J'ose a peine le croire:
Mais ce jour à jamais emplira ma memoire.
Il castello di Canossa nel secolo XI era tra le piazze forti d'Italia la più famosa e la più solidamente munita. Messo, come accennammo, a cavaliere di picco dirupato, era di quel lato imprendibile assolutamente per assalto o scalate. Dall'altro lato poi, da quello ove era il borgo di Vico di Canossa, come l'erta del burrone addolcivasi, era stato munito di tre ordini di rampe, che ripiegavansi a foggia di ferro di cavallo. Ogni giro di quelle rampe era chiuso da una porta, che si sopraponevano, guarnita di saracinesche e petriere. Al termine della seconda rampa, innanzi di arrivare alla terza porta, era stato scavato nella roccia un fosso, cui si traversava su ponte levatoio e si colmava di acqua mercè la grande cisterna esteriore della corte. L'ultima porta immetteva sur un vasto spianato, che dava sul principio del burrone, in un angolo del quale, quello che guardava il Vico di Canossa e le rampe, elevavasi il vasto edifizio. Al castello atteneva un piccolo cenobio con sei celle per sei frati benedettini, di cui capo era il Donizone che le serviva un po' di tutto. Tra il cenobietto ed il castello eravi un cortile con impluvio, un orto, poi le cucine. Si entrava nel castello per un vestibolo. All'angolo mattina del castello torreggiava sul burrone un'immensa rocca quadrata, e quivi si trovavano le prigioni e la cappelletta, dedicata a S. Apollonio, a cui scendevasi per qualche gradino. Ornavano la cappella colonne di marmo rosso che ne sostenevano la volta. Le mura, ossia le rampe, erano guarnite di merli, di bastie, di grossi mangani da lanciar pietre. Così che quel castello non poteva levarsi d'assedio, per poco che fosse provvisto di scorte e di uomini, per quanto grosso fosse il numero degli assediatori. Ed infatti Ottone tre anni vi fece consumare al re Berengario, quando volle ghermire Adelaide vedova di Lottarlo, nè il prese. Imperciocchè Adelaide chiamò in suo soccorso Ottone re di Germania, che la liberò, la sposò—e con questa unione fuse nella sua casa il regno d'Italia. Alla morte di Goffredo di Lorena, marchese di Toscana, e di Beatrice sua moglie, Matilde, figlia di costei e del primo marito Bonifazio, riunì l'immensa eredità dell'antico marchesato di Toscana a quella della casa di Canossa, e divenne sovrana del più grosso feudo d'Italia.
Due furono sempre i movimenti di questi marchesi: levarsi a signori d'Italia tutta; favorire i papi nelle lutte cogl'imperatori di Lamagna. Matilde aveva deposto il primo pensiero. Ma più che tutti i suoi antenati, più che ogni altro principe divoto, ella caldeggiava per la sede di Pietro.
Matilde, nella prima giovinezza, aveva anche essa forse soccombuto all'imperio dei sensi, alle tentazioni della voluttà, alle seduzioni dell'amore, al fascino di quelle parole che danno la vertigine alle fanciulle. Poi, disingannata forse, oltraggiata in sua fierezza, o inebbriata di più alto sentire di sè e di sua dignità, più matura negli anni, più dotta della realità dell'esistenza, si era isolata da qual si fosse passione terrena. Nel suo cuore aveva spento l'amore, che è tutta la vita di giovane donzella. Aveva scacciata la vanità di essere la più bella castellana d'Italia, che gli era un soffogare le più soavi e brillanti illusioni di una donna. Aveva sepolto nell'anima l'orgoglio del fasto e del potere, ch'è quanto mai femmina possa ambire e desiderare. Ella aveva concentrato il suo spirito sull'elevato pensiero della vita futura e del destino dell'anima oltre la tomba. Le sue facoltà intellettuali avevano perciò acquistata una visione indeterminata; le sue idee un colorito vago e fantastico. Ma nel tempo stesso, con l'ostinato meditare sopra oggetti ascetici, aveva assunto un rigore di principii, una solidità di carattere che nulla valeva a riscuotere, e che le davano quella specie di cieco coraggio che nulla cura, nulla bada. Si era devoluta come schiava all'arbitrio dei pontefici. E questi, non è a dirsi, se avessero saputo profittare della fatale tendenza di una principessa tanto potente. Matilde aveva seriamente contemplata la dignità del papa. Lo aveva scevrato dall'uomo, e gli aveva assegnato il dominio della parte morale dell'universo. Il papa, per lei, era il pugno di Dio che stringeva le anime de' suoi popoli. Non essendo dunque il pontefice che un organo mosso dall'intendimento di Dio, che un portavoce dei comandi del cielo, il non obbedirgli significava ribellarsi al Signore. Identificato così il pontefice e Dio, Matilde aveva messo a scopo della sua vita soddisfarne ogni volere indefinitamente, per poi lasciargli l'eredità dei suoi Stati. E così fece.
La sua corte componevasi. di uomini austeri ed ipocriti. Non fasto di abiti, non pompe di feste, non brio di banchetti, non fulgore e spirito di cortigiani, non perigliose delizie di cacce, non treno ricco di servi e cavalli, di astori e di alani. I menestrieri fuggivano il castello come soggiorno maledetto. I giullari e gl'istrioni vi passavano del capo chino mormorando una maledizione alla fredda castellana. I merciaiuoli e le cortigiane lo detestavano, non trovandovi a trafficare le loro merci. Gli stessi guerrieri, per cui la vita scioperata e le forti crapule sono elemento necessario di esistenza, in quella corte avevano attinto sussiego severo; e perciò appunto più duro e feroce carattere. Non dividevano le grazie della contessa che due individui. Una vecchia dama, alquanto sorda, alquanto losca, alquanto zoppa, del resto, nel cuore soda come macigno e capace di starnutire un buon migliaio di paternostri al dì; e Donizone, stravagante ed ubbriaco frate, che nell'ebrietà scriveva la vita di lei in versi esametri latini, e nei momenti di lucidi intervalli si tagliava le mani al torno. E quella le prestava i pochi uffizii di damigella che le potessero occorrere; questi le diceva la messa tutte le mattine, le benediceva la mensa, le faceva l'esposizione del sacramento all'ora di compieta, bene inteso però che Donizone adempiva a quest'altri doveri quando non si trovava ubbriaco, lo che spessissimamente avveniva. Vi servivano infine altri pochi famigliari, i quali acquistavano importanza solo in occasioni solenni come questa, che albergava gente al castello. Ed allora, perchè persone non pratiche e ad opposti mestieri addette, commettevano goffagini e disattenzioni senza fine, cui la distratta castellana neppur essa avvisava. E questi stessi erano un vecchio avanzo della corte del marchese Goffredo, i quali per loro vecchiezza, Matilde non aveva avuto il coraggio mettere sulla strada a mendicare.
A questo castello, verso l'ora di sesta del domani l'imperatore Enrico si approssimò. E' non portava divisa da re. Non aveva abito che annunciasse un principe o dimostrasse pompa. La testa coperta da berretto a foggia di capperuccio, il corpo di una tonica di grosso drappo verde, corta fino al ginocchio ed azzeccata al fianco da cinto di cuoio, le brache strette fino alla noce del piede sovramontate da coturnetti, ed un piccolo mantello uso a portare alla caccia per essere più spiccio e svelto. Del resto, niun'arma, nemmanco il pugnale.
Sorgeva intanto rigidissima giornata. Le nevi, cadute a iosa il giorno avanti, ridotte a minutissima polvere dal ghiado della notte, levava a turbine freddo vento di tramontana ed appiccava alle persone ed al muro come mastice. Lo stesso fiato si gelava uscendo dalla bocca. Enrico salì a piedi l'erta della rocca. Lo accompagnavano Baccelardo, Guiberto, il vescovo di Vercelli, quel di Bovino, e parecchi signori, venuti appositamente di Piacenza, udito della prossima riconciliazione, ed attendati per su le circostanti alture, non trovando ove albergare. Giunti sul piccolo spianato innanti le fortificazioni della prima porta, videro uscir fuori dalla postierla di soccorso l'abate di Cluny che, da star sugli spaldi, li aveva scorti. Ugone trasse incontro all'imperatore e gli disse:
—Sire, io ebbi l'onore di tenere vostra magnificenza al fonte del battesimo, e vi ebbi caro come figliuolo, venerandovi come re. Duolmi perciò che papa Gregorio abbia voluto darmi una parte a sostenere nelle disgrazie che vi hanno colpito. E duolmente maggiormente adesso che debbo dirvi, d'ordine suo, ingrate parole. Imperciochè so, sire, come sovente i grandi comunichino alle persone l'odiosità delle opere.
—Ma che vi han dunque comandato di dirci, messer abate? domandò Enrico impaziente.
—Eccovi, sire. Nel primo recinto di queste mura lascerete il vostro seguito: indi solo, spogliato dei sandali, del berretto e del mantello, i piedi e la testa nuda sotto l'aperta volta del cielo, pel tempo perverso che fa, e digiuno, attenderete nella seconda rampa che il papa vi appelli al castello per perdonarvi.
—Sacramento di Dio! scoppia Enrico digrignando ferocemente, ma costui ha dunque intieramente dimenticato che noi siamo re, unto come lui, ed inviolabile della persona? Vuole dunque gittarci ad eccesso da disperato, e demente cozzare con un demente?
—Sire! risponde Ugone tutto peritoso, vedendo la figura sformata del re, che percorreva a lunghi passi lo spianato. Sire, per la misericordia di Dio, quietatevi. Prestatevi a quest'atto di umiltà. Ne avrete larga ricompensa dal cielo, e trionferete dei vostri nemici. Che vi giova ribellarvi adesso, che vi sta nel pugno la vittoria, e che siete alla vigilia di mostrarvi ai popoli vostri più grande e più forte? Un segno più o meno di umiltà non vi sconforti. Ricordatevi che Cristo patì avvilimenti peggiori. D'altronde, gli è l'affare di un momento. Sarete tosto introdotto, io spero, e riconciliati; perchè quanti siamo nel castello non desistiamo dal tornare favorevole il pontefice.
Enrico lo stette ad udire, poi rispose:
—Dovremo dunque sorbirci questo calice fino alla feccia?
—Sire, si fe' a dire Guiberto, anch'io vi prego di non guastare l'opera cominciata per sì lieve formalità, che i canoni richiedono. Se aveste udito il mio consiglio, non vi sareste messo con sì nobile e generosa fiducia all'arbitrio dell'impudente pontefice. Ma poichè la bisogna si è cominciata così, finiamola come si può meglio, in nome di Dio, e lasciateci poi cura di ristorarvi l'onore quando che sia.
Enrico gitta un sospiro e sclama:
—Così vuoi, mio bravo Guiberto? Farò così: ma giuro alla Beatissima Vergine di Goslar...
—Perdonatemi, sire, se ardisco interrompere il vostro giuramento. Non sappia la luce del dì ciò che passa nel fondo della vostra coscienza. Nei tempi che corrono, anche la luce può divenire infedele.
Ugone di Cluny lo comprese, e gittando un sospiro susurra a voce sommessa:
—Dio ti perdoni, arcivescovo di Ravenna: da voi ho meritato questa sopruso.
Enrico strinse la mano di Guiberto e si prestò a Baccelardo che gli scioglieva i calzari ed all'arcivescovo che gli toglieva il mantello. Indi seguì l'abate che, a passo lento e taciturno, precedeva. Giunti innanzi la porta della seconda rampa, la postierla si aprì per lasciare entrare Ugone, il quale recava la novella a Gregorio, e si rinchiuse di nuovo sul volto del re. I frati del cenobio, i prelati rinchiusi nel castello, salmeggiavano dietro i merli della rampa. Enrico restò lungamente, degli occhi accollati a quella porta, immobile, assorbito in una nuvola di nere idee, che gli rinnovellavano i fatti diversi della sua vita come le vedute di un panorama. A tempi lontani, a scene varie egli viaggiò della mente, e considerò quanta improba fosse la natura degli uomini, che solamente nel male debbano star cheti, e ribellarsi ai modi dolci ed alle azioni generose.
Finalmente, assiderato, si tolse di quella posizione immobile, e conciossiachè passeggiasse sulla neve, cominciò a muoversi per bandire il freddo.
Intanto erano passate parecchie ore ed alcuno non si vedeva. I piedi arrossiti gli dolevano: il volto egualmente, ma più rosso di sdegno che di freddo; imperciocchè il sangue, a ventisei anni, rigoglioso gli bolliva per le vene. Suonò mezzogiorno; suonò vespero: nè alcuno da parte di Gregorio comparve. Enrico era digiuno. La neve, il vento gli percotevano il viso. Non udiva voce fuori di quella lugubre salmodia e di quella della natura crucciata. Ma egli non sentiva più fame, non sentiva più freddo, dell'ira dell'uragano non temeva; perocchè uno, ancora più terribile e fosco, imperversava nel suo cuore. Quelli della sua corte non ardivano presentarsi a lui onde non mortificarlo peggio nella sua umiliazione. Ma il loro cuore dava sangue, anche più concitato di quello del re. Infine suona compieta. Allora Baccelardo, non resistendo oltre, entra nel secondo girone, e recando ad Enrico i panni e gli usatti:
—Sire, dice, ho qui un'azza: comandate che quella porta vada a terra, e vi do parola di cavaliere che, ferrata com'essa è, ci andrà.
—E vada, sclama Enrico furibondo, ritirandosi.
Baccelardo, in men che si dice, comincia a scaricare sull'uscio tal tempesta di colpi, che la postierla principiava a sgangherarsi e ben presto gli avrebbe aperto il varco, se non si fosse affacciato tra i merli delle mura il vescovo Giovanni di Porto ed avesse detto:
—Ser cavaliere, a nome della contessa Matilde e del pontefice Gregorio v'intimo desistere dall'opera pazza, e di allontanarvi, se non vi torna più grato di esser salutato da qualche centinaio di frecce.
Baccelardo sospende i colpi e sta ad udire il parlamentario; e come questi ebbe finito:
—Cane di un vescovo, grida, tu sei un poltrone come il tuo padrone, e tutti agite da poltroni malcreati. La mia risposta intanto è questa; e così potessi darne una somigliante anche al figlio del falegname di Soano.
E sì dicendo, scagliava l'azza contro il vescovo, che ne avrebbe avuto certo spaccato il cranio, se sollecito non si tirava indietro. Egli allora tolse la balestra di mano ad un soldato per rimandargli il saluto; ma Baccelardo era scomparso dietro la rampa delle seconde mura, e unitamente al re ed al resto della corte tornava al romitaggio di San Nicolao.
L'imperatore non tolse cibo che pochissimo e la notte non dormì.
Allo spuntare del giorno voleva partire per Piacenza e tentare la fortuna delle armi, l'ultima che gli restasse nel naufragio, e morire da guerriero come aveva vissuto da re. Se non che i signori della sua corte, e Matilde, che tutta confusa e peritosa andò a fargli visita per confortarlo, lo supplicarono di non si disperare così tosto, e correre alla violenza, ma facesse tentativo, quel giorno ancora, perchè forse Gregorio, soddisfatto di sua umiltà e convinto del suo pentimento, gli avrebbe aperte le braccia e perdonato. Enrico battagliò lungamente questo avviso. Infine, vinto dalle preghiere della pia donna, si prestò a secondarli. Sull'ora di sesta quindi si presentò di nuovo al castello.
L'abate di Cluny che quivi lo attendeva, non ardì profferir parola. Enrico comprese cosa significasse la sua presenza, e facendo cenno ai suoi di restarsi, si fe' cavare i borzacchini ed il mantello, e seguì l'abate. La postierla si aprì di nuovo, come il dì avanti, e di nuovo si richiuse.
Quattro ore mortali Enrico ebbe il coraggio di attendere ancora quel giorno: niun messaggio del papa gli giunse. Ed era medesimamente digiuno, ed il tempo orrido al pari. Questa volta però le ore passarono più sollecite. Egli restò più tranquillo. Imperciocchè cominciò a correre con la mente l'avvenire, e vagheggiare un piano di vendette. E per tal modo vi si addentrò, e le sorbiva con tanta delizia, che, immemore e fuori di sè, disse all'arcivescovo di Ravenna che, corrucciato, lo veniva a rilevare:
—Restiamo ancora; prolunghiamone l'agonia.
—Sire, risponde Guilberto, gli è inutile attendere di più. Vestitevi, montate a cavallo e ritiratevi. Io compirò il rimanente. Dimani poi, cavalcheremo alla volta di Piacenza, se uopo è, e Iddio deciderà della vittoria. Questo infame portamento di Gregorio irriterà chiunque ha nel petto cuore di un uomo.
—Infame sì, risponde Enrico, ancora stravolto e col viso scomposto, o meglio convulso, a gioia feroce, infame certo; e perciò appunto prolunghiamone l'agonia, e ricordiamogli le ore spasimate che mi fece passare a Canossa.
Guiberto comprese che l'irritazione del pensiero ed il freddo avevano concentrato il sangue nella testa del re, e che la febbre ed il delirio lo travagliavano. Lo condusse perciò fuori le mura, ed affidollo ai cortigiani, affinchè lo menassero al romitaggio e lo andassero a ristorare di un bagno.
Due ore dopo, un cavaliere si presentava a Gregorio come parlamentario, e le porte della stanza si chiudevano.
—Ebbene, messere, che vuol dir ciò? dimandava Gregorio con voce alquanto commossa.
—Vuol dire, Ildebrando, rispose l'altro, che tu non devi temere ed ascoltarmi.
—Guiberto! grida il pontefice levandosi da sedere, che chiedi tu qui?
—Guiberto appunto, risponde l'arcivescovo di Ravenna, alzando la visiera. Tu non aspettavi la mia visita, fratello; ma io, che ho miglior cuore del tuo, che che tu ne possa pensare, ho voluto gustare del piacere di abbracciarti.
—Indietro, assassino, grida Ildebrando ritraendosi, qual novello delitto sei venuto qui a commettere?
—Per l'anima di quel nostro bravo Bonizone, fratello, tu non hai cangiato in nulla! Tu sei sempre quel petulante giovane, che fantasticava in ogni cosa il male e non si piegava nè per consigli, nè per forza. Ed a dire che neppure nel volto sei mutato! Io invece... eh! fratello, la vita del campo e tra le femmine consuma; e tu ben ti sei avvisato farti papa. Minchione che non lo hai fatto prima!
—Ma, che cosa è dunque codesto insolente favellarmi? aprimi passo o va via, grida Gregorio turbato, sbalordito, non sapendo quasi che dicesse, affogato da cento affetti diversi.
—Corpo di mille lance, qui non ci ascolta nessuno, Ildebrando. Lascia dunque, con tutti i diavoli, codesto sussiego, perchè con me non sei nè più nè meno dell'intrigante frate che ha barattata la cocolla per la tiara, e del figliuolo di Bonizone come me, arcivescovo di Ravenna eccetera. Inoltre egli è necessario che io ti favelli. E stammi bene ad udire, sai! Perchè già da te conosci come il nostro sangue sia infiammabile, e come entrambi siamo maledettamente corrivi allo sdegno ed alle mani.
—Parla dunque, e toglimi presto il fastidio di vederti, mormora Gregorio, cadendo sul suo seggio spossato dall'assalto delle interne passioni.
—Ma di', sclama di un tratto Guiberto come colpito da un'idea, ti brulicherebbe forse ancora per la mente lo scherzo che ti feci a Cariati? Eh! via, fratello, non istà bene ad un vecchio pensare a queste umane debolezze, e ad un pontefice covare sdegni sì lunghi. D'altronde tu mi provocasti così villanamente, e ne ho fatta di poi una penitenza che non saprei dirti. Lasciamo stare dunque i vecchi rancori, che nulla omai ci potrebbero giovare e nuocerci moltissimo, e pensiamo a perdonarci l'un l'altro. Io già mi strugge una rabbia di perdonare, che perdonerei ....
—Non mai, non mai, non mai! grida Ildebrando interrompendolo e rizzandosi di nuovo in piedi, no, non mai!
—Che uomo diabolico che sei, Ildebrando!—continua Guiberto sorridendo e mettendosi a sedere—gli è più facile cavare i denti ad un orso che te dal broncio. Eppure, se ci riconciliassimo, sarebbe lo spettacolo più commovente di cristianità; ed io muoio proprio della voglia di darlo codesto spettacolo e di udire a piangere le donne pie per la tenerezza, e le buone comari che griderebbero al miracolo. Via, piegati dunque fratello, pensa, corpo del diavolo, che hai sessantaquattro anni sonati, e sei prossimo ad andare innanzi a monsignore Iddio, che con voce terribile ti dimanderà, come a Caino: cosa hai tu fatto del tuo fratello? Perchè vedi, Ildebrando, se io sono stato un poco discolo, e forse lo sono ancora un tantino, se sono forviato, la è colpa tua, che, invece di darmi bravi consigli, mi spingi alla perduta nelle follie. Andiamo dunque, abbracciamoci, e qui finisca ogni mal'animo. Vedi che io ho fatto il primo passo, ora come sempre!
—Indietro, ti dico, grida Gregorio, e sgombrami la via, scellerato, perchè alla tua vista, alla tua memoria, io sento l'anima farsi a brani, la ragione disquilibrarsi. Chi è dunque che ha permesso a questo rettile di avvicinarsi fino a me? Perchè Iddio della divorante sua pupilla non ha per anco incenerito quanto di più nefando, quanto di più scellerato abbia prodotto la terra?
—Via, via Ildebrando, non facciamo zannate! Tu già conosci che io non rinculo avanti le aste, come vuoi dunque che mi spaventi di parole e di collere? Animo su, un abbraccio, ed a tutti i diavoli i picchi e le smancerie. Siamo fratelli alla fine. E poi io ti perdono; e poi io non ti domando neppur conto di mia moglie, di mia moglie che tu hai vituperata, di Alberada che io ho amato col più robusto delirio che possa agitare il cuore di un giovane. E tu me l'hai tolta, me l'hai rubata, mi hai oltraggiato negli affetti e nell'onore. Facciamo pace dunque. Le passioni domestiche cedano ai doveri politici. I rancori di uomo si seppelliscano sotto l'esigenze di papa e di arcivescovo. Prendi la mia mano.
—Indietro, ribaldo, la tua persona, il tuo contatto, il tuo respiro stesso avvelena l'atmosfera che respiriamo e mi lorda.
—Ah! sclama Guiberto, cambiando accento e levandosi. Bisogna dunque mutar tuono, non è vero, pontefice? Bisogna che ogni voce di natura si soffochi, che non siamo mai più Ildebrando e Guiberto, ma l'arcivescovo di Ravenna e Gregorio, ma i nemici che si han giurata guerra mortale e che non si perdoneranno mai, neppure con la certezza dell'eterno castigo? Ebbene, tal mi avrai, se così vuoi, Ildebrando. Ma, per l'ultima volta, io te ne supplico, dimentichiamo ogni sdegno, torniamo fratelli.
—Fratelli! grida Gregorio, fratelli, dici? ed Iddio, se io ti perdonassi, avrebbe Iddio coraggio di perdonarti egli ancora? Tu hai oltraggiata l'opera delle sue mani; tu hai vilipeso il suo vicario. E se vero è che vada ligato nei cieli ciò che io ligo sulla terra, e che io abbia qualche potere, me ne valgo onde perseguitarti quaggiù, per dannarti alle fiamme dell'inferno nell'altra vita.
—Eh! sclama Guiberto accigliando, hai pensato a provvedermi con tanta carità per questo mondo e per quello; e di te, che sarà di te? Sappilo adunque. Io non mi imbratterò mai più le mani del tuo sangue, perchè il sangue dell'inerme mi pesa. Ma un'ora tranquilla di sonno tu non gusterai mai più, no, mai più! Già sono a testa di esercito numeroso, e meglio che tanto ne leverò. Gl'Italiani ti odiavano prima, ora per la tua durezza con l'imperatore ti detestano. Tu non hai che le armi della parola e le poche truppe di Matilde. La tua parola sarà portata dal vento come quella dell'insensato; la gente di questa pettegola calpestata sotto le unghie dei nostri cavalli. Io ti darò la caccia quasi belva feroce. Io calcherò le tue peste; insozzerò il tuo abitacolo; turberò i tuoi sonni fuggenti, i tuoi desinari frugali. Non ti darò tregua neppure di supplicare Iddio che ti tolga da codesta carriera di spine. Inoltre mi farò creare papa ancor io; e tu sarai incolpato da Dio e dagli uomini dello scisma. Le città ti cacceranno dalle loro mura come perturbatore della pubblica pace, e nella tua coscienza non potrai restar tranquillo, perchè come un flagello, come Attila, sei venuto a gittare la guerra e la discordia nell'universo. Io insomma, io sarò la pietra angolare per rovesciare i giganteschi tuoi progetti, il demonio che ti vedrai innanzi nell'agonia per dirti: Ricórdati, Ildebrando, come seducesti la moglie di tuo fratello; ricórdati come tentasti sedurre Alberada, e fosti la cagione del suo ripudio, e l'autore della sua morte—se morta è pure e non si dispera in lento strazio nel fondo di una prigione: ricórdati, Ildebrando, che per te tuo fratello si macchiò di omicidio e si gittò nel corrotto: ricórdati quanti pontefici prevaricasti coi tuoi consigli, quanti principi spingesti al delitto, quanta gente morì impenitente per le tue scomuniche, quanto fosti ambizioso e crudele, come turbasti le leggi dei popoli e la tranquillità. Ricórdati....
—E ne hai ancora di codesta infame litania?
—Oh! la è lunga, Ildebrando, e niuno meglio della tua coscienza può saperlo.
—Ebbene, giacchè te ne appelli alla mia coscienza, io ti rispondo, che le tue parole sono le parole di un perverso, i progetti tuoi quelli dell'empio. Mi hai messa innanzi lo sguardo una tela di delitti a commettere. Ma chi ti assicura che i tuoi giorni dureranno fino a domani, che tu tenterai la mano di Dio lungamente?
—Cosa è, fratello? Ti diletteresti anche tu di veleni e di comprar la mano di traditori? Eh! piano per Dio, perchè, per le sante ossa di tutti i martiri, se minimamente di alcuna cosa mi avvedo, ti prometto di non darti tempo neppure di confessarti, e da cavaliere e da vescovo di Cristo ti terrò la parola.
—I protervi li giunge Iddio; il giusto li disprezza. Ma insomma finiamola. Cosa sei venuto a cercare qui?
—Il tuo bene, risponde Guiberto, la tua potenza e la tua tranquillità. E ciò non potrai ottenere, fintanto che sarai in guerra con l'imperatore e con me. Ti propongo dunque la pace, e da fratello ti consiglio d'assolvere Enrico. Allora io mi contenterò di aver restituita Alberada e di essere arcivescovo; egli di andare a dimandar ragione ai suoi vassalli della fellonia; e tu tornerai a Roma a dispotizzare sicuro. Ma se ti ostini, prepárati allora a guerra terribile, perchè domani noi torneremo a Piacenza, e diman l'altro ci vedrai con formidabile esercito sotto le mura di Canossa per levarvi d'assalto od affamarvi. E vengano poi le truppe di Matilde che troveranno solletico al ricevimento.
—Credi tu dunque di spaventarmi, quell'uomo?
—Spaventarti no, perchè so di qual tempra d'inferno è il tuo cuore; ma vorrei persuaderti. Perchè, ti confesso il mio debole, per quanto mi faccia violenza, io non so dimenticare che siamo entrambi figli di Bonizone. Arrenditi dunque e perdona Enrico. Non tirarlo dai capelli nella disperazione; non tentare di piegar l'arco di soverchio, che può uscirti di mano e ferirti. Il tuo, è un fatale proponimento!
—Se Enrico è veramente contrito sarà perdonato, perchè Iddio non vuole la morte del peccatore ma la salute.
—Ma quando sarà perdonato, io domando?
—E chi siete voi per metter legge al vicario di Cristo, per tentare di scandagliarne il pensiero? I suoi disegni sono arcani come quelli di Dio, nè men tremendi.
—Ma l'anno della scomunica è prossimo a scorrere, ed egli perderà la corona.
—Il sacerdote ha la benda e non guarda nè l'uomo, nè la condizione di chi si presenta ad implorare perdono di sue peccata. Enrico è re? ma che sono i re avanti a Dio ed avanti a me che ne sostengo le veci? Fango sul quale il soffio della mia voce passa ed essi non sono più.
—Ma sai, Ildebrando, che tu sei un terribile uomo? sclama Guiberto, il quale le braccia incrociate sul petto era restato ad udirlo, a rimirarlo radiante di luce inspirata. Tu hai prese sul serio tutte codeste storie, e finirai per dio per farle tôrre sul serio anche altrui. Peccato che abbi al tuo comando solamente alcuni preti, alcune parole latine e qualche pettegola. Ah! se tu avessi un esercito. . . .
—Il mio Dio è il Dio degli eserciti, e dove esso pieghi il ciglio i popoli e l'universo sfumano come i sogni del demente. Ed io sono voce di questo Dio e questa voce vale più di un esercito, più di una corona.
—E vuoi perciò abusarne?
—Tu menti! Enrico sarà perdonato, ma quando io sarò convinto del suo pentimento, e che non covi malvagi progetti; quando l'ora sua sarà giunta.
—Ed io?
—Giammai! L'ora della tua grazia è passata. E se vero egli è che tu hai onore e coscienza, e che codesta coscienza possa l'uomo tribolare da togliergli il sonno, la fame, e fino il desiderio di vivere, sappi, sappi, uomo perverso, che per te solo io ho perseguitato e perseguiterò Roberto Guiscardo; per te solo perseguito Enrico; per te perseguiterei S. Pietro, se vedessi che ti potesse proteggere; perseguiterei la Vergine; perseguiterei Cristo; perseguiterei Dio. Tu e codesto vigliacco di re menaste vampo e mi scherniste, quando ad arcivescovo di Ravenna ti elevasti; per darmi rovello me lo gittasti sul volto con una lettera infame; per isfidarmi a guerra mortale, quasi già fomite d'ira fra noi non fosse stato, dentro Roma, a casa mia venisti ad insultarmi. Ebbene, io sottrarrò agl'imperatori ed ai laici la facoltà d'investire feudi ecclesiastici; a voi toglierò le mogli, Italia strapperò all'Alemagna; i despoti calcherò coi miei piedi; e primo tu—primi Enrico, Guiscardo e tu sarete le vittime.
—Sta bene, ci siamo intesi, sclama Guiberto dopo averlo udito attentamente, addio dunque, e ricadano sul tuo capo le miserie che stanno per contristare l'Europa. Noi non ci vedremo mai più da fratelli; il tuo contatto ha disseccato il mio cuore: ma guai!
—Addio, rispose Gregorio, ed uscì, la testa alta, il passo fermo, calmo, solenne, il guardo rivolto al cielo.
Guiberto lo lasciò partire, lo perdè di vista, poi piegò il capo ed uscì anch'egli mormorando fra sè:
—È un santo, un furbo o un forsennato costui?
Ric.—Stanley, quali novelle?
Stan.—Niuna buona, milord, perchè voi possiate ascoltarla con piacere: niuna tanto cattiva da dovervi esser taciuta.
Ric.—Codesto è un indovinello! Nè buone nè cattive! A che tante frasi prima di venire allo scopo? Una volta ancora, quali notizie?
Guiberto non disse nulla al re dell'abboccamento che aveva tenuto con Gregorio: solamente mandò corriere a Piacenza pe' capitan delle truppe di tenersi presti a recarsi a Canossa dietro il comando dell'imperatore, e spedì araldi ai suoi feudi per far novella tolta di militi. Al levarsi di Enrico la mattina, gli parlò delle disposizioni prese la notte, e come egli portasse avviso di non muoversi più dal romitaggio, mandar l'araldo d'armi a chiamar le truppe in su quel di Canossa, ed attenderle, mentre un altro distaccamento di Lombardi e di suoi vassalli, sotto la condotta del vescovo di Vercelli, avrebbe bloccato Mantova, dove svernava l'esercito in piede di Matilde. Enrico approvò le provvidenze, però e' dichiarò volere attendere un paio di giorni ancora onde piegare il tenace volere di Gregorio. Imperciocchè, dopo aver subíto umiliazione così bassa, ei sarebbe stata scioperatezza non cavarne construtto, per poi compierne vendetta tremenda.
—L'opera è compiuta a metà, egli diceva, niuno mi toglierà l'onta che quest'uomo mi ha fatta, quando io fiducioso mi venni a gittar nelle sue braccia come in quelle di mio padre, e sperai nella sua misericordia, più inesorabile di quella di Dio. Egli si è mostrato crudele e vigliacco; perchè non bisogna insevire contro il nemico il quale dimanda mercè. Ora, se non giungo ad ottenere che mi si tolga la scomunica, cosa avrò guadagnato? L'onore no, perchè vi ha un mezzo solo di ristorarmelo, e questo è quello delle armi, rovesciando lui ed i principi miei vassalli che hanno stretta lega codarda. L'amor dei miei popoli neppure, perchè so come i Tedeschi tengano all'osservanza delle costituzioni dell'Impero. Avrò forse guadagnato gli Italiani, ma questi sono mutabili e superstiziosi. Mi difendono oggi; domani, vedendo che trattasi di rovesciare il pontefice, potranno compungersi, tornar divoti, ed abbandonarmi. E poi credete voi, monsignore, che Gregorio non si appellerà ai Tedeschi e li chiamerà in Italia per aiutarlo? Ad ogni modo, bisogna tentare di aggiustarmi con lui, se ciò si potrà. In ultimo, ci appiglieremo al partito delle armi; e sarà quel che sarà, perchè allora consiglia la disperazione.
—Ma almeno, sire, fingiamo di voler decidere la sorte con le battaglie. Perchè la contessa, che teme per la vita del suo papa, non teme meno per i suoi Stati, nei quali non desidera certamente che si accenda la guerra. Ella pregherà vostra sublimità per usar moderazione ancora e pazienza, e voi fingerete cedere alle sue preghiere: pregherà il pontefice a non ostinarsi; e Gregorio, che non ha mica gusto di sconfortare questa santa creatura e di alienarsela, l'ascolterà. Perchè Gregorio, meglio di tutti, comprende di quanto periglio possa essere una guerra in Italia, giusto attorno alla sua persona. Così, sire, si serberà almeno la dignità di uomo e la fierezza del guerriero.
—Sì bene! Mettete dunque voce che si è ordinata la mossa del campo di Piacenza, e che domani il vescovo di Vercelli ed il principe Baccelardo cavalcheranno sopra Parma, voi sopra Mantova, e noi al blocco del castello.
Sparsa la voce di questo piano fra il popolo numeroso, accorso a vedere la pace tra il pontefice e l'imperatore, proruppe ognuno in grido di giubilo; imperocchè tutti strabiliavano della pertinacia di Gregorio. Matilde, che si era recata all'albergo dell'imperatore per visitarlo e calmarne l'irritazione, udì ancora ella quei fremiti, e ne rimase colpita. Non per paura, perchè educata fra le armi, ma perchè vedeva pericolare la salute di due uomini a lei carissimi, l'imperatore ed il pontefice. Ella si sentiva alle strette di osteggiare il suo parente e signore, o il papa e quindi Iddio. Cominciò perciò a supplicare caldamente Enrico che facesse novello tentativo per piegare l'irritato prete, e confidasse nelle intercessioni sue. Perocchè ella conosceva di fermo Gregorio non aver animo malvagio ed ostile contro di lui, ma agire per severo zelo di sacerdote. Lo persuadeva pure a non perdere il frutto delle umiliazioni già fatte, sendo che sapeva di sicuro Gregorio inclinare già a perdonarlo; e che ella gli prometteva, dove ciò non fosse avvenuto fra un paio di giorni, di restar neutrale nella contesa. Che perciò non disperasse, e mandasse nuovi negoziatori per intercedere pace, ed aggiustare le pretensioni ed i patti. Alle preghiere di Matilde si aggiunsero quelle caldissime della contessa Adelaide e dell'abate di Cluny. Per modo che Guiberto, fingendo anch'egli di calmare il corrucciato re, gli cadde ai piedi e lo scongiurò di arrendersi e di non gittare Italia nella guerra civile, prima che nella sua coscienza non fosse convinto di avere operato per evitarla quanto uomo poteva operare. Allora Enrico si lasciò vincere. E promise che, in sul mezzodì, e' si sarebbe recato, come i giorni precedenti, al castello per ottenere l'assoluzione.
Infatti vi andò. L'abate di Cluny, d'ordine dell'impenetrabile Gregorio, compì la sua cerimonia come avanti; ed il re scalzo, scoverto, e medesimamente, travagliato dalla neve e dal vento si presentò nel secondo ricinto delle mura. Aspettò fino al vespero, aspettò fino a compieta. Ma neppur questa volta il pontefice lo chiamò. Allora, agghiadato dal freddo, i piedi fatti lividi ed il viso piombino, con una violenza disperata nell'animo, si decise seriamente a partire di Canossa. Egli appariva chiaro oramai che Gregorio non aveva altra mente che insultarlo, conculcare nel fango la regia dignità, assaporare a centellino la voluttà della vendetta e dell'alterigia. Si tolse perciò di quel sito infame, e venne alla sua corte per ritornare al romitaggio, risoluto di non più avvicinarsi a Canossa che alla testa di un esercito onde dimandar conto dei vecchi e dei nuovi vituperi.
A piedi dell'erta però, una specie d'orso ed una giovane si aprirono il passo tra la folla stivata della gente, che pendeva da quell'avvenimento, ed all'imperatore si presentarono.
—Sire, disse l'uomo, cui Baccelardo conobbe subito per Laidulfo, qual compenso mi darete voi se per domani mastro Ildebrando farà aprirvi quelle maledette porte della fortezza?
Enrico gitta lo sguardo su costui, poi volgendo le spalle con dispetto ordina, allontanandosi:
—Frustatemi quel cialtrone.
Baccelardo si approssima a Laidulfo, e tiratoselo da parte lo rimprovera:
—Compare, v'ha dunque bisogno di pattuire con un re? Tu gli renderai grande servigio; devi perciò sperare grosso compenso.
Laidulfo si gratta l'orecchio sinistro e risponde:
—Perciò appunto che egli è re voglio patteggiare. Io conosco come costoro mantengono la parola! Per tutto ringraziamento, ti fanno nascondere quattro o cinque pollici di stiletto nel cuore, o qualche graziosa dose di veleno nello stomaco in un gotto di Sicilia o in un pasticcio di cavriuolo, e buon dì a chi rimane. Mai no: patti innanzi e ricompensa sicura.
—Pezzo di birbo! ed avresti cuore di andare a mercanteggiare con un sovrano ridotto a quello stremo?
—Cuore! e chi ti ha detto che ne abbia cuore io? Però questo è il mio stile.
—E che faresti tu insomma?
—Quel che vorranno. induco mastro Ildebrando ad accogliere questo minchione di re, che ha tanta frega di benedizioni, o l'uccido e ne lo libero intieramente. Ma io posseggo un mezzo a cui il prete non resisterà.
—In ogni conto lo fredderai se lo trovi ostinato, non è vero?
—Credi che m'imbratterei l'anima per questo? mi regolerò giusta i patti che stabiliremo.
—Ucciderlo no, risponde Guaidalmira, io nol permetterò giammai.
—Zitto tu, berghinella. Chi ti ha imparato a rispondere dove parlo io? La è questa la veneranza che si deve ai consigli dei più provetti?
—E dimmi un po', Laidulfo, continua Baccelardo pensieroso, la testa in giù, riflettendo alla proposta di colui, dimmi un po' che pretenderesti tu per codesto pietoso uffizio.
—Spieghiamoci chiari. Che cosa si vuole? Che il re venga ricevuto? Ebbene ei mi darà una contea con tutte le terre ed i diritti pertinenti—bene inteso però che la voglio nei paesi d'Italia.
—Per Dio, compare, tu fili grosso. E che pretenderesti se dovessi ucciderlo?
—Che? Vedi un poco cosa si dà nel suo paese per Wehrgeld[1]. Venti soldi per uno schiavo: 30 per un porcaiuolo: 36 per uno schiavo divenuto colono tributario: 40 pel maniscalco che cura 12 cavalli, pel cuciniere che ha un aiutante, pel pastore che guarda 80 montoni, per l'orefice, pel ferraio: 45 per un servo della chiesa e del re: 80 per uno schiavo affrancato in presenza della chiesa o con una carta formale: 100 per l'uomo di condizione media, pel romano che ha beni proprii o viaggia, per l'uomo del re e della chiesa: 160 per l'uomo libero: 200 pel chierico nato libero, per l'uomo affrancato a danaro: 300 pel romano conviva del re: 400 pel suddiacono; 600 pel diacono: 600 pel prete nato libero, pel conte, pel sagibero[2]: 640 pel parente di un duca: 900 pel vescovo: 960 pel duca: 1800 pel barbaro libero, compagno del re, attaccato ed ucciso nella sua propria casa da una banda armata—Ora ti lascio considerare cosa valga la vita di un pontefice! Mi contento che mi dia un vescovado.
—Uhm! compare, tu non hai mica voglia di guadagnarti la vita con l'aiuto di Dio.
—Ti par troppo?
—Ma sì per Dio! Non pertanto, mettiti all'opera, compila, e forse il re sarà ancora più generoso che tu non desideri.
—E chi mel guarantisce?
—Io.
—Tu? Uhm! ragazzo mio, con questo suono non mi muovo nemmeno quanto son lungo.
—Tu sei un ebreo, Laidulfo! E non ti pare che la stessa natura del servigio e l'urgenza del caso fossero garanti ancora più possenti di una parola?
—Sicuro. Ma per togliersi poi da scrupoli, e' potrebbe anche regalarmi una bella collana di corda e farmi appendere speditamente ad un albero. Che te ne pare? Tu non conosci, ragazzo mio, di che pasta si facciano i re, e come essi intendano la faccenda della coscienza, dei dritti e dell'onore! Questi sono legami del volgo e degl'imbecilli. Ma non l'accoccano a me, no; te lo giuro pel santo asino di Balaam!
—Tu calunnii l'imperatore, Laidulfo. Egli non si è mostrato mai taccagno con chi gli ha praticati degli uffici.
—E se adesso volesse fare eccezione?
—Impossibile. Egli tiene all'opera che tu imprendi più che alla vita.
—Ne sei certo?
—Come dell'anima. D'altronde, vedi che non v'ha mezzo per avvicinarti a lui e patteggiare. Val meglio perciò tentare la cosa che starne così; perchè una mercede, e generosa, l'avrai sicuro—e ti farò risparmiare altresì la frusta che ha comandato di largheggiarti.
—Ecco le munificenze regali! Ecco di che i re non sono mai avari! Una pena per tutti i falli; la fame e l'obblio per tutte le virtù.
—Diavolo! tu fai della morale, sclama Baccelardo ridendo.
—Dio me ne scampi! riprende Laidulfo, io non sono ancora si disperato. Orsù dimmi un po', come si fa a penetrare nella fortezza?
—Niente di più facile. Ti condurrà l'arcivescovo di Ravenna. Bada però di non farlo troppo domesticare con codesta giovane. E sarai ammesso come parlamentario in piena sicurezza. Ne abbiamo parola della contessa.
—Vediamo dunque cosa saprà fare codesto arcivescovo, e lasciate a me cura del resto.
Sul cader della sera, infatti, Laidulfo e Guaidalmira venivano introdotti nel gabinetto di Gregorio dalla stessa contessa Matilde, la quale non si lasciò a ciò indurre senza prima aver tastato un po' il messo, ed attinto un barlume dei mezzi che si volevano adoperare. Laidulfo veramente non le disse tutta la verità. Però seppe dare alle sue parole una forma di credenza, e d'altronde Guaidalmira guarentì della sua vita che non sarebbe al papa venuto male di sorte. Gregorio, occupato vicino al camino a scrivere lettere ai principi di Germania, non avvertì della coppia entrata nella sua stanza; nè questa fece pressa per aprire l'abboccamento. Ma come Ildebrando ebbe finita di scrivere lunga pagina, e prendeva fiato per voltar l'altra, alza lo sguardo e scorge Laidulfo che, le mani congiunte dietro i reni, aspettava. Allora questi si fece più avanti fin presso il tavolo e disse:
—Ser papa, mi conosci?
—Chi sei tu?
—Uhm! un bravo ed onesto mercante, pontefice.
—Santo padre, soggiunge Guaidalmira traendosi innanzi, è mio padrino.
—Quella giovane, ti bisognerebbe dunque alcuna cosa?
—A me no, santo padre; ma piacciavi di ascoltare le suppliche di mio padrino.
—Vale a dire, suppliche no. Io vengo invece a proporti un bel contratto, pontefice, se da te si può cavar qualche cosa.
—Parmi che la tua laida figura non mi torni affatto nuova.
—Sicuramente. La vigilia di Natale del 76 venni ad offrirti un altro bello affare, che commettesti la balordaggine di non accettare. Se ti ricordi, quel tale vescovado di Oria! Pare proprio che io sia destinato ad esser vescovo, perchè ci ho un'inclinazione tale, ma tale da sembrare una malattia ed ostinata mi frulla nel pensiero ovunque mi volga. L'è una fissazione, bisogna convenirci.
—Ma dimmi un po', quella giovane, costui è matto?
—No, signor pontefice, risponde impudentemente Laidulfo stesso, piuttosto tristo, come dicono gli sciocchi. Ma che vuoi! L'uomo non può esser diverso da ciò che lo ha fatto Iddio. Or dunque, per venire a bomba, nel 76 proposi di venderti un segreto, e quel segreto era niente meno, che la notte ti avrebbero assassinato come avvenne....
—Ah! scellerato, ora ricordo meglio la tua persona. Ancora tu eri degli assassini.
—Appunto, mi avevano pagato perciò, e feci il mio dovere. Ma non andare in bestia, pontefice, perchè tu perdonasti a tutti, e buon pro adesso.
—Ed è forse per qualche attentato simile che ora qui ti han mandato?
—Eh! eh! quel galantuomo! non calunniamo la gente dabbene. Io sono qui per venderti un segreto, anche più rilevante.
—Ma tu sei dunque il demonio che conosci quanti segreti mi riguardano?
—Presso a poco, pontefice; e se non son demonio, gran cosa non può mancarmi—solo che mi facessi vescovo....
—Esci furfante, se vuoi che non ti faccia frustare, grida Gregorio divampando di sdegno.
—Frustare, frustare! mormora fra i denti Laidulfo, prendi un granchio, pontefice: io sono nobile. Ma lasciamo stare queste bazzecole e parliamo sul serio. Con un primo esempio hai veduto, come io sia veritiero ed onesto. Ora ho un altro segreto da vendere. Perchè, vedi bene, entrambi noi siamo mercanti e spacciamo parole: con la differenza che tu, come chierico, pontefice, le spacci latine; io volgari, come laico. Or dunque, di', vuoi mercanteggiar meco da bravo cristiano?
—E che riguarda cotesto segreto?
—Da capo! è un segreto come il miracolo di S. Donegilda, cui la sera tagliano i capelli e la mattina le pie monache li fanno trovar cresciuti. Dimmi solo se vuoi comprarlo a patti equi, perchè altrimenti saprò a chi venderlo e.... E tu non ci avrai gran gusto, pontefice. Ti pentirai anzi di non aver dato metà dei tuoi feudi a chi tel proponeva.
—Tanta importanza ha dunque codesta bisogna?
—Tanta! rinunzio al prezzo, per dio, se, dopo che l'avrai udito, non dirai: corpo dei santi! Laidulfo, tu sei un buon diavolo, et quia super pauca fuisti fidelis, cardinale di santa Chiesa te constituam.
—E chi mi assicura che tu non menta?
—Chi? Un tal falegname di Soano chiamato Bonizone. Per sodo devi conoscerlo, Ildebrando.
—Lui! E cosa entra Bonizone coi tuoi segreti?
—Ci entra benissimo come vedrai. Ma non andiamo anguillando per pigliar terreno. Un santo padre dovrebbe esser uomo di poche e sagge parole, e tu sei ciarliero anzi che no. Di' dunque, vuoi sapere il segreto?
—Favella.
—Ascolta prima i miei patti. Domani, allo spuntare dell'alba, manderai la contessa Matilde, la contessa Adelaide, l'abate di Cluny ed il marchese Azzo d'Este all'imperatore Enrico....
—Che dici?
—Ma, per Abramo, ascolta. Manderai questa nobile commissione al re, e questa, in nome tuo, gli prometterà che lo riceverai incontanente, senza più pettegoleggiare e fare il fiero. E tu, come il re verrà, lo ascolterai, lo assolverai e mangerai con lui come fratello. Ecco ciò che io richiedo da te. Vuoi starci?
—No.
—Bisogna dunque dire che farnetichi. Allora io ti propongo un altro partito. Se, come avrai saputo il mio segreto, stimerai esagerato il compenso che ti richiedo, io consento a non ottenerlo.
—Ma che cosa è dunque che devi dirmi? favella in nome di Dio. Domani riceverò il re.
—Parola di sommo pontefice?
—Parola.
—Ebbene, sclama allora Laidulfo cavandosi di sotto il mantello uno scrignetto, conosci tu le armi di questo mobile?
—Mio Dio! e come in mano tua quello scrigno?
—Ecco qui. Io peregrinava Italia come zingano, vendendo specifici e talismani per le malattie degli uomini e delle bestie, e reliquie pei divoti, allorchè una sera capitai a Soano. Impaniato tra quei viuzzi a notte alta, era deciso passarla al sereno, coricato sul suolo, allorchè, nella magione vicina, mi sembrò udire gente che ancora vegliava. Cercai la porta, e venne ad aprirmi un servo. Gli dissi che avesse pregato il padrone di ricovrarmi fino al mattino, e di qualche vitto, perchè arrovellava della fame. Il servo portò la dimanda, e ritornò rispondendo che poteva entrare.
—Abbrevia, l'interrompe Gregorio.
—Io non ho fretta, ripete Laidulfo, mettendosi a sedere, e continua.
—Io mi trovai presso di un falegname venuto in fortuna. Mi accolsero caritatevolmente. Alcuno non mi domandò nè nome, nè condizione; mi fu dato lautamente da cenare, e poi un buon letto, sicchè io dormii come un canonico fino a giorno alto del domani. Appena alzato, mi recai per render grazie al mio ospite, palesargli il mio nome ed il mio stato, e presentarlo di un amuleto pel mal di pietra, da cui il povero vecchio andava travagliato.
—È vero, sclama Gregorio.
—Se è vero! ripiglia Laidulfo, io parlo evangelio.
—Avanti e presto.
—Va bene. Il falegname stava in sul punto di morire. Io vestivo in quel tempo schiavina di romeo, perchè, essendo stato attossicato da una zingara ed essendomene tirato con un controveleno, avevo fatto fra gli spasimi un cotal voto alla Madonna di Loreto e là mi recavo per soddisfarlo. Piacqui al vecchio. Ei mi credette un santo, o su quel torno. Ora, costui si aveva in casa una bimba trista e piagnucolosa da fare strabiliare un demonio. Morendo, quella monnelluccia restava Dio sa a chi. Il vecchio voleva mandarla a Roma a qualcuno che ne avesse dovuto pigliar cura. Eran giorni di guerra. Correvano il paese Tedeschi, e saccomanni, e lance del papa ed ogni ben di Dio di malandrini. Alcuno dei terrazzani di Soano non voleva torsi la missione di condurre la bimba a Roma, per prezzo che offrisse il vecchio moribondo. Io gli sembrai l'uomo mandato da Dio. Il mio vestito, il mio portamento umile, contrito, divoto, lo sedussero. Mi domandò se volessi accettare la commissione. A vero dire, io allora abborrivo le creature peggio che non abborrissi il duca di Puglia, Roberto Guiscardo. Però, per farmi dispetto, per fare arrabbiare la mia bestiale natura, accettai. Si trattò del prezzo che mi si offriva per il viaggio e le spese della bimba e di me. Mastro Bonizone era taccagno anzi che no; ma le ore sue sembravano contate, io non tenevo punto all'affare, alcuno non si presentava per rendergli servigio a miglior patto; bisognò dunque calare all'accordo. Restava un dubbio.
—Uno solo? dimandò Gregorio.
—Almeno il più grave.
—E quale? conchiudi dunque.
—Ecco qui. Io dovevo condurre quella scimiuzza stridula a Roma e consegnarla a qualcuno. Ora costui l'avrebbe egli tolta senza una pistola di chi la mandava e senza un breve di ricordanza sull'identità della puttina?
—Ah! ed allora? sclama Gregorio turbandosi visibilmente.
—Allora fu mandato a chiamare un tabellione, un tal mastro Anasprando.
—Viveva dunque ancora? sclama Gregorio quasi suo malgrado.
—Se viveva! Era fresco come l'abate di Nonantola che si conforta con trenta beghine, di cui la più vecchia ha venti anni. Mastro Anasprando dunque fece una lettera ed un bel breve di ricordanza, a scrittura grossa come i rosoni della chiesa di Sant'Ambrogio di Milano; mastro Bonizone vi mise sotto una croce; quattro altri testimoni vi cincischiarono degli scorbi come campanili; dentro questo forzierino chiusero questo libro di ore che qui vedi, e mel consegnarono, dicendomi che dovessi darlo a colui cui conducevo la fanciulla, sendo una memoria di sua madre. Ora il libro di ore ed il forzierino è questo qui, con le armi del conte di Reggio, perchè il libro apparteneva alla sua figliuola Bertradina...
—E la ragazza? dimanda Ildebrando ansioso.
—La ragazza... Veramente fui tentato all'indomani di venderla a qualche zingano o a qualche ciurmadore. Ma poi pensai che avevo tolto un bel prezzo della commissione e dovevo compierla da galantuomo. Soddisfatto quindi il mio voto di Loreto, mi recai a Roma. L'uomo a cui la bimba, la lettera, il forzerino erano inviati non vi era più.
—Davvero?
—Sissignore. Egli era partito proprio per quella stessa Soano, donde io era mosso, e per vedere proprio morire quel vecchio che io avevo veduto moribondo, e forse per aver proprio quella scimiuzza di bimba che io gli recavo a Roma. Il vecchio che lo attendeva e che forse disperava vederlo venire, che sentiva sfuggirsi l'anima, che conosceva l'indole dell'uomo a cui aveva a fare, si era affrettato nelle risoluzioni.
—Ma allora cosa facesti tu del mandato?
—È giusto quello che io m'accingo a dirti e per cui mi vedi qui. Quella fanciulla, nella mia vita dissipata e randagia mi tornò da prima di grave fastidio, e più di una fiata mi frullarono pel capo disegni tristi. Però, pensando poscia che io ero solo come la notte, mi feci violenza e la tenni. Tanto più che la poverina riesciva ogni dì più vispa e non piangeva più, avvegnachè passasse sovente interi giorni digiuna. Poi si fe' grande, uscì di fanciulla, ed io le aveva messo un amore pazzo. Bestione! La amavo quasi mi fosse figliuola; e la guardai perchè non capitombolasse, essendo fatta belloccia, ed i fottivento la rimorchiavano. D'altronde ella si guadagnava bene la vita, avendole una zingana insegnati certi segreti per pescare nell'avvenire. Ed eccola qui questa galuppa, che sì è fatta rossa come una ciligia di Genova.
—Ella! sclama Gregorio.
—Appunto. Che ne dici, Ildebrando? non è un tocco da far gola ad un monsignore?
—Ed io sono figlia di una contessa? mormora Guaidalmira come parlasse a sè stessa.
—Sissignore, della contessa di Reggio, monella, soggiunge Laidulfo stringendole il capo sul seno e baciandola sulla fronte.
—Ma la lettera, ma lo scritto del tabellione, dimanda Gregorio impaziente ed ansioso, divaricando gli occhi; lo scritto non l'hai tu conservato altresì?
—Se l'ho conservato? Magari! Gli è il mio tesoro. Ed ecco il segreto che ti riguarda, pontefice, e che io avrei venduto ai tuoi nemici, ad un concilio, a Satana, i quali ne avrebbero menata galloria come di una battaglia guadagnata. Leggi, leggi un poco se ti piace.
Gregorio toglie la pergamena di mano tremante, e legge:
»In nomine di Dio, dalla beata Vergine e di S. Inegilda amen.
»Hogi che sono li 27 di Martio die di Giovedì santo dell'anno dell'incharnatione del nostro signore Gesù Cristo 1057 anno secundo del regno di Enrico IV dominus noster et primus ponteficis Stephanis IX, Inditione VII—actum Soani civitate nella casa di mastro Bonitione di cumditione falegniame in cubiculum dela chamminata il quale Bonitione in nostra præsentia et testimonibus Marcho congnomento Digitomutio Gelasio Canaiuolo Pietro servus marchionis Etrurie affrancato cum danario, et Zaccheria subdiacono tutti non habili di scrittura e perciò crocie segniati che noy tabellio communis Soani certioriamo come facta e propris personibus qui fuerunt testimoni della comseguazione quem predictum mastrum Bonitionem have fata di una bambina, che il medesimo Bonitione certiorat esse la propria figla del suo filiuolo Ildebrando et dela Bertradina filiuola del conte di Reggio uxorem alii fili suis Guiberto che perciò have trucidata fino a morire cum un coltelo la detta molie, ad un ebreo...
—Questa è infame, è esecrabile menzogna! sclama Ildebrando alzandosi da sedere.
—Non puoi negare però che l'atto è in tutta regola, Ildebrando, sclama Laidulfo, tirando dalle mani del papa la scritta e mostrandogliene un'altra, non puoi negar che questa è la lettera diretta a te dal tuo padre a Roma, con cui ti manda la tua figliuola, non puoi negare che questi atti in mano dei tuoi nemici.....
—Questa è scelleratissima calunnia, proseguiva Ildebrando riscaldandosi sempre più, e la giustizia di Dio non potrà permettere che si faccia onta ad innocenti, si vituperi la memoria di una pia...
—Tutto sta bene, tutto eloquentemente detto. Però devi convenire che se questo scritto cadesse in mano dei tuoi nemici...
—Qualcuno ha letta dunque codesta pergamena?
—Nessuno, ed il segreto, se il tabellione ed i testimoni sono morti, non potrebbe palesarsi che da questa triste di scritta.
—Resti dunque il segreto ed il vero al cospetto di Dio, che questa scritta non tradirà più alcuno.
E sì dicendo, Gregorio strappava di un lancio dalle mani di Laidulfo sorpreso l'atto della consegna della fanciulla e la lettera e le gittava nel fuoco, e con le molli ve l'incalzava, ve la teneva. Guaidalmira stende subito la mano nella brace per cavarle, sclamando:
—Voi consumate la mia esistenza, pontefice!
Ma Gregorio con la molle le spinge più dentro tra le fiamme. E quella carta si rattrappa, si fa nera, si arroventa—infine non resta del testimonio della vita civile di quella povera giovane che poca cenere. Ella si mette le mani sul volto per non assistere a quella specie di omicidio morale, e prorompe in pianto.
—Pontefice, dimanda allora Laidulfo che aveva veduto tutta codesta scena in apparenza senza muovere palpebra, ma tastando sul petto il suo pugnale, pontefice, manterrai adesso la tua parola?
—A domani.
—Sta bene allora, risponde Laidulfo, ritirando la sua mano dal giubbetto, lasciando il pugnale e facendo una riverenza. A domani.
Guaidalmira si avvicina allora tutta tremante a Gregorio quasi avesse voluto gittarsegli ai piedi, e gli dice:
—Voi dunque...
Ma Gregorio le taglia in bocca le parole, e facendole cenno imperioso di partire sclama:
—Donna! il segreto che udisti muoia con te.
La giovinetta gli alza addosso gli occhi lucidi di lacrime, ed uscendo dietro a Laidulfo prorompe:
—La mia scienza non m'ingannava!
Gregorio loro tenne dietro col guardo ansioso, finchè non furono scomparsi, poi alzando al cielo gli occhi e le mani gaudioso gridò:
—Sono libero. Quei cialtroni non saranno creduti. La terra non avrà più macchia da appormi: per i presenti sarò un eroe; per i posteri un santo. Ma Iddio!...
A questo pensiero Gregorio cadde sulla sedia, e non passò guari ed un sopore lo avviluppò. Era quello il sonno del giusto, o un subito rilasciamento delle fibre del cervello che da violenta tensione posavano? Dio e la storia han giudicato quest'uomo: lasciamolo al loro giudizio.
Appena svegliato però Gregorio si fe' venire il vescovo Giovanni di Porto e gli dimandò:
—Giovanni, hai tu veduto quell'uomo e quella giovane che hanno meco favellato?
—Santo padre, sì, risponde il maligno vescovo.
Gregorio si guarda intorno per osservare se qualcuno lo ascoltasse, poi a voce intelligibile appena soggiunge:
—Vescovo di Porto, quell'uomo mi ha fastidito.
Il formidabile vescovo sbircia fitto fitto Gregorio per comprendere il significato di quella frase, indi risponde:
—Santo padre, si lasci servire da me.
E quelle parole, come l'indice delle sacerdotesse di Vesta che, al dire di Reboul de Nimes, était un poignard, furono la sentenza di morte di Laidulfo.