The Project Gutenberg eBook of I Viaggi di Marco Polo

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Title: I Viaggi di Marco Polo

Author: Marco Polo

Jules Verne

Translator: Ezio Colombo

Release date: January 19, 2014 [eBook #44714]
Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK I VIAGGI DI MARCO POLO ***

I VIAGGI DI MARCO POLO

MARCO POLO
(Da un dipinto della Scuola Veneta contemporanea del grande viaggiatore)



GIULIO VERNE

I VIAGGI DI MARCO POLO

UNICA VERSIONE ORIGINALE
FEDELMENTE RISCONTRATA SUL CODICE MAGLIABECCANO
E SULLE OPERE DI CHARTON

per cura

DI

EZIO COLOMBO

Volume Unico


MILANO
SERAFINO MUGGIANI e COMP.
Via Unione, N. 11, 13.
1878


Proprietà Letteraria

Tip. Guigoni.


I VIAGGI DI MARCO POLO[1]

CAPITOLO I.

Interesse dei mercanti genovesi e veneziani nel promuovere delle esplorazioni nel centro dell'Asia.—Condizione della famiglia Polo a Venezia.—I due fratelli Niccolò e Matteo Polo.—Vanno da Costantinopoli alla corte dell'Imperatore della China.—Loro ricevimento alla corte di Kublai-Kan.—L'Imperatore li nomina suoi ambasciatori presso il papa.—Loro ritorno a Venezia.—Marco Polo.—Parte col padre Niccolò e lo zio Matteo per la residenza del re tartaro.—Il nuovo papa Gregorio X.—La relazione di Marco Polo scritta in francese, sotto suo dettato, da Rusticano da Pisa, (dal 1253 al 1324).

I mercanti genovesi e veneziani non potevano rimanere indifferenti alle esplorazioni che arditi viaggiatori tentavano nell'Asia centrale, l'India e la China. Essi comprendevano che queste contrade offrirebbero in breve un nuovo sfogo ai loro prodotti, e che, d'altra parte, utili[Pg 6] immensi si ricaverebbero dall'importazione in Occidente di mercanzie di fabbricazione orientale. Gl'interessi del commercio dovevano quindi lanciare dei nuovi cercatori sulle vie delle scoperte. Queste furono le ragioni che decisero due nobili veneziani ad abbandonare la loro patria ed a sfidare tutte le fatiche e tutti i pericoli di quei perigliosi viaggi, allo scopo d'estendere le loro relazioni commerciali.

Questi due Veneziani appartenevano alla famiglia Polo, la quale traeva origine da Sebenico, in Dalmazia, ed erasi stabilita sino dal 1033 in Venezia. È nel secolo XIII che noi troviamo questa famiglia divisa in due rami; uno dei quali abitava nella contrada di San Felice, l'altro in quella di San Geremia.

I Polo di San Felice, datisi già da più anni al commercio, avevano in esso trovata larghissima fonte di ricchezze, che aveanli posti a livello delle famiglie patrizie di Venezia.

Nel 1260, i fratelli Niccolò e Matteo o Maffio, figliuoli di Andrea, che già prima del 1250 avevano stabilito un banco a Costantinopoli, terra più veneziana che greca dopo l'impresa del Dandolo[2], si recarono con una paccotiglia considerevole di gioielli nel Sudac, in Crimea, ove la loro casa possedeva un altro banco diretto da un loro fratello maggiore, Andrea Polo. Da quel punto, risalendo verso il nord-est, e traversando il paese di Comania, giunsero sul Volga, ove teneva il suo campo Berke-Kan signore dei Tartari occidentali. Questo principe mongollo accolse benissimo i due negozianti di Venezia, e comperò i gioielli che gli offersero pel doppio del valore, facendo inoltre ad essi ricchissimi doni.

Niccolò e Matteo rimasero un anno nel campo mongollo; finchè, nel 1262, scoppiò una guerra tra Berke ed il principe Ulagù o Alau, signore dei Tartari di Levante, e conquistatore della Persia. I due fratelli, non volendo avventurarsi in mezzo a contrade battute dai Tartari, preferirono recarsi a Boukhara, che era la principale residenza di Berke, e colà rimasero tre anni e mezzo. Ma quando Berke fu vinto, e presa la sua capitale, un'ambasciata d'Ulagù invitò i due Veneziani a seguirli verso la residenza del Gran Kan[3] dei Tartari, che avrebbe fatto loro ottima accoglienza. Kublai-Kan, quarto figlio di Gengis-Kan, era imperatore della China, e teneva allora la residenza d'estate in Mongolia, a Cai-ping-fu, sulla frontiera dell'impero Chinese.

I due mercanti veneziani partirono, e spesero un anno intero nel traversare quell'immensa estensione di paese che divide Boukhara dai confini settentrionali della China. Kublai-Kan fu lietissimo di ricevere quegli stranieri, venuti da paesi occidentali. Fece loro molte feste, e li interrogò con premura sugli avvenimenti che accadevano in Europa, chiedendo molti particolari intorno agli imperatori e re, alla loro amministrazione, ai loro metodi di guerra; poscia li intrattenne lungo tempo del pontefice e degli affari della Chiesa latina.

Matteo e Niccolò, già pratici degli usi tartareschi e della lingua, risposero francamente a tutte le domande dell'imperatore, al quale tanto piacquero i due Veneziani, che pensò d'inviarli come suoi ambasciatori a Sua Santità. I mercanti accettarono con riconoscenza, giacchè in tale alta condizione il loro ritorno doveva effettuarsi in condizioni vantaggiosissime.

Kublai-Kan fece stendere lettere in lingua turca, nelle quali chiedeva a Sua Santità Clemente IV, d'inviargli cento missionari per convertire gl'idolatri al cristianesimo; poscia licenziò i due Veneziani, dando ad essi per compagno di viaggio uno de' suoi baroni, chiamato Cogatal, ed incaricandoli di riportargli un vasetto dell'olio della lampada sacra che arde continuamente sulla tomba di Gesù Cristo a Gerusalemme.

I due fratelli, muniti di passaporto su tavoletta d'oro, che metteva a loro disposizione uomini e cavalli in tutta l'estensione dell'impero, presero congedo dal Gran Kan e si misero in viaggio nel 1266. In breve però il barone Cogatal cadde ammalato. I Veneziani, costretti a separarsi da lui, proseguirono il loro cammino, e, malgrado gli aiuti che ricevettero, impiegarono non meno di tre anni per giungere a Giazza[4], porto dell'Armenia Minore. Da Giazza si portarono ad Acri, ove arrivarono verso la fine dell'anno 1269. Colà seppero della morte di papa Clemente IV, verso il quale erano diretti. Ma il legato apostolico Tebaldo risiedeva in quella città; egli accolse i due Veneziani, e sentendo quale fosse la missione di cui il Gran Kan li aveva incaricati, li esortò ad attendere l'elezione del nuovo papa.

Matteo e Niccolò, assenti dalla loro patria da ben diciannove anni, pensarono, intanto che il nuovo pontefice fosse eletto, di rivedere Venezia e la famiglia. Si recarono a Negroponte, ove s'imbarcarono sopra una nave, che li condusse direttamente alla loro città natale.

Sbarcando, Niccolò apprese la morte di sua moglie e la nascita di un figlio, nato pochi mesi dopo la sua partenza, nel 1251. Quel figlio si chiamava Marco. Egli è ben da credere che al dolore del marito dovesse recare grande conforto la gioia del padre che trovava questo figliuolo, quasi a tenergli luogo della donna perduta. Durante due anni i fratelli Polo, cui stava a cuore di adempiere la loro missione, aspettarono a Venezia l'elezione del nuovo papa. Ma poichè questa tardava, parve loro di non poter più oltre differire il loro ritorno presso l'imperatore dei Mongolli; partirono quindi per Acri, nell'aprile 1271, conducendo seco il giovane Marco, che contava allora ben 19 anni. Ad Acri ritrovarono il legato Tebaldo, che li autorizzò a recarsi a Gerusalemme a prendere l'olio della lampada del Santo Sepolcro. Compiuta quella missione, i Veneziani fecero ritorno ad Acri, e mancando ancora il pontefice, chiesero al legato lettere per Kublai-Kan, nelle quali sembra fosse accennata la morte di Clemente IV. Tebaldo consegnò le lettere, ed i due fratelli tornarono a Giazza. Ivi, con grandissima gioja, seppero che il legato Tebaldo era stato consacrato papa, sotto il nome di Gregorio X, il 1 settembre 1271. Il nuovo pontefice li richiamò immediatamente, ed il re d'Armenia pose una galera a loro disposizione, perchè potessero recarsi più rapidamente ad Acri. Il papa li accolse con premura, consegnò loro lettere per l'imperatore della China, diè loro la compagnia di due frati predicatori, Niccolò da Vicenza[5] e Guglielmo da Tripoli, e la sua benedizione.

Gli ambasciatori, accommiatatisi da Sua Santità, fecero ritorno ad Acri; ma appena giunti in quella città, poco mancò non cadessero prigionieri nelle mani di Boibar Bundoctari, Sultano mamelucco del Cairo, che infestava allora l'Armenia. Spaventati i due frati predicatori di quel brutto principio, rinunciarono a recarsi nella China, e lasciarono ai Veneziani la cura di consegnare all'imperatore mongollo le lettere del pontefice.

È qui che incominciano i grandi viaggi descritti da Marco Polo, dei quali noi parleremo in progresso. Ha egli realmente visitato tutti i paesi e tutte le città ch'egli descrive? No, senza dubbio; e nella sua narrazione, scritta in francese sotto suo dettato da Rusticano da Pisa[6], è formalmente dichiarato che «Marco Polo, savio e nobile cittadino di Venezia, vide tutto co' propri occhi, e quello che non vide lo seppe dalla bocca di uomini degni di fede.» Ma aggiungiamo che la maggior parte delle città e paesi descritti da Marco Polo vennero realmente da lui percorse. Seguiremo quindi l'itinerario com'è tracciato nel suo racconto, indicando soltanto ciò che il celebre viaggiatore seppe da altri durante le importanti missioni di cui lo incaricò l'imperatore Kublai-Kan. In questo secondo viaggio i Veneziani non seguirono esattamente la medesima strada che Matteo e Niccolò avevano presa recandosi la prima volta verso l'imperatore della China. Essi erano passati a settentrione dei monti Celesti, che sono i monti Thiânscian-pe-lu; il che aveva allungato il loro cammino. Questa volta piegarono a mezzodì pei monti stessi; eppure, benchè quella strada fosse più corta dell'altra, impiegarono non meno di tre anni a percorrerla, a cagione delle pioggie e degli straripamenti dei grandi fiumi. Sarà facile seguire questo itinerario sopra una carta dell'Asia, dacchè ai nomi antichi della storia di Marco Polo, non facili ad intendersi nel suo libro, nel quale non è seguíto l'ordine del viaggio, ed è fatta confusione delle cose udite e delle vedute, abbiamo sostituito dappertutto i nomi esatti della cartografia moderna.


CAPITOLO II.

L'Armenia Minore.—La Turcomania.—L'Armenia Maggiore.—Il monte Ararat.—La Georgia.—Mussul, Bagdad, Bassora, Tauris.—La Persia.—La Provincia di Kirman.—Comadi.—Ormuz.—Il Vecchio della Montagna.—Cheburgan.—Balk.—Il Balacian.—Cascemir.—Casceegar.—Samarcanda.—Cotan.—Il deserto.—Tangut.—Caracorum.—Signan-fu.—Tenduc.—La grande Muraglia della China.—Ciandu, la città attuale di Sciang-tu.—La residenza di Kublai-Kan.—Cambaluc, attualmente Pekino.—Le feste dell'Imperatore.—Sue caccie.—Descrizione di Pekino.—La zecca ed i biglietti di banca chinesi.—Le poste dell'Impero.

Nel lasciare la città di Isso, Marco Polo parla dell'Armenia Minore come d'un paese assai insalubre, i cui abitanti, un tempo valorosi, ora sono divenuti vili e molto tristi, nè sanno far altro che ubbriacarsi. Questa provincia, ch'è retta da un governatore in nome del Gran-Kan, ha molte città e castella, abbonda d'ogni cosa ed in ispecial modo di cacciagione. In quanto[Pg 16] al porto d'Isso, dice ch'è il deposito delle preziose mercanzie dell'Asia, ed il ritrovo dei mercanti d'ogni paese. Dall'Armenia Minore Marco Polo passa alla Turcomania, ove annovera tre generazioni di popoli: i Turcomanni propriamente detti, seguaci di Maometto, le cui tribù, semplici e alquanto selvagge, posseggono pascoli eccellenti ed allevano cavalli e muli di gran valore; gli Armeni ed i Greci, che dimorano in ville e castelli e sono abilissimi nel fabbricare tappeti e stoffe di seta. L'Armenia Maggiore, che Marco Polo visitò in seguito, è una vasta provincia che ha per capitale Arzinga[7], città ove, al dire del Veneziano, si fabbrica il miglior boccassino del mondo. Questa provincia offre, durante l'estate, un accampamento favorevole ai Tartari del levante, pei pascoli eccellenti che vi si trovano. Ivi il viaggiatore vide il monte Ararat, sul quale, a seconda delle tradizioni bibliche, posò l'Arca di Noè dopo il diluvio; egli accenna alle terre confinanti col mar Caspio, ove dice trovarsi una fontana dalla quale sgorga dell'olio di nafta [Pg 17](petrolio) in tanta abbondanza, che cento navi se ne caricherebbero alla volta. Queste sorgenti sono oggetto d'un importantissimo commercio[8].

Marco Polo, lasciando l'Armenia Maggiore, si diresse pel nord-est verso la Georgia, reame che si stende sul versante meridionale del Caucaso, governato da un re, tributario ai Tartari di levante, per nome David Melic, ch'è quanto dire, Davide re[9]. Secondo una tradizione, gli antichi re di questo paese nascevano «con una figura d'aquila disegnata sotto la spalla destra.» I Georgiani, dice il Polo, sono bella gente, prodi in arme e valentissimi arcieri. Sono cristiani e vivono a mo' dei Greci. Gli operai del paese fabbricano magnifiche stoffe di seta e d'oro. Là si vede quella celebre gola lunga quattro leghe, posta tra il piede del Caucaso ed il mar Caspio, che i Turchi chiamano la porta di Ferro, e gli Europei il Passo di Derbend[10]. È là che si vede anche il monastero di S. Leonardo, ai piedi del quale si stende quel lago miracoloso in cui dicono si trovi pesce soltanto in quaresima.

Da questo punto, i viaggiatori discesero verso il reame di Mussul e guadagnarono la città di questo nome, posta sulla riva destra del Tigri; poscia Bagdad, residenza del califfo di tutt'i Saraceni del mondo[11]. Qui Marco Polo racconta la presa di Bagdad, fatta dai Tartari nel 1258, capitanati da Hulakù o Ulagù, figlio di Taulai e fratello di Mangu-Kan[12]; e cita una storia maravigliosa in appoggio a quella massima cristiana di fede che solleva le montagne[13]; poscia indica ai mercanti la via che corre da questa città al golfo Persico, e che si fa in diciotto giorni discendendo il fiume, attraversando Bassora ed il paese dei datteri.

Da Bagdad a Tauris, città persiana della provincia d'Adzerbaidjan, l'itinerario di Marco Polo sembra interrotto.—Checchè ne sia, lo ritroviamo a Tauris, città vasta e commerciale, costrutta in mezzo a bei giardini, che fa commercio di pietre preziose e d'altre merci di valore; ma i suoi abitanti, saraceni, sono malvagi e sleali. È in questo punto che Marco stabilisce la divisione della Persia in otto provincie. Secondo lui, gli indigeni persiani sono nemici molestissimi pei negozianti, i quali non possono viaggiare senza essere armati d'archi e di freccie. Il principale commercio del paese è quello dei cavalli e degli asini che vengono inviati al mercato di Kis o di Ormuz, e di là alle Indie. In quanto alle produzioni del suolo, consistono in frumento, in orzo, in miglio ed in uve, che crescono in abbondanza.

Marco Polo discese al sud sino a Yezd, la città più orientale della Persia propriamente detta; buona città, nobile ed industriale. Allorchè ne uscirono, i viaggiatori dovettero cavalcare per sette giorni attraverso magnifiche foreste piene di selvaggina, per giungere alla provincia di Kirman. Ivi i minatori raccolgono nelle montagne delle turchesi, ferro ed antimonio. I ricami ad ago, la fabbricazione di bardature ed armi, l'allevamento dei falchi da caccia, occupano gran numero di abitanti.—Lasciata Kirman, Marco Polo ed i suoi due compagni impiegarono nove giorni a traversare un paese ricco e popoloso, e giunsero alla città di Comadi, che si crede sia la moderna Memaum, allora già molto decaduta. La campagna era bellissima; dovunque bei montoni grossi e pingui, buoi bianchi come la neve, con corna corte e grosse; starne ed altri uccelli a migliaia; alberi magnifici, specialmente datteri, aranci e pistacchi.

Dopo cinque giorni di viaggio verso il mezzodì, i tre viaggiatori entrarono nella bella pianura di Formosa, oggidì conosciuta sotto il nome di Ormuz, bagnata da belle riviere. Dopo due giorni ancora di viaggio, Marco Polo si trovò alle rive del golfo Persico, e presso la città di Ormuz, che forma il porto marittimo del regno di Kirman. Quel paese gli parve caldissimo ed insalubre, ma ricco di datteri e d'altri alberi fruttiferi, di gemme, stoffe di seta e d'oro, denti d'elefante e vino di palme. Il porto era frequentato da molte navi ad un albero e ad una sol vela, le cui tavole erano unite con fili di corteccia e non inchiodate; laonde molte perivano nell'attraversare il mare indiano.

Da Ormuz, Marco Polo, risalendo verso il nord-est, tornò a Kirman; quindi si avventurò, per sentieri pericolosi, attraverso un arido deserto, ove non si trova che acqua salmastra; quello stesso deserto che, 1500 anni prima, Alessandro superò col suo esercito, tornando dalle bocche dell'Indo, per raggiungere l'ammiraglio Nearco. Sette giorni dopo, Marco Polo entrò nella città di Kabis, sulla frazione del regno di Kirman[14]. Traversò poi un altro deserto, ed in otto giorni risalì sino a Tonocain, che dev'essere l'attuale capitale della provincia di Kumis, cioè Damaghan. Qui Marco Polo dà alcune notizie intorno al Vecchio della Montagna, il capo degli Hashishins (donde venne il nome di assassino), setta maomettana che si segnalò pel suo fanatismo religioso e per le sue crudeltà spaventevoli[15]. Dopo sei giorni di cammino, entrò in Supunga (la Shibbergam dei moderni), la città per eccellenza, ove i poponi sono più dolci del miele, e nella nobile città di Balkh, verso le sorgenti dell'Oxo. Quindi, traversato un paese ove s'incontrano non di rado leoni, giunse a Taikan, gran mercato di sale, che attira gran numero di trafficanti, ed a Scasem, che alcuni commentatori ritengono sia la moderna Koondooz. In quella contrada si trovavano molti porcispini, e quando si dava loro la caccia, dice Marco, quegli animali, unendosi tutti, lanciavano contro i cani i dardi che portano sul dorso e sui fianchi. È noto ora che questa pretesa facoltà difensiva del porcospino è da porsi nel novero delle favole.

I viaggiatori entrarono quindi sul territorio montuoso di Balacian, contrada fredda, che produce buoni cavalli, gran corridori, falchi dal lungo volo, ed ogni specie di selvaggina. Ivi esistono miniere di rubini, che il re fa scavare a suo profitto in una montagna chiamata Sighinan, sulla quale nessuno può metter piede sotto pena di morte. Si raccoglie pure, in altri luoghi, argento, ed altre pietre colle quali si fa «l'azzurro migliore e più fino del mondo,» cioè il lapislazzuli. A dieci giornate da Balacian s'incontra una provincia, che dev'essere la moderna Paishore, i cui abitanti idolatri hanno la pelle scurissima e vivono di carne e riso; poi, verso mezzodì, il regno di Cascemire, paese temperato, che ha molte città e villaggi, ed il cui territorio, frastagliato da gole di monti, è facile a difendere. Giunto a questo punto, se Marco Polo avesse proseguito più oltre nella stessa direzione, sarebbe entrato nel territorio dell'India; ma egli risalì invece verso il nord, e dopo dodici giorni si trovò sul territorio di Vaccan, in mezzo a magnifici pascoli, ove erravano sterminate greggie di montoni selvatici chiamati mufloni. Di là, attraversando le contrade di Pamer e di Belor, territorî montuosi tra i sistemi orografici dell'Altai e dell'Imalaia, giunsero, dopo quaranta giorni di faticose marcie, alla provincia di Kaschgar.

È là che Marco raggiunse l'itinerario di Matteo e Niccolò Polo durante il loro primo viaggio, quando da Boukhara furono condotti alla residenza del Gran-Kan. Da Kaschgar Marco Polo si avanzò all'ovest, fino a Samarcanda, grande città, abitata da cristiani e da saraceni; quindi toccò Yarkund, città frequentata dalle carovane che fanno il commercio tra l'India e l'Asia settentrionale; traversando quindi Cotam, Pein, città che i moderni commentatori non si accordano nello stabilire a quale corrisponda, posta in una contrada ove si raccoglie in abbondanza il diaspro ed il calcedonio, giunse ad un certo regno di Ciarcian, che alcuni commentatori ritengono sia la città detta Karashehr, che significa città nera, descritta come posta sopra un gran fiume navigabile, formato dalla congiunzione dei due fiumi che vengono rispettivamente dal Koten e dal Yarkand; poi, dopo un cammino di cinque giorni attraverso sabbiose pianure prive d'acqua potabile, venne a riposarsi per otto giorni nella città di Lob, ora distrutta. Ivi fece i suoi preparativi per attraversare il deserto che si stende verso Oriente, «deserto sì grande, dice egli, che occorrerebbe un anno per attraversarlo; deserto popolato da spiriti, ed in mezzo al quale risuonano tamburi invisibili, ed altri instrumenti»[16].

Dopo un mese impiegato nel traversare quel deserto nella sua larghezza, i tre viaggiatori giunsero nella provincia di Tangut, alla città di Cha-tcheou, posta al limite occidentale dell'impero chinese. Questa provincia ha pochi commercianti, chè gli abitanti, la maggior parte idolatri, vivono dei prodotti dell'agricoltura. Fra i costumi di Tangut, che fecero maggiore impressione su Marco Polo, dobbiamo citare quello di non ardere i cadaveri dei morti se non nei giorni fissati dagli astrologi; «e tutto il tempo che il morto resta in casa, quegli della casa fanno mettere una tavola dinanzi alla cassa dov'è il morto, con vino, pane e vivande, com'egli fosse vivo; e questo fanno ogni dì, infino a che si dee ardere.»

Verso il nord-ovest, all'uscir dal deserto, Marco Polo ed i suoi compagni fecero un'escursione sino a Kamil (l'Hamil dei Chinesi), città fondata in mezzo a due deserti, abitata da idolatri che non conoscono alcun vincolo di matrimonio. Da Kamil si spinsero sino a Chingitalas, città sulla quale non sono ancora riusciti ad accordarsi i commentatori, abitata da idolatri, maomettani e cristiani nestoriani. «Quivi, dice il Polo, ha montagne ove sono buone vene d'acciaio e d'andanico, e in questa montagna è un'altra vena, della quale si fa salamandra.»[17]

Da Chingitalas, Marco Polo ritornò a Chatcheou e riprese la sua via verso l'est, traverso il Tangut, per la città di Succiur[18], sopra un territorio coltivato a rabarbaro. «E quivi, dice Marco, si truova il rebarbero in grande abbondanza, e quivi lo comperano i mercatanti, e portanlo per tutto il mondo.» Da Succiur passò a Champicion, la Kam-ceu-fu dei Chinesi, allora capitale di tutto il Tangut. Era una città importante, popolata da ricchi capi idolatri, che erano poligami, e sposavano per lo più le loro cugine o le zie[19]. I tre Veneziani rimasero un anno in quella città. Queste lunghe fermate, e le frequenti deviazioni dal loro cammino, spiegano perchè il loro viaggio traverso l'Asia centrale durò più di tre anni. Uscito da Kam-ceu-fu, dopo aver viaggiato per dodici giornate, a cavallo, Marco Polo giunse sul limite d'un deserto di sabbia alla città d'Etzina; era un'altra deviazione, giacchè egli saliva direttamente al nord; ma al viaggiatore stava a cuore di visitare la celebre città di Caracorum, questa capitale tartara che Rubruquis aveva visitata nel 1254[20].

Marco Polo aveva certo gl'istinti dell'esploratore, e non badava a fatiche quando si trattava di completare i suoi studî geografici. In quella circostanza, per giungere alla città tartara, dovette camminare quaranta giorni in un deserto senza abitazioni e senza arbusti.

Giunse finalmente a Caracorum. Era una città di tre miglia di circonferenza. Dopo essere stata per lungo tempo la capitale dell'impero mongollo, fu conquistata da Gengis-Kan, avo dell'imperatore allora regnante. Qui Marco Polo fa una digressione storica, in cui narra la ribellione e le gesta dell'eroe tartaro contro quel famoso Prete Gianni, che teneva tutto il paese sotto la sua dominazione[21].

Marco Polo, tornato a Kam-ceu-fu, viaggiò verso l'est, ed arrivò alla città d'Erginul, che è probabilmente la città di Liang-ceu, i cui abitanti si dividono in idolatri, cristiani nestoriani e maomettani. Di là si spinse alquanto verso il sud, per visitare Si-gnan-fu; passò traverso un territorio ove pascevano buoi selvaggi grossi come elefanti, ed il prezioso capretto che fu poi chiamato portamuschio. Ritornati a Liang-ceu, in otto giorni i viaggiatori si portarono verso l'est a Cialis, ove si fabbricano i migliori cambellotti[22] di pelo di cammello; quindi nella provincia di Tenduc, nella città dello stesso nome, ove regnava un discendente del Prete Gianni, per nome Giorgio, tributario però del Gran Kan. Era una città industriale e commerciante, ove, al dire di Marco Polo, «sonvi gli più bianchi uomeni del paese e più belli, e i più savi, e più uomeni mercatanti.» Di là, facendo un angolo verso il nord, i Veneziani s'innalzarono per Sinda-cheu, al di là della gran Muraglia della China, sino a Ciagannor, che dev'essere Tsaan-Balgassa, bella città sul lago Ciagan-noor, ove risiede volentieri l'imperatore quando desidera divertirsi alla caccia del girifalco, giacchè abbondano su quel territorio le gru, le cicogne, i fagiani e le pernici.

Finalmente, tre giorni dopo aver lasciato Ciagannor, Marco Polo, col padre e lo zio, giunse a Giandu, l'attuale Chang-tou o Sciang-tu, ch'è la stessa città chiamata dal Polo anche Cle-men-fu. Ivi gl'inviati del pontefice furono ricevuti da Kublai-Kan, che allora abitava quella residenza d'estate, posta al di là della gran Muraglia, al nord di Cambaluc, ora Pekino, capitale dell'impero. Il viaggiatore parla poco dell'accoglienza che gli venne fatta, ma descrive con minuziosa cura il palagio del Kan, grande edifizio di pietre e di marmo, le cui camere sono interamente dorate.

Questo palazzo è costrutto in mezzo ad un parco cinto da mura, ove si vedono serragli di bestie e fontane, ed inoltre un edificio costrutto con canne così ben intrecciate, che sono impenetrabili all'acqua: era una specie di padiglione che si poteva smontare, nel quale il Kan abitava nei mesi di giugno, luglio ed agosto, cioè nella buona stagione. Tale stagione doveva esser buona infatti, giacchè, a quanto scrive Marco Polo, degli astrologi addetti alla persona del Kan erano incaricati di dissipare coi loro sortilegi qualunque pioggia, nebbia o intemperie. Sembra che il Veneziano non mettesse in dubbio il potere di quei maghi. «Questi savi uomini sono chiamati Tebot e Quesmur, e sanno più d'arte del diavolo che tutta l'altra gente, e fanno credere alla gente, che questo avviene per santità. E questa gente medesima, ch'io v'ho detto, hanno una tale usanza, che quando alcuno uomo è morto per la signoria[23], egli il fanno cuocere e mangianlo, ma no se morisse di sua morte; e sono sì grandi incantatori, che quando il Gran Kan mangia in sulla mastra sala, gli coppi pieni di vino e di latte e di altre loro bevande, che sono d'altra parte della sala, si gli fanno venire senza che altri gli tocchi, e vegnono dinanzi al Gran Kan, e questo vegiono bene X mila persone: e questo è vero senza menzogna; e questo ben si può fare per negromazia.»

Il Veneziano parla anche di altri monaci che menano una vita di continue privazioni, cibandosi di crusca bagnata nell'acqua, digiunando buona parte dell'anno, e tenendosi molte ore in adorazione innanzi agli idoli ed al fuoco. «Egli hanno badie o monisteri (così il Polo); e si vi dico, che v'ha una piccola città che hae uno monistero che hanno piue di cc monaci, e vestonsi più onestamente che tutta l'altra gente.»

Marco Polo narra quindi la storia dell'imperatore Kublai, il più potente degli uomini, che possiede più terre e tesori di qualunque uomo da Adamo in poi. Narra come il Gran Kan avesse allora ottantacinque anni; fosse un uomo di mediocre statura, pingue, ma ben proporzionato delle membra, dal volto bianco e roseo, dai begli occhi neri; come salisse al trono l'anno 1256 dalla nascita di Cristo. Era buon capitano in guerra, e lo provò quando suo zio Naian, che governava pel nipote alcune provincie dell'impero, sollevatosi contro di lui, volle disputargli il trono alla testa di quattrocentomila cavalieri. Kublai-Kan, riuniti in segreto trecentosessantamila uomini a cavallo e centomila a piedi, mosse contro lo zio, e lo sorprese sopra una gran pianura, ove il ribelle, di nulla sospettando, se ne stava tranquillamente accampato. Terribile fu la battaglia. «Vi morirono tanta gente, tra dell'una e dell'altra parte, che ciò sarebbe meraviglia a credere. Kublai-Kan rimase vincitore, e Naian, fatto prigione, fu messo in su uno tappeto, e tanto fu pallato, e menato in qua e in là che egli morío: e cioè fece, che non voleva che 'l sangue del lignaggio dello imperatore facesse lamento all'aria; e questo Naian era di suo lignaggio.» Dopo quella vittoria, l'imperatore rientrò trionfante nella città capitale del Catai, chiamata Cambalu, che divenne poi l'attuale Pekino. Giunto in questa città, Marco Polo dovè rimanervi a lungo, sino all'istante in cui venne incaricato di varie missioni nell'interno dell'impero. È a Cambalu che sorgeva il magnifico palagio dell'imperatore, di cui il Veneziano fa la seguente descrizione, che noi togliamo dal Codice Magliabeccano, e che darà esatta idea dell'opulenza di quel sovrano mongollo: «Sappiate veramente che 'l Gran Cane dimora nella mastra città, ch'è chiamata Combalu, tre mesi dell'anno, cioè dicembre, gennaio, febbraio, e in questa città ha suo grande palagio: ed io vi diviserò com'egli è fatto. Lo palagio è di muro quadro, per ogni verso un miglio, e in su ciascuno canto di questo palagio è uno molto bel palagio, e quivi si tiene tutti gli arnesi del Gran Cane, cioè archi, turcassi e selle e freni, corde e tende, e tutto ciò che bisogna ad oste ed a guerra. E ancora tra questi palagi hae quattro palagi in questo cercóvito, sì che in questo muro attorno attorno sono otto palagi, e tutti sono pieni d'arnesi, e in ciascuno ha pur d'una cosa. E in questo muro verso la faccia del mezzodì, hae cinque porte, e nel mezzo è una grandissima porta, che non s'apre mai nè chiude se non quando il Gran Cane vi passa, cioè entra e esce. E dal lato a questa porta ne sono due piccole, da ogni lato una, onde entra tutta l'altra gente. Dall'altro lato n'hae un'altra grande, per la quale entra comunemente tutta l'altra gente, cioè ogni uomo. E dentro a questo muro hae un altro muro, e attorno attorno hae otto palagi come nel primaio, e così son fatti; ancora vi stae gli arnesi del Gran Cane.»

Fin qui, come si vede, tutti quei palagi costituiscono le rimesse e le armerie dell'imperatore. Ma non farà meraviglia quel gran numero di arnesi, ove si sappia che il Gran Kan possedeva una razza di cavalli bianchi come la neve, fra cui diecimila giumente, il cui latte era esclusivamente riserbato ai principi di sangue reale.

Marco Polo continua in questi termini:—«Nella faccia verso mezzodie ha cinque porti, nell'altra pure una, e in mezzo di questo muro èe il palagio del Gran Cane, ch'è fatto com'io vi conterò. Egli è il maggiore che mai fu veduto, egli non v'ha palco, ma lo ispazzo èe alto più che l'altra terra ben dieci palmi; la copritura è molto altissima. Le mura delle sale e delle camere sono tutte coperte d'oro e d'ariento; havvi iscolpite belle istorie di donne, di cavalieri, e d'uccelli e di bestie e di molte altre belle cose; e la copritura èe altresì fatta che non vi si può vedere altro che oro e ariento. La sala è sì lunga e sì larga, che bene vi mangiano sei mila persone, e havvi tante camere, ch'è una maraviglia a credere. La copritura di sopra, cioè di fuori, è vermiglia e bionda e verde, e di tutti altri colori, ed è sì bene invernicata, che luce come oro o cristallo, sì che molto dalla lungie si vede lucere lo palagio. La copritura è molto ferma. Tra l'uno muro e l'altro, dentro a quello ch'io v'ho contato di sopra, havvi begli prati e albori, e havvi molte maniere di bestie selvatiche: cioè cervi bianchi, cavriuoli e daini, le bestie che fanno il moscado, vaj e ermellini e altre belle bestie. La terra dentro di questo giardino è tutta piena dentro di queste bestie, salvo la via donde gli uomeni entrano; e dalla parte verso il maestro ha un lago molto grande, ove hae molte generazioni di pesci. E sì vi dico che un gran fiume vi entra e esce, ed èe sì ordinato, che niuno pesce ne puote uscire (e havvi fatto mettere molte generazioni di pesci in questo lago); e questo è con rete di ferro. Anche vi dico, che verso tramontana, da lungi dal palagio una arcata, ha fatto fare un monte, ch'è alto bene cento passi, e gira bene un miglio; lo quale monte è pieno d'albori tutto quanto, che di niuno tempo perdono foglie, ma sempre son verdi. E sappiate, che quando è detto al Gran Kan di uno bello albore, egli lo fa pigliare con tutte le barbe e con molta terra, e fallo piantare in quel monte, e sia grande quanto vuole, ch'egli lo fa portare a' leonfanti. E sì vi dico, ch'egli ha fatto coprire tutto il monte della terra dello azzurro ch'è tutta verde, sì che nel monte non ha cosa se non tutta verde, perciò si chiama lo monte verde. E in sul colmo del monte è un palagio molto grande, sì che a guatarlo è una grande maraviglia, e non è uomo che 'l guardi, che non ne prenda allegrezza; e per avere bella vista l'ha fatto fare il Gran Signore per suo conforto e sollazzo. Ancora vi dico, che appresso di questo palagio vi hae un altro nè più nè meno fatto, ove istà lo nipote del Gran Cane, che dee regnare dopo lui, e questi è Temur figliuolo di Cinghis, ch'era lo maggiore figliuolo del Gran Cane[24]; e questo Temur che dee regnare tiene tutta la maniera del suo avolo, e ha già bolla d'oro e sugiello d'imperio, ma non fa l'uficio finchè l'avolo è vivo.»

Dopo il palazzo del Kan e del suo erede, Marco Polo passa a descrivere la città di Cambalu, città antica, che ha un circuito di ventiquattro miglia, cioè sei miglia per ogni lato, essendo di forma quadrata, e che è separata dalla moderna di Taidu da un canale, che divide l'odierna Pekino in città chinese e città tartara. Il viaggiatore, sottile osservatore, ci istruisce poi dei fatti e delle gesta dell'imperatore. Giusta la sua relazione, Kublai-Kan avrebbe una guardia d'onore di dodicimila cavalieri chiamati Tau, che significa cavalieri fedeli del signore, sotto il comando di quattro capitani; «e questo non fae per paura.» I suoi pasti sono vere cerimonie, regolate da una severa etichetta. Alla sua tavola, che è più alta delle altre, egli siede al nord, avendo a sinistra la sua prima moglie, a destra e più basso i figli, i nipoti, i parenti; è servito dai più nobili baroni, che hanno cura di turarsi la bocca ed il naso con bei drappi di seta «acciò che lo loro fiato non andasse nelle vivande del signore.» Quando l'imperatore s'accinge a bere, tutti gli strumenti suonano, e quando tiene in mano la tazza tutti i baroni e spettatori s'inginocchiano umilmente. Parlando della vita domestica del Gran Kan, il Polo osserva che «egli hae quattro femmine, le quali tiene per sue diritte mogli. E 'l maggiore figliuolo, ch'egli ha di queste quattro mogli, dee essere signore, per ragione, dello imperio dopo la morte del suo padre. Elle sono chiamate imperadricie, e ciascuna è chiamata per suo nome, e ciascuna di queste donne tiene corte per sè; e non ve n'ha niuna che non abbia trecento donzelle, e hanno molti valletti e scudieri, e molti altri uomeni e femmine, sì che ciascuna di queste donne ha bene in sua corte mille persone. E sappiate che il Gran Cane ha ancora molte amiche, e che ha venticinque figliuoli di sue amiche, e ciascuno è gran barone; e ancora dico che degli ventidue figliuoli ch'egli ha delle quattro mogli, gli sette ne sono re di grandissimi reami, e tutti mantengono bene loro regni, come savi e prodi uomeni che sono.» Le principali feste del Gran Kan sono date da lui medesimo, una il giorno anniversario della sua nascita, l'altra al principio d'ogni anno. Alla prima figurano intorno al trono dodicimila baroni, ai quali l'imperatore offre annualmente centocinquantamila vestimenta di drappo di seta d'oro ornati in perle; mentre i sudditi, idolatri o cristiani, fanno pubbliche preghiere. Alla seconda festa, al capo d'anno, chiamata dal Polo la bianca festa, l'intera popolazione, uomini e donne, si vestono in abiti bianchi, perchè, secondo la tradizione, il bianco porta fortuna, e ciascuno porta al sovrano doni di grandissimo valore in oro, argento, perle e stoffe preziose. Diecimila cavalli bianchi, cinquemila elefanti coperti di magnifici drappi e portanti vasellami d'oro e d'argento, ed un numero ingente di cammelli sfilano innanzi all'imperatore. La festa si chiude con pubbliche preghiere, e per ultimo con un sontuoso banchetto che il Gran Kan dà ai dignitarî principali della sua corte e del suo regno.

Durante i mesi di dicembre, gennaio e febbraio, che il Gran Kan passa nella sua città d'inverno, tutti i signori, entro un raggio di sessanta giornate di cammino, sono obbligati a provvederlo di cinghiali, cervi, daini, caprioli ed orsi. Inoltre Kublai stesso è gran cacciatore, ed il suo servizio da caccia è veramente superbo. Egli ha leopardi, lupi cervieri, grandi leoni addestrati a prendere fiere, aquile abbastanza forti per cacciare i lupi, volpi, daini, caprioli; e finalmente cani che si contano a migliaia. È verso il mese di marzo che l'imperatore incomincia le sue grandi caccie, dirigendosi verso il mare, ed è accompagnato almeno da diecimila falconieri con cinquecento girofalchi, una quantità innumerevole di astori, falchi pellegrini e falchi sacri. Durante quella gita il re tartaro, che si compiace di tutto il lusso della pompa orientale, è seguíto da un palazzo portatile posto su quattro elefanti accoppiati, coperto da pelli di leoni, e foderato da drappo d'oro. Egli procede così fino al campo di Chakiri-Mondu, alle sorgenti del fiume Usuri, nella Manciuria, ed ivi rizza la sua tenda, abbastanza vasta da capire diecimila cavalieri o baroni. Ivi è la sua sala da ricevimento; ivi dà le sue udienze. Quando vuole ritirarsi o dormire, trova in un'altra tenda una sala meravigliosa tappezzata da pelliccie d'ermellino e di zibetto, di cui ciascuna vale duemila bisanti d'oro, circa ventimila franchi. L'imperatore rimane così fino a Pasqua, cacciando gru, cigni, lepri, daini, caprioli, quindi ritorna verso la sua metropoli di Cambalu. Parlando delle leggi che regolano la caccia, il Polo così si esprime: «Ancora sappiate, che in tutte le parti ove il Gran Cane ha signoria, niuno nè barone nè alcuno altro uomo non può prendere, nè cacciare nè lepre nè daini nè cavriuoli nè cierbi, nè di niuna bestia che moltiplichi, dal mese di marzo infino all'ottobre. E chi contra ciò facesse, sarebbe bene punito. E si vi dico ch'egli è sì bene ubbidito, che le lepre e daini e cavriuoli e l'altre bestie, ch'io v'ho contato, vegniono più volte insino all'uomo, e non le tocca, e non le fa male.»

Marco Polo completa in questo punto la descrizione di questa magnifica città. Egli enumera i dodici sobborghi che la compongono, nei quali i più ricchi mercanti fanno fabbricare magnifici palagi. Questa città è commerciale al massimo grado: vi affluiscono le più preziose mercanzie come in nessun' altra città del mondo. Mille carri carichi di seta vi entrano ogni giorno; è il deposito ed il mercato dei più ricchi prodotti dell'India, come le perle e le pietre preziose, e vi accorre gente a comperare da oltre duecento leghe tutto all'intorno. Per provvedere ai bisogni del commercio, il Gran Khan ha stabilito quindi una zecca, ch'è per lui una sorgente perenne di ricchezze. Aggiungeremo che questa moneta non è altro che un biglietto di banca, lo stesso di cui oggidì ogni nazione ha portato il proprio contingente sui mercati europei. Ma qui lasciamo ancora la parola al Veneziano: «Il Gran Kan fa prendere iscorza d'uno albore ch'à nome gelso[25]; è l'albore, le cui foglie mangiano gli vermini che fanno la seta. E colgono la buccia sottile, ch'è tra la buccia grossa e l'albore, o vogli tu legno dentro, e di quella buccia fa fare carte, come di bambagia, e sono tutte nere. Quando queste carte sono fatte così, egli ne fa delle piccole, che vagliono una medaglia di tornesello piccolo, e l'altra vale un tornesello, e l'altra vale un grosso d'argento da Vinegia, e l'altra un mezzo, e l'altra due grossi, e l'altra cinque, e l'altra dieci, e l'altra un bisante d'oro, e l'altra due, e l'altra tre: e così va infino in dieci bisanti. E tutte queste carte sono sugiellate col sugiello del Gran Sire, e hanne fatte fare tante, che tutto il suo tesoro ne pagherebbe. E quando queste carte son fatte, egli ne fa fare tutti i pagamenti, e fagli ispendere per tutte le provincie e regni e terre dov'egli ha signoria; e nessuno gli osa rifiutare, a pena della vita. E sì vi dico, che tutte le genti e regni che sono sotto sua signoria si pagano di questa moneta, d'ogni mercatanzia di perle, d'oro e d'ariento e di pietre preziose, e generalmente d'ogni altra cosa, e sì vi dico che la carta che si mette per dieci bisanti, non ne pesa uno; e sì vi dico che gli mercatanti le più volte cambiano questa moneta a perle, o a oro, e altre cose rare. E molte volte è recato al Gran Sire per gli mercatanti tanta mercatanzia in oro e in ariento che vale quattrocentomila di bisanti; e 'l Gran Sire fa tutto pagare di quelle carte; e' mercatanti le pigliano volentieri, perchè le spendono per tutto il paese. E molte volte fa bandire il Gran Cane, che ogni uomo che ha oro e ariento, perle o pietre preziose o alcuna altra cara cosa, che incontanente la debbiano avere apresentata alla tavola del Gran Sire, ed egli lo fa pagare di queste carte; e tanto gliene viene di questa mercatanzia, ch'è un miracolo. E quando ad alcuno si rompe o guastasi niuna di quelle carte, egli va alla tavola del Gran Sire, e incontanente gliene cambia, ed ègli data bella e nuova ma si gliene lascia tre per cento. Ancora sappiate, che se alcuno vuol fare vasellamenta d'ariento o cinture, egli va alla tavola del Gran Sire, ed ègli dato per queste carte ariento quant'e' ne vuole, contandosi le carte secondo che si ispendono. E questa è la ragione perchè il Gran Sire dee avere più oro e più ariento, che signore del mondo.[26]»

Secondo Marco Polo, il sistema del governo imperiale riposa sopra una centralizzazione eccessiva. Il reame, diviso in 34 provincie, è amministrato da dodici nobilissimi baroni, che abitano nella stessa città di Cambalu; ivi, nel palazzo di questi baroni, dimorano gli intendenti e gli impiegati tutti che trattano gli affari d'ogni singola provincia. Intorno alla città si diramano molte strade ben tenute, che metton capo ai diversi punti del regno. Su queste strade, ad ogni ventidue miglia, sorgono stazioni postali; ed in essa duecentomila cavalli sono sempre pronti a trasportare i messaggieri dell'imperatore. Più, fra le stazioni, ad ogni tre miglia, trovasi un villaggio composto di circa quaranta case, in cui abitano i corrieri che portano a piedi i messaggi del Gran Kan. Questi uomini, con cinghie al ventre, col capo compresso da una benda, hanno una cintura munita di campanelli che li fa udire da lontano; partono al galoppo, fanno rapidamente le tre miglia, rimettono il messaggio al corriere che li attende, e per tal modo l'imperatore riceve in un giorno ed una notte le notizie da dieci giornate di distanza. Questo mezzo di comunicazione costa ben poco a Kublai-Kan, perchè egli si limita, per retribuzione, ad esentuare dalle imposte i corrieri; in quanto ai cavalli delle stazioni, sono somministrati gratuitamente dagli abitanti delle provincie.

Ma se il re tartaro usa in maniera così assoluta del suo potere, se fa pesare sì gravi imposte sui propri sudditi, d'altra parte s'occupa attivamente dei loro bisogni, e sovente viene loro in aiuto. Quando la grandine ha devastato le messi, non solo egli non esige l'usato tributo, ma fa distribuire grano ai suoi sudditi, tolto ai suoi granai. Quando una mortalità accidentale ha colpito i bestiami d'una provincia, egli ne la riprovvede a sue spese. Ha cura, nelle buone annate, di mettere nei granai un'enorme quantità d'orzo, di miglio, di frumento, di riso ed altre derrate, in modo da mantener i grani ad un prezzo mite in tutto l'impero. Inoltre, porta particolare affetto ai poveri della sua buona città di Cambalu. «Ora vi conterò, dice il Polo, come il Gran Cane fa carità alli poveri che stanno a Cambulù. A tutte le famiglie povere della città, che sono in famiglia sei o sette, o più o meno, che non hanno che mangiare, egli li fa dare grano e altra biada: e questo fa fare a grandissima quantità di famiglie. Ancor non è vietato lo pane del signore a niuna persona che voglia andare per esso. E sappiate che ve ne vanno più di trenta mila; e questo fa fare tutto l'anno: e questo è gran bontà di signore; e per questo è adorato come Iddio dal popolo.» Aggiungeremo che tutto l'impero è amministrato con somma cura; le vie ben tenute e piantate ad alberi magnifici, che servono sopratutto a farle riconoscere al viaggiatore, nei paesi deserti. La legna è quindi abbondantissima dappertutto; «senza contare, dice il Veneziano, che per tutta la provincia del Catai hae una maniera di pietre nere che si cavano dalle montagne come vena, che ardono come bucce, e tengono più lo fuoco che non fanno la legna.» Queste pietre nere non sono altro che il carbone fossile, che in grandissima quantità trovasi nelle montagne delle provincie di Cheu-sì e di Pe-che-li.

Marco Polo soggiornò lungo tempo nella città di Cambalu. È certo che, grazie alla sua vivace intelligenza, al suo spirito, alla facilità di apprendere gl'idiomi dell'impero, venne molto in grazia all'imperatore. Incaricato da lui di diverse missioni, non solo nella China, ma nei mari dell'India, a Ceylan, sulle coste del Coromandel e del Malabar, e nella parte della Cocincina presso il Cambodge; fu nominato, probabilmente tra il 1277 ed il 1280, governatore della città di Yang-tsceu e di ventisette altre città, comprese nella giurisdizione di questa. Grazie a queste missioni, egli percorse un bel tratto di paese e ne riportò utili documenti, tanto geografici, che etnologici. Noi lo seguiremo facilmente, colla carta geografica alla mano, in quei viaggi dai quali la scienza doveva trarre immenso profitto.


CAPITOLO III.

Tso-tcheu.—Tainfu.—Pin-yang-fu.—Il fiume Giallo.—Chaciafu.—Si-gnan-fu.—Il Sze-tchuen.—Ching-tu-fu.—Il Tibet.—Li-Kiang-fu.—Il Caragia.—Yung-chang.—Mien.—Il Bengala.—L'Annam.—Il Tai-ping.—Sinuglil.—Sindi-fu.—Chacafu.—Ciaglu.—Ciagli.—Codifu.—Lin-tsin-tcheu.—Lin-tching-hien.—Il Mangi.—Yang-tcheou.—Città del litorale.—Quinsay o Hang-tcheu.—Il Fu-chian.

Marco Polo, dopo aver soggiornato a Cambalu, venne dal Gran Kan incaricato d'una missione che lo tenne lontano ben quattro mesi dalla capitale. Lontano dieci miglia circa da Cambaluc, verso il sud, traversò il magnifico fiume Pehonor, che egli chiama Pulinzanchiz; lo valicò sopra un bel ponte di marmo di ventiquattro arcate, lungo trecento passi, il quale non ha il simile in tutto il mondo. A trenta miglia di là incontrò Tso-tcheu, città industriale che ha eccellenti alberghi pei viaggiatori, ed ove si lavora[Pg 56] specialmente in legno di sandalo, tessuti di seta e d'oro.

A dieci giornate da Tso-tcheu, giunse nella moderna città di Tainfu, che fu un tempo sede di un governo indipendente. Tutta quella provincia gli parve ricca di viti e di gelsi; la principale industria della città era allora la fabbricazione delle armature per conto dell'imperatore. Sette giornate più oltre trovò la bella città di Pianfu, oggidì Pin-yang-fu, tutta dedita al commercio ed al lavoro della seta. Marco Polo, dopo aver visitata questa città, giunse sulle rive del celebre fiume Giallo, ch'egli chiama Charamera, ossia fiume nero, forse a causa delle sue acque oscurate dalle piante acquatiche. Attraversato il fiume, giunse ad una nobile città chiamata Chaciafu, nella quale alcuni commentatori ravvisano la moderna Pu-ceu-fu (che allora chiamavasi O-ciung-fu) sulla riva orientale del fiume Giallo[27], e che è ai nostri dì una delle più ragguardevoli città del Scian-si. Lasciata quella città, ove non vide nulla che meritasse menzione, Marco Polo percorse a cavallo una bella contrada, sparsa di castella, di città, di giardini, e ricca di cacciagione. Dopo otto giorni di cammino, giunse alla nobile città di Si-gnan-fu, allora chiamata Quengianfu, antica capitale della dinastia dei Thang. Ivi regnava un figlio del Gran Kan, per nome Manghala, principe giusto ed amato dal suo popolo; egli abitava, fuori della città, un magnifico palazzo costrutto in mezzo ad un parco, le cui mura merlate avevano circa cinque miglia di circonferenza. Quella città presentava allora un mercato importantissimo di gioie, stoffe ed armature d'ogni genere.

Da Si-gnan-fu il nostro viaggiatore si diresse verso il Tibet, attraversando una contrada montuosa ch'egli chiama Chunchum, e che probabilmente corrisponde alla moderna provincia di Sze-tchuen. «Egli ha per monti e per valli città e castella assai, e sono idoli, e vivono di loro lavorio di terra e di boscaglie; e havvi molti boschi, ove sono molte belle bestie selvatiche, come sono lioni e orsi e cavriuoli, lupi cervieri, daini e cierbi, e altre bestie assai, sì che troppo n'hanno grande utilità.»

Dopo aver viaggiato ventitre giorni, toccò i confini della immensa pianura di Ambalet-Mangi. Quel paese è fertile, ricco d'ogni sorta di produzioni e particolarmente di zenzero, di cui fornisce tutta la provincia del Cattai. Ed è tale la fertilità del suolo, che, secondo un viaggiatore francese, E. Simon, lo si vende oggidì a 30,000 franchi all'ettara, cioè tre franchi al metro. Nel secolo XIII quella pianura era coperta di città e castella, e gli abitanti vivevano dei frutti del terreno, dei prodotti del bestiame e della selvaggina, che forniva ai cacciatori una preda facile ed abbondante.

Continuando il suo viaggio verso ponente, Marco Polo penetrò nella provincia di Sze-tchuen, e giunse alla nobile città di Sindi-fu, la moderna Chin-tu-fu, la cui popolazione attuale supera 1,500,000 abitanti. Sindi-fu misurava allora un circuito di venti miglia, era divisa in tre parti, ognuna delle quali, circondata d'un muro particolare, aveva il proprio re prima che Kublai-Kan se ne impadronisse. «E sappiate, dice il Polo meravigliato, che per mezzo questa città passa un gran fiume d'acqua dolce, ed è largo bene mezzo miglio, ov'ha molti pesci, e va infine al mare Oceano, e havvi bene da ottanta in cento miglia, ed è chiamato Quiia-fu.»

Questo fiume non è altro che l'Yang-tse-kiang, che attraversa la China da ovest ad est, e n'è il fiume più importante. Sulle nostre carte lo troviamo indicato col nome di Fiume Bleu.

«E in su questo fiume, prosegue il Veneziano, ha città e castella assai, e havvi tante navi, che appena si potrebbe credere chi nol vedesse; e v'ha tanta moltitudine di mercatanti, che vanno giuso e suso, ch'è una grande meraviglia. E il fiume è sì largo, che pare un mare a vedere, non fiume. E dentro della città in su questo fiume è un ponte tutto di pietre, ed è lungo bene un mezzo miglio, e largo otto passi: e su per quello ponte ha colonne di marmo, che sostengono la copritura del ponte; e sappiate ch'egli è coperto di bella copritura, e tutto dipinto di belle istorie, e havvi suso più magioni ove si tiene molta mercatanzia e favvisi arti: ma si vi dico che quelle case sono di legno, che la sera si disfanno e la mattina si rifanno. E quivi è lo camarlingo del Gran Sire, che riceve lo diritto della mercatanzia che si vende in su quel ponte; e si vi dico che il diritto di quel ponte vale l'anno bene mille bisanti[28]

Uscito da quella città commerciale e industriosa, Marco Polo, dopo cinque giorni di marcia, attraverso vaste foreste, giunse alla provincia del Tibet, ch'egli dice «molto guasta dalla guerra fattavi da Mogut-Kan.»

La provincia del Tibet, alla quale i Chinesi dànno nome di Si-tsang o Tsang occidentale, è abitata da leoni, orsi ed altre belve, da cui i viaggiatori durerebbero fatica a difendersi, se non vi crescessero in gran copia quelle canne meravigliosamente grosse e alte, che noi chiamiamo bambù.[29] Infatti «gli mercatanti e gli viandanti prendono quelle canne la notte e fannole ardere nel fuoco; perchè fanno sì grande iscoppiata, che tutti gli lioni e orsi e altre bestie fiere hanno paura e fuggono, e non si accosterebbero al fuoco per cosa del mondo. E questo si fanno per paura di quelle bestie chè ve n'ha assai. Le canne iscoppiono, perchè si mettono verdi nel fuoco, e quelle si torcono e fendono per mezzo, e per questo fendere fanno tanto romore, che s'odono dalla lunga presso a cinque miglia di notte, e piue; ed è sì terribile cosa a udire, che chi non fosse d'udirlo usato, ogni uomo n'avrebbe gran paura, e gli cavagli che non ne sono usi, si spaventano sì forte che rompono capresti, e ogni cosa e fuggono; e questo avviene spesse volte. E a ciò prendere rimedio, a cavagli che non ne sono usi, e' gli fanno incapestrati di tutti e quattro li piedi, e fasciare gli occhi, e turare gli orecchi; si che non può fuggire quando ode questo iscoppio; e così campano gli uomeni, la notte, loro e le loro bestie.»

Lo stratagemma riferitoci dal Polo viene ancora impiegato nelle contrade che producono il bambù, e per vero lo scoppio delle canne divorate dalle fiamme può paragonarsi ai più violenti petardi d'un fuoco d'artifizio.

Secondo la relazione del viaggiatore veneziano, il Tibet è una vastissima provincia divisa in otto reami, con molte città e castella, bagnata da fiumi e laghi ed attraversata da montagne dalle quali si trae oro in quantità. I fiumi che hanno origine nel Tibet e sopratutto il Kin-cha-kiang (Yang-tse-kiang), il cui nome significa fiume dall'aurea sabbia, sono ricchi di pagliuzze d'oro. Gli abitanti sono idolatri e malvagi, e formano una razza di terribili ladroni. Vivono dei frutti della terra, di bestie e d'uccelli. Le donne sono impudiche, e fanno, per doni, di sè mercato ai viaggiatori che attraversano quella provincia. Quantunque il Tibet fosse allora sotto la dominazione del Gran Kan, non vi si conoscevano nè le monete nè le banconote dell'impero; all'incontro vi si spendeva il corallo, di cui gli abitanti adornavano il collo delle loro femmine ed i loro idoli.

Marco Polo, nel lasciare Si-gnan-fu, erasi diretto verso l'ovest. Traversò il regno di Gaindu che secondo alcuni corrisponderebbe al territorio settentrionale dei Birmani, secondo altri invece a quella montuosa regione circondata dai territorî del Bengala, Arracan, abitata da schiatte indigene dette Cain, Chien o Chiaen, lungo le rive del braccio sinistro del fiume Arracan, e visitò un bel lago, che produceva ostriche perlifere, la cui pesca era riservata all'imperatore. Vide anche una montagna dalla quale si cavavano quelle pietre conosciute sotto il nome di turchese. Il garofano, lo zenzero, la cannella ed altre spezie davano in quel paese abbondantissimi raccolti.

Gli abitanti di questa provincia non hanno denaro, ed impiegano come moneta dei pezzi di sale di mezza libbra, una libbra, ecc. ecc. Non conoscono vergogna alcuna, giacchè trovano naturale il far marcato delle proprie mogli, figlie e sorelle ai forestieri che attraversano la contrada.

Lasciato il regno di Gaindu, e traversato un gran fiume da lui chiamato Brunis che pare fosse il Kincha-kiang, fiume a rena d'oro, Marco Polo tornò direttamente al sud-est, e penetrò nella provincia di Garagia, regione che si crede formi la parte nord-ovest dell'Yun-nan, chiamata tutt'ora, dagli indigeni e dai maomettani dell'Asia Centrale, Caraian; e ch'era allora governata da Jesau Temur, nipote di Kublai.

Secondo il Veneziano, gli abitanti di quella provincia, eccellenti cavalcatori, mangiavano la carne cruda dei polli, dei montoni, dei bufali e dei buoi; i ricchi soltanto la condivano d'una salsa composta d'aglio e di buone spezie. Quel reame era altresì frequentato da grossi serpenti orribili a vedersi.

Quei rettili, probabilmente alligatori, erano lunghi dieci passi; avevano due gambe poste sul davanti presso il capo ed armate d'un unghione che era smisurato; la loro gola poteva inghiottire un uomo in un boccone.

La capitale di questa provincia è una città che il Polo chiama Jaci, e che si crede corrisponda alla moderna Tsu-iong-fu. Gli abitanti sono parte maomettani, parte cristiani nestoriani, ed il rimanente idolatri. «Quivi hae mercatanti ed artefici, dice il nostro viaggiatore, e spendono per moneta porcellane bianche, che si truovano nel mare.» È questa una specie di conchiglia che noi conosciamo sotto il nome di Cyproea moneta, che gli Indiani chiamano Cooris, usata anche ai dì nostri come moneta alle Maldive ed in diverse parti delle Indie.

Marco Polo passa quindi a descrivere la maniera impiegata dagli indigeni di quella contrada per impadronirsi dei terribili alligatori che infestano i loro corsi d'acqua, e dice che il fiele di questi anfibî, preso come beveraggio, è reputato nel paese come medicina contro la morsicatura d'un cane rabbioso.[30]

A cinque giornate all'ovest di Caragia, Marco Polo, continuando ancora verso mezzodì, penetrò nella provincia di Ardanda, la cui capitale, Vaciau, sembra corrispondere alla moderna città di Yung-chang. Tutti gli abitanti di questa città avevano denti d'oro, cioè usavano coprirli con laminette d'oro, che levavano per mangiare. Gli uomini di quella provincia, tutti cavalieri, «non fanno nulla salvo che uccellare, andare a caccia od andare in oste (in guerra)»: i lavori faticosi sono riservati alle donne ed agli schiavi. Gli abitanti di Ardanda non hanno idoli, nè chiese, ma adorano il più vecchio della famiglia; cioè il nonno, il patriarca. Siccome non conoscono scrittura di sorta, così «quando hanno, dice il Polo, affare l'uno con l'altro, fanno tacche di legno, e l'uno tiene l'una metà, e l'altro l'altra metà; quando colui dee pagare la moneta, egli la paga e fassi dare l'altra metà della tacca.» Non hanno medici, ma bensì dei maghi od incantatori, che saltano, danzano, cantano e suonano strumenti presso il malato; e quindi ordinano sacrifizi e banchetti, finchè l'infermo muore o risana.

Nel lasciare la provincia ove gli abitanti avevano i denti d'oro, Marco Polo seguì la grande strada che serve al traffico tra l'India e l'Indo-Cina, e passò per Bamo ove, tre volte la settimana, si teneva un gran mercato, che attirava i negozianti dei paesi più lontani. Dopo aver cavalcato quindici giorni in mezzo a foreste popolate da elefanti, liocorni ed altre fiere, giunse a Mye, o a Mien, cioè in quella parte dell'alto Birman la cui capitale, di recente costruzione, si chiama Arampura. Questa città di Mien, che fu probabilmente l'antica Ava, chiamata dagli indigeni Miamma, ora in ruina; oppure la vecchia Paghau, situata sull'Irraonady, possedeva una vera meraviglia architettonica; erane due torri, l'una costrutta di belle pietre ed interamente coperta da una lamina d'oro dello spessore d'un dito, l'altra ricoperta da una lamina d'argento, ambe fatte costruire da un re di Mien, prima che quel reame cadesse in potere del Kan.

Dopo di aver visitata quella provincia, Marco Polo discese fino a Baugala, l'attuale Bengala, oggidì una delle tre grandi divisioni dell'India Inglese, e che a quei tempi, nel 1290, non apparteneva ancora a Kublai-Kan. Le armate dell'imperatore si adoperavano allora a conquistare quel paese fertile, ricco di cotone, di zenzero, di canne da zucchero, e i cui magnifici buoi eguagliavano in grossezza gli elefanti. Poscia, di là, il viaggiatore si avventurò fino alla città di Cangigu, nella provincia dello stesso nome. Alcuni credono che sotto questo nome abbia ad intendersi il regno di Tonkino, altri invece il territorio di Cangcur. Gli abitanti di quel regno praticavano il tatuaggio, e mediante aghi si disegnavano sul volto, sul collo, sul ventre, sulle mani, sulle gambe, immagini di leoni, di draghi, d'uccelli, «e chi più n'ha di queste dipinture più si tiene gentile e bello.»

Cangigu è il punto più meridionale raggiunto da Marco Polo in questo viaggio. A partire da questa città risalì verso il nord-est, e pel paese d'Amu, che credesi sia il territorio di Bamu, in mezzo all'Impero Birmano ed alla provincia del Yun-nan, giunse nella provincia di Toloma, oggidì conosciuta sotto il nome di Tai-ping. Ivi trovò begli uomini, bruni di pelle, valenti guerrieri, i cui monti sono muniti di castelli fortificati e che si nutrono abitualmente di carne, riso e spezie. «Quando muoiono fanno ardere i loro corpi, e l'osse che non possono ardere sì le mettono in piccole cassette, e portanle alle montagne, e fannole istare appicate caverne, si che niuno uomo nè altra bestia non puote toccare. L'oro abbonda nel paese; usano però come piccola moneta la porcellana, ossia quella conchiglia (Cyproea moneta) di cui abbiamo già parlato più addietro. Vivono di carne, di latte, di riso e di spezie.

Qui il signor Charton fa giustamente osservare che il viaggiatore si allontana dal paese conosciuto sotto il nome d'India al di là del Gange, e ritorna verso la China. Infatti, lasciata Toloma, Marco Polo seguì per dodici giorni, verso levante, un fiume sulle cui rive sorgevano molte città e castella; e giunse alla città di Sinuglil, che si crede sia la moderna Sou-tcheou, capitale della provincia di Guinguì, che dev'essere, scrive il Lazari, il territorio bagnato dalle acque del Chin-scia-chiang. Ciò che lo colpì dippiù in questa contrada,—e si ha ragione di credere che l'ardito esploratore fosse anche un valente cacciatore,—fu il gran numero di leoni che infestavano le pianure e le montagne. Tutti i commentatori sono però d'accordo nel ritenere che i leoni di Marco Polo non fossero altro che tigri, non essendovi leoni nella China. Ecco quanto ne dice il Veneziano: «V'ha tanti leoni, che se neuno dormisse la notte fuori di casa, sarebbe incontanente mangiato. E chi di notte va per questo fiume, se la barca non istà ben di lungi dalla terra, quando si riposa la barca, andrebbe alcuno leone, e piglierebbe uno di questi uomeni, e mangerebbolo; ma gli uomeni se ne sanno bene guardare. Gli leoni vi sono grandissimi e pericolosi. E sì vi dico una grande maraviglia, che due cani vanno a un gran leone, e sono questi cani di questa contrada, e sì lo uccidono, tanto sono arditi. E dirovvi come. Quando un uomo è a cavallo con due di questi buon cani, come i cani veggono il leone, tosto corrono a lui, l'uno dinanzi e l'altro di dietro, ma sono sie () ammaestrati e leggieri che 'l lione non gli tocca, perciò che 'l lione riguarda molto l'uomo; poi il lione si mette a partire per trovare albore (albero), ove ponga le reni per mostrare il viso agli cani, e gli cani tuttavia lo mordono alle coscie, e fannolo rivolgere or qua or là, e l'uomo ch'è a cavallo, sì lo seguita percotendolo con sue saette molte volte, tanto che 'l lione cade morto, sì che non si puote difendere da uno uomo a cavallo con due buoni cani.»

Parlando degli abitanti di questa provincia, dice che «hanno sete assai, che sono idolatri, sottoposti al Gran Cane, e spendono monete di carta.»

Da quella provincia, Marco Polo risalì direttamente il fiume, ed in capo a dodici giorni fu di ritorno a Sindi-fu, capitale della provincia di Szet-chuen, dalla quale era partito per compiere la sua escursione nel Tibet. Di là, riprendendo la via già percorsa, fece ritorno presso Kublai-Kan, dopo aver felicemente compiuta la sua missione nell'Indo-China.