Capitolo Quinto.
La mediocrità politica e letteraria.

Scadimento del genio nazionale.

Alla vigilia della rivoluzione, che doveva finalmente ricostituire l'Italia, il genio nazionale sembrava oscurarsi.

L'immenso moto di studi cominciato col secolo si era rallentato dopo gli ultimi disastri politici. La maggior parte dei grandi scrittori erano morti o ritirati dalla lotta: l'originalità si faceva più scarsa. Una specie di stanchezza prostrava il pensiero italiano. Le passioni consunte dalle rivoluzioni infelici del '21, del '31 e del '48, o assorbite dalle estreme sanguinose avventure delle cospirazioni, non animavano più i libri: un maggiore contatto colle nazioni, che tenevano in Europa il campo intellettuale, sembrava avere scoraggiato la produzione dello spirito nazionale. Al vecchio orgoglio scolastico, che ci faceva credere ancora i maggiorenti della civiltà colla gloria insuperata delle antiche opere, era succeduta una tacita disistima delle nostre cose presenti: si cominciava a comprendere come nell'immenso lavoro del pensiero europeo, fecondante ancora tutto il mondo, la nostra parte fosse secondaria. Nemmeno l'ammirabile sforzo tentato con sì ricca concordia d'ingegni e di risultati al principio del secolo era bastato per rimetterci a paro colla Francia, coll'Inghilterra e colla Germania.

La letteratura francese restava al disopra della nostra, la filosofia tedesca era diventata universale mentre l'italiana non aveva potuto passare le Alpi, lo sviluppo delle scienze presso di noi non resisteva al confronto della loro prodigiosa espansione in Inghilterra. Malgrado ogni vanteria, bisognava confessare che Manzoni non valeva Victor Hugo, che Gioberti e Rosmini non bastavano contro Hegel e Schelling, che quasi tutte le più meravigliose scoperte ci venivano dall'estero. L'Italia non aveva e non avrebbe uno scienziato da opporre a Darwin.

Ma Alessandro Manzoni ancora giovane si era arrestato sul culmine della propria parabola per non abbassarsi discendendola, e taceva da oltre vent'anni; Gioberti era morto povero ed esule a Parigi; Rosmini si era spento nel silenzio tranquillo di un lago, e le loro due scuole filosofiche non avevano illustri scolari che le diffondessero come le scuole tedesche; Niccolini, ritirato dal teatro, cercava l'oblio tracciando una storia di casa sveva; Giusti dormiva per sempre fra gli oliveti di Monsummano; Berchet, rimbambito dalla vecchiaia, si era pentito delle proprie canzoni di rivolta per diventare senatore piemontese; Guerrazzi si ostinava ancora nei romanzi, ma la sua arte si guastava ogni giorno più nell'artificio, e delle irresistibili passioni di un tempo non gli restava più che l'abitudine del gesto e dell'accento; Rossini, il Napoleone della musica e di lui non meno egoista, viveva a Parigi ammutolito da quasi trent'anni, non ascoltando più che il coro instancabile delle proprie lodi ripercosso dagli echi di tutte le contrade d'Europa; Bellini, il suo giovane rivale, era scomparso come una di quelle comete, che illuminano per poche notti tutta una zona di cielo; Donizetti era stato soffocato dalla follìa. Qualcuno della fortissima generazione lottava ancora, ma non poteva al di là del grande periodo già consunto ottenere dalle nuove lotte altre vittorie. Cesare Cantù, prodigioso di attività, dopo compita la Storia Universale, ne accumulava altre gettandosi su tutti gli argomenti, riordinando archivi, superando Lodovico Muratori nell'opera, e nullameno non oltrepassando mai i confini del proprio sistema e non ricorreggendo mai il proprio metodo. Egli camminava sempre, mentre le scienze storiche progredivano altrove. La grande scuola neo-guelfa finiva in lui.

Le nuove scuole.

Ora nella filosofia tenevano il campo Terenzio Mamiani e Silvestro Centofanti, l'uno piuttosto un letterato e l'altro un erudito della stessa; Ausonio Franchi e Giuseppe Ferrari, quegli un critico e questi uno scettico, esprimevano meglio nel razionalismo la tendenza delle nuove generazioni; Carlo Cattaneo aspirava al positivismo senza raggiungere in esso nè la grande scuola francese del Comte, nè l'altra inglese anche più importante dello Spencer. A Napoli Augusto Vera, il maggior scolaro di Hegel, il maggior filosofo del secolo, aveva importato un sistema d'idealismo che doveva nella propria breve durata produrre molti frutti, ma del quale allora non vedevasi ancora il lustro. Nella poesia lottavano Giovanni Prati ed Aleardo Aleardi, lirici entrambi, più colorito e di maggior volo il primo, elegiaco e disadorno il secondo; ma in essi la passione di patria non era più che un tema di arte: il soffio di Manzoni, l'ira di Berchet, l'impeto di Niccolini non davano più al loro verso quella irresistibile potenza di attrazione che accomuna le anime e le infiamma. Prati, dopo aver elogiato Carlo Alberto, seguitava a blandire il Piemonte, cantandone i re come un bardo antico; Aleardi, in canzoni piuttosto scritte in prosa rimata che in verso, aveva gemuto sui supplizi di Mantova, e ripreparava qualche mite invettiva contro Pio IX; Giuseppe Mazzini nei proclami, negli appelli e nelle lettere era il solo poeta di patria.

Alla satira di Giusti, sempre amara anche nello scherzo, sibilante e sferzante sulle anime, seguivano ora nel teatro le declamazioni rettoriche di Paolo Ferrari, cui una innegabile vena comica aveva dato la primazia su tutti i commediografi italiani. Nullameno l'Italia anche dopo di lui doveva restare come prima senza vera commedia. Il dramma storico cresciuto come un magro pollone dalla grande tragedia del Niccolini e del Manzoni, erudito nel Revere e melodrammatico col Marenco, tentando indarno di rinnovare le profonde emozioni dell'Adelchi e dell'Arnaldo, scivolava dai massimi teatri alle arene divertendone le platee, senza appassionare le piazze. Nel romanzo solo il Rovani era riuscito a farsi un nome onorevole, derivando dal Manzoni sino a predicarlo maestro supremo, e non pertanto rimanendo a lui inferiore così nell'arte che nell'ardore patriottico: classici e romantici sembravano colpiti dalla stessa decadenza. Superstite letterato della scuola guelfa, il padre Bresciani gesuita bamboleggiava con servile pedanteria nella vanità delle parole insultando a tutte le tragiche glorie della rivoluzione con romanzi, nei quali la goffaggine dell'arte era pari alla miseria del pensiero e alla ribalderia delle intenzioni.

Nella pittura Ussi, che doveva brillare per poi eclissarsi, e Morelli, che vi resterà nella gloria di massimo riformatore moderno, non erano ancor celebri: Bartolini, ultimo grande scultore italiano, era morto, e il Duprè e il Vela, contendendosi già il suo posto, non vi recavano coll'amore dell'arte quell'intrattabile passione di patria, che aveva costretto Calamatta, l'insuperabile incisore, ad esulare da Roma dopo averla difesa con Garibaldi contro i francesi. Duprè era ancora un neo-guelfo, che nell'obbedienza di cattolico al papa comprendeva anche la soggezione di suddito al granduca Leopoldo; mentre Vela, inspirandosi alla rivoluzione del quarantotto, aveva già scolpito nello Spartaco l'irresistibile sforzo dello schiavo che frange le catene; e Ussi invece doveva attendere il trionfo di quella del cinquantanove per esporre nella cacciata del duca d'Atene un fasto dell'antico comune fiorentino.

Solo nelle musiche di Giuseppe Verdi fremevano ancora le tempeste, dalle quali era stata sconvolta la prosa di Guerrazzi e disordinata la lirica di Niccolini. Povero ed austero contadino di Busseto, egli aveva sempre ricusato gl'inviti della duchessa di Parma e scriveva indifferentemente melodrammi su qualunque soggetto, esprimendo nello scoppio di affetti fulminei il supremo disordine delle passioni rivoluzionarie, che insanguinavano ancora l'Italia. Il suo genio intermittente e scomposto, inferiore e nullameno così simile a quello di Victor Hugo, il suo carattere burbero e malinconico, il bisogno in lui irrefrenabile di situazioni sempre eccessive, mentre sembravano classificarlo fra la decadenza dei romantici, lo rendevano il più sospettato ed amato autore popolare. Con lui solo s'infiammavano i teatri e prorompevano a dimostrazioni politiche: nella frenesia delle sue frasi di odio e di amore l'anima nazionale tornava a fremere d'entusiasmo, salendo dalle emozioni della scena a quelle della vita.

Nonpertanto il melodramma italiano, recato sullo scorcio del 1830 ad insperata altezza da Rossini e da Bellini, discendeva con Verdi la parabola del proprio sviluppo: quelli rimanevano insuperati e conservavano all'Italia la gloria di avere una ultima volta dominato tutto il mondo coll'arte; questi non bastava solo a mantenere il campo contro i nuovi campioni della scuola tedesca. Meyerbeer lo vinceva per abilità di maniera, Wagner lo eclissava per splendore di genio.

La mediocrità del pensiero italiano appariva manifesta. Però in essa si venivano sperimentando tutte quelle qualità di azione necessarie al ricostituimento di un paese, che, liberandosi per concorso di aiuti stranieri, si sarebbe all'indomani della propria emancipazione abbattuto ad un incalcolabile numero di problemi sociali. Se i pensatori scemavano, crescevano i politici, mentre le letterature decadevano si diffondevano le scienze, all'entusiasmo delle ribellioni subentrava la coscienza della disciplina, alla originalità della produzione un mirabile ed universale lavoro di assimilazione. Nei giornali così poveri ed assurdi di rettorica, prima e durante la rivoluzione del quarantotto, si discuteva adesso con abilità e con dottrina la politica quotidiana; si spropositava molto meno di diritto costituzionale ed amministrativo; le idee economiche e finanziarie, una volta patrimonio di pochi dotti ignorati o separati dal popolo, discendevano nel dibattito comune come alla riprova della propria verità. L'economia politica italiana, che dopo le opere del Gioia e del Pecchio non aveva avuto altri celebri saggi che quelli storici del Cibrario e il trattato di Pellegrino Rossi, abbondava di cultori: Marco Minghetti ne scriveva le Attinenze colla Morale e il Diritto; lo Scialoja, il Boccardo, l'Arrivabene, poi il Correnti e il Maestri negli Annali di statistica, moltiplicavano studi, monografie, manuali. Innanzi a tutti loro il Ferrara dirigeva a Torino una raccolta di economisti stranieri riassumendone il pensiero in ammirabili prefazioni, sovente più preziose delle loro opere stesse; ma nemmeno nell'economia politica il pensiero italiano, sorpassando un'eclettismo di assimilazioni, arrivava alla produzione di un sistema originale. Invece cresceva negli uomini politici, coll'esempio di Cavour improvvisatosi finanziere, la capacità delle più difficili gestioni amministrative. Mentre la filosofia si oscurava nel tramonto quasi simultaneo de' suoi due astri maggiori, la giurisprudenza come scienza più affine alla politica aumentava mirabilmente di lustro: a Napoli, a Torino, a Firenze fiorivano scuole di diritto, tutte abbastanza forti per contendersi il primato e lottare colle migliori scuole straniere: fra esse giganteggiava a Pisa Francesco Carrara, forse il maggiore criminalista del secolo.

La cultura intellettuale si diffondeva rapidamente nella cresciuta facilità della stampa e del commercio; a Capolago illustri esuli editavano una biblioteca delle migliori opere letterarie e scientifiche con intendimenti patriottici; il Piemonte riboccante di professori e di professionisti fuorusciti era diventato un potente centro di irradiazione civile; l'influenza delle letterature estere era tale da compromettere persino le indigene tradizioni letterarie. Carlo Cattaneo preparava nel Politecnico immensi materiali di scienza, agitando con rara competenza le più moderne e difficili questioni; Stefano Jacini dava all'agricoltura un valore politico e sociale prima piuttosto oscurato che rivelato da' suoi problemi tecnici; Pacini, prevenendo Koch di trent'anni, fondava incompreso la bacteriologia; Miola puniva l'egoismo di Segato, morto col proprio segreto di petrificazione di cadaveri, trovando il modo di metallizzarli; Piatti inventava la perforatrice per sventrare le montagne dinanzi alle locomotive; Ascoli, ereditando l'ingegno del giovine Filosseno, rialzava vigorosamente gli studi linguistici; il Negri succeduto al Marmocchi sosteneva l'onore della geografia italiana. Da Napoli Ruggero Bonghi, Francesco De Sanctis e Luigi Settembrini rinnovavano la critica letteraria nella decadenza della letteratura. A Venezia Pietro Selvatico, ricco e voltabile ingegno, apriva e chiudeva sempre nuove prospettive nell'estetica e nella critica delle arti, quasi subendo nella perplessità del proprio metodo quell'incertezza politica, onde si confondeva nelle coscienze il problema italiano. Entro le storie degli ultimi avvenimenti fremevano ancora le sdegnose polemiche dell'azione: Cattaneo, Anelli, La Farina, vi conservavano nell'asprezza republicana il rancore dei vinti; il Tosti procedeva classicamente nei lavori di storia ecclesiastica; Mauro Macchi, amabile per mite stoicismo, scriveva con moderno sentimento democratico quella dei Dieci di Venezia; più elegante di forma, vasto d'erudizione e potente di vero ingegno letterario Atto Vannucci, rivaleggiando col Troya e col Micali, ricostruiva la Storia antica d'Italia. Alto sullo scoglio di San Marino il Borghesi scopriva a Teodoro Mommsen i più reconditi segreti della numismatica, confortando così l'Italia della perdita recente del Canina. Ma nella filosofia della storia, che, fondata oscuramente a Napoli dal Vico, era poi tanto cresciuta in Germania e in Francia, creando metodo e scienza storica, solo Giuseppe Ferrari si mostrava grande. Con ingegno multiplo ed originale passando dalla Filosofia della Rivoluzione alle Rivoluzioni d'Italia, vi contava tutte quelle della storia medioevale e ne tracciava la direzione, ne scrutava le leggi dinamiche, ne divideva i periodi, ne scandeva il ritmo: quindi dalle pulsazioni delle rivoluzioni italiane costretto al calcolo dell'intero circolo europeo, accordava con mirabile sintesi le rivoluzioni d'Europa a quelle d'Italia per riscontrarle più tardi con quelle della China, e dettare moribondo in una Nuova Teoria dei Periodi Politici i teoremi fondamentali di una matematica storica. Ma queste creazioni del suo genio, ammirate in Europa, erano allora pressochè sconosciute in Italia, della quale trascendeva lo spirito, così da fallare, malgrado una chiaroveggenza meravigliosa, le necessità del suo attuale periodo rivoluzionario. Perfino Mazzini e Cavour, quegli coll'anima sempre schiusa a tutte le grandezze patrie, questi tanto sagace nell'indovinare ogni forza nazionale, ignoravano la suprema importanza di Ferrari rimasto solo in Europa a sostenere l'originalità del pensiero italiano.

Ed era anche questa una caratteristica del momento.

La mediocrità politica e letteraria risultava da quelle stesse condizioni spirituali, che rendevano impossibile all'Italia il trionfo della rivoluzione colle sole sue forze. L'egemonia conquistatrice del Piemonte provava l'insufficienza del principio democratico; la politica angustamente piemontese di Cavour tradiva la debolezza del principio monarchico: nessuno dei due principii poteva ricostituire l'Italia, atteggiandola sinceramente nella propria forma. Il popolo da schiavo dello straniero non doveva mutarsi tutto al più che in suddito di un re nazionale, giacchè preferiva l'indipendenza alla libertà e una qualunque unificazione politica alla propria unità democratica. Ma anche in tale sua dolorosa condizione brillavano le qualità di quel genio, che non lo aveva mai abbandonato per una storia di quasi tremila anni; l'Europa non aveva politico più abile del conte di Cavour, apostolo più efficace di Mazzini, eroe più moderno di Garibaldi. L'inerzia del popolo, facilmente spiegabile cogli ultimi secoli della sua vita, era mirabilmente compensata dall'iniziativa dei pochi che riassumevano la sua coscienza.

Quindi l'instancabile accanimento di Mazzini alle rivolte forniva materia alla politica di Cavour per convincere l'Europa a cacciare l'Austria dall'Italia e a stabilirvi un forte regno costituzionale come argine contro le violenze della rivoluzione. Se Mazzini non avesse mantenuta l'agitazione rivoluzionaria, sarebbe stata impossibile la politica estera piemontese. Solo nella mediocrità letteraria e politica potevano accordarsi le antinomie delle tradizioni e delle rivoluzioni italiane per fondersi nel costituzionalismo dei Savoia: un crescendo di pensieri e di passioni dopo il disastro del quarantotto avrebbe necessariamente condotto ad una republica vincitrice della monarchia, del papato e dell'Austria colle sole forze popolari.

Invece la storia aveva affidato alla Francia il compito di affrettare aiutando l'una e combattendo l'altra, le due massime nazionalità d'Italia e di Germania.

E in questa mediocrità politica e letteraria, che armonizzava, esaurendole, le grandi idee rivali della monarchia e della democrazia, della federazione e dell'unità, per creare un regno a base plebiscitaria con conquiste regie e popolari, la rivoluzione non aveva ancora che volontari politici e militari. L'immensa massa del popolo rimaneva estranea, se non ostile. Però in questi volontari, piuttosto conquistatori che rappresentanti della nazione, si fondevano mirabilmente le più disparate qualità: cospiratori, soldati, parlamentari, letterati, spesso avventurieri, gettati dalle vicende della vita attraverso drammi inesauribili, avevano esperimentato tutti i partiti, ceduto a tutte le illusioni, imparato tutti i tradimenti: erano scettici ed ancora capaci d'entusiasmi, abbastanza moderni per non credere più che alla sovranità popolare e nullameno troppo pratici per non servirsi ancora di un re; fisi all'interesse nazionale credevano indifferentemente a tutti i sistemi, amavano sopra ogni cosa la patria, e non volevano rivoluzionarvi niente al di là del necessario. La mediocrità spirituale permetteva loro di agire in un accordo indefinibile, con transazioni sempre giustificabili, e con evoluzioni sicure.

La fede al Piemonte era divenuta dogma politico, come dieci anni prima quella in Pio IX.

Nessuno tradiva più, mutava: non si era più veramente di alcun partito, ma italiano; l'interesse più immediato si riconosceva per il più giusto, il risultato momentaneamente più utile diventava il maggiore. Non vi era tempo a grandi pensieri. Si abbandonava ogni costruzione sistematica per costruire davvero: ai pensatori dovevano succedere gli uomini pratici. Bisognava conservare il fuoco rivoluzionario senza abbruciarsi alle sue vampe o accecarsi al suo fumo. Invece delle tragiche passioni, già inspiranti capolavori e martirii, cresceva un fermento nella moltitudine, che la disponeva a nuove cose. Nello scadimento dell'arte vi si moltiplicavano i soggetti patriottici, che, mediocri, divenivano più accessibili e quindi più efficaci.

Siccome ogni provincia italiana aveva deputati o ministri al parlamento piemontese, il governo nazionale era già tacitamente ed anticipatamente stabilito. Fra gli illustri, che allora vi brillavano, Luigi Carlo Farini vi era l'uno e l'altro, e doveva per l'indole dello spirito e le vicende della vita rimanere forse il migliore rappresentante di questa mediocrità politica e letteraria, così fatalmente indispensabile alla costituzione del regno italiano.

Luigi Carlo Farini.

Molti lo superavano d'ingegno e di carattere, nessuno riassumeva in se medesimo tante opposte qualità. La sua vita non ancora insigne aveva nullameno acquistato un'alta importanza. Colla foga di un temperamento romagnolo egli aveva cominciato tempestando patriotticamente all'università di Bologna, attirandosi sul capo sospetti ed ammonizioni; quindi n'era uscito medico piuttosto di mestiere che di dottrina. Una baldanza passionata lo traeva alla politica, una inguaribile vanità del pensiero lo faceva sognare di letteratura. Sulle prime divenuto naturalmente mazziniano predicava stragi nelle conventicole segrete con fanatismo giacobino: ma il misticismo religioso e l'elevatezza filosofica del mazzinianismo lo stancarono presto. Il suo carattere focoso e volubile non gli permetteva le resistenze sistematiche ed eroiche di un partito, nel quale nessuna eresia era consentita e dal quale non si potevano aspettare trionfi. Quindi disertò.

Come letterato subiva le tradizioni pedantescamente classiche della scuola romagnola, arzigogolando nello stile senza nè esperienza di lingua nè gusto d'arte: come cospiratore aveva la veemenza rettorica dell'oratore e la prudenza forse anche troppo remissiva di quei capi del '31, che procrastinavano sempre il giorno della rivolta e transigevano ad ogni passo sul programma e sui fatti. Benchè romagnolo, mancava di fierezza: quindi, staccandosi da Mazzini per schierarsi fra i riformisti, l'ardore naturale del suo carattere dovette agghiacciarsi sino a mutarlo in moderato intransigente. Pei moti romagnoli del 1845 scrisse un Manifesto delle popolazioni dello stato romano ai principi e ai popoli d'Europa, vantandovi la sudditanza al Santo Padre e chiedendo le solite riforme; ma il manifesto non ebbe maggiore espansione della stessa insurrezione con bandiera bianca e finita senza sangue. L'antico mazziniano aveva tutto rinnegato.

Poco dopo, l'utopia costituzionale del papato lo trasse a Roma segretario di ministero e diplomatico. Come tutti i riformisti credette al sogno di Mamiani e di Rossi: fu in Parlamento della fazione moderata, che naturalmente presto sorpassata dovette ritirarsi; difese Pio IX, non capì nulla del problema politico del momento, non indovinò il significato di una republica romana, giudicò opera feroce ed insensata di sètte la caduta del potere temporale, ma imparò rapidamente i modi parlamentari, ebbe pronto discernimento per le più difficili pratiche e il coraggio di resistere alle opinioni plateali: rimase suddito pontificio, federalista abbastanza cattolico ed inflessibilmente monarchico, ammiratore incondizionato di Carlo Alberto.

In lui il rivoluzionario si arginava volontariamente ed inconsciamente nell'uomo di governo.

Infatti, esule a Torino, cadde nell'orbita del conte di Cavour a lui simile benchè troppo maggiore di attitudini, che col costituzionalismo piemontese lo guarì istantaneamente del costituzionalismo pontificio. Così all'egemonia del papa Farini potè sostituire quella di Vittorio Emanuele, e correggere con essa il concetto della federazione nel disegno di una unificazione per annessioni e conquiste, fanatizzandosi della monarchia savoiarda per odio di convertito contro la republica e per saldo convincimento di uomo di governo, che della republica romana aveva colto solo le incongruenze.

Quindi improvvisò in quei primi ozii forzati una Storia dello Stato romano dal 1814 al 1850, nella quale si ripercossero tutte le oscillazioni del suo pensiero sprovvisto egualmente di principii filosofici e di sistema politico. Nella prima parte vi critica blandamente, ma onestamente il regime romano; nella seconda si accanisce contro la republica e più contro Mazzini, del quale afferra benissimo gli errori pratici senza comprenderne nè il genio nè l'eroismo. Ma sicuro entro la compagine di un governo liberale e regolare, si lascia presto riprendere dalla foga rivoluzionaria: alzato da Cavour al ministero vi fa buona prova, lavora segretamente col grande ministro, ne diventa il consigliere più audace, rannoda alla sua politica gli antichi cospiratori e riformisti romagnoli, sostiene la spedizione di Crimea, dirige la campagna contro i mazziniani, trova in se stesso un tesoro di patriottismo contro tutti i tiranni d'Italia, compreso il papa così rispettosamente trattato nella propria storia. Non si eleva mai, ma si raffina; è secondario nell'ingegno e autoritario nel carattere. Dimenticando facilmente le opinioni passate, agisce sempre colla massima forza nelle presenti; ama la scienza di governo, e vuole essere fra coloro che comandano. La sua vanità si balocca puerilmente colle decorazioni.

Nel gruppo subalterno dei fuorusciti politici stretti intorno a Cavour, Farini è quello che ha maggiore energia: il mazzinianismo della prima gioventù gli giova ora nella virilità, mentre la scaltrezza di governo lo rende scettico sui mezzi e l'egoismo della volontà lo tempra alle più difficili responsabilità della dittatura. Egli romagnolo deve essere rivoluzionario per emancipare le Romagne: quindi il problema dell'unificazione gli si dilata involontariamente oltre il disegno di Cavour. Infatti lo vedremo fra poco dittatore a Modena, sollevatasi ad incruenta rivoluzione cacciando il proprio duca dopo le vittorie sardo-franche nella Lombardia, rompere il trattato di Villafranca che arresta la liberazione d'Italia e spingere alle annessioni col Piemonte, contro la stessa volontà sbigottita di questo. Farini dittatore e rivoluzionario sarà allora la più composita e brillante figura d'Italia. Fervido di furberia e di vanità, passando da Modena a Parma e a Bologna, dopo avervi improvvisato un governo dell'Emilia, vorrà fonderlo colla Toscana per avervi un'ora di regno e assicurare almeno un nuovo stato centrale all'Italia, se mai la Francia negasse risolutamente al Piemonte di annettersi queste provincie; ma Bettino Ricasoli con maggiore sagacia politica e volere più freddamente tenace gli si opporrà. Poi, compite le annessioni e ritornato Cavour al potere, Farini sarà, come il suo grande capitano, spaventato delle iniziative garibaldine: osteggerà la spedizione dei Mille, contrasterà a Garibaldi il passaggio sul continente e la marcia su Napoli. E quando tutto il napoletano sarà conquistato, e per riprenderlo a Garibaldi perchè Mazzini non vi tenti una republica, Cavour si aprirà audacemente il passo attraverso lo stato pontificio, Farini resterà ancora il suo più temerario consigliere, redigerà la lettera a Napoleone III, annunziandogli di marciare contro Garibaldi per sottrarre il Napoletano all'anarchia delle bande rosse; finalmente, mandato dittatore a Napoli, v'improvviserà il governo nazionale.

Alla morte di Cavour Farini dominerà momentaneamente fra gli eredi più influenti della sua politica, finchè, sorpreso dalla pazzia, morirà giovane ancora, povero, avendo vissuto una vita di cospirazioni, di parlamenti, di esigli, essendo stato medico, ministro, dittatore, avendo creduto a Mazzini e a Cavour, a Pio IX e a Vittorio Emanuele, alla federazione e all'unità: diplomatico, letterato di medicina e di storia, capace come a Modena di rompere un trattato europeo riunendo le due tesi di Cavour e di Mazzini, abbastanza abile come nell'Emilia per stabilirvi pressochè da solo un governo; a volta a volta rivoluzionario e conservatore, colla vanità di un pervenuto nell'onestà di un patriotta, e colle più difficili qualità di un mediocre in un'anima potente d'improvvise e grandi iniziative.

La sua generazione era così.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (neoguelfi/neo-guelfi, follia/follìa, piane/pïane e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.