Di corto, i nostri viaggiatori, in compagnia di parecchi tessiani, da più parti usciti fuori della selva, s'imbarcarono e giunsero sopra la ripa opposta; dove videro ancorati due piroscafi, i quali seppero navigare su e giù regolarmente il Colorado fino a cinque o sei miglia sopra la città di Austin, dove la rapidità della corrente non si può vincere con veruno argomento umano inventato fin qui.

I capitani dei due piroscafi avevano sbarcato tutta la loro ciurma e spedita in giro per la terra, perchè a suono di trombe e di tamburo ragunassero gente e le ammonissero, mediante diversi stendardi bianchi segnati di nero, che chi voleva andare a Colombo per la elezione del presidente della Contea Austin avrebbe potuto imbarcarsi pel prezzo di otto dollari a testa, due pasti compresi, senza vino, nè birra. I piroscafi erano due, uno chiamato l'Erebo, l'altro la Furia, ed entrambi offrivano le condizioni medesime. Di corto sparvero almeno mezzi gli stendardi bianchi e ne comparvero altri più grandi gialli, dove si leggeva tinto in rosso l'avviso: impossibile buon prezzo; passo su l'Erebo, sei dollari fino a Colombo, due pasti compresi. Subito dopo ecco sventolare immensi stendardi celesti, che presentavano scritto in bianco: incredibile rinvilio; passaggio sopra la Furia, sei dollari fino a Colombo, due pasti e birra. La calca eccitata si stringe sopra un piazzale, dove il capitano dell'Erebo si trova in faccia a quello della Furia, rossi come i barbigli di gallo o come galli gladiatori in procinto di battersi; ed eccoli subito instituire fra loro un incanto di noleggio con gara feroce. — Cinque dollari, due pasti e birra. — Cinque dollari, due pasti, birra e wiskey. — Quattro dollari. — Tre dollari. — Due. — Uno. — Più giù non potevano calare; per un dollaro non c'incastrava neppure la ripresa del carbone; confidavano rifarsi nelle altre corse alle varie città lungo il fiume. La folla si divise correndo dietro all'uno od all'altro capitano, secondochè si sentiva più gusto per l'Erebo o per la Furia: i passeggeri giunsero presso i bastimenti con un palmo di lingua fuori; lì furono sospinti per di sotto, tirati in fretta e in furia per di sopra e poi arrandellati peggio dei sacchi di biada sul ponte: rinnovansi fischi da fare rizzare in piedi dall'antica sepoltura Adamo con le mani agli orecchi; su l'àncora, come si tira la secchia dal pozzo, e via: i due piroscafi passarono lo stretto di conserva, e da principio si mostravano un riguardo che prometteva assai bene; li teneva d'accordo la paura di stritolarsi nelle angustie del passo; venuti poi in acque più larghe, dove ognuno potè governarsi a danno dell'altro con fiducia di non pregiudicare sè stesso, prendono a correre con tristissimo consiglio di sghimbescio uno addosso all'altro, tentando colpirlo di fianco e sommergerlo: le scellerate industrie diventavano più sottili nelle giravolte del fiume, dove il piroscafo che navigava in mezzo procurava abbrivare la prua addosso all'altro che rasentava la sponda, e così costringerlo a rallentare il corso e levargli la mano. Nei luoghi spaziosi lottavano con gara più leale e più bella, ma con poco frutto, essendo i piroscafi pari in bontà e i marinari ugualmente capaci. Il capitano dell'Erebo, sul quale eransi imbarcati Curio e Filippo, stando ritto sopra il terrazzino traverso ai tamburi, si dimenava, gestiva, urlava da spiritato: con voce rantolosa non ismetteva mai di ordinare:

— Fuoco alla caldaia!

I suoi sottoposti, invasi dalla medesima rabbia, buttavano giù senza posa carbone a palate; ma siccome l'emulo capitano della Furia adoperava lo stesso e peggio, non si veniva a capo di nulla: entrambi serpi che mordevano lime, quantunque essi corressero nella fuga infernale da venticinque a ventisette miglia all'ora, per modo che il soverchio moto, trasformando alla vista gli oggetti circostanti, facesse apparire le piante e gli alberi delle due sponde quasi due striscie continue di panno verde. Il capitano dell'Erebo, non avendo altro da rodere, per la rabbia si rodeva le mani; intantochè i passeggeri con terrore avvertivano le faville della cappa del camino cascare a gruppi su certe balle di fieno e di cotone caricate in coperta con pericolo presentissimo, anzi certezza d'incendio; e poichè parve loro, e veramente era, ogni indugio pernicioso, deliberarono mandare alcuni di loro in deputazione al capitano, affinchè la salvezza comune non patisse detrimento. Il capitano, poichè l'ebbe udita, rispose a denti stretti:

— Quando anche doveste andarvene tutti all'inferno, vi parrebbe caro il viaggio a cinque franchi e trenta centesimi a testa?

E senza confondersi più oltre con loro, rivolto ai suoi:

— Che Dio vi danni, pigliate quanti barili di sego troverete nella stiva e buttateli tutti nel focone.

E fu fatto: per un momento fumo, faville, cigolìo della macchina cessarono, ma dopo pochi minuti secondi ecco il fumo prorompere nero, vorticoso, affannoso dieci cotanti più di prima; le fiamme dardeggiano fuori del fumaiolo orribili come lingue di serpenti; la macchina urla e smania quasi ci fosse dentro l'anima dannata di un papa o di un re. Pur troppo quello che si prevedeva accadde: le balle del fieno e del cotone avvamparono. Ora sì che lo sgomento dei passeggeri giunse al colmo, i quali si videro soprastare tre morti una peggiore dell'altra: annegati nell'acqua diaccia del fiume, o cotti nell'acqua bollente delle caldaie, ovvero inceneriti nelle fiamme del fieno e del cotone; arrogi per soprassello di terrore che si vedevano abbrivati con irresistibile spinta contro uno dei soliti puntoni composto di tronchi di alberi che occupava quanto era largo il fiume, eccetto forse una sessantina di braccia. Un passeggero americano, che al lato di Curio stava con molta attenzione a considerare lo spettacolo, a quel punto tirò giù la lunga carabina che portava ad armacollo e prese la mira al timoniere che stava alla ruota.

— Che fate voi? grida Curio deviando vivamente la carabina dello americano, il quale pacato risponde:

— Affinchè l'Erebo si fermi non ci vedo altra via che ammazzare il timoniere; e si riprovava, senonchè in questo istante un urto terribile mandò la più parte di quelli che si trovavano sul ponte a gambe levate; il capitano stesso capitombolò giù dal terrazzino, e fu creduto precipitasse nella stiva.

I cumuli di tronchi e di rami di alberi, ed anche di alberi interi mescolati con terra, di cui fu tenuto proposito, li formarono i secoli, e giunsero a tale da turare il passo del fiume, non già impedire lo scorrere delle acque per di sotto; in lingua paesana questi cumuli si chiamano draft; si sollevano e si abbassano con le acque del fiume, come quelli, che sopra esse galleggiano; appunto sul Colorado ne occorreva uno lungo ben diciassette leghe, che gli anglo-sassoni americani, questi titani del nuovo mondo, tagliarono pel mezzo praticandovi un canale: questo poi in taluni punti offre bastevole larghezza; in altri si stringe così, che i rami fronzutissimi degli alberi cresciuti lungo le sponde, intrecciandosi per di sopra, vi formano come una volta; quivi non penetra raggio di sole, e il buio vi dura tutto l'anno fitto, sicchè ti sembra traversare una botte forata nelle viscere dei monti.

L'Erebo era ferito: il paragone del guerriero col costato trafitto da una freccia non farebbe al caso, però che dalla ferita del guerriero trabocchi fuori il sangue, mentre da quella del piroscafo l'acqua irrompe dentro gorgogliando: mentre l'Erebo si versa in cotesto terribile pericolo, ecco la Furia passargli da canto, strisciarlo come ad oltraggio e sparire via più ratto di saetta volante, urlando: urrà!

Curio aveva chiuso gli occhi mormorando: in manus tuas me commendo; quando li riaprì vide il diavolo del capitano al suo posto, che impartiva ordini con voce squillante, che parevano rintocchi di campana a martello; costui era caduto a capo fitto sul ponte, ma senza pur perdere tempo a riscontrare se si fosse slogato spalla o braccio, arrampicandosi su di una corda aveva ripreso il posto nel terrazzino: quinci in un battere di occhio conobbe come il timoniere, per colpa del fumo, perduta la vista della prua, avesse urtato sconciamente nel draft, e qualche tronco, sfondando le staminare, penetrato nel corpo; — si guarda attorno, e poi breve e vibrato:

— Attenzione per chi intende salvare la vita. — Fieno, cotone, tutto all'acqua...

In meno che non si dice, accesi o spenti, fieno e cotone giù nell'acqua; e il capitano da capo:

— Con tutta piena forza — l'Erebo indietro potentemente.

Pilota, timoniere e macchinista, molto per amore della vita, e moltissimo per la paura del capitano Brawler, avvezzo a pagare le partite di disobbedienza in moneta di rewolver, operarono di concerto tale uno sforzo, capace di sbarbare, non che l'Erebo, il Colosseo di Roma. Il piroscafo, liberato dal tronco feritore, lascia aperta una via all'acqua, che minaccia farlo passare per occhio in pochi minuti: qui non ci ha tempo da perdere; di fatto la voce stridente del capitano si ode da capo:

— Attenzione! Tutta pienissima forza — a poggia.

E il buon battello gira agile a destra come uscio si volge sopra arpioni bene unti. Il capitano allora con immenso urlo insiste:

— Forza... tutta forza — urrà! contro terra...

E l'Erebo si precipita a investire la sponda con lo impeto del disperato, il quale dà del capo contro il muro per finire la vita; ma per l'Erebo non fu così, imperciocchè il capitano, con occhio di falco, avesse visto essersi formato a destra della spiaggia certo spazio arenoso, dove il battello incagliandosi, il pericolo di colare a fondo era vinto. La fortuna secondò l'ardire, ed egli subito, agguantato un cavo, si lasciò scorrere fino a terra, dove si mise a considerare con diligenza il luogo: parve soddisfatto dello esame, dacchè, volta la faccia in su, così arringasse i passeggeri affacciati in diversi atti di paura o di ansietà dalle paratie del battello:

— Coraggio! Per ora non affogate più: sarà per un'altra volta; — potete scendere. Domani dopo mezzogiorno ripiglieremo il viaggio: tenetevi per avvertiti; chi intende aspettare, bene, rimane fermo il contratto; chi no, perderà mezzo nolo; e poichè giudico io che siamo presso a Columbus, ch'è quanto dire a tre quinti del viaggio, vedete bene che vi regalo un tanto.

Ai passeggeri non parve vero abbandonare l'Erebo a sì buon patto; tutti avrebbero volentieri renunziato al dollaro, e qualcheduno ne avrebbe dato un altro. Ciò fatto, il capitano, sempre con la medesima foga, chiamato a sè il dispensiere, in brevissime note gli significa il voler suo; dopo il dispensiere il carpentiere, e con lui adopera nella medesima guisa; finalmente convoca i negri che si trovano a bordo, cava fuori il taccuino, scrive una pagina e la stacca, poi due, poi sei, poi dieci, le consegna ai negri, e col cenno più che con la voce li spinge in diverse parti; i negri corrono via come se fra loro si contrastassero il palio. Allora il capitano, preso un pizzico di tabacco, se ne fece una spagnoletta, ponendosi a passeggiare su e giù, ed a fumare come se nulla gli fosse accaduto.

Curio e Filippo, senza prendere partito, si misero anch'essi andare aioni per la selva, nè si dilungarono gran tratto che occorsero in parecchie brigate di gente delle quali ognuna tirava dietro la sua bandiera; ma a poco a poco tutte le bandiere rimasero deserte, eccetto sol due; celeste l'una, l'altra vermiglia; in entrambe leggevasi un nome tinto in bianco: le accompagnavano il solito strepito di trombe, di tamburi e di conchiglie: urli e fischi da parere il finimondo; chi portava ceste, chi panieri o corbelli; chi a piedi, chi a cavallo, e sovente sul cavallo o sul ciuco due; qualche volta anche tre; le donne più strepitose di tutte sciorinavano smanianti stoffe di vari colori e dello schiamazzo proprio s'inebriavano: arrivate le due processioni sopra un prato, deposero a un tratto ceste, corbelli e panieri, e misero in mostra bocce, bicchieri e di ogni maniera vasi di liquori e mangiari. Qui stavano tutte le facce appuntate, ma quando te lo aspetti meno un vocione si fa sentire dall'alto; ti giri, non vedi nulla; guardando meglio ti si mostra mezzo nascosto dalle fronde sopra un albero certo personaggio grosso, panciuto e in faccia rosso come pomodoro maturo: come diavolo costui fosse riuscito ad erpicarsi lassù è difficile darci ad intendere; ma per troncar corto egli incominciava a concionare subito in questa sentenza alle turbe; e col braccio destro abbracciato un ramo, col sinistro gestiva come vela di molino a vento. A quanto fu dato capire egli sermonò della scelleraggine della servitù, della necessità di sperderne dalla faccia del mondo fin la memoria, della urgenza di eleggere a presidente della Contea Abramo Sandiford di Bastrop... A cotesto punto un groppo di proietti vegetali, vari di mole e di famiglia, interruppe l'oratore; egli, mostrando il viso alla fortuna, con la man manca come meglio poteva si schermiva, ma quasi sempre infelicemente, da quell'uragano di batate, di patate, di carote, et similia, e mostrava volere continuare ad ogni costo; allora ebbe principio il getto di corpi più voluminosi, ma sempre morvidi; e l'oratore: forbici! Subentrano zolle e sassi; non bastando più la mancina alla difesa, chiama in soccorso la destra, onde il povero uomo, perduto lo equilibrio, rovinò giù sul terreno. Si levano attorno risa sgangherate con la miscela dei soliti urli, fischi e grugniti: forse taluno della turba sentendone pietà lo avrebbe raccolto, ma la pietà non ebbe tempo a sfondare il guscio, perchè dal lato opposto sorse una voce:

— Attenzione, cittadini!

Una fanciullina però fu vista accostarsi al malcapitato oratore, rialzarlo amorosa ed asciugargli il sangue che gli colava dal naso rotto; forse gli era figliuola o piuttosto nipotina.

La moltitudine tutta di un pezzo si era volta dall'altra parte a mo' di bandierola sul camino quando muta il vento; e certo le si parò dinanzi agli occhi uno spettacolo degno di essere veduto. Un omaccione tirato giù con l'accetta, colore di olio vieto, con barba e capelli più che pece neri, ombreggiato il capo da un cappellaccio d'immensa grandezza, stava ritto sul basto di un asino che gli serviva di pulpito (quanti predicatori fra noi non ne meriterebbero altro più illustre) donde prese a sermonare le turbe:

— Che cosa è mai la schiavitù? Su la coscienza mia, io confesso che non ci capisco niente. Sul principio del mondo Dio disse all'uomo: io ti costituisco re di tutte le bestie, delle quali ti servirai e ti ciberai secondochè te ne piglierà il ticchio: al quale intento io ti regalo due paia di denti canini. Glielo disse, o non glielo disse? Glielo disse: dunque il punto sta qui: i neri sono uomini come noi, ovvero sono bestie? Ora, per usare una felice espressione dei francesi, che sono la ingegnosa gente che tutto il mondo sa: porre così la quistione torna lo stesso che risolverla. Farei torto ai gentiluomini che mi fanno l'onore di ascoltarmi se mi attentassi temerariamente paragonarli ai neri, di cui so che qualche famiglia di scimmie rifiuta la parentela. Ad ogni modo la servitù pei neri vuolsi considerare proprio una manna di Dio; di fatti ai loro paesi non cessano mai di straziarsi con la guerra...

— E noi altri viviamo in pace?

— Silenzio! Udite! udite!

— I prigionieri da prima ammazzavano, arrostivano e morfivano, ma dopo, che trovano conto a venderli, li serbano vivi... e questo bisogna convenire che è un vantaggio... un progresso della umana virtù...

— La quale fa passi da gigante in questi baratti di carne umana con acqua di fuoco; così i vincitori muoiono per ubriachezza, i vinti per frustate...

— Chetatevi! Non è vero nulla; noi li raccogliamo a braccia aperte, noi li mettiamo a parte della famiglia, noi li nutriamo...

— Polenta di maiz poca e cattiva; condita coll'acqua, coll'acqua e poi coll'acqua...

— Subito che non muoiono, vuol dire che possono vivere.

— E le frustate per companatico non le mettete in conto?

— Chi ben picchia, bene ama. Il sapiente re Salomone ha lasciato detto: gastiga il tuo figliuolo e tu ne sarai in riposo: ed egli darà di gran diletti all'anima tua.[16]

— E dollari alla tua borsa.

— O che pretendereste, che noi gli avessimo a trattare meglio dei nostri figliuoli? D'altronde la esperienza insegna il bastone essere l'unica grammatica che il nero impari presto e bene; ma quelli i quali affermano che noi li percotiamo a morte, non sanno quello che si dicono; essi credono che noi non abbiamo cuore per calcolare che se il negro infermo non lavora, se muore, noi perdiamo il capitale che ci costa.

— I condannati in galera travagliano meno di loro.

— Nego, ricisamente nego, perchè il nero, quando ha lavorato sedici ore, può impiegare a suo benefizio quello che gli avanza del giorno: aggiungi poi che i missionari non rifinano di predicare il lavoro essere la migliore preghiera che l'uomo possa fare a Dio, onde noi, facendo lavorare i negri più che possiamo, crediamo in buona fede provvedere alla salute delle anime loro; più lavorano, più si tengono bene edificato il Padre delle misericordie; inoltre il vestito non lo contate per nulla?

— Un paio di calzoni ed una camicia l'anno!

— Sicuro! A questi calori ogni di più li farebbe morire.

— E cappelli?

— I nostri cappellai sono le palme. Sta' a vedere che questo cappellone che porto è pelo di castoro?

— O le scarpe?

— Le scarpe! La esperienza, questa madre del sapere, insegna che le scarpe al negro gli fan male ai calli.

— I neri uomini sono, e cristiani come noi pel battesimo, dunque perchè non hanno ad essere cristiani come noi nella libertà?

— E dai, con questa benedetta uguaglianza! È qui, signori miei, che mi è cascato il ciuco; qui dove pigliarono equivoco ministri, missionari, preti, frati, filosofi, insomma tutti; gli è chiaro come l'acqua che Cristo ha predicato pei bianchi e non pei neri; e valga il vero. Vi basta l'animo di trovarmi un nero fra i dodici apostoli, o fra i settantadue discepoli? Tutti erano bianchi ai tempi di Cristo, fin Caifasso, fin Pilato, fin Giuda...

— O Melchiorre mago era bianco?

— Melchiorre?

— Si, Melchiorre.

— Melchiorre era un re, non era un uomo.

Filippo, che da parecchio tempo se ne stava ascoltando l'oratore, accanto all'asino, piano piano, non parendo fatto suo, aveva cavato di tasca un pezzo di esca e, accesala, la cacciò destramente, senza che veruno se ne accorgesse, nell'orecchio che più gli era vicino, al ciuco, il quale, sentendosi scottare, spara una coppia di calci mandando a capo fitto il predicatore, che piglia ad andare con le mani e coi piedi carpone per terra; ma l'asino, inseguendolo, gli pose le zampe anteriori su la groppa, sicchè parve volesse cavalcarlo; di qui un riso inestinguibile e nuvoli di polvere levati dal pestare dei piedi in terra, e urli, e un battere delle mani che andava alle stelle.

Fin qui commedia, ora incomincia la tragedia, perchè, si sa, i casi umani, onde sieno perfetti, hanno da presentare i caratteri della tragicommedia; invero il giumento, infellonito dal bruciore dentro l'orecchio, spicca un salto, e saltando tira un'altra coppia di calci, che spaccarono il cranio come una melanzana al predicatore della schiavitù: egli era paesano del Texas, e perciò aveva condotto seco moglie, due nuore e cinque figliuole e un cappellano; perchè si professasse cattolico, apostolico e per giunta romano; siccome in America non usano svenimenti, le donne misero il malcapitato nelle mani del cappellano e ripresero il cammino di casa loro conducendo seco l'asino. Gli astanti sparsero di terra l'erba insanguinata, e le cose ripresero l'aspetto di prima.

I due uomini che parevano i capi delle processioni, ristrettisi insieme a parlamento, in breve si trovarono d'accordo a continuare il broglio delle elezioni, remossa qualunque predica: impertanto posero sopra due ceste voltate sottosopra due corbelli zeppi di polizze celesti e rosse co' nomi dei due candidati alla presidenza della Contea; uno era, e l'ho già detto, Sandiford di Bastrop, abolizionista, l'altro Talaveyra y Musquito di Gonzales, impenitente per la schiavitù: a chi pigliava una polizza mescevano un bicchiere di liquore a scelta; spesso gli elettori, se inavvertiti tornavano a bere la seconda e la terza volta, comecchè taluni appartenessero alle confraternite della temperanza, se scoperti erano abbaiati e respinti; e allora, impronti più delle mosche cavalline, ostentando cruccio, si facevano a pigliare le polizze e a bere dall'altra parte.

— Ma a votare dove vanno? — domandò Curio a quello che pareva capo del partito abolizionista.

— A Columbus, gli fu risposto.

— E quando?

— Domenica prossima.

— Credete che domani potremo rimbarcarci su l'Erebo?

— Nè manco per sogno.

— Dunque il capitano è imbroglione? Sono queste le virtù che professano i cittadini americani?

— Il capitano reputano universamente uomo lealissimo: egli non inganna perchè ha fede che la sua volontà basti a risarcire il suo battello per domani, e certo egli non lascerà nulla addietro onde ciò avvenga: e poi avvertite che l'americano si fa a dire: io non costringo nessuno a credermi; sono libero di affermare la mia opinione intorno ad un fatto che casca sotto gli occhi di tutti; sta al giudizio degli altri accertarsi se la mia opinione possa verificarsi; — e ciò basta alla sua coscienza mercantile. Ma qui, aggiunse guardando l'orologio, l'ora si fa tarda, e prima di tornarmene a casa mi occorre mangiare qualche cosa.

— Ed anco noi siamo digiuni da ieri.

— Dunque venite meco, che saprò io dove darmi di capo.

Curio e Filippo tennero dietro al tessiano, maravigliando forte com'egli s'incamminasse verso la spiaggia dove aveva investito l'Erebo; ma la maraviglia loro crebbe oltremodo quando da un fianco del battello incagliato videro un nugolo di maestri di ascia, segatori, carpentieri, calafati ed altri operai siffatti, usciti come per incanto di sotto terra, che lavoravano a furia per risarcirlo; dall'altro fianco del battello, immediatamente a canto, sorgeva sopra la spiaggia una baracca ornata di festoni di rami, di bandiere nella massima parte americane; fra quelle delle altre nazioni primeggiavano le papaline, venivano dopo le inglesi; scarse le francesi; delle italiane nessuna. Sopra la baracca una immensa bandiera bianca di bambagina, dove avevano dipinto in fretta con tinta nera: «grande banchetto elettorale tessiano; tre mense; antipasto, pranzo, frutti, pasticcerie, birra e wiskey tutto compreso; un dollaro a testa».

La guida dei nostri viaggiatori tentennò il capo e sorridendo disse:

— Per far quattrini su l'acqua gli americani danno dei punti al diavolo. — Poi volto ai compagni soggiunge: — che ve ne pare?

— Parcene bene; ma com'entra qui la bandiera del papa?

— Ci entra come la civetta per pigliare le lodole: la più parte dei tessiani appartengono alla religione cattolica; e l'americano si serve della bandiera del papa per richiamo a fare una bella retata. Vale il pregio che voi ci assistiate, siete forestieri e deve riuscirvi dilettevole conoscere i costumi del paese.

— Dispensateci, signore, la nostra povertà non ci permette il lusso di simili banchetti.

— Ciò non tenga; pregovi accettare il mio invito.

— Signore, rispose Curio alquanto alterato, la nostra educazione ci vieta accettare di questa maniera inviti da stranieri.

— Straniero io! Voi siete italiani, ed io sapete dove nacqui? A Novara; dunque venite meco, e non mi state a seccare.

— Ma noi non vi conosciamo; e voi come sapete che noi siamo italiani?

— Ci voleva Colombo a scoprirlo! Mentre ci troviamo insieme, voi senza accorgervene avete ricambiato tra voi un paio di dozzine di parole lombarde. Non mi conoscete! Oh! che l'uomo si può chiamare straniero all'uomo; anzi l'italiano all'italiano quando la ventura glie lo fa incontrare in luogo lontano dalla patria? Orgoglio! orgoglio! Il poeta ha detto: