Capitolo Decimo.
La presa di Roma

Rivalità della Francia colla Prussia.

Mentre nella dissoluzione dei partiti l'Italia cresceva a forte stato costituzionale, la grande occasione politica, che doveva risolvere il suo problema di Roma, maturava.

La tradizione di Richelieu non era morta nella diplomazia francese.

L'impero napoleonico giudicava ancora indispensabile alla propria fortuna la divisione e l'abbassamento di tutti i vicini, onde questa sua teoria rafforzata da lunghi esempi storici cresceva a passione nell'orgoglio della nazione per mantenere sull'Europa un primato impossibile. La millenaria antitesi della storia francese, sempre rivoluzionaria e sempre monarchica, peggiorava il carattere geloso di tale pretesa. La Francia era pronta a tendere la mano a tutti i popoli, ma per mutarli in proprii clienti: quindi la forma quasi sempre militare delle sue iniziative la tirava a maniera di conquista, o l'antagonismo dei propri interessi coi loro la fermava a mezzo delle migliori imprese. Generosa ed insolente, prodiga e speculatrice, fanatica di libertà e di dittatura mobile, avventuriera, ricca, altrettanto imprudente nell'ira dell'attacco che incerta nel coraggio della resistenza, la Francia era però sempre il centro della politica europea, e non sospettava nemmeno che, il progresso dell'Europa essendo appunto nella creazione di altri centri indipendenti, il principio di nazionalità dovesse riprenderle sul Reno due provincie.

Nulla poteva più arrestare la decadenza dell'impero napoleonico.

Succeduto con sanguinario processo alla impotente republica del 1848 promettendo al popolo ordine ed uguaglianza, gloria e prosperità, esso non era in fondo che una forma della democrazia non ancora arrivata alla capacità di governare se stessa. La sua missione era quindi di fortificare la coscienza nazionale in altri vent'anni di opposizione politica interna, e di mantenere alla Francia le iniziative di nazionalità nella politica estera; e l'impero si era sdebitato abbastanza bene di questi due compiti, fondando l'Italia e l'Internazionale, il maggior fatto politico e il maggior fatto sociale del secolo in Europa. Ma la sua base, fatalmente clericale, poichè i monarchici legittimisti e orleanisti l'osteggiavano, e la sua vita signoreggiata da irresistibili tendenze militari ed avventuriere, erano consunte. Così dopo aver difeso la Turchia contro la Russia per conservare contro di questa il proprio primato in Europa, e improvvisata l'Italia per mutarla in una quasi luogotenenza francese, l'impero era stato trascinato dal gran sogno napoleonico al Messico per creare coll'arciduca Massimiliano d'Austria un altro impero e un'altra supremazia francese nel nuovo mondo. Ma la Russia, arrestata un istante a Sebastopoli, proseguiva e prosegue tutt'ora nel proprio irresistibile moto d'espansione; l'Italia agglomeratasi a regno oltre e contro i disegni napoleonici accennava già per rigoglioso ed irrefrenabile sviluppo di modernità a porsi come rivale della Francia: nel Messico Benito Juarez, dopo aver fucilato l'imperatore Massimiliano a Queretaro e costretto l'esercito francese a rimpatriare, proclamava una repubblica poco minore di quella degli Stati Uniti.

La necessità per l'impero francese di appoggiarsi sul clericalismo contro l'irrompere della nuova democrazia, vietando Roma agli italiani, aveva tolto a questi dopo la tragedia d'Aspromonte e l'eccidio di Mentana ogni gratitudine; mentre la Prussia, cacciatasi finalmente alla testa della Germania, dopo le proprie strepitose vittorie del 1866 minacciava di costituire nel centro di Europa un impero nazionale più vasto e poderoso di quello napoleonico.

In Francia l'opposizione liberale e antidinastica era sempre venuta guadagnando terreno: il socialismo imperiale sorpassato da quello operaio si mutava nelle mani di Carlo Marx nella più vasta e minacciosa associazione internazionale non solo contro l'impero ma contro tutti i governi. Le vittorie prussiane avevano annebbiato lo splendore delle ultime glorie francesi, la supremazia diplomatica dell'impero era già scossa, nessuna classe lo sosteneva più all'interno, nessuna idea all'estero. Il guasto del metodo corruttore e le contraddizioni della politica dinastica con quella nazionale affrettavano fatalmente la sua decadenza.

L'imperatore, ammalato, fra una corte di bigotti e d'impiegati, non aveva in se stesso potenza capace di trascinare la nazione. Poichè non era mai stato nè generale nè statista, cominciava ora a fallire come uomo di governo e come diplomatico: una inguaribile rilassatezza intorpidiva il suo pensiero. Così, prima di essere espulso quale sovrano, dovette decadere da imperatore, abbassandosi volontariamente a subire un ultimo esperimento di governo costituzionale.

Ma contro l'impero napoleonico sorgeva minacciando la monarchia prussiana.

Già all'indomani della vittoria di Sadowa il conte di Bismarck aveva esclamato orgogliosamente: «il giuoco non è ancor vinto, non è che raddoppiata la posta»; in Francia invece quella vittoria produceva la dolorosa impressione di una sconfitta nazionale. L'intromissione diplomatica tentata da Napoleone a favore dell'Austria piuttosto che salvare la dignità della supremazia francese l'aveva compromessa, poichè il conte di Bismarck, avendo potuto prima della guerra abbindolarlo con una vaga promessa di cessione del territorio fra la Mosella e il Reno senza Coblenza e senza Magonza, era poi riuscito a tenerlo a bada per tutti i preliminari della pace di Praga: quindi, sicuro della nuova Confederazione del nord, lo aveva duramente respinto. Ma la politica imperiale francese, qualificata sdegnosamente dal grande cancelliere prussiano come una politica di mancie, doveva subire in Germania una serie di smacchi sempre più umilianti. Poichè sino dal 1863 il conte di Bismarck aveva contrapposto al disegno austriaco di riforma federale l'idea di un parlamento a suffragio universale diretto, fu sollecito di aggiungere a questo Reichstag un Bundesrath o Consiglio federale, composto dei delegati dei vari stati della Confederazione, formando così una specie di corpo legislativo bicamerale. In esso la Prussia dominava con una popolazione di 24 milioni sopra 6 milioni degli altri ventuno Stati confederati. Poco dopo un altro parlamento doganale sostituiva l'antico Zollverein cementando l'unità economica della Germania; quella politica non poteva tardare molto a trionfarvi.

Tale rudimentario ordinamento risultava da una serie di compromessi, nei quali i partiti rivoluzionari si acconciavano a subordinare le questioni astratte di libertà a quelle della costituzione nazionale. Le pretese dell'impero napoleonico sulla riva sinistra del Reno, che la Prussia avrebbe dovuto cedergli come scotto della propria egemonia, urtavano quindi nel sentimento patriottico della Germania ben più forte che non quello d'Italia nel 1859, e risoluto dopo le vittorie sull'Austria a non patire diminuzioni. Tutto il genio del conte di Bismarck, mutatosi da rappresentante del Junkerthum prussiano in atleta dell'unità germanica, si tendeva nell'opposizione contro la Francia, rispondendo col più intrattabile orgoglio di patria alle minacce di una diplomazia oramai divenuta impotente. La risolutezza del carattere e la semplicità di una politica inflessibile nel proprio scopo dovevano necessariamente assicurargli la vittoria sopra un avversario come Napoleone, da lui paragonato ironicamente a Tiefenbacher, il più irresoluto dei generali di Wallenstein. E poichè Napoleone, malgrado le sollecitazioni della regina d'Olanda e del ministro Drouyn de Lhuys, non aveva osato marciare sul Reno mentre la Prussia convergendo nel 1866 ogni sforzo su Vienna aveva lasciato indifese tutte le proprie frontiere, l'insufficienza della Francia contro di quella si era già rivelata. Quindi l'ostilità svolgendosi in una lotta diplomatica permise al conte di Bismarck di prepararsi meglio alla guerra.

Il suo disegno non poteva essere più semplice. Mentre la Russia per punire Austria e Francia della guerra di Crimea fingeva di non occuparsi del centro d'Europa, e l'Austria, affranta dalle ultime sconfitte, e la Francia nuovamente imbarazzata di un serotino esperimento costituzionale non avrebbero potuto arrischiarsi così presto in campo, egli badava ad attirare la Confederazione del sud, rimasta indipendente col trattato di Praga, in una lega militare che preparasse quella politica. Le pretese e le minacce della Francia capitavano a buon punto.

Il conte di Bismarck si destreggiò in tale torneo con una abilità pari se non superiore a quella del conte di Cavour.

Quindi, dopo aver ricusato superbamente ogni cessione di territorio sulla riva sinistra del Reno, per forzare gli stati del sud a stringere colla Confederazione del nord una lega militare, rivelò loro il disegno presentato dalla Francia nei preliminari di Nikolsburg, col quale si chiedeva una striscia dei territori dell'Assia e della Baviera, e che l'ingenuità del diplomatico francese De Benedetti gli aveva lasciato nelle mani. Naturalmente gli stati del sud, spaventati dai pericoli di questa rivelazione, strinsero colla Prussia un segreto trattato militare per la garanzia reciproca dei proprii territori, mettendo a sua disposizione tutte le loro truppe in caso di guerra contro lo straniero.

L'intimazione di Thiers, che a nome della pubblica opinione francese aveva gridato a Bismarck dall'alto della tribuna accennando al Meno: «fin qui e non oltre!», non era più che una frase insulsamente spavalda come il jamais minacciato da Rouher agli italiani.

Ma Bismarck, per togliere alla Francia ogni aureola di liberalismo, finse abilmente di secondarla nelle mire invaditrici sino a prometterle in un trattato, cui non appose mai la firma, il proprio aiuto per annettersi il Belgio e il Lussemburgo; poi, nel momento che Napoleone credeva di restaurare il proprio credito in Europa con tali acquisti, egli si ritrasse bruscamente eccitando la pubblica opinione in Germania a così fiere proteste contro la cessione del Lussemburgo da essere costretto a minacciare l'Olanda come di un casus belli, se mai vi consentisse. Alla diplomazia francese non restava quindi altro terreno di lotta che il trattato di Praga, accusando il nuovo parlamento doganale germanico di contrastare alla Confederazione del sud ed eccitando in questa gli elementi separatisti. Ma il sentimento patriottico della Germania, esasperato da queste intromissioni straniere, precipitava nell'unità prussiana non senza qualche sorda minaccia alla Francia. Di rimpatto questa usava ogni modo di amicarsi l'Austria: un convegno a Salisburgo (27 agosto 1867) fra i due imperatori era già sembrato il prologo di un'alleanza, che l'antagonismo degli interessi non aveva permesso; poco dopo l'eccidio di Mentana Vittorio Emanuele aveva tentato di rannodare tali pratiche. I tre sovrani trattavano segretamente con diplomatici di corte; nè ministeri, nè parlamenti da principio sapevano delle trattative, ma l'impossibilità per Napoleone di fare qualche concessione all'Italia su Roma impedì ogni alleanza.

Allora si diffuse per tutta Europa una grande illusione di pace come una di quelle abbaglianti serenità che sogliono precedere le tempeste.

Fine del Papato temporale.

Contemporaneamente in Italia il partito mazziniano dava gli ultimi tratti e il papato, quasi presago della fine del proprio regno, riuniva in San Pietro un concilio ecumenico per stabilire il dogma dell'infallibilità pontificia. Il principio dell'autorità divina, rappresentato per tanti secoli da pontefici e da re, doveva necessariamente ripiegarsi, dai campi della politica conquistati dal principio razionalista della sovranità popolare, sul cattolicismo come sulla religione più alta dell'umanità e nella quale il governo diretto di Dio era più evidente. I miti della redenzione di Cristo e della sua delegazione a San Pietro avevano fino dai primi tempi dato alla chiesa un forte carattere monarchico: l'unità da questa assorbita nell'impero romano, la sua intuizione di Roma come centro del mondo, l'importanza acquistatavi grado grado, l'alleanza cogli imperi medioevali, avevano messo il papato al disopra della chiesa stessa in una sfera di autorità che abbracciava tutta la vita umana. Naturalmente il papato vi si sviluppò a monarchia. L'antico principio democratico della chiesa cristiana perì nella sua stessa vittoria sul mondo. I primitivi modi democratici d'elezione dovettero cangiarsi, quando nel troppo vasto e molteplice impero cattolico diventò impossibile ai fedeli raccogliersi regolarmente in comizi per nominare il capo e i maggiorenti della chiesa. Il mondo era troppo immenso e scarso allora di mezzi di comunicazione perchè tale procedura fosse anche solo materialmente possibile.

Quindi più alte necessità teoretiche nelle guerre impegnate successivamente colla decadenza romana, coi barbari, colle eresie, costrinsero la chiesa a sempre maggiore unità di comando. La sovranità del papa vi derivava già dallo stesso concetto monarchico del Dio cristiano: una essendo la rivelazione, una doveva essere la sua interpretazione; la rivelazione essendo stata precisa doveva esserne preciso l'interprete; un concilio di vescovi sarebbe stato fatalmente democratico, e col fluttuare delle opinioni avrebbe scosso la fede nei credenti. Il cristianesimo discendendo dal mosaismo era unitario. Il papato lentamente, irresistibilmente, assorbì tutti i poteri della chiesa: le corporazioni monastiche lo aiutarono nella lotta contro il clero regolare, Roma gli dette tradizione e prestigio di unità, le guerre incessanti della chiesa abituarono amici e nemici a riconoscere nel suo generale supremo il rappresentante assoluto dell'istituzione: quindi il papato crebbe al più ideale e vasto impero, che mai il mondo avesse conosciuto. L'organizzazione gerarchica restringendosi vieppiù, cinse il papa di un senato di cardinali, fra i quali e dai quali solamente poteva essere eletto: i vescovi furono come gli antichi prefetti romani nelle Provincie, i monaci vi rappresentarono gli accampamenti stabiliti dalle legioni, i parroci vi tennero il più minuto governo, mentre tutto si accentrava a Roma, donde il papa con un solo ordine, in una lingua morta e abilmente mantenuta come espressione della prima unità mondiale, poteva imprimere un moto a tutto l'orbe.

Durante il lungo tumulto medioevale il papato per istinto e per ragione fu quasi sempre guelfo, favorendo lo sviluppo dei principii popolari: i suoi pontefici vi esaurirono tutte le varietà dei vizi e delle virtù, delle verità e degli errori, senza che l'istituzione potesse seriamente pericolare. Ma il Rinascimento, sorpassando teoricamente il cristianesimo, diminuì il papato quantunque gli ampliasse il regno. Il mondo fu scoperto più vasto della missione di Cristo, l'universo maggiore della creazione di Dio. Allora la guerra delle eresie si mutò in guerra d'incredulità; il cristianesimo di rivoluzione si cangiò in reazione, il pensiero si sottrasse a ogni dogma, la scienza ruppe tutti i limiti ecclesiastici, la filosofia sorpassò le maggiori altezze delle religioni, il diritto politico ritemprandosi nel diritto naturale tornò democratico.

In questa ultima guerra la vittoria decisiva fu guadagnata dalla grande rivoluzione francese. Il papato vi perì idealmente con tutte le monarchie.

La Santa Alleanza rappresentò la reazione del pensiero cattolico nella coalizione di tutte le monarchie; ma il papato, essendo più alto di loro nella lotta politica e toccando davvero al divino, doveva restringersi in se medesimo per spingere il proprio principio monarchico al disopra di ogni contatto umano, mentre esse cadevano nell'inevitabile ed assurda transazione del costituzionalismo. L'infallibilità pontificale, sempre latente nel cattolicismo, era l'ultima risposta del principio monarchico al principio democratico. Così l'eterno dualismo della storia ritornava alla semplicità dei propri dati. Il concilio ecumenico riunito in San Pietro (1869) compiva l'evoluzione del papato nel momento che l'impero napoleonico, ultima larva dell'impero di Carlomagno, stava per sparire, e il principio democratico di Lutero per trionfare in Germania fondandone un altro. Nelle Spagne l'impero di Carlo V aveva ceduto il luogo ad una republica effimera, arra di republica avvenire; il Sacro Romano Impero non era più a Vienna che un impero eteroclito; solo l'impero russo si dilatava potente di avvenire, e l'Italia riprendeva per un istante il proprio posto all'avanguardia della civiltà disponendosi ad inaugurare in Roma l'èra del diritto popolare.

Infatti il concilio ecumenico, sorpreso dalla rivoluzione, potè appena proclamarvi l'infallibilità del papa; quindi dovette aggiornarsi per essere riconvocato chi sa quando.

Ma se il papato saliva così a più alta sfera di idealità, il suo governo a Roma era caduto dopo Mentana nella più umiliante insignificanza. Roma non era più che un'immortale rovina cinta dal deserto del proprio agro. Le locomotive solcandolo parevano sperdute in un lembo di storia antica tra mandriani vestiti ancora come ai tempi delle Georgiche, e che le guardavano passare nere e fumiganti colla stessa indifferenza dei bufali. Dell'antica università restava appena il vestigio; in essa non si trovava che un solo microscopio di vecchissimo modello; pel gabinetto o laboratorio di fisica non si spendevano che 1151 lire, per quello di zoologia e di anatomia comparata 1347, per l'altro di mineralogia 274, per la biblioteca Alessandrina, l'unica che fosse dello stato, 1453. Mancavano cattedre, professori, libri, studenti. Non più arti, nè artisti all'infuori degli stranieri che vi convenivano a studio; deserto il municipio, mentre nel Vaticano si affollavano prelati di ogni lingua, inconsapevoli dell'epoca nella quale vivevano, e superbi dei ventimila mercenari sbraveggianti per la città.

L'odio della curia romana alla democrazia era minore deò suo disprezzo per il regno d'Italia. Infatti le umiliazioni inflitte a questa dall'impero napoleonico per mantenere Roma sotto la sovranità del papa erano poco adatte a far concepire del giovane stato una idea lusinghiera. La stessa ultima lunga crisi ministeriale, dalla quale era uscito finalmente il ministero Lanza-Sella, faceva sperare ai più reazionari fra i prelati una prossima dissoluzione del regno. La fede nella solidità dell'impero napoleonico era loro cresciuta da che la reazione, guidata dall'imperatrice Eugenia, vi dominava maggiormente nella politica; la fortuna nascente della Prussia non inquietava; si sapeva che l'Austria si era risollevata da ben altri rovesci, e che la Francia era intatta. Nell'eventualità di una guerra di questa colla Prussia non solo i voti, ma tutte le convinzioni stavano per una vittoria francese.

I maggiori generali d'Italia non opinavano allora diversamente.

Guerra franco-prussiana.

Intanto le probabilità di questa guerra aumentavano di giorno in giorno.

Attraverso le reiterate affermazioni di pace Austria e Francia spiavano un'occasione propizia all'attacco: non v'era fra loro alleanza, perchè ognuna avrebbe voluto profittare del vantaggio di entrare seconda nella lizza; in Italia l'esercito e la dinastia per bisogno di rivincita erano favorevoli alla guerra; la borghesia per interesse e i patrioti per sentimento vi si chiarivano invece contrari. Ma poichè all'Italia come all'Austria e alla Francia mancava una vera cagione di guerra, in nessuna delle tre nazioni se ne spingevano alacremente i preparativi; solo la Prussia sentendone profondamente la necessità per compiere la propria unità nazionale, vi si accingeva con superba passione di patria.

Il caso fu pòrto dalla Spagna coll'offerta della propria corona al principe Leopoldo di Hohenzollern. La Francia, che nel secolo scorso aveva trapiantato un ramo della propria dinastia sul trono di Carlo V, inalberò alla minaccia di questa nuova espansione prussiana; tutte le diplomazie d'Europa n'andarono sossopra per impedire il conflitto; Bismarck indietreggiando abilmente provocò la iattanza della Francia; questa, non contenta della rinunzia spontanea del principe di Hohenzollern, avrebbe preteso dal re Guglielmo una categorica dichiarazione di proibire per sempre a chiunque della propria famiglia di accettare una simile candidatura.

A quest'assurda violenza il re rispose chiudendo la porta all'ambasciatore francese, e scoppiò la guerra più immane che la storia ricordi dopo migliaia di anni. La sua brevità fu vertiginosa. La Prussia avventò sulla Francia in pochi giorni un milione di soldati, ai quali l'impero non seppe opporne che la metà: tutto era in esso corruzione e sfacelo. Napoleone affidò la reggenza all'imperatrice per assumere nominalmente il comando dell'esercito: sotto l'immenso plateale tumulto francese di guerra s'intendevano chiaramente gli urli di odio all'impero così efferati da invocare la sua sconfitta anche a danno della patria.

Il 2 agosto (1870) i francesi occuparono scaramucciando Saarbrück, ma il 4 agosto il principe ereditario di Prussia piombava sovra essi a Weissenburg e li batteva; il 6 prostrava così Mac-Mahon a Wörth da lasciarlo appena riparare nel massimo disordine a Châlons; contemporaneamente il generale Steinmetz, superate le alture di Spichern, annientava il corpo del generale francese Frossard. La guerra era già vinta. Mentre Mac-Mahon si era ritirato per Nancy a Châlons e le reliquie del corpo Frossard si ripiegavano su Metz, il maresciallo Bazaine postovi a presidio con 250,000 uomini tentava di uscirne per non lasciarvisi bloccare; ma l'incomparabile stratega prussiano maresciallo Moltke con mosse fulminee ed impreviste lo rinserrava in un cerchio di fuoco, lo arrestava il 16 agosto a Mars-la-Tour, lo ributtava il 18 da Gravelotte su Metz, chiudendovelo prigioniero. Quindi tutto lo sforzo di Mac-Mahon, che con lunga marcia circolare tentava di congiungersi a Bazaine, era non solo perduto, ma si risolveva nel più disastroso degli errori; giacchè Moltke, indovinando abilmente quel disegno, con un movimento di fianco a destra e una marcia di tre giorni lo raggiungeva a Beaumont, lo stringeva, lo catturava a Sedan (1º settembre) con tutto l'esercito di 70,000 uomini.

La Francia era vinta, l'impero napoleonico distrutto. L'indomani il vincitore, pubblicando l'inventario delle prede, lo cominciava con epica brutalità così: 1 imperatore!

Napoleone III vinto e prigioniero non aveva saputo nè combattere, nè vincere, nè morire: la caduta del primo Bonaparte era stata una rovina, quella del terzo fu un dilanio: quegli aveva fondato l'impero, questi lo aveva esaurito. Dopo Augusto, Augustolo.

Esitazioni monarchiche.

L'Europa rimase per qualche tempo stupita: a Roma il papato, rialzato come altare votivo della vittoria dal primo impero napoleonico, si sentì trascinato dalla lavina del secondo.

Malgrado la catastrofe di Mentana e le ripetute infrazioni della Convenzione di settembre, la politica governativa italiana non accennava a mutare d'indirizzo; in essa la diffidenza verso la rivoluzione era più viva che non il dispetto per le incessanti vessazioni imperiali; Mazzini restava sempre un ribelle specialmente dopo i conati delle ultime bande, e Garibaldi un avventuriero pericoloso, al quale si erano dovute sottrarre tutte le conquiste per ragioni di ordine pubblico, e del quale le imprudenze avevano più di una volta compromesso la monarchia. Dopo tanti ordini del giorno su Roma capitale d'Italia non si voleva arrischiare mossa alcuna per giungervi. Si diceva che il sentimento cattolico di tutto il mondo la difendeva, mentre invece l'Inghilterra era protestante, protestante la Prussia, eterodossa la Russia, la Spagna si era già ribellata in republica, e la Francia stava per imitarla. L'Austria sola aveva un governo cattolico, ma dopo le ultime sconfitte non era più nè capace nè vogliosa di ritentare una guerra di santa alleanza.

Nullameno ministero e maggioranza parlamentare avrebbero voluto allearsi coll'impero caduto per cansare la responsabilità di sopprimere il papato temporale.

Vittorio Emanuele, così freddamente ingrato con Garibaldi, affettava la più cavalleresca riconoscenza per Napoleone III. Orgoglio ed egoismo di piccolo re gli persuadevano questa differenza verso i due alleati, che gli avevano composto il regno. Malgrado l'abbandono di Villafranca, l'oltraggiosa cessione della Venezia, Aspromonte e Mentana, egli avrebbe voluto marciare con tutto l'esercito in aiuto dell'impero, lasciando Roma in mano del papa ed ingannando la nazione colla speranza che l'imperatore concederebbe poi un giorno spontaneamente all'Italia la propria capitale.

Infatti alla proclamazione di guerra nella Camera francese, Vittorio Emanuele telegrafò subito al presidente del consiglio da Valsavaranche, ove cacciava, avvisandolo del proprio ritorno alla capitale per deliberare sul da farsi: «si ricordasse però che egli (il re) aveva degli impegni». A corte e negli alti circoli governativi si era così fermamente convinti del trionfo dei francesi da non ammettere nemmeno l'ipotesi contraria: quindi da un'alleanza colla Francia vincitrice si sperava qualche rettificazione delle frontiere verso Nizza o verso il Tirolo. Quanto a Roma si evitava di pensarci, ripetendo la formula cavouriana della conquista per mezzi morali. Solo il Sella, convinto di un'altra vittoria prussiana, sosteneva pertinacemente l'idea della neutralità, nascondendo le proprie idee sullo scioglimento della questione romana, del quale sentiva giunta l'ora. Il ministro degli esteri Visconti-Venosta si destreggiava intorno all'idea della neutralità senza osare di risolvere; il Lanza presidente del consiglio vi si mostrava da principio favorevole per abitudine di circospezione.

In tutti prevaleva una deferenza spassionata per Napoleone III, come al primo fattore e al miglior patrono d'Italia. Vittorio Emanuele sempre più accalorato in questo sentimento discese alle più grossolane ingiurie contro il Sella.

— Si vede bene che ella viene da mercanti di panni, gli urlò una volta sul viso, dopo avergli detto sprezzantemente che per fare la guerra ci voleva del coraggio.

— Sì, maestà, rispose con altera ironia il ministro; ma da mercanti di panno che hanno sempre fatto onore alla propria firma, mentre questa volta vostra maestà firmerebbe una cambiale che non sarebbe sicura di poter pagare.

E ogni giorno la lotta fra Sella e Vittorio Emanuele si faceva più aspra.

Napoleone stringeva il re d'istanze per deciderlo alla guerra; l'Austria egualmente sollecitata si diceva pronta ad una alleanza, qualora l'Italia v'entrasse prima, e consigliava di modificare la Convenzione di settembre in favore di questa. Ma Napoleone non osava romperla col partito clericale; tutt'al più avrebbe condisceso ad eseguire puntualmente la Convenzione ritirando una seconda volta le truppe da Roma. Allora il Sella, che aveva già dovuto consentire alla chiamata di due classi sotto le armi, fu pronto a giovarsi di questa pervicacia imperiale per spingere il ministero sull'esempio dell'Inghilterra e dell'Austria a pubbliche dichiarazioni di neutralità, mentre il conte di Bismarck in accordi segreti col partito mazziniano intendeva a provocare ribellioni in Italia per impedirle di allearsi colla Francia. Ma poco dopo, persuaso dell'influenza di Sella sul ministero, il gran cancelliere troncava le trattative con Mazzini denunciandolo. Intanto le dichiarazioni (25 luglio) del Visconti-Venosta alla camera, che il pessimo dei partiti per l'Italia sarebbe quello di approfittare dei momentanei imbarazzi della Francia per sciogliere colle armi la questione romana, scoprivano tutta la debolezza della politica governativa: la destra altrettanto favorevole alla Francia quanto ritrosa a marciare su Roma avrebbe voluto rovesciare il ministero, e non l'osò; la sinistra invece lo sostenne per timore di un ministero militare di corte col Cialdini. Il re, bloccato abilmente da Sella, seguitava a trattare coll'ambasciatore francese Malaret, assicurando l'imperatore che presto avrebbe vinto la resistenza del ministero. Questo, per secondare il ritiro del presidio francese da Roma, riaderì alla Convenzione di settembre «confidando in una giusta reciprocità della Francia a conformarsi ai propri impegni»: si credette allora in Europa a segreti accordi fra i due governi. Infatti il partito della guerra a corte aumentava d'importanza: il 30 luglio, sotto l'impressione della scaramuccia di Saarbrück vinta dai francesi, fu proposta nel consiglio dei ministri la mediazione armata, che Sella potè impedire solamente colla minaccia delle proprie dimissioni.

Quindi nell'impossibilità di stringere colla Francia e coll'Austria una triplice alleanza, si ricorse all'idea di un accordo con quest'ultima da trasformarsi in alleanza offensiva, se le circostanze lo avessero richiesto, V'ebbero trattative segrete di corte: il re mandò a Vienna, poi a Metz, il conte Vimercati, suo aiutante di campo; il ministro austriaco De Beust spedì a Firenze il conte De Vitzthum con un disegno di otto articoli, pel quale l'Italia, impegnandosi ad una mediazione magari armata nella guerra franco-prussiana, sarebbe rimasta a rimorchio dell'Austria con alcune vaghe promesse di buoni uffici nella questione romana. Ma Sella rese abilmente tale disegno impossibile coll'aggiunta di un articolo pel quale l'Austria assumeva l'impegno del «non intervento nel territorio romano e di favorire l'applicazione dei provvedimenti più atti a soddisfare i voti dei romani e gl'interessi d'Italia» e con alcune clausole segrete nel caso di guerra guerreggiata in comune per una rettificazione di frontiere nel Tirolo e sull'Isonzo.

Naturalmente l'Austria ricusò.

Non meglio approdò la missione segreta affidata da Vittorio Emanuele al Vimercati. Il disegno era di una triplice alleanza: ai 15 di settembre Italia e Austria avrebbero dovuto imporre alla Prussia con un Ultimatum di rispettare lo statu quo, definito dal trattato di Praga: poi, non appena le truppe francesi fossero penetrate nella Confederazione del sud, l'esercito italiano attraverso il Tirolo sarebbe andato a raggiungerle nei pressi di Monaco appoggiandosi sulle truppe austriache; a Napoleone non si chiedeva che d'impegnarsi in un articolo segreto a fare accettare dal papa un modus vivendi coll'Italia.

Napoleone a guerra già cominciata non cedette; poco dopo il cannone di Wörth rompeva tutti questi inani accordi, e la logica fatale della storia trionfava di tutte le trattative diplomatiche.

Il partito della guerra, pel quale il Cialdini spalleggiato dalla corte aveva osato persino di minacciare il ministero in senato con un discorso che parve un pronunciamento, e cui il Sella rispose con terribile severità, era vinto: vi fu ancora una lettera di Napoleone al re, scritta nell'amarezza delle prime sconfitte; se ne discusse nel consiglio dei ministri, s'interrogò il generale Lamarmora perchè indicasse un modo qualunque di soccorrere l'imperatore; ma quegli confessò piangendo di non vederne alcuno.

Quintino Sella aveva salvato l'Italia contro la corte dal partecipare alla guerra franco-prussiana; poco dopo doveva salvare la corte contro l'Italia persuadendo al re la necessità di conquistare Roma.

Il ritorno puro e semplice alla Convenzione di settembre aveva giustamente esasperato la pubblica opinione scoprendole sotto quelle eccessive simpatie verso il pericolante impero di Francia il proposito di cansare a ogni modo il problema di Roma.

La partenza dei francesi da questa cominciò il 29 luglio; il 19 agosto la città n'era sgombra. Naturalmente clero vaticano e francese ne levarono alte grida, quantunque persuasi che il governo italiano non oserebbe mai scendere a violenze. Ma il fermento cresceva nella nazione: il partito mazziniano agitava vivamente le piazze; da un momento all'altro si aspettava che nuove bande di volontari varcassero il confine pontificio; il governo incerto del risolvere sembrava incantato nella rovina dell'impero francese; mentre il Sella giovandosi del suo turbamento lo spingeva a nuovi armamenti col pretesto di poter così fronteggiare la rivoluzione.

Il 31 luglio i ministri della guerra e della marina chiedevano un prestito di 16 milioni: si cominciavano accolte di cavalli, di viveri e di attrezzi militari. Il 2 agosto le prime truppe italiane si dirigevano verso la frontiera pontificia; il 10 il consiglio dei ministri decideva la chiamata di altre due classi sotto le armi e la convocazione della camera, allora in licenza, per farle votare un prestito di 40 milioni; il 14 le truppe mobilizzate e già concentrate in alcuni punti del confine erano poste sotto gli ordini del generale Cadorna.

Il 16 agosto la camera concedeva al governo i mezzi necessari per mettersi in misura «di proteggere in qualsiasi evento la sicurezza dello stato, l'indipendenza della nostra politica e gli interessi d'Italia». L'opposizione parlamentare fu aspra: si sapeva che gli uomini più influenti della così detta consorteria ricusavano assolutamente di occupare Roma: il Visconti-Venosta, sempre ligio alla Convenzione di settembre, affettava di fare per l'Italia un punto d'onore di non venir meno alle proprie promesse; il Lanza dichiarava anche dieci giorni dopo che il governo non poteva accettare dalla camera nessun ordine del giorno che lo invitasse ad occupare colle armi gli stati della chiesa, perchè se v'era nel parlamento chi voleva andare a Roma colla forza, v'era però anche una grande maggioranza che credeva non si dovessero adoperare se non mezzi morali.

Quindi non era lecito sperare che in una rivolta dei romani riconosciuta da tutti impossibile.

Tutto pur d'evitare la violenza, era il pensiero di Visconti-Venosta e di Lanza d'accordo col re; tutto pur di andare a Roma, era il programma di Sella.

Il 20 agosto la camera votava con 214 voti contro 152 il seguente ordine: «La camera, approvando l'indirizzo politico del ministero, confida che esso si adoprerà a risolvere la questione romana secondo le aspirazioni nazionali»: formula equivoca nella quale s'indovinava l'intenzione del governo di non assumere alcuna iniziativa contro Roma. Laonde la sinistra si radunò in comitato per deliberare sul contegno da tenersi di fronte al governo: un pericoloso dualismo minacciava di scoppiare. Malgrado la propria inerzia il paese cominciava ad irritarsi di queste calcolate lentezze; gli esuli romani impazienti d'indugio si preparavano a qualche impresa arrischiata, il popolo si addensava in comizi per tutte le città acclamando Roma capitale. La lunga e dolorosa contraddizione della monarchia colla rivoluzione si rivelava improvvisamente alla coscienza pubblica; le memorie sanguinose d'Aspromonte e di Mentana accusavano il re che avrebbe voluto abbandonare Roma per soccorrere Napoleone III; l'arresto di Mazzini e il silenzio di Garibaldi, già in moto per soccorrere la imminente republica francese, commentavano sinistramente tale contegno. Quindi dall'assemblea della sinistra uscì una commissione composta dei deputati Rattazzi, Cairoli, Crispi, Bertani e Fabrizi coll'incarico di presentare «un progetto di risoluzione conforme alle intenzioni prevalenti nella sinistra e alle necessità della situazione». Il pericolo pel governo era grave, giacchè la sinistra era decisa ad un appello al paese. Sarebbe stata la guerra civile con Garibaldi, Mazzini e tutti i monarchici più liberali da un canto, e la corte co' suoi più reazionari adepti dall'altro. Ma poichè la republica stava per essere proclamata in Francia, e la Spagna era già republicana, la monarchia di Savoia insino allora più fortunata che meritevole, non avrebbe avuto troppe probabilità di vittoria.

Quindi Sella persuase la commissione di sinistra a sospendere ogni precipitosa risoluzione assicurandole che, ove non riuscisse a vincere la resistenza del ministero, se ne sarebbe dimesso per unirsi alla rivoluzione.

Roma si mantenne inerte.

Intanto al ministero degli esteri si preparava una circolare agli agenti diplomatici per rigettare sul contegno ostile sino allora tenuto dalla curia romana la responsabilità delle misure, che il governo fosse costretto a prendere. Nel mattino del 3 settembre giunse la notizia della resa di Sédan. Ogni ulteriore indugio diventava impossibile. Sella dichiarò nel consiglio dei ministri che, qualora non si occupasse immediatamente il territorio pontificio, si sarebbe dimesso seduta stante: il Visconti-Venosta ricalcitrava, Lanza si opponeva, il re si mostrava irremovibile. Il falso argomento adoperato dal Sella di un pericolo, che l'imminente republica francese facendo di Roma un centro d'insurrezione mirasse a rovesciare la monarchia per ottenere mediante la republica una alleanza offensiva coll'Italia, non bastava a persuaderli. Nullameno bisognava risolvere: o marciare tosto su Roma, o disporsi alla guerra civile contro la rivoluzione. Come sempre accade nei casi dubbi fra persone dubbie, si venne a reciproche concessioni stabilendo che le nostre truppe si sarebbero fermate alle mura della città, e non avrebbero cercato di entrarvi se non colla cooperazione dei romani. Il re inoltre avrebbe mandato al papa un legato straordinario con una lettera per avvertirlo delle intenzioni del governo, ed esortarlo ad accettare da questo la protezione necessaria al proprio ministero.

La lettera fu redatta da Celestino Bianchi e portata dal conte Ponza di San Martino. In essa Vittorio Emanuele confessava ingenuamente attraverso molte frasi equivoche di essere rimorchiato dalla rivoluzione, e rigettava sovra di essa la responsabilità di una impresa disapprovata dalla sua coscienza di re e di cattolico. Tale umile ed umiliante confessione dinanzi al papato nel momento stesso di sostituirlo nella sovranità di Roma tradiva il segreto della monarchia. I riguardi dovuti al pontefice cattolico per l'esercizio della sua altissima funzione non avrebbero dovuto impedire a Vittorio Emanuele di affermare con solennità regale il diritto dell'Italia su Roma. Mai si era presentato momento più propizio e glorioso per la sua casa dopo le umiliazioni di Villafranca, delle annessioni centrali, d'Aspromonte, della Convenzione di settembre, della cessione del Veneto, e di Mentana. Vittorio Emanuele cavalcante sotto le mura di Roma e spronante il cavallo su per la prima breccia aperta dalle artiglierie, col coraggio mostrato alla battaglia di Palestro quando si slanciò cogli zuavi francesi nella Sesietta, sarebbe stata la più epica figura del secolo, degna di appaiarsi con Garibaldi; invece la sua lettera di scusa al pontefice e dal pontefice sdegnosamente respinta, le sue tergiversazioni diplomatiche, la sua inutile opposizione a Quintino Sella, scopersero in lui il piccolo re di Piemonte, cui la rivoluzione aveva potuto dare l'Italia, ma non la grande coscienza della sua nuova èra.

La seconda circolare mandata agli agenti diplomatici all'estero colla data del 7 settembre spiegava come l'occupazione del territorio pontificio fosse piuttosto una necessità di ordine pubblico per garantire l'inviolabilità del pontefice e il suo libero ministero che una rivendicazione del diritto nazionale. Le garanzie, cui allora si accennava, si riassumevano in un privilegio di extra-territorialità, conservando al papa la condizione di sovrano, ai cardinali il grado di principi, ed offrendo persino una lista civile garantita da un trattato.

Tale extra-territorialità doveva consistere nel possesso della città Leonina: così il potere temporale sarebbe stato diminuito sino oltre il ridicolo, ma rispettato nell'idea. Il nuovo minimo regno avrebbe quindi fatto il paio colla republica di San Marino.

E in questa idea nè giusta nè pratica, giacchè avrebbe mantenuto in Roma il dualismo di due re, era dovuto convenire anche il Sella per decidere il ministero ad invadere lo stato pontificio. La sua politica di quei giorni era tutta in un solo argomento: spaventare il governo colla minaccia di una rivoluzione. Infatti per opera segreta sua i comizi crescevano di numero e di violenza, la stampa unanime spingeva il governo ad una pronta iniziativa, il vecchio filosofo Mamiani andava di ministero in ministero pregando e rimproverando. Marco Minghetti scriveva da Vienna: andate a Roma. Il generale Lamarmora formulava il problema monarchico così: poichè abbiamo l'abisso dinanzi e di dietro, dunque avanti! Il nuovo governo republicano francese, interrogato dal Nigra, rispondeva che ci vedrebbe fare con simpatia. Solo il conte d'Arnim, ambasciatore prussiano presso la Santa Sede, parlava vagamente di difficoltà; ma si sapeva troppo bene che questa era una sua iattanza personale.

Annessione di Roma.

Finalmente la campagna fu aperta l'11 settembre. La marcia su Roma si compì senza battaglie, poichè il papa aveva deciso di resistere solamente nella città per costringere i nemici ad aprirvi una breccia. Il conte d'Arnim ottenne indarno una dilazione di ventiquattro ore per un supremo tentativo di conciliazione presso la corte vaticana: il 20 settembre la città fu investita dalle artiglierie fra porta Pia e porta Salara, porta San Giovanni e porta San Pancrazio; appena aperta una breccia a porta Pia, cessò la resistenza troppo debole per una battaglia e troppo sanguinosa per una dimostrazione.

Fra le due parti i morti e i feriti non sommarono a duecento.

Il regno dei papi era caduto per sempre senza trovare nell'ultima ora nessuno di quei grandi atti, che immortalano i vinti.

Nella capitolazione firmata fra il generale Cadorna e il generale Kanzler si accordarono alle milizie papaline gli onori di guerra, e non si parlava della città Leonina. Questa intenzione di lasciar sussistere il papato temporale in tale specie di ghetto cattolico, permise ad un gruppo di falsi rivoluzionari capitanato da certo Luciani, finito poi nelle galere, di agitare la plebe in quel primo fermento e d'insediare una giunta provvisoria in Campidoglio per decretarvi la decadenza del potere temporale. Si convocava già il popolo a un comizio nel Colosseo, sebbene la città si conservasse nella solita inerzia. Quindi il generale Cadorna, giustamente impensierito, s'affrettava a nominare una giunta provvisoria di diciotto fra i più noti moderati della città con alla testa Michelangelo Caetani, duca di Sermoneta, noto favorevolmente per innocui sentimenti liberali e per studi pedanteschi sulla Divina Commedia. Il 2 ottobre venne fissato il plebiscito, che riuscì naturalmente in favore del regno italiano: sopra 167,548 inscritti della provincia di Roma risposero all'appello 135,291; gli squittinii diedero 133,681 sì e 1507 no: nella sola città i sì furono 40,805 e i no 46. Ma i trasteverini, còlti da subito entusiasmo politico, vergognando di rimanere come un gregge nell'appannaggio del pontefice, diedero anch'essi contro il malvolere del governo il proprio voto. Il 9 ottobre la deputazione romana recava il risultato del plebiscito a palazzo Pitti; a reggere provvisoriamente Roma era deputato il generale Lamarmora.

Benchè Roma fosse materialmente conquistata e il potere temporale abbattuto, la monarchia non osava ancora affermare solennemente il proprio trionfo. Una profonda e complessa superstizione occupava tutti gli spiriti: l'immensa importanza del papato, signore di duecento milioni di cattolici, sgomentava la corte. Già la prima formula del plebiscito trasmessa a Roma dal ministero dell'interno lo avrebbe reso condizionato, ed era del seguente tenore: «colla certezza che il governo italiano assicurerà l'indipendenza dell'autorità spirituale del papa, dichiariamo la nostra unione al regno d'Italia sotto il governo monarchico costituzionale del re Vittorio Emanuele e dei suoi successori». Così pei romani l'idea del papato avrebbe dovuto prevalere su quella di Roma. Fortunatamente l'istinto rivoluzionario delle masse vi si oppose: la Giunta provvisoria rispose nobilmente che Roma non aveva nessun diritto d'imporre condizioni alla patria per la propria annessione: se il governo intendeva garantire l'autorità spirituale del pontefice farebbe opera savia, ma non spettava al popolo romano tale iniziativa.

Si era dovuto discendere ad accordi: da Firenze venivano proposte altre dizioni dello stesso tenore: allora la Giunta provvisoria aveva minacciato di dimettersi se non si fosse adottata una formula di plebiscito incondizionato. Poi la sera del 26 settembre erano stati inviati a Firenze don Emanuele dei principi Ruspoli e Vincenzo Tittoni per trattare col governo: il ministero aveva fatto pompa d'asprezza rimproverando loro che gente liberata appena appena dalla servitù per opera del governo italiano non facesse che creare imbarazzi e dar segni di malcontento. Ma Quintino Sella intervenne risolutamente nel dibattito, imponendo una formula plebiscitaria semplice e categorica: «vogliamo la nostra unione al regno d'Italia sotto il governo monarchico costituzionale di Vittorio Emanuele e dei suoi successori». Non per tanto la Giunta dovette consentire nel proclama, col quale invitava il popolo al plebiscito, questa frase: «sotto l'egida di libere istituzioni lasciamo al senno del governo italiano di assicurare l'indipendenza dell'autorità spirituale del pontefice».

Durante tali trattative era giunta la protesta della città Leonina risoluta a non voler restare sotto il dominio del papa. Il ministero, che aveva fermamente deciso di sbarazzarsi del papa, lasciandolo sovrano in quella specie di borgo sacro, ne fu sossopra; avventuratamente il Vaticano stesso soccorse al suo imbarazzo. Il 25 settembre il cardinale Antonelli dichiarava spontaneamente al barone Blanc, segretario generale al ministero degli esteri e venuto a Roma col Cadorna, che «il progetto di lasciare al papa la città Leonina offriva difficoltà insormontabili. Quella parte della città priva di qualsiasi autorità regolare stava per divenire un centro di facinorosi: essere urgente che il generale Cadorna vi stabilisse, come nelle altre parti di Roma, dei posti di pubblica sicurezza, esser urgente sopratutto che gli italiani avessero occupato Castel Sant'Angelo, ove quantità considerevoli di polvere erano mal custodite da qualche veterano pontificio contro possibili attentati. Pregare in pari tempo che le autorità militari italiane togliessero dai giardini del Vaticano alcune casse di polvere, la cui presenza allarmava il pontefice».

La senile paura della curia vaticana, associandosi al confuso sentimento rivoluzionario del popolo, trionfò di ogni riserva del gabinetto di Firenze, e diede tutta Roma all'Italia.

Ingresso di Vittorio Emanuele a Roma.

In mezzo all'effervescenza destata nella nazione dalla conquista di Roma il contegno della monarchia appariva anche più dimesso; non si capiva come Vittorio Emanuele, affrettatosi nel 1859 ad entrare trionfante in Milano, e nel 1860 a cacciare Garibaldi da Napoli, non osasse ora, vincitore per sola virtù del proprio governo, fare il proprio ingresso solenne nella città eterna. Gli immaginari pericoli inventati dalla stampa ministeriale per giustificare l'inazione del re a Firenze svanivano al primo esame. Anzitutto nel primo sbigottimento della caduta la curia vaticana si mostrava così arrendevole, che dopo aver sollecitato essa medesima l'occupazione della città Leonina, si prestava di buon garbo a risolvere le mille questioni pullulanti dal mutamento sopravvenuto nella città. Il cardinale Antonelli, già così sdegnoso coi ministri italiani in ogni tentativo d'accordo, riceveva adesso più volte al giorno il barone Blanc: meglio ancora il Giacomelli, mandato in Roma ad organizzarvi il sistema finanziario, era riuscito, mediante la cortese cessione di cinque milioni dell'obolo di San Pietro trovati nella tesoreria pontificia, a fargli accettare una prima rata dei cinquanta mila scudi mensili inscritti nel bilancio dello stato pontificio sotto il titolo: «Mantenimento del papa, del Sacro Collegio, dei Palazzi Apostolici, delle guardie, ecc., ecc.». Era quindi naturale che, vanito quel primo spavento, alla nuova pace fattasi in Europa la curia alzasse la voce a protestare: si poteva temere che la Prussia, costretta da necessità interne a qualche concessione verso il partito clericale, fosse per appoggiare quei reclami; era quasi sicuro che la Francia, sdegnata dei nostri rifiuti a soccorrerla durante la guerra, ci tenesse il broncio e minacciasse, se la reazione che doveva succedere all'impero giungesse al potere; era certo che l'Austria, estrema potenza cattolica, per la sua rivalità contro la Prussia protestante moltiplicherebbe difficoltà e rimostranze.

Il Sella, prevedendo con molto senno pratico tutto questo, sino dalla prima ora voleva che il trasporto della capitale avesse luogo «subito, anche prima di subito», giacchè il potere temporale non poteva considerarsi abolito finché Roma non fosse davvero capitale d'Italia; e quantunque il re e il ministero unanimi vi si ricusassero, non cessò dall'insistere. A questo lo spronava lo stesso ambasciatore inglese sir Paget. Non bastò l'osservare, che ritardando l'ingresso del re a Roma si dava tempo alla curia vaticana di rimettersi sulla difensiva, che si sarebbe poi dovuto invitarvi tutto il corpo diplomatico senza essere sicuri che l'invito fosse tenuto, che finalmente non lo si potrebbe più fare se non dopo avere con legge apposita assicurato al papa guarentigie sovrane. E allora Roma, invece di essere una conquista d'Italia, ne diverrebbe un acquisto mediante un mercato diplomatico.

Tutto fu inutile. Il Lamarmora, governatore a Roma, si unì al partito della corte: Sella, che aveva ancora una volta forzato il ministero colla minaccia delle proprie dimissioni a deliberare che il re si recherebbe a Roma il 30 novembre, dovette recedere davanti alle dimissioni del Lanza, il quale giovandosi di una sua assenza aveva condotto il ministero a disdirsi.

Ma come tutto cospirasse ad aiutare la monarchia, che si aiutava così poco, in sul finire dell'anno una piena del Tevere, sommergendo mezza la città, offerse al re un pretesto caritatevole per entrarvi. La piena cresceva e pioveva a dirotto, quando un tardo manifesto, al quale pochi avevano badato, vi annunziò la venuta del re d'Italia. Mai più grande avvenimento ottenne minore attenzione. Il re giunse nel pomeriggio; pochissima gente era ad attenderlo sul piazzale della stazione, ed era piuttosto plebe che popolo, giacchè le miserie e i pericoli dell'inondazione preoccupavano tutti. Quando il re scese di carrozza nell'atrio del Quirinale, volgendosi al Lamarmora con atto di viaggiatore seccato del viaggio mormorò in piemontese: finalment i suma[1].

Questa esclamazione fu poi corretta con avveduto spirito cortigiano nel famoso motto: Finalmente ci siamo, e ci resteremo.

Garibaldi in Francia.

Mentre Vittorio Emanuele procrastinava così il proprio ingresso a Roma e il papato atterrito dai pericoli immaginari di un rivoluzione cittadina ricusava l'offerta della città Leonina per meglio essere protetto dal governo italiano, il mazzinianismo vaniva come partito d'opposizione. Il suo programma republicano, smentito dai continui successi della monarchia, perdeva colla risoluzione del problema romano ogni forza di attualità. Quindi il ministero si affrettò ad amnistiare Mazzini, che dal carcere di Gaeta traversò inconsolabile tutta l'Italia per riprendere più solo di prima la via dell'esilio. Il grande rivoluzionario era vinto per l'ultima volta: come Napoleone I dopo Waterloo, egli doveva abbandonare la terra delle proprie glorie, troppo piccola ancora per poterlo contenere vivo fra i piccoli vincitori di Roma.

Ma poichè la rivoluzione italiana, malgrado la contraddizione deprimente del proprio processo monarchico, doveva anche questa volta avere nella storia un significato universale, Giuseppe Garibaldi da Caprera, ove s'era ridotto infermo dopo Mentana, al primo grido di republica scoppiato a Parigi scriveva alla Francia offrendole con sublime ingenuità «ciò che ancora restava» di lui. L'impero francese era caduto, l'impero germanico stava per essere proclamato nella grande sala del Trianon dedicata a tutte le glorie della Francia: nell'irresistibile tempesta delle vittorie prussiane pareva perduta ogni idea democratica, dacchè alla guerra contro il cesarismo napoleonico ne succedeva un'altra contro la Francia republicana. L'Italia che avrebbe dovuto soccorrerla, e non lo poteva per la propria antinomia monarchica, entrava trepida a Roma quasi sentendosi minore del papato; la Spagna republicana stava riparata dietro l'alta muraglia dei Pirenei; Russia ed Austria quantunque gelose del vincitore assistevano con gioia segreta alla rovina di quella Francia che circa un secolo prima aveva scardinato e per sempre le loro divine monarchie; la liberale Inghilterra calcolava già i vantaggi che la diminuzione dell'antica rivale potrebbe arrecare al proprio commercio.

Nè la Francia iniziatrice in Europa della moderna democrazia era senza colpe. Il suo primo impero aveva violentato l'indipendenza di tutti i popoli, la sua seconda republica aveva proditoriamente rovesciato la prima republica romana, il suo secondo impero aveva imposto all'Italia il sacrificio d'Aspromonte e l'ecatombe di Mentana per negarle Roma e con Roma l'unità. Mentre il papato rovinava come una tarlata impalcatura sotto il palco improvvisato della monarchia italiana, Garibaldi, il ferito d'Aspromonte, il vinto di Mentana, offriva alla Francia in nome dell'Italia la propria spada di cavaliere dell'umanità. Il suo appello ai volontari di tutto il mondo affermava nel silenzio di tutte le monarchie la solidarietà delle nazioni nell'idea republicana. Francia e Italia erano sempre unite, malgrado le colpe dei propri governi. Mentana non aveva cancellato Solferino, giacchè là contro l'Italia aveva vinto l'impero napoleonico, qua per l'Italia aveva vinto la Francia.

Quindi Garibaldi, lasciando alla monarchia italiana raccogliere per le vie di Roma i cenci del papato, accorreva in aiuto della republica francese. Se la sua spada di condottiero non poteva pesare molto sulle bilancie della guerra, la sua presenza nel campo francese era di un immenso valore ideale.

Non tutti però anche fra i migliori intelletti lo compresero. Poiché la guerra era per la Francia irremissibilmente perduta, pareva alla prudenza sottile dei pratici che l'offerta di Garibaldi, vecchio ed oramai impotente capitano di poche migliaia di volontari, non fosse che una senile bravata: il suo proclama al popolo tedesco contro la guerra fu giudicato un vaniloquio; persino Mazzini si dolse di questa andata in Francia, mentre la monarchia italiana occupava così umilmente Roma. L'inflessibile e mistico republicano non poteva perdonare alla Francia republicana del 1848 il tradimento usato alla republica romana; e siccome la nuova republica francese, nell'immensa anarchia di quel momento, non si atteggiava secondo il suo ideale democratico, egli giudicava non solo inutile ma nocivo ogni sacrificio fatto per essa. Il popolo non se ne sarebbe giovato. Ma l'istinto di Garibaldi, anche questa volta più sicuro del genio di Mazzini, non si curava nemmeno delle intenzioni o degli atti dei nuovi governanti republicani: egli sentiva solamente che l'Italia doveva pagare Solferino e vendicare Mentana con una vittoria in Francia contro i prussiani. La republica anche meglio delle monarchie è superiore ai propri governi.

Ma quella improvvisata dal Gambetta a Tours non usò verso Garibaldi molto meglio dei governi italiani del 1848-59. Si tardò più d'un mese a rispondergli; si sarebbe voluto ricusarlo e non si osò; malgrado l'ovazione entusiastica fattagli dal popolo di Marsiglia si tentò di stancarlo moltiplicando contraddizioni ed indecisioni. Pareva che la sua generosità umiliasse l'orgoglio nazionale francese.

Nullameno il favore popolare costrinse i governanti a permettergli di comporre un esercito, che ebbe nome dai Vosgi, e sul principio non superava gli ottomila uomini. Il suo nucleo più compatto, formato da volontarii italiani che avevano seguìto per l'ultima volta il loro vecchio capitano, n'era come il battaglione sacro, nel quale si confondevano veterani sfregiati da cento battaglie e adolescenti come Giorgio Imbriani votati alla morte del campo, venturieri di buona lega, miscredenti iconoclasti che dal lungo odio al papato avendo sorbito un disprezzo aggressivo per tutte le religioni, dovevano attirarsi l'odio delle campagne francesi ligie alla chiesa romana. Intorno a questo nucleo s'aggruppavano battaglioni di franchi tiratori, reggimenti di marcia disordinati come sciami e composti cogli avanzi degli immensi eserciti distrutti, truppe di nuove leve poco vogliose di combattere, marinai, doganieri, studenti, villani e plebei. Lo stato maggiore era anche più eterogeneo: comandanti italiani e francesi di provenienze diverse vi si astiavano; i nuovi ufficiali republicani nominati da Gambetta accusavano di ogni disastro gli ufficiali dell'impero capitati nel nuovo esercito dei Vosgi; gli uni e gli altri soffrivano della generosità degli italiani venuti a vendicare Mentana sui prussiani. Reggeva lo stato maggiore il generale Bordone, forte d'ingegno quanto debole di moralità. Ma l'organizzazione dell'esercito non potè riuscire che fiacca: Gambetta pretendeva dirigere egli medesimo la guerra, dislocando colonne a colpi di telegrafo e limitando con ogni mezzo l'azione di Garibaldi. Infatti, malgrado l'opinione del prefetto Ordinaire e della popolazione di Besançon, la quale avendo accolto Garibaldi con entusiasmo intendeva affidargli il comando di tutti i corpi del dipartimento, egli li volle sottoposti al generale Cambriels invocante indarno di essere messo a riposo per curarsi di una pericolosa ferita al capo.

L'esercito garibaldino cresciuto di parecchie migliaia, secondo il solito malissimo armato, non poteva fare che una campagna difensiva. Le forze, la scienza e l'incomparabile organamento rendevano i prussiani più esperti sul terreno invaso che non gli stessi difensori, ed assicuravano loro anticipatamente il trionfo finale. Nullameno Garibaldi, infondendo parte della propria grande anima in quelle informi cerne raccogliticce, riuscì a riprendere l'offensiva con una celerità di mosse che meravigliò gli stessi nemici.

Da Autun, suo quartiere generale, il 28 dicembre mosse alla difesa di Dijon, battè le avanguardie tedesche a Prenois e a Darois; senonchè Dijon arrendendosi ai prussiani lo costrinse ad indietreggiare dopo un inutile assalto notturno sino ad Autun e a difendervisi strenuamente da ogni attacco nemico. Ma troppo scarso di forze per poter arrischiare un vero disegno di campagna, dovette quindi regolarsi piuttosto su quello del grande esercito di Bourbaki, estrema speranza della Francia: così non appena il generale prussiano Werder si ripiega abilmente sulle proprie linee di Gray-Vesoul, Garibaldi con marcia rapida e ardita rioccupa Dijon, ne guarnisce la fronte di colonne staccate, ne compie le fortificazioni attendendo di congiungersi all'esercito di Bourbaki e con esso minacciare il fianco dei prussiani. Intanto la guerra precipita alla fine; i generali francesi Faidherbe e Chanzy sono già stati schiacciati in Piccardia e nell'Orleanese, Parigi affamata sta per discutere la propria resa, il generale prussiano Manteuffel con un movimento parallelo a quello di Bourbaki e molto meglio eseguito malgrado il verno rigidissimo raddoppia le linee di Werder per accerchiare Bourbaki e Garibaldi. Ma se quegli finisce miseramente gettandosi sulla Svizzera, questi assalito lotta invece tre giorni respingendo ogni assalto, assalendo alla propria volta, togliendo al 61º reggimento prussiano la bandiera, finchè sorpreso dall'armistizio, nel quale per proditoria dimenticanza del Favre e per felina sottigliezza del Bismarck non è tampoco nominato, sfugge a 150,000 nemici con una delle più ammirabili ritirate che vanti la storia della guerra.

Allora l'ingratitudine della Francia ufficiale lo persegue; lo si accusa d'incapacità e di ladreria; si negano le sue battaglie; generali e fuggiaschi come Dudrot si levano contro di lui publici insultatori; il suo esercito, sospetto di essere troppo republicano, è disciolto come una banda di briganti; i giornali moderati d'Italia tengono bordone al turpe vilipendio, mentre il popolo francese con uno slancio irresistibile del cuore lo manda, benchè straniero, deputato all'assemblea di Bordeaux, e i prussiani s'inchinano con guerresca nobiltà al suo valore. All'assemblea di Bordeaux, ove la reazione monarchica rumoreggia già prepotentemente, le calunnie e gli sfregi diventano così ignobili che Victor Hugo, alzatosi a protestare in nome della Francia coll'autorità del proprio genio, è costretto a dimettersi da deputato.

Ma Garibaldi, che dall'Italia aveva già sopportato quanto di più crudele potesse inventare l'ingratitudine patria, non ebbe una parola di lamento: ricusò la deputazione offertagli dal popolo francese; poco dopo acclamato generalissimo dalla Comune scoppiata a Parigi, pur riconoscendo l'intima giustizia di quella improvvida rivoluzione, vi si rifiuta come generale e come soldato, per chiudersi fra gli scogli di Caprera più povero dei propri commilitoni, e più incompreso di prima alla volgare coscienza dei governi.

Se Vittorio Emanuele si era sentito troppo piccolo per guidare contro Roma il proprio esercito, Garibaldi era stato abbastanza grande per comprendere che alla caduta del papato bisognava contrapporre l'affermazione di una più vasta idea; e in nome della storia latina, universale da tremila anni, era corso in Francia a frenare l'ultima invasione germanica, opponendo agli eccessi di un popolo, fatto esercito ed impero per diventare nazione, la democrazia republicana di tutte le nazioni d'Europa.

La legge delle guarentigie.

Malgrado il diffondersi del pensiero democratico, la magnifica storia del cattolicismo e l'ammirabile unità del suo potere esecutivo, inspiravano non solo alle masse ma agli stessi avversari un superstizioso rispetto. A ciò contribuiva forse per massima parte la coscienza del vuoto teoretico della irreligione, che spremendo convulsamente scienze e filosofia, non aveva ancora trovato nulla da sostituire alle soluzioni offerte dal cattolicismo.

Quindi il papato, glorioso per una guerra di quasi duemila anni contro tutta l'umana varietà di nemici, soverchiava ancora la coscienza pubblica con una specie di fatalità resa più terribile da una interpretazione di provvidenza divina.

Le repugnanze della monarchia alla conquista di Roma, e la deferenza al papato delle maggiori potenze mondiali anche non cristiane, dovevano rendere più difficile lo stabilire con una legge i nuovi rapporti della chiesa collo stato. Fra i dogmi più orgogliosi del pensiero italiano primeggiava quello dell'universalità di Roma. Nella storia antica, almeno quale era ancora insegnata nelle scuole e sentita nelle masse, Roma era stata l'unità del mondo: il cristianesimo, abbandonando Gerusalemme per Roma, aveva raddoppiato questa unità dilatandola sino agli ultimi confini della geografia; nella lunga preparazione medioevale Roma era stata la città santa e la capitale del diritto popolare; al rinascimento Roma aveva egualmente contenuto i viaggi di Colombo sul mare e di Galileo nel cielo; lo schianto del protestantesimo non era bastato a dimezzarla; la rivoluzione francese era caduta sotto la Santa Alleanza, mentre il papato risaliva radiosamente al disopra di questa.

A Roma tutto il mondo cattolico stava ancora sottomesso. Nel periodo semi-secolare della rivoluzione italiana. Roma aveva sempre sovrastato al dibattito fra popolo e monarchia: l'unità politica d'Italia non era mai stata assolutamente creduta per la difficoltà di mutare la capitale del papato in capitale della nazione. Coloro medesimi, che per irreligiosità di pensiero sfuggivano alla sua influenza, non osavano concepire la conquista di Roma pari a quella di Palermo o di Napoli. Cesare Correnti sconsigliava dall'andare a Roma per non impegnare il governo in un dibattito contro i terribili teologi della curia vaticana; D'Azeglio, mascherando la timidezza di prudenza, aveva già voluto fare di Roma una città anseatica; Cavour non aveva ardito proclamarla capitale d'Italia che sperandone la cessione spontanea dal papato e dalla Francia; i suoi successori nel ministero si erano affrettati a rinunziarvi trasportando la capitale a Firenze; Giuseppe Mazzini stesso, affermando per la conquista di Roma la necessità di una rivoluzione intimamente democratica, veniva a riconfermare la sua inviolabilità, giacchè l'Italia non era ancora capace di tale progresso. Persino Giuseppe Ferrari, fuorviato dalla propria interpretazione delle rivoluzioni italiche, dissuadeva dall'andare a Roma ridotta come Benares e Gerusalemme a città sacra di una morta religione, per non mettere la nuova culla d'Italia nel più antico dei suoi sepolcri. L'acuto filosofo non s'accorgeva che tale rinuncia a Roma avrebbe mantenuto la superiorità del pensiero religioso sul pensiero civile. Teodoro Mommsen, protestante di religione e razionalista di pensiero, domandava febbrilmente a Quintino Sella: «Che cosa farete a Roma? A Roma non si sta senza un'idea universale».

Nessuno fra i più intrepidi miscredenti della politica pensava allora che andando a Roma si potesse non tener conto del papato. Fra il volgo dei liberi pensatori, che avrebbero voluto distruggervi tutti gli altari, e la monarchia che sostituendovi il papato nel governo temporale tendeva a diminuire con quello il numero degli scontri, non vi era ancora un partito democratico abbastanza forte per comprendere che la rivoluzione italiana non avrebbe avuto significato mondiale se non col risottomettere il cattolicismo alla legge comune pareggiandolo con tutte le altre religioni. Allora il cattolicismo avrebbe dovuto provare contro tutte queste la propria superiorità senza alcun aiuto di privilegi nella lotta, sotto pena di perdere il proprio primato storico. Un'immensa rivoluzione sarebbe avvenuta nei costumi e nelle idee: il cattolicismo, costretto a vivere delle oblazioni dei fedeli nella nuova miseria procuratagli dall'incameramento di tutti i beni, sarebbe disceso alla più ignobile idolatria, o salito nelle proprie migliori idealità. L'Italia avrebbe dato in Europa un esempio di libertà religiosa, quale la giovane America non ha ancora saputo: solamente così la caduta del potere temporale dei papi avrebbe segnato un'epoca nella storia civile dei popoli.

Ma da molti secoli, non ostante la sede del papato, Roma non era più universale.

Il progresso umano stava appunto in questa decadenza di Roma, mentre in Europa e in America fiorivano a centinaia i centri del pensiero e dell'azione civile. Oramai era facile comprendere che il papato non dava più a Roma altro vantaggio sulle grandi città moderne che quello abbastanza equivoco di una Mecca, e che nel secolo decimonono sognare ancora una città universale, e quindi un popolo eletto, era un indietreggiare al di là dello stesso cristianesimo, il quale aveva annullato l'elezione del popolo ebreo.

L'Italia, terra classica di un diritto divenuto universale prima ancora che il cristianesimo vi si annidasse, avrebbe dovuto alla propria gloria millenaria di spersonalizzare la chiesa cattolica. Ma la monarchia, conservando nella ricevuta delegazione dal popolo l'antica pretesa della delegazione divina, alla quale il papato era tramite necessario, si affrettò a riconoscergli non solo un primato su tutte le religioni, ma ad investirlo di una indefinibile sovranità poco conveniente alla religione ed incompatibile collo stato.

Le rivoluzioni sopprimono, le monarchie transigono.

Vittorio Emanuele dinanzi a Pio IX era ancora nell'attitudine di Carlomagno davanti a Leone III; l'ultimo re ritirava la donazione fatta dal primo imperatore, ma chiesa ed impero, pontefice e sovrano, trattavano sempre entro la stessa orbita, mentre la rivoluzione civile, vincitrice da tempo di tutti i miti religiosi e politici, non era peranco giunta a conquistare un governo pari a se stessa.

Le condizioni della politica europea erano favorevoli all'esperimento della coesistenza in Roma dei due sovrani e dei due poteri. La Francia si affaticava contro la Comune di Parigi, la Spagna avendo eletto re il secondogenito di Vittorio Emanuele era frenata nelle proprie escandescenze cattoliche dalla politica di corte, l'Inghilterra protestante applaudiva alla caduta del papato, Prussia ed Austria si sorvegliavano reciprocamente.

D'altronde il governo italiano era disposto a concedere più di quanto le diplomazie estere potessero chiedere. La procrastinazione dell'ingresso solenne del re a Roma era arra sufficiente delle sue e delle intenzioni della nazione.

La nuova legge, che si disse delle Guarentigie, votata dalle camere il 5 aprile 1871, dichiarò la persona del papa sacra ed inviolabile; a lui si mantennero tutti gli onori reali: si permise che nello stato tenesse armati a propria difesa; la sua dotazione di cinquantamila scudi mensili fu conservata esente da ogni onere governativo, provinciale o comunale; gli si attribuirono i palazzi vaticani e lateranensi colla villa di Castel Gandolfo e in essi nessun ufficiale italiano di pubblica autorità potrebbe mai introdursi; si riconobbero inviolabili i cardinali nella vacanza della sede pontificia, gli ecclesiastici partecipanti all'emanazione degli atti del ministero spirituale della Santa Sede non soggetti a molestia o sindacato delle autorità italiane; si mantennero agli ambasciatori presso la Santa Sede le solite prerogative; poste e telegrafi furono gratuiti pel pontefice nella città di Roma e nelle sei sedi suburbicarie; ogni istituto per l'educazione degli ecclesiastici venne preservato dall'ingerenza delle autorità italiane. Quindi abolita ogni restrizione speciale all'esercizio del diritto di riunione pei membri del clero cattolico, dispensati i vescovi dal giuramento regio, eccettuate Roma e le sedi suburbicarie dall'obbligo di conferire i benefizi maggiori e minori a cittadini del regno, aboliti gli exequatur e i placet per la pubblicazione ed esecuzione degli atti dell'autorità ecclesiastica non riguardanti la destinazione dei beni ecclesiastici; in materia spirituale e disciplinare nè riconosciuto appello, nè concessa esecuzione coatta; riserbato a legge ulteriore il riordinamento delle proprietà ecclesiastiche nel regno.

Così papato e monarchia, costretti a guerra mortale dalla rivoluzione, patteggiavano ancora barattandosi immunità e privilegi: il cattolicismo cresceva come religione di stato fino ad equiparare il proprio papato alla monarchia.

Quindi al trattarsi dell'abolizione dei monasteri vennero preservate a Roma tutte le case generalizie, riconoscendo loro la personalità negata agli ordini: un'altra legge dichiarò proprietà nazionale i musei apostolici senza sottrarli all'arbitrio del papa.

Ma anche questa volta la monarchia aveva interpretato abilmente il pensiero nazionale che voleva Roma capitale senza la distruzione del papato. Il trasporto della capitale e l'ingresso solenne del re a Roma riuscirono a fredde feste officiali: governo, parlamento e corte s'accamparono ove poterono; questa al Quirinale, ma Vittorio Emanuele non osò mai dormire negli appartamenti del papa, e vi morì per caso in una cameretta sopra una altana; quello alzò nel cortile di Montecitorio la propria aula in legno, quasi dubitando di fidare il proprio danaro a più duraturo monumento; l'altro ridusse molti conventi ad uffici.

Solo Quintino Sella ebbe allora un concetto chiaro della trasformazione necessaria a Roma per diventare davvero capitale d'Italia, ma nè il governo nè il municipio seppero secondarlo. La iscrizione liviana da lui scolpita sotto la statua del legionario romano nel nuovo palazzo delle finanze — Signifer, statue signum, hic manebimus optime — fu il suo ultimo grido di battaglia contro il partito, cui aveva imposto la gloria di condurre la monarchia in Campidoglio.

Una grande nazione s'era aggiunta all'Europa; la più gloriosa delle città mondiali tornava ad essere una delle sue capitali civili. Se l'Italia non aveva nella propria rivoluzione potuto diventare republica e proclamare a Roma la superiorità del pensiero civile sul pensiero religioso, mettendosi all'avanguardia delle razze latine, nullameno il fatto della sua ricostituzione unitaria e la caduta del potere temporale le davano un significato maggiore che non quello stesso del nuovo impero germanico. Il principio della nazionalità e della sovranità popolare avevano trionfato in Italia meglio che in Germania, ove gli antichi ordini feudali e il nuovo ordinamento militare viziavano ancora dolorosamente la vita moderna.

Il trionfo del principio democratico era meraviglioso. Dopo la caduta dell'impero napoleonico, fra la selvaggia rivolta dei comunisti e l'insensata reazione degli elementi monarchici, la Francia restava republica; l'Italia aveva chiamato con un plebiscito Vittorio Emanuele a Roma, la Spagna con un altro plebiscito aveva nominato a proprio re il duca d'Aosta, la Germania con un terzo plebiscito militare aveva promosso il re di Prussia ad imperatore, e queste tre monarchiche elezioni esprimevano il principio della sovranità popolare. L'Europa era profondamente mutata; ogni possibilità di nuova Santa Alleanza vi diveniva inconcepibile. La Francia sempre all'avanguardia, con un milione di prussiani bivaccanti su tutte le sue campagne, aveva osato proclamare in una rivoluzione comunista, degenerata necessariamente nella più bestiale delle guerre civili, un principio di libertà economica superiore ad ogni ordine di classi e a ogni idea di nazione.

L'Austria, ultima potenza del diritto cattolico, respinta dal centro d'Europa, doveva inorientarsi, contrapponendo l'eterogeneità del proprio federalismo alla unità russa nel problema della ricostituzione nazionale dei Principati Danubiani.

La profezia di Napoleone I, morente a Sant'Elena, che fra mezzo secolo l'Europa sarebbe o republicana o cosacca, quasi che la Russia potesse davvero svolgersi nella storia come negazione della democrazia, attraverso l'errore del proprio dilemma si era dunque puntualmente avverata.

L'Europa ancora divisa da monarchie era già concorde nel più irresistibile sentimento democratico.