Dal tempo di Augusto a quello di Diocleziano i Principi Romani, conversando famigliarmente tra i loro concittadini, erano salutati solamente con quello stesso rispetto che era solito usarsi coi Senatori e coi Magistrati. Il loro principal distintivo era la Imperiale, o militare veste di porpora; mentre l'abito Senatorio era distinto con una larga, o l'equestre con una stretta fascia o lista del medesimo onorifico colore. La superbia, o piuttosto la politica di Diocleziano, indusse quel Principe artifizioso a introdurre la splendida magnificenza della Corte di Persia[306]. Egli si arrischiò ad assumere il Diadema, ornamento detestato dai Romani come odiosa insegna della dignità Reale, ed il cui uso era stato considerato come l'atto più disperato della follìa di Caligola. Altro non era il diadema che una larga e bianca fascia, adorna di perle, che cingeva la testa dell'Imperatore. Le sontuose vesti di Diocleziano e de' suoi successori erano di seta e di oro; e vien con indignazione osservato che fino le loro scarpe erano guarnite delle gemme più preziose. L'accesso alla lor sacra persona si rendeva ogni dì più difficile per l'istituzione di nuove formalità e cerimonie. Gli aditi del palazzo erano diligentemente custoditi dalle diverse scuole, come cominciarono allora a chiamarsi, di Uffiziali domestici. Gli appartamenti interiori furono affidati alla gelosa vigilanza degli Eunuchi, la moltiplicazione ed influenza dei quali era il più infallibile indizio del progresso del dispotismo. Quando un suddito veniva finalmente ammesso all'Imperial presenza, era obbligato, qualunque fosse la sua condizione, al prostrarsi al suol, e di adorare, secondo il costume orientale, la divinità del suo Signore e Padrone[307]. Diocleziano era un uomo sensato, che nel corso di una vita e privata e pubblica avea concepito il giusto valore e di se stesso e del genere umano: e non è facile l'immaginare, che nel sostituire i costumi della Persia a quelli di Roma egli fosse seriamente animato da così basso principio, quale è quello della vanità. Egli si lusingò, che una ostentazione di splendore e di lusso soggiogherebbe l'immaginazione della moltitudine; che il Monarca sarebbe meno esposto alla rozza licenza dei popolo e dei soldati, a misura che la sua persona fosse meno esposta alla pubblica vista; e che le abitudini di sommissione insensibilmente produrrebbero sentimenti di venerazione. L'alterigia usata da Diocleziano era, egualmente che l'affettata modestia di Augusto, una teatrale rappresentazione; ma si dee confessare, che delle due commedie, la seconda era di un carattere molto più nobile e generoso della prima. La mira dell'uno era di nascondere l'infinito potere che aveano gl'Imperatori sul mondo Romano: l'oggetto dell'altro era di farne pompa.
L'ostentazione era il primo principio del nuovo sistema istituito da Diocleziano; e la divisione, il secondo. Egli divise l'Impero, le Province, ed ogni ramo della civile, e della militar amministrazione. Egli moltiplicò le ruote della macchina del Governo e ne rendè meno rapide ma più sicure le operazioni. Tutti quei vantaggi e quei difetti, che poterono accompagnare queste innovazioni, doverono in gran parte attribuirsi al primo inventore; ma siccome il nuovo edifizio di politica fu a poco a poco perfezionato e compito dai Principi successori, sarà ben fatto differire a considerarlo al tempo della sua piena maturità e perfezione[308]. Riserbando pertanto al regno di Costantino un più esatto quadro del nuovo Impero, ci contenteremo di descriverne il principale e decisivo contorno, come fu disegnato dalla mano di Diocleziano. Egli aveva associato tre colleghi all'esercizio del sapremo potere; e giudicando che i talenti di un solo erano inadeguati alla pubblica difesa, considerò la congiunta amministrazione di quattro Principi non come temporario espediente, ma come legge fondamentale della costituzione. Volle che il distintivo dei due più vecchi Principi fossero il diadema e il titolo di Augusto; che questi (secondo che l'affetto o la stima dirigesse la loro scelta) regolarmente chiamassero in loro aiuto due subordinati colleghi; e che i Cesari, innalzati a vicenda al primo posto, dessero una successione non interrotta d'Imperatori. L'Impero fu diviso in quattro parti. L'Oriente e l'Italia erano le più onorevoli; il Danubio ed il Reno, le più faticose. Le prime esigevano la presenza degli Augusti; le seconde erano affidate al Governo dei Cesari. La forza delle legioni era nelle mani dei quattro Soci della sovranità, e la disperazione di vincer successivamente quattro formidabili rivali, poteva intimorire l'ambizione di un intraprendente Generale. Nel governo civile gl'Imperatori supponevansi esercitare l'indiviso potere della Monarchia, ed i loro editti, autenticati coi loro nomi uniti, erano ricevuti in tutte le Province come promulgati dai loro scambievoli consigli e dalle loro autorità. Nonostante queste precauzioni, la politica unione del Mondo Romano fu a poco a poco disciolta, e si introdusse un principio di divisione, che nel corso di pochi anni cagionò la perpetua separazione degl'Imperi Orientale ed Occidentale.
Il sistema di Diocleziano fu accompagnato da un altro molto sostanziale svantaggio, che merita ancora adesso la nostra attenzione, ed è uno stabilimento più dispendioso e conseguentemente un aumento di tasse, e l'oppressione del popolo. Invece di una modesta famiglia di schiavi e di liberti, quale era bastata alla semplice grandezza di Augusto e di Traiano, furono stabilite tre o quattro magnifiche Corti nelle varie parti dell'Impero, ed altrettanti Re Romani gareggiarono l'uno coll'altro e col Monarca Persiano per la vana superiorità della pompa e del lusso. Il numero dei Ministri, dei Magistrati, degli Uffiziali, e dei servitori, che occupavano i diversi dipartimenti dello Stato, si moltiplicò oltre l'esempio dei primi tempi; e (se noi possiamo usare la robusta, espressione di un contemporaneo) «quando la proporzione di quelli che ricevevano, eccedè la proporzione di quelli che contribuivano, le Province furono oppresse dal peso dei tributi[309].» Da questa epoca fino all'estinzione dell'Impero, sarebbe facile il dedurre una continua serie di clamori e di lagnanze. Ogni scrittore, secondo la sua religione e la sua situazione, prende o Diocleziano, o Costantino, o Valente o Teodosio per l'oggetto delle sue invettive: ma si accordano tutti unanimemente a rappresentare il peso delle pubbliche imposizioni e particolarmente la tassa prediale e l'imposizion sulle teste, come l'intollerabile e sempre crescente gravame dei loro tempi. Da tale uniformità di lagnanze uno Storico imparziale, ch'è obbligato di ricavare la verità dalla satira non meno che dal panegirico, sarà disposto a dividere il biasimo tra i Principi, che ne sono accusati, ed attribuire le loro esazioni assai meno ai loro vizi personali, che all'uniforme sistema del loro governo. L'Imperator Diocleziano fu veramente l'autore di questo sistema, ma durante il suo regno il male crescente fu ristretto entro i confini della modestia e della discrezione; ed egli piuttosto che il rimprovero di avere esercitata l'oppressione, merita quello di averne stabiliti i perniciosi principj. Si può aggiungere che erano le sue entrate amministrate con prudente economia; e che dopo esser tutte le spese correnti pagate, vi rimaneva tuttavia nel tesoro Imperiale un'ampia provvisione o per la giudiziosa liberalità o per qualche emergenza dello Stato.
Nell'anno ventunesimo del suo regno, Diocleziano effettuò la sua memorabile risoluzione di rinunziare all'Impero; azione che più naturalmente poteva aspettarsi dal più vecchio, o dal più giovane degli Antonini, che da un Principe, il quale non avea mai praticate le lezioni della filosofia o nell'acquisto o nell'esercizio del supremo potere. Diocleziano ebbe la gloria di dare al mondo il primo esempio di una rinuncia[310], che non è stata molto frequentemente imitata dai posteriori Monarchi. Il paralello di Carlo Quinto per altro si presenterà naturalmente da se stesso alla nostra mente non solo perchè l'eloquenza di uno Storico moderno ha renduto quel nome tanto famigliare ad un Inglese lettore, ma per la molto viva rassomiglianza fra i caratteri de' due Imperatori, i cui talenti politici furono superiori al loro genio militare, e le cui speziose virtù furono effetto molto più dell'arte, che della natura. Sembra che la rinunzia di Carlo fosse affrettata dalle vicende della fortuna; e che lo sconcerto dei suoi favoriti disegni lo sforzasse ad abbandonare un potere, ch'egli non ritrovava proporzionato alla propria ambizione. Ma il Regno di Diocleziano era stato agitato da flutti di continue vicende, e non sembra che egli cominciasse a nutrire alcuna seria idea di rinunziare l'Impero, se non dopo aver vinti tutti i suoi nemici, e compiti tutti i suoi disegni. Nè Carlo, nè Diocleziano erano giunti ad un periodo di vita molto avanzato; giacchè l'uno avea soltanto cinquantacinque anni, e l'altro non più di cinquantanove; ma la vita attiva di questi Principi, le loro guerre ed i loro viaggi, le cure del trono, e la loro applicazione agli affari, aveano di già alterato il loro temperamento e prodotte le infermità di una anticipata vecchiezza[311].
A. D. 304
Malgrado la crudezza d'un freddissimo e piovoso inverno, Diocleziano lasciò l'Italia subito dopo la cerimonia del suo trionfo, e cominciò il suo viaggio verso l'Oriente per le Province Illiriche. Egli contrasse ben tosto dall'inclemenza dei tempi e dalla fatica del viaggio una lenta malattia, e benchè facesse comode marce, e fosse ordinariamente portato in una chiusa lettiga, era il suo male divenuto molto serio e pericoloso, avanti che egli arrivasse a Nicomedia, verso il fin della state. Rimase per tutto l'inverno confinato nel suo palazzo: il suo pericolo eccitava un generale e sincero cordoglio; ma il popolo poteva giudicare del vario stato della salute di lui solamente dalla gioia o dalla costernazione che egli vedea nell'aspetto e nel portamento dei Ministri. Fu per qualche tempo generalmente creduto al rumore della sua morte, e fu supposto che si tenesse celata onde prevenire le commozioni che potevano insorgere nell'assenza del Cesare Galerio. Finalmente però, il primo di marzo, Diocleziano comparve un'altra volta in pubblico, ma così pallido ed emaciato, che poteva esser appena riconosciuto da quelli, ai quali era più famigliare la sua persona. Era ormai tempo di por fine al penoso contrasto che egli avea sostenuto per più di un anno fra le cure della sua salute e della sua dignità. La prima esigeva gran riguardi e quiete, e l'ultima lo astringeva a dirigere dal letto, ove giacea infermo, il Governo di un vasto impero. Egli si risolvè a passare il resto de' suoi giorni in un onorevol riposo, di porre la sua gloria al coperto dei colpi di fortuna, e di abbandonare il teatro del mondo ai suoi più giovani e più operosi Colleghi[312].
Fu la cerimonia della sua rinuncia celebrata in una spaziosa pianura, distante tre miglia in circa da Nicomedia. Montò l'Imperatore sopra un elevato trono, ed in un discorso, pieno di buon senso e di maestà, dichiarò la sua intenzione al popolo insieme ed ai soldati, adunatisi in quella straordinaria occasione.
A. D. 305
Appena si fu egli spogliato della porpora, che si allontanò dall'attonita moltitudine; e traversando la città, in un cocchio coperto se n'andò senza indugio al favorito ritiro che scelto si era nel suo nativo paese della Dalmazia. Nello stesso giorno, che era il primo di maggio[313], Massimiano (secondo che avea antecedentemente concertato) fece in Milano la sua rinunzia della Imperiale dignità. In mezzo ancora allo splendore del trionfo Romano, Diocleziano avea meditato il mio disegno di rinunziare il Governo. Siccome egli desiderava di accertarsi dell'ubbidienza di Massimiano, esigè da esso o una general sicurezza di sottoporre le sue azioni all'autorità del suo benefattore, o una promessa particolare di discendere dal Trono ogni volta che ne ricevesse l'avviso e l'esempio. Questa obbligazione, benchè confermata colla solennità di un giuramento dinanzi all'altare di Giove Capitolino[314], sarebbe stata un debole freno al feroce carattere di Massimiano, la cui passione era l'amor del potere, e che nulla curava o la presente tranquillità, o la riputazione futura. Ma egli cede, benchè con ripugnanza, all'autorità che sopra di lui aveva acquistata il suo più saggio collega, e si ritirò, immediatamente dopo la sua rinunzia, in una villa nella Lucania, dove era quasi impossibile che un animo tanto impaziente trovar potesse alcuna durevole tranquillità.
Diocleziano che si era da una servile origine innalzato al Trono, passò in una privata condizione gli ultimi nove anni della sua vita. La ragione avea a lui suggerito il ritiro, e sembra che ve lo accompagnasse la contentezza. In esso egli godè per lungo tempo il rispetto di quei Principi, ai quali ceduto aveva il dominio del Mondo[315].
È raro che gli animi, lungamente esercitati negli affari, abbiano mai formato alcun abito di conversar con se stessi; e nella perdita della potenza deplorano principalmente la mancanza di occupazione. I trattenimenti delle lettere e della devozione, che sono di tanto compenso nella solitudine, erano incapaci di fissare l'attenzione di Diocleziano; ma egli avea conservato, o almeno presto ricuperò il gusto per li più innocenti e più naturali piaceri, e le sue ore di ozio erano sufficientemente impiegate in fabbricare, in piantare, e in coltivare un giardino. Vien meritamente celebrata la sua risposta a Massimiano. Veniva egli sollecitato da quell'inquieto Vecchio a riassumere le redini del Governo e la porpora Imperiale. Rigettò esso la tentazione con un sorriso di compassione, tranquillamente osservando che se egli potesse mostrare a Massimiano i cavoli da se piantati colle sue proprie mani in Salona, non sarebbe più stimolato ad abbandonare il godimento della felicità per andare in traccia della potenza[316]. Ne' suoi discorsi cogli amici confessava sovente che di tutte le arti la più difficile era quella di regnare, e si esprimeva su questo favorito argomento con tal calore, che potea essere solamente l'effetto dell'esperienza. «Quante volte (soleva egli dire) è interesse di quattro, o cinque ministri di accordarsi insieme ad ingannare il loro Sovrano. Separato dal Genere Umano per la sublime sua dignità, la verità gli è sempre nascosta; egli non può vedere che per gli occhi di quelli, ed altro non ode che le loro false rappresentanze. Conferisce le cariche più importanti al vizio ed alla debolezza, e trascura i più virtuosi e più meritevoli tra i suoi sudditi. Con questi infami artifizi (soggiungea Diocleziano) i migliori e più savi Principi sono venduti alla venal corruzione dei loro Cortigiani[317].» Una giusta stima della grandezza, o la sicurezza di una immortale riputazione accrescono il nostro gusto per li piaceri della solitudine, ma il Romano Imperatore avea occupato un posto troppo importante nel mondo, per godere senza mescolanza di dispiacere i contenti e la sicurezza di una condizione privata. Era impossibile che egli ignorasse le turbolenze, dalle quali fu dopo la sua rinunzia travagliato l'Impero. Era impossibile che ne fossero per lui indifferenti le conseguenze. Il timore, il cordoglio e il disgusto lo perseguitarono talora nella solitudine di Salona. La sua tenerezza, o almeno il suo orgoglio fu sensibilmente ferito dalle sventure della consorte e della figlia, e gli ultimi momenti di Diocleziano furono amareggiati da alcuni affronti, che Licinio e Costantino avrebber potuto risparmiare al Padre di tanti Imperatori, ed al primo autore della loro fortuna. Una fama, benchè molto dubbia, è arrivata a' nostri tempi, che egli prudentemente si sottraesse dal loro potere con una volontaria morte[318].
A. D. 313
Prima di tralasciare l'esame della vita e del carattere di Diocleziano, possiamo per un momento rivolgere lo sguardo al luogo del suo ritiro. Salona, città principale della sua nativa Provincia della Dalmazia, era lontana (secondo la misura delle pubbliche strade) quasi dugento miglia Romane da Aquileia, e dai confini dell'Italia; e quasi dugentosettanta da Sirmio, solita residenza degli Imperatori, ogni qualvolta visitavano l'Illirica frontiera[319]. Un miserabil villaggio conserva tuttora il nome di Salona, ma fino nel sedicesimo secolo gli avanzi di un teatro, ed il confuso prospetto di archi rotti, e di colonne di marmo attestavano tuttavia il suo antico splendore[320]. In distanza di sei o sette miglia in circa dalla città, Diocleziano costruì un magnifico palazzo; e si può dalla grandezza di quella fabbrica inferire da quanto tempo egli avea meditato il suo disegno di rinunziare l'Impero. La scelta di un sito, che riunisse tutto ciò che potesse contribuire o alla salute o al lusso, non richiedeva la parzialità di un natio del paese. «Era asciutto e fertile il suolo, l'aria pura e salubre, e benchè eccessivamente calda nei mesi estivi, quel paese prova di rado quei venti caldi e nocivi, ai quali sono esposte le coste dell'Istria ed alcune parti dell'Italia. Le vedute dal palazzo non eran men belle, di quello che fosse allettante il suolo ed il clima. Giace all'occidente il fertil lido, che si stende lungo l'Adriatico, nel quale sono sparse molte isolette in tal guisa, che danno a questa parte del mare l'apparenza di un vasto lago. Vi è dalla parte di settentrione la baia che conduceva all'antica città di Salona; il prospetto e la campagna, che si vede al di là della stessa, forma un bel contrapposto a quella più estesa veduta di acqua, che l'Adriatico presenta al mezzogiorno ed all'oriente. Verso il Settentrione è chiusa la scena da alte e irregolari montagne, situate in giusta distanza, e coperte in molti luoghi di villaggi, di boschi, e di vigne[321].»
Benchè Costantino, per un pregiudizio assai ovvio, parli del palazzo di Diocleziano con un affettato disprezzo[322], pure uno dei suoi successori, che potè solamente vederlo in uno stato mutilato e negletto, ne celebra la magnificenza con termini della più alta ammirazione[323]. Occupava questo un'estensione di terreno tra i nove o dieci jugeri inglesi. Era di forma quadrangolare, fiancheggiato da sedici torri. Due dei lati erano lunghi quasi seicento piedi, e gli altri due, quasi settecento. Era tutto costruito di bella pietra viva, tratta dalle vicine cave di Trau o Traguzio, molto poco inferiore al marmo stesso. Quattro strade, intersecate ad angoli retti, dividevano le diverse parti di questo grand'edifizio, e introduceva al principale appartamento un magnifico ingresso, che tuttavia si nomina la Porta d'oro. L'accesso era terminato da un peristilio di colonne di granito, da un lato del quale si scopriva il Tempio quadrato di Esculapio, e dall'altro il Tempio ottangolare di Giove. Diocleziano venerava il secondo di questi numi come protettore della sua fortuna, e il primo come custode della sua salute. Combinando i presenti avanzi colle regole di Vitruvio, le diverse parti di quell'edifizio, i bagni, la camera da letto, l'atrio, la Basilica, e le sale Cizicena, Corintia ed Egizia sono state descritte con qualche grado di precisione o almeno di probabilità. Le loro forme erano varie, giuste le loro proporzioni, ma erano tutte accompagnate da due difetti molto contrari alle nostre moderne idee di gusto, e di comodo. Queste magnifiche stanze non avevano nè finestre nè cammini. Ricevevano la luce dall'alto (giacchè non pare che l'edifizio avesse più di un solo piano) ed erano riscaldate per mezzo di tubi condotti lungo le mura. La fila dei principali appartamenti era difesa verso libeccio da un portico lungo 517 piedi che deve aver formato un assai nobile e dilettoso passeggio, quando alle bellezze della vista erano aggiunte quelle della pittura o della scoltura.
Se fosse questo magnifico edifizio rimasto in una solitaria contrada, sarebbe stato esposto all'ingiurie del tempo; ma avrebbe potuto forse sfuggire alla rapace industria degli uomini. Il villaggio di Aspalato,[324] e molto dopo la città provinciale di Spalatro, s'innalzarono sulle rovine di quello. La porta d'oro introduce adesso al mercato. S. Gio. Battista ha usurpato gli occhi di Esculapio: ed il Tempio di Giove è divenuto la Chiesa Cattedrale, sotto la protezione della Vergine. Siamo particolarmente debitori di questa descrizione del palazzo di Diocleziano ad un ingegnoso artefice dei nostri tempi e del nostro paese, che una molto nobil curiosità condusse nel cuore della Dalmazia[325]. Ma vi è luogo di sospettare che l'eleganza dei suoi disegni e dell'incisione abbia alquanto adornati gli oggetti che copiar si dovevano. Sappiamo da un più recente e molto giudizioso viaggiatore, che le maestose rovine di Spalatro mostrano non meno la decadenza delle arti, che la grandezza dell'Impero Romano al tempo di Diocleziano[326]. Se tale era veramente lo stato dell'architettura, dobbiamo naturalmente credere che la pittura, e la scoltura avessero sofferto un deterioramento ancor più sensibile. La pratica dell'architettura è diretta da poche generali, anzi meccaniche regole. Ma la scoltura, e la pittura specialmente si propongono l'imitazione non solo delle forme del corpo, ma ancora dei caratteri e delle passioni dell'animo. Poco vale in queste arti sublimi la destrezza della mano, se non viene animata dall'immaginazione, e guidata dal più corretto gusto e dall'osservazione.
È quasi inutile di osservare che le civili discordie dell'Impero, la licenza de' soldati, le irruzioni dei Barbari, ed il progresso del dispotismo divennero fatali al genio, ed anche al sapere. La successione dei Principi Illirici ristabilì l'Impero, senza ristabilire le scienze. La militare loro educazione non era diretta ad inspirare ad essi l'amor delle lettere; e lo spirito stesso di Diocleziano benchè attivo, e abile negli affari non era niente instruito dello studio, o dalla speculazione. Le professioni della legge, e della medicina sono di un uso così comune, o di un profitto così certo che sempre avranno un sufficiente numero di artisti, forniti di ragionevole abilità e sapere. Ma non sembra che gli studenti di quelle due facoltà citino alcun celebre maestro che fiorisse in quel secolo. Non si udiva lo voce della poesia. La Storia era ridotta a sterili o confusi compendi, privi egualmente di allettamento è d'istruzione. Una languida ed affettata eloquenza era tuttavia pensionata ed al servizio degl'Imperatori, i quali non incoraggiavano altre arti che quelle che contribuivano a soddisfare la loro superbia, o a difendere il loro potere[327].
Il secolo della decadenza del sapere e del Genere Umano è nondimeno famoso per l'origine od il progresso dei nuovi Platonici. La scuola di Alessandria impose silenzio a quella d'Atene; e le antiche Sette si arrolarono sotto le insegne dei Maestri i più alla moda, che raccomandavano il loro sistema colla novità del lor metodo e coll'austerità dei loro costumi. Diversi di questi Maestri, Ammonio, Plotino, Amelio, e Porfirio[328], erano uomini di un pensar profondo e di una intensa applicazione: ma errando nel vero oggetto della filosofia, le loro fatiche contribuivano molto meno a migliorare che a corrompere l'umano intendimento. I nuovi Platonici trascuravano le cognizioni convenienti alla nostra situazione, ed alle nostre facoltà, l'intero circolo delle scienze morali, naturali, e matematiche, mentre spendevano tutto il loro vigore in dispute verbali di metafisica, tentavano di esplorare i secreti del Mondo invisibile, e procuravano di conciliare Aristotile con Platone sopra soggetti ignoti a quei due filosofi, ugualmente che al resto del Genere Umano. Consumando la loro ragione in queste profonde ma vane meditazioni, esponevano le loro menti alle illusioni dell'immaginazione. Si lusingavano di possedere il segreto di liberare lo spirito dalla sua corporea prigione; vantavano un famigliar commercio coi demoni e cogli spiriti, e convenivano (con singolarissima rivoluzione) lo studio della filosofia in quello dell'arte magica. Gli antichi Savi avevano derisa la popolar superstizione: i discepoli di Plotino e di Porfirio, dopo averne coperta la stravaganza col sottile pretesto dell'allegoria, ne divennero i più zelanti difensori. Convenendo coi Cristiani in alcuni pochi misteriosi punti di fede, combattevano il resto del loro teologico sistema con tutto il furore di una guerra civile. I nuovi Platonici appena meriterebbero un posto nella Storia delle scienze, ma in quella della Chiesa accaderà spesso far menzione di loro.