Humble et timide, a plaire elle est plein de soins,
Elle est tendre, elle a peur de pleurer votre absence,
Fidèle...
Non appena Laidulfo ebbe messo piede fuori la rocca si diede a correre a rompicollo per arrecare la novella al re dell'esito felice del suo negoziato. Giunse al cenobio che il dì era compiutamente finito, ma si vedeva ancora per quella specie di luce opaca che dava la neve donde il suolo gremivasi. Il re desinava. Laidulfo si fe' chiamare Baccelardo, e come questi venne e lo vide, ansioso dimanda:
—E sì, compare?
—A maraviglia, risponde Laidulfo.
—L'hai ucciso?
—Non ci è stato bisogno. Dimani il re sarà ricevuto e benedetto come un uovo di Pasqua.
—Dici il vero?
—E conosci che io burli mai? Domattina verranno qui a rilevare l'imperatore le due contesse, l'abate di Cluny, il marchese d'Este; e Gregorio lo accoglierà per assolverlo.
—Sacramento! e come hai tu fatto per rammollire quel demonio?
—Eh! al mio scongiuro difficilmente e' poteva resistere. Ma dimmi un po' adesso, e tu hai favellato col re?
—Altro! Enrico ha detto: che quel monello mi cavi di questa pania, e poi scelga il più pingue vescovado o principato di Germania, e gli giuro sulla mia corona imperiale che glielo darò.
—Ha detto proprio monello?
—Monello o galuppo, poco importa; qualche cosa di così infine.
—Che magnifico signore! Il fatto sta adesso che io m'imbroglio a scegliere. Già un vescovado vuol essere e non altro, perchè io sento una vocazione di farmi santo da ridurre a strabiliare un diavolo. Di' dunque, Baccelardo, che mi consiglieresti tu eh!
—Per me ti consiglio a dimandare l'arcivescovado di Magonza che è un buon quarto dell'impero.
—Diamine! sai, Baccelardo, che tu hai giudizio? Sta bene: dimanderò l'arcivescovado di Magonza.
—Si; ma ci è una lieve difficoltà.
—Quale?
—Che l'arcivescovo Sigofredo è vivo ancora
—Ti par poco?
—Fih! dammi ventiquattro ore di tempo, e mutami nome, se non farò restare la chiesa di Magonza vedova come.... come.... aiutami a dire dunque il nome della moglie di quel bellimbusto che trascinarono di un piede attorno le mura di quella città di Puglia che sta presso Biccari.
—Troia?
—Già: come si chiamava la moglie?
—Di Troia?
—Eh! dell'altro che fu trascinato.
—Ma!
—Capisco, compare, tu non sei più forte di me in letteratura. Or bene dunque, giacchè io sono arcivescovo di Magonza debbo fare qualche cosa per te. Ti piacerebbe la città di Reggio qui presso?
—Sogni!
—Mica. Io dunque ti do questa bella giovinetta in moglie, e la città di Reggio per dote, investendoti altresì dei miei dritti sul principato di Capua.
—Ah! vuoi dunque barattare i tuoi dritti coi miei sul ducato di Puglia e Calabria, compare?
—Io parlo del miglior senno, disse Laidulfo. Questa giovine adesso è da marito. L'ho guardata finora, perchè aveva a renderne conto. Il conto l'ho reso da fedele custode. È stata sventurata; non ho che fare di più. La mia parte è compiuta. Ho fatto finora il buffone perchè ero giovane. Ora mi sento venir vecchio, voglio far l'arcivescovo e chiamar fratello il papa. Ella è orfana, tu del pari, Baccelardo; sposala ed io vi darò la santa benedizione.
—Ma taci in nome di Gesù, disse Guaidalmira arrossendo tutta.
Baccelardo la contemplava attentamente.
—Ci pensi sopra? soggiunge Laidulfo, vedila, essa è bellissima, è pura come il vento delle Alpi. Potrai trovare più ricca donna, ma nè più avvenente, nè più amorosa. Se sapessi che cure ha avuto di me...! Bah! non ne parliamo, chè per poco che lo rammenti, questi tristi de' miei occhi scorreranno come grondaie. E ad un arcivescovo sta male il piangere.
—Ma taci, taci, padrino; cosa vai raccontando.
E Baccelardo la squadrava attentamente.
—Eh! quel giovane, riprende Laidulfo, cosa è? Sei restato infatuato come gli apostoli che si han veduta sfumar d'innanti la Vergine nel quadro della chiesa di Santa Maria Maggiore? Andiamo, risolviti. Se non la puoi togliere in moglie, accettala per compagna, giurami di proteggerla e di rispettarla.
—Ma qual novello mercato intendi fare di me, padrino? scoppia con fierezza Guaidalmira. Io non mendico protezione da alcuno.
—Dimmi, Laidulfo, conosci i natali di questa giovane? dimanda Baccelardo.
—Nobilissimi. Per madre discende dal conte di Reggio, di cui è erede unica; per padre si va più alto ancora. Però non è maturo il tempo da rivelarlo.
—Ma costei sarebbe allora la figlia di quella Bertradina, che fu un dì moglie dell'arcivescovo di Ravenna? dimanda Baccelardo.
E Laidulfo:
—No, bel cavaliere. Vi ho detto che non era tempo ancora rivelare il segreto del suo nascimento; attenetevi alla mia parola. Quel dì verrà, ed ella stessa, o io, vi faremo di tutto chiaro. Per ora contentatevi di ciò.
—Ma pure la sola Bertradina era erede del conte di Reggio.
—Ed io ti dico che Guaidalmira non ha nulla da partire con codesta dama. Saprete tutto a tempo opportuno; acquietatevi adesso.
—Sta bene, risponde Baccelardo, non occorre saper oltre. So già tutto. Se ella dunque non ripugna, io sarò il suo amico, il suo fratello; e se la mia stella si rischiara, il suo sposo.
—Te Deum laudamus! sclama Laidulfo, prendila dunque, ella è tua.
Guaidalmira fatta rossa come bragia si covre il volto con le mani; e Baccelardo, accostandosele, la bacia sulla fronte ed esce dicendo:
—Reco la lieta novella all'imperatore.
Al domani, Gregorio tenne la parola. Matilde cogli altri signori della rocca si recò all'albergo dell'imperatore per confortarlo di appressarsi di nuovo al castello ed aver l'assoluzione. Perocchè, dopo il lungo loro pregare, avevano infine ottenuta promessa dal pontefice che li avrebbe soddisfatti. Enrico resistette alcun tempo: infine si lasciò persuadere, e sull'ora di sesta a Canossa si ravvicinò per la quarta volta. La neve ed il vento sembrava che avessero voluto imitare la pertinacia del pontefice, poichè ingagliardivano di giorno in giorno peggio. Avanti la porta delle prime mura si presentò l'abate di Cluny per rinnovellare la cerimonia dei tre giorni precedenti.
Egli aveva l'aspetto attonito, lo sguardo immobile. Si avanzò al cospetto del re e parlò:
—Dunque, santo padre, convincetevi che dovete assolvere Enrico, non potendolo condannare all'inferno, perchè l'inferno non ha azione sull'anima. L'anima, ha detto il beato Aristotile, è la forma della materia, ossia l'attività prima del corpo organico, e racchiude la causa sufficiente della facoltà per cui le funzioni vitali si esercitano. Ora siccome tutti i sensi esercitano la loro azione mercè un certo medio, così anche l'anima, la quale ha sede nel fuoco, perchè il senso d'attività va spesso unito col senso del calore. E siccome il cuore ha una natura calda, quivi è la sede dell'anima. Ma nel cuore vi sta ancora l'etere, dunque il medio dell'azione dell'anima è il fuoco, o spirito, o l'etere. E perchè i simili non si distruggono, così l'inferno non distruggerebbe l'anima di Enrico, e dovete assolverlo, e dovete...
L'imperatore stette attento ad udire dove diavolo l'abate volesse andare a parare con quel ragionamento, che probabilmente era lo stralcio di un discorso da lui tenuto al pontefice; ma non arrivandone a comprender nulla, gli volse le spalle, si nudò, rimase il seguito nel primo atrio, ed entrò.
Egli aspettava che lo avessero subitamente intromesso. Non fu così. Imperciocchè attese fino all'ora di nona senza che alcuno apparisse. E stava già per andar via, furibondo di questo frustraneo novello atto di sommessione, malgrado le preghiere dell'abate con lui restato fuori ed in sè rinvenuto; allorchè le porte si aprono, e vengono fuori la contessa Matilde, la marchesana Adelaide, Azzo d'Este, ed il vescovo di Porto con molti altri prelati italiani e tedeschi nel castello ricoverati. Il vescovo di Porto va dritto al re, e gli dice:
—Enrico di Germania! perchè vieni tu in abito da penitente alle porte di questa fortezza?
—Per essere assoluto della scomunica da papa Gregorio, risponde il re.
—E sei tu veramente pentito delle tue colpe? dimanda il vescovo di nuovo.
—Entra dunque in nome di Dio e di Gesù, e che l'assoluzione che ti rechi a ricevere possa giovare all'anima tua.
E, sì dicendo, il vescovo di Porto si apriva il varco fra quei signori che si schieravano in due ale, ed Enrico lo seguiva nel castello.
Avanti a te o Gran Cuccu mi prostro,
Che dai per ineffabile mistero
Fatidica virtù di un corvo al rostro
D'annunziar l'impercettibil vero,
Ma nessun seppe mai, nessun saprà
Donde viene il tuo spirito, e dove va.
Enrico non fu ammesso però direttamente alla presenza di papa Gregorio. Egli si ebbe ad arrestare nel vestibolo e ad assoggettarsi ancora a pause non brevi fino a che il vescovo di Porto non ritornò col permesso di progredire. Tutta la gente del seguito di Enrico, unitamente ai signori del castello, rimase nelle antisale; solo il re, accompagnato dal vescovo fino alla porta, si recò innanzi. Ildebrando sedeva ad un trono di legno di quercia, ricco di intagli a gotici disegni e colonnette attortigliate, elevato da terra e collocato dentro una nicchia dello stesso legno, medesimamente scolpita. Sopra un tavolo, ad un angolo della stanza, poggiava il camauro. Egli poi si teneva ad un altro tavolo alzato al livello del petto con mobile da scrivere.
Vestiva gli abili ponteficali, sfarzosi di ricami d'oro e di fimbrie intorno al collo, all'apertura del petto ed alle maniche. Ai piedi aveva i sandali bianchi ricamati della croce d'oro; in testa il rosso berretto che gli lasciava scoverta a metà la calva fronte e mirabilmente faceva risaltare quella sua nobile fisonomia, la quale forse non piaceva a causa di quell'aria accigliata che la troppo severità le dava. La bianca barba gli scendeva profusa sul petto. Tutto intento, ovvero fingendo di esserlo, alla scrittura, non fece cenno di accorgersi della presenza del re, sia per umiliarlo ancora, sia per imporgli con la sua maestosa figura. Ed Enrico, che aveva sorbito l'ostica bevanda fino al limo, battendo i denti del freddo, i panni bagnati ed agghiadati sulla persona, sformato in viso dal gelo e dall'interna lutta degli affetti, bilanciava tra il partire definitivamente e rompere quella tirannica catena di obbrobrii; interromperlo nella scrittura ed avvisarlo di sua presenza; avventarsegli addosso ed ucciderlo. E questo nero pensiero, più seducente e più ostinato, gli tornava d'innanzi, talchè forse lo avrebbe vinto, se Gregorio, vergognando in sè stesso del dilegio in che prendeva quel caduto, non avesse alzata la testa e mostrato avvedersi di lui. Come Enrico si ebbe questo lieve segno di favore, si avvicinò al soglio, e cadendo ginocchioni e baciandogli la mano biascicò più che non disse.
—Santo padre, perdono.
Gregorio, senza muoversi, piegò gli occhi sulla testa del re, e forse quel bello e giovane sembiante lo toccò. Enrico aveva allora ventisei anni. L'occhio turchino scintillava ardito come quello dell'aquila. La nobile chioma bionda, avvegnachè dall'acqua inzuppata, gli scendeva sulle spalle come la giubba del lione. La magnanimità, la fierezza gli si leggevano nel naso aquilino e nell'elevata fronte; del pari che la carnagione perlata e trasparente come quella di fanciulla additava la blandizia del suo cuore. Gregorio contemplava quel giovane pino, che della sua rigidezza aveva tentato spezzare; e forse un rimorso lo travagliò. Perchè troppo egli sapeva che la perversità non ricetta in un cuore il quale si specchia in volto così fresco e così bello. E poi volava con la mente agli anni suoi primi. E rammentava di qualche essere che lo aveva colpito; rammentava di suo fratello, e di tante imagini e scene della vita domestica, che nel suo lungo peregrinare e per uffizio del suo ministero aveva vedute, e s'inteneriva. Imperciocchè nulla v'ha che più intimamente favelli al cuore e di carità e di Dio, che l'aspetto della gioventù, e della gioventù potente ma sventurata. Così che papa Gregorio, quasi a sua insaputa, sedotto da interno moto, stese la mano al re supplicante e lo sollevò. La natura umana si era in lui strisciata di furto sotto al pontefice. Ma come Enrico sorse in piedi, e la taglia maestosa e l'aspetto ardito dissiparono quanto di supplice aveva avuto fino allora, sì che il pontefice ne era restato commosso; questi cambiò istantaneamente, e dimenticando il penitente per vedere il re, dimenticando il contrito per ricordare l'offensore, e l'avvilito per temere l'uomo terribile e minaccevole, fattosi novellamente aspro e severo dimandò:
—Ma sei tu dunque veramente pentito, Enrico di Germania?
Enrico allora gli mise addosso gli sguardi torvi e rispose:
—Ti sembrano dunque poche, o pontefice, o ancora dubbie le prove che te ne ho date finora?
—Uomo, hai tu dunque obbliate le colpe che cotanto magnifichi la penitenza? Ma se tu l'hai dimenticate, non l'ha dimenticate già Dio, nè colui che lo rappresenta sulla terra come supremo giudice degli uomini.
—Pontefice, se ti ha indotto nell'errore di avermi per reo la mia umiltà, ricrediti. Io mi sono presentato a te non come all'uomo, nè come al tribunale dell'uomo, perchè sulla terra alcuno non mi sovrasta, ma come al vicario di Cristo, come al sacerdote che Iddio raffigura. E se avanti al mondo io sono puro, al conspetto di Dio non posso vantarmi di esserlo. Tu però hai malamente tenuto il luogo del Signore della misericordia.
—Ah! son dunque falsi gli atti dei conciliaboli di Worms e di Pavia, che ci calunniarono così vilmente e ci deposero dalla sedia di Pietro? Il priore di Lacedonia, da noi perseguitato come infame, non fu da te creato arcivescovo di Ravenna per vilipenderci? Il favore agl'impudichi ecclesiastici da noi condannati, la resistenza nel non ispogliarsi delle investiture . . . non è vero. Enrico di Germania, son falsi e non dettati sotto la tua inspirazione quegli atti, quelle resistenze, quei favori? Non è Guiberto arcivescovo?
—No, non sono falsi. Ma tu, Ildebrando, avevi varcati i limiti del tuo ministero, ed io mi serviva del dritto degl'imperatori di Lamagna.
—Ed io di quello dei supremi pontefici, riprende Gregorio interrompendolo, e percotendo del pugno la tavola. Io come capo dei cristiani ho udito i loro lamenti. Tutti i giorni, i tuoi sudditi di Germania han recato ai miei piedi querele contro la perversità e la ferocia del tuo cuore. Hai vedovate e pollute le chiese; vituperati i sacerdoti; corrotto il paese che Iddio ti avea dato a governare; afflitti i vassalli; oltraggiati i signori. E se questi a te, infistolito nel male, Enrico, non sembrano delitti, a me, supremo signore dell'impero, feudo di santa Chiesa, lo apparvero troppo, e ti giudicai non con la severità che meritavi, ma come padre, come amorevole padre che il figliuol suo vuol ravvedere, non perdere.
—Codeste son le solite frasacce dei sacerdoti, pontefice, e ne ho udite troppe per non riconoscerle, risponde Enrico sdegnosamente. Avete appreso una serie di motti spregevoli e di luoghi comuni, che applicate a tutti i casi, a tutte le circostanze, a tutte le persone senza distinzione di sorta, e così fatte egida alla petulanza della vostra condotta ed ai vostri disegni, che nulla hanno di santo e di puro. Chiese pollute! sacerdoti vituperati! gregge afflitto! pastori! pecorelle! e che so io. Ma citate, per dio, citatemi un esempio solo specificato di coteste ipocrite parole. Che un cavaliere solo dei nobili e virtuosi, che pur ne ha tanti Germania, venga a farmi arrossire di un'opera da tiranno e da perfido; ed allora io rassegno la corona come indegno di portarla. Ma finchè una mano di schiavi, ribelli ad ogni freno e ad ogni legge, finchè dei preti avidi di guadagno e di potere, e dei signori ambiziosi, che null'affatto vorrebbero esser ligi di padrone ed al padrone forfanno, si tirano avanti per baiare alla luna, ed eruttar delle scempiaggini scellerate, con niun discernimento spilluzzicate nelle omelie della Chiesa contro l'antica memoria di Domiziano e di Nerone; finchè, pontefice, questi servi vituperati si arrogano di calunniare il loro re, onta a te che li ascolti e presti loro un braccio, il quale solo dovrebbe alzarsi per ristorare i caduti e proteggere i malignati.
—E perchè dunque, se ti sentivi incontaminato, perchè hai rifuggita la dieta di Augusta? dimanda il pontefice. Quivi, in presenza mia e dei signori dell'impero, avresti potuto fare le proteste medesime, ed innanzi a cento e cento testimoni, chi avrebbe ardito mentire?
—Perchè, dovresti ricordarlo, o pontefice, sta scritto: Date a Cesare ciò che è di Cesare, ed il servo non si leverà a censore del suo padrone. Perchè la dignità dell'imperio si sarebbe prostituita. Perchè la giustizia umana e divina non tollera che alcuno si constituisca giudice ed accusatore ad un tempo. Perchè coloro erano stati corrotti da te, pontefice, da te che dovresti portare la pace del Vangelo non la sovversione di Satanno, e ne sieno testimoni le tue lettere ai principi Rodolfo, Bertoldo, ed altri signori di Germania. Perchè quella dieta era contraria alle costituzioni dell'impero, come convocata da signore straniero, e da lui preseduta. Perchè infine io era re, e sul re non giudica che Iddio, ed un re deve morire, deve rinunziare allo scettro, se d'uopo è, ma non avvilirsi. Ma lasciamo il passato, pontefice, e più calmi discutiamo i nostri affari.
Gregorio accigliato e scuro come una notte di tempesta in gennaio, ascoltava digrignando e contorcendosi senza rispondere. Enrico continuò:
—Per bene dell'anima, io ho creduto farmi cavar gli anatemi, e per non desolare di guerre e di scismi il paese che Iddio ed i dritti ereditari mi han dato il reggimento. Siano qualunque i principii che t'indussero a scomunicarmi, ora, santo padre, dovresti esser soddisfatto delle prove che per riconciliarmi con la Chiesa ti ho date. Bastino. Non tentare gittarmi nella disperazione, perchè, come ti sovviene, sta scritto, che, chi ama il pericolo in quello perisce.
—E sei tu veramente pentito, Enrico di Germania, dei soprusi che hai fatti alla Chiesa ed a me che ne sono capo?
—Io non so veramente troppo di quali soprusi tu intenda parlare, pontefice. Ma se cosa avrò commessa che al cospetto di Dio non fosse tornata gradevole, men pento pure, ed amaramente men pento.
—Sta bene. Però i pentimenti non bastano, signore; guarentigie vi vogliono.
—Dimandate.
Allora Gregorio tolse la pergamena finita di scrivere allora allora in presenza del re, e disse:
—Ecco i capitoli della pace, se vuoi la pace, figliuolo. Li ratificherai, li firmerai, e presterai giuramento di osservarli. Dove però essi, o alcuno articolo di essi non ti tornasse gradevole, puoi andarne pure, perchè io sono fermo, Enrico, di non recedere, per qualsiasi considerazione, da essi.
—Li firmerò dunque senza leggerli, se non mi è dato discuterli, e li giurerò.
—No; gli è mestieri che gli ascolti, onde per l'avvenire non ti ritragga dall'osservarli, e spergiuri.
—Leggili.
—Eccoli. «1.o Nel giorno e nel luogo segnalati dal papa, Enrico si presenterà alla dieta degli Stati tedeschi onde purgarsi delle accuse postegli dai principi. Il papa sarà giudice supremo ed unico fra lui e tutti gli accusatori di lui».
—Ah! fece Enrico, incrociando le braccia sul petto, il papa sarà giudice, giudice dell'imperatore, giudice dei suoi baroni, giudice dei suoi vassalli—signor dell'impero in una parola. A maraviglia! E poi?
Gregorio lo sta ad udire fissandolo di sguardo accigliato, poi senza rispondere continua a leggere.
—«2.o Quando, a giudizio del papa, Enrico fosse chiarito innocente, con sentenza del pontefice conserverà la corona imperiale: se colpevole, la rinuncierà senza contrasto, nè potrà per qualunque modo dimandare o tôrre vendetta da chicchessia».
—Comprendo, riprese Enrico componendo il volto ad un sorriso che avrebbe spaventato Satanno, Samuele ha trovato il suo David perchè Saulle l'ha fastidito. Ed inoltre? Gregorio si tacque ancora e lesse.
—«3.o Per sino al giorno di questo giudizio Enrico non porterà le insegne imperiali, non si arrogherà l'amministrazione del regno, ed eccetto la esazione dei regi dritti per tanta somma quanta sarà necessaria al vitto suo e dei suoi, non toccherà il tesoro della Camera, libererà dal giuramento di vassallaggio e di fedeltà tutti quelli che glielo avessero prestato a contare da un anno».
—Tanto valeva di soggiungere di mandare a tua paternità quei tesori ed infeudarli l'impero, continuò Enrico col medesimo ghigno beffardo. Ve n'è ancora molti di codesti patti di pace?
Gregorio legge:
—«4.o Quando trionfasse delle accuse dei principi e dal papa fosse confermato in monarca, Enrico sarà ognora fedele, devoto, obbediente al romano pontefice: e sia nel ricomporre i disordini dell'impero germanico, sia nel riformare gli abusi delle chiese italiane e tedesche, non potrà giammai essere d'avviso diverso di quello del papa».
—Ciò è di ragione, sclama Enrico; il papa è il re dei re, il papa è Dio. Conchiudiamo.
—«5.o Mancando ad un solo di tali capitoli, o scostandosi dal loro senso più ovvio, l'assoluzione della scomunica sarà irrita, nulla, e come non per anco avvenuta; e si terrà considerato per convinto di tutti i delitti che gli vengono apposti dai principi, e decaduto dall'impero. Infine consegnerà al pontefice l'arcivescovo di Ravenna prigioniero».
—Anche questa? Un imperatore sacrestano non basta; deve anche essere il birro ed il boia di santa Chiesa. Stupendo!
Gregorio non rileva l'osservazione. Solleva il capo, e gittandogli innanzi sul tavolo la copia dei capitoli:
—Ecco, Enrico, soggiunge, a quali patti ti potrai riconciliare con Dio e con me. Se non li approvi io non te li impongo.
Enrico non risponde più nulla. L'indegnità di quei capitoli e l'insigne tradimento che Gregorio gli aveva ordito, gli sembrarono talmente infami, che gli venne financo fastidio di favellare, e mille anni gli parvero di torsi dalla presenza di quell'uomo. Per lo che, con una specie di convulsa rabbia, toglie d'innanzi al pontefice la pergamena e la sottoscrive. Gregorio s'avvide dei pensieri che concitavano il re, e comprese senza stento che quei capitoli non sarebbero stati osservati. Ma siccome da documenti di questa natura, e con questi mezzi carpiti, egli aveva assunta la prepotenza ed i titoli alla signoria degli altri regni, così contentossi della cosa fatta e del presente, riserbandosi per l'avvenire di profittare delle circostanze. Onde, rivolgendosi ad Enrico, gli dice:
—Adesso fa d'uopo che giuri.
—Hai cominciato, finisci, risponde costui quasi distratto. Detta dunque tu stesso il giuramento ancora, perchè io sono a tutto rassegnato.
Allora Gregorio fa entrare tutta la corte e le annunzia la riconciliazione seguita. Poi, in presenza di tutti, Enrico pone la mano sul libro degli Evangeli, tenuto dal vescovo di Porto ginocchioni, e legge sur una pergamena presentatagli dal papa presso a poco queste parole:
«Io, Enrico, re di Germania, prometto che entro il termine prescritto da papa Gregorio, darò, conforme alla sola sentenza di lui, pubblica e piena soddisfazione a tutti i principi e grandi del regno che ora sono malcontenti di me, per quanto riguarda le accuse che essi mi appongono, e la discordia che travaglia l'impero. Se papa Gregorio vorrà passare oltremonti o visitare una provincia del regno, sarà, per parte mia e di tutti coloro ai quali potrò comandare, al sicuro da qualunque lesione tanto per la libertà, la vita e le membra sue proprie, quanto per la libertà, la vita e le membra dei suoi seguaci ecclesiastici laici, i quali in qualità di legati viaggino dimorino in una parte qualunque del regno. Non consentirò che veruno, mio suddito o no, violi la maestà del pontefice; e se mai qualche empio lo ingiuri o contristi, lo vendicherò con tutte le forze del regno».
«Io lo giuro oggi 26 gennaio 1077, a Canossa.
—Sei contento adesso, o pontefice? domanda Enrico quando fu letto ciò.
—Non ancora, risponde Gregorio. Tu hai firmato dei patti, li hai giurati, ma chi malleva e giura in proprio nome per te che li osserverai?
Questo novello affronto indignò quanti signori stavan presenti.
—Io, giusta la regola del chiostro, dice l'abate di Cluny, non posso giurare, ma sulla mia garantisco la parola del re.
—Ed io giuro, sclama il vescovo di Vercelli, che Enrico manterrà le condizioni.
—Ed anch'io lo giuro, soggiunge la contessa Matilde.
—Ed io pure, risponde Adelaide.
E così giurarono del pari Azzo d'Este, Eppone vescovo di Zeitz e molti altri signori italiani e tedeschi. Allora Ildebrando dà ad Enrico la benedizione e l'abbraccio di pace. Quindi, scendendo dal suo soglio e mettendosi alla testa del corteo, esce dal castello, muove alla cappella e comincia la messa. Alla consacrazione dell'ostia e' fa accostare il re all'altare, ed innalzandola sovra il suo capo con voce solenne sclama:
—Re di Germania, tu ed i tuoi seguaci ci avete accusati di aver, per simonia, usurpata la santa sede, macchiato di sacrilegi il santuario e la nostra vita di nefandi delitti, sì che avevamo meritato bando dall'altare. Potremmo confondere la calunnia con la testimonianza dei vescovi, che sanno come noi fossimo vissuti e nel chiostro e ministro dei papi, e collocato sul settemplice candelabro del tempio. Pure, perchè nessun'ombra offuschi lo splendore tremendo della tiara, non ci appelliamo alla giustizia degli uomini, ma provochiamo il giudizio da Lui che scruta i cuori e trova macchie nel sole. Il corpo vivente di Cristo, che dobbiamo inghiottire, attesti al conspetto del mondo l'innocenza del suo vicario. Iddio onnipossente dissipi quest'oggi il sospetto se siamo incontaminati, ci fulmini di morte se rei.
E sì dicendo, acclamato da tutti, inghiotte la particola. Indi si volge ad Enrico e favella:
—Fa ciò che noi facemmo, figliuolo, e chiama in testimonio l'Eterno che il tuo cuore non si è ribellato alla Chiesa. I tuoi accusatori, e sono tutta la Germania, vogliono che tu sia giudicato; appéllatene dunque a Dio che solo non può essere ingiusto. Eccoti l'ostia consacrata: se peccasti, non farti reo ancora del sangue e del corpo di Cristo. Ma se sei mondo di colpe, vinci con questa prova le accuse, suggella ai tuoi nemici la bocca, e guadagnati un difensore nel papa.
Enrico, dopo tante prove, si vedeva ancora esposto ad un giudizio di Dio—in quell'epoca tremendo sopra ogni giudizio. Alla profferta del papa, con mal umore, risponde:
—Pontefice, i miei accusatori non sono presenti, e quindi, o niente affatto o debolmente creduto sarebbe questo novello esperimento di mia innocenza. Si rimetta dunque al giorno della dieta.
—Fa come vuoi, o figliuolo, risponde Gregorio, e finisce di celebrare la messa.
Allora Giovanni di Porto, che aveva assistito il pontefice, nel voltarsi, vede Laidulfo che faceva capolino all'uscio, tutto contento della riconciliazione ottenuta mercè sua.
Que le prélat surpris d'un changement si prompt
Apprenne la vengeance aussitôt que l'affront.
Il vescovo di Porto, memore delle parole di Gregorio, guizza di mezzo alla corte, ed andando incontro a Laidulfo gli fa segno di seguirlo. E come l'ebbe menato in disparte gli dimanda:
—Figliuol caro, non saresti tu per avventura colui che ha reso segnalato servigio al pontefice?
—Monsignor sì. Se posso renderne qualcuno ancora a te, non devi che favellare. È la mia debolezza quella di prestarmi per tutto il mondo... che mi paghi, bene inteso!
—No, compare, a me non occorre nulla. Ho invece comando di sdebitarmi con te, per quella larghezza che devi aspettarti dalla natura del servigio prestato e dalla persona che ten richiese.
—Innanzi tutto da parte di chi mi favelli tu, magnifico vescovo di Porto, dalla parte del re o da quella di Gregorio, poichè entrambi io mi obligai?
—Dalla parte di Gregorio, risponde il vescovo.
—Allora bisogna dire, sclama Laidulfo, o che io sia nato vestito, o che il mondo vada per iscoppiare; perchè, quando pagano i preti, i diavoli fanno orgia.
—E noi vogliam mettere, eccezione ai tuoi principii. Seguimi dunque un poco.
E sì parlando, lo menava traverso molti corridoi oscuri, gli faceva scendere e salire scale a chiocciola e ballatoi, finchè non furono in un'ampia camera, quasi buia, perchè prendeva luce da alto abaino, praticato per rispondere in una stanza anch'essa poco illuminata. In questo salone si levava una specie di trono, ed alcuni sgabelletti più bassi. Quivi usava la contessa tener mallo per le condanne di morte, e diverse porte di trista apparenza in essa si aprivano. Laidulfo guardava intorno e diceva:
—Dunque, monsignore, vorrà esser grosso il compenso che il santo padre ti ha comandato di darmi?
—Veramente egli non me lo ha comandato propriamente, perchè Gregorio non è gran fatto facondo su queste cose, e bisogna pigliarlo a volo; ma io, che son vecchio balestriere, l'ho capito subito.
—Ha avuto torto il santo padre: non si dimenticano i buoni amici. Ma, dico, monsignore, che cos'è che andiamo pescando quaggiù? Questa camera non ristora lo spirito niente affatto.
—Figliuol caro, vorresti tu mo' che i tesori si tenessero così esposti all'aria per chi voglia beccarseli? Signor no, si custodiscono ben guardati in fondo alle castella, e son noti solamente alla gente fedele.
—In fondo alle castella sono altresì le prigioni, monsignore; e non è la prima volta che vostra religione paghi così i grossi servigi.
—Non ti apponi, compare; ma i servitori di Dio non si conducono per tal modo.
—Sì bene, posto già che tu fossi servitore di Dio. Ma dove dunque si va?
—Siam giunti. Non devi che aspettarmi in quella stanza, perchè non voglio, gioia bella, che tu sappia i nostri affari; ed in due minuti sarò da te. Cosa è! tu dubiti?
—In questa stanza, dici? Ma questa stanza ha una porta, questa porta ha una toppa, questa toppa una chiave, e questa chiave può dare alcuni giri, e mastro Laidulfo restarci dentro assediato dalla fame come Cristo nel deserto. Monsignor no: in questa stanza non entro io.
—Allora togli la chiave e mettila in tasca, se non trovi meglio di chiuderti di dietro come io vorrei; perchè, ti ripeto, non mi solletica niente affatto di essere spiato da te.
—In questo modo la cosa potrebbe camminare, diceva Laidulfo, esaminando la porta, se... se.... Sta bene! non ci sono più nè toppe, nè saliscendi, nè lucchetti. Dunque hai detto cinque minuti, non è vero, monsignore?
—Presso a poco.
—Giuochiamo a capo a nascondere: comprendo. Non importa: vada, sia pur così. Ma bada, monsignore, che il compenso sia grosso, perchè....
—Rilevante fu il servigio; lo so.
—E che non aspetterò più di cinque minuti; e che se mi volessi usare tradimenti, ho un pugnale che non è novizio. M'intendi?
—Troppo.
—Andiamo dunque in nome del dia....
Laidulfo aveva aperta la porta, e messo il primo piede sul pavimento della stanzuccia. Ma siccome il solaio era stato collocato a bilanciere, per modo che dove il passo si metteva sprofondava e si alzava dal lato opposto; così Laidulfo si vide aperto d'avanti un abisso profondo ed oscuro, in fondo al quale sentiva un murmure come d'acqua che corre. Egli però, poggiando il piede si era squilibrato. Il vescovo di Porto, che spiava ogni suo moto, ne profitta, e dandogli una spinta gagliarda lo manda giù, senza che avesse neppure intera potuta proferire la frase. Ciò fatto, con una mazza urta il lato del solaio sollevato, e tirandosi la porta se ne va fregandosi le mani e zufolando, dopo aver detto:
—Corpo dell'ostia! Mastro Ildebrando non si fastidierà più di te, mariuolo!
Allora tumultuoso levare di voci gli giunge dalle corti che dicevano:
—Abbasso l'infame pontefice, abbasso il re codardo, abbasso.
Il vescovo di Porto tende prima le orecchie ad udire, poi crolla alquanto la testa, sorridendo volge gli occhi al suo fianco, dove nascondeva il pugnale, fa scricchiolare le nocche delle dita, e dicendo: andiamo in nome di tutti i diavoli! ed al pontefice si presentò.
Enrico, che asciolveva con Gregorio, a quei da lui pure uditi rumori aveva preso commiato. Gregorio lo aveva licenziato con un vade in pace. E si avviava per uscire, allorchè gli viene incontro il vescovo di Vercelli che divenuto estremamente pallido sclama:
—Sire, gl'Italiani sono in rivolta.
A quell'annunzio il re si scuote, e subitamente trae sullo spianato per parlar loro. Lo spianato trova deserto. I capi si erano ritirati per consultare fra loro, il popolo aveva cercati gli abituri per andare raccontare ai suoi figli ed alle sue femmine dell'atto osceno a cui aveva assistito, e mandarne ai posteri vituperata memoria.
Enrico allora seguito da pochi, riviene al romitaggio. Però come penetra nelle sue stanze, egli si arresta, poi retrocede, colpito da terribile spettacolo.
L'arcivescovo di Ravenna, piagato al petto da grave ferita e legato alla gola con un balteo, penzolava da un piuolo del camino, piombino in viso, oscillando ancora, convulsamente rattrappito. Enrico gli fa tosto apprestare soccorsi, se pur erano ancora a tempo di salvarlo, e dimanda di Baccelardo.
Baccelardo ed una giovane erano partiti da un'ora.
E due ore dopo, tre legati del papa, divisati da pellegrini, movevano per la Germania.
Sorgi, ungilo perchè egli è desso. Prese dunque Samuele il corno di olio, ed in mezzo ai suoi fratelli lo unse.
Gregorio si era costituito in quell'altezza maggiore che l'uomo sopra l'uomo può alzarsi. Aveva però compressa una molla elasticissimamente temperata, e così bruscamente, e con tanta violenza, che doveva aspettarsi per fermo reazione non meno ostile nè meno ostinata. Perocchè non solamente egli aveva gravata la mano sull'incauto re, venuto a penitenza, ma lungi dal perdonarlo, come quegli aspettavasi, con tradimento lo aveva rimandato per l'assoluzione al tribunale stesso, che avanti e' non aveva creduto competente, gli aveva interdette le divise regie, ed imposti patti vergognosi, a fine di tornarlo pienamente ligio e vassallo della Chiesa e dei pontefici. Ond'è che gl'Italiani, i quali niuna amorevolezza gli avevano mai posta per la sua troppa severità, gli tolsero affatto adesso ogni riverenza. Gl'Italiani vedevano conculcato con tanta petulanza l'onore del trono, da cui dipendeva l'unione e la franchigia del popolo. Vedevano rassodarsi il dispotismo teocratico del pontefice e lo temevano nemico più aspro, che Enrico mai non si era mostrato contro lo spirito di municipio e la costituzione dei comuni che allora cominciavano a pigliar vita. Per lo che, non dissimularono nè il loro sdegno, nè il loro sprezzo contro Enrico, che aveva siffattamente prostituita la dignità di re e la maestà dell'impero, nè il loro corruccio contro il vescovo di Roma che all'impero si sostituiva e sovraponeva. E di là comprendendo quanta arroganza avrebbe addimostrata per l'avvenire un pontefice, già per sè stesso intollerante e dispotico, contro di lui bandirono guerra, contro Enrico disdegnosi tumultuarono.
Ma Enrico non era tal uomo da non saper profittare dell'opportuna disposizione degli animi. Da Canossa si reca tosto a Reggio, dove vescovi e signori lo attendevano per penetrar chiari nei suoi disegni, e sapere a quale determinazione pensasse attenersi. Egli si giustificò. E lo credettero. E non vi fu più mestieri di sprone per mettersi sulla via di rompersi con Gregorio.
La guerra si dichiarò. Gli antichi amici di Enrico di Germania scesero in Italia. Da ogni terra italiana a storme cavalcavano militi al campo di lui, ed i nobili gli prestavano omaggio, gli giuravano fede gli ecclesiastici, forniva la plebe vettovaglie e danari.
Vuolsi che a quell'epoca, in un eccesso di divozione, avesse Matilde dichiarata la Toscana e la Liguria, paterni ed assoluti dominii, patrimonio di S. Pietro. Questa donazione però, è contestata da gravi e spassionati scrittori, ed assai dubbie sono le tracce negli antichi cronisti, sì che i soli spigolisti vi leggono chiaro. Ad ogni modo, voce ne corse in Italia, e l'imperatore avrebbe tolta ragione anche di quest'altra rapina, come erede della contessa, se Gregorio, per allontanarlo d'Italia, non avesse soffiato coi suoi legati nelle cose di Lamagna, e macchinata trama che miserie, morti e delitti infiniti originò.
La Germania, spartita in fazioni come l'abbiamo lasciata, divampava ogni giorno peggio dopo la discesa del re in Italia. Aspettava ansiosa la composizione del pontefice e del re, e trepidava, non sapendo a quali patti sarebbesi fatta. E come Rodolfo di Svevia, capo dei nemici di Enrico, udì che questi già riabilitato capitanava un esercito d'Italiani, comprese subito che, colte le opportunità, se lo avrebbe veduto piombare nel paese, dove a quell'ora partigiani moltissimi lo attendevano e sollecitavano. Intimò perciò dieta di nobili tedeschi a Forcheim, pregando tutti intervenire, e provvedere in comune alla salute dell'impero e della Chiesa. Gregorio, che avrebbe ambito mettersi in mano la somma delle cose di Lamagna, udito della dieta, alla quale oratori di Rodolfo lo invitavano, richiese Enrico, che barricava le Alpi, di un salvocondotto per recarvisi. Enrico gliel rifiutò. Allora Gregorio, per mezzo di corrieri, manda ai suoi legati doppio protocollo d'instruzioni, pubblico l'uno e tutto affusolato di pace e di carità, l'altro segreto cui la storia ha potuto sospettare, non mai stabilire per fermo.
I legati, arrivati già in Germania, cominciarono a tentar pratiche presso i signori della dieta per soppannarli dei loro principii e dei loro disegni.
Il giorno della dieta giunge. Radunati a Forcheim l'arcivescovo di Magonza, i vescovi di Wurzburg e di Metz coi prelati delle loro diocesi, i duchi Rodolfo di Svevia, Guelfo di Baviera e Bertoldo di Carintia alla testa di margravi, conti, baroni, valvassori e quanti mai stessero dalla parte dei Sassoni, i legati mostrarono le lettere di credenza ed all'assemblea si presentarono. Poscia, primo Rodolfo, e dietro a lui gli altri in ordine di grado e di autorità, principiarono a lungamente produrre accuse di ogni maniera contro Enrico. Non è a dirsi di quanti delitti quei signori, tutti a lui nemici, lo accagionassero! Rodolfo ed il conte di Nordheim, che avevano animo nobile, prendevano a schifo l'impudenza di quei vili. Ma i legati, che nulla meglio cercavano, fingendo i peritosi, lodarono la lunganimità e la fedeltà dei nobili tedeschi per avere fino a quel ponto tollerato sì pazzo e crudele monarca. Conchiusero che, se non volevano ulteriormente tentare Iddio, e l'animo paterno di papa Gregorio addolorare, bisognava privarlo di regno ed eleggere un altro re. I principi, prevaricati di soppiatto, acclamarono il partito. Ma i legati che conoscevano di quanta delizia Gregorio vagheggiasse esser l'arbitro supremo nella contesa, supplicarono la dieta, non procedesse all'elezione prima della venuta di lui, ora bloccato in terra lombarda senza potere nè rientrare a Roma, nè le Alpi varcare.
I principi tedeschi non rifiutarono da prima, ma la notte considerarono com'e' fossero depositari della sovranità nazionale, che il papa non era balio dell'impero e non aveva dritto nè consultivo nè deliberativo nell'azienda dello Stato. Laonde alla tornata del domani, Ottone di Nordheim dichiarò ai principi ed ai legati: che, essendosi stabilita la deposizione di Enrico, gli era pericoloso lo attendere; mal condursi senza capo il governo, non patire l'intervento del papa nè le leggi, nè l'onor dell'impero, e che avrebbero creato il novello monarca senza aspettarlo niente affatto.
Per lo che, non curando le contestazioni dei legati, le diverse classi dei nobili si divisero in separate consulte. Ma siccome ciascuno aveva particolari interessi ed ambiva guadagni dalla qualità di elettore, così presero a metter fuori pretensioni, patteggiare, aprir mercato, sì che di tanto solenne attributo si sarebbe fatta vendereccia prostituzione, se i legati, assumendo dritto di regoli, non avessero dato in sulla voce ai petulanti ed agl'ingordi. Stabiliti prima alcuni canoni generali, i nobili ed il popolo delegarono ai prelati alemanni la prerogativa dell'elezione. Sigofredo, arcivescovo di Magonza, che aveva il primo voto lo diede a Rodolfo di Svevia. Adalberto di Wurzburg imitò Sigofredo; e l'esempio dei capi trasse dietro l'assentire del clero. Ottone, Guelfo e Bertoldo aderirono alla sentenza dei vescovi. I legati la sanzionarono, sapendo come caro a Gregorio fosse lo Svevo, per età, per costumi, per nascimento ed ingegno a quell'onore non disadatto.
Però come a Rodolfo, nel letto travagliato da febbre, Ottone di Nordheim, commissario della nazione, andò a recarne novella, quegli titubante rispose:
—Mercè, conte, dell'onor sommo donde i principi di Germania m'investono. Io non credetti mai meritarlo: e perciò lo rinunzio.
—Lo rinunziate, sire! sclama il Nordheim stupefatto. Vostra sublimità parlerebbe dunque da senno?
—Sì, signore di Nordheim. Nè per avventura crediate che io m'infinga. Conosco che per conservar questo scettro v'ha d'uopo della spada e del sangue civile. Enrico è fiero, ostinato, di spiriti guerreschi, ed ora a capo di esercito poderoso. Non si lascerà perciò, a volere di pochi ed a persuasione del pontefice, balzar così dall'eredità dei padri suoi, prima di aver tentate le fortune delle armi e funestato l'impero di sangue. Io non voglio esser causa di desolazione nel mio paese. I legati han persuaso fatal consiglio per ispalleggiare la vendetta di Gregorio. Si preparano per queste sfortunate contrade giorni terribili; credetelo, sire di Nordheim. Mandiamo invece i suoi messi al pontefice, ed invitiamo Enrico alla pace, noi signori di Lamagna che ne siamo i custodi.
—Con la vostra sopportazione, sire, risponde il Nordheim, non mai. Da molti anni noi conosciamo la mente di Enrico. Egli non perdona mai. Ed ora dobbiamo paventarlo più indragato ancora, perocchè, dal nostro forfare come egli dice, ebbe ad ingozzare tanto vitupero dal pontefice. Se dunque ad ogni andare è inevitabile la guerra civile, si faccia pure, se non con certezza di vittoria, con speranza che l'onte nostre saranno pagate, i nostri dritti redenti. Arrendetevi dunque, o sire, e bandite gli scrupoli.
—E non conti, fratello, soggiunge Rodolfo intessendo le mani sul petto e sospirando, non conti la mutabilità del popolo, l'instabilità della sorte maligna, e l'invidia, e la fraudolenza dei signori che fino da ieri mi ebbero compagno e commilitone e mi amarono, e domani sdegnerebbero venerarmi come sovrano?
—Sire, perdonate se oso dirvi che vi apponete. Nè il popolo, nè i nobili tedeschi tennero mai lo stile degli Italiani che disvogliono oggi ciò che ieri desiderarono fino al delirio. Piegatevi, sire, ed accettate la corona che il popolo di Germania vi ha profferta.
—Così vuoi, sire di Nordheim? disse Rodolfo rassegnandosi dopo un po' di pausa; sia pure così. Possa io però, in un giorno di sangue, non rimproverarti questa violenza.
Ed il dì 15 marzo 1077 accettava lo scettro senza dritto di successione pei suoi, e con solenne promessa di vassallaggio alla Chiesa.
Il 26 lo consacrava a Magonza legittimo re e difensore del regno dei Franchi, l'arcivescovo Sigofredo, vicario pontificio in Lamagna.
Nel tempo stesso si spandeva la voce che Enrico già riedeva in Germania alla testa di grosso esercito.
Infatti questi, dopo aver celebrata la Pasqua a Verona, per la via che d'Aquileia mena al Friuli, alla testa di truppa lombarda penetrava nella Carintia. Poi non appena ebbe messo piede in Lamagna, comandava brillante esercito a lui devoto per volontà non per obbligo di feudale servizio.
Rodolfo che ogni dì assaporava novelle amarezze per le città che gli chiudevano sul viso le porte e gli mandavano ambascerie d'ingiurie, per le diserzioni che provava nei ranghi dei suoi partigiani, con soli cinquemila Svevi schivò la pugna ed entrò in Sassonia. E' lasciò Enrico inoltrarsi nel paese a dare il guasto, e muovere per la fedele Augusta dove mille altri cavalli della città lo raggiungevano. Enrico traversò la Baviera desolando, e vene a Ratisbona. Quivi il patriarca d'Aquileia gli condusse novella squadra di Lombardi che a loro volta, dopo essere stati tante fiate visitati dai Tedeschi, cercavano a menare le mani nelle terre di loro. Luogotenente di quello squadrone era Baccelardo seguito da un paggio. Egli si presentò al re. Allo scorgerlo, Enrico aggrotta fieramente le ciglia, non avendolo più visto dopo la trista avventura di Guiberto. Baccelardo piega a terra il ginocchio e sommessamente mormora:
—Sire, io vengo a mettermi a mercè di vostro valore.
—Alla mercè? per che cosa? dimanda Enrico.
—Sire, soggiunge Baccelardo, per l'appiccagione dell'arcivescovo di Ravenna, e per avervi lasciato senza torne licenza.
—Per Nostra Donna di Goslar! sclama Enrico, bisogna dire che tu sii veramente uno scomunicato, che ti imbratti così per gioco le mani nel sangue degli unti!
—Vi dimando perdono, sire, se oso appormi che non fu mica per giuoco.
—E perchè dunque, messere, se Dio ti aiuti?
—Sire, un uomo che è scomparso dalla faccia della terra come fuoco fatuo, quasi per testamento mi aveva confidata una giovane che apparteneva a nobile famiglia d'Italia, onde l'avessi protetta e le fossi stato amico e fratello. Nel metter piede nelle vostre stanze, sire, trovo questa donna dinoccolata dal lungo dibattersi, svenuta fra le braccia dell'arcivescovo. Lo sdegno mi acceca; e cedendo ad un impeto primo lo assalto, lo ferisco, lo disarmo, lo prostro, e stringendogli la gola col balteo della mia spada, non tanto forte veramente, l'appendo al camino. Indi, per salvarmi dall'ira di vostra possanza, con la donzella svenuta com'era mi partii. Ecco, sire, la mia colpa, punitemi se vi piace.
—Capestro di un arcivescovo! sclama Enrico ridendo. E la giovane era bella, eh!
—Sì, sire; ma fosse stata laida come la maga di Endor, il mio dovere di cavaliere m'imponeva difenderla da ogni oltraggio, quand'anco non mi fosse stata affidata a proteggerla.
—E cosa hai adesso fatto di lei, messere?
Baccelardo esitò un momento a rispondere, poi disse:
—L'ho collocata tra le benedettine di San Sisto di Piacenza, sire.
—Sta bene, risponde Enrico; ti perdono l'attentato sacrilego, perchè nobile fu la cagione che ti spinse, e perchè niun male da ciò avvenne, sendo noi arrivati a tempo per salvare quel povero arcivescovo. Pensa però a meritarti la nostra grazia ed i nostri favori con quell'ardimento che suoli, ed a combattere da valoroso nella campagna che stiamo per aprire.
—Non chiedo meglio, sire, risponde Baccelardo inchinandosi, e rientrando negli ordini dei suoi.
Le ostilità infatti cominciarono. Alle sponde del Neckar, più volte Rodolfo gagliardamente armato chiamò il nemico a giornata, e parzialmente il re disfidò. Ma il re, che di truppa gli era inferiore, ogni partito ricusò, e mandò parlamentario per introdurre pratiche di pace. Enrico e Rodolfo si abboccarono. E' convennero di una tregua; e fissarono che i dritti e le ragioni di entrambi avrebbero esaminati i principi della dieta che intimavano in riva al Reno. Conchiuso il trattato, Rodolfo licenziò le sue genti e si ritirò in Sassonia. Enrico non si mosse. Anzi, ricevuti i rinforzi, si gittò nella Svevia, e sarebbe penetrato in Sassonia, se i principi constituitisi mallevadori della tregua non lo avessero arrestato. Saputasi l'infrazione dei patti, Rodolfo convoca a Goslar assemblea di patrizii e di vescovi, ove i legati del papa scomunicano novellamente Enrico, e le insegne reali gl'interdicono.
Enrico non curò gli anatemi. E' corse, a danno dei nobili e dei prelati avversi, il paese, e la battaglia andò a presentare al nemico. I due rivali si scontrarono nelle pianure di Melrichstadt alle sponde della Strewe. Dubbio e terribile fu l'urto. Quelli di Enrico finalmente sfondarono e cacciarono in rotta i partigiani di Rodolfo. I Lombardi sovra tutti, demonii capitanati da un demonio, dietro loro lasciavano solco di cadaveri come vi fosse strisciato il fulmine. Rodolfo tentò invano ricucire i fuggitivi. Ed e' credeva già perduta la pugna, allorchè Ottone di Nordheim, gridando la parola dei Sassoni: San Pietro! San Pietro! si rovescia sulle genti di Enrico ed a sua volta le sgomina.
Rodolfo passò la notte sul campo a celebrare la vittoria. Ma al domani, 15 agosto, Enrico ricomponeva le schiere, riprendeva Vurzburg, ed offeriva novellamente battaglia ai Sassoni che la schivarono. Il re fece affardellare il bagaglio, bruciare il resto, e si diresse a gran giornate a Smalkalda, mentre i suoi guerrieri saccheggiando il paese celebravano il trionfo cantando. I Sassoni si attribuirono l'onore di questa vittoria per essere restati padroni del campo. Ma la loro non era che illusione, dappoichè avevan perduta tanta gente che, al domani, non potevano trar profitto dallo scheltro di truppa malconcia che restava ancora.
Questa però non fu che foriera di battaglia più terribile, quella di Fladenheim. La quale, ferocemente combattuta da ambo le parti, e da ambo le parti guadagnata da un'ala perduta da un'altra, indusse Rodolfo a scrivere al pontefice, che con lui godesse della vittoria, ed Iddio ne ringraziasse. Però Gregorio riceveva due messaggi ad un tempo.