La rivoluzione dell'Italia centrale aveva lasciato nei patriotti un fermento, del quale Mazzini fu pronto a profittare. Oramai si cominciava a comprendere che i moti rivoluzionari non potevano essere nè spinti nè diretti da principi, e che senza un largo concorso di popolo non sarebbero mai per riuscire. Il nuovo programma della Giovine Italia aveva almeno il vantaggio di principii e di obiettivi fin troppo chiari: anzichè sognare l'indipendenza da impossibili combinazioni diplomatiche, la domandava a tutte le virtù degli individui e del popolo. Se la forma delle passate rivoluzioni era stata l'insurrezione, quella della imminente non sorpasserebbe naturalmente la sommossa, giacchè la grossa massa, popolare, incapace di assecondare la spinta rivoluzionaria, abbandonerebbe daccapo i nuovi ribelli.
Il lavoro di ricostituzione nella coscienza nazionale procedeva ancora troppo lentamente, malgrado la generosità dei molti che vi cooperavano, perchè il problema della patria indipendenza si presentasse solubile. L'Austria, immensa ed agguerrita, teneva l'Italia inerme tra le forti branche; tutte le corti italiane per codardo ed inevitabile egoismo si stringevano sotto il suo protettorato, preferendo la propria miserabile vita di prefetture imperiali ai pericoli di una rivolta, nella quale avrebbero dovuto assoggettarsi al popolo. Questo sentiva bensì gli incomodi materiali del dispotismo indigeno, ma la sua inesauribile pazienza di schiavo vi resisteva senza troppo dolore, mentre non intravedeva affatto le necessità ideali di una rivoluzione contro eserciti addestrati nelle armi e di tutte le armi muniti. L'antico rancore contro i privilegi dei grandi e quella poesia indefinibile, che lo attrae sempre verso l'avvenire, non bastavano a scuotere l'enorme massa della sua moltitudine entro l'àmbito angusto dei mestieri. Anzi nelle campagne, ove l'opera del clero era più efficace e più spontanea la superstizione, i villani odiavano i liberali come eretici, godendosi per egoismo avaro di mezzadri o invidia implacata di braccianti alle persecuzioni contro i padroni: a Napoli la plebaglia dei lazzaroni, sempre ostile ai signori, gettava con selvaggia compiacenza i propri lazzi sui condannati politici, come scorgendo nel feroce trattamento loro usato dal governo una tarda parificazione a quello sempre sofferto da essi.
D'altronde gli eserciti napoletani e piemontesi, quand'anche i loro re si fossero decisi alla rivoluzione, non avrebbero bastato contro l'Austria, potenza militare che Napoleone stesso non era riuscito a fiaccare. Mai l'Italia era stata militarmente in peggiori condizioni: il breve addestramento delle guerre napoleoniche, producendovi capitani di valore, non aveva creato nella penisola una scuola militare capace di mantenervi così grande tradizione. I principi richiamati dalla ristorazione si erano affrettati ad espellere i migliori soldati come sospetti giustamente di ostilità, riconfermando negli antichi gradi l'aristocrazia delle proprie corti: d'allora non più battaglie. Il nemico era diventato la rivoluzione, e l'esercito un accessorio della polizia: quindi fra esso e il popolo quella diffidenza fra cacciatore e selvaggina, che è sempre passata fra popolo e polizia.
Dopo la rivoluzione del '31 la reazione crebbe: il duca di Modena, la più forte testa di tiranno che fosse allora in Italia, spingeva al terrore; Ferdinando di Napoli, il più lontano e il più saldo sul trono, affidava il governo al truce Del Carretto; a Roma Gregorio XVI, energica e biliosa natura di teologo, riassumendo con vigore la rilassata autorità, si preparava a una suprema battaglia contro il liberalismo religioso che minacciava di sommergere Roma per purificarla; Carlo Alberto, arrampicatosi a stento sul vecchio trono dei Savoia, s'accingeva a cancellare le tracce sanguinose del proprio liberalismo giovanile con altro sangue, inebriandosi del nuovo potere di re, che la libertà da lui tradita minacciava nuovamente; l'Austria, proseguendo nell'astuta politica, dopo aver diviso amministrativamente la Venezia dalla Lombardia quasi a risuscitarvi le antiche rivalità, ed ingrossata Verona a massimo centro militare e come a terza capitale, vigilava con una polizia ammirabile di disciplina ed aiutata nell'opera da tutte le polizie d'Europa.
La situazione era disperata: Mazzini, temperamento lirico e religioso, trovò appunto in essa la propria forza.
Vessato, calunniato d'assassinio dalla polizia francese, quindi espulso, egli dovette riparare in Svizzera. L'opera della Giovine Italia si dilatava: in Lombardia, nel Genovesato, in Toscana, negli Stati Pontifici il fervore cresceva mirabilmente; più molle si mostrava la Venezia, più remoto e retrivo restava il Napoletano, malgrado il suo solito numero miracoloso di congiurati. Si pensò ad agire; i pareri oscillavano naturalmente: si prescelsero a campo le Provincie sarde. Giuseppe Garibaldi, arruolatosi a Nizza nella Giovine Italia, proponeva coll'infallibile istinto dell'uomo di guerra, di cominciare da Genova. Mazzini sostenne una invasione di esuli nella Savoia. Ma le trattative tiravano in lungo; le polizie sarda ed austriaca, sempre vigilanti, poterono per mezzo di spie scoprire la trama; Carlo Alberto, reso alacre dalla paura e feroce dalla coscienza degli antichi tradimenti, moltiplicò gli arresti, denigrò nella spaurita immaginazione della gente i cospiratori, condusse i processi con inaudita perversità; le condanne di morte e le esecuzioni capitali fioccarono; vi furono condannati nel capo, solo per aver letto il giornale della Giovine Italia, altri per aver avuto sentore di qualche trama e non averla tosto rivelata: alla morte si aggiunsero sevizie come pel povero Vochieri. Jacopo Ruffini arrestato a Genova, dalla quale aveva generosamente ricusato di porsi in salvo, si suicidò scrivendo col proprio sangue sulle mura del carcere: «la mia vendetta ai fratelli»; l'abate Gioberti fu esiliato. Mazzini condannato in contumacia e dichiarato nemico della patria. Carlo Alberto, ubbriacato dal sangue, conferiva le maggiori onorificenze ai carnefici: il conte Galateri, peggiore di tutti, ebbe persino il collare dell'Annunziata, che concede di salutare il re col nome di cugino.
A Milano, quasi contemporaneamente (1833), l'Austria sventava un disegno di cospirazione iniziato specialmente da un Albèra e un Tinelli. Il commissario Zajotti, scribacchiatore venduto all'Austria, infellonì, e nullameno parve mite in confronto del Galateri: diciannove furono i condannati a morte, ma a tutti fu commutata la pena nel carcere; così l'Austria dava lezioni di benignità al Piemonte. Napoli non si mosse: il Del Carretto arrestò un Leopardi e un Dragonetti, sospettati capi di vasta congiura, ma poi, non scoprendosi altro, le pene si limitarono a pochi esigli.
Veramente queste repressioni furono piuttosto una mossa poliziesca che un riparo contro un disegno di cospirazione politica. Nessun accordo di mezzi o di ordini aveva riunito i vari centri di congiura: erano impazienze che si scoprivano quasi spontanee prima di sapersi affermare, sogni d'imprese che ondeggiavano nella penombra romantica delle conventicole rivoluzionarie, senza precisarsi nemmeno nel concetto dei capi.
Quindi un tentativo colle armi parve a tutti come inevitabile rivincita. Mazzini, trasferitosi a Ginevra e accontatosi coi repubblicani di Francia per esserne spalleggiato, raccolse una mano di esuli polacchi, come primo e miglior nucleo di battaglia; poi vi si aggiunsero tedeschi, svizzeri, quanti italiani erano in Ginevra. Si sperava di sollevare la Savoia; e si era deciso che, vincendo, si sarebbe lasciato al voto della popolazione di serbarsi all'Italia o dichiararsi francese o congiungersi alla confederazione Svizzera. Mazzini consigliava quest'ultima soluzione: così la prima battaglia vinta dai patriotti avrebbe tolto all'Italia una provincia. Ma, infervorato nel pensiero di una ricostituzione europea, Mazzini, riconoscendo la Savoia non italiana, intendeva farne una federazione alpina colla Svizzera e il Tirolo tedesco come antemurale d'Italia contro la Francia e la Germania: buona idea di filosofo della storia, ma allora grosso errore politico, che avrebbe indebolito contro l'Austria il Piemonte, offendendo le suscettibilità italiane sull'integrità del territorio politicamente nazionale. Si congiurava in un albergo; mancavano i denari e le armi. I pareri divisi fra i maggiorenti imposero forse per invidia a Mazzini che generale dell'impresa fosse il Ramorino, avventuriero ritornato dalle guerre di Polonia con molta ma dubbia fama. Mazzini accusato d'orgoglio, perchè avverso a questa nomina, pianse come un poeta e se la lasciò imporre. Senonchè Ramorino, ottenute le prime 40,000 lire per formare la colonna, fuggì a Parigi a dissiparle nei bagordi; passarono altri mesi, le spie formicolavano fra i cospiratori; Buonarroti, l'inflessibile carbonaro, si dichiarava improvvisamente avverso all'impresa; finalmente Ramorino tornò (1834), ma, accontatosi forse colla polizia francese interessata al disastro della spedizione, la condusse così male che finì ad una ridicola dimostrazione militare a Bossey e ad Annemasse.
Mazzini, che sospettava giustamente il generale di tradimento, non ebbe l'energia di cacciarlo e mettersi al suo posto: poi, sorpreso dalla febbre, quasi ne morì. La sua prima spedizione aveva ripetuti peggiorandoli tutti gli errori da lui rinfacciati ai capi rivoluzionari del '21 e del '31: il popolo della Savoia non si era mosso, i volontari non si erano battuti, il generale aveva tradito; uno sbandamento aveva finito di disonorare un'impresa assurda nel disegno e nei mezzi. Bisognava insorgere a Torino o a Genova, meglio in questa che in quella per la vecchia tradizione republicana, sorprendere la corte, aver complici buona parte delle guarnigioni, o non insorgere perchè il popolo delle campagne non avrebbe certo secondato, come non secondò, l'insurrezione.
Mazzini invece s'illudeva sullo spirito popolare: l'energia e la fecondità del suo apostolato derivavano appunto da questa illusione, che lo rendeva così impari ad una vera azione di guerra o di sommossa.
Contemporaneamente il moto, che Garibaldi intendeva eccitare a Genova, veniva impedito dalla novella del disastro in Savoia, cosicchè egli potè appena scampare travestito da contadino e inseguito da una condanna a morte. Mazzini, abbandonato da quasi tutti gli amici, svillaneggiato dai gazzettieri, accusato di viltà dai settari e di tentato regicidio dalla corte francese mediante la più ignobile falsificazione di documenti, resistette eroicamente, rispondendo a tutti con un ammirabile opuscolo, Fede ed avvenire; ma, sottoscritto indi a poco in Berna il patto della Giovine Europa, dovette esulare a Londra. La Svizzera lo espelleva, cedendo finalmente alla pressione di tutte le diplomazie europee. Gli altri si dispersero: Nicola Fabrizi e Manfredo Fanti andarono a combattere in Spagna, Garibaldi valicò l'oceano per conquistare in America la più originale gloria di soldato in un secolo, che, cominciando con Napoleone, doveva chiudersi con Moltke.
La catastrofe della spedizione in Savoia rinforzava il partito dei riformisti liberali, togliendo a molti unitari la fede di una possibile iniziativa italiana. Il giudizio del Buonarroti, inspirato allora da troppa passione francese e giudicato empio da Mazzini nella bocca di un italiano, che l'Italia non potesse muoversi se non dietro la Francia antesignana della rivoluzione in Europa, era tanto giusto che tutte le rivoluzioni susseguenti lo verificarono. Una capacità di iniziativa politica nelle condizioni d'Italia vi avrebbe supposto un popolo così fortemente temprato e intensamente rivoluzionario, da non avere prima accettato senza guerra il mal governo di tutte le proprie corti.
Il moto rivoluzionario italiano era bensì spontaneo, ma, subordinato al francese, non trascinava ancora che la parte migliore e meno numerosa della borghesia.
Nullameno l'espansione liberale non si arrestava: il numero delle società politiche cresceva; a Milano si costituiva la Pantenna, mascherandosi d'intenzioni carnevalesche; Fabrizi fondava la Legione Italiana a Malta, reclutandola fra i soldati che specialmente avevano combattuto nelle Spagne; il carbonarismo riformato teneva centro a Pisa, i Veri Italiani a Livorno. Per contro i governi cercavano di stringere altre sètte: se ne tentò una borbonica col nome di Ferdinandea, persino un'altra austriaca, ma indarno.
Le condizioni politiche d'Italia, malgrado il lento formarsi di una nuova opinione politica, restavano le stesse, anzi parevano peggiorate in una più stretta lega di tutte le corti coll'Austria. Quindi ogni tentativo di rivolta doveva fatalmente rivelarsi altrettanto falso nel disegno che impari nei mezzi, e cadere abbandonato dal popolo. L'operosità delle sètte segrete, mirabile di ardire e di costanza, non poteva sostituirsi allo spontaneo accordo del popolo per fare una rivoluzione: i settari o precursori, o martiri, o arruffoni, secondo l'indole dell'animo, finivano a costituire una specie di segreto patriziato politico, che, vivendo separato dalla moltitudine, non ne rappresentava i bisogni e non ne comprendeva lo spirito. L'orgoglio di un principio politico superiore ai tempi e alle masse, lo stesso nobile rischio della vita, prolungato per anni e raddoppiato ad ogni ora da circostanze drammatiche, rendevano i cospiratori meno adatti che mai ad acquistare quella cieca confidenza del popolo così necessaria in ogni vera insurrezione. D'altronde il popolo non soffriva abbastanza per rivoltarsi contro gli antichi padroni, e la borghesia non voleva arrischiare di soffrire per un meglio, del quale non sentiva la grandezza che nell'immaginazione. Così, malgrado le declamazioni degli scrittori liberali, la vita nazionale in Italia non appariva agli stranieri molto peggiore che nei tempi andati, mentre qualche miglioramento materiale vi si veniva pure a grado a grado introducendo: la passione rivoluzionaria invece vi si mostrava così scarsa che non uno solo dei tanti suoi moti aveva saputo arrivare all'onore di una piccola battaglia. Questa dolorosa contraddizione fra tanto bollore di frasi e tanta freddezza di atti, tra la falange sacra degli scrittori e dei cospiratori che gettavano ogni fiore della loro anima sull'altare della patria per purificarlo dal contatto dei carnefici, e il popolo che non dava un grido nemmeno quando i martiri penzolavano dalle forche o i ribelli si presentavano audacemente armati alle porte della città urlando: Rivoluzione!, impressionavano sinistramente gli stranieri, attirando sull'Italia dispregi, che il genio e l'orgoglio di pochi grandi non bastavano a respingere. E l'Europa si ricordava che la Spagna sola era bastata contro Napoleone vincitore dell'Europa, che la Russia si era bruciata volontariamente perchè il suo invincibile invasore perisse per mancanza di ricovero, che la Grecia piccola come un villaggio e non più numerosa aveva resistito per cinque o sei anni a tutto l'impero turco: ricordava le lotte non antiche di Fiandra e la recente vittoria del Belgio, l'eroica caparbietà della Polonia, nella quale ogni insurrezione vampeggiava in guerra e ogni guerra s'insanguinava di battaglie senza paura e senza pietà; e, ascoltando i garriti d'Italia e vedendola sempre così inerte, sorrideva d'insultante compassione.
Nullameno l'eroismo italiano, per essere piuttosto individuale che collettivo, non era meno bello, e prometteva attraverso una tragedia ancora incompresa una incomparabile originalità di epopea.
Infatti, mentre l'accordo delle corti coll'Austria moltiplicava all'infinito le difficoltà di una qualunque vittoria per i cospiratori insorgenti, e la condiscendenza dell'Europa alla diplomazia austriaca toglieva ogni speranza in altra iniziativa europea, e lo stesso partito liberale, scindendosi in moderati e rivoluzionari, condannava fra le approvazioni dei più qualunque impresa ribelle col denunciare alla pubblica esecrazione i capi delle sètte, che, riparati nell'esilio o nell'ombra del mistero, votavano alla morte i più giovani adepti, il coraggio drammatico della rivolta aumentava tutti i giorni. Una nuova generazione di rivoluzionari cresceva, i quali, anzichè essere spinti dai capitani, li trascinavano essi medesimi all'azione. Quella poesia alta e severa dei migliori libri animava molte giovani vite, tirandole alla morte attraverso un pessimismo, nel quale il martirio riconfermava con nuove speranze le eterne verità dell'ideale. Come all'inizio di tutte le epoche rivoluzionarie, pullulavano i precursori: l'incertezza politica dei principii, che rendeva così contraddittori e spesso così assurdi i libri politici del tempo, scomponeva naturalmente anche i disegni delle cospirazioni, riducendoli piuttosto a scene drammatiche che a canti epici, traendoli ad appagare le infrenabili baldanze dei forti esasperati dall'ignavia dei più, anzichè a concordare le molte e disseminate forze per la penisola. L'oligarchia dei comitati sparsi in tutte le città, intendendo a combinare i mezzi, finiva più spesso a sperperarli per invidie e gelosie reciproche dei capi: le diffidenze delle molte spie intralciavano ogni accordo; nessuna classe di cittadini, nessuna corporazione di mestieri, nessuna provincia, nessuna città, nessun villaggio era unanime ad insorgere, pronto a capitanare una vittoria o a seppellirsi sotto la rovina di una sconfitta. L'iniziativa restava quindi individuale e romantica. Peggio ancora l'ignavia generale era siffatta che persino il danaro mancava sempre per ogni più piccola spedizione; e poco sarebbe bastato a ritentare quella fallita da Mazzini nella Savoia, che non aveva costato più di 50,000 lire.
Così passarono quasi dieci anni, nei quali nessun fatto politico potè riempire di sè medesimo la vacua e malinconica storia d'Italia.
Nella sempre mite Toscana la reazione seguitava ad insinuarsi, evitando i rigori e contrapponendo alla febbre delle nuove idee i narcotici di una politica modellata sull'amministrazione d'una buona fattoria. Ma l'influenza del Fossombroni, ostile all'Austria per antico orgoglio paesano, decresceva sempre più nell'indirizzo del governo, quantunque il popolo si conservasse quieto e le stesse idee liberali inclinando alla federazione non minacciassero seriamente nè la dinastia nè il granducato. Le seconde nozze del granduca Leopoldo con Maria Antonietta di Napoli, e la nascita del principe ereditario, furono quindi solennizzate a Firenze con grande favore da tutti per abborrimento all'Austria, cui la Toscana sarebbe scaduta allo spegnersi della dinastia. Ma questa, sentendosi istintivamente separata dalla vita nuova d'Italia, guardava a Vienna come al gran centro della reazione e del dispotismo. Chè se l'agitazione di molti liberali toscani in favore del Walewski, figlio naturale di Napoleone, per farlo re costituzionale d'Italia, concludeva ad un povero manifesto incompreso dal popolo e ridicolo per coloro che l'intendevano, cosicchè bastarono al governo poche ammonizioni severe e pochi sfratti per trionfarne, nullameno il granduca come ogni altro sovrano d'Italia si accorgeva tratto tratto di non essere più sicuro in Toscana come il grande avo. Infatti quanti in essa pensavano, anche rivolgendosi al governo per invocarne riforme, le oltrepassavano, toccando quello stesso ideale de' rivoluzionari da loro oppugnati. Nella propria maggior perfezione d'istituti e di vita la Toscana era già arrivata da tempo a un punto che ogni vera riforma avrebbe dovuto esprimervi il principio rivoluzionario della sovranità popolare.
In Piemonte i pochi senati di Torino, di Casale e di Nizza eletti dal re non avevano che scarse e contraddittorie attribuzioni giuridiche: vigevano ancora le antiche legislazioni, producendo insoffribili contrasti di giurisprudenza e di sentenze. I governatori generali esercitavano l'autorità militare e politica; ovunque apparenza e affettazione guerresca: arma più odiata i carabinieri. Ma la polizia sola riassumeva tutto il governo, concedeva e toglieva, dietro anonime ed irreparabili informazioni, impieghi, onori, cattedre, passaporti; rovistava cinica e bugiarda nelle famiglie, violava segreti di lettere e di professioni, imprigionava per sospetti e liberava per capricci, comprava anime e corpi, vendeva infamie e tradimenti. Una dolorosa disformità amministrativa rendeva le provincie troppo vaste od anguste, soggette o libere dall'imposta prediale, fornite o prive di censimento; in alcune duravano ancora privilegi antichissimi e diritti regali. Più antiquata e meno italiana fra tutte la Savoia, culla della dinastia e ad essa vivamente affezionata malgrado un'irresistibile tendenza francese. Benchè le imposte non fossero gravi, era grave la miseria peggiorata da forti dazi e mal ripartite gabelle; commercio ed industria rantolavano stretti nelle fascie della tradizione, ignorato il credito, giudicate utopie ogni nuova grande opera o istituzione, l'alta burocrazia ignorante, lenta l'intermedia, bruta la bassa.
La censura civile ed ecclesiastica, assurda ed intrattabile nella sofisticheria, v'inceppava pensieri e scritti, così che nessuno dei migliori e più moderati libri stampati in Lombardia sarebbe stato permesso a Torino: non ultima superiorità questa dell'Austria sul Piemonte. L'aristocrazia altezzosa e ligia al clero spregiava plebe e popolo, pensatori e produttori, liberali d'ogni colore e valore, precipitandosi con voracità d'arpie sopra ogni carica civile e militare ben retribuita o capace di dare adito a corte. L'antico orgoglio guerriero animava ancora i suoi membri migliori, ma, ridotta a cenacolo di parassiti e di privilegiati, non vedeva più nella nazione che se stessa e nel re tutto il diritto e tutta l'autorità. Quei pochi fra essa, tratti dall'ingegno alle lettere o dalla forzata pratica di governo verso le idee moderne, considerava quasi transfugi e puniva con insani dispetti. La borghesia, laboriosa e scarsa d'ingegno, ignorava per mancanza d'esperienza la cosa pubblica e odiava l'aristocrazia bersagliata dal popolo con epigrammi senza veleno.
Carlo Alberto, ambiguo nelle idee e nei sentimenti, ora secondava il moto latente ed universale del progresso, ora ricalcitrando si impuntava per arrestarlo. Rispettoso agli averi altrui, era abbastanza savio amministratore; pedante e rigido nel dovere materialmente precisato, altero sino al ridicolo poichè alla grandezza dell'orgoglio gli mancava quella dell'ingegno, non ammetteva ai propri circoli che nobili autentici: nemmeno il segretario generale del governo, massimo fra tutti gl'impiegati, poteva penetrarvi. Leggeva e conosceva gli scrittori paesani. Tratto dalla sfrenata e sentimentale ambizione verso la marea delle idee per esserne sollevato ben alto, s'atterriva poi subito al dubbio di perdervi qualche briciola del proprio assoluto potere. Mentre nella prima giovinezza era stato galante e scioperato, ora un bigottismo non senza rimorsi lo spingeva a digiunare perennemente e a portare sulle vive carni un segreto cilicio. Della propria ammalata incertezza nelle opinioni si scaricava sulla responsabilità dei ministri, riunendo in un solo ministero i più disparati caratteri e le più opposte tendenze politiche. Il suo odio e al tempo stesso la sua paura erano verso l'Austria e la libertà. Nullameno il moto lo trascinava. Nel 1836 abolì la giustizia feudale nella Sardegna togliendovi i privilegi di fòro e d'asilo e la servitù del pabarile, peste dell'agricoltura, sradicando d'un sol colpo tanti vecchi abusi che i lagni dei danneggiati superarono le stesse ovazioni del popolo. Nel 1837 concesse finalmente i codici: nel civile unificò la giurisdizione cassando gli statuti locali, ed abolì le istituzioni fidecommissarie, che poi ripermise in un editto; nel criminale, ricalcato in parte sul francese e stupidamente spietato d'intolleranza religiosa, prodigò ogni sorta di pene, specialmente quella di morte, conservando le immunità ecclesiastiche e gli arbitrii dei giudici, proclamando obbligatoria la delazione sino contro i parenti nei delitti politici; ma non promulgò il codice di procedura così necessario alla buona applicazione degli altri. In quello militare, per istinto di despota e forse anche per nordica imitazione, stabilì la pena delle verghe sino a mille e ottocento colpi, mentre poi spendeva oltre un terzo delle rendite dello stato per la costituzione dell'esercito. Malgrado l'incomparabile postura del porto di Genova implacata nell'odio contro il Piemonte, la marina sarda rimase così povera che parve gran fatto quando una sua nave da guerra fece finalmente per la prima volta il giro del globo. A tale era discesa la grande nazione marinara che nel più fitto medio evo trasportava già le crociate in Terra Santa.
Qualche migliorìa ottennero pure le due università di Genova e di Torino, ma Carlo Alberto non vi concesse mai cattedra di storia, forse intendendo così di vietare a questa il diritto di giudicare anche i re morti; e negò persino a Silvio Pellico, malgrado la sua tanto acclamata conversione al più rigido cattolicismo, quella di eloquenza. Il consiglio di stato, eletto per discutere bilanci, contratti e ogni altra operazione di finanza, non aveva alcuna autorità nel governo; la statistica non esisteva o quasi, e così il catasto, onde si continuava l'imposta personale senza riguardo alla condizione del contribuente.
Nonpertanto le finanze erano così floride che secondo il conto del Revel (4 marzo 1848) le rendite superavano le uscite, e il debito di 95 milioni vinceva di poco l'entrata d'un anno.
Sui confini del Piemonte l'Austria, potenza eminentemente conservatrice, accettava i progressi materiali del tempo senza confessarli e vietandone ogni discussione. Il suo governo era burocraticamente un modello a paragone di tutti gli altri d'Italia, ma, per quanto vago di centralizzazione amministrativa, non pretendeva all'uniformità e rispettava molti costumi ed usi locali. In esso l'imperatore era tutto e la polizia unico mezzo; si provvedeva sempre per decreto imperiale; il popolo non poteva chiedere che per suppliche; i diritti civili chiaramente definiti e conservati incolumi, quelli politici non riconosciuti che dal codice criminale che li colpiva tutti con procedure arbitrarie e pene feroci. L'antico ordinamento municipale sopravvissuto alle rovine rivoluzionarie ma ridotto a mera burocrazia, funzionava con robusta regolarità, senza permettere mai alla vita paesana di rivelarvisi nell'originalità dei propri bisogni. Milano, nuova capitale austriaca in Italia, brillava d'ingegni piuttosto trascurati che malmenati dal governo: la censura vi era meno stupida che altrove, florido il commercio dei libri esteri, frequenti i congressi scientifici, abbastanza viva l'istruzione, i gesuiti ammessi ma sottomessi al clero ed al governo; nessuna eccezione di fòro o influenza di sagrestia. Il paese naturalmente florido prosperava materialmente sotto un governo che, conculcando ogni ispirazione nazionale, favoriva per sapiente egoismo d'economia politica lo sviluppo delle ricchezze e il perfezionamento dell'amministrazione: così la Lombardia vantava casse di risparmio, associazioni industriali e commerciali, eccellenti strade, buone norme idrauliche e forestali, mentre gli altri Stati d'Italia, all'infuori della Toscana, soffrivano ancora nell'antica incuria. Se le prime società ferroviarie nel 1837 vi fallirono, la colpa fu meno del governo austriaco che delle gelosie municipali.
Venezia invece, malgrado la sistemazione della sua laguna colla diga di Malamocco e l'ampliazione de' Murazzi, soccombeva alla concorrenza di Trieste diventata fatalmente il miglior scalo austriaco pel commercio orientale.
Se Francesco I a Lubiana aveva detto: «voglio sudditi obbedienti e non cittadini illuminati», il suo motto trasformato in programma politico era stato applicato nel Lombardo-Veneto col massimo rigore. L'eccessiva perfezione burocratica menava dritto all'automatismo: non si volevano nè originalità nè varietà, nè libertà di sorta, quindi si surrogava il sistema italiano di peso, misura e monetazione col tedesco, s'imponeva al commercio di trattare coll'impero rinunziando ai propri sbocchi naturali colle altre nazioni, e vi si creava così un esercito di contrabbandieri maggiore di quello dei doganieri. Si teneva la chiesa sottoposta come i comuni, al punto che parroci e vescovi, nominati sopra informazioni della polizia, non potevano comunicare con Roma senza il visto di un impiegato provinciale. Nella coscrizione invece di costituire corpi italiani s'incorporavano le reclute nei reggimenti tedeschi disseminandole a tutte le estremità dell'impero, ma concedendo la surrogazione per denaro: con questo l'Austria evitava di addestrare contro se stessa un esercito italiano, e l'Italia cansava il disonore d'essere tiranneggiata da forze proprie.
Morto Francesco I (1835), suo figlio Ferdinando salendo al trono concesse un'amnistia così insolita nelle abitudini del governo che in parte vi rimase impedita. Nullameno quando il nuovo imperatore venne a farsi coronare in Milano, vi furono grandi feste con tale concorso e vivezza di popolo che stupirono gli stranieri credenti nel patriottismo italiano, ed umiliarono i pochi grandi spiriti eroicamente votati alla resurrezione della patria. Ma il popolo minuto e la plebe delle campagne, anzichè essere allora ostili all'Austria, dovevano molti anni dopo la grande guerra del 1859 meravigliare Garibaldi di non poter trarre dalla bocca di un villano nessuna informazione sul nemico, mentre gli austriaci apprendevano subito dai contadini tutte le sue.
A Napoli invece le condizioni erano più tristi.
Le lustre di bonomia e di buon governo fatte dal nuovo re Ferdinando II durarono ben poco: il suo riordinamento dell'esercito, non essendo che vanità di principe e non mirando a scopo italiano, divenne un aggravio assurdo per le finanze e scisse ancora maggiormente il paese già troppo lacerato da tradizioni e idee antagoniste. Re Ferdinando non vide nell'esercito che una guardia contro il popolo, e quindi badò a separarnelo con privilegi: i soldati furono molti, bene armati, abbastanza ben addestrati, ma senza spirito nè militare, nè patriottico. La riforma finanziaria, provocata in lui da istinto avaro e annunciata clamorosamente colla rinunzia ai 360 mila ducati, che il padre percepiva a titolo di borsa privata per le elemosine, e colla tassa sugli stipendi degli alti impiegati che giungeva fino al cinquanta per cento, non ebbe nè criteri scientifici, nè basi morali. Infatti questa tassa non era che provvisoria per quindici anni, mentre i grossi impiegati seguitavano a rubacchiare sugli incerti, somme indefinibili nell'amministrazione e nell'economia politica, che si attribuivano con ingenuo cinismo. E siccome il re domandava a tutti i ministri i residui di cassa per ingrossarne la propria lista civile, i ministri ad ingraziosirsi col sovrano affettavano turpi sparagni compiendo ogni sorta di ladrerie nel suo nome. Ma Ferdinando, avidissimo di denaro, credeva assioma che nessun uomo potesse resistere alla tentazione dell'oro, e scherzava cinicamente sulla nota disonestà dei propri ministri come il Santangelo, finendo egli stesso più tardi a frodare con immane truffa, la quale per poco non gli attirò guerra dall'Inghilterra e rovinò molti commercianti, la società delle solfare di Sicilia.
La bigotteria, ingenita nella sua casa e in lui sviluppata da malvagi educatori gesuiti come l'Olivieri e il Cocle, vescovo di Patrasso e che fu poi suo direttore spirituale e politico, crebbe nel matrimonio con Cristina di Savoia sino alle adorazioni d'un lercio mantello attribuito dal Cocle a sant'Alfonso de' Liguori; ma queste nozze, che per un momento avevano lusingato le speranze dei riformisti, i quali vedevano già l'Italia riunita in due grossi regni del nord e del sud sotto l'alta direzione di Roma, furono di troppo breve durata. Nullameno bastarono ad introdurre nella corte maggiore costumatezza e a lenire la ferocia delle repressioni contro le prime congiure dei Rosaroll e di frate Peluso. Morta Cristina, e si disse sconciata da uno scherzo brutale del re, invelenirono a corte le dissenzioni tra fratelli, tutti perversi di indole, e che produssero quasi una guerra civile: quindi il re sposò un'arciduchessa d'Austria, per la quale si ridestarono nelle irritate fantasie napoletane i sanguinosi ricordi di Carolina. Finalmente lo scoppio del colera (1837) spinse il popolo alla disperazione, allorchè farneticandosi di veleno propinato dal governo si vide questo per odio verso la Sicilia, nella quale era stato proibito persino il monumento a Vincenzo Bellini, invertire contro di essa ogni misura di precauzione. Vampeggiarono fra l'enorme funerale tumulti ed insurrezioni prima a Messina poi a Siracusa e a Catania: Mario Adorno, illustre giureconsulto, capitanava la rivolta sempre ispirata da ricordi di autonomia e col grido: Viva la costituzione del 12! La corte fu pronta al riparo: Del Carretto sbarcò in Sicilia, la sommossa svampò, il popolo ricadde nel terrore di un doppio flagello. L'inumano ministro rinnovò le gesta di Fra Diavolo, fucilando, ardendo, straziando, spingendo l'artistica raffinatezza della ferocia sino ad ordinare che ad ogni esecuzione di condanne le bande militari suonassero il tragico motivo della Norma: «In mia mano alfin tu sei!».
Al Del Carretto succedettero il duca di Laurenzana scempio e bisbetico, poi il generale Tschudi, che parve umano. Del Carretto era passato nelle Calabrie e negli Abruzzi, per sopirvi collo spavento di morte peggiore i tumulti provocati dal colera.
Ma, cessato il colera, le condizioni del regno rimanevano pur sempre tristi. L'assolutismo della polizia, la dilapidazione della amministrazione che, se non scomponeva il bilancio governativo, isteriliva il paese, la poca viabilità, la nessuna istruzione tranne nei massimi centri ove i gesuiti, di essa padroni, non bastavano ad imporsi; la nobiltà dispotica e feudale, la borghesia corrotta e servile, il popolo depravato e selvatico, gli ordini religiosi ricostituiti in forte massa e disseminati ovunque come soldati d'una tirannide spirituale e politica senza riparo, i banditi sempre in armi e così potenti che il governo doveva scendere con essi a patti, l'isolamento dal resto d'Italia, per la quale le comunicazioni con Napoli erano più difficili che con Vienna e con Parigi, tutto concorreva a rendere miserabile un regno, che la natura sembrava aver prediletto, e sul quale la storia pesava da migliaia d'anni come una sventura. I pochi miglioramenti promossi dal governo e vantati da' suoi accoliti, come il primo saggio italiano di battelli a vapore, il primo ponte di ferro sul Garigliano, la prima ferrovia da Napoli a Caserta, giocattolo di sovrano anzichè nuovo tramite commerciale, la prima illuminazione a gaz, il riattamento del porto di Brindisi, i pochi favori alla marina mercantile, furono piuttosto capricci di fantasia regale che propositi politici. Nessuna legge veramente nuova mirò a curare le vecchie piaghe del paese. Corte e Governo, considerandosi in istato permanente di ostilità col popolo, non badavano che a fortificarsi colla corruzione e col terrore. Se le congiure erano frequenti e moltissimi i congiurati che corrispondevano colle altre sètte italiane, lo spirito pubblico napoletano restava nullameno regionale e non poteva nemmeno nel pensiero acconciarsi ad una rivoluzione, nella quale Napoli dovesse sottostare al Piemonte. Quindi i moti erano sempre paesani, provocati da ricordi e perduti da vanità indigene. Non si aveva abitudine alle armi, per quanto il brigantaggio fosse diffuso; non si intendeva se non da pochi una rivoluzione unitaria e liberale che mutasse radicalmente le condizioni della vita napoletana.
La Sicilia, implacabile nell'odio, risognava la propria indipendenza; sul continente Napoli, sudicia e bella, ricca ed oziosa, era il cuore e la testa del regno, assorbendovi quasi tutte le forze ed illanguidendone gli spiriti. Le fantasie pronte ad eccitarsi inchinavano a mutamenti come a genialità di teatro, ma la coscienza morale e politica necessaria all'energia disperata della lotta, il vigore del pensiero indispensabile a comprendere il fine e a coordinarne i mezzi, mancavano in una popolazione capace d'improvvisi eroismi e di più subite viltà, tenace nell'obbedienza malgrado un'incurabile insubordinazione, e chiusa in se medesima con una vanità egualmente intrattabile nel principe e nel lazzarone. Se Napoli avesse saputo fare la rivoluzione contro una corte non difesa che da pochi svizzeri e da una polizia sempre pronta a tradirla nel pericolo, non vi avrebbe avuto le stesse difficoltà di Torino, di Milano e di Firenze, più vicine e soggette all'Austria; lo Stato Pontificio, che la divideva dal resto d'Italia, sarebbe stato un momentaneo baluardo contro gli austriaci, e la corte avrebbe piegato a una rivoluzione. Ma con tanti vantaggi apparenti Napoli doveva esser in Italia il paese meno rivoluzionario, che non si scosse nemmeno alla guerra del 1859 e si lasciò poco dopo conquistare alla rivoluzione dall'epica apparizione di Giuseppe Garibaldi.
Roma rimaneva immobile: il suo governo dopo aver resistito alle influenze diplomatiche, che gli consigliavano nel celebre Memorandum le più miti ed urgenti riforme, reagiva ancora con Gregorio XVI. Il nobile tentativo di Lamennais per riconciliare in una nuova interpretazione il papato colla libertà e ridare così a Roma un'altra signoria cattolica, fallì contro la durezza del pontefice, il quale non vi scorse che una eresia. Quindi il partito liberale-religioso si scompaginò in sul formarsi. Roma rimaneva come uno scoglio alto sul mare agitato della storia. Il suo governo si ricompendiava nell'aristocrazia dei prelati, invariabile, inaccessibile, impeccabile: essi soli disimpegnavano tutte le funzioni; il clero minuto delle parrocchie, imbozzacchito nelle abitudini sedentarie di una cura senza pericoli e senza poesia, non conservava valore. La corte era come nel secolo XV: lo stesso fasto, la stessa etichetta, le stesse spese, la stessa amministrazione; ma le entrate erano troppo diminuite restringendosi a quelle del piccolo Stato. Idee politiche, scientifiche, religiose, erano in Roma reazionarie: nel 1828 il cardinale Giustiniani vescovo d'Imola condannava ancora i bestemmiatori alla perforazione della lingua, accordando dieci anni d'indulgenza ai loro delatori; nel 1834 l'inquisizione di Forlì condannava la negromanzia, l'astrologia, le cerimonie maomettane e pagane e la madre che offre il suo seno ad un lattante ebreo; il cardinale Cavalchini aveva restituito la tortura nei tribunali, il Consalvi l'aveva soppressa, poco più tardi il Pacca la surrogava col cavalletto. Certo i costumi fatti più miti e la pubblica opinione impedivano o limitavano in gran parte l'applicazione di tali idee, ma corte e governo pontificio non vi avevano ancora rinunciato.
Intanto con lo scemare delle rendite religiose a Roma crebbero naturalmente le esazioni sul popolo: ogni cardinale menava treno di re, ogni prelato affettava ricchezza ed importanza di principe. L'alta nobiltà romana orgogliosa della propria tradizione oligarchica si mostrava reverente al papato come ad istituzione, dalla quale riconosceva gradi, privilegi ed immunità di ogni sorta: qualunque grossa famiglia principesca era come uno Stato nello Stato che dominava comuni e talvolta intere provincie; ma nessuna virtù o sapere brillava in questa aristocrazia, che, drappeggiandosi nella storia di Roma, guardava dall'alto in basso tutti i patriziati d'Europa. Quella minore delle provincie, contendendo di primazia col clero ed essendo in maggior contatto col popolo e colla borghesia, facilmente liberaleggiava, inebriata nella gloriola di capitanare i cospiratori e di ottenere chi sa quale importanza paesana. Poca in Roma la borghesia indipendente per stato, e questa non ligia al governo, ma il resto erano clienti, impiegati, servitori prelatizi trafficanti di abusi; la curia servile e pettegola; nulla l'industria e il commercio; senza fede, senza carattere, tutti. Artigiani e popolo erano più devoti al pontefice che al principe, alteri del nome romano, ignavi, rissosi, inetti all'armi e al lavoro. Migliori d'assai i popolani delle provincie si mescolavano alle sètte, e scaltriti e resi ardimentosi dal contrabbando promettevano e mantennero poi audacie di guerra. I contadini quietavano dappertutto, devoti superstiziosamente al papa, brutali ma rispettosi al sacerdozio, scontenti delle tasse troppo grevi, incapaci, nonchè di comprendere, di bramare miglior governo. Il clero minore della capitale e delle provincie, rozzo ed indotto, mormorava degli abusi romani piuttosto per invidia di povertà che per sdegno di coscienza: rilassato nei costumi, inetto a sentire la poesia della propria missione e a prevedere la tempesta del proprio tempo. Il clero straniero, carezzato a Roma, peggiore di ogni altro, più turpe di passioni, fervido di intrighi, ignobile di propositi, ribaldo nella prepotenza. E in mezzo a questo clero qualche teologo solitario agitato dal dramma, che dopo Lamennais doveva travolgere Gioberti affaticando quanti pensatori fossero allora di cose divine, o qualche curato che schiettezza d'indole e salda bontà di carattere traevano inconsciamente a simpatizzare coi cospiratori nella speranza d'un meglio per la patria e pel popolo.
L'organismo politico era quale un'aristocrazia e un governo di prelati avevano potuto comporlo: nel comune, centro delle famiglie e delle proprietà, il governo stesso nominava prima i consiglieri cernendoli dai ceti dei nobili, dei possidenti, dei dotti e capi di arte; poi i gonfalonieri, i priori e gli anziani alle permanenti magistrature municipali. Nella stessa guisa venivano eletti i consiglieri provinciali scegliendone prima gli elettori: naturalmente candidati ed eletti erano sempre dell'opinione del governo. Questo accollò alle provincie e ai comuni le sue stesse spese maggiori, come strade, canali, porti di mare; e comuni e provincie subirono. Il governo non governava. In ogni distretto vi erano governatori laici, carica mista di questore e di sottoprefetto, che dipendevano dal prelato reggente la provincia; la polizia era massima funzione politica, ma quella segreta del clero contrastava e sovrastava a quella palese del governo; non garanzie pei sospettati, non difese per gli accusati. I tribunali erano così complicati e strani, che riesce difficile spiegarne evidentemente il meccanismo: la Sacra Rota ne era come la cassazione suprema, ma più spesso fungeva da accademia giuridica; la Sacra Consulta era il massimo tribunale criminale e politico; l'una e l'altra avevano procedure arbitrarie e si componevano esclusivamente di prelati. Poi un tribunale minore collegiale per ogni capoluogo, che giudicava di materie civili e criminali, ma in quelle erano permessi i dibattimenti, in queste no. Il tribunale della Sacra Inquisizione e del Santo Uffizio, mantenuti nella terribilità scenica dei tempi andati, vigilavano, inquisivano, incarceravano, condannavano segretamente ed inappellabilmente in materia di dogma e di fede: nullameno, per la rilassatezza del costume religioso, non era più che uno spauracchio e un luogo comune per la rettorica rivoluzionaria. Alla passione religiosa Roma aveva sostituito da un pezzo quella politica. Gli altri tribunali ecclesiastici mantenevano ai chierici il privilegio di fòro, mentre lo toglievano in parte ai laici colla polizia dei costumi e della religione.
Il Sacro Collegio dei cardinali era una specie di senato con voto consultivo, la prelatura uno stato maggiore politico, dal quale uscivano governatori e diplomatici, grossi impiegati e grossi giudici; le finanze erano governate da un prelato tesoriere insindacabile. L'ultima amministrazione del Tosti sotto Gregorio XVI fu un vero disastro per l'incredibile sua incapacità finanziaria: vi si contrasse persino un prestito col Rothschild al 65%; l'erario ne rimase quasi deserto, orribili disordini straricchirono molti furbi per usure, appalti e monopolii. Le tasse si aggravarono e la miseria peggiorò. Il contrabbando annullava i dazi, i barattieri scemavano le rendite. Nessuna nozione di scienza economica, nessuna statistica: le tasse quasi tutte sulla proprietà immobiliare, maggioraschi e conventi stagnanti nel moto agricolo già troppo contrastato; assoluta mancanza di codici, disuguaglianza dei cittadini nella legge, il governo chiuso ad essi, ovunque immunità e privilegi, la giustizia indefinibile, l'istruzione peggio che nulla nelle scuole e contesa ai privati colla proibizione dei libri; la milizia composta di stranieri mercenari o reclutata in bande facinorose di sanfedisti; ogni carriera ostacolata, la censura assurdamente severa sulla stampa, la polizia arbitra di tutti, commissioni militari in permanenza, vietata ogni associazione, a migliaia gli esigliati, gli ammoniti, i condannati politici; la vita morale depressa, quella politica negata, nel pensiero combattuta, nell'azione impedita ovunque e sempre. Da un canto il clero, dall'altro il popolo: non Stato e non governo, ma un dominio di prelati sopra una gente senza passato, senza presente e senza avvenire, mentre su Roma lontana stava il papa, re e demiurgo, onnipotente nella religione e prepotente sulla legge.
Allorchè Gregorio XVI scomunicò i polacchi morenti con disperato eroismo contro i russi, l'infamia dell'atto fu tale che anche le più timorate coscienze cattoliche ne rimasero offese; nullameno, quando più tardi a Roma rimproverò lo czar delle persecuzioni alla chiesa cattolica polacca, e non era che un battibecco fra due pontefici, tutti scordarono la perfidia di quella prima scomunica e la continuata viltà della diplomazia papale colla corte di Russia per non ammirare che un nuovo Leone davanti ad un altro Attila.
Intanto che la politica italiana del papato si restringeva coll'Austria, e per influsso di questa al cardinale Bernetti succedeva nel segretariato il Lambruschini, nel 1837 scoppiava il colera, e nel 1838, essendo ministro di Francia il Molé, i francesi si ritirarono da Ancona e gli austriaci dalle legazioni con molta allegrezza del popolo. Così cessava pure in Bologna il commissariato generale di contaminata memoria per opera dei cardinali Albani, Spinola e Brignole: i nuovi subentrati al governo parvero giustamente miti nel confronto. Laonde ne ringagliardirono d'animo i cospiratori, che, sollecitati dalle voci di grandi preparativi di rivolta nel regno delle due Sicilie, si accinsero a nuove imprese; Mazzini esule spronava cogli scritti e cogli emissari; a Bologna un comitato della Giovane Italia era all'avanguardia del moto spingendo i restii. Una passeggiata falsamente trionfale del pontefice attraverso le provincie pontificie, ma evitando le Romagne, parve nuovo segno di paura nel governo. Al solito i cospiratori correvano da uno Stato all'altro, sciupando tempo ed energia senza concludere a nulla. Le popolazioni attendevano fra svogliate e curiose: la polizia vigilava. Livio Zambeccari, ardito figlio dell'arditissimo aeronauta, aveva corso il Napoletano deludendo ogni vigilanza per concordare un moto generale, e ne era ritornato con grandi promesse. La Romagna doveva dare l'esempio, ma la trama fu scoperta anzi tempo. Quindi un medico Muratori, gettatosi all'Appennino con piccola squadra per tentare una sollevazione, dovette presto riparare in Toscana e di là in Francia; un Ribotti, ritornato con falso nome dalle guerre spagnuole ove s'era coperto di gloria, arrischiò una seconda impresa con grossa mano d'armati verso Imola, ma fu costretto a sbandarsi presso Ancona. Il governo implacabile nella repressione condannò venti dei cospiratori a morte: nullameno la sentenza non fu eseguita che sopra sette: e i maggiori capi avevano potuto mettersi in salvo.
Per tagliare un'altra radice alle speranze liberali, il governo (1843-44) comprò mediante nuovi debiti tutti i beni dell'appannaggio, che il figlio di Beauharnais conservava nello Stato pontificio: così veniva a mancare nel principe l'occasione di favorire i ribelli e in questi la fisima di costituirlo re dell'Italia centrale.
Alle sommosse romagnuole seguivano le napoletane. Prima era stata Aquila a ribellarsi contro il proprio governatore militare, un ribaldo delle bande di Ruffo, e a gridare: Costituzione e libertà! Soffocato ad Aquila nel sangue, poco appresso il tumulto scoppiò a Cosenza. Questa volta era provocato dalla congrega centrale di Napoli, nella quale sedevano fra gli altri Carlo Poerio e Francesco Bozzelli; ma al solito la congiura era stata fiutata dalla polizia. Vi furono ritardi ed equivoci fra i cospiratori, due bande di essi scontrandosi di notte si combatterono, la popolazione non si mosse, le truppe regie trionfarono dopo breve combattimento, nel quale Salfi, uno dei capi ribelli, morì; gli altri fuggirono.
Un ordine del governo, comunicato per telegrafo ai giudici della commissione militare, impose che degli arrestati si fucilassero non meno di sei e non più di nove: e fu eseguito. A Napoli intanto venivano imprigionati i maggiorenti della congrega centrale, ma il dualismo scoppiato fra il marchese di Pietracatella, ministro dell'interno, e il Del Carretto, ministro della polizia, li salvò.
Pochi mesi dopo i fratelli Emilio ed Attilio Bandiera, ritentando la stessa impresa, perivano nella più magnanima tragedia del risorgimento.
Figli di quell'ammiraglio, che nel 1831 catturava la nave dei rivoluzionari fuggenti da Ancona a Corfù, i due fratelli, uffiziali della marina austriaca a Venezia, prima tentarono con mirabile accordo di animi di spingere i compagni a ribellarsi; quindi, entrati in corrispondenza con Mazzini, vi si compromisero coraggiosamente sperando nel fermento rivoluzionario, che allora sollevava inutilmente tutta la penisola. Ma sospettati e costretti a salvarsi fuggirono a Corfù. Di là ricusarono il perdono, resistendo eroicamente alle preghiere della madre, si ostinarono contro i consigli di Mazzini, che fiaccato dalle disillusioni dell'esilio non osava accettare il loro olocausto di una spedizione nelle Calabrie. Nicola Ricciotti, uomo per l'adamantina semplicità dell'anima degno di Plutarco, mandato a dissuaderli si strinse ad essi; Domenico Moro e pochi altri li seguirono. Mancavano i denari, le polizie braccheggiavano, il governo inglese, questa volta peggiore d'ogni altro, tradiva il segreto delle proprie poste rivelando ai Borboni e all'Austria le lettere dei proscritti a Mazzini. Le spie formicolavano a Corfù: un Boccheciampe còrso, nipote di quelli che iniziarono la sanguinaria reazione di Ruffo nelle Calabrie, si mise traditore nell'impresa. I cospiratori non erano più di venti e speravano di sollevare tutta l'Italia!
Sbarcati a Cotrone, e tosto denunciati dal Boccheciampe, sono catturati dal popolo medesimo insorto contro di essi: tradotti prigionieri a Cosenza e giudicati sommariamente, rispondono e muoiono con epica serenità. Ma il popolo nel quale avevano sperato, se da ultimo si pentì di averli imprigionati e li rimpianse morti, non si accinse per allora a vendicarli. L'impresa aveva conchiuso ad un sacrificio, che il tradimento da un lato e una impossibile ingenuità dall'altra resero sublime.
Il governo borbonico accrebbe la propria infamia coll'eccidio dei generosi, dei quali più tardi nella reazione del 1848 profanò le ossa mescolandole a quelle dei giustiziati volgari: la rivoluzione si giovò del martirio, che infiammando tutti i cuori, li predispose ai pericoli di una imminente riscossa.
Alle vinte sollevazioni napoletane seguivano infatti altri moti romagnoli (1845). La robusta fibra del popolo e il suo spirito ribelle prevalsero ancora una volta alla prudenza dei più fra i molti congiurati. L'arresto di un Galletti e di un Montecchi, perpetrato dal governo, parve provocazione: le condanne della commissione militare mandata a Ravenna dal cardinale Massimi ruppero col terrore gl'indugi, precipitando una mano di patriotti dietro Pietro Renzi, che occupò Rimini e ne disarmò il presidio. Ma i nuovi ribelli erano così poco rivoluzionari che si affrettarono a pubblicare un manifesto dettato dal Farini nello stile classicamente pedante della scuola letteraria romagnola, col quale si riconosceva il diritto divino del pontefice e s'invocavano solo alcune riforme amministrative dal suo cuore di re e di padre. Fortunatamente poco dopo Aurelio Saffi, allora giovanissimo e sconosciuto, dettava con due canonici commissari di riforme una fiera protesta, che, affermando l'unità d'Italia, manteneva l'onore romagnolo compromesso dal manifesto del Farini. Naturalmente la sollevazione abortì: falsa nell'idea e nel processo, non fu intesa dalle popolazioni, spiacque ai veri rivoluzionari, sbigottì inutilmente la grassa borghesia. Pietro Renzi riparato con altri fuorusciti in Toscana fu poi dal granduca con ignobile tradimento consegnato al governo pontificio.
Quest'ultimo tentativo romagnolo, così erroneo nel concetto e povero nel risultato, rivelò lo stato della coscienza politica nella maggior parte di coloro che di politica si occupavano.
Se la predicazione profondamente rivoluzionaria di Giuseppe Mazzini aveva nell'intelletto nazionale diradato le nebbie delle vecchie dottrine scolastiche, traendolo quasi a forza nell'idea del proprio secolo, la coscienza politica d'Italia non aveva potuto accordarvisi. Troppo era il peso della tradizione autoritaria e debole il fondamento morale del carattere perchè, accogliendo nel pensiero l'austerità eroica della nuova dottrina, i più sapessero trasmutarla in sentimento per discendere con essa all'azione. Mentre la letteratura echeggiava di fanfare guerresche, e i congressi scientifici moltiplicati a pretesto simulavano assemblee nazionali, e le congiure insistenti addestravano il coraggio a rischi di morte con una coreografia troppo spesso insanguinata, l'immensa maggioranza della nazione vi assisteva come ad uno spettacolo, nel quale il fulgore della poesia non toglieva di sentire la fragilità della trama. Si odiavano i governi, ma se ne riveriva ancora l'autorità; si chiedevano riforme, ma non s'intendeva una rivoluzione che spostando i termini della storia collocasse la sovranità dai principi nel popolo; si temeva che sguinzagliando questo nella rivoluzione si avessero a ripetere le atroci scene del '93 rese ornai famigliari da ogni forma di racconto e di critica. La reazione cattolica signoreggiava ancora quasi tutti gli spiriti, l'immane potenza militare dell'Austria li prostrava. Se i frequenti martirii dei giovani più animosi rinvigorivano con nuova passione le anime migliori, sbigottivano invece la massa, traendola a conclusioni malinconicamente assennate sull'inutilità di tragedie individuali in un problema, che tutta Italia era inetta a risolvere. Avarizie e codardie si coprivano quindi di questa prosaica assennatezza, servendosi della stessa altrui disperazione eroica per rifiutarsi nell'ignavia di una vita solleticata da tutte le lussurie della servitù. Quindi la voce fatidica di Mazzini passava su quelle coscienze sonnolente, irritandole senza destarle: la tragica magnanimità della sua vita e la stoica semplicità della sua predicazione erano con abile ipocrisia trattate di paradosso e di gloriola. Si rinfacciava al grande esule di spingere a mortali sacrifici, stando al sicuro in Londra. Lo si accusava di ambizione dittatoria, di assassinio sistematico, di demenza rivoluzionaria. Non si voleva intenderlo perchè intendendolo si sarebbe dovuto agire contro ogni prudenza egoistica nell'interesse supremo della patria.
Quindi sorsero altre voci ad accarezzare la debolezza nazionale, giustificandola colle tristi condizioni del presente. Rifiutati i principii fondamentali della rivoluzione francese e pigliando le mosse dallo stato attuale d'Italia, parecchi scrittori formularono i voti e le speranze della nazione in assurdi sistemi, che parvero allora miracoli di senno. Il problema nazionale era duplice, indipendenza dallo straniero e libertà interna; ma ambedue questi termini si sdoppiavano in una serie infinita di altri, moltiplicando le difficoltà per ognuno di essi sino all'impossibilità di una qualunque soluzione. Il problema dell'indipendenza imperniato sull'Austria traeva seco la guerra civile contro tutti i principi italiani, giacchè nessuno di essi avrebbe osato combattere l'Austria per timore di restare poi preda della rivoluzione. Una confederazione tra essi era egualmente impossibile, mentre il papato ligio a Vienna e fanatico di assolutismo non vi avrebbe convenuto, e il napoletano remoto e compatto sotto i Borboni non avrebbe nulla a guadagnarvi, e gli Stati centrali, grossi feudi austriaci rosi da gelosie intestine, vi avrebbero ripugnato: solo il Piemonte, ingordo del Lombardo-Veneto, vi avrebbe forse aderito, ma appunto per questo sospetto da tutti gli altri sarebbe stato respinto. Poi le corti essendo tutte egualmente reazionarie, una lega fra esse non sarebbe stata che conseguenza dell'idea rivoluzionaria; ma allora, mutando i consigli principeschi con uomini nuovi, scelti fra i liberali, il problema della libertà interna veniva improvvisamente a tempestare in quello dell'indipendenza dallo straniero. Fra popoli e governi non correva fiducia. Per combattere l'Austria si sarebbe dovuto armare il popolo, ma nessun governo lo avrebbe osato, perchè solo la parte rivoluzionaria era battagliera e si sarebbe servita delle armi per tentare l'unità e la libertà della patria. Finalmente dietro l'Austria stava l'Europa monarchica vigile ed ostile ad ogni mena di rivoluzione, terribilmente armata e pronta a qualunque eccesso.
Il problema dell'indipendenza era dunque insolubile. Quello della libertà presentava difficoltà anche più profonde. La libertà, fuori dei termini della rivoluzione francese che consacrava la sovranità nazionale ed individuale, era un non senso: circoscritta alle concessioni dei principi non avrebbe conciliato loro la fede del popolo, nè soddisfatto alcun vero bisogno di questo. D'altronde le riforme avrebbero dovuto chiamare al potere uomini popolari, proponendo così il quesito della loro elezione: ora ogni elezione implica il quesito del diritto elettorale, nel quale risiede tutta la sovranità; chiamati dal principe non avrebbero rappresentato il popolo; mandati da questo avrebbero annullato il diritto regio. Un inevitabile conflitto sarebbe scoppiato fra i due poteri, e la rivoluzione procrastinata dalle riforme si sarebbe servita di esse medesime per scoppiare più prontamente.
Solo la teorica mazziniana, dichiarando inseparabili la libertà e l'indipendenza, l'unità e la republica, era rigorosamente logica, ma appunto per questo merito sistematico non si prestava ad una immediata applicazione, mentre la storia a somiglianza della vita procede destreggiandosi fra antitesi apparentemente inconciliabili e traendo spesso dalla morte e dall'assurdo le proprie forze più vive. Contro i mazziniani, ultimi e più originali fra i giacobini, sorsero gli scrittori riformisti a tentare la conciliazione dei contrasti nazionali, fortificando coll'illusione d'incredibili sistemi il fiacco liberalismo della maggioranza.
Fondamento dei nuovi scrittori furono l'autorità papale e il diritto regio: la loro argomentazione derivò tutta dal passato, la loro rettorica dal romanticismo. Alcuni come il Gioberti ingigantirono il problema entro una visione sinteticamente poetica; altri come il D'Azeglio lo distrussero in un'analisi frammentaria: si dissero pratici in confronto ai mazziniani e nessuno di essi ebbe il senso della realtà, non compresero il popolo e svisarono i principii, per concludere nullameno a maturare la rivoluzione spingendo la nazione alla prova di una libertà statutaria e di una guerra federale contro l'Austria.
Anzitutto il giovamento della loro opera fu appunto nel combattere le teoriche rivoluzionarie, che spaventavano il senno volgare delle masse. Per essi si potè cominciare ad essere liberali senza compromettersi in rischi mortali di congiure, a separarsi dalla vita dei più. La classe aristocratica e la media, condannate dalla teorica mazziniana, che s'indirizzava schiettamente al popolo, riconoscendo in lui solo la fonte di tutti i diritti, si riconciliarono alla causa della libertà: i dissidi regionali, ancora così appassionati, si calmarono nell'illusione di un accordo federale che rispettasse tutte le vecchie autonomie, la religione accarezzata come fondamento della libertà si rasserenò lasciando a nudo il fanatismo reazionario del clero che parve tristo anche ai più indulgenti. Non si minacciarono più i principi, ma s'intese a persuaderli: si propose loro di essere più grandi, più liberi, più uniti ai loro popoli, confederati contro lo straniero, guidati da Roma nella santa crociata. Gioberti esule scriveva nel Primato un mostruoso poema politico intercalato di ditirambi, sonoro ed abbagliante: in esso l'Italia schiava diventava la nazione delle nazioni, e per una terza volta il centro della storia. Il papato, incomparabile ed immortale originalità della storia, doveva compiere il miracolo di una terza risurrezione italica; il papato che aveva rovesciato l'impero romano, guidato il medio evo, resistito a tutti gli scismi, trionfato della rivoluzione francese, assicurava l'avvenire d'Italia. I tempi erano maturi; l'Europa non poteva procedere oltre senza l'Italia: il papato era la stella polare della storia. Il libro si diffuse come un contagio, inebriò come una musica. Tutti gli elementi della reazione cattolica si addensarono in un partito guelfo, che l'erudizione storica venne a rinfiancare di antichi argomenti: la monarchia, rappresentante nel proprio maggiore significato l'antico mondo coi privilegi e le differenze di classe, rifulse anch'essa come un principio; l'ordine sociale non si comprese più al di fuori della monarchia e della gerarchia di classe, la rivoluzione parve sacrilegio mentre le riforme esprimevano lo svolgersi lento ed armonico del processo sociale. Quindi il popolo avrebbe partecipato al loro beneficio non alla loro opera: questa doveva esser fatica e merito delle classi colte. Non si pensava a guerra, si sperava nell'indipendenza cansando il problema militare e sognando combinazioni diplomatiche al tempo stesso favorevoli e difficili come quelle del lotto.
Cesare Balbo, letterato guelfo, storico e politico reazionario, si cacciò nell'arduo tema col celebre libro su Le Speranze d'Italia. Se Gioberti aveva delirato sul papato, Balbo vaneggiò sulla monarchia: nell'Italia non vide che il Piemonte, nella storia che il passato, evitò tutti i problemi dell'indipendenza, della libertà, della sovranità nazionale, dell'unità e della federazione, limitandosi a predicare ai popoli l'obbedienza e ad insegnare come scopo politico la consolidazione di tutti i governucoli peninsulari, guardando al papato come alla legge suprema d'Italia, e sperando che l'Austria coll'impossessarsi di una parte della Turchia potrebbe cedere graziosamente al Piemonte il Lombardo-Veneto. Intanto bisognava abborrire la rivoluzione, disciplinarsi e credere esclusivamente nella monarchia, qualunque ne fosse il sovrano. Più tardi nelle Lettere politiche inculcò il liberalismo moderato con volo più basso di fantasia politica, ma con più servilità di propositi e non meno torbida intuizione della realtà. Anzi le sue lettere alla vigilia dell'azione raggiunsero lo scopo opposto inasprendo il dissidio dei partiti, quantunque il Montanelli, benevolo spirito liberale, agile nei maneggi ma non resistente di fibra e sempre incerto nell'idee, corresse in aiuto, proclamando una specie di tregua finchè lo straniero non fosse cacciato d'Italia.
Più chiaro apparve il Durando nel libro sulla Nazionalità Italiana, dichiarando che il solo principio unificatore d'Italia era nel principato e il rigeneratore nella libertà, proponendo così una lega sincera fra popoli e principi per costituire la nazione in due regni della regione eridanica sotto casa Savoia, e del mezzogiorno sotto i Borboni. Roma col proprio Stato resterebbe al papa, gli altri principi spodestati troverebbero compensi nelle isole e nella Savoia. Ma questa divisione troppo facile veniva nullameno oppugnata dall'anonimo lombardo, che nei Pensieri sull'Italia dichiarava incompatibile coll'indipendenza italiana la sovranità temporale del papa, e opera vana ogni tentativo di riforma su questa. Quindi consigliava la formazione di tre regni: il primo col Piemonte, il Lombardo-Veneto e Parma con Torino residenza della corte e Milano sede del congresso nazionale; il secondo colla Toscana, Modena e lo Stato pontificio avrebbe Firenze per sede del principe e Bologna per quella del congresso; il terzo con Napoli sede del sovrano e Palermo sede del congresso. Roma città libera resterebbe al pontefice sotto la protezione dei tre sovrani. Uno statuto uniforme e una lega doganale dovevano stringere i tre regni. Altri, come il Galeotti nel libro della Sovranità temporale, erano invece d'avviso che a riformare gli Stati pontifici bastasse il richiamo delle antiche leggi e principalmente dei capitoli di Eugenio IV; Gino Capponi nelle Attuali condizioni della Romagna non dubitava nemmeno della necessità del governo temporale e si limitava ad augurare migliorie e riforme; il D'Azeglio nel celebre opuscolo sui Casi di Romagna, dopo una critica calma dell'orribile sgoverno di quelle provincie, concludeva poveramente a consigliare maggior pazienza ai sudditi e minore durezza al sovrano, non sospettando nemmeno che lo scopo dell'imminente rivoluzione nello Stato pontificio sarebbe appunto la doppia proclamazione della repubblica romana e dell'abolizione del potere temporale.
In tanti disegni nessuna idea chiara o proposta concreta. Nè il problema dell'indipendenza, nè quello della libertà erano posti nei loro veri termini. Se il concetto della federazione fosse stato organico avrebbe prima rampollato nelle corti che nel popolo, atteggiando diversamente la loro politica: invece corti e popoli erano così divisi dal sentimento inconscio della rivoluzione che la federazione proposta doveva risolversi in un agguato per entrambi. Se l'idea della libertà fosse stata cosciente nei popoli e nei principi, la loro doppia politica non si sarebbe svolta in così triste antagonismo e le costituzioni sarebbero state invocate e concesse con uguale sincerità e col magnanimo proposito di combattere l'Austria; ma la libertà era invece odio pei rivoluzionari, ribellione pei governi, peccato pei preti, disordini per la plebe, martirio pei pochi generosi che la ritentavano ogni giorno in tragedie isolate. E di libertà seguitava a fremere la letteratura coi drammi del Niccolini e colle satire del Giusti fra l'imbroglio di transazioni assurde e di combinazioni impossibili, di reticenze perfide e di sottintesi indicibili, mentre Mazzini sempre terribilmente limpido guidava il battaglione sacro delle idee e delle poche forze rivoluzionarie su per l'erta di una nuova epoca storica.