Capitolo Quarto.
Giuseppe Mazzini e la Giovine Italia

La rivoluzione dell'Italia centrale nel 1831, chiudendo il periodo dei tentativi regionali iniziato coi moti del '20 e del '21, aperse l'altro più fecondo del federalismo e dell'unità. Questa ebbe a campione Giuseppe Mazzini, del quale l'apparizione politica colla lettera anonima indirizzata a Carlo Alberto fu come uno scoppio di fulmine nell'atmosfera torbida della vita italiana, che diradandola lasciò vedere nell'avvenire un'idea precisa.

Niuno prima lo conosceva; all'indomani era già celebre.

La sua prima ed incancellabile impressione di fanciullo era stata l'esodo dei rivoluzionari vinti nel 1821; nel 1828 fondava un giornale letterario a Genova sua patria, l'Indicatore Genovese; soppresso questo, l'anno dopo con Guerrazzi e con Bini ritentava a Livorno l'Indicatore Livornese, agitandovi, fra questioni letterarie che rivelavano già una critica superiore, idee politiche incredibili di temerità e di precisione. Incarcerato alla rivoluzione di luglio con altri liberali come reo di carbonarismo, e lo era, quindi esigliato per sempre, riparava a Marsiglia. La continua pensierosità e il pallore, che lo avevano reso sospetto al governatore genovese Venanson, esercitavano sino d'allora uno strano fascino su quanti lo conoscevano. Quindi la fallita rivoluzione dell'Italia centrale lo rivela a se medesimo: l'Austria aveva già occupato metà della penisola, il governo papale, protetto da essa, si abbandonava a feroci reazioni, la Francia di Luigi Filippo tradita tradiva: gli italiani disperavano per l'ultima volta. Il momento è ineffabilmente tragico; a Torino, a Milano, a Modena, a Firenze, a Napoli il dispotismo si rialza spavaldo nella coscienza di essere invincibile; la forza morale dell'idea soccombe alla violenza brutale dei fatti. I più lucidi intelletti si abbuiano, i più forti cuori si accasciano. La carboneria esaurita nel ridicolo di tre sconfitte si disperde negli esigli, offrendo a popoli più capaci d'insorgere i più intrepidi fra i propri cospiratori; dalle corti nessuna lusinga di riforme costituzionali, nessuna possibilità di accordo federativo contro lo straniero. La bandiera nazionale, difesa strenuamente a Rimini dall'ultimo pugno di ribelli, è rimasta sotto un mucchio di cadaveri, lenzuolo troppo breve e non abbastanza glorioso per salvarli dalla ferocia del vincitore e dall'ironia del popolo educato al codardo rispetto di ogni tiranno.

Quindi Mazzini, afferrandola improvvisamente, la sbatte sul volto dei moderati, che l'avevano lasciata cadere nel fango, a Parma, a Modena, a Bologna, ad Ancona: si separa dalla carboneria, e solo, senz'altra autorità che la propria coscienza, altra forza che il proprio genio, sconosciuto a tutti, tratta quasi minaccioso con Carlo Alberto, nuovo re e vecchio traditore, gettandogli il perdono e la corona d'Italia, se la purghi dai despoti indigeni e stranieri; si rivolge alla sconosciuta gioventù, che educata fra il disastro di due rivoluzioni, vergine ed incolpevole, può sola ripararvi col trionfo di una terza. Le nuove persecuzioni che esasperano ogni onesta coscienza, e l'emigrazione di coloro che non possono e non vogliono sottomettersi all'insaziabile tirannide delle polizie, gli porgono le prime attenzioni e i primi compagni: lo stesso slancio republicano della Francia non era ancora al tutto represso. Qualche brivido scuoteva tuttavia l'Italia: Belgio e Polonia, l'uno vittorioso e nullameno in cerca di un padrone costituzionale, l'altra eroicamente ostinata in una insurrezione nazionale ma aristocratica e quindi senza speranza, contraddicevano alle affermazioni della Santa Alleanza; la recente monarchia di Luigi Filippo, nata di rivoluzione, conteneva in germe un'altra rivoluzione; un periodo storico stava per aprirsi alla gioventù, che, non avendo conosciuto la democrazia imperiale di Napoleone, era spinta dal moto del secolo verso la democrazia republicana.

Mazzini si gettò nella tormenta, fondando simultaneamente il giornale e la società della Giovane Italia.

L'uno e l'altra erano e dovevano restare la maggiore originalità politica e letteraria di questo secolo in Italia.

La sua idea è semplice ed universale.

All'unità romana che abbracciava tutto il mondo antico, all'unità cattolica che involgeva ancora il mondo moderno oltrepassando sempre l'Italia ed immobilizzandosi in Roma, all'Italia federale dei comuni, delle signorie, dei principati, dei regni, egli contrappone l'Italia una, individuata in nazione, colla sovranità del popolo, libera, originale nella modernità dei principii proclamati dalla rivoluzione francese, cancellando con ingenua ed eroica astrazione tutte le differenze storiche, gli antagonismi regionali, i dissidi politici, le rivalità economiche, le varietà etnografiche, che vecchie di tremila anni le componevano ancora tutto il presente. Nessuno non nato nel secolo può quindi appartenere alla nuova società, che sostituisce la carboneria sorta nell'impero e succeduta alla massoneria del medio evo. Questa non è condizione di capitano, che esige reclute giovani per arrivare a marcie più rapide, ma un distacco storico di principî e di epoca. Il passato è conchiuso: l'Italia o non sarà, o sarà nella rivoluzione e per la rivoluzione francese. Veterani e residui non sono più vitali; la libertà della nazione non può derivare che da quella dell'individuo come l'individualità collettiva dalla singolare; la sovranità popolare mena inevitabilmente alla republica. Ogni transazione sarebbe contraddizione, tappa inutile, consumo gratuito di forze. Il mito della redenzione di Cristo deve sostituirsi colla realtà di redenzione operata da ognuno in se stesso: tutti gli sforzi debbono concordarsi, ma nessuno può salvare un altro. Ogni individuo singolo o collettivo deve creare se stesso: l'Italia farà da sè.

Principi, governi, leggi, ogni forza pubblica del suo passato cessano di appartenerle, giacchè, cassate dalla rivoluzione francese e riconfermate dalla reazione della Santa Alleanza, hanno perduto persino la legittimità della tradizione: la storia non ha ripetizioni perchè la vita non può avere risorti. La rivoluzione sarà quindi contro spettri. L'Italia dominata da fantasmi non è più sottomessa che a pregiudizi: basterà pensare per non credere, sentire per resistere, muoversi per vincere. La coalizione degl'interessi come non arrestò mai così non arresterà l'espansione delle idee. La coscienza italiana fatta solamente di passato non ha che memorie; la coscienza rivoluzionaria le darà colle idee i sentimenti della vita moderna. Ma Dio è nella coscienza rivoluzionaria, perchè Dio è eterno, e la rivoluzione francese perì per averlo dimenticato.

La rivoluzione francese secondo Mazzini, è l'ultimo trionfo dell'individualismo, la formula suprema del diritto, alla quale deve succedere quella del dovere sociale.

La nuova società è dunque politica e religiosa: una riforma vi dovrebbe precedere la rivoluzione; l'educazione ne sarà mezzo e scopo, poichè la personalità morale è il primo e ultimo termine della storia e della vita. Se le altre sètte politiche non avevano mirato sino allora che a rimutare governi, opponendo coalizioni di diritti costituzionali a leghe di privilegi regali, e, costrette a concentrarsi nell'ombra, si erano poi miseramente disperse affacciandosi alla luce; la Giovane Italia si annunzia per proclami, publica statuti, battaglia nei giornali, si effonde in predicazioni. Parrebbe un moto religioso: la sua forma letteraria è biblica e romantica, la sua passione puritana, il suo proposito educatore, le sue armi le virtù. Dio, presente nella coscienza e nell'opera, è al tempo stesso rivelazione e ragione. Mancano dogmi, riti, l'esteriorità di una nuova religione, ma il principio cristiano vi si riconosce al primo sguardo nell'espressione vaga, che poi si condenserà senza precisarsi nella setta oggi celebre dell'unitarismo; deismo precettivo e morale, poesia fervida e pedante, generosità ed equità ammirabili.

Il mondo storico nelle sue varie composizioni politiche vi perde colla nettezza dei contorni ogni imponenza materiale; le difficoltà di mutarlo entro la nuova idea rivoluzionaria non hanno valore dal momento che il sacrificio diventa dogma e il martirio apoteosi; l'identità morale degl'individui cancella le rivalità storiche; ovunque e sempre, nell'individuo e nel popolo, la vita è missione cosciente e subordinata a un decalogo sempre morale anche nei mezzi, indirizzata al bene col bene, senza ricompensa sulla terra e senza premio nel cielo, collo scopo di un progresso senza meta, nel quale nessun grado potendo essere stazione, nessuna felicità è possibile a nessuna generazione. Non importa. La trascendenza dell'idea morale in Mazzini alza il nuovo politico ad apostolo: la sua visione non è di un'Italia libera e ricca, che si riunisca alle altre grandi nazioni per fare anzitutto il proprio interesse e guadagnare fra esse il posto migliore, ma di un popolo già schiavo e rigenerato da un'idea religiosa, il quale si levi sacerdote ed esempio all'umanità. L'utopia di Gioberti traspare sotto quella di Mazzini: l'uno è ultra-cattolico, l'altro ultra-morale, entrambi cristiani; quegli nel dogma, questi nei concetti; Gioberti nella tradizione, Mazzini nella rivoluzione: per ambedue la religiosità è base della politica, e la rigenerazione unico modo di risurrezione.

Impetuoso come Lutero, austero come Knox, inflessibile come Calvino, riformatore prima che rivoluzionario e nullameno separato dal secolo che vuol guidare, solitario come tutti gli apostoli malgrado la folla che lo circonda, malinconico e casto, poeta e filosofo, temerario ed incerto, ingenuo ed astuto, con istinti infallibili e colla percezione falsa o sublime del reale che distingue i profeti, Mazzini è al tempo stesso il padrone e la vittima della propria rivoluzione. Vi è della donna e del prete nel suo cuore. Artista incompiuto e pensatore eccelso quantunque angusto, rimane e rimarrà sempre inconciliabile colla sua stessa vita politica; così attraverso ammirabili vicende, che riveleranno in lui eccezionali virtù, non avrà mai l'irresistibile inconscio degli uomini d'azione come Napoleone I e Garibaldi, la serenità artistica di Goethe, l'impassibilità divina di Hegel, la duttilità infrangibile di Cavour, l'elasticità tribunizia di Gambetta; ma nullameno la sua parola si propagherà come un contagio, la sua purezza religiosa rischiarerà l'anima nazionale, l'eroismo della sua utopia spronerà alla vittoria dopo il martirio, la sua fede vincerà tutti i dubbi, la logica della sua argomentazione repubblicana, smentita in ultimo dal fatto della monarchia dei Savoia, avrà sconfitto la federazione coll'unità e ridotto il principio monarchico a non essere più che un accessorio dell'idea democratica.

Al pari di ogni novatore, Mazzini sarà al tempo stesso rivoluzionario e reazionario, respingendo e negando quante idee non s'accordino colla sua: credente nel popolo sino alla credulità, invece di coglierlo nella sua vera e sconfortante fisonomia di allora, lo vedrà sempre nel miraggio di una astrazione, e quindi capace d'insorgere ad ogni ora e d'intendere le nuove rivelazioni. Così egli accusa delle rivoluzioni fallite nel '21 e nel '31 solamente i capi: le masse erano tutte italiane, parate alla morte e alla vittoria. Nella sua democrazia geometrica quanto quella di Rousseau, col quale ha religiosamente molte somiglianze, egli concepisce l'uguaglianza politica come nel Contratto Sociale; tutti elettori e tutti eleggibili, rappresentanza unica e quindi costituente in permanenza: non classi e perciò non equilibrio e contrappesi parlamentari fra loro, educazione nazionale, dovere sempre superiore al diritto e la capacità nel popolo di compierlo sempre. Quindi l'utopia italiana, raddoppiata in lui dalla tradizione delle unità mondiali d'Italia, lo trae all'utopia europea: alleanza santa dei popoli contro quella dei re, qualunque differenza di grado nella civiltà e nella storia di ogni popolo cancellata, insurrezione europea concordata e simultanea. L'efficacia della sua riforma deve trionfare di tutto; imperi, regni, dinastie, diplomazie, antagonismi di razze, diversità di religione e di costume, tutto si dissolverà colla rivelazione del nuovo verbo. Il suo fervore religioso arriva al lirismo più poetico, sfolgora in formule di filosofia socratica e cristiana, che hanno la luce di un baleno e la soavità di un sorriso.

Poi, discendendo all'azione ed inculcandola, prosegue imperterrito nell'illusione dell'opera propria: la sua società della Giovine Italia, cresciuta a Giovine Europa, deve compiere il miracolo della trasformazione universale: egli non tien conto nè dello stato delle scienze nè di quello della filosofia; come incredulo di tutti i culti, non li calcola; sempre assorto nelle altezze della propria democrazia, giudica la rivoluzione francese piuttosto conclusione che inizio di epoca. Ma quando il socialismo gli si parerà dinanzi colla terribilità delle sue negazioni atee e passionate, inevitabili in tutte le novazioni, Mazzini indietreggerà inorridito, additando il cielo reso da lui stesso deserto coll'espulsione del Dio cattolico.

Ma in questo misticismo politico-religioso ferve l'anima più italiana che dopo Dante e Michelangelo sia apparsa nella storia. Le sue contraddizioni stesse formano la sua gloria, rispecchiando l'incalcolabile mistura del popolo da lui incarnato. Quindi Mazzini vuole essere tutto, si crede avere le più disparate attitudini: letteratura, critica, arte, filosofia, economia politica, poi la guerra, la cospirazione, l'erudizione, la filologia, la bibliografia; sentenzia su tutto, subordina tutto alla propria idea, livella tutto col traguardo di un solo teorema. Passioni, interessi, vizi per lui non sono forze e nemmeno realtà, perchè il difetto non è mai che negazione: li trascura, non s'accorge che, non mutandoli in armi per la rivoluzione, saranno armi contro di essa. Nella sua fede non vuole e non può ingannare il popolo; e la politica è l'inganno sublime, che il genio fa al buon senso angusto delle masse e all'avarizia del loro interesse, conducendole dove non intenderebbero o non saprebbero andare. In lui il riformatore vizia il rivoluzionario. Gli manca l'odio, questa forza suprema delle rivoluzioni: ha lo sdegno del profeta e il perdono del martire; se qualche volta sacrifica pochi cospiratori a un'impresa pericolosa, non giunge mai all'impassibilità pessimista di considerarli semplici strumenti. La moralità del suo cuore e del suo sistema lo inceppa; può arrivare al regicidio non alla strage, all'insurrezione non alla guerra civile, alla dittatura non al terrore; tradito non sa tradire, e si arrochisce in predicazioni spesso sublimi ed inutili; si batte inerme, ma sempre ferito non si arrende mai. Laonde isolato a poco a poco si falsa, la divinazione delle prime ore non gli si ripete più che a lunghi intervalli; profeta ed apostolo, pontefice e martire, non può essere il capitano delle moltitudini, delle quali non ha le passioni effimere e colle quali gli mancano le affinità irresistibili della vita. Invece di cogliere i fatti per adagiarsi in essi, bada a collocarvi le proprie formule e ad attuarvi il proprio sistema: è un poeta dell'azione che cerca uno scenario al proprio dramma, un accompagnamento al proprio canto.

Ma la sua influenza sulle anime è irresistibile. Alfieri, Foscolo, Berchet, Guerrazzi, gli spiriti più ardenti e sdegnosi paiono larve vicino a lui: egli solo è uomo; la sua penna gronda sangue, le sue lagrime abbruciano, la sua parola abbaglia. È impossibile non credere all'Italia, non sentirsi democratico, non voler soffrire e vincere con lui, dopo averlo letto o udito. Per quanto insufficienti le sue argomentazioni, e discutibili i suoi espedienti rivoluzionari, e poco probabile il disegno totale dell'impresa, e assurda ogni speranza nel risultato, bisogna credergli e seguirlo. Quindi nel giorno della battaglia tutti i volontari saranno suoi neofiti; quando si organizzerà la rivoluzione tutti i partiti politici, che lo tradiranno, saranno stati educati da lui. Ma allora il temperamento religioso e il genio poetico tradiranno Mazzini peggio de' suoi medesimi adepti; egli non saprà essere nè parlamentare, nè diplomatico; gli antagonismi politici lo coglieranno sprovveduto, le passioni e gli interessi non si accorderanno nella sua opera; parrà confuso, incerto, quasi piccolo, finchè il vento della catastrofe, dissipando il polverio delle quotidiane contraddizioni, non scopra nella caduta della repubblica romana la più grande tragedia della storia moderna. Allora Mazzini ne dirà gli ultimi versi, ed esulando da Roma, dopo avervi distrutto il papato, apparirà grande quanto S. Pietro, che diciotto secoli prima vi arrivava esule da Gerusalemme per distruggere Roma pagana e fondarlo.

Costituendo la Giovine Italia Mazzini afferma l'Italia una e repubblicana: il voto di Alfieri, di Parini, di Foscolo, di Monti, di Manzoni, di Berchet, di tutti i poeti si condensa in programma: l'unità accennata dal Romagnosi, propugnata confusamente dal Gioia in un opuscolo, non solo si muta in dogma, ma è finalmente sostenuta con fede incrollabile e con disciplina di argomenti storici e politici contro tutti i partiti italiani. Unità e repubblica: dunque guerra a tutta Italia e l'Europa di allora. Il passato è respinto; non esiste più che l'avvenire. La logica di Mazzini è tanto meravigliosa di lucidezza e di passione, quanto deboli le sue proposte per concretare la rivoluzione. Le antinomie della sua natura religiosa e rivoluzionaria peggiorano la sua già debole posizione. Rivoluzionario come Robespierre e Danton, non dovrebbe pensare che a distruggere, sbrigliando le passioni e versando veleno sulle piaghe del popolo: nel suo primo momento una rivoluzione non può essere che negativa, l'odio solo è la sua formula, tutte le armi, specialmente se cattive, le servono. Invece Mazzini è religioso, e mira piuttosto a rigenerare il popolo che ad emanciparlo: la rivoluzione politica per lui è mezzo, e i mezzi delle rivoluzioni, essendo fatalmente immorali, gli sfuggono. Egli non pensa nemmeno alla possibilità di giovarsi con interessi monarchici o aristocratici: non sa blandire le altre società liberali moderate per assalirle poi: non gli rimangono dunque che la propaganda degli scritti, la grandezza dell'idea e l'eroismo della vita.

Nell'esame storico, che egli fa dell'Italia, coglie bensì lo stato di putrefazione avanzata di tutte le monarchie, ma non indovina perchè il Belgio vittorioso nella propria rivoluzione s'imponga un re, perchè la Francia, dopo le trionfali giornate di luglio, si sottometta a Luigi Filippo, perchè la Grecia emancipata dal Turco accatti un re in Germania, perchè la Spagna in preda ad una rivoluzione permanente non voglia rinunciare alla propria infame dinastia. Per lui queste contraddizioni delle vittorie repubblicane, che concludono sempre all'elezione di un re, sono l'opera ribalda di pochi politicanti: il popolo schiettamente democratico è sempre stato tradito. Ma chi può tradire un popolo? Chi imporglisi? Di questa triste verità, che il popolo ancora dominato dalla tradizione autoritaria non può nè comprendere nè volere la repubblica, egli nemmeno sospetta: quindi non suppone che l'Italia, sorpassando la federazione, possa acquetarsi in una unità monarchica quanto la stessa federazione distrutta. E questo che era il termine più prossimo di progresso per allora, e che poi trionfò, gli pare non solo assurdo ma un regresso. Per lui la conquista d'Italia operata da una monarchia sarebbe un raddoppiamento di tirannide nel re e di abbassamento nel popolo.

L'unità è per Mazzini indipendenza, la repubblica libertà: inutili entrambe e paradossali se non siano unite.

Il programma della Giovine Italia non è dunque quello di un partito, ma di un sistema: anzi il partito è poco più di una scuola politica, con questo incalcolabile vantaggio sulle altre di essere una scuola in azione.

La nuova società si sviluppò vivacemente: i fratelli Ruffini, l'uno immortalatosi col suicidio, l'altro più tardi nelle lettere, corrispondevano da Genova con Marsiglia; da Livorno aiutavano il Guerrazzi e il Bini benchè per diversità d'indole poco inclini alla religiosità del nuovo moto: presto in Francia, in Spagna, in Svizzera, ovunque fossero emigrati, sorsero le nuove congreghe. Intorno a Mazzini stavano stretti il La Cecilia, il Modena moderno Roscio, il Campanella, il Benza ed altri. Il loro giornale, presto guerreggiato da Luigi Filippo, accontatosi colla santa alleanza per ottenere il proprio riconoscimento, dovette celarsi ed uscire di contrabbando. Tale lotta drammatica fu sostenuta dai giovani collaboratori con virtù pari all'ingegno.

La società, attraverso il misticismo un po' vuoto di formule morali e religiose, ricopiava nell'organizzazione segreta le sètte antecedenti, solo diminuendone la teatralità delle iniziazioni: il suo motto «ora e sempre» valeva la più bella delle odi patriottiche; la sua bandiera bianca rossa e verde, che diventò poi nazionale, era dono della duchessa Trivulzio, donna illustre per ingegno e per amori anche più illustri, e da un lato recava «Libertà Uguaglianza Umanità», dall'altro «Unità ed Indipendenza». Vi erano due gradi nella società, iniziato e propagatore, poi un giuramento lirico come un inno e rettorico come una declamazione, segni di riconoscimento, gerarchie di congreghe, tutto un organismo imitato dalla carboneria. Scopi della società erano la repubblica una ed indivisibile, la distruzione dell'alto clero per sostituirvi un semplice sistema parrocchiale, l'abolizione di ogni aristocrazia, la promozione illimitata della pubblica istruzione, una specie di nuova dichiarazione dei diritti dell'uomo, considerando transitori tutti i governi non repubblicani.

I mezzi d'azione consistevano nell'unanimità dei propositi, nella propaganda fra il popolo, nell'armamento di ogni confederato, pel quale era già stabilita l'assisa, con previdenza teatrale, nella speranza di costituire bande e di sedurre milizie regolari.

Evidentemente la nuova società non era un gran progresso sulle altre, nè come organismo nè come mezzi, ma il suo programma politico, sceverato dal paralogismo religioso, era una rivelazione. Per la prima volta in Italia intenzione, volontà, concetto, disegno, tutto era schiettamente democratico. Italia e repubblica, unità e libertà; il resto era romanticismo del tempo e che il tempo avrebbe guarito.

Mazzini stese il programma, dichiarando guerra a tutti i principi italiani e indirizzandosi al popolo. La nuova idea utopistica si divulgò colla rapidità di un uragano. Le declamazioni letterarie di tutti gli altri scrittori aiutavano: si poteva temerne impossibile l'applicazione, non ricusarsi a sperarla. I principi risposero male all'attacco, calunniando e perseguitando i nuovi rivoluzionari, che la persecuzione abbellì e fortificò. Il giornale, spedito con ammirabili sotterfugi, fu ricevuto e diffuso con rischi di morte; Mazzini grandeggiava di stile, sfolgorando nella passione delle battaglie e badando a scendere in campo davvero con una spedizione nell'alta Savoia. Le simpatie dell'Europa rivoluzionaria si rivolgevano a questa Giovine Italia, che nel proprio slancio poetico comprendeva già il problema della libertà europea in quello della liberazione italiana; le vecchie sètte liberali erano screditate dagl'insuccessi patiti e senza idee, le corti più odiate che temute, tutti i loro governi senz'altro programma che la reazione.

Il giornale della Giovine Italia dichiarò i sottintesi e compiè le reticenze degli scrittori, che rimasti in patria dovevano per forza conservarsi guardinghi: la sua sfida alla coalizione monarchica inorgoglì l'oppressa dignità di tutti gli italiani. Un uomo solo aveva osato dire e fare quello, cui un'intera nazione non era bastata. Il tono mistico di Mazzini, concordando colla religiosità della reazione cristiana succeduta alla rivoluzione francese, rendeva più accette le arditezze della sua democrazia; il suo coraggioso abbandono di ogni spirito regionale sollevava le anime dal peso di una tradizione, nella quale l'idea era morta. Se i governi non si sentirono istantaneamente scrollati dalla nuova setta, avvertirono però subito la giustezza terribile della nuova propaganda, senza potervi riparare efficacemente. La stessa debolezza del partito mazziniano ad agire lasciava più libera l'espansione delle sue idee, quasi non fosse che una propagazione letteraria. L'irritazione delle vecchie sètte liberali, spodestate dal favore crescente di questa nel popolo, bastò a condannarle nel sentimento generoso della gioventù.

Mazzini intanto facevasi nel giornale eco di tutti i lagni d'Italia, denunciando le infamie delle polizie e trattando ogni sorta di questioni; rimbeccava la gazzetta del duca di Modena, discuteva con Sismondi, allora riverita autorità, e passava oltre; annullava con critica superba di sdegno patriottico tutti i capi delle passate rivoluzioni, affermando nella propria idea della repubblica italiana il segreto di una imminente vittoria. Ma sopratutto parlava di popolo col popolo, che nessuna setta aveva ancora degnato di calcolare come elemento rivoluzionario; predicava una democrazia, che solo nelle masse poteva ottenere il proprio trionfo, perchè esse sole erano il popolo. Quindi, svisando storia e letteratura nazionale con una incomparabile sofistica, sincera a forza di essere passionata, mostrava a tutte le epoche il principio della libertà e della unità italiana e repubblicana come anima del popolo e di tutti i grandi, denunciava combattendole le fatalità tiranniche della monarchia e del papato, difendeva il cristianesimo e lo epurava, proponeva e stringeva alleanze a modo dei governi colla Giovine Allemagna e colla Giovine Francia, spiegava la missione degli individui e dei popoli in un vangelo contro il quale nessuna critica poteva prevalere. Naturalmente i liberali moderati ricalcitravano, ma i loro propositi troppo prudenti e le loro idee di federazione fra i principi italiani, egualmente utopistiche che l'immediata repubblica di Mazzini, non potevano lottare con questa nell'animo bollente della gioventù. Poi Mazzini tuonava alto sull'Europa, ed essi balbettavano appena, e nessuno di loro era ancora abbastanza italiano per posporre l'interesse della propria provincia a quello della nazione.

Nessuna figura di principe, di prete o di ribelle era allora in Italia che potesse rivaleggiare con quella di Mazzini: la sua popolarità divenne quindi immensa. Non si discusse, non si temè, non si sperò che in lui: la coalizione monarchica, guidata da Metternich, aiutata dal papa e da Luigi Filippo, non bastava contro questo profugo, di cui ogni scritto era una battaglia e ogni battaglia una vittoria.

Allora che il giornalismo in Italia era meno che rudimentario, l'opera di Mazzini, che vi discendeva collo splendore di una letteratura più potente di quella del Guerrazzi stesso e del Manzoni, avendo dell'uno una passione anche più nobile e dell'altro uno stile anche più vivo, ebbe i trionfi irresistibili del più originale fra i capolavori.

Forse la prima volta in Italia uno scrittore fu acclamato anzi che la critica lo avesse accolto; ma anche questa volta Mazzini, creando la prosa moderna, ripetè il miracolo di Machiavelli, che aveva trovata la propria dimenticando nella passione delle idee i lenocinii e le tradizioni delle scuole letterarie.