Explicat aula sinus, montemque amplectitur alis;

Multiplici latebra scelerum tersura ruborem.

. . . . pereuntis saepe pudoris.

Celatura nefas, Venerisque accommoda furtis.

Questi versi son presi dall'Architrenius lib. IV. c. 8. opera poetica di Giovanni di Hauteville, o Hauville Monaco di S. Albano verso l'anno 1190. Vedi Warton Istor. della Poes. Ingl. Vol. 1 dissert. 2. Tali furti però erano forse meno perniciosi per il genere umano delle Teologiche dispute della Sorbona, che di poi si sono agitate sul medesimo terreno. Bonamy Mem. de l'Acad. Tom. XX. p. 678-682.

312. Anche in quel tumultuoso momento Giuliano badò alla formalità della superstiziosa cerimonia; ed ostinatamente ricusò l'infausto uso d'una collana femminile, o d'un collare da cavalli, che gl'impazienti soldati volevano adoperare in luogo di diadema.

313. Cioè un'ugual porzione d'oro e d'argento, cinque monete di quello, ed una libbra di questo, che in tutto ascendeva a circa cinque lire Sterline, e dieci Scellini.

314. Per l'intera narrativa di questa ribellione possiamo rimetterci a materiali originali ed autentici, quali sono Giuliano medesimo (ad S. P. Q. Athen. pag. 282, 283, 284). Libanio (Orat. Parent. c. 44-48. in Fabric. Bibliot. Graec. Tom. VII. p. 269-273) Ammiano (XX. 4) e Zosimo (l. III. p. 151, 152, 153) che nel regno di Giuliano par che seguiti l'autorità più rispettabile d'Eunapio. Con tali guide potremmo fare di meno degli abbreviatori e degl'Istorici Ecclesiastici.

315. Eutropio ch'è un rispettabile testimone, usa la dubbiosa espressione consensu militum (X. 15). Gregorio Nazianzeno di cui l'ignoranza potrebbe scusare il fanatismo, direttamente accusa l'apostata di presunzione, d'empietà e d'empia ribellione. αυθαδεια, απονοια, ασεβεια Orat. III. p. 67.

316. Juliano ad S. P. Q. Athen. p. 284. Il divoto Abbate de la Bleterie (Vit. di Giuliano p. 159) è quasi disposto a rispettare le divote proteste d'un Pagano.

317. Ammiano XX. 5 con l'annotazione di Lindenbrogio sul Genio dell'Impero. Giuliano medesimo in una lettera confidenziale ad Oribasio, amico e medico suo, (Epist. XVII. p. 384) fa menzione d'un altro sogno a cui prima dell'avvenimento ei prestò fede, cioè d'un grosso albero gettato a terra, e di una piccola pianta che gettava in terra profonde radici. Anche nel sonno la mente di Cesare doveva essere agitata dalle speranze e da' timori di sua fortuna. Zosimo (l. III. p. 155) riporta un sogno fatto dopo.

318. Tacito (Hist. I. 80-85) egregiamente descrive la difficile situazione del Principe di un'armata ribelle. Ma Ottone era molto più reo e molto meno abile di Giuliano.

319. A questa lettera ostensibile dice Ammiano, che ne aggiunse delle private objurgatorias et mordaces, che l'Istorico non aveva vedute, e non avrebbe neppur pubblicate. Forse non sussisterono giammai.

320. Vedi le prime azioni del suo Regno appresso Giuliano medesimo ad S. P. Q. Athen. pag. 285, 286. Ammiano XX. 5, 8. Liban. Orat. parent. c. 49, 50. pag. 273-275.

321. Liban. Orat. parent. c. 50. pag. 275, 276. Fu questo uno strano disordine, poichè continuò più di sette anni. Nelle fazioni delle Repubbliche Greche gli esiliati ascendevano a 20,000 persone; ed Isocrate assicura Filippo, che sarebbe stato più facile di levar un'armata fra vagabondi, che dalle città. Vedi Hume. Saggi Tom. I. p. 426-427.

322. Giuliano (Epist. 38. p. 44) fa una breve descrizione di Vesonzio, o Besanzone come di una sassosa penisola quasi circondata dal fiume Doubs, una volta magnifica Città piena di tempj ec., e poi ridotta ad una piccola terra, che risorgeva però dalle sue rovine.

323. Vadomair entrò nella milizia Romana, e dal grado di Re barbaro fu promosso a quello di Duce di Fenicia. Egli mantenne sempre il medesimo artificioso carattere (Ammiano XXI. 4). Ma sotto il Regno di Valente segnalò il suo valore nella guerra d'Armenia (XXIX. 1).

324. Ammiano XX. 10. XXI. 3. 4. Zosimo lib. III. p. 155.

325. Il suo corpo fu mandato a Roma, e sotterrato vicino a quello di Costantina sua sorella nel sobborgo della via Nomentana. Ammiano XX. 1. Libanio ha composto una ben debole apologia per giustificare il suo Eroe da un'accusa molto assurda, vale a dire d'avere avvelenato la propria moglie, e premiato il medico di essa con le gioie di sua madre (Vedi la settima delle diciassette nuove Orazioni pubblicate a Venezia nel 1754 da un MS. della libreria di S. Marco p. 117-127). Elpidio, Prefetto del Pretorio d'Oriente, alla testimonianza del quale s'appella l'accusator di Giuliano, si caratterizza da Libanio per un effeminato ed ingrato; si loda però la religione d'Elpidio da Girolamo (Tom. I. p. 243) e la sua umanità da Ammiano (XXI. 6).

326. «Feriarum die, quem celebrantes mense Januario Christiani Epiphania dictitant, progressus in eorum Ecclesiam, solemniter numine orato discessit» Ammiano XXI. 2. Zonara osserva, che ciò seguì nel giorno di Natale; e può la sua asserzione esser vera; mentre le Chiese d'Egitto, d'Asia, e forse di Gallia celebravano il medesimo giorno (sei di Gennaro) la natività ed il Battesimo del Salvatore. I Romani, ugualmente ignoranti che i lor confratelli della vera data della sua nascita ne fissarono la solenne festa a' 25 di Decembre Brumalia, o solstizio d'inverno, quando i Pagani annualmente celebravan la nascita del sole. Vedi Bingam. Antich. della Chies. Cristian lib. XX. c. 4. e Beausobre Hist. Critic. du Manic. T. II. p. 690-700.

327. Le pubbliche e segrete negoziazioni fra Costanzo e Giuliano debbono trarsi con qualche cautela da Giuliano medesimo (Orat. ad S. P. Q. Athen. pag. 286), da Libanio (Orat. parent. cap. 61. pag. 276), da Ammiano (XX. 9.), da Zosimo (lib. III p. 154), ed anche da Zonara (T. II lib. XIII. p. 20 ec.), che in questo proposito pare, che avesse ed usasse dei valutabili materiali.

328. Trecento miriadi, ovvero tre milioni di medimni, misura comune appresso gli Ateniesi, che conteneva sei modj Romani. Giuliano dimostra da Soldato e da Politico il rischio della sua situazione e la necessità ed i vantaggi di una guerra offensiva (ad S. P. Q. Athen. pag. 286. 287).

329. Vedi la sua orazione ed il contegno delle truppe appresso Ammiano XXI. 5.

330. Egli aspramente ricusò la sua mano al supplichevole Prefetto, che fu mandato in Toscana (Ammiano XXI. 5). Libanio con barbaro furore insulta Nebridio, applaude ai soldati, e quasi censura l'umanità di Giuliano (Orat. Parent. c. 53. p. 278).

331. Ammiano XXI. 8. In tal promozione osservò Giuliano la legge che aveva pubblicamente imposto a se stesso: Neque civilis quisdam Judex, nec militaris rector, alio quodam praeter merita suffragante, ad potiorem veniat gradum (Ammiano XX. 5). L'assenza non indebolì il suo riguardo per Sallustio, col nome del quale onorò il Consolato dell'anno 363.

332. Ammiano (XXI. 8) attribuisce ad Alessandro Magno, e ad altri abili Generali la stessa pratica e l'istesso motivo.

333. Questo bosco era una parte della gran foresta Ercinia, che al tempo di Cesare s'estendeva dal paese de' Rauraci, Basilea, sino alle indefinite regioni del Nort. Vedi Cluver. German. antiq. l. III. c. 47.

334. Si paragoni Libanio Orat. Parent. c. 53. p. 278-279, con Gregorio Nazianzeno Orat. III. p. 68... Anche il Santo ammira la celerità e la segretezza della sua marcia. Un moderno Teologo forse applicherebbe al progresso di Giuliano que' versi, che originalmente appartengono ad un altro apostata (Milton).

. . . . . . . . In questa guisa il truce

Viandante infernal per l'aspro e 'l piano,

Il denso, il raro, i ripidi, i burroni

Capo e mani, ali e piedi oprando a gara,

Il suo cammin sospinge, ed or s'attuffa,

Ora nuota, ora striscia, or guazza, or vola.

335. In quello spazio la Notizia colloca due o tre flotte, la Lauriacense (a Lauriacum o Lorch) l'Arlapense, la Maginense; e fa menzione di cinque legioni o coorti di Liburnarj, che dovevano essere una specie di soldati di marina. Sect. 58. Edit. Labb.

336. Il solo Zosimo (l. III. p. 156) ha specificato quest'interessante circostanza. Mammertino (in Paneg. vet. XI. 6, 7, 8) che accompagnava Giuliano come Conte delle sacre largizioni, descrive questo viaggio in una florida e pittoresca maniera, sfida Trittolemo e gli argonauti di Grecia ec.

337. La descrizione d'Ammiano, che può esser fiancheggiata da altre prove, assicura la situazione precisa delle Angustiae Succorum, o passo di Succi. Danville per una debole somiglianza di nomi l'ha posto fra Sardica e Naisso. Io son costretto per giustificarmi a far menzione dell'unico errore, che ho scoperto nelle carte o negli scritti di quell'ammirabil Geografo.

338. Per quante circostanze possiamo prendere altrove, Ammiano (XXI. 8, 9, 10) somministra sempre la sostanza della narrazione.

339. Ammiano XXI. 9, 10. Liban. Orat. Parent. c. 54. p. 279. 280. Zosimo lib. III p. 157.

340. Giuliano (ad S. P. Q. Athen. p. 286) positivamente asserisce, che aveva intercettate le lettere di Costanzo a' Barbari; e Libanio afferma con ugual sicurezza che nella sua marcia le lesse alle truppe ed alle città. Contuttocciò Ammiano XXI. 4 s'esprime con una fredda ed ingenua dubbiezza: Si famae solius admittenda est fides. Specifica però una lettera intercetta e scritta da Vadomair a Costanzo, che suppone un'intima corrispondenza fra loro; Caesar tuus disciplinam non habet.

341. Zosimo rammenta le lettere di Giuliano agli Ateniesi, a' Corintj, ed a' Lacedemoni. La sostanza era probabilmente l'istessa, quantunque ne fosse variata la direzione. L'epistola agli Ateniesi tuttavia sussiste p. 268-287, ed ha somministrato notizie assai valutabili. Essa merita le lodi dell'Abbate della Bleterie (Pref. a l'Hist. de Jovien. p. 24, 25) ed è uno de' migliori manifesti, che si possano trovare in qualsivoglia linguaggio.

342. Auctori tuo reverentiam rogamus. Ammiano XXI 10. È molto piacevole l'osservare i segreti contrasti del Senato fra l'adulazione ed il timore. Vedi Tacito Hist. I. 85.

343. Tamquam venaticam praedam caperet; hoc enim ad leniendum suorum metum subinde praedicabat. Ammiano XXI. 7.

344. Vedi il discorso ed i preparativi in Ammiano XXI 13. Il vil Teodoto implorò in seguito ed ottenne il perdono dal pietoso conquistatore, che indicò il desiderio che aveva di scemare il numero de' nemici e di accrescere quello degli amici (XXII 14).

345. Ammiano XXI. 7. 11. 12. Par ch'ei descriva con fatica superflua le operazioni dell'assedio d'Aquileia, che in quest'occasione mantenne la sua fama d'insuperabile. Gregorio Nazianzeno (Orat. III. p.68.) attribuisce quest'accidentale rivolta all'abilità di Costanzo, di cui annunzia la sicura vittoria con qualche apparenza di verità. Constantio quem credebat procul dubio fore victorem: nemo enim omnium tunc ab hac constanti sententia discrepebat. Ammiano XXI. 7.

346. Ammiano rappresenta fedelmente la morte ed il carattere d'esso (XXI. 14. 156.) ed abbiam motivo di non ammettere, e di detestar la stolta calunnia di Gregorio (Orat. III. p. 68.) che accusa Giuliano d'aver macchinata la morte del suo benefattore. Il privato pentimento dell'Imperatore d'aver risparmiato, e promosso Giuliano (p. 69. ed Orat. XXI. p. 389.) in se stesso non è improbabile, nè incompatibile col pubblico suo verbal Testamento, che potè negli ultimi momenti della sua vita esser dettato da considerazioni prudenziali.

347. Nel descrivere il trionfo di Giuliano, Ammiano (XXI, 1, 2.) assume il sublime accento di oratore, o di poeta; mentre Libanio (Orat. parent. c. 56. p. 281) cade nella grave semplicità d'un Istorico.

348. I funerali di Costanzo vengon descritti da Ammiano (XXI 16), da Gregorio Nazianzeno (Or. VI. p. 119), da Mammertino (in Paneg. vet. XI. 27), da Libanio (Orat. parent. c. 56. p. 283), ed a Filostorgio (l. VI. c. 6. con le dissertaz. del Gottofredo p. 265). Questi Scrittori, e quelli, che gli han seguitati, secondo la propria professione di Pagani, di Cattolici, e di Arriani, osservano l'Imperatore sì vivo che morto con occhi assai differenti.

349. Non sono ben determinati l'anno ed il giorno della nascita di Giuliano. Il giorno è probabilmente il sei di Novembre, e l'anno dev'essere il 331, o il 332. Tillemont. Hist. des Emper. T. IV. p. 693. Ducange Fam. Byzant. p. 50. Io ho preferito la data più antica.

350. Giuliano medesimo p. 253-259. ha espresso queste idee filosofiche con molta eloquenza, e con qualche affettazione in una lettera molto elaborata a Temistio. L'Ab. della Bleterie (Tom. II. p. 146-183.) che ne ha fatta un'eloquente traduzione, è inclinato a credere, che questi fosse il celebre Temistio, di cui tuttavia sussistono le orazioni.

351. Julian. ad Temist. p. 258. Il Petavio not. p. 95. osserva, che questo passo è preso dal libro quarto De Legibus; ma o Giuliano citava a mente, o i suoi manoscritti eran diversi da' nostri. Senofonte incomincia la Ciropedia con una riflessione simile.

352. Ο δε ανθρωπον κελευων αρχειν τροστιθησι και θηριον (chi esorta l'uomo a comandare l'insuperbisce, e lo muta in fiera.) Arist. ap. Julian. p. 261. Il MS. di Vossio, non contento d'una sola bestia, somministra la più forte lezione di θηρια fiere, che può garantirsi dall'esperienza del dispotismo.

353. Libanio Orat. parent. c. 84, 85. p. 310, 311-312 ci ha dato quest'interessante ragguaglio della vita privata di Giuliano. Egli stesso in Misopogon p. 350. fa menzione del suo cibo vegetabile, e biasima il grossolano e sensuale appetito del popolo d'Antiochia.

354. Lectulus... Vestalium toris purior. È la lode, che Mammertino (Paneg. vet. XI. 13.) indirizza a Giuliano medesimo. Libanio afferma in un semplice e perentorio linguaggio che Giuliano non ebbe mai commercio con donne, prima del suo matrimonio, o dopo la morte della sua moglie (Orat. parent. c. 88. p. 323). La castità di Giuliano vien confermata dall'imparzial testimonianza d'Ammiano (XXV. 4.) e dal parzial silenzio de' Cristiani. Pure Giuliano ironicamente insiste sul rimprovero del Popolo d'Antiochia, che esso quasi sempre ωϛ επιπαν (in Misopogon p. 345) stava solo. L'Ab. della Bleterie spiega questa sospettosa espressione (Hist. de Jovien. Tom. II. p. 103-109.) con candore ed ingenuità.

355. Vedi Salmas. ad Sueton. in Claud. 21. Vi fu aggiunta una ventesima quinta corsa, o missus, per compire il numero di cento cocchi, quattro de' quali, distinti da quattro colori, correvano ad ogni corsa.

Centum quadrijugos agitabo ad flumina cursus.

Sembra che corressero cinque o sette volte intorno alla meta. Svet. in Domit. c. 4. E secondo la misura del Circo Massimo a Roma, dell'Ippodromo a Costantinopoli ec. poteva essere un corso di circa quattro miglia.

356. Juliano in Misopogon p. 340. Giulio Cesare aveva offeso il Popolo Romano leggendo le lettere nel tempo della corsa. Augusto secondò il genio di esso ed il proprio con una costante attenzione all'importante affare del Circo, per cui dichiarava d'avere la più forte inclinazione; vet. in August. c. 45.

357. La riforma del Palazzo è descritta da Ammiano (XXII. 4), da Libanio (Orat. parent. c. 62. p. 288), da Mammertino (in paneg. Vet. 11.), da Socrate (l. III. c. 1), e da Zonara (Tom. II. l. 13, p. 24).

358. Ego non Rationalem jussi, sed tonsorem accivi. Zonara usa l'immagine meno naturale d'un senatore. Pure un uffizial di finanze, saziato dalle ricchezze, desiderar poteva ed ottener gli onori del Senato.

359. Μαγειρους μεν χιλιουσ, κουρεας δε ουκ ουλαττους, οινοχοους δε πλειους, σμηνη τραπεζοποιων, ευνουχους υπερ τας μυιας παρα τοις ποιμεσι εν ηρι Mille cuochi, non minor numero di tonsori, maggiore di coppieri, sciami di serventi alle tavole, eunuchi più delle mosche intorno a' greggi nell'estate. Queste son le parole originali di Libanio, che ho fedelmente citate affinchè non si sospettasse, che io avessi amplificato gli abusi della casa Reale.

360. L'espressioni di Mammertino son forti e vivaci. Quin etiam prandiorum et coenarum laboratas magnitudines Romanus Populus sensit; cum quaesitissimae dapes non gustui sed difficultatibus aestimarentur; miracula avium, longinquae maris pisces; alieni temporis poma, aestive nives, hybernae rosae.

361. Nondimeno Giuliano medesimo fu accusato di aver concesso delle intiere città agli Eunuchi (Orat. VII. contr. Policlet. pag. 117-127). Libanio si contenta d'una fredda ma positiva negazione del fatto, che realmente sembra piuttosto appartenere a Costanzo. Tale accusa però si può riferire a qualche incognita circostanza.

362. Nel Misopogon (p. 338, 339) fa una pittura molto singolare di se stesso, e le seguenti parole sono caratteristiche al sommo αυτος προσεθεικα τον βαθον τουτονι τωγονα... ταυτα τοι διαθεοντων ανεχομαι των φθειρων οσπερ εν λοχμη των θηριων. Ho fatto crescere questa profonda barba.... così difendo gl'insetti, che trattan fra loro, come in un recinto di fiere. Gli amici dell'Ab. della Bleterie lo scongiurarono, in nome della nazione Francese, a non tradur questo passo che così offendeva la loro delicatezza. Hist. de Jovien. T. II. p. 94. Io mi son contentato, come egli fa, d'una passeggiera allusione; ma il piccolo animale, che Giuliano nomina, è il più famigliare all'uomo, e significa amore.

363. Julian Epist. XXIII. p. 389. Egli adopera le parole πολυκε φαλον ὑδραν scrivendo al suo amico Ermogene, che conversava com'esso co' Poeti Greci.

364. Si debbon diligentemente distinguere i due Sallustj, il Prefetto di Gallia e quello d'Oriente (Hist. des Emper. Tom. IV. p. 696). Ho usato il soprannome di secondo come conveniente epiteto. Il secondo Sallustio godè la stima dei Cristiani medesimi: e Gregorio Nazianzeno, che condannava la sua religione, ha celebrato le sue virtù Orat. III. p. 90. Vedi una curiosa nota dell'Ab. della Bleterie Vie de Julien. p. 463.

365. Mammertino loda l'Imperatore (XI. 1.) per aver dati gli uffizi di Tesoriere e di Prefetto ad un uomo d'abilità, di fermezza, d'integrità come egli stesso. Pure anche Ammiano lo pone (XX. 1) fra' ministri di Giuliano quorum merita, norat et fidem.

366. Le processure di questo Tribunal di giustizia son riferite da Ammiano (XXII. 3.) e lodate da Libanio (Orat. parent. c. 74. p. 299. 300).

367. Ursuli vero necem ipsa mihi videtur flesse justitia. Libanio, che attribuisce tal morte a' soldati, tenta di accusare anche il Conte delle largizioni.

368. Si conservava sempre tal venerazione per li rispettabili nomi della repubblica, che il Pubblico fu sorpreso, e scandalizzato nell'udir Tauro, citato come reo, sotto il consolato di Tauro. La citazione del collega Florenzio probabilmente fu differita fino al principio dell'anno seguente.

369. Ammiano XX. 7.

370. Intorno ai delitti ed alla punizione di Artemio, vedi Giuliano (Epist. X p. 379) ed Ammiano (XXII. 6 e Vales. ivi). Il merito di Artemio, che consiste nell'aver demolito templi, ed essere stato posto a morte da un apostata, ha tentato le Chiese Greca e Latina ad onorarlo come un martire. Ma l'istoria ecclesiastica afferma ch'egli non solo fu un tiranno, ma anche un Arriano, onde non è troppo agevole il giustificare questa promozione indiscreta. Tillemont, Mem. Eccl. T. VII. p. 1319.

371. Vedi Ammiano XXII. 6. Valesio Iv. il Cod. Teodosiano lib. II. Tit. XXXIX. leg. 1 e Gottofredo Comment. Iv. Tom. 1. v. 218.

372. Il presidente di Montesquieu (Consider. sur la Grand. des Rom. c. 14. nelle sue opere Tom. III. p. 448. 449) scusa tal minuta, ed assurda tirannia col supporre, che azioni le più indifferenti a' nostri occhi dovevano eccitare in una mente Romana l'idea di delitto e di pericolo. Questa strana apologia vien sostenuta da una strana mal'interpretazione delle leggi Inglesi: Chez une nation.... où il est défendu de boire à la santé d'une certaine personne.

373. La clemenza di Giuliano, e la cospirazione, che si formò contro di lui ad Antiochia, si descrivono da Ammiano (XXII 9, 10 c. Vales. Iv.) e da Libanio (Orat. parent. c. 99. p. 323).

374. Secondo alcuni, dice Aristotile (come vien citato da Giuliano ad Themist. pag. 261), la forma d'un assoluto Governo, la παμβασιλεια è contraria alla natura. Sì il Principe, che il Filosofo però vogliono avvolger questa verità eterna in un'artificiosa elaborata oscurità.

375. Tal sentimento è espresso quasi nei termini di Giuliano medesimo. Ammiano XXII. 10.

376. Libanio (Orat. Parent. c. 95, p. 320) che fa menzione del desiderio, e del disegno di Giuliano indica in un misterioso linguaggio θεων, ουτω γνοντων..... αλλ’ ην αμεινον ὁ κωλυων Così disponendo gli Dei.... Ma era miglior consiglio quello d'impedirlo che l'Imperatore fu ritenuto da qualche speciale rivelazione.

377. Juliano in Misopogon p. 343. Siccome non abolì mai con alcuna pubblica legge i superbi nomi di despota, o dominus, questi tuttavia sussistono nelle sue medaglie (Du Cange Fam. p. 38, 39); ed il privato dispiacere, che affettava d'esprimere, non fece che dare uno stile diverso alla servil maniera della Corte. L'Ab. della Bleterie (Hist. de Jovien. Tom. II p. 99-102) ha curiosamente investigato l'origine, ed il progresso della parola dominus sotto il governo Imperiale.

378. Ammiano XXII. 7. Il Console Mammertino (in Paneg. vet. XI 28, 29, 30) celebra quel fausto giorno, come un eloquente schiavo, attonito ed inebbriato per la condiscendenza del suo signore.

379. La satira personale si condannava dalle leggi delle dodici tavole: si mala condiderit in quem quis carmina, jus est, judiciumque. Giuliano (in Misopogon p. 337) si confessa sottoposto alla legge; e l'Ab. della Bleterie (Hist. de Jov. Tom. II. p. 92.) ha prontamente abbracciato una dichiarazione sì favorevole al suo sistema, ed al vero spirito dell'Imperiale costituzione.

380. Zosimo l. III. p. 158.

381. ἡ της βουλης ισχυς ψυχη πολεως εστιν La forza del Senato è l'anima della città. Vedi Libanio (Orat. parent. c. 71. p. 296). Ammiano (XXII. 9.) ed il Codice Teodosiano (lib. XII. Tit. I. leg. 50-55. col Coment. del Gottofredo Tom. IV. p. 390-402). Pure tutto il soggetto delle Curie, non ostanti gli ampi materiali che vi sono, rimane sempre il più oscuro nell'Istoria legale dell'Impero.

382. Quae paulo ante arida, et sibi anhelantia visebantur, ea nunc perlui, mundari, madere; fora, deambulacra, gymnasia laetis et gaudentibus Populis frequentari; dies festos et celebrari veteres et novos in honorem Principis consecrari (Mammertino XI. 9). Esso particolarmente restaurò la città di Nicopoli, ed i giuochi Aziaci instituiti da Augusto.

383. Juliano Ep. XXXV. p. 407-411. Questa lettera, che illustra la decadente età della Grecia, è omessa dall'Ab. della Bleterie, e stranamente sfigurata dal traduttore latino, che indicando ατελεια immunità per tributo e ιδιωται privati per populus, direttamente contraddice al senso dell'Originale.

384. Esso regnò in Micene alla distanza di cinquanta stadi, o di sei miglia da Argo, ma queste Città che fiorirono alternativamente, son confuse fra loro da' Poeti Greci. Strab. l. VIII. p. 879. edit. Amstel. 1707.

385. Marsham. Can. Chron. p. 420. Questa provenienza da Temeno ed Ercole può esser sospetta; pure fu accordata dopo un rigoroso esame da' giudici de' giuochi Olimpici (Erodoto l. V. c. 22.) in un tempo nel quale i Re di Macedonia eran oscuri, e non popolari nella Grecia. Quando la lega Achea si dichiarò contro Filippo, fu creduto conveniente, che i deputati d'Argo si ritirassero. T. Liv. XXXII.

386. È celebrata la sua eloquenza da Libanio (Orat. parent. c. 75. 76. p. 300. 301.) che fa menzione distintamente degli Oratori d'Omero. Socrate (l. III c. 1.) ha imprudentemente affermato, che Giuliano fu il solo Principe dopo Giulio Cesare, che arringò nel Senato. Tutti i predecessori di Nerone, (Tacit. Annal. XIII. 3) e molti de' suoi successori possederono la facoltà di parlare in pubblico; e si potrebbe provare con varj esempj, ch'essi l'esercitarono frequentemente in Senato.

387. Ammiano (XXII. 10.) ha imparzialmente narrati i meriti, ed i difetti delle sue processure giudiciali. Libanio (Orat. parent. c. 90. 91. p. 315.) ha veduto solo il lato buono, e la sua pittura, se adula la persona, esprime almeno i doveri del giudice. Gregorio Nazianzeno (Orat. IV. p. 120.) che sopprime le virtù, ed esagera eziandio i più piccoli difetti dell'apostata, trionfalmente domanda, se un tal giudice fosse atto a sedere fra Minosse e Radamanto ne' campi elisi.

388. Delle leggi, che Giuliano fece in un regno di sedici mesi, cinquantaquattro sono state ammesse ne' codici di Teodosio, e di Giustiniano (Gothofr. Chron. Leg. p. 64-67.) L'Ab. della Bleterie (T. II. p. 329-336.) ha scelto una di queste leggi per dare un'idea dello stile latino di Giuliano, ch'è forte ed elaborato, ma men puro del suo stile Greco.

389.

..... Ductor fortissimus armis;

Conditor et legum celeberrimus; ore manuque

Consultor patriae; sed non consultor habendae

Religionis; amans tercentum milia divum.

Perfidus ille Deo, sed non et perfidus orbi.

Prudent. Apotheos. 450. Sembra che la coscienza d'un sentimento generoso abbia innalzato il Poeta Cristiano sopra la solita sua mediocrità.

390. Io trascriverò alcune delle sue proprie espressioni, tolte da un breve discorso religioso, che compose il Pontefice Imperiale per censurare l'ardita empietà d'un Cinico. Αλλ’ ουως ουτω δη τιτουσ θεους πεφρικα, και φιλω, και σεβω, και αξομαι, και πανθ’ απλως τα τοιαυτα προς αυτους πασχω, οσαπερ αν τις και υια προς αγαθους δεσποτας, προς διδασκαλους, προς πατερας, προς κηδεμονας. Ma in tal maniera ho temuto ed amo, venero e rispetto gli Dei, e fo generalmente verso di loro tutto ciò che potrebbe farsi verso de' buoni padroni, de' maestri, de' padri, de' tutori. VII. p. 212. La varietà e la copia della lingua Greca non sembra sufficiente al fervore della sua devozione.

391. L'oratore con qualche eloquenza, con molto entusiasmo e con più vanità indirizza il suo discorso al cielo e alla terra, agli uomini e agli angeli, a' vivi ed a' morti, e specialmente al gran Costanzo ει τως αισθησις ec. se pure è capace di sentimento, inadequata espressione Pagana ec. Ei conclude, con ardita sicurezza, che ha eretto un monumento non meno durevole, e molto più maneggiabile delle colonne di Ercole. Vedi Greg. Naz. Orat. III. p. 50. IV. p. 134.

392. Vedasi questa lunga invettiva, ch'è stata con poco senno divisa in due Orazioni nelle Opere di Gregorio Tom. I p. 49-134. Parigi 1630. Fu pubblicata da Gregorio, e dal suo amico Basilio (IV. p. 133) circa sei mesi dopo la morte di Giuliano, quando fu trasportato il suo corpo a Tarso (IV. p. 120), mentre Gioviano era tuttora sul Trono (III. p. 54. IV. p. 117). Io ho tratto grand'aiuto da una traduzione Francese, e dalle note impresse a Lione nel 1735.

393. Nicomediae ab Eusebio educatus Episcopo, quem genere longius contingebat. Amminano XXII. 9. Giuliano non dimostra mai gratitudine alcuna verso l'Arriano Prelato; ma celebra l'eunuco Mardonio suo precettore, e descrive la sua maniera d'educarlo, che inspirò nell'allievo una forte ammirazione pel genio, e forse per la religione d'Omero. Misopogon p. 351. 352.

394. Gregor. Nazianz. III. p. 70. Egli procurò di cancellare quel santo segno nel sangue, forse, d'un Taurobolo. Baron. Annal. Eccl. an. 361. n. 3. 4.

395. Giuliano stesso (Epist. 51. p. 454.) assicura gli Alessandrini, ch'egli era stato Cristiano (deve intendere sincero) fino all'età di vent'anni.

396. Vedi la sua cristiana ed eziandio ecclesiastica educazione presso Gregorio (III. p. 58.), Socrate (l. II. c. 1.) e Sozomeno (IV. c. 2). Poco mancò che non fosse un Vescovo, e forse un Santo.

397. La parte dell'opera, ch'era toccata a Gallo, fu proseguita con vigore e buon successo; ma la terra ostinatamente rigettava e distruggeva le moli che s'erigevano dalla sacrilega mano di Giuliano. Greg. III. p. 59. 60. 61. Questo parzial terremoto, attestato da molti spettatori viventi, dovrebbe essere uno de' più chiari miracoli nell'Istoria Ecclesiastica.

398. Il Filosofo (Fragm. p. 288.) mette in ridicolo le catene di ferro di questi solitari fanatici (Vedi Tillemont. Mem. Eccl. Tom. IX. p. 661. 662.), che s'eran dimenticati, che l'uomo è di sua natura un animale gentile e socievole, ανθρωπου, φυσει πολιτικου ζωου και ἡμερτου. Il Pagano suppone ch'essi fossero posseduti e tormentati da' cattivi spiriti, perchè avevano rinunziato agli Dei.

399. Vedi Giuliano ap. Cirill. l. VI. p. 206. l. VIII. p. 253-262. Voi perseguitate, dic'egli, quegli Eretici, che non piangono l'uomo morto precisamente nel modo che voi approvate. Egli si dimostra tollerabil teologo; ma sostiene, che la Trinità Cristiana non è derivata dalla dottrina di Paolo, di Gesù, o di Mosè.

400. Liban. Orat. parent. n. 9. 10. p. 232. Greg. Naz. Orat. III, p. 61. Eunap. Vit. sophist. in Maximo p. 68. 69. 70. Edit. Commelin.

401. Un moderno Filosofo ha ingegnosamente paragonate le differenti operazioni del Teismo, e del Politeismo, rispetto al dubbio e alla persuasione che producono nello spirito umano. Vedi Hume Sagg. II. p. 444, 457 in 8. Edit. 1777.

402. La Madre Idea sbarcò in Italia verso il fine della seconda guerra Punica. Il miracolo di Claudia, vergine o matrona che fosse, la quale purgò la sua fama coll'infamar la più grave modestia delle Dame Romane, è attestato da una folla di testimonj. I loro attestati si son raccolti da Drakenborch (ad Sil. Ital. XVII. 33). Ma noi possiam osservare che Livio (XXIX. 14) passa sopra il fatto con prudente ambiguità.

403. Io non posso ritenermi dal trascrivere l'enfatiche parole di Giuliano: εμοι δε δοκει ταις πολεσι πιστευειν μαλλον τα τοιαυτα, ἡ τουτοισι τοις κουψοις, ων το ψυχαριον δριμυ μεν, υγεις δε ουδε ἑν βλεπει. A me sembra, che si debba credere in tali cose piuttosto alle città, che a questi faceti, lo spirito de' quali è acuto, ma non sano in discernere. Orat. V. p. 161. Giuliano similmente dichiara la ferma sua fede negli Ancili, o ne' sacri scudi che caddero dal Cielo sul colle Quirinale; e compassiona la strana cecità de' Cristiani, che preferivano la Croce a questi celesti trofei. Apud Cyrill. l. VI. p. 194.

404. Vedi i principj d'allegoria, appresso Giuliano (Orat. VII. p. 216. 222). Il suo ragionamento è meno assurdo di quello che alcuni moderni Teologi, i quali asseriscono, che una stravagante o contraddittoria dottrina dev'esser divina, mentre nessuna persona vivente avrebbe potuto pensare ad inventarla.

405. Eunapio ha fatto di questi Sofisti il soggetto d'una parziale e fanatica storia; ed il dotto Brucher (Hist. Phil. T. II. p. 217-303) ha impiegato molta fatica in illustrarne le oscure vite, e le incomprensibili dottrine.

406. Giuliano (Orat. VII. p. 222) giura con la più fervida ed entusiastica devozione; e trema per paura di parlar troppo di que' santi misteri, che i profani con un empio sardonico riso potrebber beffare.

407. Vedi la quinta Orazione di Giuliano. Ma tutte le allegorie, che mai uscirono dalla scuola Platonica, non uguagliano il breve poema di Catullo sul medesimo straordinario soggetto. Il passaggio d'Ati, dal più fiero entusiasmo al sobrio patetico lamento per l'irreparabil sua perdita, deve inspirar compassione ad un uomo, e disperazione ad un eunuco.

408. Può dedursi la vera religione di Giuliano da' Cesari (p. 308 con le note ed illustrazioni dello Spanemio), da' frammenti appresso Cirillo (l. II. p. 57. 58) e specialmente dalla orazione teologica in Solem Regem, indirizzata in confidenza al Prefetto Sallustio, suo amico.

409. Giuliano adotta questo grossolano sentimento, attribuendolo al suo favorito Marco Antonino (Caesar. p. 333.). Gli Stoici ed i Platonici esitavano fra l'analogia de' corpi e la purità degli spiriti; tuttavia i più gravi Filosofi inclinavano alla capricciosa fantasia d'Aristofane e di Luciano, che un secolo miscredente avrebbe potuto affamare gli Dei immortali. Vedi le Osservazioni dello Spanem, p. 284. 444.

410. Ηλιον λεγω, το ζων αγαλμα και εμψυχον, και εννουν, και αγαθοεργου τον γοκτον πατρος. Io chiamo il sole vivente, animata, ragionevole, e benefica immagine dell'intelligente padre. Juliano Epist. In un altro luogo (ap. Cyrill. l. II. p. 69) chiama il sole, Dio, e il trono di Dio. Giuliano credeva la Trinità Platonica, e solo biasimava i Cristiani, perchè preferissero un Logos mortale ad un immortale.

411. I sofisti d'Eunapio fanno tanti miracoli, quanti ne fanno i santi del deserto; e l'unica circostanza in lor favore è che sono d'un color men oscuro. In vece di diavoli con corna e code, Jamblico facea comparire i genj d'amore Eros e Anteros, da due vicine fontane. Due bei fanciulli uscivan fuori dall'acqua, lo abbracciavano teneramente qual padre, e si ritiravano al primo suo cenno, p. 26, 27.

412. Il destro maneggio di questi Sofisti, che facevan passare il loro credulo allievo dalle mani dell'uno a quelle dell'altro, è chiaramente riportato da Eunapio (p. 69. 76.) con non sospetta semplicità. L'Ab. della Bleterie ha intesa ed elegantemente descritta tutta questa commedia Vie de Julien, p. 61-67.

413. Quando Giuliano, in un momentaneo timor panico che lo sorprese, si fece il segno della croce, i demonj subito sparirono (Greg. Naz. Orat. III. p. 71). Gregorio suppone, che si fossero spaventati, ma i Sacerdoti dichiararono che si erano sdegnati. Il lettore potrà, secondo il grado della sua fede, decidere questa profonda questione.

414. Danno un'oscura e lontana idea de' terrori e de' piaceri dell'iniziazione Dion Grisostomo, Temistio, Proclo, e Stobeo. Il dotto autore della Divina Legazione ha riferito le loro parole (Vol. I. p. 239. 247. 248. 280. ed. 1765.) che esso destramente o forzatamente applica alla sua ipotesi.

415. La modestia di Giuliano limitossi ad oscuri ed accidentali cenni; ma Libanio distendesi con piacere ne' digiuni e nelle visioni del religioso eroe. Legat. ad Julian. p. 157 e Orat. parent. c. 85. p. 309, 310.

416. Libanio Orat. parent. c. 10. p. 233, 234. Gallo aveva qualche motivo di sospettare dell'apostasia segreta di suo fratello, ed in una lettera, che può ammettersi per genuina, esorta Giuliano ad aderire alla religione de' loro Maggiori. Questo era un argomento, che, per quanto sembra, non calzava ancora perfettamente. Vedi Giuliano Op. p. 454 ed Hist. ae Jovien. Tom, II. p. 141.

417. Gregorio (III. p. 50) con zelo inumano censura Costanzo per aver risparmiato l'apostata fanciullo κακως σωθεντα malamente salvato. Il suo traduttore Francese (p. 265) cautamente osserva, che tali espressioni non debbon prendersi alla lettera.

418. Libanio Orat. parent. c. IX. p. 233.

419. Fabricio (Bibl. Graec. l. V. c. VIII. p. 88, 90) e Lardner (Testim. Pagan. Vol. IV. p. 44-47) hanno esattamente raccolto tutto ciò che ora può trovarsi delle opere di Giuliano contro i Cristiani.

420. Circa settant'anni dopo la morte di Giuliano egli eseguì un'impresa, che s'era debolmente tentata da Filippo di Sidone, prolisso e disprezzabile autore; ma neppur l'opera di Cirillo ha interamente soddisfatto i giudici più favorevoli; e l'Ab. della Bleterie (Pref. a l'Hist. de Jovien. pag. 30-32) desidera, che qualche Teologo filosofo (strano centauro) intraprenda la confutazione di Giuliano.

421. Libanio (Orat. parent. c. 87 p. 313) contro di cui vi è stato il sospetto, che aiutasse il suo amico, preferisce la divina sua apologia (Orat. IX in necem Julian. p. 255 Ed. Morel.) agli scritti di Porfirio. Si può attaccare il giudizio di Libanio (Socrat. l. III c. 23) ma non accusar lui d'adulazione verso un Principe defunto.

422. Libanio (Orat. parent. c. 58. p. 283, 284) ha eloquentemente spiegato i principj tolleranti e la condotta dell'Imperiale suo amico, e Giuliano stesso in una molto notabile epistola al popolo di Bostra (Epist. 52) protesta la sua moderazione, e tradisce il suo zelo, ch'è riconosciuto da Ammiano, ed esposto da Gregorio (Orat. III p. 72).

423. In Grecia s'aprirono per espresso comando di lui i tempj di Minerva, prima della morte di Costanzo (Liban. Orat. parent. c. 55 p. 280), e Giuliano stesso si dichiarò Pagano nel pubblico suo manifesto agli Ateniesi. Questa indubitabile prova può correggere l'inconsiderata asserzione di Ammiano, il quale suppone che Costantinopoli fosse il luogo, dove egli scuoprì il suo attaccamento agli Dei.

424. Ammiano XXII. 5. Sozomeno l. V. c. 5. Bestia moritur, tranquillitas redit... omnes Episcopi, qui de propriis sedibus fuerant exterminati, per indulgentiam novi Principis ad Ecclesias redeunt. Girol. adv. Lucifer. Tom. II p. 143. Ottato rimprovera a' Donatisti d'esser debitori della loro salvezza ad un apostata (l. II. c. 16 p. 36, 37, Edit. Dupin).

425. La restaurazione del Culto Pagano è descritta da Giuliano (Misopogon p. 346), da Libanio (Orat. parent. c. 60. p. 286. 287. e Orat. Consul. ad Julian. p. 245. 246. edit. Morel.) da Ammiano (XXII. 12.), e da Gregorio Nazianzeno (Orat. IV. p. 121). Questi Scrittori convengono nella sostanza ed anche ne' fatti minuti; ma i differenti aspetti, ne' quali vedevano l'estrema divozione di Giuliano, esprimono diversi gradi d'amor proprio, d'appassionata ammirazione, di dolce disapprovazione e di parzial invettiva.

426. Vedi Giuliano (Epist. 49. 62. 63) ed un lungo e curioso frammento senza principio nè fine (p. 288. 305). Il pontefice Massimo deride la storia Mosaica e la disciplina Cristiana, preferisce i Poeti Greci a' Profeti Ebrei, e dissimula coll'arte d'un Gesuita, il culto relativo delle immagini.

427. L'esultazione di Giuliano (p. 301) perchè s'estinguessero quest'empie Sette ed anche i loro scritti, può essere assai coerente al carattere Sacerdotale; ma è indegno d'un Filosofo il desiderare, che si celasse agli occhi del genere umano alcuna opinione o argomento anche il più ripugnante al proprio sentire.

428. Insinua però che i Cristiani, sotto pretesto di carità, involavano i fanciulli alla lor religione ed a' loro genitori, li trasportavano sopra navi, e condannavano queste vittime ad una vita di povertà o di servitù in un remoto paese (p. 305). Se l'accusa fosse stata provata, il suo dovere non era di dolersi, ma di punire.

429. Gregorio Nazianzeno è faceto, ingegnoso ed arguto (Orat. III. p. 101, 102. ec.) Egli pone in ridicolo la follia di tal vana imitazione, e si diverte ad investigare quali morali o teologiche lezioni potrebbero trarsi dalle favole Greche.

430. Egli accusa uno de' suoi Pontefici d'una segreta lega co' Vescovi e Preti Cristiani. Epist. 69. Ορων ουν πολλην μεν ολιγωριαν ουσων ημιν προς τους θεους, vedendo pertanto che in noi si trova molta negligenza verso gli Dei; e di nuovo ημας δε ουτω ραθυμως; che noi così languidamente ec. Ep. 63.

431. Ei loda la fedeltà di Callissene, Sacerdotessa di Cerere, ch'era stata due volte costante come Penelope, e la rimunera col Sacerdozio della Dea Frigia a Pessino (Giuliano Epist. 21). Applaude alla fermezza di Sopatro di Jerapoli, che più volte da Costanzo e da Gallo era stato stimolato ad apostatare (Epist. 27. p. 401).

432. Ο δε νομιζων αδελφα λογους τε και θεων ιερα: stimando congiunti fra loro i raziocinj ed i misteri degli Dei. Orat. parent. c. 77, p. 302. Viene inculcato spesse volte il medesimo sentimento da Giuliano, da Libanio, e dagli altri del loro partito.

433. Ammiano (XXII. 12) espone elegantemente la curiosità e credulità dell'Imperatore, che approvava ogni specie di divinazione.

434. Giuliano Epist. 38. Sono indirizzate al filosofo Massimo le altre tre lettere 15, 16 e 39 col medesimo stile d'amicizia e di confidenza.

435. Eunapio (in Massimo p. 77. 78. 79 et in Chrysanthio p. 147. 148) ha minutamente riportati questi aneddoti, ch'ei crede i fatti più importanti di quel tempo. Nondimeno ingenuamente confessa la fragilità di Massimo. Il suo ricevimento a Costantinopoli è descritto da Libanio (Orat. parent. c. 86. p. 301) e da Ammiano (XXII. 7).

436. Crisantio, che avea ricusato di partir dalla Lidia, fu creato sommo Sacerdote della Provincia. Il cauto e moderato uso che fece del suo potere, l'assicurò dopo la rivoluzione, e visse in pace, mentre Massimo, Prisco ec. furon perseguitati da' ministri Cristiani. Vedi le avventure di que' fanatici sofisti, raccolte dal Brucker T. II. 281-293.

437. Vedi Libanio (Orat. parent. c. 101. 102. p. 324. 325. 326.) ed Eunapio (Vit. Sophista. in Proderesio. p. 126). Alcuni studenti, le speranze de' quali erano forse mal fondate o stravaganti, si ritirarono disgustati (Greg. Nazianz. Orat. IV. p. 120). Egli è strano, che non possiamo essere in grado di contraddire al titolo d'un capitolo di Tillemont (Hist. des Emper. Tom. IV. p. 960.) «La cour de Julien est pleine de philosophes et de gens perdus».

438. Durante il regno di Luigi XIV. i suoi sudditi d'ogni ordine aspiravano al glorioso titolo di Convertisseur, che esprimeva lo zelo e successo loro in far de' proseliti. Sì la parola, che l'idea in Francia sono presentemente antiquate. Possano in Inghilterra non trovare accesso giammai!

439. Vedansi le forti espressioni di Libanio, ch'erano probabilmente quelle di Giuliano medesimo (Orat. parent. c. 59. p. 285.)

440. Quando Gregorio Nazianzeno (Orat. X. p. 167.) vuol magnificare la fermezza Cristiana di Cesario suo fratello, medico alla Corte Imperiale, confessa che Cesario disputò con un formidabile avversario, πολυν εν οπλοις, και μεγαν εν λογων δεινοτητι abbondante di armi, e grande nella forza del discorso. Nelle sue invettive appena concede alcuna dose d'ingegno o di coraggio all'apostata.

441. Giuliano Epist. 38. Ammiano XXII. 12. Adeo ut in dies poene singulos milites carnis distentiore sagina victitantes incultius, potusque aviditate correpti humeris impositi transeuntum per plateas ex publicis aedibus... ad sua diversoria portarentur. Tanto il devoto Principe, quanto lo sdegnato Istorico descrivono la medesima scena; e nell'Illirico non meno che in Antiochia simili cause debbono avere prodotto simili effetti.

442. Gregor. (Orat. III p. 74. 75. 83. 86) e Libanio (Orat. parent. c. 81, 82, p. 307, 308) περι ταυτην την σπουδην ουκ αρνουμαι πλουτον ανηλωσται μεγαν; per tale ardore nego essersi spese grandi somme. Il sofista confessa e giustifica la spesa di queste militari conversioni.

443. La lettera XXV di Giuliano è indirizzata alla comunità degli Ebrei. Aldo (Venet. 1499) l'ha notata con un ει γνησιον, se genuina; ma di tal taccia è stata giustamente liberata da' seguenti Editori Petavio e Spanemio. Fa menzione di questa lettera Sozomeno (l. V. c. 22) ed il senso di essa vien confermato da Gregorio (Orat. IV. p. 111) e da Giuliano medesimo (Fragmen. p. 295).

444. Il Misnah determinava la morte contro quelli che abbandonavano il fondamento. Il giudizio di zelo è spiegato dal Marsham (Canon. Chron. p. 161 162. Edit. fol. Lond. 1672) e dal Basnagio (Hist. des Juifs T. VIII. p. 120). Costantino fece una legge per proteggere i Cristiani convertiti dal Giudaismo. Cod. Theod. lib. XXI. Tit. VIII. leg. 1. Gothofred. Tom. VI. p. 215.

445. Et interea (nel tempo della guerra civile di Magnenzio) Judaeorum seditio, qui Patricium nefarie in regni speciem sustulerunt, oppressa; Aurel. Vittor. in Constantio c. 42. Vedi Tillemont Hist. des Emper. T. IV. p. 379. in 4.

446. La città e la sinagoga di Tiberiade sono curiosamente descritte da Reland. Palestin. Tom. II. p. 1036-1042.

447. Il Basnagio ha pienamente illustrato lo stato degli Ebrei sotto Costantino ed i suoi successori. Tomo VIII. c. IV. p. 111-155.

448. Reland (Palest. l. I. p. 309, 390. l. III. p. 838.) descrive con erudizione e chiarezza Gerusalemme, e l'aspetto dell'addiacente paese.

449. Ho consultato un raro e curioso trattato del Danville Sur l'ancienne Jerusalem. Paris 1747. p. 75. La circonferenza dell'antica città (Euseb. Praepar. Evang. l. IX. c. 36.) era di 27. stadi, o di 2550. tese francesi. Una pianta presa sul luogo, non ne assegna più di 1980. alla moderna città. Il recinto vien determinato da segni naturali che non possono sbagliarsi o rimuoversi.

450. Vedi due curiosi passi appresso Girolamo Tom. I. p. 102. Tom. VI. p. 315. e le molte particolarità riferite dal Tillemont (Hist. des Emper. Tom. I. p. 509. Tom. II. 289. 294. ed. in 4).

451. Euseb. in Vit. Constant. l. III. c. 25-47. 51-53. L'Imperatore fabbricò similmente delle Chiese a Betlemme, sul monte Oliveto, ed alla quercia di Mambre. Il Santo Sepolcro è descritto da Sandys (Viag. p. 125. 133), e curiosamente disegnato dal Le Bruyn (Voyage au Levant. p. 288-296).

452. L'itinerario da Bordò a Gerusalemme fu composto nell'anno 333 per uso de' pellegrini, fra' quali Girolamo (Tom. I. p. 126) conta Brettoni ed Indiani. Le cause di questa religiosa moda son discusse nella dotta e giudiziosa prefazione di Wesseling (Itiner. p. 537-545).

453. Cicerone (de Finib. V. 1.) ha espresso elegantemente il senso comune degli uomini.

454. Il Baronio (Annal. Eccl. an. 326. n. 42-50.) ed il Tillemont (Mem. Eccl. Tom. VII. p. 8-16) sono gl'Istorici ed i campioni della miracolosa invenzione della croce nel regno di Costantino. Le loro più antiche testimonianze son tratte da Paolino, da Sulpicio Severo, da Ruffino, da Ambrogio, e forse da Cirillo di Gerusalemme. Il silenzio d'Eusebio e del pellegrino di Bordò soddisfanno alcuni e rendon altri perplessi. Vedi le notabili osservazioni di Jortin Vol. II p. 238. 248.

455. S'asserisce tal moltiplicazione da Paolino (Epist. 36.). Vedi Dupin (Bibl. Eccles. Tom. III. p. 149), il quale sembra estendere un ornamento oratorio di Cirillo ad un fatto reale. Il medesimo soprannatural privilegio dev'essersi comunicato al latte della Vergine; (Erasmi Opera T. I. p. 378. Lugd. Batav. 1703 in colloq. de peregr. relig. ergo), alle teste de' Santi; e ad altre reliquie, che si trovano replicate in tante Chiese diverse.

456. Girolamo (T. I. p. 103), che dimorava nel vicino villaggio di Betlemme, descrive per propria esperienza i vizi di Gerusalemme.

457. Gregorio Nissen. ap. Vesseling. p. 539. Tutta quell'epistola, che condanna o l'uso o l'abuso de' religiosi pellegrinaggi, è incomoda pe' teologi Cattolici, laddove riesce grata e famigliare a' polemici Protestanti.

458. Ei rinunziò alla sua ordinazione ortodossa, uffiziò come Diacono, e fu riordinato dalle mani degli Arriani. Ma in seguito Cirillo cangiò col tempo, e prudentemente si uniformò alla fede Nicena. Il Tillemont (Mem. Eccl. Tom. VIII.) che tratta la memoria di Cirillo con tenerezza e rispetto, ha inserito nel testo le sue virtù, e nelle note, con una decente oscurità, i suoi difetti.

459. Imperii sui memoriam magnitudine operam gestiens propagare. Ammiano XXIII. 1. Il tempio di Gerusalemme era stato famoso anche fra' Gentili. Questi avevano molti tempj in ogni città (cinque in Sichem, otto in Gaza, a Roma quattrocento ventiquattro); ma la ricchezza e la religione della nazion Giudaica eran tutte concentrate in un luogo.

460. S'espongono le segrete intenzioni di Giuliano dal fu Vescovo di Glocester, l'erudito e dogmatico Warburton, che coll'autorità d'un Teologo prescrive i motivi e la condotta dell'Esser supremo. Il discorso intitolato Giuliano (2. Ediz. Lond. 1751) contiene in sommo grado tutte le particolarità imputate alla scuola Warburtoniana.

461. Io mi difendo coll'autorità di Maimonide, di Marsham, di Spencer, di le Clerc, di Warburton ec., che hanno elegantemente deriso i timori, la follia e la falsità di alcuni superstiziosi Teologi. Vedi Div. Legat. vol. IV. p. 25.

462. Giuliano (Fragm. p. 295) lo chiama rispettosamente μεγας θεος grande Dio, ed altrove (Epist. 63) lo rammenta con sempre maggior riverenza. Ei condanna doppiamente i Cristiani, e perchè credevano, e perchè rinunziavano la religione degli Ebrei. La loro Divinità era secondo esso il vero, ma non l'unico Dio. Ap. Cyrill. l. IX p. 305.

463. I. Reg. VIII. 63. II. Numer. VII. 5. Joseph. Antiq. Jud. l. VIII, c. 4. p. 431. edit. Havercamp. Siccome il sangue ed il fumo di tante ecatombe sarebbe stato inconveniente, il Cristiano Rabbino Lightfoot se ne sbriga con un miracolo. Le Clerc (in quei luoghi) ardisce di sospettare della fedeltà de' numeri.

464. Juliano Epist. XXIX, XXX. La Bleterie ha trascurato di tradurre la seconda di queste lettere.

465. Vedi lo zelo e l'impazienza degli Ebrei appresso Gregorio Nazianzeno (Orat. IV. v. 111.) e Teodoreto (l. III. c. 20).

466. Fabbricata da Omar, secondo Califfo, che morì l'anno 644. Questa gran Moschea occupa tutto il sacro terreno del tempio Giudaico; e forma quasi un quadrato di 760 tese, o un miglio Romano in circonferenza. Vedi Danville Jerusalem. p. 45.

467. Ammiano rammenta i Consoli dell'anno 363 avanti di procedere a far menzione de' pensieri di Giuliano: Templum instaurare sumptibus cogitabat immodicis. Warburton ha un segreto desiderio d'anticiparne il disegno; ma deve avere appreso da' più antichi esempi, che l'esecuzione di tal opera avrebbe richiesto molti anni.

468. Le successive testimonianze di Socrate, di Sozomeno, di Teodoreto, di Filostorgio ec. aggiungono contraddizioni anzi che autorità. Si confrontino le obbiezioni di Basnagio (Hist. des Juifs, Tom. VIII. p. 157. 168.) con le risposte di Warburton (Julian. p. 174. 258). Il Vescovo ha spiegato ingegnosamente le croci miracolose, che apparivano sulle vesti degli spettatori per mezzo d'un simil esempio e de' naturali effetti del baleno.

469. Ambrog. Tom. II. Epist. 40. p. 946. Edit. Bened. Egli compose questa lettera l'anno 388 per giustificare un Vescovo ch'era stato condannato dal Magistrato civile per aver bruciato una sinagoga.

470. Grisostomo Tom. I. p. 580 adv. Judaeos et Gent. T. II. p. 574. de S. Babyla Edit. Montfaucon. Io ho seguitato la comune e naturale supposizione; ma il dotto Benedettino, che riferisce la composizione di questi sermoni all'an. 383, crede che non fosser mai pronunziati dal pulpito.

471. Gregor. Nazianzeno Orat. IV. p. 110. 113. Το δε ουν περιβοητον πασι θαυμα και ουδε τοις αθεοις αυτοις απιστουμενον λεξων ερχομαι. Intraprendo a narrare adunque tal prodigio noto a tutti, e neppure negato dagli stessi infedeli.

472. Ammiano XXIII. 1. Cum itaque rei fortiter instaret Alypius, juvaretque Provinciae rector, metuendi globi flammarum prope fundamenta crebris assultibus erumpentes fecere locum exustis aliquoties operantibus inaccessum: hocque modo elemento destinatius repellente, cessavit inceptum. Warburton s'affatica d'estorcere (p. 60. 90.) una confessione del miracolo dalla bocca di Giuliano e di Libanio, e di servirsi della testimonianza d'un Rabbino, che visse nel XV Secolo. Tali prove non possono ammettersi che da un giudice ben favorevole.

473. Il Dottor Lardner è forse il solo fra' critici Cristiani ad osare di porre in dubbio la verità di questo famoso miracolo. Testim. Giudaic. Pag. Vol. IV. p. 47. 71. Il silenzio di Girolamo condurrebbe a sospettare, che potesse dispregiarsi sul luogo quella medesima storia ch'era celebre in lontananza.