Tal fean de' Persi strage: e via maggiore
La fea dei Franchi il re di Sarmacante,
Ch'ove il ferro volgeva o il corridore
Uccidea, abbattea cavallo o fante.

Gerus. Liber.

«Beatissimo padre, diversi pericoli del viaggio mi hanno ostato giungere molti giorni prima, e confortare il vostro coraggio. Roberto Guiscardo assedia Aversa con esercito, di trentamila fantaccini e settemila cavalli, perchè il principe di Capua, Giordano, gli ha messi ostacoli al passaggio. E' sarebbe capitato qui otto giorni più presto, se non avesse dovuto ridurre a soggezione Oria, e distruggere Canne, ribellate. Arriverà sicuro domani o diman l'altro, perchè lascerà manipolo di truppa per l'assedio di Aversa, se innanzi non si renda. Tenetevi saldo. Molte altre cose vi dirò a voce, dove che al conte Oddo riesca questa notte aprirmi la postierla del castello, e la vigilanza delle scolte non me lo impacci. Mi presenterò alla porta sulla mezzanotte varcata, e farò segnale di tre colpi: indi darò voce. Dio mi faciliti il modo di farvi pervenire questi avvisi. Benedite Alberada».

Non appena Oddo ebbe udita leggere questa scritta che cominciò a saltare come ragazzo per la gioia. Gregorio restò mutolo, nè segno alcuno di commozione dal suo volto trasparì.

—Lo diceva io, gridava il castellano fregandosi le mani gaudioso, lo diceva io che quella brava figliuola non poteva mancare? Mi porti il diavolo se non è dessa la più santa delle figlie d'Eva! Recarsi fino in Grecia! Andare a supplicare quel birbone che la ripudiò come la donna di un bovaro! Rinunziare a tutto! Affrontare Dio sa quanti guai per due... vale a dire, il tristo siete stato voi, padre beato, che le ne avete date a sorbir delle belle. Io ho fatto quanto ho potuto per addolcirne il destino. Ebbene, mi affoghi l'inferno, se da ora innanzi non la tratterò come una regina. Povera creatura! povera creatura! Ecco, maestro mio, se non è vero che il mondo è storpio per due terzi, e che le cose camminano a sproposito.

—Non lo avrei mai creduto! sclama infine Gregorio già fuori di sè da un pezzo. Due che ebbero più ingiustamente mali da me? Non lo avrei mai creduto.

—Mi porti il diavolo, se non penso anch'io così. Ma la cosa è proprio come ella la dice... però se non avete dimenticato di leggere. Per me già non mi è potuto mai entrar nella memoria quell'affare di sillabe e di lettere. Che affare, dannato! Ho domati cavalli, ho addestrati falconi, ho difese piazze e castella, ho affrontati nemici, Dio sa quanti! e quattro birbe di lettere ebbero a farmi perdere il cervello e la pazienza. Mai più, mai più. Andiamo adesso: che dobbiamo rispondere a quei bell'imbusti di laggiù? Perchè qualche cosa di sicuro dobbiamo rispondere—non fosse che per mostrarci venerati cavalieri.

—Ecco, riprese Gregorio, con tuon fermo, rilevando la testa, componendo il sembiante ad aria severa ed altera: farete loro sapere che sbrattino la città; che l'infame antipapa si constituisca nostro prigioniero nel palazzo di Vaticano; che ci diano ostaggi di sicurtà; e che gl'invasori di Roma si obblighino di aspettare il nostro lodo sulla penitenza che vorremo dare loro per aver osato avvicinarsi a mano armata alla sede di Pietro. A questi, e non altri patti, noi usciremo di qui. Andate, e fate saper loro i nostri voleri.

Oddo lo guarda in volto di una maniera significativa e curiosa, poi, crollando il capo e mettendosi le mani alla cintura, soggiunge:

—Sentite, messer papa, siamo stati alcuni mesi insieme e mi dispiace che non mi abbiate ancora conosciuto. Codesta è risposta di un poltrone e di un traditore... non corrugate il ciglio, perchè con me già non caverete nulla, e bisogna che la cosa io ve la spippoli come la mi frulla pel capo. Quella risposta dunque io non posso dare, perchè io sono onorato cavaliere, e non mi piace pescarmi giusto alla vecchiaia il caro epiteto di vituperato e di folle. Uditemi bene dunque: o cangiate proposito, ed io recherò a quei valenti baroni la ragionevole vostra intenzione, ovvero, e farete meglio, salite voi lassù dei merli e dite loro scomuniche, perchè io me ne lavo le mani come il conte Pilato.

Gregorio fulmina di terribile occhiata l'ardito castellano, e senza aggiunger altro sale sulla torre, strappa il bianco vessillo, ed avvicinatosi al merlato lo precipita giù nella fossa lacerandolo, a vista degli araldi dell'oste che aspettavano risposta dal conte Oddo. Un grido di furore scoppia fra tutta la gente, che, guardando al castello, intorno adunavasi, ansiosa vedere una volta terminata una lite che di sì aspro governo travagliava la città. Gli araldi corrono al palazzo Laterano onde tenerne conto papa Clemente ed il consiglio dei baroni. Ma quivi e' trovano le cose già mutate. Imperciocchè un corriere del principe di Capua, giunto in quel punto, veniva a prevenire dell'imminente arrivo del Guiscardo. Quindi nulla più si badava alle spavalderie del cattivo Ildebrando.

Roberto era aspettato, e dal dì che giunse Rolando già considerevoli apparecchi per debitamente riceverlo approntavansi. Non si pensava però ch'e' sarebbe venuto così tosto, nè che il principe Giordano gli avesse opposta così corta resistenza. Roberto calcolò meglio le sue mosse, e marciò sopra Roma anche più presto di quel che Alberada aveva promesso al pontefice.

I baroni, partigiani dell'imperatore e dell'arcivescovo di Ravenna, tennero consiglio. Si riassunse la somma delle cose, si fe' censo delle truppe, e si stabilì un piano di difesa, giusta i consigli del Buglione, non per anco in istato di vestire le armi. La città si pose in punto d'armi, chiuse le porte, guarnite le mura ed i forti, e si attese l'oste del Guiscardo.

Il senato ed il popolo romano dall'altro lato, imbestialiti contro Gregorio che chiamava loro addosso novello guaio, dopo averli involuti in quattordici anni di sventure e di mine, risolsero ad ogni modo non volerne più di lui, e difendersi contro il duca di Puglia. Così aggiustate le cose, con minor tumulto di quel si sarebbe paventato in simile caso, si distribuirono pei rioni e sui baluardi.

In tutta la giornata non comparve alcuno, nè alcuna cosa si seppe dell'inimico. Sul far della sera però capitarono spie a spron battuto ed annunziarono, il Guiscardo avere alzati i padiglioni verso Velletri, sicchè non prima del meriggio del domani avrebbe potuto presentarsi sotto Roma. Malgrado la notizia, Guiberto ordinò alle truppe veglia d'armi sulle mura, dove accesero moltiplici fuochi, sia per iscorgere se novità accadesse laggiù nel piano, sia per dissipare la virulenta mofeta che con le tenebre si stendeva qual fitto nebbione sulla città. Sano consiglio ed accorto. Imperciocchè Roberto aveva solamente simulato di passare la notte a Velletri, ma, come le tenebre occuparono intiero il paese, egli aveva comandato togliersi il campo e cavalcar sopra Roma. Ed in effetti vi voleva ancora un tantino per l'alba, quando quei che vigilavano sugli spaldi s'avvidero di lui, e chiamarono alle armi.

Allo spuntare del sole già il Guiscardo spiegava la sua truppa verso porta Latina.

Noi non descriveremo per minuto i fatti di questo vigoroso assalto ed ostinata resistenza, per tema di fastidir quelli dei nostri lettori che non troppo bene se la dicono con la storia, e perchè ne abbiamo abbozzate veramente a sufficienza di battaglie e di opere di guerra. Basti dire, che Roberto Guiscardo, Sigelgaita coi Saraceni di Lucera cui aveva tolti a condurre, e Ruggiero, e Ben Hamed da un lato; e dall'altro Rolando, Ulrico di Cosheim, Guiberto, Baccelardo, e quanti abbiam veduti caldeggiare per Enrico, fecero miracoli di valore. Anzi Baccelardo e Guiberto, non paghi del travaglio che davano al nemico da star sulle mura, apersero porta Asinaria, oggi Lateranense, ed uscirono, per forte caricare i Saraceni ed i cavalli condotti da Ruggiero, altro figliuolo di Guiscardo. Quel fatto pose la gioia nel cuore di Roberto, che ormai vedeva i suoi vacillare; il Buglione sgomentò.

Roberto ordinò ai baroni calabresi ed ai cavalieri normanni serrarsi ad ordini spessi, perchè allora la cavalleria non formava mai più di una fila sola e rarissimamente due, non volendo, come signori, alcun combattere dietro l'altro; e si avanzò per pigliare la pugna. Il Buglione mandò più volte a scongiurare Baccelardo e l'arcivescovo che con lenta e combattuta ritirata rientrassero nella città. Ma questi, impegnati in caldo attacco, non potettero secondarlo. Goffredo cangiò piano di combattimento. E' spiccò Rolando coi cavalieri romani a rinforzarli; ma previde già che il nemico sarebbe penetrato nella piazza. Questo squadrone testeggiò i cavalieri di Roberto, ed impedì per allora che si girassero negli ordini dei soldati di Guiberto e di Baccelardo e sussidiassero i mezzo rotti Saraceni. Ulrico di Cosheim intanto coi mangani e con le frecce spazzava i Pugliesi che, accalcati a porta San Lorenzo, tentavano sfondarla; e sì maledettamente li trattò, che sbrancati corsero a cercare asilo dove più calda ferveva la mischia. All'arrivo di costoro, la cosa non bilicò più. Roberto caricò di più vigore. I soldati di Rolando piegarono, e rinculando sempre, cercarono ricovero nella città. Il duca vi si cacciò con essi.

Dall'altra banda, Ruggiero fu tratto da cavallo mezzo morto per mano dell'arcivescovo. Questi, fatto segno di Ben Hamed e di Sigelgaita, indietreggiò, opponendo sempre la fronte e tempestando colpi, sino a che dai suoi non fu trascinato dentro. Baccelardo, costretto a retrocedere, perchè gli avevan spaccato l'elmo sulla testa, spezzata la spada, morto il cavallo, e portato via lo scudo, rottesene le guigge dando col punteruolo di mezzo sul capo ad un Saraceno che lo travagliava col pugnale. Per lo che, entrati dentro Roma, confusi assalitori ed assaliti, più feroci badalucchi principiarono. Non crocicchio, non strada, non piazza mancava di zuffa. Nelle corti stesse, nei chiostri, nelle chiese, e duelli a corpo a corpo e mischie in molti inferocivano. E nè i Romani cedevano, nè quei del duca stancavansi, avvegnachè considerevolmente menomati; tal che forse in Roma avrebbero trovata la tomba se più a lungo fosse durato il giorno.

Ben Hamed però, vedendo che non si sarebbe venuto mai a capo di domare gli ostinati Romani, immaginò distoglierli dalla difesa, e comandò ai Saraceni d'incendiar la città. Non appena l'emiro aveva profferito l'ordine, che questi distribuironsi a piccoli gruppi, inondarono i quartieri, e coadiuvati dai Calabresi e dai Pugliesi, già rotti al saccheggio, appiccarono fuoco a più punti di Roma, e segnatamente a San Giovanni a Laterano. Il vento, mosso da poco, aumentò le fiamme e le propagò. Sicchè, in brev'ora, quanto ergevasi dal Laterano al Coliseo è tutto ridotto in cenere. I Romani allora, per salvarsi dal fuoco e spegnerlo, lasciano di osteggiare la truppa del Guiscardo, e quei soldati, non avendo più a difendersi, si sciolgono ad ogni maniera di rapine e di sacrilegii, non rispettando tempii, non chiostri, non l'onore delle donne, non l'innocenza dei fanciulli, non la canizie dei vecchi. Roma mutasi in sentina di ogni delitto e di ogni oltraggio al pudore ed alla religione.

Gregorio intanto, come Nerone, dall'alto delle torri di Castel Sant'Angelo contemplava l'esizio e la mina della sua città.

Ritto fra due merli di una torre, immobile come fosse pietrificato, l'occhio fisso, le braccia tese ed irrigidite, il capo scoverto, perchè un buffo di vento gli aveva portato via il berretto, i capelli delle tempie rizzati come fili di argento, la lunga barba arruffata ed inturbinata dalla brezza, e' sembrava quivi non un uomo ma il ministro di quelle divinità egizie ed indiane il di cui sguardo è incendio, il di cui alito è peste, il di cui gesto è sterminio. La sua potenza visuale era ampliata. Egli vedeva tutti i singoli particolari di quel terribile dramma; vedeva dove l'aquila non avrebbe più nulla distinto. L'anima esuberava. La sua tonica bianca si gonfiava e s'agitava sotto il soffio della tramontana, che aveva cominciato auretta e si era ingagliardita a turbina. Dorato, e calmo all'alba, il cielo si era andato a poco a, poco; caricando di rosso, si che sarebbesi detto un'aurora boreale. Tutti i comignoli di Roma, a quel riverbero, sembrano fiaccole immense che illuminano una città involta in un bianco sudario di nebbia come uno spettro che vien fuori da una tomba. Quella nebbia però si era a poco a poco anch'essa sminuzzolata a fiocchi, a sprazzi, a lembi che assumevano sotto l'azione del vento mille forme fantastiche, che grondavano sangue, così indorati come erano dal sole, e che cozzavano in cielo come gli uomini cozzavano sulla terra. L'aere rimbombava di un rumore indistinto, incalzante, vertiginoso come l'ululato di un mostro che agonizza.

Però Gregorio non badava al cielo, non badava alla natura. La terra lo attirava magneticamente, E' non diceva parola. La sua fronte si alzava serena; il suo volto per niuna commozione turbavasi, Oddo intanto correva su e giù lo spianato gridando: Miseri cittadini! Quale giorno doveva io vedere prima di morire! Nè meno costernata di costui mostravasi Alberada, la notte precedente ammessa dentro. Ella neppure parlava, solo si torceva le mani, genuflessa, gli occhi ora rivolti al cielo, ora alla desolata città. Un rivolo di lacrime tacite le solcavano le guance. E così questi miravano, al riverbero delle fiamme, Roma struggentesi in un nuvolo nero fumo che l'avvolgeva a volta a volta, e che più spesso, spazzato dal vento il torbido velo, si mostrava nel suo pieno squallore col sole che infine, verso sera, placido e bello tramontava, indorando le cupole delle chiese. Quand'ecco che Alberada gitta un grido da spezzare il cuore, si alza sollecita, seco trascina Oddo malgrado di lui, e viene giù alla porta del castello.

IX.

Piacemi, cavalier, che Dio temendo
Porta lo nobil suo ordine bello,
E piacemi dibonare donzello
Lo cui destino è sol pugnar servendo.

Guittone d'Arezzo.

Due cavalieri, Roberto e Sigelgaita, cavalcavano verso il ponte San Pietro per isboccare alla porta di castel Sant'Angelo. Tutto ad un tratto odono alle spalle uno scalpito di due altri guerrieri che, a briglia sciolta, galoppavano. Immantinente Roberto, che andava dietro, volge la testa, per guardare chi fossero, e vedendo che l'altro gli accennava della mano di sostare, gira il cavallo e subitamente si trovano di fronte.

—Io sono Baccelardo, grida il cavaliero alzandosi con una mano la visiera dell'elmo. Roberto Guiscardo, fanciullo, nelle sale di Melfi, ti detti un guanto e ti consigliai a conservarlo perchè sarei venuto a ridomandartelo uomo. Ora tel ridomando; e qui, perchè il tempo è venuto, perchè lungamente ho ritardato, mi renderai ragione dell'infame vitupero che facesti alla tua donna Alberada.

Baccelardo, dopo essere stato così pesto e disarmato, rigettato dentro dall'onda dei suoi che vi cercavano tardo scampo, aveva fatti novelli sforzi, e con cento opere di valore tentato cacciarne l'oste normanna. Ma avendo infine compreso che vanamente si arrabattava a tal uopo, che irreparabilmente Roma era perduta, risolse attaccare il suo destino a quello della signora del mondo, e fare scoccare l'ora della sua vendetta. Rientrò quindi nel suo alloggiamento onde provvedersi di armi e di destriero.

Non appena egli vi pose piede, che il suo paggio Corrado, dominato fino allora da mortale ansietà percorrendo la stanza a lunghi passi, gli si gitta addosso e mille domande gli volge se fosse ferito. Baccelardo risponde alle amorevoli carezze di questo bel giovanetto per un tristo bacio sulla fronte. Poi muta il suo giaco, squarciato in più luoghi, prende nuova rotella, nuova spada e lancia, e si fa allacciare le correggie dell'elmo. E tutto senza dir parola, con una solennità ed una freddezza, che agghiacciava il cuore del sollecito damigello. Però come il suo armamento fu compiuto, Baccelardo ordina ad uno scudiero d'andargli a preparare il suo destriere Licht, il quale, perchè troppo vecchio, aveva risparmiato la mattina, ben prevedendo avrebbe avuto bisogno di cavallo più leggero e più vigoroso. In quel momento decisivo della sua sorte, e' non volse scompagnarsi dal più fedele amico che unicamente lo aveva amato e tanto... prima che il cielo gli avesse messo a fianco il tenero damigello. Questi, durante quegli apparecchi, divorato da ineffabile smania, non aveva profferita parola. Ma come vide che Baccelardo, dopo avergli gittato uno sguardo—uno sguardo che racchiudeva tutta una storia di passione—si allontanava senza neppure confortarlo del consueto bacio sulla fronte, gli corre dietro frettoloso e cadendogli ai piedi grida:

—Vuoi farmi dunque morire?

Baccelardo lo solleva dal suolo, e stringendoselo al petto con una ineffabile tenerezza, con una voluttà disperata e baciandogli replicate volte il sembiante, suo malgrado una lagrima gli cade, ed il pallido volto del contristato giovane bagna.

—Dove vai dunque? questi dimanda. Ti ho veduto tante e tante volte andare a combattere e mai il cuore mi si è stretto così aspramente; mai tu mi hai lasciato con quell'aria mesta e funerea. Di', Baccelardo, in nome di Dio! dove dunque vai tu?

—Vado incontro al mio destino, Guaidalmira. Non mi hai veduto mai correre alla pugna di questa ciera abbattuta, perchè mai a simili pugne sono andato. Ora si deve decidere. Egli è qui, egli mi deve un conto; vado a trovarlo, vado a cercarglielo.

Guaidalmira, perchè dessa era il paggio Corrado il quale aveva seguito Baccelardo fra tante sventure e pericoli; Guaidalmira, che conosceva tutta la storia di lui, non fa più motto. Solo dopo un minuto di silenzio risponde:

—Ebbene, va pure. Però non puoi negarmi ch'io t'accompagni.

—A che pro, Guaidalmira?

—Noi so io stessa. A nessun pro per certo. Ma voglio accompagnarti; e tu non puoi rifiutarmelo.

—Ma sai che s'io ti vedessi, se io ti vedessi impallidire e tremare, perderei ogni equilibrio di mente, e forse...

—Tu non mi vedrai. Mi metterò un morione con la buffa inchiodata. Ma voglio accompagnarti; voglio essere presente allo scontro terribile; il tuo destino ti porta... alla vittoria. Voglio, debbo perciò esserci anch'io. Ricordati che a Canossa accomunammo il nostro avvenire; accomunammo la nostra sorte. Non possiamo più, o almeno non è questo il tempo di separarci.

—E impossibile, dopo alquanto di silenzio soggiunge Baccelardo. Tu devi restare qui, per te, per me lo devi. In qualunque altro instante, non avrei esitato a condurti meco; ma in questo...

—Ebbene, giacchè vuoi che io resti qui, va pure... va. Ma diamoci almeno un addio. Dà un addio alla tua Guaidalmira che tanto, che te solo ha amato. Non la vedrai più. Essa morrà qui, te lo giuro.

Baccelardo la guarda attentamente, e vedendo che ella era risoluta a non so qual partito estremo, con un sospiro balbetta:

—Vieni dunque: era deciso così! Se vi è un Dio però, se vi è un Dio che pesa e guarda i fatti degli uomini, sa a cui dare la vittoria in questo momento.

Guaidalmira sorride amaramente. Poi, presagli la mano come per ringraziarlo dell'accordatole favore e baciatagliela, l'esamina attentamente, e una lagrima vi lascia sopra cadere. Baccelardo l'abbraccia un'altra volta, ed in un baleno, messi a termine gli apparecchi della partenza, escono per Roma onde imbattersi nel Guiscardo.

Ed eccoli l'uno a fronte dell'altro, vicino al ponte San Pietro, di rincontro a Castel Sant'Angelo, sotto gli occhi di quell'Alberada per cui Baccelardo dimanda l'abbattimento.

All'aspetto di quest'uomo, a quella protesta, Guiscardo si scuote. Sigelgaita ritorce anch'essa il cavallo, e come se non fosse più cosa animata, immobile resta a guardare, vicino ad un pilastro del ponte. Il turbamento di Roberto non dura molto. Egli porta la mano al suo fianco, e dal cinturino della spada spicca un guanto che a Baccelardo presenta.

—Baccelardo, ecco il tuo guanto, egli dice. Gli è però mestieri che sappi io non battermi più per una causa di cui Iddio mi ha fatto conoscere l'ingiustizia. Va dunque in nome dei santi, perchè mi dorrebbe farti male.

—Ti credo, risponde Baccelardo; ebbene, giacchè confessi che indegnamente facesti vitupero alla contessa Alberada, io ti apprezzo per quel nobile cavaliero che sei. Battiti quindi meco per gli Stati del padre mio, che infamemente usurpasti ed infamemente ritieni.

E così favellando gli toglieva dalle mani il guanto, cui dava a custodire a Guaidalmira, si calava la visiera, e ritraendosi metteva in resta la lancia per dar principio al combattimento.

Fu allora che Alberada, dall'alto della torre li vide, e riconosciutili dalle divise, trascinandosi furiosa il conte Oddo alla porta, lo costrinse ad aprire, e si fece metter fuori.

Sventurata! quale fatalità la trascinava!

Non appena ella fu alla testa del ponte, all'altra banda del quale quei due furibondi battagliavano, che di voce affannata si pose a gridare:

—Arrestatevi, arrestatevi, in nome di Gesù Cristo!

A quella voce Sigelgaita si volge, Sigelgaita che fredda, impassibile, taciturna come le statue che si mettono sopra i sepolcri, vedeva affrontare suo marito e suo nipote, ed impegnare una pugna dalla quale uno solo o nessuno doveva tirarsi vivo. In un baleno Sigelgaita si gitta allora da cavallo come una furia. Corre ad Abelarda, l'abbraccia per un amplesso da soffocarla, da cacciarle nei reni le dita delle manopole di ferro, la trascina, la gualcisce, la contorce, la difforma, le fa scricchiolare tutte le membra, l'arruffa come un cencio—e tutto in un attimo, di un solo moto—si accosta ai balaustri del ponte, appoggia sul petto di lei il suo mento, la spezza in due nella spina, e la precipita nel Tevere. E tutto ciò, in meno di tempo che non mettiamo a narrarlo. Alberada gitta un grido di morte, e sotto le acque dispare. Sigelgaita l'aveva veduta a mano a mano coprirsi nel volto di pallore mortale, l'aveva udita mettere quel gemito terribile, l'aveva veduta precipitare dall'alto, la vide tuffare nell'onde, e non si era scomposta nel viso, e dai parapetti del ponte non si era allontanata. Tutto ad un tratto quella sfortunata ricompare a galla ed un palo della diga l'accrocca della tunica e di faccia verso il cielo la capovolge.

—Non sei ancor morta? grida a quella vista Sigelgaita come una tigre; e cercando attorno, non scorge anima viva, non vede oggetto da poterle lanciare sul capo, non trova pietre, non trova nulla, null'altro che un cadavere innanti ai piedi di un cavallo, un cadavere coperto di ferro e di sangue che fumava ancora. Ella lo trascina fino al ponte; poi, piegandosi sopra di lui, lo afferra di ambo le mani, lo solleva, e pigliata la misura, lo lascia cadere sul capo d'Alberada, ritenuta sempre dal lembo delle vesti ad un pinolo di palizzata. Il cadavere non era giunto ancora giù, che di sopra il suo capo Sigelgaita sente passare un cavallo di slancio, il quale egualmente nel fiume si precipita.

Quel cadavere era Baccelardo: quel cavallo Licht.

Un altro cavaliere, cui ella non aveva scorto dapprima perchè caduto brancoloni sotto una scala del ponte, vi si appressa allora per avventarsi ancor egli al medesimo salto. Sigelgaita lo rattiene. Era Guaidalmira.

E Gregorio tutto contemplava dall'alto delle torri, e sul suo volto segno di commozione non appariva. Ritornava il padrone di Roma!

Disgraziato! Godi pure, le tue gioie son numerate.

La notte intanto era compiutamente caduta. La notte di Roma, di allora in poi, divenne più tenebrosa. Saccheggiata e spogliata di tutte le sue ricchezze, vituperata nell'onore, bruciata negli edifizii, decimata dal ferro di cittadini, desolata di tempii, vedovata dal bando dei migliori suoi uomini, dopo quel giorno, l'antica città restò pressochè deserta, e la popolazione si trasferì tutta intiera al di là del Campidoglio—in quello spazio che altra volta formava il Campo di Marte.

Quella sera stessa la duchessa Sigelgaita riceveva a segreto colloquio, nella sua camera da letto, Rolando da Siena.

LIBRO OTTAVO
TRAMONTO

I.

Sedea quel superbissimo signore
Sovra un trofeo di strali, e l'empia morte
Gli stava al fianco, e la contraria sorte
E 'l sospiro e 'l lamento appo il dolore.

Io mesto vi fui tratto e prigioniero;
Ma quegli allor, che in me le luci affisse,
Mise uno strido di dispetto, e fiero,

E poscia aprì l'enfiate labbra e disse:
Provi il rigor costui del nostro impero.

Redi.

Appena l'arcivescovo di Ravenna comprese che Roma era irrevocabilmente perduta per gl'imperiali, si raccolse intorno quel residuo di Alemanni e di Italiani che nel badalucco potè raggranellare, e stretti ed armati, a stendardo sventolante, uscirono per porta Toscana. Una parte dei senatori e dei patrizii romani col favor della notte si rifugiò in Castel Sant'Angelo. Ne cacciarono via Gregorio. Provvidero, per quanto potè tornar loro, scorte ed armi. Ed aspettarono sicuri che il furor prima degl'invasori fosse ammansito. Questo furore però e questa libidine d'oro e di sangue nella truppa del duca non si spense così tosto; nè desso per due dì fu veduto. Colpito nel cuore dalla doppia morte della contessa Alberada e di Baccelardo, dal rimorso travagliato, da incognito, segregato e romito visse nel monistero di San Paolo. Però al terzo giorno comparve, e recatosi al Vaticano trovò Gregorio, nel mezzo dei suoi capitani, intento a proscrizioni ed a scomuniche. Vanamente Gregorio aveva provato destare il suo partito. Non cardinale, non vescovo, non prete, non nobile, non cittadino attorno a lui volle recarsi. Tutti lo accagionavano di tanto danno; tutti lui incolpavano se all'ebbrietà del vincitore non si metteva freno. Sicchè più del Guiscardo, più del saraceno stesso, lui abborrivano e come traditore del suo paese dannavano a morte.

Al terzo giorno di quell'orgia di sangue però il popolo si scosse. Cencio, il duca di Cosheim, che dentro Roma con un manipolo di soldati tedeschi si era fortificato nel septifolium, alcuni patrizii ed Oddo s'accorsero dell'ammutinamento, ed uscirono dalla mole di Adriano. Indi stuzzicando i più timidi, infiammando i più audaci, allestirono conventicole, raccolsero, aizzarono, armarono il popolo, ed uniti in grossi drappelli piombarono addosso alla truppa del duca di Puglia.

La colsero alla spicciolata, avvinazzata, stanca, scarsamente armata, indebolita dalle veglie e dalle libidini su per lupanari e per chiese. E ne fecero così grave macello, che Roberto dal suo torpore si destò. Il conte Oddo infrattanto con un pugno di arditi transteverini, ed il duca Ulrico di Cosheim con i Tedeschi, avevano sbrattato palazzo Vaticano della guarnigione calabrese, e vi assediavano il papa. Guiberto, avvisato, con rinforzi era per rientrare nella città. Voci altissime per chiassi e per piazze levavansi.—Morte a Ildebrando, morte a Guiscardo! I Saraceni ed i Normanni, venuti alle prese nel Foro con certe bande comandate da Cencio, fuggivano. Un subbuglio, un imprecare, un romor d'armi, un sonar di campane a martello, un assassinio continuato, senza riguardi di luoghi, di sesso e di età.

Guiscardo comprende di un lampo a qual pericolo si trovasse, ed a qual repentaglio stesse per mettere vittoria, vita ed esercito. Ordina quindi a quei capitani suoi, che gli venne fatto poter accozzare di subitamente richiamare i soldati alle bandiere e di suonare a raccolta. Ed ei si reca dal pontefice alla testa dei fedeli Normanni, meno degli altri sbrancati alla rotta. Essi non ebbero a far poco per aprirsi il cammino. Spazzano Vaticano dagli ordini fitti che lo assediano e già ammaniscono tormenti da breccia e scale per penetrar dentro ed impossessarsi del pontefice. Combattono contro i soldati dei Cosheim e di Oddo; penetrano nel palazzo.

Gregorio non si era per nulla turbato, forse non si era neppure di nulla avveduto, e scriveva lettere a tutti i legati suoi, sparsi per l'orbe cristiano, onde annunziare il trionfo del Signore. E' non curava l'insurrezione del popolo, non il pericolo che correva l'esercito liberatore, non il massacro di tante vite. Godeva del trionfo; godeva dello sterminio dei nemici suoi. E non era sazio, non stanco di additare novelle vittime al supplizio ed alla proscrizione. La vittoria lo aveva ubbriacato. Viveva in un'atmosfera che tutto, umanità, religione, carattere gli faceva obbliare. Giunge a tempo Roberto per destarlo da quel sogno, o meglio da quel deliramento di sangue.

—Santo padre, prende a dire il Guiscardo, è ora finalmente di far desistere da tanto eccidio, e partire.

—Così presto! sclama Gregorio sorpreso e scontento.

—Non è già presto, santo padre, risponde Roberto, gli è anzi tardi, forse troppo tardi perchè ci resti ancora scampo a fuggire. Non è momento di lusinghe adesso.

—Fuggire, mormora Gregorio rizzandosi ed aggrottando le ciglia. Temereste voi forse questa sgualdrina di plebe codarda e venale, messer duca? Egli è impossibile!

—Io non sono un testardo che ha perduta la ragione, santo padre, per dire che non temo nè gli uomini, nè Iddio, continua Guiscardo senza occuparsi dell'atteggiamento del pontefice. Io ho senso abbastanza per comprendere che, se resto a Roma solamente alcune altre ore, mi sarà tagliata la ritirata, ed il mio esercito ed io corriamo pericolo di essere passati a fil di spada. Ecco tutto. Il popolo è ammutinato; è corso alle armi. La disperazione muta in eroi anche i poltroni. È ora di partire.

—Voi pensereste dunque?...

—L'ho detto, di uscire di Roma senza indugio. Ho comandato ai miei capitani di raggranellare la truppa sparpagliata. Ridotta agli ordini, voglio andar via da me, con volontaria e decorosa ritirata, prima che sia costretto a fuggire come cacciato e come vinto.

—E così poco doveva dunque durare il trionfo d'Israello? mormora Gregorio alzando gli occhi al cielo.

E Guiscardo:

—Io non so, santo padre, se Israello abbia trionfato per poco; so che del trionfo ha abusato. E da lunga sperienza conosco, come la vada sempre così, dove menomamente si rallenti la briglia al soldato. Noi non ci riconcilieremo mai più questo popolo.

—Vorreste dunque lasciarmi in mano ad una plebe rivoltata, corriva al sangue ed alla vendetta, messer duca?

—Io no. Io penso invece che vi condurreste saviamente, santo padre, a venir meco, e dare eterno addio a questa città: perchè voi, anche per lo innanti non ben gradito, ve ne avete distolto l'amore per sempre.

—È impossibile!

—Udite per poco come essi gridano, morte a voi ed a me, santo padre. Qui comincia a far caldo seriamente. Voi siete uomo di giudizio per comprendere ciò che vi convenga di fare. Io vi protesto chiaro che, fra due ore, sarò fuori le mura di Roma; perocchè io ho ancora da dar conto della vita dei miei soldati, ed essi riposano sul mio senno e sul mio onore. Partirò.

—E dovrei dunque esiliarmi, o meglio, mi esilieranno da Roma i miei vassalli, nel punto proprio che io li aveva sottomessi?

—Questo è l'errore, beato padre. Essi non sono sottomessi di niuna maniera; e ne sia prova i battaglioni che si vanno armando e rinforzando per pagarci a misura di picche e di pugnale del gastigo che abbiamo loro inflitto a misura d'azze e di lancie. Io doveva, li aveva anzi promesso ai miei valorosi soldati, questi giorni di stravizzo e di libero dominio sopra un popolo conquistato. L'ora è passata. Questo bestial popolo, che non sa nè comandare nè servire, si è riscosso. Andiamo in nome di Dio, se non vogliamo lasciarci la vita. Udite a me, beato padre; non vi restate in bocca ad un lupo affamato, irritato, con le mascelle armate di denti, e di niente meglio avido che stritolar la sua preda. Dell'esizio di Roma più che i Saraceni, i soldati e me, incolpano voi. Che sperate di più? chi vi difende?

—Andiamo dunque, risponde Gregorio, ed in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, io maledico questo scellerato popolo, che insorge contro il giusto e contro l'unto del Signore, che oltraggia il suo donno, e si ribella contro il padrone. Andiamo, io scuoto la polvere dai miei sandali, e lo lascio a bersaglio dell'ira di Dio.

E sì imprecando, Gregorio usciva col Guiscardo. Il quale nelle sale del palazzo trova Roberto di Loritello, venuto a farlo conto di aver raccozzato buon terzo della truppa nelle vicinanze del Foro, che Ben Hamed si studiava raccogliere i suoi, e che egli con una mano di cinquecento cavalli poteva guidarlo sicuro al Foro, d'onde, alla testa dell'esercito, uscire.

In effetti, quattro giorni dopo il suo ingresso a Roma, Roberto, a suono di trombe ed a bandiera spiegata, ne partiva, recandosi nel centro il pontefice Gregorio VII, tra le contumelie ed il corruccio del popolo che lo tagliava alle spalle, lo grandinava di frecce, e gli scagliava dalle finestre rottami di tegole ed altri corpi da ferire ed uccidere. Per modo che, soventi volte la retroguardia fu costretta far alto, tanto da tener testa alla plebe petulante che si avventava loro addosso furiosa e burliera.

E così Ildebrando esulava da Roma, cui per trentacinque anni aveva contristata di sue innovazioni, di sue pretensioni, col dispotismo, col renderla scopo dello sdegno di tanti nemici, coll'istrapparle il residuo di libero governo che ancora le rimaneva, con farla devastare e bruciare da eserciti stranieri, e spogliarla di ricchezze, di onore, di virtù, di brio e di valore, con imporle infine il teocratico giogo, cui da lui in poi, per sforzi che avesse fatti e molti e generosi, non ha saputo mai più togliersi. Egli ne usci corrucciato, fiero nel volto e nei pensieri, disprezzandola, maledicendola, disegnando in sua mente tornarvi, quando che fosse, come il Guiscardo vi era venuto, e punirla della ribalda fellonia. Ne usciva esecrato, schernito, vilipeso per porta Lateranense—nel punto stesso che il fratel suo, tanto perseguitato ed odiato, l'antipapa Clemente, festeggiato e tra le ovazioni del popolo vi entrava per porta Toscana.

Roberto, alla testa del suo esercito, precedeva il pontefice. Al suo fianco cavalcava la duchessa Sigelgaita, cui teneva dietro il suo novello scudiere e favorito, Rolando da Siena.

II.

Queste colte sull'Emo,
Queste colte in Tessaglia erbe omicide
Pieghin colui che del mio mal si ride.

Redi.

Sigelgaita procedeva a fianco del suo consorte cupa e distratta. Rispondeva a monosillabi, o non rispondeva niente affatto alle domande che questi le indirizzava—e molto meno a quelle del pontefice che, dopo aversi lasciata Roma alle spalle, dal corpo dell'esercito era passato alla fronte. Solamente di tanto in tanto Sigelgaita si volgeva al suo scudiero per dirgli ora una cosa, ora un'altra, e chiedergli conto di alcun oggetto o di alcuna persona. Il pontefice guardò in cagnesco Rolando, da lui fulminato di scomunica, ma non fece mostra conoscerlo nè rammentarsi di lui. Egli lo scorgeva in tanto favore della duchessa, altera e dispotica e comprendeva che vanamente avrebbe porte rimostranze. Nè Roberto se ne incaricò di vantaggio; consapevole dei modi di Sigelgaita. Che anzi, fino ad un certo segno si piacque aver tirato dalla sua uomo tanto ardito e tanto prode. Così che, mossero da prima per Montecassino, dove l'abate Desiderio di ogni bello accoglimento li festeggiò, e subito dopo per Salerno—allora la padrona dei mari.

Una sera il medico Guarimponto venne introdotto dalla duchessa Sigelgaita.

Da due giorni ella infermava; nè i consigli, nè la dottrina del celebre Costantino d'Africa, cancelliere del duca e dotto medico, avevano potuto convincerla che di assai poco momento quel suo malessere fosse.

Guarimponto era anch'esso uomo di grande fama e bell'ornamento della scuola salernitana, allora e poi sì rinomata. Poteva contare settant'anni. Alto della persona, cui nemmeno l'età e l'abitudine allo studio avevano incurvata, portava capelli corti e barba assai lunga, avendo conservato il costume longobardo, longobardo esso stesso e fiero da non aver voluto mai piegarsi nè agli usi, nè al dispotismo normanno, nuovi padroni di Salerno. La sua bianca barba gli scendeva profusa sul petto e con assai maestà spiccava sulla di lui tunica chermisina. Egli ostentava gravità, o meglio malinconia. Perocchè si compiaceva assicurare di non aver giammai riso, dal dì che il suo allievo Gisulfo fu costretto esulare dalla dimora e dagli Stati del padre suo. Un paio di occhi grigi però, vivaci ed irrequieti, che scintillavano nelle orbite incavernate, sopra le quali irte, folte, e nere tuttavia, sporgevano le ciglia, indicavano, egualmente che il naso volto della punta all'insù, che assai lungi della tristezza e più vicino alla tristizia egli fosse. La sciatica—ed e' vantava le più brillanti guarigioni di questa malattia, ed i più sicuri lattovari—la sciatica gli aveva rattratta una gamba; così che la strascicava dritta ed inflessibile come stecco, e, camminando, sembrava ad ogni passo fare una riverenza. Cosa che assai gli toglieva di serietà, maggiormente perchè, fingendo il divagato, lasciava strisciar nella polvere il lungo suo manto scarlatto, sopra del quale i monelli delle piazze, quando ei passava, sedevano e si compiacevano farsi da lui saporitamente rimorchiare.

Guarimponto si presentò alla duchessa, cui aveva conosciuta fanciulla ed addestrata alla musica ed alla gramatica. Giunto sotto l'arco della porta, si ferma per contemplarla. Poi, dopo essere stato alcuni instanti in quella postura, tira innanzi così angaione, e giunto al letto dell'inferma gitta un sospiro e sclama:

Fugit irreparabile tempus! Gli antichi simularono il tempo sotto la figura di Saturno che divorava i suoi figli, e furono sciocchi. Conciofossecosachè ciò che si divora si smaltisce; ciò che si smaltisce muta di forma, ciò che muta di forma non si riconosce più, ciò che non si riconosce più si obblia, e noi—noi mastro Guarimponto ricordiamo di voi, vi abbiamo ricordata sempre, leggiadra duchessa Sigelgaita, degna di migliore ventura!

—Mastro Guarimponto, l'interrompe Sigelgaita, abbiamo bisogno di te e della tua dottrina, non del tuo compatimento. Noi stiamo male.

—La dottrina è una grazia che Iddio concede ai suoi eletti come il sole, perchè illumini tutti e tutti se ne possano giovare. Per la qual cosa, nostra bella duchessa, noi non ci rifiuteremo mai ai vostri bisogni; ed eccoci qui per iscacciare, con la spada di Azzaele, l'angelo della malattia che vorrebbe stendere la mano sulla vostra persona. Dite dunque, dov'è che avete male, duchessa? Datemi qui il vostro polso, perchè la sfigmica è come la vôlta cristallina dell'empireo, sopra la quale si chiodano le stelle, ed in essa il medico, che ha l'occhio della scienza, legge il principio di malignità che s'insinua nella fibra della macchina umana. Dite dunque, bella duchessa, dov'è che avete male?

Sigelgaita provava irresistibile tentazione di far gittare dalle finestre mastro Guarimponto; non pertanto si contenne ancora e rispose:

—Male al cuore.

—In fatti, bella duchessa, deve esser così! E se la luce di quella finestra non fosse stata attenuata tanto, e le tenebre non cominciassero ad involvere la terra ed il mare, io ve lo avrei detto dal bel principio, perchè si legge già dal palloris vultus, anxietatis, membrorum tremoris, difficilis respirationis, oculorum languoris, ed altro che Avicenna soggiunge, trattarsi de cordis affectione. Ed Aetio, nel secondo de' Tetrabibli, ha giudicato che celerrima pernicie instat corde affecto.

Sigelgaita sentiva scoppiarsi. Si solleva dunque sul letto ed ordina alle sue damigelle:

—Uscite.

Poi voltasi a Rolando, che dall'altro lato del letto, con le braccia conserte, guardava il famoso Guarimponto, gli ordina:

—Chiudete l'uscio. Quindi rizzatasi affatto sulla metà della persona, grida:

—Che la peste ti soffochi, pezzo di birbo, tocco d'asino. Dove vedi tu dunque tutte codeste corbellerie che ci hai spacciate, e codesta pernicie nel nostro male, se noi stiamo meglio di te, meglio di una sposa che va a nozze, meglio del diavolo che ti porti?

Euge serve bone et fidelis! sclama Guarimponto senza scomporsi, dopo aver udita fino alla fine la collerica diatriba della duchessa. Sempre la stessa, sempre quel brio, sempre quella vita e quell'ardimento! Noi credevamo che vi foste mutata, e perciò appunto abbiamo voluto stuzzicare la vostra pazienza, come l'alcali stuzzica lo starnuto—che, se nol sapete, è diaphragmatis contractio come lo ha definito Egineta. Ma no, bella duchessa, summa cum animi lætitia noi vi troviamo sempre la stessa, sempre la Semiramide del nostro secolo.

—Per le sante ossa di Caino quest'uomo ci farà perdere la pazienza, mormora Sigelgaita rivolta a Rolando.

Rolando non le risponde. Ma girando dall'altro lato del letto, si appressa al medico, e mettendogli una mano sulla spalla, con una grazia che il povero medico si senti quasi slogar la clavicola e si piegò, gli dice:

—Senti, compare. Che abbi voluto celiare fin qui, chè anche noi abbiamo fatto da burla, te lo perdono. Ma adesso, poni mente a ciò che madonna sarà per dirti, e ponci mente veh! perchè se niente niente mi avveggo che ti torna la frega delle parole latine e di dir cose che noi non comprendiamo, netto e sollecito ti gitto dalla finestra. Mi hai capito?

—Voi vi spiegate con una facondia che incanta, messere! balbetta Guarimponto, grattandosi la spalla intormentita. Andiamo dunque in nome di Dio! Giacchè nulla vi bisogna dalla nostra scienza, e badate bene che la medicina è scienza, avvegnachè quel guastamestieri d'Ippocrate la dica ars longa... perdono! avete detto che non volete latino. Dunque cosa ci avete a richiedere, se nulla dalla nostra sapienza vi occorre?

—Ecco qui, mastro Guarimponto. Noi sappiamo da lungo tempo come tu sii famoso nel cavar dall'altro mondo i morti e mandarci i vivi di questo...

—Voi dite la verità, bella duchessa.

—Non c'interrompere. Sappiamo pure che niuno meglio di te conosce le virtù secrete delle piante e delle pietre, non che degli animali...

—Che vivono nei quattro elementi; dappoichè noi siamo di avviso che anche nel fuoco vi debbano essere bestie...

—Ma pel vero Iddio, Guarimponto, abbiam detto che non vogliamo essere interrotta, comprendi?

Parce mihi... scusate, dimentichiamo sempre che quel galantuomo abborre dal latino, come natura haborret a vacuo... scusate, scusate. Questo maledetto latino ci piove in bocca come la manna nel deserto. Sicchè non v'interromperemo più. Favellate, bella duchessa.

—Ebbene, maestro Guarimponto, saresti tu al caso di distillarci un qualche succo, o darci qualche polvere che sapesse insinuare nelle vene di un uomo morte lenta ed inevitabile?

—Non altro che questo?

—Saresti tu dunque capace?

—Ih!! Ma volete voi avvelenare mezzo il genere umano? Maestro Guarimponto vi darà tal filtro da non farlo vivere due ore.

S. Pier Damiano chiamava quest'uomo vir videlicet honestissimus. Ah! come i santi s'ingannano sovente!

—Noi non chiediamo più di quel che ti abbiam detto, Guarimponto, riprende la duchessa. In questa borsa son cento monete d'oro per comprare il tuo veleno ed il tuo silenzio. Quell'uomo ha un pugnale per guarirti della malattia di rivelare i segreti.

—Lasciamo stare i pugnali, bella duchessa. Noi non conosciamo ancora, benchè tutto noi conoscessimo, un contraveleno per la pianta pugnale. Non vogliamo perciò assoggettarci a quell'esperimento, perchè la nostra grande opera il Passionarius non è compiuta ancora. E voi vedete qual grave danno verrebbe alla scienza ed al mondo se questo lavoro restasse non finito! Sicchè dunque, bella duchessa, accettiamo invece gli schifati, che graziosamente ci offrite, onde potessimo continuare le nostre sperienze, e dimonstrare, come per un dente cavato ad un filosofo dell'isola di Delfo e' fosse morto, essendo che la midolla del dente, avendo nel cerebro principato, al crepare del dente discese nel pulmone e l'uccise (lib. 1, c. 17, p. 44.).

—Un momento. Quanto tempo per operare vorreste dare a codesto vostro specifico?

—Quanto ve ne piace, bella duchessa, risponde il dottore. L'ordinaria sua incubazione è di un anno... Se vorreste che gliene accordassimo meno...

—Sì: qualche mese ancora di meno.

—Ebbene il vostro piacimento sarà fatto.

—Bada però ch'e' non possa essere neutralizzato da altro antidoto.

—Questo è difficile, madonna, sclama Guarimponto sospirando. Perchè vi ha un uomo, un demonio dovremmo dire, Costantino d'Africa, il quale, al pari di noi, conosce i segreti della natura. Egli potrebbe... ma all'uopo, se ciò accadesse, noi vi provvederemo di altro lattovaro che accelerarebbe la catastrofe e che neppure il prezioso sangue della fenice avrebbe virtù di annullare—e sì che tutte le potenze malefiche il sangue della fenice annulla! come ha detto Averroe.

—Va dunque, Guarimponto, e ricordati che hai promesso al mondo ed alla scienza di terminare la tua famosa opera del Passionarius.

Alcuni giorni dopo, Roberto Guiscardo era sorpreso da indefinibile malessere, sì che il suo cancelliero, Costantino d'Africa, vanamente ogni sapienza adoperò. Perocchè al bravo uomo non andava mai la testa ai lavori del suo degno collega Guarimponto, e si ostinava a credere quell'infermità prodotto dell'aria infetta di Roma. Roberto ritornò in Grecia, dove aveva lasciato il figliuolo Boemondo a proseguire i suoi conquisti. E questo valoroso principe, nel tempo stesso che il padre sbaragliava a Roma l'esercito dell'imperatore d'Occidente, fugava in Bulgaria l'imperatore d'Oriente. Roberto pose in armi grosse flottiglie, ed incontrato il navile greco unito al veneziano, fra l'isola di Corfù e di Cefalonia, lo ruppe, mandò a fondo molte galee, fece 2500 prigionieri, ed i rimanenti fugò. L'eroe di questa vittoria fu Boemondo. Guiscardo disegnava lasciargli il ducato di Puglia e di Calabria, in luogo di Ruggiero.

Sigelgaita comprese il pensiero di lui. Ella amava a dismisura questo suo figliuolo. Eppure non disse motto. Solamente alcuni dì dopo, Boemondo infermava gravemente, a tal che fu obbligato passare in Italia, dove, ch'il crederebbe? per forte somma di oro Guarimponto lo guarì, ed assai facilmente, ed in molto poco tempo.

Roberto intanto di sua infermità non riavevasi—e bene tutte le mattine sorbiva disgustosa cervogia che a quest'uopo gli preparava la dotta ed amorosa duchessa! Infine, mentre intendeva tutto a ridurre Cefalonia ribellata, e ne conduceva l'assedio col suo figliuolo Ruggiero, una mattina fu sorpreso da più grave malore. Per curarsene, si fece trasportare a Casopoli, piccolo castello sul promontorio di Corfù, e la duchessa andò con lui per assisterlo. Il male non cedè punto. Ed il dì 6 di luglio il suo medico lo aveva abbandonato, il suo confessore gli aveva resi gli ultimi uffici di cristiano. Vestito dell'abito di frate, i capelli e la barba coperti di cenere, Guiscardo agonizzava. Vicino al suo letto non erano che due persone. Uscì in fine da lungo accesso di letargia, e dimandò da bere. Una di quelle persone gliene porge.

—È fuoco che mi avete apprestato! egli sclama.

Uno scroscio di riso è la risposta che gli si dà. Allora Roberto apre gli occhi, e vede Sigelgaita innanzi al suo letto. Questa lo sta a considerare un instante cogli occhi divaricati, poi si accosta più da presso e gli mormora:

—Monsignore, adesso che andate gloriosamente all'inferno, ricordate di salutarci la vostra bella e virtuosa Alberada.

Roberto le fissa addosso gli occhi incristalliti, poi gitta un sospiro e si volge dall'altro lato. Dall'altro lato gli si presenta Rolando da Siena che ghignava diabolicamente. Allora terribile pensiero gli corre alla mente, e forse tutto il nefando ed il laido di quella storia comprende. Fa uno sforzo onde sollevarsi sui guanciali un momento; le pupille acquistano un baleno di fulgore vitale, e la mano alza, quasi avesse voluto fulminarli di una maledizione. Poi cambia d'aspetto incontanente. Le guance tornano pallide, le braccia accoglie a croce sul petto, gli sguardi dirige al cielo, dice con voce chiara: Dio vi perdoni! Chiude gli occhi e ricade supino sul letto.

Quei due gli si accostano per contemplarlo ancora. Era morto! Si dettero un bacio ed uscirono.

Questo fu il compianto che l'ultimo sospiro di Roberto Guiscardo, duca di Puglia e di Calabria, accompagnava. Questa la fine di un uomo che aveva vissuti settant'anni di gloria, fondato un regno ed una dinastia, non mai conosciuta la sconfitta, e che il più grande, il più prode, il più generoso dei tempi suoi fu pure, malgrado le sue colpe, malgrado i suoi difetti.

Le ossa attendono il finale giudizio del Signore nella cattedrale di Venosa; abbiano requie, se vistosa tomba non hanno.


Gregorio VII lo aveva anteceduto di qualche mese.

III.