.... Novitas audere priorem
Suadebat, cautumque dabant exemplo sequentem.
Hic nova moliri praeceps: hic quaerere tuta
Providus. Hic fusis; collectis viribus ille.
Hic vagus excurrens; hic intra claustra reductus.
Dissimiles; sed morte pares...
557. Il Frigido, piccolo, quantunque memorabile fiume nella Gorizia, ora chiamato Vipao, si getta nel Sonzio, o Lisonzo sopra Aquileia in distanza di qualche miglio dal mare Adriatico. Vedi Danville Cart. Antich. Mod. e l'Italia Antiqua del Cluverio Vol. I. p. 188.
558. Lo spirito di Claudiano è intollerabile: la neve era tinta di rosso; il freddo fiume fumava; ed il canale avrebbe dovuto riempirsi di cadaveri, se non si fosse accresciuta la corrente dal sangue.
559. Teodoreto asserisce, che comparvero al vigilante o addormentato Imperatore S. Giovanni e S. Filippo a cavallo. Questo è il primo esempio della cavalleria apostolica, che divenne poscia sì popolare in Ispagna ed al tempo delle Crociate.
Te propter gelidis Aquilo de monte procellis
Obruit adversus acies, revolutaque tela
Vertit in auctores, et turbine repulit hastas,
O nimium dilecte Deo, cui fundit ab antris
Aeolus armatas hyemes, cui militat aether,
Et conjurati veniunt ad classica venti!
Questi famosi versi di Claudiano (in III. Cons. Hono. 93. an. 396) son riferiti dai suoi contemporanei Agostino ed Orosio, che sopprimono la Pagana Divinità d'Eolo; ed aggiungono alcune circostanze, che avevan sapute dai testimoni di veduta. Dentro i quattro mesi dopo la vittoria, fu essa paragonata da Ambrogio alle vittorie miracolose di Mosè e di Giosuè.
561. Hanno raccolto gli avvenimenti di questa guerra civile Ambrogio (Tom. II. ep. 62 p. 1022), Paolino (in vit. Ambros. c. 26-34), Agostino (De Civ. Dei V. 26), Orosio (l. VII. c. 35), Sozomeno (l. VII. c. 24). Teodoreto (l. V. c. 24), Zosimo (l. IV. p. 281 ec.), Claudiano (in III. Con. Hon. 63-105. in IV. Cons. Honor. 70-117) e le Croniche pubblicate dallo Scaligero.
562. Questa malattia, da Socrate (l. V. c. 26) attribuita alle fatiche della guerra, si rappresenta da Filostorgio (l. XI. c. 2) come un effetto di pigrizia e d'intemperanza; perlochè Fozio lo chiama uno sfacciato mentitore; (Gotofredo Diss. p. 438).
563. Zosimo suppone, che il fanciullo Onorio accompagnasse suo padre (l. IV. p. 280). Pure l'espressione quanto flagrabant pectora voto, è tutto quello che l'adulazione potè permettere ad un poeta contemporaneo, il quale chiaramente descrive la negativa dell'Imperatore, ed il viaggio d'Onorio dopo la vittoria (Claudiano in III. Cons. 78-125).
564. Zosimo l. IV. p. 244.
565. Veget. de re milit. l. I. c. 10. La serie delle calamità, che egli nota, ci costringe a credere, che l'Eroe a cui dedica il suo libro, sia l'ultimo ed il meno glorioso dei Valentiniani.
566. S. Ambrogio (Tom. II. de obit. Theod. p. 1208) loda espressamente e raccomanda lo zelo di Giosia nel distruggere l'idolatria. Il linguaggio di Giulio Firmico Materno sul medesimo soggetto (de error. profan. relig. p. 467. Edit. Gronov.) è piamente inumano: Nec filio jubet (lex Mosaica) parci, nec fratri, et per amatam coniugem gladium vindicem ducit etc.
567. Bayle (Tom. II. p. 406 nel suo Comment. Filos.) giustifica e limita queste leggi d'intolleranza nel regno temporale di Jehovah sopra gli Ebrei. Il tentativo è lodevole.
568. Si vedano i tratti della Gerarchia Romana in Cicerone (De legib. II. 7, 8), in Livio (l. 20), in Dionisio d'Alicarnasso (l. II. p. 119-129. Edit. Hudson), in Beaufort (Republ. Rom. T. I. p. 1-90) ed in Moyle (Vol. I. p. 10. 55). Quest'ultima è l'opera d'un Inglese repubblicano, non meno che di un Romano antiquario.
569. Questi mistici e forse immaginari simboli hanno dato motivo a varie favole e congetture. Sembra probabile, che il Palladio fosse una piccola statua di Minerva (alta tre cubiti e mezzo) con una lancia ed una conocchia; che fosse ordinariamente inclusa in una seria o barile, e che tal barile fosse collocato in modo da eludere la curiosità o il sacrilegio. Vedi Meziriac. Comment. sur les Epitr. d'Ovid. T. I. p. 60. 66, e Lipsio Tom. III. p. 610. de Vesta ec. c. 10.
570. Cicerone francamente (ad Attic. l. II. epist. 5) o indirettamente (ad Famil. l. 15 ep. 4) confessa che l'Augurato è il principale oggetto dei suoi desiderj. Plinio ambisce di camminare sulle vestigia di Cicerone, (l. IV. ep. 8) e potrebbe continuarsi la catena della tradizione per mezzo dell'istoria e dei marmi.
571. Zosimo l. IV. p. 249, 250. Ho soppresso le stolte sottigliezze sopra le parole Pontifex e Maximus.
572. Quella statua da Taranto erasi trasferita a Roma, posta da Cesare nella Curia Giulia, e decorata da Augusto con le spoglie dell'Egitto.
573. Prudenzio (l. II. in princ.) ha delineato un ritratto molto sgraziato della Vittoria; ma il lettore curioso resterà più soddisfatto dalle antichità del Montfaucon (T. I. p. 341).
574. Vedi Svetonio (in August. c. 35) e l'esordio del panegirico di Plinio.
575. Questi fatti sono vicendevolmente concessi dai due avvocati, Simmaco e Ambrogio.
576. La Notitia Urbis, più recente di Costantino, non trova fra gli edifizi della città veruna Chiesa Cristiana degna di essere nominata. Ambrogio (Tom. II. ep. 17. p. 825) deplora i pubblici scandali di Roma, che continuamente offendevano gli occhi, gli orecchi, ed il naso del fedele.
577. Ambrogio afferma più volte, contro il sentimento comune (Moyle Oper. vol. II. p. 147), che i Cristiani avevano una superiorità di partito nel Senato.
578. La prima dell'anno 382 a Graziano, che non le volle dare udienza: la seconda, nel 384 a Valentiniano, allorchè disputavasi il campo fra Simmaco ed Ambrogio: la terza nel 388 a Teodosio: e la quarta nel 392 a Valentiniano. Lardner (Testimonianze Pagane ec. Vol. IV. p. 372, 399) rappresenta bene tutto questo fatto.
579. Simmaco il quale era investito di tutti gli onori Sacerdotali e Civili, rappresentava l'Imperatore sotto i due caratteri di Pontefice Massimo e di Principe del Senato. Vedesi la superba inscrizione alla testa delle sue opere.
580. Come se uno dice Prudenzio, (in Symmach. I. 639), scavasse la terra con un istrumento d'oro e d'avorio. Anche i Santi, e i Santi polemici, trattan questo nemico con rispetto e civiltà.
581. Vedasi l'Epistola 54 del Lib. X di Simmaco. Nella forma e nella disposizione dei suoi dieci libri di lettere, esso imitò Plinio il Giovane, del quale supponevano i suoi amici che uguagliasse o superasse il ricco e florido stile (Macrob. Saturnal. l. V. c. 1). Ma Simmaco è soltanto lussureggiante in vane foglie senza frutti e senza fiori. Pochi fatti e pochi sentimenti si possono trarre dal suo verboso carteggio.
582. Vedi Ambrogio Tom. II. ep. 17. 18. p. 825-833. La prima di queste lettere è una breve precauzione; la seconda è una replica formale alla domanda o al libello di Simmaco. Le stesse idee sono espresse più copiosamente nella poesia, seppure può meritar questo nome, di Prudenzio, il quale compose i due suoi libri contro Simmaco (nell'anno 404) mentre viveva ancora quel Senatore. Egli è molto stravagante, che Montesquieu (Considerat. c. 19. T. III p. 487. ec.) trascurasse i due nemici dichiarati di Simmaco, e si divertisse a spaziare nelle più distanti e indirette confutazioni di Orosio, di S. Agostino e Salviano.
583. Vedi Prudent. in Symmach. l. I. 545 ec. I Cristiani convengono col Pagano Zosimo (l. IV. p. 283) nel collocar questa visita di Teodosio dopo la seconda guerra civile: gemini bis victor caede tyranni (l. 1. 410). Ma il tempo e le circostanze meglio s'adattano al suo primo trionfo.
584. Prudenzio, poi che provato che si dichiarò il sentimento del Senato per mezzo d'una legittima superiorità di voti, prosegue a dire. 609. ecc.
Adspice quam pleno subsellia nostra. Senatu
Decernant infame Jovis pulvinar, et omne
Idolium longe purgata ab urbe fugandum.
Qua vocat egregii sententia Principis, illuc
Libera cum pedibus, tum corde frequentia transit.
Zosimo attribuisce ai Padri Conscritti un coraggio pel Paganesimo, che si trovò solo in pochi di loro.
585. Girolamo porta l'esempio del Pontefice Albino, che era circondato da tal famiglia di figli e di nipoti tutti fedeli, che sarebbero stati sufficienti a convertire anche Giove medesimo: che straordinario proselito! (Tom. I. ad Laetam p. 54).
Exsultare Patres videas, pulcherrima mundi
Lumina, conciliumque senum gestire Catonum
Candidiore toga niveum pietatis amictum
Sumere; et exuvias deponere Pontificales.
La fantasia di Prudenzio è riscaldata ed elevata dalla vittoria.
587. Prudenzio, dopo d'aver descritto la conversione del Senato e del popolo, domanda con qualche verità e fiducia:
Et dubitamus adhuc Romam tibi, Christe, dicatam
In leges transisse tuas?
588. Girolamo esulta nella desolazione del Campidoglio e degli altri tempj di Roma (Tom. I. p. 54. Tom. II. p. 95).
589. Libanio (Orat. pro Templis p. 10. Genev. 1634 pubblicata da Giacomo Gotofredo, e adesso molto rara) accusa Valentiniano e Valente d'aver proibito i sacrifizi. Può l'Imperatore orientale aver dato qualche ordine particolare: ma vien contraddetta l'idea di qualunque legge generale dal silenzio del Codice e dalla testimonianza dell'Istoria ecclesiastica.
590. Vedansi le sue leggi nel Codice Teodosiano lib. XVI. Tit. X. leg. 7-11.
591. I sacrifizi d'Omero non sono accompagnati da alcuna investigazione di viscere (Vedi Feithius Antiq. Homers l. I. c. 26): I Toscani, che produssero i primi Aruspici, soggiogarono tanto i Greci, quanto i Romani (Cicer. de Divinat. 2. 23).
592. Zosimo l. IV. p. 245, 249. Teodoret. l. V. c. 21. Idazio in Chron. Prosper. Aquitan. l. III. c. 38 appresso il Baronio Annal Eccl. an. 389. n. 52. Libanio (pro Templis p. 10) si sforza di provare, che gli ordini di Teodosio non furono diretti e positivi.
593. Cod. Teodos. l. XVI. Tit. X. leg. 8. 18. Vi è luogo di credere, che quel tempio d'Edessa, che Teodosio bramava di salvare per gli usi civili, divenisse poco tempo dopo un mucchio di sassi. Libanio pro Templis p. 26. 27 e not. del Gotofred. p. 59.
594. Vedasi la curiosa orazione di Libanio pro Templis, pronunziata, o piuttosto composta circa l'anno 390. Io ho consultato con vantaggio la versione e le note del dottor Lardner (Testim. Pagan. Vol. IV. p. 135. 163).
595. Vedi la vita di Martino fatta da Sulpicio Severo (c. 9-14). Il Santo prese una volta (come avrebbe fatto Don Chisciotte) un innocente funerale pur una processione idolatrica, ed imprudentemente commise un miracolo.
596. Si confronti Sozomeno (l. 7. c. 15) con Teodoreto (l. V. c. 21). Fra tutti due riferiscono la crociata e la morte di Marcello.
597. Libanio (pro Templis. p. 10-13) scherza intorno a quegli uomini vestiti di nero, cioè a' Monaci Cristiani, che mangiano più degli elefanti. Poveri elefanti! Essi sono animali moderati.
598. Prosper. Aquit. l. III. c. 38. ap. Baron. Annal. Eccles. an. 389. 258. Quel tempio restò chiuso per qualche tempo, e n'era stato impedito l'accesso con pruni.
599. Donat. Roma antiq. et nova l. IV. c. 4. pag. 468. Fu fatta questa consagrazione dal Pontefice Bonifazio IV. Io non so quali favorevoli circostanze avessero conservato il Panteon più di dugento anni dopo il regno di Teodosio.
600. Sofronio ne compose una recente storia a parte (Girol. in Script. Eccles. Tom. I. p. 303) che ha somministrato i materiali a Socrate (l. V. c. 16), a Teodoreto (l. I. V. c. 22) e a Ruffino (l. II. c. 22). Pure quest'ultimo, che si trovò in Alessandria avanti e dopo il fatto, può meritar la fede di testimone originale.
601. Gerardo Vossio (Oper. Tom. V. p. 80 e de Idol. I. c. 29) tenta di sostenere la strana opinione dei Padri, che in Egitto sotto la forma del loro Api, e del Dio Serapide si adorasse il Patriarca Giuseppe.
602. Origo Dei nondum nostris celebrata. Aegyptiorum Antistites sic memorant. Tacit. Hist. IV. 83. I Greci, che avevan viaggiato in Egitto, parimente ignoravano questa nuova Divinità.
603. Macrob. Saturnal. l. I. c. 7. Un fatto sì forte prova decisivamente la sua origine straniera.
604. A Roma furono uniti nel medesimo tempio Iside e Serapide. La precedenza, che avea la Regina, può servire a dimostrare la sua disugual congiunzione con lo straniero del Ponto. Ma era stabilita in Egitto la superiorità del sesso femminile, come una instituzion civile e religiosa (Diodor. Sicul. Tom. I. l. I. p. 31. edit. Wessel.), ed il medesimo ordine si osserva nel trattato di Plutarco d'Iside e d'Osiride, che esso identifica con Serapide.
605. Ammiano XXII. 26. L'Expositio totius mundi (p. 8. in Geog. Minor. d'Hudson. Tom. III), e Ruffino (l. II. c. 22) celebrano il Serapeo come una delle maraviglie del mondo.
606. Vedi Memoir. de l'Acad. des Inscr. Tom. IX p. 197-416. La vecchia libreria de' Tolomei fu totalmente consumata nella guerra Alessandrina di Cesare. Marc'Antonio diede tutta la collezione di Pergamo (200000 volumi) a Cleopatra per servir di fondamento alla nuova libreria d'Alessandria.
607. Libanio (pro Templis p. 21.) imprudentemente provoca i Cristiani, suoi Signori, con questa insultante osservazione.
608. Noi possiamo scegliere fra la data di Marcellino, anno 389, e quella di Prospero anno 391. Il Tillemont (Hist. des Emp. Tom. V. p. 310. 756.) preferisce la prima, ed il Pagi la seconda.
609. Tillemont, Mem. Eccl. Tom. XI. p. 441-500. L'ambigua situazione di Teofilo, ch'è un Santo, risguardato come amico di Girolamo, ed è un diavolo, come nemico di Grisostomo, produce una specie d'imparzialità; pure esaminato il tutto, la bilancia pende giustamente contro di lui.
610. Lardner (Pagan. Tevimon. vol. IV. p. 411), ha addotto un bel passo di Suida, o piuttosto di Damasio, che presenta il devoto e virtuoso Olimpio non già in aspetto di guerriero, ma di profeta.
611. Nos vidimus armaria librorum, quibus direptis, exinanita ea a nostris hominibus nostris temporibus memorant. Orosio l. VI. c. 15 p. 421. Edit. Haverc. Sembra che Orosio, quantunque pinzochero e controversista ne abbia rossore.
612. Eunapio, nelle vite d'Antonino e d'Edesio, detesta la sacrilega rapina di Teofilo. Il Tillemont (Mem. Eccl. T. XIII. p. 453) cita una lettera d'Isidoro di Pelusio, che accusa il Primate del culto idolatrico dell'oro, dell'auri sacra fames.
613. Ruffino nomina un Sacerdote di Saturno, che sotto la forma di quel Dio conversava famigliarmente con molte pie donne di qualità, finattantochè si tradì da se stesso in un momento di trasporto, in cui non potè mascherare il tuono della sua voce. L'autentica ed imparziale narrazione d'Eschine (Vedi Bayle Diction. Cri. Scamandre) e l'avventure di Mondo (Gioseff. Ant. Giud. l. XVIII. c. 3. p. 877. Edit. Haverc.) possono provare che tali amorose frodi si son praticate con buon successo.
614. Si vedano le immagini di Serapide appresso Montfaucon (Tom. II. p. 296), ma la descrizione di Macrobio (Saturnal. l. I. c. 20.) è molto più pittoresca e soddisfacente.
Sed fortes tremuere manus, motique verenda
Majestate loci, si robora sacra ferirent,
In sua credebant redituras membra secures.
(Lucan. III. 429). È vero, disse Augusto ad un veterano di Italia, in casa del quale cenava, che quello, che diede il primo colpo alla statua d'oro d'Anaitide, restò immediatamente privo degli occhi e della vita? Io fui quello, rispose l'illuminato veterano, e voi presentemente cenate sopra una gamba della Dea. Plin. Hist. Nat. XXXIII. 24.
616. Sozomeno lib. VII. c. 20. Io ho supplito la misura. La stessa misura dell'inondazione, e per conseguenza del cubito, è durata uniforme fino dal tempo d'Erodoto. Vedi Freret nelle Mem. de l'Acad. des Inscr. Tom. XVI. 344-353. Greaves Oper. miscellan. vol. I. p. 233. Il cubito Egiziano è circa ventidue pollici del piede Inglese.
617. Libanio, (pro Templis p. 15. 16. 17) difende la loro causa con delicata ed insinuante rettorica. Fino dai più antichi tempi avevano tali feste ravvivato la campagna; e quelle di Bacco (Georg. II. 380) avevan prodotto il teatro d'Atene. Vedi Gotofredo ad Liban. e Cod. Teod. VI. p. 284.
618. Onorio tollerò queste rustiche feste, an. 309. Absque ullo sacrificio, atque ulla superstitione damnabili. Ma nove anni dopo credè necessario di rinnovare ed invigorire la stessa costituzione. Cod. Teod. l. XVI. tit. X. leg. 17. 19.
619. Cod. Teod. l. XVI. Tit. X. leg. 12. Jortin (Osserv. sull'Istor. Eccl. vol. IV. p. 134) censura con asprezza lo stile ed i sentimenti di questa intollerante legge.
620. Non dovrebbe leggermente darsi un'accusa di tal sorta: ma può sicuramente giustificarsi coll'autorità di S. Agostino, il quale così parla ai Donatisti. Quis nostrum, quis vestrum non laudat leges ab Imperatoribus datas adversus sacrificia Paganorum? Et certe longe ibi poena severior constituta est: illius quippe impietatis capitale supplicium est. Epist. 93. n. 10. citata dal Leclerc, (Bibl. Chois. Tom. VIII. p. 277) il quale aggiunge alcune riflessioni sull'intolleranza de' vittoriosi Cristiani.
621. Orosio l. VII. c. 28. p. 537. Agostino (Enarr. in Ps. 140. ap. Lardner Testim. Pag. volum. IV. p. 458.) insulta la lor codardia; Quis eorum comprehensus est in sacrificio (cum his legibus ista prohiberentur) et non negavit?
622. Libanio (pro Templis. p. 17. 18.) fa menzione dell'accidentale conformità di quest'ipocriti, come d'una scena teatrale, senza censurarla.
623. Libanio termina la sua apologia (p. 32.) con dichiarare all'Imperatore, che qualora egli espressamente non garantisca la distruzione dei tempj, i proprietari difenderanno se stessi e le leggi; ισθι του των αγρων δεσποτας καί αυτοις, καί τῳ νομω βοηθησοντας. Sappi che i Signori delle campagne provederanno a se stessi ed alla legge.
624. Paolin. in. vit. Ambros. c. 26. Agostino de Civ. Dei l. V. c. 26. Teodoret. l. V. c. 24.
625. Libanio suggerisce la forma di un editto di persecuzione, che Teodosio avrebbe potuto fare (pro Templis p. 32.); scherzo imprudente, ed esperienza pericolosa! Qualche altro Principe potrebbe aver preso il suo consiglio.
Denique pro meritis terrestribus aeque rependens
Munera, sacricolis summos impertit honores
· · · · · · · · · · · · ·
Ipse magistratum tibi Consulis, ipse tribunal
Contulit. (Prudent. in Symmach. I. 617. ec.)
627. Libanio (pro Templis c. 32) s'insuperbisce, che Teodosio distinguesse in tal modo uno, che anche alla sua presenza giurasse per Giove. Pure questa presenza non sembra esser altro che una figura rettorica.
628. Zosimo, che chiama se stesso Conte ed Ex-avvocato del Tesoro, con indecente e parzial bacchettoneria maltratta i Principi Cristiani, ed eziandio il padre del proprio Sovrano. L'opera di lui dev'essere andata in giro privatamente, poichè ha scansato le invettive degli Istorici Ecclesiastici anteriori ad Evagrio (l. III. c. 40. 42.) che visse verso il fine del sesto secolo.
629. Ciò non ostante, i Pagani dell'Affrica si dolevano che i tempi non permettessero loro di risponder con libertà alla città di Dio: nè S. Agostino (V. 26.) contraddice all'accusa.
630. I Mori della Spagna, che conservarono segretamente la religione Maomettana per più d'un secolo, onde evitare il rigore dell'inquisizione, avevano il Koran, coll'uso loro proprio della lingua Arabica. Vedasi la curiosa ed ingenua storia della loro espulsione appresso Geddes, Miscell. vol. I. p. 1-198.
631. Paganos, qui supersunt, quamquam jam nullos esse credamus. Cod. Theod. lib. XVI. Tit. X. leg. 22. an. 423. Teodosio il Giovane restò in seguito persuaso che il suo giudizio era stato un poco immaturo.
632. Vedi Eunapio nella vita del sofista Edesio; in quella d'Eustazio ei predice la rovina del Paganesimo, και τι μυθωδες και αειδες σκοτος τυραννησει τα επι γης καχλισα; E carte favolose, ed oscure tenebre domineranno la miglior parte della terra.
633. Cajo (ap. Euseb. Hist. Eccl. l. II. c. 25.) Prete Romano, che visse al tempo di Zeffirino (an. 202-219.) è un antico testimone di questa superstiziosa costumanza.
634. Chrysost. Quod Christus sit Deus. Tom. I. nov. Edit. n. 9. Io son debitore di questa citazione alla lettera pastorale di Benedetto XIV. in occasione del giubbileo del 1750. Vedi le piacevoli e curiose lettere di M. Chais; Tom. 3.
635. Male fecit ergo Romanus Episcopus? qui super mortuorum hominum, Petri et Pauli, secundum nos ossa veneranda...... offert Domino sacrificia, et tumulos eorum Christi arbitratur altaria. Girol. Tom. II. adv. Vigilant. p. 153.
636. Girolamo (Tom. II. p. 122.) fa fede di tali traslazioni, che son trascurate dagli Istorici Ecclesiastici. La passione di S. Andrea a Patra vien descritta in una lettera dal Clero dell'Acaia, che il Baronio (Annal. Eccl. an. 60. n. 34.) desidera d'ammettere, e il Tillemont è costretto a rigettare. S. Andrea fu adottato per fondatore spirituale di Costantinopoli (Mem. Eccl. Tom. II. p. 317-325. 188-594).
637. Girolamo (T. II. p. 122.) pomposamente riferisce la traslazione di Samuel, di cui si fa menzione in tutte le croniche di quei tempi.
638. Il Prete Vigilanzio, che fu il protestante del suo secolo, fortemente, quantunque senza effetto, s'oppose alla introduzione de' Monaci, delle reliquie dei santi, dei digiuni ec.; per lo che Girolamo lo paragona all'Idra, al Cerbero, a' Centauri ec.; e lo considera solo come l'organo del demonio (Tom. II. p. 120-126). Chiunque leggerà la controversia fra S. Girolamo e Vigilanzio, e la narrazione che fa S. Agostino dei miracoli di S. Stefano, può prendere in breve qualche idea dello spirito dei Padri.
639. Il Beausobre (Hist. du Manich. Tom II. p. 648.) applicò un senso mondano alla pia osservazione del Clero di Smirne, che diligentemente conservò le reliquie di S. Policarpio martire.
640. Martino di Tours (vedi la sua vita c. 8. scritta da Sulpicio Severo) ne trasse la confessione dalla bocca del morto. Si accorda che l'errore sia naturale; la scoperta di esso è supposta miracolosa. Quale di queste due cose è verisimile che sia seguita più frequentemente?
641. Luciano compose in Greco la sua narrazione originale, che fu tradotta da Avito, e pubblicata dal Baronio (An. Eccl. An. 325. n. 7-16.). Gli Editori Benedettini di S. Agostino ne hanno dato (al fin dell'opera de Civitate Dei) due diverse copie con molte varianti. Il carattere della falsità è la sconnessione e l'incoerenza. Le parti più incredibili della leggenda son mitigate, e rese più probabili dal Tillemont Mem. Eccl. Tom. II. p. 9 ec.
642. A Napoli si liquefaceva ogni anno una boccetta del sangue di S. Stefano, fintantochè non gli successe quello di S. Gennaro: Ruinart Hist. Pers. Vandal. p. 529.
643. Agostino compose i ventidue libri de Civitate Dei nello spazio di tredici anni, dal 413 al 426. (Tillemont Mem. Eccl. Tom. XIV. p. 608. ec.) Ei troppo spesso prende da altri la sua erudizione, e da se stesso i suoi argomenti: ma tutta l'opera ha il merito di un magnifico disegno, vigorosamente ed abilmente eseguito.
644. Vedi Agostino (de Civ. Dei. l. XXII. c. 22.) e l'appendice che contiene due libri de' miracoli di S. Stefano, fatta da Evodio Vescovo d'Uzalis. Freculso (ap. Basnag. Hist. des Juifs Tom. VIII. p. 249.) ci ha conservato un proverbio Gallico o Spagnuolo: chi pretende d'aver letto tutti i miracoli di S. Stefano è bugiardo.
645. Burnet (de statu mortuor. p. 56-85.) raccoglie le opinioni dei Padri, che sostenevano il sonno o riposo delle anime umane sino al giorno del giudizio. In seguito espone (p. 91.) gli inconvenienti, che dovrebbero nascere, se avessero un'esistenza più attiva e sensibile.
646. Vigilanzio poneva le anime dei Profeti e dei Martiri o nel seno d'Abramo (in loco refrigerii) o anche sotto l'altare di Dio, nec posse suis tumulis, et ubi voluerunt adesse praesentes. Ma Girolamo (Tom. II. p. 122.) fortemente confuta questa bestemmia: Tu Deo legem pones? Tu Apostolis vincula injices, ut usque ad Diem judicii teneantur custodia, nec sint cum Domino suo, de quibus scriptum est; sequuntur agnum quocumque vadit. Si agnus ubique, ergo et hi, qui cum agno sunt, ubique esse credendi sunt. Et cum diabolus et daemones toto vagentur in orbe etc.
647. Fleury, Disc. sur l'Ist. Eccl. III p. 80.
648. In Minorca, le reliquie di S. Stefano convertirono in otto giorni 540 Ebrei, coll'aiuto in vero di qualche severità, come di bruciare la Sinagoga, di cacciare gli ostinati a soffrir la fame fra scogli ec. Vedasi la lettera originale di Severo Vescovo di Minorca (ad calc. 3. Augustin. de Civ. Dei), e le giudiziose osservazioni del Basnagio (T. VIII. p. 245-251).
649. David Hume (Sagg. vol. 3 p. 474) osserva, come filosofo, il natural flusso e riflusso del Politeismo e del Teismo.
650. D'Aubignè (Vedi le sue Memorie p. 156-160) francamente offerì, col consenso dei ministri Ugonotti, d'accordare i primi 400 anni per servir di regola della fede. Il Cardinal du Perron chiese quarant'anni di più, che imprudentemente furon concessi. Nessuno però dei due partiti si sarebbe trovato contento di questo folle accordo.
651. Il culto praticato ed inculcato da Tertulliano e da Lattanzio, è tanto puro e spirituale, che le loro declamazioni contro le cerimonie Pagane alle volte attaccano anche le Giudaiche.
652. Fausto Manicheo accusa i Cattolici d'idolatria; Vertitis idola in Martyres..... quos votis similibus colitis. Il Beausobre (Hist. Crit. du Manich. Tom. II. p. 629. 700) Protestante, ma filosofo, ha rappresentato con candore e dottrina l'introduzione della Cristiana idolatria nel quarto e nel quinto secolo.
653. Può vedersi la somiglianza della superstizione, che non potrebbe ascriversi all'imitazione, dal Giappone al Messico. Warburton ha fatt'uso di quest'idea, ch'egli contorce per volerla rendere troppo generale ed assoluta (Div. Legaz. V. IV p. 126. ec.).
654. L'imitazione del Paganesimo forma il soggetto di una piacevol lettera, che il Dot. Middleton scrisse da Roma. Le osservazioni di Warburton l'obbligarono ad unire (Vol. III. p. 120-152) l'istoria delle due religioni, ed a provare l'antichità della copia Cristiana.
655. Il Sig. Giovanni Kirk in data di Roma dei 12 Giugno 1784 scrisse all'Autore delle Riflessioni in questi termini. Monsig. Stonor is Wholly of your mind, that Gibbon of all other Libertines or Deists is the most dangerous, as he has disguised himself under the cloak of authority...... Hence it is that he approves of your having published a precaution, that heedless readers may not be deceived with his fluid and nervous style, and with the fame, that he has acquired. He was pleased with... and desired me, if you should send any thing else of that nature to give him the satisfaction of the perusal of it. ec. ec.
656. Plut. Ex versione Xylandri Itasil. 1570. Sicut..... qui ex arte et callide adulantur aliquando multis et longis laudationibus vituperationes admiscent leviculas..... ita malignitas; ut fidem criminibus faciat, laudem simul ponit.
657. V. Tillem. Mem. Eccl. T. IX. p. 132. e 134. Bolland. 9. May p. 370.
658. S. Greg. Naz. Orat. V. p. 135. «spiritum amicitiae posthabere minime sustinuisti, quandoquidem pluris nos fortasse, quam alios omnes ducis: ita rursum spiritum nobis longe anteponis». Parlò anche più chiaro nell'Orazione funebre 20. p. 357. Vedi la Vita di S. Basilio Tom. III. Ediz. de Bened. p. 112.
659. S. Greg. Naz. Orat. 7.
660. Tillem. Mem. Eccl. T. IX. p. 558. Du Pin. 656.
661. Carm. I. p. 7.
662. Or. VII. p. 142-43. etc.
663. Leggete di grazia la sua Oraz. Apologetica. Tom. I. Orat. I.
664. Carm. I. p. 8. 9. Carm. VI. p. 74. Orat. 8. p. 147-48.
665. Carm. I. p. 9. Epist. 65. p. 824. Epist. 222. p. 900.
666. Orat. 25. p. 439.
667. Ep. 222 p. 910.
668. Ep. 14 p. 777.
669. Tillem. Mem. Ecclesiastic. Tom. IX. p. 412 T. IV.
670. Vedi l'Oraz. 27 de se ipso et ad eos, qui ipsum Cathedram Constantinopol. affectare dicebant.
671. Soz. l. 4. C. 2. 7. Ruff. L. 1. c. 25. Philost. l. 8 c. 2, Greg. Carm. 1 p. 10. Orat. 32 pag. 525.
672. Tillem. Mem. Eccles. T. IX. pag. 407 e pag. 431.
673. Sozom. l. VII. c. V. Suida in V. Δημοφιλος Niceph. L. 12 c. 8.
674. Carm. I. p. 17. 18. Orat. 28 p. 483.
675. Soz. L. 7. C. 7.
676. Vedi l'Oraz. 27 sopracc.
677. Carm. I. p. 24.
678. d. Carm. p. 30.
679. Carm. I. p. 30.
680. Carm. I. p. 30.
681. Sozom. L. 7. c. 7 ex Vales. Ac mihi quidem sapientissimum hunc virum tum ob alia multa, cum maxime in hoc negotio mirari subit. Nam neque fasta elatus propter facundiam, nec inanis gloriae studio ei Ecclesiae praesidere concupivit, quam pene extinctam ac mortuam ipse regendam susceperat. Sed reposcentibus Episcopis depositum reddidit, nihil de multis laboribus conquestus, nihil de periculis, quae adversus haereses decertans subierat etc. V. Tillem. Tom. I. Mem. Eccl. p. 479. e Basnage Annal. V. III p. 76. ec.
682. Jam quod ab altera parte huic respondet, nemo non videt, bonum scilicet aliquod videri impune posse omitti. Sed tamen malitiose hoc fit, quando quod omittitur in locum incidit, qui ad historiam pertinet. Illibenter enim laudare non est, quam libenter vituperare, honestius, fortasse etiam turpius. Plutar. de Herod. Malignit.
683. Id ibid. Quartum ergo signum est ingenii in historia scribenda parum aequi, cum duo sunt aut plures una de re sermones, deteriorem amplecti... Ac de rebus, quas gestas fuisse constat, caussa autem et institutum actionis in obscuro est; malignus est, qui in deteriorem partem conjecturas facit ... tum qui praeclaris factis caussam subjiciunt vitiosam, calumniandoque in sinistras abducunt suspiciones de latente ejus, qui rem gessit, consilio; quando ipsum factum palam vituperare non possunt.... hos liquet ad summam invidentiam et nequitiam nihil sibi fecisse reliquum.
684. Orat. 19. p. 78.
685. Carm. I. de V. S. p. 22. 21.
686. Neppur questo elogio è senza eccezione. Nel N. 1. intende di dir solamente, che tal'era l'indole naturale di Gregorio, quando non era infiammata o indurita dallo zelo religioso. Il fondamento dell'eccezione è l'esortazione fatta a Nettadio di perseguitare gli Eretici di Costantinopoli. Perchè dunque non citare nè le parole, nè il luogo? La ragione è patente. Perchè tutta la persecuzione doveva consistere in pregare l'Imperatore a non permettere, che gli Apollinaristi colla loro libertà di predicare, e con la loro licenza rovesciassero un domma fondamentale. Vedi la Lett. a Nettar. indic. col tit. di Orazione 46. La mansuetudine di S. Gregorio verso gli Eretici è sorprendente. Vedi la sua Ep. 81. e Tillem. nella sua vita art. 67.
687. Il disprezzo dell'A. pe' Sinodi quantunque legittimi ed ecumenici è già manifesto dal Cap. 20. della sua Stor. T. IV. in f. Vedi la Confutazione del Ch. Sig. Ab. Spedalieri P. 1. Sez. 5 c. 4.
688. L. V. C. 7 e 8.
689. Ad. an. 381. §. 22. V. Basnage Annal. Vol. III. p. 76.
690. T. IX. M. Eccl. V. de S. Gregoire de Naz. art. 69. p. 473.
691. Lib. VI. Ep. 31.
692. Can. Sancta Romana Dist. 15. Sancta R. Ecclesia post illas veteris testamenti et novi scripturas... etiam has suscipi non prohibet. S. Synodum Constantinopolitanam, mediante Theodosio Seniore A., in qua Macedonius haereticus debitam damnationem excepit.
693. L. I. ep. 23 p. 390.
694. Lup. in Schol. T. I. p. 368. Nat. Alex. Diss. 37. ad saec. IV.
695. Ita ne raptus est murus fidei gratiae et sanctitatis, quem toties ingruentibus Gothorum catervis, nequaquam tamen potuerunt barbarica penetrare tela, expugnare multarum gentium bellicus furor?... Urgebat et praeliabatur S. Acholius non gladiis, sed orationibus, non telis, sed meritis percurrebat omnia excursu frequenti Costantinopolim, Achajam, Epirum, Italiam. Venit enim tamquam David ad pacem populi reformandam. V. Ep. XV. et XVI. S. Ambros. Hermant. V. de S. Ambr. L. 3 c. 6. Till. T. 9. M. Eccl. pag 478. Vedi Van-Espen. de Cura Episcop. Part. I. Tom. 16. cap. 3. etc.
696. Chardon. T. I. p. 86. etc. L'A. de Re Sacramentar. L. 2. Quaest. 6. Append. §. I. Berti de Theol. discipl. L. 31. c. 23. Prop. 2.
697. V. Trident. Syn. Sess. 6. cap. 4. et Sess. 7. c. 4.
698. De Ob. Valent. Consol. T. 2. p. 1188. etc.
699. Ibid. §. 53 ivi S. Ambr. porta la parità del Martirio. «Quid aliud in nobis est nisi voluntas, nisi petitio? Si quia solemniter non sunt celebrata mysteria hoc movet: ergo nec martyres, si cathecumeni fuerint, coronentur... Quod si suo abluuntur sanguine, et hunc sua pietas abluit et voluntas. Nel qual luogo notano gli eruditi Editori Benedettini: Idem sensus fuit totius Christianae antiquitatis, circa Martyres... Et certe ne Ambrosius videatur hic loqui ad gratiam. Vide Serm. 3. in Psalm. 118. N. 14. Sed ei praeiverat Tertull. L. de Bapt. c. 16. Cyprian. Ep. 73 ad Juba. jan. et al. sicut eosdem Augustinus, posterioresque in hoc secuti sunt.»
700. P. 1194. § 76. l. cit. V. Not. B. Editor.
701. S. Ambros Serm. 2.
Negant coecum illuminatum, sed ille non negat se sanatum. Notus homo est, publicis cum valeret mancipatus obsequiis, Severus nomine, lanius ministerio. Deposuerat officium postquam inciderat impedimentum. Vocat ad testimonium homines, quorum ante substentabatur obsequiis etc.
702. S. Aug. lib. 9. Cons. C. 7.
703. Lib. 22. C. 8.
704. Serm. 39 de divers. «Ibi eram, Mediolani eram, facta miracula VIDI, novi attestantem Deum pretiosis mortibus sanctorum suorum. Coecus notissimus universae Civitati illuminatus est. Cucurrit, adduci se fecit, forte adhuc vivit. In ipsa eorum Basilica, ubi sunt corpora totam vitam suam se serviturum esse devovit».
705. V. Franc. Veron. Reg. Fid. Cath. §. 3. in Append. ad Natal. Alexand.
706. Il Sig. Gibbon non vuol miracoli di veruna sorta, nè in verun tempo: egli investe quelli degli Apostoli, e di Gesù Cristo medesimo. Vedi il Saggio di Confutazione di Niccola Spedalieri ec.
707. Quantum ergo signum est etc. Vedi il Muratori De Ingenior. moderat. in Relig. neg. l. 3. C. 11.
708. Lib. 16. Tit. 2. L. 25. p. 64. In quello del Cuiacio Lugduni 1566 si legge sotto il tit. generale de Episcop. et Cler.
709. Lib. 9. T. 29. L. 1.
710. V. Sulle leggi contro gli Eretici Enr. Cocc. de Hug. Grot. Lib. 2. cap. 20. §. 50, il quale cita le dissertazioni di B. Par. Tom. 2. Ed. Lausan. 1752. p. 403.
Ita jure communi, et legibus primorum Christianissimorum Imperatorum tota haec causa accuratissime saeculo IV, et V definita est, et omni ex parte pro natura delicti, et modo circumstantiarum aequa justaque satis severitate in haereticos a Catholicae Ecclesiae regula deviantes animadvertitur. Vedi ancora Not. Vales. ad cap. 3. L. 7. H. E. Socrat. Si conviene però del principio Platonico, che la pena della ignoranza, e del semplice errore sia l'istruzione: onde sono lodevolissimi que' Sovrani i quali con una giusta tolleranza provvedono egualmente alla Religione e allo Stato.
711. T. 8. p. 811. Ed. de' Maur.
712. T. 2. Ep. 237. p. 850.
713. Haeres. 70.
714. Contr. Mendac. T. 6.
715. L. 2. Retract. C. 60. Tunc et contra mendacium scripsi librum, cujus operis ea causa extitit, quod ad Priscillianistas investigandos, qui haeresim suam non solum negando, atque mentiendo, verum etiam pejerando existimant occulendam, visum est quibusdam Catholicis Priscillianistas se debere simulare, ut eorum latebras penetrarent. Quod ego fieri prohibens hunc librum condidi. — Un nemico così giurato della menzogna, e della simulazione dovremo dirlo calunniatore? È ella questa la ragionevolezza del nostro secolo?
716. Jo. Albert. Fabric. collect. veter. PP. Brixieni. p. 45.
717. Sulp. Sever. Hist. Sacr. L. 2. Edit. Hieron. de Prato T. 2. §. 47. 48.
718. Histoire des dogm. de Manich. T. 2. I. 9. p. 755.
719. Hieron. in Catalog. Script. N. CXXI
720. Sulp. L. 2. Hist. S. §. 50.
721. Socrat. H. E. Lib. 7. C. 3. S. Leon. Ep. 15. Ediz. del Cacc. v. Hermant. V. de S. Ambroise L. 5. C. 4. e L. 7. C. 1.
722. Epist. ad Ctesiph. adv. Pelag.
723. Ibid.
724. Lib. 2. Hist. Sac. §. 50. Ed. Hieron. de Prato.
725. Sever. Sulp. in Vit. Mart. C. 20.
726. Plutarch. loc. cit.
727. Paneg. ad Theodos. C. 29. Quin etiam cum (Episcopi) judiciis capitalibus adstitissent, cum gemitus, et tormenta miserorum auribus ac luminibus hausissent etc.
728. H. S. L. 2. §. 51.
729. Vedi Calogerà Vol. 27. Bachiar. illustr. seu de Priscill. haeres.
730. Quid adhuc proxime proditum sit Manichaeos sceleris admittere non argumentis, neque suspicionibus dubiis vel incertis, sed ipsorum confessione, inter judicia prolatis, malo quod ex gestis ipsis tua sanctitas quam ex nostro ore cognoscas, quia hujuscemodi non modo facta turpia, verum etiam foeda dictu proloqui sine rubore non possumus. Baron. Annal. T. 4. ad An. 387. p. 440.
731. Serm. 6 de Epiph. C. 5.
732. Serm. 4 de Nativ. C. 4. Serm. 2 de Pentec. C. 2. V, Cacciar. de Manich. haeres. Cap. 7 e 9. Exercit. de Priscill. haeres.
733. Epist. ad. Episc. Ital. — Ad instructionem vestram ipsa acta direximus, quibus lectis omnia quae a nobis reprehensa sunt nosse poteritis. 8. Ap. Quesnel. al. 11. Cap. 1.
734. Ep. 15 ac Turrib. Asturic. C. 4 — qui sicut in nostro examine detecti atque convicti per omnia sint a nostra fidei unitate discordes. —
735. Ann. T. 4 p. 359 etc.
736. T. 1. H. E. p. 301. 302. Romae 1717.
737. T. 4. Sec. 4. Art. 17.
738. T. 4. Hist. Ec. Ed. Bruxell. p. 384. etc.
739. Sec. 4. Art. 15 §. 22.
740. Stor. Eccl. Lib. 18.
741. Sopr. Cit.
742. Sec. 4 an. 381 vol. 1 p. 278.
743. T. 1 p. 891.
744. In Epist. S. Hieron. ad Ctesiph. T. 2 p. 164 in Not.
745. Centur. 4. C. 5 p. 225 e Cap. 11 p. 812.
746. Annal. Polit. Eccl. T. 3 p. 72.