Sembra che allora Marco Polo venisse incaricato dall'imperatore d'un'altra missione nella parte sud-est della China «la parte più ricca e più commerciale di quel vasto impero, dice il Pauthier nel suo bel lavoro sul viaggiatore veneziano, e quella altresì su cui, dopo il secolo XVI, si ebbero in Europa maggiori notizie.»

Se stiamo all'itinerario tracciato sulla carta del Pauthier, Marco Polo, lasciando Cambalu, si diresse al mezzodì verso Chacafu, ch'è la moderna Ho-hien-fu, una delle più ragguardevoli città del Peche-li; di là a Ciaglu, oggidì Tsan-tcheou, ove si fabbricava il sale, che veniva esportato nelle circostanti contrade, indi a Ciagli, città industriosa che i commentatori ritengono sia la moderna Tetcheu, sulle rive dell'Eu-ho, all'entrare della provincia di Shan-tung; finalmente a Codifu o Codiufu, l'attuale Tsi-nan-fu, capitale della provincia di Shan-tung, patria del grande filosofo e legislatore Confucio[31]. Codifu era a quel tempo una grande città, la più nobile di tutte quelle contrade, frequentatissima dai negozianti di seta, ed i cui meravigliosi giardini producevano gran quantità di frutti deliziosi. A tre giornate di cammino da Codiufu, Marco Polo trovò la cittàdi Siugni, che credesi corrisponda alla moderna Lin-tsin-sceu, posta all'imboccatura del gran canale di Yun-no, punto di convegno delle innumerevoli navi che «recano nelle provincie del Mangi e del Cattai grandi mercatanzie, tanto, ch'è maraviglia a credere.»

Quel paese gli parve caldissimo ed insalubre, ma ricco di datteri e d'altri alberi fruttiferi.... Cap. II, pag. 22

Otto giorni dopo traversava Lingni, che sembra corrispondere all'odierna città di Lin-tching-hien; quindi passava per Pigni, oggidì Pi-tcheou; Cigni, che si crede sia la moderna Sut-zi-hien, e giungeva al Caramera o Fiume Giallo, che aveva già traversato nel suo corso superiore, mentre dirigevasi verso l'Indo-China.

Parlando dell'importanza di questo fiume nella navigazione e nel commercio dell'impero, ecco le parole testuali del Polo: «Sappiate che il gran fiume di Caramera, che viene dalla terra del Prete Gianni, è largo un miglio; ed è molto profondo, sì che bene vi puote andare gran nave; egli ha questo fiume bene quindicimila navi, che tutti sono del Gran Cane, per portare sue cose, quando fa oste (guerra), all'isole del mare, che 'l mare è presso a una giornata. E ciascuna di queste navi vuole bene quindici marinari, e portano in ognuna quindici cavagli cogli uomeni, co' loro arnesi e vivande.»

Il nostro viaggiatore attraversò quel fiume, e si trovò nella provincia di Mangi, un tempo distinta col nome d'Impero dei Song, e sottomesso da Kublai solo dal 1278.

Questo impero, prima di appartenere a Kublai-Kan, era governato da un re pacifico, che abborriva la guerra, ed era pietoso verso gl'infelici. Il testo francese dei viaggi di Marco Polo parla di lui alquanto diffusamente nei termini, seguenti, che traduciamo: «Quell'ultimo imperatore della dinastia dei Song poteva spendere tanto, che era un prodigio; vi racconterò di lui due tratti nobilissimi. Ogni anno egli faceva allattare ben ventimila bambini; dacchè è costume in quei paesi, che le povere donne gettino via i figli appena nati, quando non possono nutrirli. Il re li faceva raccoglier tutti, faceva inscrivere sotto qual segno e sotto qual pianeta erano nati, poi li dava a nutrire in diversi luoghi, perchè manteneva nutrici in quantità[32]. Quando un ricco non aveva figli, andava dal re e si faceva dare quanti bambini voleva, e quelli che voleva; poi il re, quando i giovani e le fanciulle erano in età da unirsi in matrimonio, li sposava fra loro, e dava loro da vivere; in tal modo ogni anno ne allevava ben ventimila tra maschi e femmine. Se passando in qualche strada vedeva una casa piccola fra due grandi, domandava perchè quella casetta non era grande come le altre, e se gli dicevano ciò essere perchè apparteneva ad un povero, tosto la faceva ridurre bella ed alta come le altre. Quel re si faceva sempre servire da mille paggi e da mille damigelle. Manteneva nel suo regno una giustizia così severa, che non vi si commetteva nessun delitto; durante la notte le case del mercanti rimanevano aperte, nè alcuno vi prendeva nulla; si poteva viaggiare di notte come di giorno.»

Entrando nella città di Mangi, Marco Polo trovò Chygiagni, oggidì Hoai-gnan-fou, nella provincia di Kiang-nan, città posta sulle rive del fiume Giallo, la cui principale industria è la fabbricazione del sale, che si cava da alcune paludi salmastre. Ad una giornata da quella città, seguendo una strada lastricata di belle pietre, il viaggiatore giunse alla città di Pauchi, oggidì Pao-yng, rinomata pe' drappi d'oro, Chayu o Kac-yeou, i cui abitanti sono cacciatori e pescatori valenti, poi a Tai-tcheou, ove approdano navigli in gran numero; ed arrivò finalmente a Yangui.

Questa città di Yangui è l'odierna Yang-tsceu, di cui Marco Polo fu governatore durante tre anni. È città popolatissima e molto commerciante, ed ha non meno di due leghe di circuito. Marco Polo partì da Yangui per diverse esplorazioni, che gli permisero di studiare minutamente le città del litorale e dell'interno.

Dapprima il viaggiatore si diresse verso ponente e giunse a Nangi (da non confondersi colla moderna Nan-king), città posta in una provincia fertilissima, i cui abitanti, dice il Polo, «vivono di mercatanzie e d'arti, e hanno seta assai e uccellazioni e cacciagioni, e ogni cosa da vivere, e hanno lioni assai.» Proseguendo il suo viaggio, visitò Saianfu, oggidì Siang-yang-fou, nella provincia Hon-quang. Fu questa l'ultima città del Mangi che resistette alla dominazione di Kublai-Kan. L'imperatore vi tenne l'assedio per tre anni, e se ne impadronì da ultimo mercè i tre Polo, i quali costrussero potenti baliste che schiacciarono gli assediati sotto una grandine di sassi, alcuni dei quali pesavano fin trecento libbre.

Da Saianfu Marco Polo tornò sui suoi passi per esplorare le città del litorale. Egli rientrò senza dubbio a Yang-tcheou; visitò Sigui, città posta sul fiume Yang-tse-kiang, che nel suo corso superiore è chiamato Kin-scia-kiang. Questa città di Sigui (da non confondersi con quella di cui il Polo ha parlato indietro) di cui non sanno che congetturare i commentatori, sorge in un punto ove il fiume è largo più d'una lega, e riceve più di mille navigli in una volta. Da Sigui si portò a Chiagui (la moderna Chua-tcheou), posta nel luogo ove il canale imperiale entra nel Yang-tse-kiang. È questa la città che fornisce di biade la massima parte della corte imperiale. Visitò Cinghiafu (Tching-kian-fou) di faccia a Chua-tcheou, ov'erano due chiese di cristiani nestoriani; Cinghingiu (Tchang-tcheou-fou), presso il Canale, città commerciale ed industriale, e Su-tcheu o Sut-sen, grande città di sei leghe di circuito, che, secondo la relazione esageratissima del viaggiatore veneziano, possedeva allora non meno di seimila ponti. Soggiornò qualche tempo a Ingiu, città posta ad una giornata da Su-tcheu, e che credesi corrisponda alla moderna Ho-tcheu; indi a Cianghi (Kia-hing); per ultimo entrò nella nobile città di Quinsay, l'antica e famosa Hang-tcheu, capitale della provincia di Tche-kiang, che divenne sede degli imperatori quando i Song, incalzati da Nu-tché, vi si rifugiarono, nel 1132, e allora essa fu chiamata King-se, onde la Quinsay del Polo, la King-sai di Rascideddin, e la Cansa d'Ihn-Batuta; che a torto alcuni arguirono significasse la città del cielo.

Quinsay, che corrisponde alla moderna Hang-tcheou-fou, ha cento miglia di circuito, ed è traversata dal fiume Tsientang-kiang, che, diramandosi all'infinito, fa di Quinsay un'altra Venezia. Quell'antica capitale dei Song è popolosa quasi quanto Pekino; le vie sono selciate di pietre e mattoni: si contano, secondo Marco Polo, «dodicimila ponti di pietra, e sotto la maggior parte di questi ponti vi potrebbe passare, sotto l'arco, una gran nave, e per gli altri bene mezza nave.» In quella città vivono i più ricchi negozianti del mondo, le cui mogli «stanno così delicatamente come se fossero cose angeliche.» Quivi è la residenza d'un vicerè che governa per l'imperatore più di centoquaranta città. Vi si vedeva ancora il palagio dell'antico sovrano del Mangi, circondato da bei giardini, con laghi, fontane, e contenente più di mille camere. Il Gran Kan ricava da quella città e dalla provincia rendite immense, fra cui va contato il prodotto del sale, dello zuccaro, delle spezie e della seta, che costituiscono la principale produzione del paese.

«A quindici miglia da Quinsay, tra greco e levante, dice il Polo, è il mare Oceano, e quine (quivi) è una città che ha nome Giafu, ove ha molto buon porto, e havvi molte navi che vengono d'India e d'altri paesi. E da questa città al mare hae un gran fiume, onde le navi possono venire infino alla terra.» Questa Giafu credesi dai commentatori sia la moderna città di Kuang-teheu o Canton, una delle più grandi e più ricche città commerciali della China.

«Quando l'uomo si parte di Quinsay, dice il Veneziano, e' vae una giornata verso iscirocco, tuttavia trovando palagi e giardini molti belli, ove si truova tutte cose da vivere; di capo di questa giornata si truova questa città, c'ha nome Tapigni, molto bella e grande, ed è disotto a Quinsay.» Qualche commentatore ha ravvisato nella Tapigni del Polo la moderna Fu-yang; altri invece Chao-hing-fou.

In seguito il nostro viaggiatore visitò: Nugui (Hon-tcheou), Chegui (Tchu-ki, o, secondo altri, Yen-tcheou-fou), Ciafia (Kin-tcheou), e finalmente Chagu (Kiang-chan-fu), l'ultima città del reame del Quinsay.

Marco Polo entrò quindi nel regno di Fugui. Secondo la sua relazione, gli abitanti di questa contrada sarebbero gente crudele, antropofaghi, «che tutto dì vanno uccidendo gli uomeni e bevendo il sangue, e poscia gli mangiano tutti, e altro non procacciano.» Visitò Quellafu (Kien-ning-fou) sulle rive del Min, bellissima città che ha ponti di pietra lunghi un miglio; e dove «avvi galline che non hanno penni ma peli come gatte, e tutte nere, e fanno uove come le nostre, e sono molto buone da mangiare;» Ungue, città che i commentatori non hanno saputo trovare, ma che si suppone sia la moderna Mingtsing, sebbene non siavi veruna somiglianza di nome.

Poco dopo il Veneziano entrò nella città di Fugui, capitale del regno di Cancha; nella quale i commentatori hanno ravvisato Fu-ceu, capitale del Fu-chian, che giace a breve distanza dal mare, sopra un braccio del Niao-tung-chiang (Min). Ivi gli abitanti sono idolatri e dediti al commercio delle pietre preziose, dello zucchero e d'altre mercanzie che vengono per mare dall'India.

Da Fugui, dopo aver viaggiato per cinque giornate verso sud-ovest, attraversando valli e pianure seminate di città e castelli, raggiunse Zarton, nella quale i commentatori hanno riconosciuto l'odierna Tsiuan-ceu, celebre porto della China meridionale, nella provincia di Fu-chian, detto eziandio volgarmente Tseu-tung, che anche sotto la dominazione dei Ming era assai frequentato dagli Arabi, dai Persiani e dagli Indiani.

Dopo di aver parlato dei tesori che trae il Gran Kan da questa città, pel commercio importante ch'ivi si esercita in spezie e prodotti d'ogni genere dell'India, Marco Polo dice che in questa provincia havvi una città per nome Tenugnise (Ting-tcheou, nella parte occidentale del Fo-kien) ove si fabbricano le migliori scodelle di porcellana del mondo, ad un prezzo veramente tenuissimo.

Il Polo rimase qualche tempo nella città di Zarton, che i commentatori ritengono l'estremo punto da lui visitato in questo viaggio nella China sud-orientale.[33]


CAPITOLO IV.

L'India.—Cipango o Zipagu (il Giappone).—Partenza dei tre Polo colla figlia dell'imperatore e gli ambasciatori persiani.—Saigon.—Giava.—Condor.—Bintang.—Sumatra.—I Nicobari.—Ceylan.—La costa di Coromandel.—La costa di Malabar.—Il mar d'Oman.—L'isola di Gocotora.—Madagascar.—Zanzibar e la costa africana.—L'Abissinia.—Aden.—Schehr.—Dafur.—Kalhat.—Hormuz.—Il Golfo Persico.—Ritorno a Venezia.—Una festa in casa Polo.—Marco Polo prigioniero dei Genovesi.—Morte di Marco Polo verso l'anno 1323.—Suoi discendenti.—Ricordi della famiglia Polo.

Marco Polo, terminata felicemente quell'esplorazione, ritornò senza dubbio alla corte di Kublai-Kan. Egli fu ancora incaricato di varie missioni, che gli furono agevolate e dalla sua conoscenza della lingua mongolla, della turca, della cinese e della mantchou. Pare ch'egli facesse parte d'una spedizione intrapresa nelle[Pg 86] isole dell'India, ed al suo ritorno stese un rapporto particolareggiato sulla navigazione di quei mari ancora poco conosciuti.

«Sappiate, dice egli, che nell'India sono molte navi, ch'elle sono d'un legno chiamato abete e di sapino; elle hanno una coverta e in su questa coverta hae bene 40 camere, ove in ciascuna puote istare un mercatante agiatamente; e hanno un timone e quattro alberi, e molte vi giungono due alberi che si levano e pongono. Queste navi vogliono bene duecento marinai; ma elle sono tali che portano bene cinquemila isporte di pepe, e di datteli seimila. E' vogano co' remi, che a ciascuno remo vogliono essere quattro marinai, e hanno queste navi tali barche, che porta l'una bene mille isporte di pepe. E sì vi dico che questa barca mena bene quaranta marinai, e vanno a remi, e molte volte aiutano tirare la gran nave; ancora mena la nave dieci battelli per prendere pesci.» La relazione del Polo fornisce notizie assai dettagliate ed interessanti sull'isola di Cipango, nome applicato al gruppo d'isole che compongono il Giappone, ch'era allora un paese rinomato per le sue ricchezze.[34] «Zipagu, dice il nostro esploratore, è un'isola in levante, ch'è nell'alto mare millecinquecento miglia. L'isola è molto grande, le genti sono bianche, di bella maniera e belle, e sono idolatri, e non obbediscono ad alcuno. Qui si trova l'oro, però n'hanno assai; niuno uomo non vi va, e niuno mercante non leva di questo oro; perciò n'hanno eglino cotanto. Il palagio del signore dell'isola è molto grande, ed è coperto d'oro, come si cuoprono di qua le chiese di piombo; e tutto lo spazzo delle camere è coperto d'oro, ed èvvi alto bene due dita, e tutte le finestre e mura e ogni cosa e anche le sale sono coperte d'oro; e non si potrebbe dire la sua valuta. E gli hanno perle assai, e sono rosse e tonde e grosse, e sono più care che le bianche; ancora v'ha molte pietre preziose, e non si potrebbe contare la ricchezza di questa isola.»

La fama delle ricchezze del Giappone era giunta sino in China, ed aveva risvegliata la cupidigia di Kublai-Kan, che, verso il 1264, pochi anni prima della venuta di Marco Polo alla corte tartara, aveva tentato d'impadronirsi di quell'isola. La sua flotta, comandata da due baroni, approdò felicemente a Cipango, s'impadronì d'una cittadella, i cui difensori furono passati a fil di spada; ma una tempesta disperse le navi tartare, e la spedizione non ebbe risultato. I due baroni che avevano condotta quella sciagurata impresa vennero, d'ordine dell'imperatore, decapitati. Marco Polo racconta circostanziatamente questo tentativo, e cita varî particolari intorno ai costumi dei Giapponesi.

«Sappiate, dice il Veneziano, che quando alcuno di questa isola prende alcuno uomo, che non si possa ricomperare, convita suoi parenti e i suoi compagni, e fallo cuocere, e dàllo mangiare a costoro, e dicono ch'è la migliore carne che si mangi.»

Secondo il Polo, all'epoca in cui egli visitò la China, i Giapponesi sarebbero stati antropofaghi, come lo sono ancora oggidì gl'indigeni di molte isole dell'oceano Pacifico.

Intanto Marco Polo, suo zio Matteo e suo padre Niccolò, trovavansi da ben diciassette anni al servizio dell'imperatore, senza contare gli anni spesi nel viaggio dall'Europa alla Cina. Avevano vivo desiderio di rivedere la patria; ma Kublai-Kan, che era loro affezionatissimo, e ne apprezzava i meriti, non sapeva risolversi a lasciarli partire. Tutto tentò egli per vincere la loro risoluzione, ed offerse loro immense ricchezze se acconsentivano a non più abbandonarlo. I tre Veneziani persistettero nel disegno di tornare in Europa, ma l'imperatore rifiutò loro assolutamente la licenza di partire. Marco Polo non sapeva come deludere la vigilanza dell'imperatore, quando un avvenimento mutò la determinazione di Kublai-Kan.

Un principe mongollo, Arghum, che regnava in Persia, avea mandato un'ambasciata all'imperatore per chiedergli in matrimonio una principessa del sangue reale. Kublai-Kan accordò al principe Arghum la mano di sua figlia Cogatra, e la fece partire accompagnata d'un seguito numeroso.

Ma le contrade che la scorta volle traversare per recarsi in Persia non erano sicure; turbolenze, ribellioni, l'arrestarono ben presto, e la carovana dovè ritornare, dopo alcuni mesi, alla residenza di Kublai-Kan. Allora gli ambasciatori persiani, avendo sentito parlare di Marco Polo come d'un valente navigatore che aveva conoscenza del mare Indiano, supplicarono l'imperatore di confidare a lui la principessa Cogatra, affinchè la conducesse al suo fidanzato, traversando quei mari meno pericolosi del continente.

Kublai-Kan cedè, non senza difficoltà, a quella domanda. Egli fece allestire una flotta di quattordici navi a quattro alberi, ed approvigionolla per un viaggio di due anni. Qualcuna di quelle navi contava persino duecentocinquanta uomini di equipaggio. Come si vede, era una spedizione importante, e degna dell'opulento sovrano dell'impero chinese.

Matteo, Niccolò e Marco Polo s'imbarcarono colla principessa Cogatra e cogli ambasciatori persiani. Fu in quel tragitto, che durò non meno di diciotto mesi, che Marco Polo visitò le isole della Sonda e dell'India, di cui fa una descrizione tanto completa? Noi possiam fino ad un certo punto ammetterlo, sopratutto per quanto riguarda Ceylan ed il litorale della penisola indiana. Lo seguiremo quindi durante la sua navigazione, e riferiremo le descrizioni ch'egli dà di quei paesi, fino allora imperfettamente conosciuti.

Fu verso il 1291 o 1292 che la flotta comandata da Marco Polo lasciò il porto di Zaiton, ove il viaggiatore era giunto nel suo viaggio traverso le provincie meridionali della Cina. Da questo punto, egli si diresse direttamente verso la vasta contrada di Ciamba, nella quale tutti i commentatori s'accordano nel ravvisare Tsiampa o Bintuan, provincia della Cocincina meridionale.[35] Il viaggiatore veneziano aveva già visitato quella provincia, probabilmente verso l'anno 1280, durante una missione di cui l'imperatore l'aveva incaricato.

«Sappiate, dice il Polo, che quando l'uomo si parte del porto di Zaiton e navica verso ponente, e alcuna verso gorbi (garbino, ossia libeccio) milleduecento miglia, sì si trova una contrada c'ha nome Ciamba, ch'è molto ricca terra e grande, e hanno re per loro; e sono idoli (idolatri); e fanno trebuto al Gran Cane ciascuno anno 20 leofanti, e non gli dànno altro, li più belli, che vi si possono trovare, che n'hanno assai. E questo fece conquistare il Gran Cane negli anni Domini 1278.»

Allorchè Marco Polo percorse quel paese prima della conquista, il re che lo governava aveva non meno di trecentoventisei figliuoli, di cui centocinquanta atti a portare le armi. In quel regno non si usava maritare niuna bella pulzella senza il consenso del re, il quale poteva disporne a suo talento.

Lasciando la penisola cambodgiana, la flotta si diresse verso l'isoletta di Condor; ma prima di descriverla, Marco Polo cita la grande isola di Giava, di cui Kublai-Kan non aveva mai potuto impadronirsi, «per lo pericolo del navicare e della via, sì è lunga.» Quest'isola possiede grandi ricchezze e produce in abbondanza pepe, noci moscate, garofano ed altre droghe preziose. Qualche commentatore ha creduto che sotto il nome di Java intendesse il Polo di parlare di Borneo, a cui gl'indigeni dànno infatti il nome di Jana Java (paese di Giava) e Nusa Java (isola di Giava). E quì giova rammentare ai nostri lettori che il Polo non visitò questi luoghi, ma ne parla «per quello che seppe dalla bocca di uomini degni di fede» secondo le stesse sue parole. Dopo aver fatto sosta alle isole di Sodur e Codur, che sono, a quanto sembra, le isole di Pulo Condor nel mare della China, ove vide oro in abbondanza, Marco Polo giunse all'isola di Petam, che si crede sia l'isola di Buitang, posta vicino all'entrata orientale dello stretto di Malacca, e presso l'isola di Sumatra, ch'egli chiama la Piccola-Giava.

«Quest'isola, egli dice, è tanto verso mezzodì che la tramontana (l'Orsa) non si vede nè poco nè assai. Sappiate che in su quest'isola hae otto re coronati, e sono tutti idolatri, e ciascuno di questi reami ha lingua per sè. Quì ha grande abbondanza di tesoro e di tutte care ispezierie.» Sumatra è infatti una delle più fertili isole del gruppo, ove l'aloè vi cresce meravigliosamente: vi si trovano elefanti selvatici e rinoceronti, che Marco Polo chiama unicorni, e scimmie che vanno a frotte numerose. La flotta fu trattenuta cinque mesi presso quella costa, in causa del cattivo tempo, ed il viaggiatore ne approfittò per visitare le principali provincie dell'isola, come Ferbet (Tandjong Perlak), i cui abitanti delle montagne sono feroci ed antropofaghi; Basma, che secondo alcuni sarebbe Pasem o Pasé dei moderni: secondo altri, Pasaumak, nell'interno del Palembang; Samarcha, che secondo l'opinione del Murray corrisponderebbe all'odierno porto di Samangca, i cui abitanti, dice il Veneziano, «hanno alberi, che tagliano gli rami e quelli gocciola, e quella acqua che ne cade è vino; ed empiesene tra dì e notte un gran coppo che sta appiccato al troncone, ed è molto buono.» È questo il tanto rinomato liquore della palma, che fornisce un vino che in poche ore fermenta e diviene inebbriante. Anche le noci di cocco sono quivi abbondantissime. Marco Polo visitò inoltre i reami di Dragouayu (probabilmente l'Ayer Aje dei moderni) i cui abitanti sono antropofaghi; di Lambri (Nalabu, sulla costa occidentale dell'isola) ove sono moltissimi uomini colla coda (scimmie senza dubbio), e Fransur, cioè l'isola di Pauchor, ove cresce il cicade, da cui si trae una farina buona per pane, che noi chiamiamo sagù. Finalmente i venti permisero alle navi di lasciare la Piccola Giava; dopo aver toccato l'isola di Necaran, che dev'essere una delle Nicobari, ed il gruppo delle Andaman, i cui abitanti sono ancora antropofaghi, come ai tempi di Marco Polo, la flotta, presa la direzione del sud-ovest, andò a prender terra alle coste di Ceylan. «Quest'isola, dice la relazione, anticamente fu via maggiore, che girava 4600 miglia; ma il vento alla tramontana vien sì forte, che una gran parte ne ha fatta andare sott'acqua.» Questa tradizione sussiste ancora fra gli abitanti di Ceylan. «E sappiate, continua il Polo, che in questa isola nascono i buoni e nobili rubini, e non nascono in niuno luogo del mondo piue, e quì nascono zaffiri e topazi e amatisti, e alcune altre pietre preziose. E si vi dico che il re di quest'isola, che si chiama Sedemay, hae il piue bello rubino del mondo, e che mai fosse veduto; e dirovvi com'è fatto. È lungo presso che un palmo, ed è grosso bene altrettanto, come sia un braccio di uomo, egli è piue ispredente (splendente) cosa del mondo, egli non ha niuna tacca, egli è vermiglio come fuoco, ed è di sì gran valuta che non si potrebbe comperare. E il Gran Cane mandò per questo rubino, e gliene voleva dare la valuta d'una buona città, ed egli disse che nol darebbe per cosa del mondo, però ch'egli fue degli suoi antichi.»

A sessanta miglia all'ovest di Ceylan, i naviganti trovarono la gran provincia di Maabar, che non bisogna confondere col Malabar, posto sulla costa occidentale della penisola indiana, come erroneamente è scritto nel codice Ramusiano. Questo Maabar forma il sud della costa di Coromandel, molto stimata per le sue peschiere di perle. Ivi sono certi incantatori che rendono i mostri marini innocui ai pescatori, specie d'astrologhi la cui razza si perpetuò fino ai tempi moderni. Qui Marco Polo dà interessanti particolari sui costumi degli indigeni; sulla morte dei re del paese, in onore dei quali i signori si gettano nel fuoco; sui suicidî religiosi, che sono frequenti; sul sacrificio delle vedove, che il rogo reclama dopo la morte dei mariti; sulle abluzioni biquotidiane, di cui la religione fa un dovere; sull'attitudine di quegli indigeni a diventare buoni fisonomisti; sulla loro fiducia nelle arti degli astrologhi ed indovini.

Dopo di aver soggiornato qualche tempo sulla costa del Coromandel, Marco Polo si diresse al nord sino al reame di Muftili, che corrisponde al territorio su cui giace la moderna città di Masulipatam, che formò parte una volta del regno di Telingana, di cui era capitale Golconda, famosa per le sue miniere di diamante.

«Questo regno, dice il Polo, è ad una reina molto savia, che rimase vedova bene quarant'anni, e voleva sì gran bene al suo signore, che giammai non volle prendere altro marito; e costei hae tenuto questo regno in grande istato, ed era più amata che mai fosse o re o reina. Ora in questo reame si truova diamanti; e dirovvi come. Questo reame hae grandi montagne, e quando piove, l'acqua viene rovinando giuso per queste montagne; e gli uomeni vanno cercando per la via ove l'acqua è ita, e trovane assai di diamanti; e la state che non vi piove si se ne trova su per quelle montagne; ma e' v'ha sì grande caldo che a pena vi si puote sofferire. E su per le montagne ha tanti serpenti e sì grandi, che gli uomeni vivono a grande dottanza (timore), e sono molto velenosi, e non sono arditi d'andare presso alle loro caverne di quelli serpenti. Ancora gli uomeni hanno gli diamanti per un altro modo, ch'egli hanno sì grandi fossati e sì profondi, che veruno vi puote andare; ed egli vi gettano entro pezzi di carne, e gittanla in questi fossati di che la carne cade in su questi diamanti, e ficcansi nella carne. E in su queste montagne istanno aguglie (aquile) bianche che stanno tra questi serpenti: quando l'aguglie sentono questa carne in questi fossati, elle si vanno colà giuso, e reconla in sulla riva di questi fossati, e questi vanno incontro all'aguglie, e l'aguglie fuggono, e gli uomeni truovano in questa carne questi diamanti; ed ancora ne truovano, che queste aguglie sì ne beccano di questi diamanti colla carne insieme, e gli uomeni vanno la mattina al nidio dell'aguglia, e trovano coll'uscita (escrementi) loro di questi diamanti. So che così si truovano i diamanti per questi modi, nè in luogo del mondo non se ne truova di questi diamanti se non in questo reame. E non crediate che gli buoni diamanti si rechino di qua tra gli cristiani; anzi si portano al Gran Cane, ed agli altri re e baroni di quelle contrade che hanno lo gran tesoro.»

Dopo aver visitato la piccola città di San Tomaso, situata ad alcune miglia al sud di Madras, e ch'è l'odierna Mailapur (città dei pavoni) degli Indiani, San Tomé degli Europei, Beita-Tuma o tempio di S. Tomaso degli antichi viaggiatori arabi, nella quale riposa il corpo di S. Tomaso apostolo, Marco Polo esplorò il regno di Masbar, e più particolarmente la provincia di Lar, da cui sono originari tutti i «Bregomani» del mondo (probabilmente i Bramani). Quegli uomini, secondo la relazione, vivono vecchissimi grazie alla loro sobrietà ed astinenza; alcuni dei loro monaci giungono ai cencinquanta o dugento anni, non mangiando che riso e latte, e bevendo un miscuglio di zolfo ed argento vivo. I Bregomani sono destri mercanti, superstiziosi però, ma lealissimi; non rubano, non uccidono essere vivente, ed adorano il bue, che tengono in conto d'animale sacro. «Si conoscono, dice il Polo, per un filo di bambagia ch'egli portano sotto la spalla diritta, sì che gli viene il filo a traverso il petto e le ispalle.»

Da quel punto della costa la flotta ritornò a Ceylan, ove nel 1284 Kublai-Kan aveva spedito un'ambasceria, che gli riportò le credute reliquie d'Adamo, e fra le altre cose i suoi due denti mascellari; giacchè, stando alle tradizioni dei Saracini, la tomba del nostro primo padre sarebbe posta sulla vetta della montagna dirupata che forma il punto più culminante dell'isola, e che chiamasi appunto per ciò il Picco di Adamo. Dopo aver perduto di vista Ceylan, Marco Polo andò a Cail, porto che pare sia scomparso dalle carte moderne, dove approdavano allora tutte le navi che venivano da Hormuz Kis, Aden e dalle coste dell'Arabia. Di là, girando il capo Comorino, all'estremità della penisola, giunsero i navigatori in vista di Culam, che al secolo XIII era una città molto commerciale, ed ove, dice il Polo, «gli abitanti sono tutti neri, maschi e femmine, e vanno tutti ignudi.» Ivi si raccoglie particolarmente il legno di sandalo, ed i mercanti del Levante e del Ponente vi accorrono a negoziare in gran numero. Il paese del Malabar è feracissimo di riso; ha leopardi, che Marco Polo chiama «leoni tutti neri», pappagalli di varie specie, e pavoni assai più belli e più grossi dei loro congeneri d'Europa.

La flotta, lasciato Coilum, seguì verso il nord la costa del Malabar, e giunse sulle sponde del reame di Ely, che sembra corrispondere a Mangalore, nell'antico regno di Samorin. «Qui, dice il Veneziano, nasce pepe, giengiavo (ginepro) e molte altre ispezierie.»

Al nord di quel regno stendevasi quella contrada che il viaggiatore veneziano chiama Melibar, e che è situata al nord del Malabar propriamente detto. Le navi dei negozianti del Mangi venivano spesso a trafficare cogli indigeni di questa parte dell'India, che loro fornivano carichi di droghe eccellenti, bugrani preziosi ed altre mercanzie di gran valore; ma i loro vascelli erano troppo sovente saccheggiati dai pirati della costa, che avevano fama di terribili uomini di mare. Quei pirati abitavano più particolarmente la penisola di Gohurat, oggi Gudgiarate, verso la quale la flottiglia si diresse dopo aver veduto Tanat, contrada ove si raccoglie l'incenso bruno, Kambaget, città che fa gran traffico di cuoio. Visitato che ebbero Sumenat, città della penisola, i cui abitanti sono idolatri, crudeli e feroci, e poi Kesmacoram, probabilmente l'attuale Kedge, ultima città delle Indie tra occidente e settentrione, Marco Polo, in luogo di risalire verso la Persia, ove l'attendeva il fidanzato della principessa tartara, s'inoltrò verso occidente, traverso il vasto mare d'Oman.

La sua insaziabile passione d'esploratore lo trascinò così per cinquecento miglia sino alle rive dell'Arabia, ove gettò l'áncora alle isole Maschio e Femmina, così chiamate perchè una è unicamente abitata da uomini, l'altra da donne, che vengono visitate da quelli durante i mesi di marzo, aprile e maggio. «Questi uomini, dice il nostro esploratore, sono cristiani battezzati e non hanno signore, salvo che hanno un vescovo ch'è sotto l'arcivescovo di Scara.» Lasciate quelle isolette, la flotta fece vela a mezzodì verso l'isola di Scara, ch'è veramente Socotora, l'antica Dioscorides Insula dei Greci, ch'è posta all'ingresso del golfo d'Aden, e di cui Marco Polo riconobbe diverse parti. Egli parla degli abitanti di Socotora come di abili incantatori, che con le loro arti ottengono quanto vogliono e comandano agli uragani ed alle tempeste. Poi, discendendo ancora di miglio in miglio verso il sud, spinse la sua flotta sino alle coste del Madagascar.

Agli occhi del nostro viaggiatore, Madagascar è una delle più grandi e più nobili isole del mondo, d'un circuito di ben quattromila miglia. Gli abitanti sono per la maggior parte maomettani, e vivono sotto la signoria di dodici governatori. Sono molto dediti al commercio, e particolarmente al traffico dei denti di elefanti e dell'ambra. Si nutrono specialmente di carne di cammello, che è migliore e più sana di qualsiasi altra. I negozianti che vengono dalle coste dell'India non impiegano più di venti giorni a traversare il mar d'Oman; ma nel ritorno ci spendono non meno di tre mesi, in causa delle correnti contrarie che tendono sempre a respingerli verso il sud. Nondimeno, frequentano quell'isola perchè fornisce loro il legno di sandalo, di cui sonvi intere foreste, e l'ambra, ch'essi scambiano con drappi d'oro e di seta, con grande guadagno e profitto. Secondo Marco Polo, non mancano in quel reame le fiere e la cacciagione: leopardi, leoni, orsi, cervi, cinghiali, giraffe, asini selvaggi, caprioli, daini, bestie da pascolo vi si incontrano a mandre numerose; ma ciò che gli parve meraviglioso fu l'uccello grifone, ossia il roc, di cui si parla tanto nelle Mille ed una notte. «Questi uccelli, dic'egli, non sono fatti com'e' si dice di qua, cioè mezzo uccello e mezzo lione, ma sono fatti come aguglie (aquile) e sono capaci di sollevare un elefante negli artigli.» Quest'uccello meraviglioso è probabilmente l'epyornis maximus, di cui si trovano ancora delle uova al Madagascar.

Da quell'isola Marco Polo, risalendo verso il nord-ovest, venne a riconoscere Zanzibar e la costa africana, ch'egli prese per un'isola. Gli abitanti gli sembrarono smisuratamente robusti e capaci di portare il carico di quattro uomini, «e questo non è maraviglia, chè mangia l'uno bene per cinque persone.» Quegli indigeni erano negri e camminavano nudi; avevano la bocca grande, il naso «rabbuffato in suso,» le labbra e gli occhi grossi; descrizione esattissima, che s'adatta ancora ai naturali di quella parte dell'Africa. Quegli Africani vivono di riso, latte, carne e datteri, e fabbricano il vino con riso, zuccaro e droghe. Sono valenti guerrieri, nè temono la morte; combattono sopra cammelli o elefanti, armati di scudi di cuojo, di spade e di lancie, ed eccitano le loro cavalcature inebbriandole di bevande spiritose. «Qui, soggiunge il nostro viaggiatore, si hanno le più sozze femmine del mondo, ch'elle hanno la bocca grande, e il naso grosso e corto, e le mani grosse quattro cotanti che l'altre.»

Ai tempi di Marco Polo, secondo l'osservazione del Charton, i paesi compresi sotto la denominazione d'India si dividevano in tre parti: l'India Maggiore, cioè l'Indostan e tutto il paese posto fra il Gange e l'Indo; l'India Minore, cioè la contrada al di là del Gange, dalla costa occidentale della penisola fino alla costa della Cocincina; finalmente l'India Media, cioè l'Abissinia e le rive arabe fino al golfo Persico.

Lasciando Zanzibar, Marco Polo si diresse verso quest'India Media, ch'egli chiama Nabasce (Abissinia), risalendo verso il nord ed esplorando il litorale di quel paese fertilissimo. «Nabasce, dice il nostro viaggiatore, è una grandissima provincia; e sappiate che 'l maggiore re di questa provincia si è cristiano, e tutti gli altri re della provincia sono sottoposti a lui, i quali sono sei re, tre cristiani e tre saracini. Il re maggiore dimora nel mezzo della provincia, e i saracini dimorano verso Edenti (Aden), nella quale contrada messer San Tomaso convertì molta gente, poscia se ne partío, e andonne a Nabar, colà dove fu morto.» Parlando della vita degli abitanti e della fauna del paese, dice che «la vita loro si è riso e carne, e hanno leonfanti, e non ch'egli vi naschino, ma vengono d'altri paesi. Nasconvi molte giraffe e molte altre bestie, e hanno molte bellissime galline, e sì hanno istruzzoli (struzzi) grandi come asini, o poco meno; e sì hanno molte altre cose, ch'a volerle tutte contare sarebbe troppo lunga mena. Cacciagioni e uccellagioni si hanno assai, e si hanno pappagalli bellissimi e di più fatte, e si hanno gatti mamoni e iscimmie assai.»

Lasciato il litorale dell'Abissinia, la flotta toccò Edenti, la moderna Aden, vicino all'imboccatura del Mar Rosso. Aden era a quel tempo una città importantissima pel traffico dell'Oriente, e nel suo porto convenivano tutti i navigli che commerciavano coll'India e colla China. La flotta visitò quindi Icier (la moderna Schehr nell'Hadzamauth, sulla costa meridionale dell'Arabia), «grande città, dice il Veneziano, la quale è sotto il soldano d'Edenti ed ha un porto eccellente, al quale càpitano molte navi, le quali vengono dall'India con molta mercatanzia;» Dufar (Dafur, sulla costa arabica meridionale), che produce un incenso di prima qualità; Chalatu (Kalhat, sulla costa arabica orientale), «città posta sulla bocca del golfo di Chalatu, sì che veruna nave vi può passare nè usare senza la volontà di questa città;» e per ultimo Curmaso (Hormuz), che Marco Polo aveva già visitata, quando da Venezia si recò alla corte del re tartaro.

È a quel porto del golfo Persico che terminò la traversata della flotta allestita dall'imperatore mongollo. La principessa era finalmente giunta ai confini della Persia, dopo una navigazione che aveva durato non meno di diciotto mesi. Ma nel frattempo il principe Arghum, suo fidanzato, era morto, ed il regno era straziato dalla guerra civile. La principessa fu dunque consegnata al figlio d'Arghum, il principe Ghazan, che salì al trono nel 1295, dopo che l'usurpatore, fratello d'Arghum, fu strangolato. Non si sa che avvenisse della principessa; ma prima di separarsi da Marco, Matteo e Niccolò Polo, ella lasciò loro segni dell'alto favore in cui li teneva.

Fu probabilmente durante il suo soggiorno in Persia che Marco Polo raccolse documenti interessanti sulla Gran Turchia; sono documenti staccati ch'egli dà al termine della sua relazione, vera storia dei kan mongolli della Persia. Ma i suoi viaggi d'esplorazione erano terminati. Preso commiato dalla principessa tartara, i tre Veneziani, bene scortati, presero la via di terra per tornare in patria. Si recarono a Trebisonda e Costantinopoli, da Costantinopoli a Negroponte, ed ivi s'imbarcarono per Venezia.

Fu nel 1295, ventiquattro anni dopo esserne partito, che Marco Polo rientrò nella sua città natale. I tre viaggiatori, abbronzati dal sole, vestiti grossolanamente di stoffe tartare, avendo conservato nei loro modi e nel linguaggio le abitudini mongolle, disavvezzi al dialetto veneto, non furono neppure riconosciuti dai loro più prossimi parenti. Inoltre, da gran tempo era corsa voce della loro morte, e non si sperava più di rivederli. Si recarono alla loro casa nel quartiere di San Giovanni Grisostomo, e la trovarono occupata da varî individui della famiglia Polo. Questi accolsero i viaggiatori con diffidenza, giustificata certo dalla loro deplorabile apparenza, e prestarono poca fede al racconto, alquanto straordinario infatti, che fece loro Marco Polo. Tuttavia, dietro le loro istanze, li ammisero in quella casa, di cui erano veramente i legittimi possessori. Alcuni giorni dopo, Niccolò, Matteo e Marco, volendo distruggere il più piccolo dubbio circa la loro identità, diedero a tutti i loro parenti uno splendido convito. E quì lasceremo la parola al Veneziano Ramusio, che dice d'averlo saputo per tradizione:

«.....Invitati molti suoi parenti ad un convito, il quale volsero che fosse preparato onoratissimo con molta magnificenza, nella detta sua casa, e venuta l'ora del sedere a tavola, uscirono fuori di camera tutti tre vestiti di raso cremosino in vesti lunghe fino in terra, come solevano, standosi in casa, usare in quei tempi, e data l'acqua alle mani e fatto seder gli altri, spogliatesi le dette vesti, se ne misero altre di damasco cremosino, e le prime di suo ordine furono tagliate in pezzi e divise fra li servitori. Da poi mangiate alcune vivande, tornarono di nuovo a vestirsi di velluto cremosino, e posti di nuovo a tavola, le vesti seconde furono divise fra li servitori, ed in fine del convito il simil fecero di quelle di velluto, avendosi poi rivestiti nell'abito de' panni consueti che usavano tutti gli altri.

«Questa cosa fece maravigliare, anzi restar come attoniti tutti gl'invitati; ma tolti via li mantelli, e fatti andar fuori della sala tutti i servitori, Messer Marco, come il più giovane, levatosi dalla tavola, andò in una delle camere, e portò fuori le tre vesti di panno grosso consumate, con le quali erano venuti a casa, e quivi con alcuni coltelli taglienti cominciarono a discucir alcuni orli e cuciture doppie, e cavar fuori gioje preziosissime in gran quantità, cioè rubini, zafiri, carboni, diamanti e smeraldi, che in cadauna di dette vesti erano stati cuciti con molto artificio, ed in maniera ch'alcuno non si averia potuto imaginare che ivi fussero state. Perchè al partir del Gran Kan tutte le ricchezze ch'egli aveva loro donate cambiarono in tanti rubini, smeraldi ed altre gioje, sapendo certo che s'altrimente avessero fatto per sì lungo, difficile ed estremo cammino, non saria mai stato possibile che seco avessero potuto portare tanto oro.

«Or questa dimostrazione di così grande ed infinito tesoro di gioje e pietre preziose che furono poste sopra la tavola riempiè di nuovo gli astanti di così fatta maraviglia, che restarono come stupidi e fuori di sè stessi, e conobbero veramente ch'erano quegli onorati e valorosi gentil'uomini da Ca' Polo di che prima dubitavano, e fecero loro grandissimo onore e riverenzia.

«Divulgata che fu questa cosa per Venezia, subito tutta la città, sì de' nobili che de' populari, corse a casa loro ad abbracciargli e fare tutte quelle maggiori carezze e dimostrazioni d'amorevolezza e riverenzia che si potessero immaginare; e Messer Maffio, ch'era il più vecchio, onorarono d'un magistrato che nella città in que' tempi era di molta autorità; e tutta la gioventù ogni giorno andava continuamente a visitare e trattare M. Marco, ch'era umanissimo e graziosissimo, e gli domandavano delle cose del Cataio e del Kan; il quale rispondeva con tanta benignità e cortesia che tutti gli restavano in un certo modo obligati. E perchè nel continuo raccontare ch'egli faceva più e più volte della grandezza del Gran Kan, dicendo l'entrate di quello essere da 10 in 15 milioni d'oro; e così di molt'altre ricchezze di quelli paesi riferiva tutte a milioni, lo cognominarono Messer Marco Milioni, che così ancora ne' libri pubblici di questa repubblica, dove si fa menzion di lui, ho veduto notato; e la corte della sua casa a San Giovan Grisostomo, da quel tempo in qua, è ancora volgarmente chiamata la Corte dei Milioni.»

E per questo, anche il libro de' suoi viaggi ebbe l'appellativo di Milione, Liber Milionis, come leggesi nel Codice Ambrosiano.

Un uomo celebre come Marco Polo non poteva certamente sfuggire agli onori civili; ed infatti si vide chiamato alle prime magistrature di Venezia.

Fu verso quell'epoca, nel 1296, che scoppiò una guerra tra Venezia e Genova. Una flotta genovese, comandata da Lampa Doria, solcava l'Adriatico, minacciando il litorale. L'ammiraglio veneziano, Andrea Dandolo, armò tosto una flotta superiore in numero alla genovese, ed affidò il comando d'una galera a Marco Polo, che, a ragione, era in fama di valentissimo navigatore.

Tuttavia, in quella battaglia navale dell'8 settembre 1296, i Veneziani furono battuti, e Marco Polo, gravemente ferito, cadde in potere dei Genovesi. I vincitori, conoscendo ed apprezzando il valore del loro prigioniero, lo trattarono con molti riguardi. Fu condotto a Genova, ove le primarie famiglie, avide di ascoltare la sua storia, gli fecero le più graziose accoglienze. Ma se gli altri non si stancavano d'ascoltarlo, Marco Polo alla perfine si stancò di raccontare, ed avendo fatto nel 1298, durante la sua cattività, la conoscenza del Pisano Rusticano, gli dettò il racconto de' suoi viaggi.

Restituitosi a Venezia, dopo la pace del 1299, Marco Polo prese in moglie una Donata, e n'ebbe tre figliuole: Fantina, Bellela e Moretta. Suo padre Niccolò morì nel 1300, e fu da lui fatto seppellire nell'angiporto della chiesa di S. Lorenzo. Nell'anno 1323, a lui settantaduesimo, Marco fece il suo testamento; e sebbene resti ignoto (dice il Ramusio) l'anno della morte, può congetturarsi che non fosse di molto posteriore. Fu sepolto nella chiesa di San Lorenzo.

Tale fu la vita del celebre viaggiatore, le cui relazioni ebbero molta influenza sul progresso delle scienze geografiche; e dovevano un secolo dopo schiudere a Colombo la via al Nuovo Mondo. Egli possedeva in sommo grado il genio d'osservazione; sapeva vedere, come sapeva narrare; e le scoperte, le esplorazioni posteriori, non fecero che confermare la veracità del suo racconto. Sino alla metà del secolo XVIII i documenti tratti dalla relazione di Marco Polo servirono di base agli studî geografici, come alle spedizioni commerciali fatte nella Cina, nell'India e nel centro dell'Asia.


La famiglia Polo si estinse nel 1418 in Marco Polo, castellano a Verona, essendo rimasta erede di tutta la sostanza Polo, Maria vedova di Zuanne Bon e rimaritata nel 1424 in Azzo Trevisan; dalla quale discendenza nacque Marcantonio Trevisan.

Nel secolo XVII una famiglia patrizia onorò la memoria dell'illustre viaggiatore con una statua di pietra d'Istria di poco maggiore del naturale, che oggi si vede nell'atrio del palazzo Morosini a Santo Stefano. Più tardi, la modesta carità dell'abate Zenier segnò d'una lapide la casa abitata dall'immortale viaggiatore, di fianco alla chiesa di San Grisostomo. Nella corte attigua si vede ancora una porta, il cui arco, di forma decisamente orientale, è adorno di leggiadre sculture, ed una parte dell'antica cornice non meno ornata ed elegante. La corte portò, fino all'epoca del Ramusio, lo storico nome di «Corte del Milione


APPENDICE

Togliamo dall'edizione Le-Monnier del Codice Magliabeccano alcuni documenti interessanti risguardanti la storia della Gran Turchia, che, come già abbiamo detto a pag. 110, vennero raccolti da Marco Polo durante il suo soggiorno in Persia.


I.
Della Gran Turchia.

Turchia si ha un re c'ha nome Chaidu, lo quale è nipote del Gran Cane, che fu figliolo d'uno suo fratello cugino. Questi sono tarteri, valentri uomeni d'arme, perchè sempre istanno in guerra e in brighe. Questa Gran Turchia è verso maestro. Quando l'uomo si parte da Curmaso,[Pg 118] e passa per lo fiume di Geon, e dura di verso tramontana insino alle terre del Gran Cane, sappiate ch'e' truova Chaidu. E tra questo Chaidu e lo Gran Cane sì ha grandissima guerra, perchè Chaidu vorebbe conquistare parte delle terre del Chattai e de' Magi; ma il Gran Cane vuole che lo seguiti, sì come fanno gli altri che tengono terra da lui: questi nol vuol fare, perchè non si fida, e perciò sono istate tra loro molte battaglie. E si fa questo re Chaidu bene C mila cavalieri; e più volte hae isconfitto i baroni e i cavalieri del Gran Cane, perciò che questo re Chaidu è molto prode dell'arme, egli, e sua gente. Or sappiate, che questo re Chaidu avea una sua figliuola, la quale era chiamata in tartaresco Aigiarne, cioè viene a dire in latino, lucente luna. Questa donzella era sì forte, che non si trovava persona che vincere la potesse di veruna prova; lo re suo padre si la volle maritare: quella disse, che mai non si mariterebbe s'ella non trovasse un gentile uomo che la vincesse di forza o d'altra pruova. Lo re si le avea largito ch'ella si potesse maritare a sua volontà. Quando la donzella ebbe questo dal re, si ne fu molto allegra;[Pg 119] e allora mandò per tutte le contrade, che, se alcuno gentile uomo fosse, che si volesse provare colla figliuola del re Caidu, si andasse a sua corte, sappiendo, che qual fosse quegli che la vincesse, ella il torrebbe per suo marito. Quando la novella fu saputa per ogni parte eccoti venire molti gentili uomeni alla corte del re; or fu ordinata la pruova in questo modo. Nella mastra sala del palagio si era lo re e la reina con molti cavalieri e con molte donne e donzelle: ed ecco venire la donzella tutta sola, vestita d'una cotta di zendado molta acconcia. La donzella era molto bella e ben fatta di tutte bellezze. Or conveniva che si levasse il donzello, che si voleva provare con lei, a questi patti com'io vi dirò: che se 'l donzello vincesse la donzella, ella lo dovea prendere per suo marito, ed egli dovea avere lei per sua moglie; e se cosa fosse che la donzella vincesse l'uomo, si conveniva che l'uomo desse a lei C cavalli; e in questo modo avea la donzella guadagnati bene X mila cavagli. E sappiate che questo non era maraviglia, che questa donzella era sì ben fatta e sì informata, ch'ella pareva pure una gigantessa. Eravi venuto[Pg 120] un donzello, lo quale era figliuolo del re di Pumar per provarsi con questa donzella; e menò seco molta bella e nobile compagnia, e si menò M cavagli per mettere alla pruova: ma 'l cuore li stava molto franco di vincere, di ciò gli pareva essere troppo bene sicuro: e questo fu nel MCCLXXX anni. Quando il re Caidu vidde venire questo donzello, sì ne fu molto allegro, e molto disiderava nel suo cuore che questo donzello la vincesse, perciò ch'egli era bel giovane e figliuolo di un gran re: e allora si fece pregare la figliuola che si lasciasse vincere a costui; ed ella sì rispuose: sappiate, padre, che per veruna cosa del mondo non farei altro che diritto e ragione. Or eccoti la donzella entrata nella sala alla pruova, tutta la gente che stava a vedere, pregavano che desse a perdere alla donzella, acciò che così bella coppia fossero accompagnati insieme. E sappiate che questo donzello era forte e prode, e non trovava uomo che 'l vincesse, nè che si potesse con lui in ogni pruova. Or vennono insieme il donzello e la donzella alle prese, e furonsi presi insieme alle braccia, e feciono una molto bella incominciata, ma poco durò, che[Pg 121] convenne pure che il donzello perdesse la prova. Allora si levò in sulla sala il maggior duolo del mondo, perchè il donzello avea così perduto, ch'era uno de' piue belli uomeni che vi fosse ancora venuto, o che mai fosse veduto; e allotta ebbe la donzella questi M cavalli, e 'l donzello si partío, ed andossene in sua contrada molto vergognoso. E voglio che voi sappiate che lo re Caidu menò questa sua figliola in più battaglie, e quando ella era alla battaglia, ella si gittava tra' nemici sì fieramente, che non era cavaliere sie ardito nè si forte ch'ella nol prendesse per forza, e menavalo via; e faceva molte prodezze d'arme. Or lasciamo di questa materia, e udirete d'una battaglia che fu tra lo re Caidu ed Argo figliuolo dello re Abagha signore del Levante.


II.
D'una battaglia.

Sappiate che lo re Abagha, signore del Levante, si tiene molte terre e molte provincie, e[Pg 122] confina le terre sue con quelle del re Caidu, cioè, dalla parte dell'Albero Solo, lo quale noi chiamiamo l'Albero Secco. Lo re Abaga, per cagione che lo re Caidu non facesse danno alle terre sue, si mandò il suo figliuolo Argo con grande gente a cavallo e a piede nelle contrade dell'Albero Solo infino al fiume di Geon, perchè guardasse quelle terre che sono alli confini. Ora avenne che lo re Caidu si mandò un suo fratello, molto valentre cavaliere, lo quale avea nome Barac, con molta gente, per fare danno alle terre, ove questo Argo era. Quando Argo seppe che costoro venivano, fece asembiare sua gente, e venne incontro a nemici. Quando furono asembiati l'una parte e l'altra, e gli istormenti cominciarono a sonare dall'una parte e dall'altra, allora fu cominciata la più crudele battaglia, che mai fosse veduta al mondo; ma pure alla fine Barac e sua gente non poterono durare; sì che Argo gli sconfisse, e cacciogli di là dal fiume. Da che n'abbiamo cominciato a dire d'Argo, dirovvi com'egli fu preso, e com'egli signoreggiò poscia, dopo la morte del suo padre.

Quando Argo ebbe vinta questa battaglia, vennegli novelle come lo padre era passato di questa vita. Quand'egli intese questa novella, funne molto cruccioso, e mossesi per venire a pigliare la signoria; ma egli era di lungi bene XL giornate. Ora avenne che il fratello che fu d'Abagha, lo quale si era soldano ed era fatto saracino, si vi giunse prima che giugnesse Argo, e incontanente entrò in sulla signoria, e riformò la terra per sè, e si vi trovò sì grandissimo tesoro, che a pena si potrebbe credere: e si ne donò sì largamente a' baroni e a' cavalieri della terra, che costoro dissoro che mai non volevano altro signore. Questo soldano faceva a tutta gente appiacere e onore. Ora quando il soldano seppe che Argo veniva con molta gente, sì si apparecchiò con tutta sua gente e fece tutto suo isforzo in una settimana. E questa gente per amore del soldano andavano molto volentieri contro ad Argo, per pigliarlo e per ucciderlo a tutto loro podere.

Quando il soldano ebbe fatto tutto suo isforzo, sì si missono e andarono incontro ad Argo, e quando fu presso a lui sì si attendò in un molto bel piano, e disse alla sua gente: signori, e' ci conviene essere prodi uomeni, però che noi difendiamo la ragione, chè questo regno fu del mio padre, il mio fratello Abagha si lo ha tenuto, quanto a tutta sua vita, ed io si doveva avere lo mezzo, ma per cortesia, si gliele lasciai. Ora da ch'egli è morto, si è ragione ch'io l'abbia tutto; ma io si vi dico, ch'io non voglio altro che l'onore della signoria, e vostro sia tutto il frutto. Questo soldano avea bene XL mila cavalieri e grande quantità di pedoni. La gente rispuosono e dissero tutti, che andrebbono con lui insino alla morte.

Argo, quando seppe che 'l soldano era attendato apresso di lui, ebbe sua gente, e disse così: signori e fratelli ed amici miei, voi sapete bene che 'l mio padre insino ch'egli vivette egli vi tenne tutti per fratelli e per figliuoli, e sapete bene come voi e vostri padri siete istati con lui in molte battaglie, e a conquistare molte terre; e sì sapete bene come io sono suo figliuolo, e com'egli vi amò assai, ed io ancora si v'amo di tutto il mio cuore; dunque è bene ragione che voi m'atiate riconquistare quello che fu del mio padre e vostro, ch'è contro colui che viene contro a ragione, e vuolci deretare delle nostre terre, e cacciar via tutte le nostre famiglie. E anche sapete bene, ch'egli non è di nostra legge, ma è saracino e adora Malcometto; ancora vedete come sarebbe degna cosa che gli saracini avessono signoria sopra gli cristiani: dacchè voi vedete bene ch'egli è così, ben dovete essere prodi e valentri. Sì come buoni fratelli m'aitate in difendere lo nostro, ed io hoe isperanza in Dio, che noi il metteremo a morte, sì come egli è degno; perciò si vi prego catuno che facciate più che suo podere non porta, sì che noi vinciamo la battaglia. Li baroni e li cavalieri, quando ebbono inteso il parlamento, che avea fatto Argo, tutti rispuosono e dissono, ch'egli avea detto bene e saviamente: e fermarono tutti comunemente, che volevano innanzi morire con lui, che vivere senza lui, o che niuno gli venisse meno. Allora si levò un barone, e disse ad Argo: messere, ciò che avete detto èe tutta verità, ma si voglio dir questo, che a me si parebbe, che si mandassono ambasciadori al soldano per sapere la cagione di quello che fa, e per sapere quello che vuole: e cosie fue fermato di fare. E quando egliono ebbono questo fermato, feciono due ambasciadori, che andassono al soldano ed isponessongli queste cose, come in tra loro non dovea essere battaglia, perciò ch'erano una cosa; e che 'l soldano dovesse lasciare la terra e renderla ad Argo. Lo soldano rispuose agli ambasciadori, e disse: andate ad Argo, e ditegli ch'io il voglio tenere per nipote e per figliolo, sì com'io debbo; e che gli voleva dare signoria, ch'egli si venisse e che istesse sotto lui; ma non voleva che egli fosse signore; e se così non vuol fare, si gli dite che si apparecchi della battaglia.

Argo, quando ebbe intesa questa novella, ebbe grande ira, e disse: non ci è da udire nulla. Allora si mosse con sua gente, e fu giunto al campo, ove dovea essere la battaglia; e quando furono apparecchiati l'una parte e l'altra, e gli istormenti cominciarono a suonare da ciascuna parte, allora si cominciò la battaglia molto forte e molto crudele da ciascuna delle parti. Argo fece il dì grandissima prodezza, egli e sua gente, ma non gli valse. Tanto fu la disaventura, che Argo si fu preso, e perdè allora nella battaglia del soldano. Si era uno uomo molto lussurioso, sì che si pensò di tornare alla terra, e di pigliare molte belle donne che v'erano; allora si partío, e lasciò un suo vicaro nell'oste che avea nome Melichi, che dovesse guardare bene Argo; e così se ne andò alla terra, e Melichi rimase.

Ora avenne che uno barone tartero, lo quale era aguale sotto il soldano, vidde il suo signore Argo, lo quale dovea essere di ragione: vennegli un gran pensiero al quore, e l'animo gli cominciò a gonfiare; e diceva infra sè stesso, che male gli pareva che 'l suo signore fosse preso, e pensò di fare suo podere, sì che gli fosse lasciato; e allora cominciò a parlare con altri baroni dell'oste. E a ciascuno parve in buon volere e in buono animo di volersi pentere di ciò e ch'avevano fatto. E quando furono bene accordati, un barone ch'avea nome Baga si fue cominciatore, e levaronsi suso tutti a romore, e andarono alla prigione dove Argo era preso, e dissongli, com'egli s'erano riconosciuti, e che aveano fatto male, e che volevano ritornare alla misericordia e fare e dire bene, e lui tenere per signore; e così s'acordarono; e Argo perdonò loro tutto ciò ch'aveano fatto contra di lui. E incontanente si mossono tutti questi baroni, e andarono al padiglione dov'era Melichi lo vicaro del soldano, ed ebbonlo morto; ed allora tutti quelli dell'oste si confermarono Argo per loro diritto signore.

Di presente giunse la novella al soldano, come il fatto era istato, e come Milichi suo vicaro era morto. Quando ebbe inteso questo, si ebbe gran paura, e pensossi di fuggire in Bambellonia, e missesi a partire con quella gente che avea. Un barone lo quale era grande amico d'Argo, si stava ad un passo, e quando lo soldano passava, sì l'ebbe conosciuto, e incontanente gli fu dinanzi in sul passo, ed ebbolo preso per forza, e menollo preso dinanzi ad Argo alla città, che v'era già giunto di tre dì. E Argo, quando il vidde, sì ne fu molto allegro, e incontanente comandò che gli fosse dato la morte, si come a traditore. Quando fu così fatto, ed Argo mandò un suo figliuolo a guardare le terre dell'Albero Solo, e mandò con lui trenta mila cavalieri. A questo tempo che Argo entrò nella signoria corre anni MCCLXXXV, e regnò signore VI anni, e fu avelenato, e cosie morìo. E morto che egli fu Argo, un suo zio entrò nella signoria (perchè il figliuolo d'Argo era molto di lungi), e tenne la signoria due anni, e in capo di due anni fue anche morto di beveraggio. Or vi lascio qui, che non ci hae altro da dire, e dirovvi un poco delle parti di verso tramontana.


III.
Delle parti di verso tramontana.

In tramontana si ha uno re ch'è chiamato lo re Chonci, e sono tarteri, e sono genti molto bestiali. Costoro si hanno un loro domenedio fatto di feltro, e chiamanlo Fattighai, e fannogli anche la moglie, e dicono che sono l'iddii terreni, che guardano tutti i loro beni terreni, e così li dànno mangiare, e fanno a questo cotale iddio, secondo che fanno gli altri tarteri, de' quali v'abbiamo contato adrietro. Questo re Chonci è della ischiatta di Cinghy Cane, ed è parente del Gran Cane. Questa gente non hanno città nè castella, anzi si stanno sempre o in piani o in montagne, e sono grande gente delle persone; vivono di latte di bestie[Pg 130] e di carne; biada non hanno, e non son gente che mai facciano guerra ad altrui, anzi istanno tutti in grande pace, e hanno molte bestie, ed hanno orsi che sono tutti bianchi, e sono lunghi XX palmi, ed hanno volpi che sono tutte nere, e asini salvatichi assai, e hanno giambelline, cioè, quelle di che si fanno le care pelle, che una pelle, da uomo, val bene M bisanti; e vaj hanno assai. Questo re si e di quella contrada, dove i cavagli non possono andare, perciò che v'ha grandi laghi e molte fontane, e sonvi i ghiacci sì grandi, che non vi si può menare cavallo; e dura questa mala contrada XIII giornate; ed in capo di ciascuna giornata si ha una posta, ove albergano i messi, che passano e che vengono. E a catuna di queste poste istanno XL cani, gli quali istanno per portare gli messaggi dall'una posta all'altra, sì com'io vi dirò. Sappiate che queste XIII giornate si sono due montagne, e tra queste due montagne si ha una valle, e in questa valle è si grande il fango e il ghiaccio, che cavallo non vi potrebbe andare; e fanno ordinare tregge senza ruote, che le ruote non vi potrebbono andare, però ch'elle si ficcherebbono tutte nel[Pg 131] fango, e per lo ghiaccio correrebbono troppo. In su questa treggia pongono un cuoio d'orso, e vannovi suso questi cotali messaggi, e questa treggia mena sei di questi cani, e questi cani sanno bene la via, e vanno infine all'altra posta, e così vanno di posta in posta tutte queste XIII giornate di quella mala via, e quegli che guarda la posta si monta in su 'n una altra treggia, e menangli per la migliore via. E si vi dico, che gli uomeni che stanno su per queste montagne sono buoni cacciatori, e pigliano di molte buone bestiole, e fannone molto grande guadagno, sì come sono giambellini e vaj ed ermellini e coccolini e volpi nere e altre bestie assai, onde si fanno le care pelli; e piglianle in questo modo, ch'e' fanno loro reti, che non ve ne può campare veruna. Qui si ha grandissima freddura. Andiamo più innanzi, e udirete quello che noi troviamo, ciò fu la Valle Iscura.


IV.
Della Valle Iscura.

Andiamo più innanzi per tramontana, e trovamo una contrada chiamata Iscurità, e certo ella hae bene nome a ragione, ch'ella è sempre mai iscura; quivi sì non appare mai sole nè luna nè stelle, sempre mai v'è notte; la gente che v'è vivono come bestie, e non hanno signore. Ma talvolta vi mandono gli tarteri com'io vi dirò: che gli uomeni che vi vanno si tolgono giumente ch'abbiano pulledri dietro, e lasciano gli puledri di fuori dalla scurità, e poi vanno rubando ciò che possono trovare, e poi le giumente si ritornano a' loro pulledri di fuori dalla iscurità: e in questo modo riede la gente che vi si mette ad andare. Queste genti hanno molto di queste pelli così care ed altre cose assai, perciò che sono maravigliosi cacciatori, e ammassono molto di queste care pelli che avemo contato di sopra. La gente che vi[Pg 133] sta, son gente palida e di mal colore. Partiamoci di qui, e andiamone alla città di Rossia.


V.
Della provincia di Rossia.

Rossia èe una grandissima provincia verso tramontana, e sono cristiani, e tengono maniera di greci, ed havvi molti re, e hanno loro linguaggio, e non rendono trebuto se non ad uno re di tartari, e quello è poco. La contrada si ha fortissimi passi ad entrarvi. Costoro non sono mercatanti, ma si hanno assai delle pelle, che abbiamo detto di sopra. La gente è molto bella, maschi e femmine, sono bianchi e biondi, e sono semprici genti. In questa contrada si ha molte argentiere, e cavanne molto argento. In questo paese non ha altro da dire: dirovvi della provincia la quale ha nome Lacca, perchè confina colla provincia di Rossia.


VI.
Della provincia di Lacca.

Quando noi ci partiamo di Rossia sie entriamo nella provincia di Lacca; qui vi troviamo gente che sono di cristiani e di saracini. Non ci ha quasi altra novità che abbiamo da quelle di sopra; ma vovvi dire d'una cosa, che m'era dimenticata della provincia di Rossia. In quella provincia si ha sì grandissimo freddo, che a pena vi si può campare, e dura infino al mare oceano. Ancora vi dico che v'ha isole dove nascono molti girfalchi e molti falconi pellegrini, i quali si portano per più parti del mondo; e sappiate che da Rossia ad Orbeche non v'ha grande via, ma per lo grande freddo che v'è, si non vi si puote bene andare. Or vi lascio a dire di questa provincia, che non ci ha altro da dire, e vogliovi dire un poco di tarteri di ponente e di loro signore, e quanti signori hanno avuti. Comincio del primo signore.