. . . . . . . . regale è cosa

Serbar nelle sventure altero il nome;

ma io innanzi tratto mi professo popolano, nè voi, chiedo scusa, non mi parete tagliati dal legno onde si fanno i duchi; a noi pertanto corre il debito di aiutarci; e non ho mai sentito dire che la ospitalità umili l'ospite; certo questa non è casa mia, ma come pubblica posso esercitarvi ottimamente l'offizio della ospitalità.

Le parole sapevano di brusco, ma così dolce le temperava la soavità della voce, che i nostri viaggiatori gli tennero dietro senz'altro parole.

Dentro la baracca stavano disposte quattro tavole per lungo; in fondo, in luogo più eminente, una per traverso; dietro a questa, anche più in alto, un pulpito con allato una campana di bordo. Sul pulpito faceva bella mostra di sè il capitano vestito di nero con la cravatta bianca; la sua destra guantata pure di bianco teneva la catena della campana. Le mense spoglie di tovaglioli, bocce e bicchieri; un solo piatto per uomo, ed una sola posata: sopra le mense a mucchi carote, cipolle, patate e batate, pannocchie di maiz o granturco bianco, rape, navoni ed altre siffatte galanterie.

— Attenzione! urla il capitano. Adesso incominciò a sonare la campana a distesa; poi fermo; dopo tre tocchi... primo... secondo... terzo; al terzo ognuno pigli posto, si serva e mangi come può e quanto può.

Come disse fece; al terzo tocco un rovinìo di gente si affolla verso la mensa, e, come accade, ci furono spintoni da stramazzare un bufalo e gomitate da rompere una coppia di costole almeno, pestamenti di calli da far vedere tre soli in cielo e bestemmiare in terra: alla meglio o alla peggio aggreppiaronsi tutti, e senza alcun riguardo pel prossimo ognuno stese le mani rapaci e pronte al mucchio dei vegetali, procurando grancirne quanti più poteva; subito dopo tuffatili nel pimento presero a sgretolarli a morsi, sicchè subito si levò la soave armonia che menano i cavalli quando masticano fave. Parecchi i quali avevano abusato del pimento, sentendosi bruciare la gola, gridavano: bere! da bere!

Il capitano agita da capo la campana, ed ecco uscire dalla banda del bastimento e scendere per lo scaleo in cadenza una processione di negri a due a due, i quali portavano gravemente inzuppiere di metallo; accostaronsi alle mense e quivi stettero bianco vestiti e impalati. Obbedendo poi a nuovo ordine, loro significato mercè il rintocco della campana, depongono le inzuppiere sopra le tavole e tornano su ritti. Venti mani calarono in un attimo sopra ciascheduna inzuppiera e la scoperchiarono:

— Dannazione! Vuote! Come vuote? Perchè vuote? urlano i commensali voltisi verso il capitano e tendendo contro lui i pugni chiusi.

— Attenzione! senza punto commoversi grida più forte il capitano, e rincalza la sua voce col suono della campana. La mensa, o cittadini, esercita due forze; la prima sul principio, la seconda all'ultimo; una è centripeta; di fatti vi vedo seduti tutti, e Dio vi benedica; l'altra è centrifuga, e pasciuti che foste, vi sperdereste di qua e di là, e bravo chi vi agguanterebbe; io vi ho contato e voi siete giusto duecentoquindici: ognuno deponga il suo dollaro nella inzuppiera, e riscosso che abbia il costo del pranzo io ve lo continuerò sotto i lieti auspicii coi quali l'abbiamo incominciato.

Gli americani non si adontarono dello strano ragionamento: anzi taluno esclamò:

— Molto benissimo! — intanto che gettava il suo dollaro nella zuppiera.

Qualche tessiano di origine spagnuola parve volersene risentire, senonchè la coscienza, tirandogli una falda del vestito, gli susurrò dentro all'orecchio destro: giù la superbia, che tu sei fantino non solo da scroccarti lo scotto, ma sì di portarti via la posata. E la fame, tirandolo per l'altra falda, gli urlò nell'orecchio sinistro: arrabbio: ond'egli si adattò a pagare, e gittando il dollaro tempestava percotendo del pugno su la tavola: da bere! da mangiare!

Allora il pranzo riprese il suo andamento con tale puntualità, che meglio non avrebbe potuto ordinare il capitano Lamarmora, buon'anima, se togli che questi alla campana avrebbe sostituito il figlio della sua predilezione, il tamburo... Ed ella che vuole, signor lettore, che mi fa cenno di parlare? Udiamo, via, che ho fretta... sicuro! Siamo d'accordo! Se il confessore glielo avesse consigliato, il capitano Lamarmora avrebbe tenuto ferma la campana e sagrificato il tamburo, — anche Abramo per piacere a Dio non si ammannì a sagrificare Isacco; — molto più ch'è fama la campana inventasse san Paolino vescovo di Nola, e il tamburo sia di origine turca.

Di che cosa andasse composto il pranzo non vale il pregio di scrivere; ci furono braciole di bove arrostite; — e poi lombate di bove arrosto; — e poi daini, oche, anitre salvatiche girate nello spiedo; pesce su la gratella, e tutto spolverizzato di pimento in guisa che ci pareva piovuto sopra; le ultime mense andarono composte di torte di salmone salato, mosciama, buttagra, salacche e simili altre delizie da mettere il fuoco in corpo al Mongibello. Con questo tiro furbesco avvenne che le vivande bastarono e ne avanzarono, un po' perchè ce n'era copia, e un po' perchè cucinate in modo, che nè anche all'inferno si farebbe peggio; ma del bere avevano patito penuria, ed ora boccheggiavano a labbra asciutte più assetati che mai; però bisogna dire, a onore del capitano, che nè anche l'acqua del Colorado convertita in birra o in wiskey, rhum e cannella sarebbe bastata per cotesta razza gorgozzuli. Il capitano si coperse il capo e con voce sonora disse:

— La seduta è sciolta, chi vuol bere se lo paghi.

Tuttavia quest'uomo dabbene ebbe avvertenza, perocchè in una baracca succursale, fabbricata dietro la baracca da pranzo, era instituita canova di vino e di ogni altra ragione liquori.

I nostri italiani, quantunque avessero piuttosto riso che mangiato, pure il pimento aveva loro messo il diavolo in bocca; il wiskey gliel'avrebbe finita di sgallare; la cervogia la più parte degli italiani giudica medicina; onde l'ospite gentile, che questo conobbe, desideroso di gratificare i patriotti, commise che portassero qualche bottiglia di bordò. Adesso accadde che mentr'essi centellavano il prezioso liquore, alternando di bei ragionamenti, tre tessiani, di cui uno il promotore della candidatura del presidente schiavista, senior Talaveyra y Musquito di Gonzalez, si assettassero a canto loro, e fumando e bevendo bicchieri colmi di rhum, urlassero a coro; di un tratto ad uno di essi saltò in capo la fantasia di voltarsi al nuovo amico dei nostri personaggi e interrogarlo con piglio arrogante:

— Dunque vostra signoria è risoluta recarsi ad ogni costo a Columbus, per quivi sostenere la candidatura del Sandiford alla presidenza della Contea?

— Esattamente come dice vostra signoria; votare e far votare per lui.

— E che cosa muove la signoria vostra a pigliarsi queste scese di capo pel Sandiford?

— Pel Sandiford! Io non lo conosco neppure; io non parteggio per l'uomo, bensì pei principii di libertà del genere umano ch'egli dichiara di professare.

— Scusi, signore, ma che ella ha ricevuto il mandato di procura per trattare i negozi del genere umano?

— Certo; cristiano sono, e come cristiano sento corrermi il debito di fare altrui quello che vorrei fosse fatto a me.

— Oh! non ha sentito vostra signoria che il signor Gesù Cristo, quando predicò tutti gli uomini uguali, intendeva parlare dei bianchi, non già dei neri? In questo il signor predicatore su l'asino aveva ragione da vendere.

— Il signor predicatore ne sballava di così grosse, che nè anche l'asino sul quale predicava si è potuto reggere. Cristo ha parlato per l'anima dell'umanità, non pei corpi, e voi presumerete interpretare i suoi precetti con la tavolozza dei pittori. Ai tempi di Cristo non esistevano etiopi? Ed egli non li conosceva? Ignora vostra signoria che non mancano dottori i quali sostengono che Adamo nacque di razza nera?

— Ma che vostra signoria parla sul serio? Le basterebbe il coraggio di bandire, che vostra signoria, che io, che tutti questi idalghi, siamo uguali ai sacchi di carbone chiamati neri?

— Scusi, vostra signoria è cristiano?

— Certo, e per giunta cattolico.

— Allora mi farebbe la finezza di chiarirmi perchè nelle chiese cattoliche di Bogota, dirimpetto all'altare dove si venera il Cristo bianco espongono il Cristo nero? Perchè il papa ammette agli ordini sacri preti neri? Perchè consacra perfino vescovi neri? Ognissanti di San Domingo, questo eroe della libertà, non era nero? Ha vostra signoria mai letto le opere degli scrittori e dei poeti neri, ve ne ha perfino nere, e di che cuore!

— Queste, mio signore, sono eccezioni.

— Ah! ella dunque crede regola la sapienza della razza bianca? — Buon pro le faccia! Ad ogni modo i negri creature umane sono, e caso mai avessero ereditato dalla natura meno della razza bianca, senno ed amore consigliano ad uguagliare per quanto da noi si può la parte nostra con la loro, affinchè essi con rabbia e con rapina non si piglino tutte e due, la nostra e la loro. Nè noi bianchi, consideri vostra signoria, fummo sempre come adesso siamo dottori che vadano per la maggiore; anzi, ai giorni nostri scienziati di grido dimostrano per filo e per segno, che vostra signoria, che io, in fin di conto, siamo scimmie piallate.

Il tessiano di un salto si alzò da sedere, ma l'altro pacato continuò:

— E poi che serve recalcitrare con la forza del secolo e il genio della umanità? Così decretava solennemente il congresso degli Stati Uniti; — e se è lecito, anzi dovere del libero cittadino discutere la legge, finchè mandata a partito non riesca vinta, vuolsi rispettare una volta votata. Pensi al misero Brown; egli pretese contrastare alla legge, la quale allora permetteva la servitù, e venne senza misericordia impiccato...

— Costui fu arruffapopoli, e quando lo impiccarono non gli diedero il suo avere.

— Scusi, vostra signoria gli avrebbe dato, oltre la forca, il vantaggino? Il Brown venne al mondo troppo presto; in tutte le umane faccende per pigliar pesci bisogna levarsi presto, eccettochè nelle politiche, dove chi si affretta busca croce, o corda, o fuoco: Arnaldo da Brescia, Giovanni Hus, Girolamo da Praga apparvero primaticci, e furono arsi; Lutero sbucciò a tempo, e fece la riforma. Adesso veda vostra signoria in che acque ella navighi: la guerra di secessione è finita: adattiamoci ai fatti conchiusi; non rimescoliamo le ceneri dei morti; inchiniamoci riverenti davanti al sepolcro insanguinato di Lincoln.

— Dunque, secondo lei, per avere ragione bisogna vincere? E chi le ha insegnato di barattare il diritto con la forza? Dunque gli americani ebbero torto quando sorsero contro la madre patria? Torto il Messico e le altre parti dell'America Meridionale quando scossero il giogo della Spagna? Torto allorchè noi tessiani volemmo le nostre sorti separate da quelle del Messico? Fino dal tempo delle missioni cattoliche, avevamo o no la schiavitù noi altri tessiani?

— L'avevate.

— Senza le braccia dei neri avremmo potuto dissodare tante terre incolte.

— Sarebbe stato a mio parere difficile.

— Sa vostra signoria che, quando il Messico levò la bandiera della ribellione contro la Spagna, e il Texas gli tenne dietro, don Agostino Iturbide imperatore abolì la schiavitù da per tutto, ma, penetrato della necessità di mantenerla nel Texas, ne permise la continuazione a patto che non traessimo i negri dalla parte del mare, bensì ci entrassero unicamente da quella di terra?

— Lo so: quanto vostra signoria afferma è verità.

— Di punto in bianco al Messico viene il dolore di corpo di abolire intieramente la schiavitù, vietando che s'introducessero i neri nel Texas, sia dal lato di mare, sia dal lato di terra: allora tutti noi altri abitatori della contrada, disperati, levammo gli occhi al cielo gridando: consumatum est! Ora sa ella chi furono coloro che in cotesti tempi facevano fuoco nell'orcio, onde noi, armata mano, a cotesta abolizione contrastassimo? Gli americani, che accolti ospiti nel 1821 in numero di trecento sotto la scorta di Stefano Austin, vi si erano allargati come la macchia dell'olio: anzi, sopportando molestamente che gli animi non procedessero accesi a forma della loro impazienza, proposero al governo del Messico di comprarci a contanti, ma quello non ne volle sapere. Ora donde tanta smania di dominare su di noi? Eccogliela pronta: per mantenerci la schiavitù, imperciocchè il Texas fosse per essi un mercato dove smaltivano lo scarto dei negri della Carolina Meridionale, della Virginia, dell'Arkansas, del Missurì, del Tennessee, non che per avvicinarsi alle miniere e all'Oceano Pacifico.

— Tutto questo può darsi; anzi è.

— Gli americani, scottati nel proprio interesse, non sapendo più dove ripiegare coteste sferre di negri, ci aiutano addirittura a ribellarci dal Messico: uniti vincemmo in vari scontri; per ultimo, superati i nemici nella battaglia di San Giacinto, rotto Santanna, e prigione del generale Houston, avemmo pace e ci legammo con gli Stati Uniti, co' quali vivemmo di amore e d'accordo godendoci insieme i benefizi della schiavitù. Più tardi gli americani e noi, venuti in lite col Messico per cagione di confini, ripigliammo le armi; i successi sul principio vari, finalmente si volsero favorevoli a noi, onde pel trattato Guadalupa-Hidalgo del 1848 furono stabiliti a Rio Bravo fino a Bagdad sul Golfo nel Messico; può vostra signoria negarlo?

— Le sono cose note a tutti; e quello che vostra signoria afferma non fa una grinza.

— Quindi ecco rifiorire il traffico dei negri nella sua pienezza, ecco rilevarsi l'agricoltura; tutte le benedizioni di Dio piovere sul paese. Saturno scappato di Europa pareva venuto a letificare il Texas. Protettore nostro, e degno di corona civica il generale Jackson, potente signore di armenti di bufali e di negri, e quindi sviscerato promotore della schiavitù. Quando ce lo aspettavamo meno, ecco saltar su un fungo, un uomo da nulla, un legnaiolo, povero in canna, che per pisciare sul suo doveva pisciarsi in mano, che non possedeva un dollaro da far dire una messa, insomma un plebeo, un operaio... Lincoln!

— Ah! vostra signoria parlava di Lincoln?

— Sicuro. Di questo saltimbanco che si arrampicò alla presidenza della Unione come una zucca su la pergola dello zibibbo; per lo appunto, costui compiacendo all'astio e alla paura dei mercanti falliti del Settentrione, ecco farsi a bandire anche qui l'abolizione della schiavitù; mette in ballo Cristo, la umanità; sputa paroloni da misurarsi col metro; i compari di Europa gli battono le mani, e il dannato, che Dio confonda, appicca il fuoco a quella terribile guerra che tutto il mondo sa. Si signori, per affrancare quattro uomini, più che tre quarti bestie, i quali non sanno che farsi della libertà e la venderebbero per una scodella di lenticchie, si mandano a morte centinaia di migliaia di uomini liberi pieni d'intelligenza, si butta sottosopra lo Stato, sicchè tra sperpero di pecunia e sperpero di vite, prima che la Unione si riabbia ci vorrà un bel pezzo... Dunque dica su, vostra signoria, le pare che noi abbiamo torto?

— Certo, grandissimo torto.

— Torto! Come torto? urlò il tessiano tutto alterato, e l'altro tranquillo soggiunse:

— Se mi ascolterà con pazienza, in quattro parole mi sbrigo. Vostra signoria sa come le azioni umane, eziandio quelle che paiono in vista maggiormente virtuose, sieno soppannate di vizi, ed è bazza quando non sono delitti: ai discreti deve bastare ch'esse accennino al buono e al meglio, e lo producano: non fa prova di senno chi si tribola a penetrare più oltre. La causa dell'abolizione della schiavitù in sè è ottima: tutto sta nell'esaminare se per voi altri ci si trovi il tornaconto, perchè, vedete, io non intendo discutere con voi se l'uomo deva promovere il bene morale anche a scapito del proprio danno materiale: pur troppo questa dottrina ebbe in ogni tempo tanti confessori in teoria, quanti pochi esecutori in pratica. Pertanto io giudico fuori di dubbio che la schiavitù, come nociva alle qualità morali dei tessiani, così pregiudichi smisuratamente i loro interessi. Potrei dirvi che la vostra causa, essendo andata perduta in onta alla possanza degli Stati meridionali, delle ricchezze profuse, degli sforzi estremi tentati per farla prevalere, si deve credere che Dio nella sua giustizia l'abbia condannata; ma lasciamo Dio nella sua beatitudine e non lo mescoliamo alle nostre miserie: — questo però vi sostengo; che il lavoro libero produce benefizi maggiori del lavoro forzato; tanto gli scrittori affermano e la esperienza ha provato.

— Lavoro libero! Ma vostra signoria parla del Texas, ovvero del mondo della luna?

— Parlo del Texas; e chiedo in grazia a vostra signoria di porre mente alle mie parole. Prima del 1820 sole seimila anime abitavano il Texas, disperse a Sant'Antonio di Bexar, ai forti Bahia e Santissimo Sacramento, e nel cantone di Nacodoches; poco dopo erano sessantamila divise in centodiciassette contee: città e villaggi sorgono dalla terra più presto e più fitti delle pannocchie del maiz; nel 48, senza contare gli indiani, che nessuno conterà mai, sommavano a ben quattrocentomila; adesso se non arriviamo a un milione, poco ci manca. Dunque, vede bene che le braccia non mancano; e noi possiamo lavorare con profitto pari alla sicurezza.

— Noi lavorare! Per avventura vostra signoria lavorerebbe? E giudica il lavoro manuale degno di un gentiluomo?

— Eh! tanto più lo giudico degno del gentiluomo, quanto ho stimato sempre l'ozio il distintivo del furfante.

Qui successe un po' di silenzio, imperciocchè cotesta sentenza avesse trafitto il tessiano più acuta della punta di un ago.

— Dunque noi zapperemo, noi correremo dietro al bestiame?

— E chi le dice questo? Noi possiamo avvantaggiarci della opera così dei bianchi come dei neri, scambiando il lavoro col danaro, e rimettendo in potestà dei medesimi l'andare o lo starsene.

— Dando ai neri siffatta facoltà, crede sul serio che ei rimarrebbero?

— È un fatto; io lo concessi, e tutti sono meco rimasti.

— Perchè ignorano che la schiavitù sia stata abolita.

— Vostra signoria prende errore; essi lo sanno quanto noi: ad ogni modo io li ho informati a voce, e provvedendoli dei giornali, dove hanno letto il progresso di questo grave avvenimento. Aggiungi che anche prima si agitasse la quistione della schiavitù nel congresso, io li lasciai sempre liberi di stare o di andarsene con Dio; soli tre tolsero commiato, e dopo non bene quarantotto ore due tornarono supplicando genuflessi onde io li ripigliassi; il terzo non rividi più; temendo gli fosse incolto qualche malanno, feci frugare dintorno le macchie e ne trovarono le ossa; le pantere lo avevano divorato. Signori, se voi terrete i negri come figliuoli, essi vi ameranno come padri. Qualche scarto in tutte le cose s'incontra sempre, così negli animali come nei frutti e nei fiori, ma nel sottosopra, per esperienza fatta, i negri sono buoni come i frutti sono grati e i fiori odorosi.

— Ma vostra signoria come paga i suoi negri?

— Io? Non li pago. Detratto il seme, dividiamo il raccolto; io compro la parte che spetta loro di cotone, di cocciniglia, d'indaco e di caccao; del grano, del maiz, della segala, dello zucchero e del caffè procuro ne mettano da parte tanto che basti loro per l'annata corrente e per l'avvenire; il di più vendesi: di caccia e di pesca non patiscono mai penuria; contribuiscono meco a pagare i medici e i maestri; spese di culto non corrono, perchè io sono il prete e questo è il tempio (qui dirizzato il dito in su mostrò il cielo).

— Se noi ci governassimo come vostra signoria, in capo ad un anno andremmo a gambe levate.

— Io, all'opposto, ogni anno compro un ettaro di terreno e ne dissodo due.

— Questo succede perchè vostra signoria avrà portato tesoro di Europa; il che per altro non è credibile.

— Certo; però di Europa portai due sacchi di dobloni, e li tengo sempre addosso; — e sorridendo mostrava le braccia.

— Vostra signoria non ha figliuoli?

— Dica piuttosto che io non ho vizi, perchè, come diceva ottimamente Beniamino Franklin, un vizio solo costa più di cinque figliuoli...

— Ma dunque, interruppe il tessiano indispettito, vostra signoria è proprio decisa di votare per la presidenza del Sandiford di Bastrop?

— Giusto come dice vostra signoria: votare e far votare.

— E se io le dichiarassi che vostra signoria fa male?

— Rispetterei la sua opinione e farei a modo mio.

— E se io glielo impedissi?

— Vostra signoria si guarderebbe bene da farlo, perchè ciò offenderebbe la libertà naturale e civile del cittadino.

— Contrario o no, offenda o non offenda, ponga che io glielo impedisca.

— Con che, di grazia?

— Con la forza.

— Allora io le spaccherei il cranio.

Questa fu la favilla che suscitò lo incendio; perchè i due litiganti saltarono su da sedere in atto di gladiatori combattenti; il tessiano, agguantato il braccio del vecchio, gli diede un poderoso strettone per isbatacchiarlo in terra, e non gli riuscì; mentre l'altro, per botta risposta, tale gli abbrivò con la mano libera un pugno nel mezzo del petto, che costui fu obbligato di rimettersi a sedere boccheggiando; e così sarebbe finito il conflitto, senonchè subito sottentrava il compagno, il quale colpiva alla sprovvista il vecchio nel naso, per modo che questi si coperse con ambedue le mani la faccia insanguinata; nè qui rimase la soperchieria, che al secondo si aggiunse il terzo, il quale prese a picchiare senza misericordia il meschino sul capo.

Da tante parti assalito, il povero uomo male si poteva schermire; egli non chiese, nè l'animo altero gli avria consentito chiedere soccorso; pure, chi sa? Già aveva incominciato ad affacciarglisi allo spirito la nota sentenza che dicono di Dio: «maledetto l'uomo che confida nell'uomo.» Ma se gli si affacciò, non ebbe tempo a compire la immagine, perocchè subito sentisse un battere di colpi frequenti e poderosi come di mazza sopra la incudine, e schiusi gli occhi alcun poco vide Curio avvampante così, che pareva mandasse faville: afferrata con la destra la brocca del wiskey e con la manca quella della birra rimaste su la tavola, pestava giù busse da stritolare le ossa; nè Filippo gli rimaneva addietro, che adoperava il suo bastone di punta dando nei fianchi ai ribaldi, i quali, sfidati di poter durare il combattimento ad armi pari, trassero fuori delle tasche il bowieknife, ovvero coltello piegatoio, che gli americani maneggiano con maestria terribilmente celebre: non era tempo di gingillarsi cotesto; però Filippo e Curio, recatesi in mano le rivoltelle a sei colpi, le armarono e ad una voce imposero:

— Giù i coltelli!

E siccome i tessiani parevano tentennare, Curio riprese:

— Io voto a Dio di bucarvi come crivelli, marrani! Costuma nel vostro paese di libertà avventarsi in tre contro un vecchio disarmato?

I tessiani misero subito, o finsero mettere il cervello a partito, e ripiegati i coltelli dissero:

— Caramba! al diavolo il Sandiford, il Talaveyra e la presidenza della Contea; su via, bagnamo la parola e non pensiamoci più.

— Andate pei fatti vostri, cercate i vostri amici tra i comanchi, ubbriacatevi con loro: noi vi sputiamo.

I tessiani si allontanarono brontolando come mastini vergati. Allora i nostri amici si volsero a curare il vecchio: il sangue per virtù dell'acqua e dell'aceto fu ristagnato; e se togli l'occhio infaonato, il naso gonfio e un forte senso di bruciore nella fronte, non rimase altra traccia di battaglia sopra la faccia del vecchio.

— E adesso, signore, che cosa pensate di fare? domanda Curio; e l'altro:

— Penso tornarmene al mio ranchero; tanto fino a domani l'altro, e sarebbe bazza, il battello non può essere restaurato; di cavalli non patiamo penuria; in cinque minuti ne trovo due per voi; qui presso pasce il mio, e se gli mando un fischio mi comparisce in men che non balena davanti: affrettandoci, fra due ore ci possiamo trovare a casa.

— Signore, dalle vostre parole ricaviamo come voi intendiate menarci a casa vostra; della cortesia gran mercè, ma noi, con vostra licenza, abbiamo deciso rimanerci qui, finchè l'Erebo non sia risarcito.

— Ed io non vi do nè devo darvi questa licenza; perchè voi non conoscete con che schiuma di ribaldi l'abbiate a fare. I nativi del paese e coloro che mi offesero sono tessiani puro sangue, vanno composti per un terzo di ferocia ereditata dai selvaggi cannibali, per un terzo d'ipocrisia infusa gratis dai preti nella loro anima, e finalmente per un terzo di rapina, istinto loro naturale educato da Cortez, da Pizzarro, e un po' anche dal generale Jackson, presidente della Unione. Guai a voi se anche una notte sola vi fermaste qui! Prima che tramonti il sole fate con seco gli ultimi convenevoli, perchè su in cielo voi non lo vedrete ricomparire mai più. Siccome questo non posso sopportare io, dunque meno parole e a cavallo.

Come il vecchio aveva già detto, il suo cavallo, chiamato dal fischio del padrone, in un attimo ricomparve; tutti gli arnesi aveva addosso, tranne briglia e morso, che avvolti assieme pendevano dal posolino della sella. Appena si ebbe palesato il bisogno, vennero offerti al vecchio colono parecchi cavalli; egli scelse quelli i quali giudicò più mansi; ma prima che gli amici salissero in sella li interrogò:

— Siete usi a tenervi bene in arcione?

— Andate franco; noi siamo da bosco e da riviera.

— Scusate! Non ho inteso pregiudicarvi; era debito mio avvertirvi, perchè questi cavalli, comecchè mi sieno sembrati a bastanza quieti, pure sono mustanghi, che si agguantano col laccio per servircene, e dopo serviti si rimandano al branco, se pure non giudichino di tornarci di proprio moto scaraventando il cavaliere in mezzo della strada. Basta, uomo avvisato è mezzo salvato.

Partirono i cavalli, senza stimolo presero a correre via come il vento; il loro cammino era in mezzo ad un mare di biade mature, dove altri cavalli passando avevano lasciato la traccia; imperciocchè l'aspetto della campagna troppo comparisse mutato da quello che fu; e dove un giorno s'incontravano macchie fitte, dentro le quali qualche albero intaccato serviva di guida, e per passarci bisognava abbassare il capo fin sul collo del cavallo, onde non investire nei rami degli alberi inestricabilmente avviticchiati, adesso la vista spaziava sopra una superficie senza confine: però il terreno coperto dalle paglie abbattute non si vedeva, sicchè se i cavalli non fossero stati provvisti di garetti di acciaio, avrebbero traboccato ad ogni momento a cagione dei solchi o di qualche fossa cieca. La furia della corsa appena permetteva ai cavalieri di respirare; in terra gli oggetti circostanti sparivano via come larve di morti allo spuntare del primo raggio del sole; in cielo le nuvole sembrava corressero a precipizio per rovesciarsi su i cavalieri. Dopo un lungo imperversare giunsero in parte dove comparve una via tracciata, non però massicciata; cavalli e cavalieri erano sfiniti e grondavano sudore, e procedendo a furia senza cautela si correva rischio di non potere più levare le gambe da coteste fitte.

Rallentato il passo, quieto alquanto l'ansare angoscioso, Curio favellò:

— Mio riverito amico, se al vostro paese così si chiama andare di trotto, mi garberebbe proprio sapere da voi che nome abbia andare a rotta di collo.

Il vecchio rispose:

— Era mestieri camminare così per giungere a casa prima che abbui.

— O che dista molto di qua il vostro ranchero?

— Eccolo là.

E il vecchio additava una gran casa bianca, in apparenza lontana tre miglia; intorno alla casa sorgeva non una foresta, bensì parecchi gruppi di magnolie, di cui le foglie smaltate di smeraldo riflettevano in luce di oro i raggi del sole occidente e la vestivano di un nimbo luminoso pari a quello che i sacerdoti ponevano e pongono intorno al capo degli dei e dei santi; di sul tetto scappava un pennacchio di fumo, che candido e grazioso si spandeva per l'orizzonte, come lo invito della ospitalità ai pellegrini bisognosi di cibo e di riposo.

Di un tratto le tenebre scendono su la terra, e dense così che i nostri viaggiatori non vedevano più la casa, meta del cammino; ma il vecchio, preparato al caso, cavò un sibilo acutissimo da un fischietto di marina, e subito dopo le finestre della magione apparvero illuminate; dalle porte aperte trassero altresì persone con torce di pino accese. Di corto toccarono le soglie della casa; il vecchio saltò giù destro e leggero; gli altri lo imitarono con meno sveltezza, sentendosi mezzo rotti e scorticati per intero; tuttavia egli, presili per mano ed introdottili in sala, lietamente favellò:

— Se potessi restituirvi la patria, lo farei; ma consolatevi; voi non vi potete più dire di trovarvi in terra straniera, poichè il vostro capo si posa sotto tetto italiano.

Dopo si fece schierare davanti tutti i negri addetti al servizio domestico, e due bianchi, che alle sembianze si davano a conoscere per tessiani, e tale lor disse in suono di padrone:

— Don Giacinto, e voi, don Patricio, voi siete del paese e non ci ha mestieri troppe parole per farvi comprendere di che si tratti: abbiamo litigato; ci è corso un po' di sangue; poteva esser peggio, ma in grazia di questi gentiluomini i miei nemici non hanno potuto mordermi; pertanto attendete con diligenza a far governare i cavalli; poi ordinate ai negri della stalla chiudano porte e finestre e le assicurino dentro con le stanghe traverse; voi chiudeteli nella stalla assicurandovi che in qualunque evento non possano uscire; con diligenza pari chiudete e sprangate tutte le porte e le finestre del piano terreno e del primo piano; traete dall'armeria cinque carabine di precisione a sei colpi, con le sacchette della munizione; provate e riprovate se si trovino in punto; due tenete per voi; le altre servono a questi signori e a me; sturate le feritoie e stieno allestite la contessa e la marchesa: andate. — Di voi altri, soggiunse volto ai negri, due stieno al servizio di questi signori; tu, Antonio, verrai meco; i tre che restano apparecchino la mensa e ammanniscano cena. Su presto, andate e procurate di rompermi stoviglie meno che potete.

Dopo questo discorso, i tre che dovevano attendere alla cena salutarono e partirono. I due negri addetti al servizio di Curio e di Filippo, precedendoli co' candelieri accesi, li condussero in due bellissime camere che davano sopra un cortile interno tutto piantato di spalliere di gelsomini volti a pergola, con una magnolia grandiflora, magnifica a vedersi, nel mezzo. I negri, per essere reverenti in atto, non procedevano meno risoluti e ratti, perchè, senza profferire parola, agguantati i nostri personaggi, in un attimo li spogliano, li inondano di acqua diaccia e di aceto; li stropicciano, prima con le spazzole, poi con le spugne; asciugati, li rivestono di tela bambagina odorosa; i nostri volevano rivestire i propri panni, ma i negri assolutamente impedirono, dicendo che i panni loro dovevano prima asciugare del sudore onde erano pregni, e dopo spolverarli e ripulirli; e poichè la ragione parve buona, si lasciarono fare in tutto e per tutto, sicchè in breve si sentirono ricreati.

In questa ecco l'ospite azzimato, anch'egli biancovestito, con varie strisce di drappo nero ingommato su la faccia, comparire nella stanza di Curio, attigua a quella di Filippo, il quale, dopo licenziato i negri, invitò gli ospiti a sedere, ed egli pure essendosi seduto così disse loro:

— Capisco, amici miei, che io devo esservi comparso uomo strano e bizzarro, mentre non vi ha cosa che tanto mi piaccia e mi garbi praticare quanto la semplicità: in breve vi chiarisco intorno alla mia condotta: se avessi sofferto lasciarvi questa notte a Columbus, ora sareste carne fredda o prossimi a diventarlo... e mi pare avervelo già detto... lo so... lo so, e me ne fido; giovanotto! non istate a tentennare il capo ghignando; fidato nella forza e nella animosità vostre, voi ne avreste ammazzati tre, quattro, ma all'ultimo avreste dovuto soccombere; per la medesima causa io vi ho fatto correre a scavezzacollo, timoroso che non c'inseguissero e non ci assalissero per via. Ora siamo salvi, ma, notatelo bene, non già sicuri da nuovi assalti, perchè la diversità che corre tra l'americano di razza inglese e l'americano di razza spagnuola è questa: l'americano anglo-sassone rifugge dai conti lunghi; liquida presto ogni cosa, amori, odi, merci, fondi rustici e urbani; ti fa la quitanza di una ferita come di una cambiale: la morte si salda da sè: paga l'oste, muta l'oste; tale la sua divisa; l'americano spagnuolo infila la vendetta come un paternostro di più al suo rosario, e lo recita la mattina e la sera, finchè non si sia vendicato. L'anima dello americano spagnuolo, voi lo sapete, è una società in accomandita costituita da tre soli azionisti, il prete, il filibustiere e la pelle rossa. Forse m'ingannerò, ma ci è caso che questa notte stessa vengano ad assaltarci i nostri elettori di Columbus, onde io mi sono armato di provvidenza per riceverli come si meritano.

— Voi lo temete?

— Anzi, pensandoci meglio, ne vado sicuro.

— A quale ora li aspettate? E in quanti giudicate che verranno?

— Verranno nell'ora che ci crederanno immersi nel sonno, e in maggior numero che potranno; pari in tutto alla pantera, che non conosce generosità, e quanto più l'è dato sbranare con sicurezza, tanto meglio per lei.

— E di quali forze possiamo disporre per difenderci?

— Poche, ma bastano e ne avanzeranno; in primis questa casa resiste a qualunque assalto; a nostro danno non possono adoperare altro che carabine e rivoltelle; essi combatteranno di fuori, noi per di dentro; essi scoperti, riparati ottimamente noi; sicchè li potremo ammazzare quasi a man salva; i combattenti dalla parte nostra sono meno di quelli che condusse in Grecia Serse: io, voi e i due peoni.

— O i negri?

— I negri non si vogliono adoperare, perchè facili a sgomentarsi e a fuggire: presso me ne tengo pochi impiegati nel servizio di casa; gli altri stanno su i poderi, o badano il bestiame; all'opposto i peoni idonei ai traffici, ai trasporti, alla ragioneria ed alla difesa; e però essendomi capitato di fare buon mercato, comprai quei due che avete visto in casa.

— Non ci capisco un'acca, riprese Curio; o come va che emancipate i neri e poi comprate i bianchi?

Il vecchio sorridendo rispose:

— Io vi chiarisco in quattro parole. Messicani o tessiani, in questo somiglievoli agli antichi germani, di cui ci narra Tacito, che disperati al giuoco, dopo perduto beni mobili e immobili, armi, cane, cavallo e donna, buttavano su per posta la propria libertà. Il messicano e il tessiano, quantunque capaci di tendere insidie alla vostra vita, osservano religiosamente il contratto che li fa schiavi altrui: onde ciò avvenga, la sua ragione ci ha da essere; mi basta così, senza che io mi pigli la gatta a pelare di rinvenire la causa di queste perpetue contradizioni umane. Qualche volta avviene che il peone, sebbene disposto a servire fedelmente, si trovi per l'acerbezza del padrone alla porta della pazienza co' sassi: allora di due cose l'una; gli preme o non gli preme la vita; se non gli preme, fende il cuore al padrone, e poco dopo è impiccato anche lui; ovvero gli preme, e chiamato il padrone in disparte tale gli favella succinto:

— Consiglio vostra signoria a vendermi senza perdere tempo, perchè l'avviso che, tenendomi presso di lei, prima che domenica arrivi io avrei pensato di tagliarle la gola.

Allora il padrone non si tiene le mani a cintola, si dà moto dintorno per disfarsi del peone come di cavallo che abbia il tiro secco. Da questo in fuori non ci è verso che uomini bianchi vengano a servirvi per salario; non li emancipo perchè ho bisogno di loro, ed affrancandoli non si fermerebbero meco nè anche un minuto; ma da loro non esigo lavori servili, li tratto co' riguardi che meritano; hanno mensa e stanza separate dagli altri; da me solo dipendono; non diffido, ma neppure mi addormento in grembo a loro, e fin qui li ho riscontrati puntuali. Quanto a coraggio non preme parlarne; mangerebbero il fuoco. Oltre queste difese che vi ho detto, avremo di rinforzo due signore, le quali fanno grazia accorrere in mio soccorso quando le chiamo; confido che anche voi le avrete a commendare per buone e per belle; io non le baratterei con le Camille, le Pantesilee, le Marfise antiche, nè con la moderna nostra Scannagatta; è provato che scendono da nobile sangue, onde noi chiamiamo una contessa e l'altra marchesa; qualora io le trovi cortesi secondo il consueto, e come non dubito, mi procurerò l'onore di presentarvele.

Curio e Filippo si guardarono in faccia confusi, dubitando che il cervello dell'ospite avesse preso di un tratto la via dei campi, ovvero li uccellasse, e stavano in procinto di chiedergliene spiegazione, quando comparve su la soglia della camera un peone, il quale con molto sussiego avvisò:

— Le vostre signorie sono servite.

Scesero tutti nel tinello, con mirabile eleganza addobbato e imbandito; dopo assettatisi a mensa l'ospite domandò agli ospiti:

— Piacevi, signori, che inviti la marchesa e la contessa?

— O signore, che dite mai? Noi l'avremo per grazia.

— Giacinto, Patricio, abbiate la compiacenza di condurre fin qua le nostre signore.

Curio e Filippo tenevano tesi gli sguardi sopra la porta donde erano scomparsi i due peoni, quando un ruggito formidabile li costrinse a voltarsi dal lato opposto, e videro da due postierle praticate nella parete sbucare fuori una pantera ed una orsa spaventevoli per mole e stupendamente belle. L'ospite avendole chiamate pei loro nomi, esse con segni manifesti di allegrezza si affrettarono a posargli il muso una su la coscia sinistra e l'altra su la destra; egli le brancicò, tirò loro le orecchie, i peli del muso, e con soddisfazione scambievole ricambiaronsi lezi e carezze; iterate tre volte e quattro le gentili accoglienze, l'ospite offerse all'orsa pannocchie di maiz abbrustolite, ch'ella parve gradire moltissimo, essendosi messa immediatamente a sgretolarle come se fossero cialdoni; alla pantera distribuì parecchie braciuole di montone, che ella accettò con gradimento punto minore.

Curio e Filippo sentirono loro malgrado pigliarsi da uno sgomento, che paura non si poteva dire, bensì un desiderio di mano in mano più intenso, che coteste belve se ne andassero pei fatti loro; ma l'ospite, dilettandosi dello imbarazzo dei nostri amici, vôlto ad essi con allegra faccia favellò:

— Signori, sembra che voi non siate usi a corteggiare dame, perchè a quest'ora voi non avreste mancato di offerire i vostri convenevoli a queste signore.

— Vi siete apposto alla prima: noi siamo vaghi di femmine come il cane delle mazze.

— Queste dame, quantunque non battezzate, sono use a rendere bene per male; quindi per insegnarvi carità e gentilezza verranno da voi a presentarvi i loro complimenti.

— Ci fareste grazia di avvisarle che oggi le dispensiamo; sarà per un'altra volta.

— Scortesi! Contessa, marchesa, consolatevi; chi non vi vuole, non vi merita; e poichè a trattenervi più oltre con questi villani la vostra dignità ci scapiterebbe, così v'invito a ritirarvi.

E preso un nerbo lo alzò per confermare le parole col cenno: le belve, capita la ragia, partirono brontolando; anzi l'orsa per vezzo ammiccò un pugno al padrone. Scomparse che furono, Curio non potè trattenersi dal domandare all'ospite:

— Ed ora, che capestreria è cotesta di tenervi con tanta domestichezza al fianco belve le quali in un estro di ferocia potrebbero sbranare voi o taluno della vostra famiglia?

— Le bestie, anche ferocissime, caro mio, quando non facciate loro penuriare il cibo e non le vessiate, amano vivere in pace con tutti, nè io me le tengo in casa per capestreria, bensì per bisogno. Voi avete a sapere che qui nel Texas costuma allevarci in casa orsi, pantere e leopardi, ma di questi meno, perchè sovente li proviamo codardi.[17] Chi sa che non abbiamo a vedere le bestie al cimento; allora giudicherete da per voi stessi che cosa sieno capaci di fare.

Sederono a mensa, dove i negri, sorvegliati da Giacinto e da Patricio, rigidi osservatori di ogni regola di governo della buona famiglia, ministrarono: comecchè apparisse piuttosto parca che copiosa la cena, e i commensali fossero sobri, tuttavia tanto presero diletto nei mutui ragionari, che produssero la notte alle tardissime ore; e già le stelle cadenti persuadevano al sonno, quando di un tratto la casa rintronò di spaventosi ruggiti, e subito comparve su l'uscio don Giacinto, armato di carabina, che disse:

— Signore! dallo strepito che fanno le canne di zucchero violentemente troncate arguisco che si accosta un branco di cavalli a corsa...

— E di cavalieri, aggiunse il padrone senza alterarsi nè moversi da tavola; don Patricio dov'è?

— Di sentinella a tramontana.

— Da cotesta parte non ci hanno porte, e gl'impostoni a piano sono chiusi e bene assicurati; pure riscontrate meglio; poi andate a terreno e appuntellate gli usci della porta maggiore e delle laterali. Dove avete ripiegato i neri?

— Nel dormentorio.

— Chiudeteceli a doppia chiave, chè se escono mettono per paura a scompiglio ogni cosa; sturate le feritoie alle sole tre finestre di sala; qui portate le armi da taglio e da tiro, e deponete tutto su questa tavola; spegnete i lumi, ma lasciate accese le lanterne sorde.

Il peone andò a fare l'officio; il vecchio continuava tranquillo:

— Non ci ha dubbio, e' sono i nostri amici di Columbus che vengono in forze a visitarci; se non arrivano in mille non sarà colpa loro; ma una trentina li aspetto; a loro danno noi gl'insegneremo che tal bue crede andare a pascere e poi va al macello.

Intanto cresce il fracasso, ed a giudicarne dal rovinio, avevano ad essere una gran frotta. I peoni tornano in sala, riferiscono eseguiti a capello i comandi; dispongono su la tavola armi e munizioni, sturano le feritoie, spengono i lumi. Ora bazza a chi tocca. Il vecchio si alza, prende una carabina a sei colpi e con suono metallico di voce comanda:

— La finestra di mezzo difendo solo; don Patricio, e voi, signor Filippo, compiacetevi appostarvi alle feritoie della finestra a manca; don Giacinto, signor Curio, facciano lo stesso a quelle di destra; veruno spari senza ordine mio. Giacinto, Patricio, le signorie vostre si sono obbligate senza restrizione a difendermi, ma caso mai la loro coscienza li rinfacciasse sostenere causa ingiusta, ovvero aborrissero da combattere i propri paesani, io li dispenso da pigliar parte nel combattimento.

— A vero dire, rispose don Patricio, io nacqui a Matamoros, e perciò fui e sono messicano; ma non rileva; ladroni giudico quelli che vengono ad assalirci, ed i ladroni, a mio parere, non hanno patria nel mondo.

— Sentenza di oro da legarsi in oro, soggiunse don Giacinto; con l'aiuto di Dio, della beata Vergine e dei santi Pietro e Paolo, noi li ammazzeremo come cani.

Dopo ciò tacquero: gli assalitori, supponendo che gli abitanti del ranchero dormissero la grossa, e nella fiducia di coglierli alla sprovvista, mano a mano si accostano, adoperano precauzione, scendono pianamente da cavallo e girano attorno alla casa per riconoscerla. Non si vedevano ma si sentivano giù a piè del muro tentare le porte; allora al vecchio parve bene mandarli a salutare, ed ordinò il fuoco. Cinque palle volarono a un punto, tre senza costrutto, ma due ebbero il debito recapito, a giudicarne da due stramazzoni per terra e da un diluvio di bestemmie. Gli assalitori scostaronsi, e addopatisi dietro il fusto degli alberi circostanti, quinci impresero un fuoco alla dirotta; gli assaliti barattavano tre pani per coppia: a giudicarne dai tiri simultanei, gli assalitori, se non arrivavano a cinquanta, meno di trenta non erano.

Il vecchio, sboglientita la prima furia, considerava e codesto mo' sprecarsi polvere e palle senza levare un ragnatelo dal buco, per la qual cosa ordinava cessassero il fuoco, tenessero le armi ammannite; egli voler vedere un po' che almanaccassero i nemici. Gli assalitori si valgono della tregua per consigliarsi su quanto era da fare; deliberarono lo incendio, a tal fine raccolgono mucchi di canne da zucchero, foglie secche, arbusti, e fattane catasta davanti la porta maggiore ci appiccano il fuoco: era loro disegno, appena la porta incendiata avesse concesso l'adito, entrare in casa e quivi mettere a ruba quanto capitasse loro alle mani; se poi questo non avessero potuto fare senza troppo pericolo, allora avrebbero lasciato abbruciare la casa con tutti quelli che ci erano dentro.

Il vecchio aguzzava la vista e lo udito, ma non veniva a capo d'indovinare quello che gli assalitori armeggiassero.

D'improvviso si illumina la scena, e al chiarore della manella di strame che porta accesa in mano, si scopre uno dei tre offensori del vecchio accostarsi alla catasta della legna e delle altre materie infiammabili per appiccarci il fuoco; non aveva ben finito di stendere il braccio, che passato fuor fuori da una palla in mezzo al petto cascò bocconi su la fiamma; i compagni tentarono tirarlo indietro e non riescono, perchè, bersagliati a man salva dalle feritoie, uno casca sopra l'altro traendo urli spaventevoli; il mucchio divampa, e i cadutici sopra, sentendosi scottare, non trovando altro aiuto si rotolano per iscostarsene, insanguinando di orribili strisce il terreno.

Allora la voce del vecchio, facendosi udire da capo, comanda:

— Don Giacinto, vada per la contessa e la meni alla postierla a sinistra giù a terreno; don Patricio, faccia lo stesso con la marchesa, appostandola alla postierla diritta; quando sentiranno il mio fischio aprano gli usci e le avventino contro gli assalitori; richiusi gli usci si compiaceranno ridursi nella sala di entratura per ricevere nuovi ordini.

Le belve, comecchè per ispiegar le ugne e insanguinare le labbra non avessero mestieri incitamento, pure i peoni innanzi di sguinzagliarle le inzigarono; da manca, da destra, con un gran salto esse cascarono addosso agli assalitori, e, poichè di cibo fossero sazie, non si fermavano a divorare, bensì guizzavano or qui, ora là, facendo sdruci con le granfie che parevano tagli di sciabola; dove addentavano portavano via ogni volta almeno una libbra di carne, nè ci era riparo, perchè investiti i ribaldi da terribilissimo urto, non si potevano reggere in piedi, e sternati non avevano schermo, nè le armi loro giovavano. Gli urli disperati, i ruggiti, gli omei e il suono strano di bramiti e di bestemmie di quel branco di bestie e di cristiani empivano il cuore di affanno: aggiungi il nitrire incessante dei cavalli atterriti, i quali tremavano, le orecchie tese appuntavano; irta la criniera, la coda diritta, tentavano sforzi maravigliosi per iscavezzarsi, o per rompere le briglie e fuggire: smanianti di paura, dalle froge aperte cacciavano fuori alito fumoso, negli occhi dilatati e reticolati di sangue roteavano la pupilla smarrita, con le zampe zappavano in furia il terreno, come se volessero scavare una fossa per nascondercisi dentro: insomma a nessuno riuscì abbonire il proprio cavallo, tanto da poterci saltare su in groppa e scappare; invece parecchi rimasero malconci dai morsi e dai calci; la più parte aveva spulezzato, ma una dozzina di assalitori teneva fermo nella speranza di vendicare ad un punto le vecchie ingiurie e le nuove.

Quando i peoni, data la via alle fiere, si condussero nella sala di entratura, ci trovarono il padrone ed i suoi amici; il padrone intanto aveva osservato dalle feritoie come i nemici, più impronti delle mosche, scacciati, tornassero caparbi alle offese; onde gli parve metter fine alla triste avventura, chè le cose lunghe diventano serpi; con questo intento favellò ai compagni:

— Orsù, lo indugio piglia vizio, perchè la fodera di ferro delle porte arroventandosi può agevolmente bruciare il legname che fascia e lasciare libero il passo; facciamo uniti una sortita e finiamo di ammazzare cotesti marrani scomunicati.

— Salvo vostro onore, don Giacinto si credè in debito avvertire, cotesti hidalghi non sono scomunicati, molto meno marrani, bensì cristiani battezzati come vostra signoria e come me; salvo sono cristianacci.

— Come le piace, don Giacinto; però gente da mettersi in quarti, e non sarebbe il loro avere.

— Sì signore, da ammazzarsi come serpenti a sonagli; chè se, sbalestrati nell'altro mondo, non riuscisse loro trovare la via del paradiso, la colpa non sarebbe nostra. Non le pare, padrone?

— Io mi dichiaro puntualmente del suo avviso, gli rispose il vecchio, che proseguì volgendo il discorso ai compagni: — don Patricio, aprite la porta di mezzo; — fuori di conserva, e dopo sparate le carabine diamo mano alle sciabole e scagliamoci su cotesti mar... voleva dire cristianacci.

Filippo, avendo udito quelle parole, pensò; a cui comanda non duole il capo; il tempo degli slanci è passato per me; io mi costituisco dietroguardia, per dare, dove occorra, il colpo di grazia, ovvero proteggere la ritirata.

La porta si spalanca e ne prorompono fuori gli assediati; il primo avviso furono quattro palle, che andarono a ficcarsi nelle carni degli assalitori; e poi addosso: al comparire che fecero all'improvviso costoro, gli altri non ressero, molto più che temerono restare oppressi dal numero; da per tutto vittoria, eccetto in un punto, dove la prospera fortuna ebbe a tornare in tristo lutto; ed ecco come: il vecchio, venuto all'aperto, s'imbatte in colui che l'aveva percosso nella faccia a Colombo e lo riconosce al chiarore della fiamma; acceso d'ira si avventa saltando e ruggendo come.... appunto come la pantera e l'orsa sue; però che l'uomo inferocito, se metti da parte il battesimo, ti apparirà tale e quale un orso o una pantera; onde io ho creduto sempre e credo che, dove le bestie feroci fossero insignite di questo sacramento, non ci sarebbe più ragione di escluderle in paradiso dalla compagnia di san Domenico o di santo Arbues; il primo santo tallito, il secondo novellino. Il tessiano, essendosi accorto a sua volta del vecchio colono, lo aspetta a piè fermo, quantunque per ripararsi dalla sciabola non gli sovvenissero altre armi dalla carabina (che aveva scarica) e dal coltello piegatoio in fuori. Il vecchio, mentre corre improvvido, incespica nei tronchi di canna di cui era ingombro il sentiero e stramazza; la sciabola nel tracollo gli schizza di mano; l'avversario in un attimo gli s'inginocchia sul petto e con la manca forte gli stringe la strozza; il vecchio tenta ogni via per levarglisi di sotto, dando degli strettoni o cercando voltolarsi; non riusciva.

Filippo, che rimasto fra le ombre vedeva il caso al chiarore del fuoco, spianò per bene la carabina, pigliando di mira il capo del tessiano; però a sparare si peritava: «Guai a me! ruminava nel suo pensiero, se ora mi capita pigliare due colombi ad una fava,» e questo diceva perchè nella baruffa i capi dei contendenti si toccavano e si confondevano. Il tessiano, sentendo che l'aveva a fare con uomo il quale, sebbene attempato, possedeva nervi di acciaio, dubitò potere da un punto all'altro essere messo di sotto, e poi cotesta storia doveva finire: per la quale cosa si cacciava la mano destra nella tasca laterale delle brache per cavarne fuori il coltello piegatoio; di vero lo cavò, ma chiuso: ora il punto stava nel poterlo aprire; la gola al caduto non avrebbe lasciata libera per tutto l'oro di California, e con la sola destra non riusciva a inastare la lama del coltello; si provò co' denti...

— Gua'! gua'! bisbiglia Filippo, il quale tutte queste cose attentamente considerava; qui non ci è tempo da perdere; chi ha paura delle passere non semina panico... prima che arriviamo a sovvenirlo, egli sarebbe spacciato... e la vendetta! Oh! la vendetta non resuscita... ecco... no... da bravo, Filippo... e sparò.

Il vecchio che, prossimo a soffocare, ormai aveva perduto la vista delle cose circostanti, con sua ineffabile contentezza sente di un tratto liberarsi la gola; un tepido lavacro gli bagna la faccia; il nemico, prosciolte le membra, gli rotola allato: solo lo molesta una puntura al sommo del petto; guardò, e vide il coltello che, caduto a piombo, gli aveva traforato le vesti e sforacchiato le carni. Filippo lo sovvenne a rimettersi in piedi, imperciocchè Maurizio si sentisse tutto rotto nella persona, e mentre si agguantava alla sua mano, egli le disse:

— Patriotto, io vi devo per la seconda volta la vita; avete fatto un tiro da Guglielmo Tell.

E Filippo a lui: — E' mi parrebbe bene ritirarci a casa, perchè questa guazza notturna per noi altri vecchi è peste.

— Voi dite unicamente; tra i nostri non ci è guaio?

— Sani e salvi.

— Bene; sto in pensiero per la marchesa e per la contessa.

— Oh! eccole là accucciate davanti alla porta di casa. Come il Signore, dopo avere lavorato, riposano.

— Che diavolo dite, Filippo? Dio, prima di riposarsi, creò...

— Ed esse distrussero, interruppe sempre acerbo Curio; ma fare e disfare è tutto un lavorare.

Rientrarono tutti in casa, eccetto i peoni, avendo chiesto ed ottenuto rimanersi fuori per soccorrere i feriti e confortare i moribondi.

Difatti don Patricio e don Giacinto, andando attorno, trovarono dieci morti e due moribondi; feriti nessuno, o perchè non ce ne fossero stati, o perchè i compagni presili sopra le spalle li avessero tratti con seco.

Don Giacinto, cattolico apostolico romano, quantunque nato in America, si adagia a canto al moribondo più prossimo, e così pietosamente gli favella:

Deo gratias. Vostra signoria non se la piglierà a male se io le dico per ispirito di carità che ella mi sembra assai prossima a levare l'àncora per l'altro mondo.

— Così sembra anche a me; — rispose l'altro, il quale più che dalla bocca respirava da uno squarcio che aveva al sommo del petto.

— Se vostra signoria desiderasse provvedersi di una bussola per dirigersi con sicurezza in luogo di salute, io sarei al caso di contentarla.

— Magari! E dove l'ha questa bussola?

— Io gliela profferisco nel santissimo sacramento della confessione.

— Scusi! O ch'è prete lei?

— Prete... prete veramente non mi posso vantare, ma una volta ebbi gli ordini sacri minori, fra i quali, vostra signoria sa, entra l'esorcista; ond'è che io non penso peccare di presunzione se, facultato a cacciar via i demoni coll'acqua benedetta, mi giudichi altresì capace di salvare vostra signoria da casa del diavolo in grazia della confessione.

— Ecco, a dirgliela come la penso, questo punto non mi è chiaro.

— Che diavolo dice? Si vede bene che la morte imminente la fa vagellare. Facendo vostra signoria professione di religione cattolica, apostolica...

— E romana.

— E romana, deve sapere che ogni uomo, in caso di necessità, è buono a confessare, la quale confessione poi salva di certo il penitente, purchè compreso da attrizione, ch'è in certo modo l'essenza della contrizione.

— Sicuro; mi ricordo benissimo averlo letto nel trattato dei sacramenti del padre Ribadeneira, ed anche ho udito quando il curato spiegava il Vangelo alla messa... Avrebbe vostra signoria da favorirmi un sigaro?

— Si signore.

— Ora mi sia cortese di accenderlo e mettermelo in bocca; mentre vostra signoria mi ammonirà, io mi svagherò a fumare.

Don Giacinto, quantunque la faccenda non gli paresse affatto canonica, accese un sigaro, e dopo provato lo insinuò fra i denti del moribondo: in seguito, postosi in atto di ascoltare, favellò:

— E ora su da bravo, incominci.

Il sigaro ritto mandava fuori dalla cima un filo di fumo, in grazia dell'arsione spontanea del tabacco: al moribondo non era riescito cavarne però fuori una boccata; per lieve fosse lo sforzo che aveva fatto, bastò a menargli fuori l'anima dal petto; della quale cosa don Giacinto essendosi accorto, si volse al compagno dicendo:

— Don Patricio, in che termini si trova col suo moribondo?

— Sembra ch'egli sia in alto mare; non risponde.

— Allora, considerato quello che deve considerarsi, mi permetterei consigliare a vostra signoria andarcene a bere un gotto di rhum e a dormire?

— Vostra signoria è il buon senso nato e sputato; così opino anche io.

Però il tessiano non era mica morto; fingeva esserlo, per levarsi il fastidio d'attorno: appena i signori servi ebbero voltato le spalle, costui carponi si accostava al morto, e levatogli il sigaro di bocca se lo metteva nella propria fumando tranquillamente.

A giudicarne da quello che videro la mattina seguente, la vita gli era bastata a fumarne mezzo; e morto non l'aveva lasciato: pari all'eroe caduto in battaglia con l'arme in mano, egli col sigaro stretto fra i denti sfida la morte.