... A fronte recedant
Imperii.
Pure non sembra che quest'Eunuco si fosse attribuito alcuno degli ufizj di forze nell'Impero; ed è chiamato solo Praepositus sacri cubiculi nell'editto del suo esilio. Vedi Cod. Teod. Lib. IX. tit. 40, leg. 17.
Jamque oblita sui nec sobria divitiis mens
In miseras leges hominumque negotia ludit:
Judicat Eunuchus.....
Arma, etiam violare parat.....
Claudiano (l. 229, 270) con quella mescolanza di sdegno e di fantasia, che sempre piace in un Poeta satirico, descrive l'insolente follìa dell'Eunuco, la vergogna dell'Impero, e la gioia de' Goti.
.... Gaudet, cum viderit hostis,
Et sentit jam deesse viros.
516. La viva descrizione, che fa il Poeta della sua deformità (1. 110, 125) vien confermata dall'autentica testimonianza del Grisostomo (Tom. III. p. 384 edit. Monfauc.) il quale osserva, che quando era tolto il belletto, la faccia d'Eutropio appariva più brutta e rugosa di quella d'una vecchia. Claudiano osserva (1, 469) e tal osservazione dev'esser fondata sull'esperienza, che appena si trova qualche intervallo fra la gioventù e la decrepitezza d'un Eunuco.
517. Sembra, ch'Eutropio fosse nativo dell'Armenia o dell'Assiria. I suoi tre servizi, che Claudiano più particolarmente descrive, son questi: 1. consumò varj anni in qualità di drudo di Tolomeo, palafreniere, o guardia delle stalle Imperiali: 2. Tolomeo lo diede al vecchio Generale Arinteo, per il quale con grande abilità esercitò la profession di ruffiano: 3. fu dato alla Figlia d'Arinteo quando si maritò; ed il futuro Consolo era impiegato in pettinare, in presentare il mesciroba d'argento, in bagnare, ed in far vento alla sua padrona in tempo di state. Vedi l. 1, 31, 137.
518. Claudiano (lib. 1. in Eutrop. 2, 22) dopo aver enumerato i varj prodigi delle nascite mostruose, degli animali parlanti, delle piogge di sangue e di sassi, de' Soli raddoppiati ec. soggiunge con qualche esagerazione:
Omnia cesserunt Eunucho constile monstra.
Il primo libro finisce con un nobil discorso della Dea Roma ad Onorio suo favorito, esecrando la nuova ignominia, a cui trovavasi esposta.
519. Fl. Mallio Teodoro, i civili onori e le opere filosofiche del quale si celebrarono da Claudiano in un panegirico molto elegante.
520. Μεθυων δε ηδη των πλουτω ebrio di ricchezze è la forte espressione di Zosimo (l. V. p. 301); e vien esecrata ugualmente l'avarizia d'Eutropio nel Lessico di Suida, e nella cronica di Marcellino. Grisostomo aveva ammonito più volte il favorito della vanità e del pericolo della smoderata ricchezza Tom. III. p. 381.
.... certantum saepe duorum
Diversum suspendit onus; cum pendere Judex
Vergit, ut in geminias nutat provincia lances.
Claudiano (I, 192, 209) distingue sì esattamente le circostanze della vendita, che sembrano tutte allusive ad aneddoti particolari.
522. Claudiano (l. 154, 120) fa menzione della colpa e dell'esilio d'Abbondanzio, nè poteva mancare di citar l'esempio dell'artefice, che fece la prima esperienza del Toro di bronzo, che presentò a Falaride. Vedi Zosimo L. V. p. 302 Girolam. Tom. I. p. 26. Può facilmente conciliarsi la differenza del luogo; ma l'autorità decisiva d'Asterio d'Amusea (Orat. 4. p. 76. ap. Tillemont Hist. des Emper, Tom. V. p. 435) deve far pendere la bilancia in favore di Pitio.
523. Suida ha fatto una pittura molto svantaggiosa di Timasio, tratta probabilmente dall'istoria d'Eunapio. La descrizione del suo accusatore, de' giudici, del processo perfettamente conviene alla pratica delle Corti antiche e moderne. Vedi Zosimo L. V. p. 298, 299, 300. Io son quasi tentato a citare il romanzo d'un gran maestro (Fielding. oper. vol. IV. p. 49. etc. 80) che si può considerare come l'istoria della natura umana.
524. Il grande Oasi era uno de' luoghi nelle arene della Libia irrigato dall'acqua, e capace di produrre grano, orzo, e palme. Conteneva circa tre giornate di cammino dal Nord al Sud, circa mezza giornata in larghezza, ed era distante cinque giornata circa dall'Occidente d'Abido sul Nilo. Vedi Danville descript. de l'Egypte p. 186, 187, 188. Lo steril deserto che circonda Oasi (Zosim. L. V. p. 300) ha suggerito l'idea d'una comparativa fertilità, ed anche l'epiteto d'Isola felice (Erodot. III 27).
525. Quel verso di Claudiano in Eutrop., l. 2. 180.
Marmaricus claris violatur caedibus Hammon
evidentemente allude alla sua persuasione della morte di Timasio.
526. Sozomeno L. VIII, c 7. Ei parla secondo le relazioni ως τινος επυδομεν come udimmo dire.
527. Zosimo L. V. p. 300. Pure sembra sospettare, che si spargesse questo romore dagli amici d'Eutropio.
528. Vedi il Codice Teodosiano (Lib. IX, tit. 14, ad legem Cornel, de sicariis leg. 3), ed il codice di Giustiniano (Lib. IX. Tit. 8. ad legem Juliam majestat. leg. 5). L'alterazione del titolo dall'omicidio al delitto di lesa Maestà, fu un'invenzione del sottil Triboniano. Il Gotofredo in una disertazione apposta, che ha inserito nel suo comentario, illustra questa legge d'Arcadio, e ne spiega tutti i passi difficili, che si erano pervertiti da Giurisconsulti de' secoli più tenebrosi. Cod. Tom. III. pagina 88, 111.
529. Bartolo intende una semplice e pura cognizione senz'alcun segno d'approvazione o concorso. Per causa di questa opinione, dice Baldo, egli adesso brucia nell'Inferno. Quanto a me continua il discreto Eineccio (Elem. Jur. Civ. L. IV p. 411) bisogna che approvi la teoria del Bartolo; ma in pratica inclinerei al sentimento di Baldo. Pure Bartolo fu gravemente citato da' legali del Card. Richelieu; ed Eutropio indirettamente fu reo della morte del virtuoso de Thou.
530. Gotofredo Tom. III. p. 89. Si è però supposto che questa legge, così ripugnante alle massime della libertà Germanica, sia stata aggiunta per frode alla Bolla d'Oro.
531. Zosimo (l. V. p. 304, 312) ci dà una copiosa e circostanziata narrazione delle rivolte di Tribigildo e di Gaina, ch'egli avrebbe potuto riservare ad avvenimenti di maggiore importanza. Vedasi anche Socrate L. VI. c. 6, e Sozomeno L. VIII c. 4. Il secondo libro di Claudiano contro Eutropio è un bel pezzo d'Istoria, quantunque imperfetto.
532. Claudiano (in Eutrop. l. 11. 237, 250) con molta accuratezza osserva, che l'antico nome e la nazione de' Frigj estendevasi molto da ogni parte, finattantochè ne furon ristretti i confini dalle colonie de' Bitinj di Tracia, de' Greci, e finalmente de' Galli. La sua descrizione (II. 57, 272) della fertilità della Frigia o de' quattro fiumi, che portan oro è giusta e pittoresca.
533. Zenofonte, Anabas. L. 1. p. 11, 12, Ediz. d'Hutch; Strabone L. XII. p. 865, ediz. d'Amsterd., Q. Curzio l. III. c. 1. Claudiano compara l'unione del Marsia e del Meandro a quella della Saona e del Rodano; con quella differenza però che il più piccolo de' fiumi Frigj non è accelerato, ma ritardato dal più grande.
534. Selgae, colonia de' Lacedemoni, aveva anticamente numerato ventimila cittadini; ma al tempo di Zosimo era ridotta ad una πολιχνη, o piccola città. Vedi Cellar., Geogr. antiq. Tom. II. p. 117.
535. Il consiglio d'Eutropio, appresso Claudiano, si può paragonare a quello di Domiziano nella quarta satira di Giovenale. I principali membri del primo erano Juvenes protervi, lascivique senes; uno di essi era stato cuoco, un altro cardator di lana. Il linguaggio dell'originaria lor professione avvilisce la dignità da essi assunta; e la frivola conversazione loro intorno a tragedie, danzatori ec. si rende sempre più ridicola dall'importanza della discussione.
536. Claudiano (l. 11. 376, 461) l'ha notato d'infamia; e Zosimo in tuono più moderato conferma le sue accuse l. V. p. 305.
537. La cospirazione di Gaina e di Tribigildo, che si attesta dall'Istorico Greco, non era giunta agli orecchi di Claudiano, che attribuisce la rivolta dell'Ostrogoto al marziale suo spirito, ed all'avviso della sua moglie.
538. Quest'aneddoto, che il solo Filostorgio ci ha conservato (L. XI. c. 6. Gotofred, dissert. p. 451, 456) è curioso ed importante; mentre collega la rivolta de' Goti con gl'intrighi segreti del Palazzo.
539. Vedi l'Omilia di Grisostomo (Tom. III p. 381, 386.) di cui l'esordio è sommamente bello. Socrate Lib. VI c. 5, Sozomeno L. VIII. c. 7. Il Montfaucon (nella sua vita del Grisostomo Tom. XIII. p. 135) troppo leggiermente suppone, che Tribigildo fosse attualmente in Costantinopoli; e ch'egli comandasse i soldati, a' quali fu ordinato di prender Eutropio. Anche Claudiano, Poeta Gentile (Praefat. ad. Lib. II. in Eutr. 27) ha fatto menzione della fuga dell'Eunuco al Santuario.
Suppliciterque pias humilis prostratus ad aras
Mitigat iratas voce tremente nurus.
540. Il Grisostomo in un'altra Omilia (Tom. III. p. 396) dichiara, che se Eutropio non avesse abbandonato la Chiesa non sarebbe stato preso. Zosimo al contrario pretende (L. V. p. 313) che i suoi nemici l'estraessero a forza εξαρπασωνινου αυτον dal santuario. La promessa però è una prova di qualche trattato; e la forte asserzione di Claudiano (Praefat. ed. L. II. 46).
Sed tamen exemplo non feriere tuo,
può riguardarsi come una prova di qualche promessa.
541. Cod. Teodos. Lib. IX. Tit. XL. leg. 14. La data di questa legge (de' 17 Gennaio dell'anno 399) è corrotta ed erronea, mentre la caduta d'Eutropio non potè avvenire fino all'autunno del medesimo anno. Vedi Tillemont Hist. des Emper. Tom. V p. 780.
542. Zosimo L. V. p. 313. Filostorg. l. XI. c. 6.
543. Zosimo (L. V. p. 313, 323), Socrate (L, VI c. 4), Sozomeno (L. VIII. c. 4), e Teodoreto (L. V. c. 32, 33) raccontano, sebbene con qualche varietà di circostanze, la cospirazione, la disfatta e la morte di Gaina.
544. Οσιας Ευφημιας μαρτυριον, la Chiesa della martire S. Eufemia, è l'espressione di Zosimo stesso (L. V. p. 314) che senz'accorgersene usa il solito linguaggio de' Cristiani. Evagrio descrive (l. 11. c. 3) la situazione, l'architettura, le reliquie ed i miracoli di quella celebre Chiesa, nella quale di poi fu tenuto il Concilio generale di Calcedonia.
545. Le pie rimostranze del Grisostomo, che non si trovano ne' suoi propri scritti, vengon rappresentate con forza da Teodoreto; ma ciò ch'egli accenna, che avessero un buon successo, è contraddetto da' fatti. Il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. V. p. 389) ha scoperto che l'Imperatore, per soddisfare le rapaci domande di Gaina, fu obbligato a fondere l'argenteria della Chiesa degli Apostoli.
546. Gl'Istorici Ecclesiastici che ora guidano, ora seguono, in pubblica opinione, confidentemente asseriscono, che il Palazzo di Costantinopoli era guardato da legioni di Angeli.
547. Zosimo (l. V. p. 319) fa menzione di queste galere dando loro il nome di Liburnie, ed osserva, ch'esse eran tanto veloci quanto i vascelli con cinquanta remi, senza spiegare la differenza ch'era fra loro; ma che in celerità eran molto inferiori alle Triremi, che da gran tempo erano andate in disuso. A ragione però conclude, coll'autorità di Polibio, che al tempo delle guerre Puniche si eran costrutte galere di assai maggior grandezza. Dopo lo stabilimento del Romano Impero sul Mediterraneo, probabilmente s'era trascurata, ed alla fine dimenticata l'inutile arte di costruire grosse navi da guerra.
548. Chishull (viaggi p. 61, 72, 73, 76) passò da Gallipoli per Adrianopoli al Danubio in circa quindici giorni. Egli era nel seguito d'un ambasciatore Inglese, il bagaglio del quale occupava settantuno carri. Quest'erudito viaggiatore ha il merito d'aver descritto una curiosa e non frequentata strada.
549. Il racconto di Zosimo, che conduce effettivamente Gaina di là dal Danubio, si dee correggere coll'autorità di Socrate e di Sozomeno, che dicono esser egli stato ucciso nella Tracia: e dalle precise ed autentiche date della Cronica Alessandrina o Pasquale p. 307. La vittoria navale dell'Ellesponto ivi è fissata nel mese Apellaeus, il decimo delle calende di Gennaio (23 Decembre): il capo di Gaina fu portato a Costantinopoli il terzo delle none di Gennaio, (3 Gennaio) nel mese Audinaeus.
550. Eusebio Scolastico s'acquistò molta fama col suo Poema sulla guerra Gotica, nella quale avea militato. Quasi quarant'anni dopo, Ammonio recitò un altro poema sul medesimo soggetto alla presenza dell'Imperator Teodosio. Vedi Socrate l. VI. c. 6.
551. Il sesto libro di Socrate, l'ottavo di Sozomeno, ed il quinto di Teodoreto somministrano curiosi ed autentici materiali per la vita di Gio. Grisostomo. Oltre quegli Istorici generali, ho preso per mie guide i quattro principali Biografi del Santo: 1. L'autore d'un'appassionata e parziale apologia dell'Arcivescovo di Costantinopoli, composta in forma di dialogo, e sotto nome di Palladio, Vescovo d'Elenopoli, zelante suo partigiano; Tillemont (Mem. Eccl. T. XI. p. 500-533). Questa è inserita fra le opere del Grisostomo Tom. XII. p. 1-90 dell'ediz. del Montfaucon: 2. Il moderato Erasmo (Tom. III. epist. MCL. p. 1331-1347 edit. Lugd. Batav.). La vivacità e il buon senso eran propri di lui; i suoi errori nell'inculto stato di antichità Ecclesiastica, in cui si trovava, erano quasi inevitabili: 3. L'erudito Tillemont. (Mem. Eccles. T. XI. p. 1-405, 547-626 ec.) che compila con incredibil pazienza, e religiosa esattezza le vite de' Santi; 4. Il P. Montfaucon, che ha letto quelle opere con la curiosa diligenza d'un editore, ha scoperto varie nuove Omilie, e di nuovo ha rivista e composta la vita del Grisostomo Oper. Chrisostom. Tom. XIII. pag. 91-177.
552. Poichè io sono quasi al buio dei voluminosi discorsi del Grisostomo, mi sono affidato a' due più giudiziosi e moderati critici Ecclesiastici, Erasmo (Tom. III. p. 1344), e Dupin (Bibl. Eccl. Tom. III. p. 38): pure il buon gusto del primo è qualche volta viziato da un eccessivo amore dell'antichità; ed il buon senso dell'altro è sempre frenato da prudenziali riflessi.
553. Le donne di Costantinopoli si distinsero per la nemicizia o per l'attacco loro al Grisostomo. Tre nobili e ricche vedove, Marsa, Castricia ed Eugrafia, erano le condottiere della persecuzione: Pallad. Dialog. Tom. XIII. p. 14. Era impossibile, che esse perdonassero ad un Predicatore, che rimproverava loro l'affettazione di nascondere con gli ornamenti delle vesti l'età e la bruttezza loro; Pallad. p. 27. Olimpia, con un uguale zelo, impiegato in una causa più pia, ha ottenuto il titolo di Santa. Vedi Tillemont Mem. Eccles. T. XI. pag. 416-440.
554. Sozomeno e Socrate più specialmente hanno definito il vero carattere del Grisostomo con una moderata ed imparziale libertà, molto offensiva per i ciechi suoi ammiratori. Quest'Istorici vissero nella successiva generazione, quando la forza del partito era abbattuta, e conversarono con molte persone pienamente informate delle virtù e delle imperfezioni del Santo.
555. Palladio (Tom. XIII. p. 40 ec.) difende molto seriamente l'Arcivescovo. 1. Ei non gustava mai vino; 2. La debolezza del suo stomaco richiedeva una maniera particolare di cibarsi; 3. Gli affari, lo studio, e la devozione spesso lo tenevan digiuno fino al tramontar del sole; 4. Detestava lo strepito, e la leggierezza dei gran pranzi; 5. risparmiava la spesa pei poveri; 6. Temeva, in una Capitale come Costantinopoli, l'invidia e l'accusa di parziali inviti.
556. Grisostomo dichiara liberamente la sua opinione (T. IX. Homil. III. in Act. Apostol. p. 29), che il numero dei Vescovi, che si potevan salvare, era ben piccolo in paragone di quelli, che si sarebber dannati.
557. Vedi Tillemont, Mem. Eccles. Tom. XI. p. 441-500.
558. Ho tralasciato a bella posta la controversia, che nacque tra i monaci dell'Egitto intorno all'Origenianismo, ed all'Antropomorfismo; la violenza e la dissimulazione di Teofilo; l'artificioso maneggio che fece della semplicità d'Epifanio; la persecuzione e la fuga de' lunghi, od alti fratelli; l'ambiguo sussidio, che essi ricevettero a Costantinopoli dal Grisostomo ec. ec.
559. Fozio (p. 53-60) ci ha conservato gli atti originali del Sinodo della Quercia, i quali distruggono la falsa asserzione, che il Grisostomo fosse condannato da non più di trentasei Vescovi; dei quali ventinove erano Egiziani. Quarantacinque furono i Vescovi che sottoscrissero la sua sentenza. Vedi Tillemont. Mem. Eccles. Tom. XI. p. 595.
560. Palladio confessa (p. 30) che se il popolo di Costantinopoli avesse trovato Teofilo, sicuramente l'avrebbe gettato nel mare. Socrate fa menzione (l. VI. c. 17) d'una pugna seguita fra la plebe ed i marinari d'Alessandria, in cui molti restaron feriti, ed alcuni perderon la vita. Il macello de' Monaci si riporta solamente dal Pagano Zosimo (l. V. p. 324), il quale osserva, che il Grisostomo aveva un singolar talento per condurre l'ignorante moltitudine, ην γαρ ο αντροπος αλογον οχλον υπαγαγεθαι θεινοε. Era egli un uomo valente per trarre l'irragionevole turba.
561. Vedi Socrate (l. VI. c. 18), Sozomeno (l. VIII. c. 10). Zosimo (L. V. p. 324, 327) fa menzione in termini generali delle sue invettive contro Eudossia. Vien rigettata come spuria l'Omilia, che principia con quelle parole; Montfaucon Tom. XII. p. 251. Tillemont Mem. Eccl. Tom. XI. p. 603.
562. Poteva naturalmente aspettarsi tale accusa da Zosimo (l. V. p. 327), ma è molto notabile, che questa fosse anche confermata da Socrate (l. VI. c. 18) e dalla Cronica Pasquale p. 307.
563. Egli espone quegli speciosi motivi (post reditum c. 13, 14) col linguaggio d'oratore e di politico.
564. Tuttavia ci restano dugentoquarantadue lettere del Grisostomo (oper. Tom. III. p. 528-736). Sono esse indirizzate ad una gran varietà di persone, e dimostrano una fermezza d'animo ben superiore a quella di Cicerone nel suo esilio. La decimaquarta contiene una curiosa narrazione dei pericoli del suo viaggio.
565. Dopo l'esilio del Grisostomo, Teofilo pubblicò un enorme ed orribil volume contro di lui, nel quale continuamente ripete le civili espressioni di hostem humanitatis, sacrilegorum principem, immundum daemonem. Egli afferma che il Grisostomo ha dato la sua anima in adulterio al diavolo e brama che gli sia applicato qualche ulteriore castigo, eguale, se è possibile, alla grandezza de' suoi delitti. S. Girolamo, ad istanza del suo amico Teofilo, tradusse quest'edificante opera dal Greco in Latino. Vedi Facund. Hermian. defens. pro 3 capitul. lib. VI. c. 5 pubblicata dal Sirmondo oper. T. II. p. 595, 596, 597.
566. Attico, suo successore, ne inserì il nome ne' dittici della Chiesa di Costantinopoli l'anno 418. Dieci anni dopo fu venerato come Santo: Cirillo, che aveva ereditato il posto e le passioni di Teofilo suo zio, cedè con molta ripugnanza. Vedi Facond. Hermian. L. IV c. I. Tillemont Mem. Eccl. Tom. XIV. p. 277, 283.
567. Socrate L. VII. c. 45. Teodoreto L. V. c. 36. Questo avvenimento riconciliò i Giovanniti, che fin'allora avevano ricusato d'obbedire a' suoi successori. Nel tempo della sua vita, i Giovanniti erano rispettati da' Cattolici, come la vera ed ortodossa comunione di Costantinopoli. La lor ostinazione però a grado a grado li trasse sull'orlo dello scisma.
568. Secondo alcuni racconti (Baron. Annal. Eccles. an. 438. n. 9, 10) l'Imperatore fu costretto a mandare una lettera d'invito e di scuse, prima che il corpo del ceremonioso Santo potesse muoversi da Comana.
569. Zosimo L. V. p. 315. Non dovrebbe accusarsi la castità d'un'Imperatrice, senza produrne un testimone; ma è sorprendente, che tal testimone scrivesse e vivesse sotto un Principe, di cui osava d'attaccare la legittimità. Noi dobbiamo supporre, che tal'Istoria fosse un libello di partito, che si leggesse in segreto, e circolasse fra' Pagani. Il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. V. p. 782) non è alieno dall'infamar la riputazione d'Eudossia.
570. Porfirio di Gaza. Il suo zelo fu esaltato dall'ordine che avea ottenuto di distruggere otto templi pagani di quella città. Vedi le curiose particolarità della sua vita (Baronio A. D. 401, num. 17-51) originalmente scritte in Greco, o forse in Siriaco da un monaco, suo diacono favorito.
571. Filostorg. l. XI. c. 8 e Gotofredo Dissert. p. 457.
572. Girolamo descrive (Tom. VI. p. 73, 76) con vivaci colori la regolare e distruttiva marcia delle locuste, che formavano sulla Palestina un'oscura nuvola fra il cielo e la terra. Furono poi disperse da opportuni venti parte nel Mar Morto, e parte nel Mediterraneo.
573. Procop. de Bello Persic. l. I. c. 2. p. 8 edit. Louvre.
574. Agatia (l. IV. p. 136, 137) quantunque confessi l'esistenza di tal tradizione, asserisce, che Procopio fu il primo, che la scrivesse. Il Tillemont (Hist. des Emper. T. VI. p. 597) ragiona molto sensatamente sul merito di questa favola. La sua critica non era ristretta da alcuna Ecclesiastica autorità: sì Procopio che Agatia erano mezzo pagani.
575. Socrate l. VIII. c. 1. Antemio era nipote di Filippo, uno de' Ministri di Costanzo, ed avo dell'Imperatore Antemio. Dopo il suo ritorno dall'ambasceria di Persia fu creato Console, e Prefetto del Pretorio dell'Oriente nell'anno 405: e tenne la Prefettura circa dieci anni. Vedansi gli onori e le lodi di esso appresso il Gotofredo (Cod. Th. T. VI p. 350), ed il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. VI. p. 1).
576. Sozomeno l. IX. c. 5. Ei vide alcuni Scirri occupati nel lavoro vicino al monte Olimpo nella Bitinia, e si lusingava con la vana speranza, che quegli schiavi fossero gli ultimi della nazione.
577. Cod. Theod. l. VII. Tit. XVII. L. XV. Tit. 2. leg. 49.
578. Sozomeno ha riempito tre capitoli con un magnifico panegirico di Pulcheria (l. IX. c. 1, 2, 3); ed il Tillemont (Mem. Eccl. Tom. XV. p. 171, 184) ha destinato un articolo a parte in onore di S. Pulcheria, vergine ed Imperatrice.
579. Suida (Excerpt. p. 68 in script. Byzant.) pretende sulla fede dei Nestoriani che Pulcheria fosse sdegnata col lor fondatore, perchè questi avea censurato i legami di Pulcheria coll'avvenente Paolino e l'incesto di essa col fratello Teodosio.
580. Vedi Du Cange Famil. Byzant. p. 70. Flaccilla sua figlia maggiore o morì prima d'Arcadio, o se visse fino all'anno 431 (Marcellin. Chron.), bisogna, che qualche difetto di mente o di corpo l'escludesse dagli onori del suo grado.
581. Ella fu avvertita, con replicati sogni, del luogo in cui le reliquie de' 40 Martiri eran sepolte. Il terreno era successivamente appartenuto alla casa ed al giardino di una donna di Costantinopoli, ad un convento di monaci Macedoni, e ad una Chiesa di S. Tirso, fondata da Cesario ch'era console l'anno 397; e la memoria di quelle reliquie era quasi spenta del tutto. Ad onta delle caritatevoli brame del D. Jortin (Osservazioni, tomo IV. p. 234) non è facile credere che Pulcheria non abbia avuto parte nella pia frode, avvenuta, a quanto pare, quand'ella aveva più di trentacinque anni.
582. V'è una differenza notabile fra i due Storici ecclesiastici, che in generale hanno tanta somiglianza fra loro. Sozomeno (L. XI. c. 1) attribuisce a Pulcheria il governo dell'Impero, e l'educazione del fratello, ch'egli appena s'induce a lodare. Socrate, quantunque affettatamente rigetti ogni speranza di favore o di fama, compone un elaborato panegirico dell'Imperatore, e cautamente sopprime i meriti della sorella (l. VII. c. 22, 42). Filostorgio (l. XII. c. 7) esprime l'influenza di Pulcheria in un tuono gentile e da cortigiano τας βασιλικας σημειωτεις υπηρετουμενη και διενθυνουσει (osservando e dirigendo le Imperiali sottoscrizioni). Suida (Excerpt. p. 53) fa il vero carattere di Teodosio, ed io ho seguitato l'esempio del Tillemont (Tom. VI. p. 25) nel prendere alcuni tratti da' Greci moderni.
583. Teodoreto (L. V. c. 37). Il Vescovo di Cirro uno dei primi uomini del suo secolo per la dottrina e per la pietà, applaudisce all'ubbidienza di Teodosio verso le divine leggi.
584. Socrate (L. VIII. c. 21) fa menzione del suo nome, (ch'era Atenaide figlia di Leonzio, Sofista d'Atene) del suo battesimo, matrimonio, e genio poetico. Il più antico ragguaglio della sua storia è presso Gio. Malala (Part. II. p. 20, 21, edit. Venet. 1753) e nella Cronica Pasquale (p. 311, 312). Questi autori avevano probabilmente veduto le pitture originali dell'Imperatrice Eudossia. I Greci moderni (Zonara, Cedreno) hanno dimostrato la voglia piuttosto che il talento di fingere. Mi sono arrischiato però a prendere da Niceforo l'età di lei. Lo scrittor d'un romanzo non avrebbe mai immaginato, che Atenaide avesse quasi ventotto anni, quando accese il cuore d'un giovane Imperatore.
585. Socrate L. VIII. c. 21. Fozio p. 413, 420. Tuttavia sussiste il centone Omerico, ed è stato più volte stampato; ma si pone in dubbio da' critici il diritto d'Eudossia a quella insipida composizione. Vedi Fabric. Bibl. Graec. Tom. I. p. 357. La Jonia, dizionario miscellaneo d'istoria e di favola, fu compilato da un'altra Imperatrice nominata Eudossia, che visse nell'undecimo secolo; e l'opera tuttora è manoscritta.
586. Il Baronio (Annal. Eccl. an. 438, 439) è copioso, e florido; ma viene accusato di porre le favole di varj tempi al medesimo livello d'autenticità.
587. In questa breve occhiata sopra la disgrazia d'Eudossia, ho imitato la cautela d'Evagrio (l. I. c. 21 ), e del Conte Marcellino (in Cron. an. 440 e 444). Le due autentiche date, che si assegnano da quest'ultimo, rovesciano una gran parte delle finzioni Greche; la celebre storia del pomo ecc. è buona solo per le Notti Arabe, dove può trovarsi qualche cosa non molto dissimile.
588. Prisco (in Excerpt. Legat. p. 69) contemporaneo e cortigiano, fa seccamente menzione del nome Cristiano e Pagano di essa, senz'aggiungere alcun titolo d'onore o di rispetto.
589. Quanto a' due pellegrinaggi d'Eudossia, ed alla sua lunga residenza in Gerusalemme, alle sue devozioni, elemosine ec. Vedi Socrate (l. VII. c. 47) ed Evagrio (l. I. c. 20, 21, 22). La Cronica Pasquale può meritare alle volte del riguardo, e nell'istoria domestica d'Antiochia Gio. Malala diventa uno scrittore di buon'autorità. L'Abate Guenée in una memoria sulla fertilità della Palestina, di cui non ho veduto che un estratto, calcola i doni d'Eudossia a 20,488 libbre d'oro, che sono più d'ottocentomila lire sterline.
590. Teodoreto l. V. c. 39, Tillemont Mem. Eccl. T. XII, p. 356, 364, Assemanni Bibl. Oriental. Tom. III. p. 396. Tom. IV. p. 61. Teodoreto biasima la temerità d'Abdas, ma innalza la costanza del suo martirio.
591. Socrate (l. VII. c. 18, 19, 20, 21) è il migliore autore per la guerra Persiana. Possiamo ancora consultar le tre Croniche, la Pasquale, e quelle di Marcellino e di Malala.
592. Questo racconto della rovina e divisione del regno di Armenia è presa dal terzo libro dell'Istoria Armena di Mosè di Corene. Mancante, com'egli è, d'ogni qualità di buono Istorico, la pratica de' luoghi che ha, le sue passioni, ed i suoi pregiudizi, sono forti prove ch'egli era nativo e contemporaneo. Procopio (de Aedific. l. III. c. 1, 5) riferisce i medesimi fatti in una maniera molto diversa; ma io ho estratto le circostanze per loro stesse più probabili e meno contrarie a Mosè di Corene.
593. Gli Armeni occidentali usavano la lingua ed i caratteri Greci ne' loro ufizi di religione: ma i Persiani proibirono l'uso di quel nemico linguaggio nelle Province orientali, che furon costrette ad usare il Siriaco, sintatochè Mesrobe, nel principio del quinto secolo, inventò le lettere Armene, e fu successivamente fatta la versione della Bibbia in quella lingua; avvenimento, che rallentò l'unione della Chiesa e della nazione con Costantinopoli.
594. Mosè di Corene l. III. c. 59. p. 309 e p. 358. Procop., de aedif. l. 3. c. 5. Teodosiopoli è, o piuttosto era, trentacinque miglia all'oriente d'Arzerum, moderna capitale dell'Armenia Turca. Vedi Danville, Geogr. an. Tom. II p. 99, 100.
595. Mosè di Corene (l. III. c. 63 p. 316). Secondo l'istituzione di S. Gregorio, Apostolo dell'Armenia, l'Arcivescovo era sempre della famiglia reale; circostanza che in qualche modo correggeva l'influenza del carattere sacerdotale, ed univa la mitra con la corona.
596. Tuttavia restò un ramo della casa reale d'Arsace col grado, e i diritti (come sembra) di Satrapo Armeno. Vedi Mosè di Corene l. III. c. 65 p. 321.
597. Valarsace fu creato Re d'Armenia dal Re de' Parti suo fratello subito dopo la disfatta d'Antioco Sidete (Mos. di Corene l. II. c. 2 p. 86) cento trent'anni prima di Cristo. Senza appoggiarci ai varj e contraddittorj periodi de' regni degli ultimi Re, possiamo esser sicuri, che la rovina del Regno di Armenia successe dopo il Concilio di Calcedonia l'anno 451. (l. 3 c. 61 p. 312), e sotto Veramo o Baram Re di Persia (l. III. c. 64 p. 317), che regnò dall'anno 420. al 440. Vedi Assemanni, Bibl. Orient. Tom. III. p. 396.
598. Τα συνεχη κατα στομα φιληματα è l'espressione di Olimpiodoro (ap. Photium p. 197), che intende forse di descrivere le stesse carezze, che Maometto faceva alla sua figlia Fatima. Quando (dice il profeta), quando subit mihi desiderium Paradisi, osculor eam et ingero linguam meam in os ejus. Ma questa sensuale dilettazione era giustificata dal miracolo e dal misterio. Tal aneddoto è stato comunicato al Pubblico dal Rev. P. Maracci nella sua versione, e confutazione del Koran Tom. I. p. 39.
599. Per queste rivoluzioni dell'Impero Occidentale si consultino Olimpiodoro, ap. Foz. p. 192, 193, 196, 197, 200, Sozomeno, l. IX, c. 16, Socrate, l. VII. 23, 24, Filostorgio, l. XII c. 10, 11, e Gotofredo, dissert. p. 486, Procopio, de Bell. Vand. l. 1. c. 3. p. 182, 183. Teofane, in Chronograph. p. 72, 73, e le Croniche.
600. Vedi Grozio, de Jur. Bell. et Pac. l. 11. c. 7. Egli ha laboriosamente, ma invano, tentato di formare un ragionevol sistema di Giurisprudenza da' varj e fra loro contrari modi di real successione, che si sono introdotti dalla frode o dalla forza, dal tempo o dall'accidente.
601. Gli Scrittori originali non convengono (Vedi Muratori, Annali d'Ital. Tom. IV. p. 139) se Valentiniano ricevesse il diadema Imperiale a Roma, o a Ravenna. In questa incertezza io voglio credere, che si dimostrasse qualche rispetto al Senato.
602. Il Conte di Buat (Hist. des Peuples de l'Europe Tom. VII. p. 292, 300) ha stabilito la verità di questa notabil cessione, spiegatine i motivi, e rintracciatene le conseguenze.
603. Vedi la primo novella di Teodosio, con cui ratifica e comunica (l'anno 438) il Codice Teodosiano. Circa quaranta anni prima di quel tempo si era provato l'unità della Legislazione per mezzo d'un'eccezione. Gli Ebrei, ch'erano assai numerosi nelle città della Puglia e della Calabria, produssero una legge dell'Oriente per giustificare la loro esenzione dagli ufizj municipali (Cod. Theodos. lib. XII. Tit. VIII, leg. 13); e l'Imperatore occidentale fu obbligato a derogare con uno special editto ad una legge, quam constat meis partibus esse damnosam. Cod. Theodos. lib. XI. Tit. 1. leg. 158.
604. Cassiodoro (Variar. l. IX. epist. 1 p. 238) ha paragonato fra loro i governi di Placidia e d'Amalasunta. Egli attacca la debolezza della madre di Valentiniano, e loda le virtù della sua real Signora. In tale occasione sembra, che l'adulazione abbia preso il linguaggio della verità.
605. Filostorgio lib. XII. c. 12 col. Gotofred. dissert. p. 493 e Renato Frigerido, ap. Gregor. Turon. l. II. c. 8. in tom II. p. 163. Gaudenzio, illustre cittadino della Provincia della Scizia e Generale di cavalleria, fu il padre d'Ezio: sua madre fu una ricca e nobile Italiana. Fin dalla sua più tenera gioventù, aveva Ezio, e come soldato e come ostaggio, conversato co' Barbari.
606. Quanto al carattere di Bonifazio, vedi Olimpiodoro, ap. Foz. p. 196 e S. Agostino ap. Tillemont, Mem. Eccl. T. XII. p. 712, 715, 886. Il Vescovo d'Ippona deplora a lungo la caduta del suo amico, che dopo un voto solenne di castità avea preso una seconda moglie della setta Arriana, e ch'era sospetto di tenere nella sua casa più concubine.
607. Procopio (de Bell. Vandal. l. 1. c. 3. p. 182, 186) riporta la frode d'Ezio, la rivolta di Bonifazio e la perdita dell'Affrica. Quest'aneddoto, ch'è sostenuto dalla testimonianza di alcuni contemporanei (Vedi Ruinart, Hist. Persecut. Vandal. p. 420, 421) sembra coerente alla pratica delle antiche e moderne Corti, e naturalmente si sarebbe reso palese dal pentimento di Bonifazio.
608. Vedi le Croniche di Prospero e d'Idazio. Salviano (de Gubern. Dei l. VII. p. 246. Par. 1608) attribuisce la vittoria de' Vandali alla superiore loro pietà. Essi digiunarono, pregarono, portaron la Bibbia alla testa dell'esercito, con intenzione forse di rinfacciar la perfidia ed il sacrilegio ai loro nemici.
609. Gizericus (il suo nome vien espresso in varie maniere) statura mediocris et equi casu claudicans, animo profundus, sermone rarus, luxuriae contemptor, ira turbidus, habendi cupidus, ad solicitandus gentes providentissimus, semina contentionum jacere, odia miscere paratus; Giornandes, de reb. Get. c. 33. p. 657. Questo ritratto, ch'è fatto con qualche arte e con forte verisimiglianza, dev'essere stato copiato dall'istoria Gotica di Cassiodoro.
610. Vedi la Cronica d'Idazio. Questo Vescovo, Spagnuolo e contemporaneo, pone il passaggio de' Vandali nel mese di Maggio dell'anno d'Abramo (che comincia d'Ottobre) 2444. Tal data, che combina coll'anno 429, vien confermata da Isidoro, altro Vescovo Spagnuolo, ed è giustamente preferita all'opinione di quegli scrittori, che hanno assegnato a tal fatto uno de' due precedenti anni. (Vedi Pagi, Critica Tom. II. p. 205)
611. Si confronti Procopio (de Bell. Vand. l. 1. c. 5, p. 190) con Vittore Vitense (de persecut. Vand. l. 1. c. 1. p. 3. Edit. Ruinart). Siamo assicurati da Idazio, che Genserico abbandonò la Spagna cum Vandalis omnibus, eorumque familiis; e Possidio (in vit. August. c. 28. ap. Ruinart. p. 427) descrive la sua armata, come, manus ingens immanium gentium Vandalorum et Alanorum commixtam secum habens Gothorum gentem, aliarumque diversarum personas.
612. Quanto a' costumi de' Mori vedi Procopio (de Bell. Vandal. l. 2. c. 6. n. 249), quanto alla figura e carnagione di essi il Buffon (Hist. natur. Tom. III. p. 430), Procopio dice in generale, che i Mori s'erano uniti a' Vandali avanti la morte di Valentiniano (de Bell. Vandal. l. 1. c. 5. p. 190) ed è probabile, che le indipendenti Tribù non abbracciassero alcun sistema uniforme di politica.
613. Vedi Tillemont (Memoir. Eccl. Tom. XIII. p. 516, 558), e tutta la serie della persecuzione ne' monumenti originali pubblicati dal Dupin al fine d'Ottato p. 323, 515.
614. I Vescovi Donatisti nella conferenza di Cartagine, ascendevano a 279 ed asserirono, che tutto il lor numero non era meno di 400. I Cattolici ne avevano 286 presenti, e 120 assenti, oltre sessantaquattro Vescovati vacanti.
615. Il quinto Titolo del XVI libro del Codice Teodosiano Somministra una serie di leggi Imperiali contro i Donatisti dall'anno 400 all'anno 428. Di queste la legge 54 promulgata da Onorio l'anno 414 è la più severa ed efficace.
616. S. Agostino variò la sua opinione intorno al modo con che si dovean trattare gli Eretici. La sua patetica dichiarazione di pietà e d'indulgenza verso i Manichei è stata inserita dal Locke (vol. III. p. 469) fra gli scelti saggi del suo Repertorio. Un altro Filosofo, il celebre Bayle (Tom. II, p. 445, 496), ha ribattuti con superflua diligenza e candore gli argomenti, coi quali il Vescovo d'Ippona giustificò, nella sua vecchiezza, la persecuzione de' Donatisti.
617. Vedi Tillemont (Mem. Eccl. Tom. XIII. p. 586, 592, 806). I Donatisti vantavano delle migliaia di questi martiri volontari. Agostino asserisce, e probabilmente con verità, che questo numero era molto esagerato; e fieramente sostiene, esser meglio, che alcuni si tormentassero in questo Mondo, piuttosto che tutti dovessero bruciare nelle fiamme dell'inferno.
618. Secondo S. Agostino e Teodoreto i Donatisti erano inclinati a' principj, o almeno al partito degli Arriani sostenuto da Genserico. Tillemont, Mem. Eccl. Tom. VI. p. 67.
619. Vedi Baron., Annal. Eccl. an. 428 n. 7 an. 439 n. 35. Il Cardinale, benchè più inchinato a cercare la cagione dei grandi avvenimenti nel cielo che sulla terra, ha osservato l'apparente connessione de' Vandali e de' Donatisti. Sotto il regno de' Barbari, gli Scismatici dell'Affrica goderono un'oscura pace di cento anni, al termine de' quali possiamo di nuovo rintracciarli al lume delle Imperiali persecuzioni. Vedi Tillem., Mem. Eccl. Tom. VI. p. 192.
620. S. Agostino, in una lettera confidenziale al Conte Bonifazio, senza esaminare i fondamenti della contesa, piamente l'esorta a soddisfare i doveri di Cristiano e di suddito, a tirarsi fuori senza dilazione da quella pericolosa e rea situazione, ed anche, se poteva ottenere il consenso della sua moglie, ad abbracciare il celibato e la penitenza (Tillemont, Mem. Ecci. Tom. XIII. p. 890). Il Vescovo era intimamente vincolato con Dario, Ministro della pace. (Ivi, Tom. XIII. p. 928).
621. Le originali querele della desolazione dell'Affrica si contengono: 1. in una lettera di Capreolo, Vescovo di Cartagine per iscusar la sua assenza dal Concilio d'Efeso (ap. Ruinart p. 429): 2. nella vita di S. Agostino scritta dal suo amico e collega Possidio (ap. Ruinart p. 427): 3. nell'istoria della persecuzione Vandalica fatta da Vittore Vitense (l. 1. c. 1, 2, 3, edit. Ruinart). L'ultima pittura, che fu fatta sessant'anni dopo l'evento, esprime più le passioni dell'Autore che la verità de' fatti.
622. Vedi Cellar., Geogr. antiq. Tom. 2. P. II. 112, Leone Affricano, in Ramusio Tom. 1. fol. 70, l'Affrica di Marmol Tom. II. p. 434, 437, i viaggi di Shavv. p. 46, 47. L'antica Ippona Regia fu finalmente distrutta dagli Arabi nel settimo secolo; ma con que' materiali fu fabbricata una nuova città alla distanza di due miglia, e questa conteneva nel decimo sesto secolo circa trecento famiglie d'industriosi, ma turbolenti manifattori. Il territorio addiacente è famoso per un'aria pura, un fertile suolo, ed un'abbondanza, di squisiti frutti.
623. La vita di S. Agostino fatta dal Tillemont, empie un volume in quarto (Tom. XIII delle Mem. Eccl.) di più di mille pagine, e la diligenza di quell'erudito Giansenista fu eccitata, in quest'occasione, dal fazioso e devoto zelo pel fondatore della sua Setta.
624. Tale almeno è il ragguaglio che ne dà Vittore Vitense (de Persec. Vandal. l. 1. c. 3) quantunque sembri che Gennadio dubiti, se alcuno abbia letto, o anche raccolto tutte le opere di S. Agostino (Vedi Hieronym. oper. T. 1. p. 319 in catalog. scriptor. Eccles.). Queste si sono stampate più volte; e il Dupin (Biblioth. Eccl. Tom. III. p. 158, 257) ha fatto un esteso e soddisfacente estratto delle medesime, come stanno nell'ultima edizione de' Benedettini. La mia personal conoscenza col Vescovo d'Ippona non s'estende oltre le Confessioni, e la Città di Dio.
625. Nella prima sua gioventù (Confess. I. 24) S. Agostino non ebbe gusto allo studio del Greco, e lo trascurò; e francamente confessa, ch'ei lesse i Platonici in una versione Latina (Confess. VIII. 9). Alcuni moderni critici hanno pensato, che la sua ignoranza del Greco lo rendesse incapace d'esporre la Scrittura; e Cicerone o Quintiliano avrebbero richiesto la cognizione di questa lingua in un Professor di Rettorica.
626. Siffatte quistioni furono di rado agitate dal tempo di S. Paolo a quello di S. Agostino. Ho saputo che i Patriarchi greci adottavano i sentimenti de' semi-pelagiani, e che l'ortodossia di S. Agostino era tratta dalla scuola de' Manichei.
627. La Chiesa di Roma ha canonizzato Agostino, e riprovato Calvino. Eppure come la reale differenza tra loro è invisibile anche ad un microscopio teologico, i Molinisti sono oppressi dall'autorità del Santo, ed i Giansenisti disonorati dalla loro somiglianza coll'eretico. Frattanto i Protestanti Arminiani stanno in disparte, e deridono la reciproca perplessità de' disputanti. (Vedi una curiosa Rivista della controversia, nella Biblioteca Universale di Le Clerc, Tom. XIV. p. 144-398). Forse un ragionatore, più indipendente ancora, potrebbe ridere, a sua volta, nel leggere un Comentario Arminiano sopra l'Epistola ai Romani.
628. Du Cange, Fam. Byzant. p. 67. Da una parte v'è la testa di Valentiniano, e nel rovescio Bonifazio con una sferza in una mano, e con una palma nell'altra, che sta sopra un carro trionfale tirato da quattro cavalli, e in un'altra medaglia da quattro cervi: sfortunato emblema! Io dubiterei se si trovi altro esempio della testa d'un suddito nel rovescio d'una medaglia Imperiale. Vedi la scienza delle medaglie del P. Jobert Tom. I. p. 132, 150 ediz. del 1739 fatta dal Barone de la Bastie.
629. Procopio (de Bell. Vandal. l. 1 c. 3 p. 145) non continua l'istoria di Bonifazio oltre il suo ritorno in Italia. Fanno menzione della sua morte Prospero e Marcellino; la espressione di quest'ultimo, ch'Ezio il giorno avanti s'era provisto d'una lunga lancia, ha qualche cosa di simile ad un regolar duello.
630. Vedi Procop., de Bell. Vandal. l. 1. c. 4. p. 186. Valentiniano fece varie discrete leggi per sollevare le angustie de' propri sudditi Numidi e Mauritani: gli assolvè in gran parte dal pagamento de' loro debiti; ridusse il loro tributo ad un ottavo; e diede loro il diritto d'appellare da' propri Magistrati Provinciali al Prefetto di Roma. (Cod. Theodos. Tom. VI. Novell. p. 11, 12).
631. Vittore Vitense, de persec. Vandal. l. 2. cap. 5. p. 26. Le crudeltà di Genserico verso i suoi sudditi sono espresse con forza nella Cronica di Prospero An. 442.
632. Possid., in vit. Aug. c. 28, ap. Ruinart p. 428.
633. Vedi le Croniche d'Idazio, d'Isidoro, di Prospero, e di Marcellino. Essi notano il medesimo anno, ma diversi giorni, per la sorpresa di Cartagine.
634. La pittura di Cartagine nello stato, in cui trovavasi nel quarto e quinto secolo, è presa dall'Esposit. totius mundi p. 17, 18, nel terzo tomo de' Geografi minori di Hudson, da Ausonio, de claris urbibus p. 228, 229., e specialmente da Salviano, De Gubernat. Dei l. VII. p. 257, 258. Mi fa maraviglia, che la Notitia non abbia posto nè una zecca, nè un arsenale in Cartagine, ma solo un Gynecaeum o fabbrica per le donne.
635. L'autore anonimo dell'Exposit. totius mundi confronta nel suo barbaro Latino il paese cogli abitatori; e dopo aver notato la lor mancanza di fede, freddamente conclude difficile autem inter eos invenitur bonus, tamen in multis pauci boni esse possunt. p. 18.
636. Ei dichiara che i vizi particolari d'ogni paese erano raccolti nella sentina di Cartagine (l. VII. p. 257). Gli Affricani s'applaudivano del maschio loro vigore nell'esercizio de' vizi. Et illi se magis virilis fortitudinis esse crederent, qui maxime viros foeminei usus probrositate fregissent p. 268. Le strade di Cartagine eran contaminate da effemminati miserabili, che pubblicamente prendevano l'aria, le vesti ed il carattere di donne. (p. 264). Se compariva un Monaco nella città, il sant'uomo veniva oltraggiato con empio disprezzo e derisione, detestantibus ridentium cacchinis p. 289.
637. Si paragoni Procopio, de Bell. Vandal. lib. 1. c. 5. p. 189, 190 con Vittore Vitense, de persecut. Vandal. l. 1. c. 4.
638. Il Ruinart (p. 444, 457) ha raccolto da Teodoreto e da altri autori le disgrazie reali e favolose degli abitanti di Cartagine.
639. La scelta delle circostanze favolose è di poca importanza; pure mi son limitato alla narrazione che fu tradotta dal Siriaco per opera di Gregorio di Tours (de gloria martyr. l. 1. c. 95 in maxima Biblioth. Patr. T. XI. p. 856), agli atti Greci del loro martirio (ap. Phot. p. 1400, 1401), ed agli annali del Patriarca Eutichio (T. 1. p. 391, 531, 532, 535 vers. Pocock).
640. Due Scrittori Siriaci, come sono citati dall'Assemanni (Biblioth. Orient. Tom. 1. p. 336, 338) pongono la risurrezione de' sette Dormienti nell'anno 736 (an. di G. C. 425) o 748, (an. di Gesù Cristo 437) dell'era de' Seleucidi. I loro atti Greci, che Fozio avea letti, assegnano la data dell'anno trentesim'ottavo del regno di Teodosio che può coincidere coll'anno di Cristo 439 o col 446. Può facilmente determinarsi il tempo, che passò da questo alla persecuzione di Decio e non vi voleva di meno che l'ignoranza di Maometto, o de' leggendari per supporre un intervallo di tre o quattrocent'anni.
641. Jacopo, uno de' Padri ortodossi della Chiesa Siriaca, era nato l'anno 452, principiò a comporre i suoi discorsi l'anno 474, fu fatto vescovo di Barne nel distretto di Sarug e nella Provincia della Mesopotamia l'anno 519 e morì l'anno 521 (Assemanni Tom. 1. p. 268, 289). Quanto all'omilia de pueris Ephesinis, vedi p. 335, 339; sebbene avrei desiderato, che l'Assemanni avesse piuttosto tradotto il testo di Jacopo di Sarug, invece di rispondere alle obiezioni del Baronio.
642. Vedi Acta Sanctorum de' Bollandisti (mens. Jul. T. VI. p. 375-397). Quest'immenso calendario di Santi in centoventi sei anni (1644, 1770) ed in cinquanta volumi in foglio non ha progredito oltre il dì 7 d'Ottobre. La soppressione dei Gesuiti ha probabilmente arrestato un'opera, che in mezzo alle favole ed alle superstizioni, somministra molte istoriche e filosofiche notizie.
643. Vedi Maracci, Alcoran, Sura XVIII. Tom. II. p. 420, 427 e Tom. I. part. IV, p. 103. Con un privilegio sì ampio Maometto non ha dimostrato molto gusto ed ingegno. Egli ha inventato il cane de' sette Dormienti (al Rakim); il rispetto del sole, che alterò il suo corso due volte in un giorno per non entrare nella caverna; e la cura di Dio medesimo, che preservò i loro corpi dalla putrefazione, rivoltandoli a destra e a sinistra.
644. Vedi d'Herbelot, Biblioth. Orient. p. 139 e Renaudot, Hist. Patriarch. Alexand. p. 39, 40.
645. Paolo Diacono d'Aquileia (de Gestis Langobard. l. 1. c. 4. p. 745, 746. edit. Grot.), che visse verso il fine dell'ottavo secolo, ha posto in una caverna sotto un masso sulla riva dell'Oceano i sette Dormienti del Norte, il lungo riposo de' quali fu rispettato da' Barbari. Il loro abito li dimostrava Romani; ed il Diacono congettura, che dalla Provvidenza vennero riservati per essere i futuri Apostoli di quegl'infedeli paesi.
646. Si posson trovare i materiali autentici per l'istoria di Attila presso Giornandes (de reb. Get. c. 34, 50. p. 660, 668. Edit. Grot.), e Prisco (Excerpta de Legation. p. 33, 76. Paris 1648). Io non ho veduto le vite d'Attila composte da Giovenco Celio Calano Dalmatino nel XII secolo, o da Nicola Olao Arcivescovo di Gran nel XVI. Vedi Mascov., Istor. de' German. IX. 23, e Maffei, Osservaz. letterar. Tom. 1. p. 88, 89. Tuttociò, che vi hanno aggiunto i moderni Ungheri, dev'esser favoloso. Suppongono questi, che quando Attila invase la Gallia e l'Italia, sposò innumerabili donne etc., avesse l'età di centoventi anni. Thwrocz., Chron. p. 1 c. 22 in Script. Hund. Tom. 1. p. 76.
647. L'Ungheria è stata successivamente occupata da tre colonie Scite, 1. dagli Unni d'Attila; 2. dagli Arabi nel sesto secolo; e 3. da' Turchi o Magiari l'anno 889 che sono gl'immediati e genuini maggiori de' moderni Ungheri, la connessione de' quali co' due Popoli precedenti è sommamente debole e lontana. Sembra che il Prodromus e la Notitia di Matteo Belio contenga un ricco fondo di cognizione intorno all'Ungheria antica e moderna. Io ne ho veduti gli estratti nella Biblioteca antica e moderna (Tom. XXII. p. 1, 51) e nella Biblioteca ragionata (Tom. XVI. p. 127, 175).
648. Socrate l. VII c. 43. Teodoreto l. 5. c. 36. Il Tillemont, che sempre s'appoggia alla fede de' suoi autori Ecclesiastici, vigorosamente sostiene (Hist. des Emper. T. VI. p. 136, 607), che le guerre e le persone non erano le medesime.
649. Vedi Prisco p. 47, 48 ed Hist. des Peuples de l'Europe Tom. VII. c. XII, XIII, XIV, XV.
650. Prisc. p. 39. I moderni Ungheri ne hanno fatta la genealogia, che ascende nel trentesimo quinto grado a Cham figlio di Noè; non sanno però il vero nome di suo padre (De Guignes, Hist. des Huns. Tom. II. p. 297).
651. Si paragoni Giornandes (cap. 35. p. 661) con Buffon (Hist. nat. Tom. III. p. 380). Il primo avea diritto d'osservare, originis suae signa restituens. Il carattere ed il ritratto d'Attila sono probabilmente trascritti da Cassiodoro.
652. Abulpharag., Dynast. vers. Procock. p. 281. Istoria genealogica de' Tartari d'Abulghazi Bahader Kan part. III c. 15, part. IV. c. 3. Vita di Gengis-khan, di Petit de la Croix l. 1 c. 1, 6. Le relazioni de' Missionari, che visitarono la Tartaria nel secolo XIII (Vedi il settimo volume dell'Istoria de' viaggi) esprimono il linguaggio e le opinioni popolari. Gengis è chiamato il figlio di Dio ec.
653. Nec Templum apud eos visitur, aut delubrum, ne tugurium quidem, culmo tectum cerni usquam potest; sed gladius Barbarico ritu humi figitur nudus, eumque ut Martem regionum, quas circumcircant praesulem verecundius colant. Ammian. Marcellin. XXXI. 2. con le dotte note del Lindenbrogio, e del Valesio.
654. Prisco riferisce questa notabile istoria tanto nel suo proprio testo (p. 65), quanto nella citazione che ne fa Giornandes (c. 35. p. 662). Egli avrebbe potuto spiegare la tradizione o la favola, che caratterizzava questa famosa spada, ed il nome non meno che gli attributi della Divinità Scita, che ha traslatato nel Marte de' Greci e de' Romani.
655. Erodoto (L. IV. c. 62). Per amore d'economia ho fatto il calcolo secondo lo stadio minore. Ne' sacrifizi umani essi tagliavano la spalla ed il braccio della vittima, che gettavano in aria, e traevano auspici e presagi dalla maniera, con cui cadeva sulla catasta.
656. Prisco (p. 55). Anche un eroe più civilizzato, lo stesso Augusto, si compiaceva se la persona, sulla quale fissava gli occhi, pareva inabile a sostenere il divino loro splendore. Sueton., in August c. 79.
657. Il Conte di Buat (Hist. des Peuples de l'Europe Tom. VII. p. 428, 429) tenta di purgare Attila dall'uccisione del fratello; ed è quasi inclinato il rigettare la concorde testimonianza di Giornandes, e delle Croniche di quel tempo.
658. Fortissimarum gentium dominus, qui inaudita ante se potentia solus Scythica et Germanica regna possedit. Giornandes c. 49. p. 684. Prisco p. 64, 65. Il Guignes, mediante la sua cognizione del Chinese, ha acquistato (Tom. II. p. 295-301) una giusta idea dell'Impero d'Attila.
659. Vedi Hist. des Huns Tom. II. p. 296. I Geugensi credevano, che gli Unni potessero eccitare a lor piacimento, tempeste di vento e di pioggia. Questo fenomeno era prodotto dalla pietra Gezi, alla magica forza della quale fu attribuita la perdita d'una battaglia da' Tartari Maomettani del decimoquarto secolo. Vedi Cherefeddin Ali, Hist. de Timur Bec. Tom. 1. p. 82, 83.
660. Giornandes c. 35. p. 661. c. 37. p. 667. Vedi Tillemont Hist. des Emper. Tom. VI. p. 129, 138. Cornelio ha rappresentato l'orgoglio d'Attila verso i Re suoi sottoposti; e principia la sua tragedia con questi ridicoli versi.