Ils ne sont pas venus nos deux Rois! qu'on leur die

Qu'ils se font trop attendre, et qu'Attilla s'ennuie.

I due Re de' Gepidi e degli Ostrogoti son profondi politici e sensibili amanti; e tutta l'opera presenta i difetti senza il genio del Poeta.

661.

.... Alii per Caspia claustra

Armeniasque nives inopino tramite ducti

Invadunt Orientis opes: jam pascua fumant

Capadocum, volucrumque parens Argaeus equorum

Jam rubet altus Halys; nec se defendit iniquo

Monte Cilix: Syriae tractus vastantur amaeni;

Assuetumque choris et lauta plebe canorum

Proterit imbellem sonipes hostilis Orontem.

Claudian. in Rufin. l. II. 28, 35. Vedi ancora il medesimo in Eutrop. l. I, 243, 251 e la forte descrizione di Girolamo che scriveva per propria esperienza Tom. I. p. 26. ad Heliodor. p. 200, ad Oceanum. Filostorgio (l. IX. c. 8) fa menzione di tal invasione.

662. Vedi l'originale conversazione appresso Prisco p. 64, 65.

663. Prisco p. 331. La sua storia conteneva un copioso ed elegante ragguaglio della guerra (Evagr. l. 1. c. 17), ma gli estratti, relativi alle ambasciate, sono le uniche parti, che son giunte fino ai nostri tempi. Potè riscontrarsi però l'opera originale dagli scrittori, dai quali prendiamo le nostre imperfette notizie, cioè da Giornandes, da Teofane, dal Conte Marcellino, da Prospero Tirone, e dall'Autore della Cronica Alessandrina o Pasquale. Il Buat (Hist. des Peuples de l'Europe Tom. VII. c. 15) ha esaminato la causa, le circostanze e la durata di questa guerra, e non accorda, che s'estendesse oltre l'anno 444.

664. Procop. de aedific. l. IV. c. 9. Queste fortezze furono di poi restaurate, fortificate ed ampliate dall'Imperator Giustiniano; ma presto vennero distrutte dagli Abari, che succederono al potere ed al dominio degli Unni.

665. Septuaginta civitates (dice Prospero Tirone) depraedatione vastatae. L'espressione del Conte Marcelli non è anche più forte, Pene totam Europam, invasis excisisque civitatibus atque castellis, conrasit.

666. Il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. VI. p. 106, 107) ha fatto grand'attenzione a questo memorabile terremoto, che fu sentito da Costantinopoli sino ad Antiochia ed Alessandria, ed è celebre presso tutti gli Scrittori Ecclesiastici. Nelle mani di un Predicator popolare un terremoto è uno stromento di mirabil effetto.

667. Ei rappresentò all'Imperator de' Mogolli, che le quattro Province (Petheli, Chantong, Chansi e Leaotong) che già possedeva, potevan rendere annualmente, sotto una dolce amministrazione, cinquecentomila once d'argento, 400,000 misure di riso e 800,000 pezze di seta. Gaubil Hist. de la Dynast. des Mongous p. 58, 59. Yelutchousay (così chiamavasi il Mandarino) era un saggio e virtuoso Ministro, che salvò la sua patria, e ne incivilì i conquistatori. Vedi p. 102, 103.

668. Sarebbero infiniti gli esempi, che potremmo addurre; ma il curioso lettore può consultare la vita di Gengis-khan fatta da Petit de la Croix, l'Histoire des Mongous, ed il lib. 15 dell'Istoria degli Unni.

669. A Maru 1,300000; ad Herat 1,600000; a Neisabour 1,747000. D'Herbelot, Biblioth. Orient. p. 380, 381. Io mi servo dell'ortografia delle carte di Danville. Bisogna confessare però, che i Persiani eran disposti ad esagerar le loro perdite, ed i Mogolli a magnificare le loro imprese.

670. Chereffeddin Ali, suo servile panegirista, ci somministrerebbe degli esempi altrettanto orribili. Nel suo campo avanti Delhi Timur trucidò 100,000 prigionieri Indiani, che avevano sorriso, quando fu alle viste l'armata de' lor nazionali, Hist. de Timur Bec. Tom. III, p. 90. Il popolo d'Ispahan somministrò 70,000 teschi umani per la costruzione di varie alte torri (Id. Tom. I, p. 434). Un simile tributo fu levato in occasione della rivolta di Bagdad (T. III, p. 370); e l'esatto numero, che Chereffeddin non potè sapere dai propri Ufiziali, si fissa da un altro Istorico (Alimed Arabsiada Tom. II, pag. 175 Vedi Manger) a 90,000 teste.

671. Gli antichi Giornandes, Prisco ec. non fanno menzione di quest'epiteto. I moderni Ungheri hanno immaginato, che fosse dato ad Attila da un eremita della Gallia, e ch'ei si dilettava d'inserirlo fra' titoli della sua real dignità. Mascou IX. 25 e Tillemont, Hist. des Emper. Tom. VI, p. 143.

672. I Missionari di S. Gio. Grisostomo avevan convertito un gran numero di Sciti, che abitavano di là dal Danubio in tende e carri. Teodoreto lib. V c. 31. Foz. pag. 1517. I Maomettani, i Nestoriani ed i Cristiani Latini si crederono sicuri di guadagnare i figli ed i nipoti di Gengis, che trattò con imparzial favore que' Missionari rivali fra loro.

673. I Germani, ch'esterminarono Varo e le sue legioni erano particolarmente irritati contro le leggi ed i legali Romani. Uno dei Barbari, dopo l'efficaci precauzioni di tagliar la lingua, e cucir la bocca d'un avvocato, osservò con molta soddisfazione, che la vipera non potea più fischiare. Flor. IV. 12.

674. Prisco p. 59. Pare che gli Unni preferissero la lingua Gotica e la Latina alla propria, ch'era probabilmente un duro e sterile idioma.

675. Filippo di Comines, nell'ammirabile sua pittura degli ultimi momenti di Luigi XI. (memor. lib. VI, c. 12), rappresenta l'insolenza del suo medico, il quale, in cinque mesi, estorse 54,000 luigi ed un ricco Vescovato da quel fiero ed avaro tiranno.

676. Prisco (p. 61), inalza l'equità delle leggi Romane, che difendevano la vita d'uno schiavo. Occidere solent, dice Tacito de' Germani, non disciplina et severitate, sed impetu et ira, ut inimicum, nisi quod impune. De morib. Germanor. c. 15. Gli Eruli, che erano sudditi d'Attila, s'arrogavano ed esercitavano il potere di vita e di morte su' loro schiavi. Se ne veda un notabil esempio nel secondo libro di Agatia.

677. Vedasi l'intera conversazione presso Prisco p. 59, 62.

678. Nova iterum Orienti assurgit ruina... cum nulla ab Occidentalibus ferrentur auxilia. Prospero Tirone compose la sua Cronica nell'Occidente, e quest'osservazione contiene una censura.

679. Secondo la descrizione o piuttosto l'invettiva del Grisostomo, un incanto del lusso Bizantino doveva dare un gran prodotto. Ogni casa ricca possedeva una tavola semicircolare d'argento massiccio, che appena due uomini potevano alzare, un vaso d'oro sodo del peso di quaranta libbre, de' bicchieri, de' piatti dell'istesso metallo ec.

680. Gli articoli del Trattato, esposti senza grand'ordine o precisione, si posson vedere appresso Prisco, p. 34, 35, 36, 37, 53 ec. Il Conte Marcellino dà qualche conforto coll'osservare, I. che Attila stesso sollecitò la pace ed i presenti, che prima avea ricusato; e II. che verso il medesimo tempo gli Ambasciatori dell'India presentarono all'Imperator Teodosio una molto grossa tigre addomesticata.

681. Prisco p. 35, 36. Fra le cent'ottantadue fortezze o castella della Tracia enumerate da Procopio (de Aedific. l. IV, c. XI, Tom. II, pag. 92 edit. Paris), ve n'è una col nome di Esimontou, la cui posizione è indicata dubbiosamente nelle vicinanze d'Anchialo e del Ponto Eussino. Il nome e le mura d'Azimunzio sussisterono forse fino al regno di Giustiniano; ma la gelosia dei Principi Romani si era presa la cura d'estirpare la razza de' bravi suoi difensori.

682. La disputa fra S. Girolamo e S. Agostino, che cercavano con diversi espedienti di conciliare l'apparente contesa dei due Appostoli S. Pietro e S. Paolo, dipende dallo scioglimento d'un'importante questione (Middleton, Oper. vol. II, p. 5, 10), che si è frequentemente agitata fra' Teologi Cattolici e Protestanti, ed anche fra' giurisconsulti e filosofi d'ogni secolo.

683. Montesquieu (Considérations sur la grandeur etc. c. 19), ha dipinto con audace e felice pennello alcune delle più forti circostanze dell'orgoglio d'Attila e del disonore dei Romani. Ei merita lode per aver letto i Frammenti di Prisco, che erano stati troppo trascurati.

684. Vedi Prisco pag. 69, 71, 72 ec. Io mi sarei quasi indotto a credere, che questo avventuriero fosse di poi crocifisso per ordine d'Attila sul sospetto di tradimento, ma Prisco ha troppo chiaramente distinto due persone col nome di Costanzo, che pei simili avvenimenti della loro vita si sarebber potuti facilmente confondere.

685. Nel trattato di Persia concluso l'anno 422 il savio ed eloquente Massimino era stato assessore d'Ardaburio (Socrate, lib. VII, c. 20). Quando fu inalzato al trono Marciano, fu dato l'ufizio di gran Ciamberlano a Massimino, che in un pubblico editto è posto fra' quattro principali Ministri di Stato (Novell. ad Calc. Cod. Theod. p. 31). Egli eseguì una militare e civil commissione nelle Province Orientali; e la sua morte dispiacque ai Selvaggi dell'Etiopia, dei quali esso avea represso le scorrerie. Vedi Prisco p. 40, 41.

686. Prisco era nativo di Panium nella Tracia, e meritò per la sua eloquenza un onorevole posto fra' Sofisti di quel tempo. La sua storia Bizantina, che appartiene ai propri suoi tempi, era contenuta in sette libri. Vedi Fabricio, Bibl. Graec. VI, p. 235, 236. Nonostante il caritatevol giudizio dei Critici, io sospetto, che Prisco fosse Pagano.

687. Gli Unni continuavano tuttavia a disprezzare i lavori dell'agricoltura; essi abusavano del privilegio di una nazione vittoriosa; ed i Goti, loro industriosi sudditi, che coltivavano la terra, temevano la lor vicinanza come quella di tanti lupi rapaci (Prisco p. 45). Nell'istessa guisa i Sarti ed i Tadgici provvedono alla propria lor sussistenza, ed a quella dei Tartari Usbecchi, lor oziosi e rapaci Sovrani. Vedi Ist. Genealog. dei Tartari p. 423, 456 ec.

688. È certo che Prisco passò il Danubio ed il Teiss, e che non arrivò al piè dei monti Carpazi. Agria, Tokai e Giasberin sono situate nei piani circonscritti da questi limiti. Il Buat (Hist. des Peuples ec. Tom. VII, pag. 461) ha scelto Tokai; Otrokosci, erudito Unghero (p. 180 ap. Mascou IX, 23), ha preferito Giasberin, luogo circa trenta sei miglia all'occidente di Buda e del Danubio.

689. Il real villaggio d'Attila si può paragonare alla città di Karacorum, residenza dei successori di Gengis; la quale, sebbene sembri, che fosse un'abitazione più stabile, pure non uguagliava la grandezza o lo splendore della città ed Abbazia di S. Dionigi nel secolo XIII. (Vedi Rubruquis nell'Istor. general. dei viaggi Tom. VII, p. 286). Il campo d'Aurengzebe, quale viene sì piacevolmente descritto da Bernier (Tom. II, p. 217, 235), mescolò i costumi della Scizia con la magnificenza ed il lusso dell'Indostan.

690. Allorchè i Mogolli facevan mostra delle spoglie dell'Asia nella Dieta di Toncal, il Trono di Gengis era sempre coperto di quel primo tappeto di lana nera, sul quale fu collocato, quando fu inalzato al comando dei guerrieri suoi nazionali. Vedi Vie de Gengiscan l. IV, c. 9.

691. Se prestiam fede a Plutarco (in Demetrio Tom. V, p. 24) gli Sciti avevano per costume, allorchè si davano al piacere della tavola, di risvegliare il languido loro coraggio con la marziale armonia, che veniva dal suono delle corde dei loro archi.

692. Si può vedere presso Prisco (p. 49, 70) la curiosa narrazione di quest'Ambasceria, che richiedeva poche osservazioni, e non era suscettibile d'alcuna prova di Autori contemporanei. Ma non mi son limitato all'ordine di quella, e ne avea precedentemente tratte le circostante istoriche, che erano meno intrinsecamente connesse col viaggio e coll'affare dei Romani Ambasciatori.

693. Il Tillemont ha dato molto esattamente la serie dei Ciamberlani, che regnarono in nome di Teodosio. Crisafio fu l'ultimo, e secondo l'unanime testimonianza dell'Istoria, il più cattivo di questi favoriti (Vedi Hist. des Emper. Tom. VI. p. 117-119. Mem. Eccl. Tom. XV. p. 438). La parzialità, che aveva per l'Eresiarca Eutiche, suo compare, l'impegnò a perseguitare il partito cattolico.

694. Può vedersi questa segreta cospirazione, e le importanti sue conseguenze nei frammenti di Prisco p. 37, 38, 39 54, 70, 71, 72. La Cronologia di quell'Istorico non è stabilita da veruna data precisa; ma la serie delle negoziazioni fra Attila e l'Impero Orientale dee porsi dentro i tre o quattro anni, che precederono la morte di Teodosio, seguita nel 450.

695. Teodoro Lettore (Vedi Vales., Hist. Eccl. Tom. III. p. 563) e la Cronica Pasquale fanno menzione della caduta senza specificare il male; ma la conseguenza di ciò era così facile a vedersi, e tanto improbabile che fosse inventata, che possiamo sicuramente credere a Niceforo Callisto, Greco del decimo quarto secolo.

696. Pulcheriae nutu (dice il Conte Marcellino) sua cum avaritia interemptus est. Essa abbandonò l'Eunuco alla pia vendetta d'un figlio, il padre del quale aveva sofferto ad istigazione del medesimo.

697. Procopio, de Bell. Vandal. l. I. c. 4. Evagr., l. II. c. 1. Teofane p. 90, 91. Novell, ad calc. Cod. Theodos. Tom. VI. p. 39. Le lodi, che S. Leone ed i Cattolici hanno dato a Marciano, sono state diligentemente trascritte dal Baronio per servire d'incoraggiamento a' futuri Principi.

698. Vedi Prisco p. 39, 72.

699. La Cronica Alessandrina o Pasquale, che fa menzione di questa orgogliosa ambasciata al tempo di Teodosio, può averne anticipata la data; ma il debole annalista era incapace d'inventare il genuino ed originale stile di Attila.

700. Il secondo libro dell'Istoria critica dello stabilimento della Monarchia Francese (Tom. 1, p. 189, 424) sparge gran luce sopra lo stato della Gallia, quando fu invasa da Attila; ma l'Abbate Dubos, ingegnoso autore di essa, troppo spesso si abbandona al sistema ed alle congetture.

701. Vittore Vitense (de persecut. Vandal. l. 1, c. 6, p. 8. Edit. Ruinart) lo chiama acer consilio et strenuus in bello. Ma quando divenne disgraziato, il suo coraggio fu censurato come una disperata temerità; e Sebastiano meritò, o piuttosto gli fu attribuito l'epiteto di praeceps (Sid. Apolim., Carm. IX. 181). Sono leggiermente notate le sue avventure in Costantinopoli, nella Sicilia, nella Gallia, nella Spagna, e nell'Affrica dalle Croniche di Marcellino, e d'Idazio. Nella sua disgrazia egli ebbe sempre un numeroso seguito di compagni; mentre potè saccheggiar l'Ellesponto, e la Propontide, e prendere la città di Barcellona.

702. Reipublicae Romanae singulariter natus, qui superbiam Svevorum, Francorumque barbariem immensis caedibus servire Imperio Romano coegisset. (Giornand., de Reb. Get. c. 34 p. 660).

703. Questo ritratto è ricavato da Renato Profuturo Frigerido, scrittore contemporaneo, conosciuto solo per mezzo di alcuni estratti, che ci sono stati conservati da Gregorio di Tours (L. II. c. 8. in. Tom. II. p. 163). Era probabilmente dovere, o almeno interesse di Renato il magnificare le virtù d'Ezio: ma egli avrebbe dimostrato maggior destrezza, se non avesse insistito sulla sua inclinazione a soffrire, ed a perdonare.

704. L'Ambasceria era composta del Conte Romolo, di Promoto, Presidente del Norico, e di Romano, Duce militare. Essi erano accompagnati da Tatullo, illustre cittadino di Petovio, città dell'istessa Provincia, e padre d'Oreste, che aveva sposato la figlia del Conte Romolo. Vedi Prisco p. 57, 65. Cassiodoro (part. 1, 4) fa menzione d'un'altra ambasceria, che fu sostenuta da suo padre, e da Carpilione figlio d'Ezio; e siccome Attila non v'era più, esso potè sicuramente vantare il virile ed intrepido loro contegno nella sua presenza.

705. Deserta Valentinae urbis rara Alanis partienda traduntur. Prosper. Tyron., Chron. in Histor. de Franc. Tom. 1. p. 639. Pochi versi dopo, Prospero nota che furono assegnate agli Alani delle terre nella Gallia ulteriore. Senz'ammetter la correzione dell'Ab. Dubos (Tom. 1. p. 300), la ragionevole supposizione di due colonie, o guarnigioni di Alani confermerà i suoi argomenti, e toglierà le obiezioni.

706. Vedi Prosp. Tyr. p. 639. Sidonio (Paneg. Avit. 246) si duole in nome dell'Alvernia sua Patria.

Lithorius Scythicos equites, tunc forte subacto

Celsus Aremorico, Geticum rapiebat in agmen

Per terras, Arverne, tuas, qui proxima quaeque

Discursu, flammis, ferro, feritate, rapinis,

Delebant; pacis fallentes nomen inane.

Un altro Poeta, cioè Paolino del Perigord, conferma questo lamento. Nam socium vix ferre queas, qui durior hoste. Vedi Dubos Tom. 1 p. 330.

707. Teodorico II figlio di Teodorico I, dichiara ad Avito la sua risoluzione di riparare o d'espiare la colpa, che aveva commesso il suo avo:

Quae noster peccavit avus, quem fuscat id unum,

Quod Te, Roma, capit...

(Sidon., Panneg. Avit. 505)

Questo carattere, applicabile solo al Grande Alarico, stabilisce la genealogia de' Re Goti, che fin qui era stata ignota.

708. Il nome di Sapaudia, da cui vien quello di Savoja, è rammentato per la prima volta da Ammiano Marcellino; e dalla Notizia si collocano due posti militari dentro i limiti di quella Provincia; a Grenoble nel Delfinato era stazionata una coorte; ed Ebrodunum o Iverdon difendeva una flotta di piccoli vascelli, che dominavano il lago di Neufchatel. Vedi Vales., Notit. Galliar. p. 503. Danville, Notice da l'ancien Gaul. p. 284, 579.

709. Salviano ha tentato di spiegare il moral governo della Divinità; il che può facilmente farsi col supporre, che la calamità de' malvagi sono giudizi, e quelle de' giusti prove di Dio.

710.

... Capto terrarum damna patebant

Lithorio, in Rhodanum proprios producere fines,

Theudoridae fixum: nec erat pugnare necesse,

Sed migrare Getis; rabidam trux asperat irum

Victor, quod sensit Scythicum sub moenibus hostem

Imputat, et nihil est gravius, si forsitan umquam

Vincere contingat trepido...

(Paneg. Avit. 300 etc.)

Sidonio quindi prosegue, secondo il dovere d'un Panegirista, a trasferire tutto il merito da Ezio ad Avito suo Ministro.

711. Teodorico II venerava nella persona d'Avito il carattere di suo precettore:

..... Mihi Romula dudum

Per te Jura placent: parvumque ediscere jussit

Ad tua verba pater, docili quo prisca Maronis

Carmine molliret Scythicos mihi pagina mores.

Sidon., Panegyr. Avit. 495. etc.

712. I nostri autori pel regno di Teodorico I. sono Giornandes (de reb. Getic. c. 34 e 36), e le Croniche d'Idazio, e de' due Prosperi inserite negl'Istorici di Francia (T. 1. p. 612-640). A questi possiamo aggiungere Salviano (de Gubern. Dei l. VII. p. 243, 244, 245) ed il Panegirico d'Avito fatto da Sidonio.

713. Reges criuitos se creavisse de prima, et ut ita dicam nobiliori suorum familia (Gregor. Turon. l. II. c. 9. p. 166 del secondo volume degl'istorici di Francia). Gregorio stesso non fa menzione del nome di Merovingi, che si trova però indicato al principio del settimo secolo, come distintivo della famiglia reale, ed anche della Monarchia Francese. Un ingegnoso critico ha fatto derivare i Merovingi dal gran Maroboduo, ed ha provato chiaramente, che il Principe, che diede il suo nome alla prima stirpe, fu più antico del padre di Childerico. Vedi Memoir. de l'Acad. des Inscript. Tom. XX. p. 52-90. Tom. XXX. p. 557, 587.

714. Questo costume Germano, che si trova continuato da Tacito fino a Gregorio di Tours, finalmente fu adottato anche dagl'Imperatori di Costantinopoli. Montfaucon da un manoscritto del decimo secolo ha tratto e rappresentato tal cerimonia, che l'ignoranza di quel tempo applicò al Re David. Vedi Monum. de la Monarch. Franc. Tom. I. Disc. prelim.

715. Caesaries prolixa... crinium flagellis per terga dimissis etc. Vedi la Prefazione al terzo volume degl'Istorici di Francia, e l'Abbate le Boeuf (Dissert. Tom. III. p. 47, 79). Questo particolar uso de' Merovingi si è notato da' Nazionali e dagli stranieri, da Prisco Tom. I. p. 608, da Agatia T. II. p. 49, e da Gregorio di Tours L. III. 18. VI. 24. VIII. 10. Tom. II. p. 196, 278, 316.

716. Vedasi una pittura originale della figura, delle vesti, delle armi, e del carattere degli antichi Franchi presso Sidonio Apollinare (Panegir. Major. 238, 254) e tali pitture, quantunque fatte rozzamente, hanno un reale ad intrinseco valore. Il P. Daniel (Hist. de la milice Franc. Tom. 1 p. 2-7) ha illustrato tal descrizione.

717. Dubos, Hist. crit. etc. Tom. 1. p. 271, 272. Alcuni Geografi hanno posto Dispargo sulla parte Germanica del Reno. Vedi una nota degli Editori Benedettini agl'Istorici di Francia Tom. II. p. 166.

718. La selva Carbonaria era quella parte della gran foresta delle Ardenne, che si trova fra la Schelda e la Mosa. Vales., Notit. Gall. p. 126.

719. Gregor. Turon. l. II, c. 9 in Tom. II, p. 166, 167. Fredegar. Epitom. c. 9 pag. 395 Gest. Reg. Francor, c. 5 in Tom. II, p. 544 Vit. S. Remig. ab Hincmar. in Tom. III, p. 373.

720.

.... Francus qua Cloio patentes

Atrebatum terras pervaserat...

(Panegyr. Major. an. 212).

Il posto preciso fu un castello o villaggio chiamato vicus Helena; e sì il nome che il luogo da' moderni Geografi si sono scoperti a Lens. Vedi Valesio, Notit. Gall. p. 246. Longuerue, descript. de la Franc. Tom. II p. 88.

721. Vedasi una inesatta narrazione del fatto presso Sidonio, Panegyr. Majorian. 212, 230. I Critici Francesi, impazienti di stabilire la loro Monarchia nella Gallia, hanno tratto un forte argomento dal silenzio di Sidonio, che non ardisce dire perchè i Franchi superati fosser costretti a ripassare il Reno. Dubos Tom. 1. p. 322.

722. Salviano (De Gubern. Dei l. VI) ha esposto con istile declamatorio e vagante le disgrazie di queste tre città, che sono distintamente riportate dall'erudito Mascovio; Istor. degli antichi Germani IX. 21.

723. Prisco, nel raccontare la contesa, non dice i nomi dei due fratelli; il secondo de' quali giovane senza barba con lunga ondeggiante chioma aveva esso veduto a Roma (Histor. de Franc. Tom. I. p. 607, 608). Gli Editori Benedettini son disposti a credere, che questi fossero figli di qualche incognito Re de' Franchi, che regnava sulle rive del Necker; ma sembra, che gli argomenti del Foncemagne (Mem. de l'Acad. Tom. VIII. p. 464) provino, che la successione di Clodione fosse disputata da' due suoi figli, e che il minore di essi fosse Meroveo padre di Childerico.

724. Durante la stirpe de' Merovingi, il trono fu ereditario; ma tutti i figli del defunto Monarca avevano ugual diritto alla lor parte delle ricchezze e degli Stati di esso. Vedi la dissertazione del Foncemagne ne' tomi VI e VII delle Memorie dell'Accademia.

725. Sussiste tuttavia una medaglia, che dimostra l'avvenente figura d'Onoria col titolo d'Augusta; e nel rovescio si legge impropriamente salus Reipublicae intorno al monogramma di Cristo. Vedi Du Cange Famil. Byzant. p. 67, 70.

726. Vedi Prisco p. 39, 40. Poteva plausibilmente allegarsi, che se le donne potevan succedere al trono, Valentiniano medesimo, che avea sposato la figlia ed erede di Teodosio il Giovane, avrebbe avuto diritto all'Impero orientale.

727. Le avventure d'Onoria sono imperfettamente riferite da Giornandes (de success. regn. c. 97 e de reb. Get. c. 42 p. 674), e nelle Croniche di Prospero e di Marcellino; ma non possono essere coerenti o probabili, se non separiamo con un intervallo di tempo e di luogo il suo intrigo con Eugenio, e l'invito che fece ad Attila.

728. Exegeras mihi, ut, promitterem tibi, Attila bellum stylo me posteris intimaturum.... coeperam scribere, sed operis arrepti fasce perspecto, taeduit inchoasse: Sidon. Apolin. lib. VIII Ep. 15 p. 246.

729.

..... Subito cum rupta tumultu

Barbaries totas in te transfuderat Arctos

Gallia. Pugnacem Rugum, comitante Gelono

Gepida trux sequitur. Scyrum Burgundio cogit,

Chunus, Bellonotus, Neurus, Bastarna, Toringus

Bructerus, ulvosa quem vel Nicer abluit unda,

Prorumpit Francus. Cecidit cito secta bipenni

Hercynia in lintres, et Rhenum texuit alno.

Et iam terrificis diffunderat Attila turmis

In campos se Belga tuos....

(Paneg. Avit. 320).

730. La narrazione più autentica e circostanziata di questa guerra trovasi presso Giornandes (de reb. Getic. c. 36, 41 p. 662, 672) che alle volte ha compendiata, ed alle volte copiata l'istoria più estesa di Cassiodoro. Giornandes, che sarebbe superfluo di citare più volte, può correggersi, ed illustrarsi per mezzo di Gregorio di Tours (l. 2 c. 5, 6, 7) e delle Croniche d'Idazio, d'Isidoro, e de' due Prosperi. Tutte le antiche testimonianze sono state raccolte ed inserite fra gl'Istorici di Francia, ma il Lettore dee stare in guardia contro un supposto estratto della Cronica d'Idazio (fra i frammenti di Fredegario Tom. II pag. 462) che spesso contraddice il testo genuino del Vescovo di Galizia.

731. Le antiche leggende meritano qualche riguardo in quanto son costrette ad unire alle loro favole la vera storia de' loro tempi. Vedansi le vite di S. Lupo, di S. Aniano Vescovi di Metz, di S. Genovieffa ec. fra gl'Istorici di Francia Tom. I, p. 644, 645, 649 Tom. III, p. 369.

732. Lo Scetticismo del Conte di Buat (Hist. des Peupl. Tom. VII, p. 539, 540) non può combinarsi con alcuno principio di ragione, o di critica. Non è forse Gregorio di Tours preciso, e positivo nel suo racconto della distruzione di Metz? Alla distanza di non più di cento anni poteva egli ed il Popolo ignorare il destino d'una città, ch'era la residenza attuale de' Re d'Austrasia, suoi sovrani? L'erudito Conte, che sembra avere intrapreso l'apologia d'Attila e dei Barbari, cita il falso Idazio parcens civitatibus Germaniae et Galliae, e non si rammenta, che il vero Idazio ha espressamente affermato, plurimae civitates affractae, fra le quali conta anche Metz.

733.

....... Ut liquerat Alpes

Aetius, tenue et rarum sine milite ducens

Robur, in auxiliis Geticum male credulus agmen

Incassum propriis praesumens adjere castris.

734. Si descrive imperfettamente la politica d'Attila, d'Ezio, e de' Visigoti nel Panegirico d'Avito, e nel cap. 36 di Giornandes. Tanto il Poeta, che l'Istorico erano preoccupati da personali o nazionali pregiudizi. Il primo esalta il merito e l'importanza d'Avito: Orbis, Avite, salus, etc. L'altro è ansioso di porre i Goti nell'aspetto più favorevole. Pure la coerenza dell'uno coll'altro, quando son bene interpetrati, è una prova della loro veracità.

735. L'enumerazione dell'armata d'Ezio si fa da Giornandes c. 36 p. 644. Edit. Grot. Tom. II, p. 23 degl'Istorici di Franc. con le note dell'Editore Benedettino. I Leti erano una razza promiscua di Barbari nati o naturalizzati nella Gallia; i Ripari o Ripuari traevano il loro nome dalla loro situazione su' tre fiumi, il Reno, la Mosa, e la Mosella; gli Armorici possedevano le città indipendenti fra la Senna e la Loira; si era piantata una colonia di Sassoni nella diocesi di Bayeux; i Borgognoni erano stabiliti nella Savoia; ed i Breoni erano una guerriera tribù de' Reti, all'Oriente del lago di Costanza.

736. Aurelianensis urbis obsidio, oppugnatio, irruptio, nec direptio (l. V Sidon. Appollin. l. VIII Epist. 15 p. 246). La liberazione d'Orleans si sarebbe facilmente potuta convertire in un miracolo, ottenuto e predetto dal Santo Vescovo.

737. Nelle comuni edizioni, si legge XCM; ma v'è qualche autorità di Manoscritti (e qualunque autorità è sufficiente) pel numero più ragionevole di XVM.

738. Scialons, o Duro-Catalaunum, di poi Catalauni, anticamente formava una parte del territorio di Rheims, da cui non è distante che 27 miglia. Vedi Valesio notit. Gall. p. 136. Danville notice de l'ancien. Gaule p. 212, 279.

739. Si fa spesso menzione della Campania, o Sciampagna da Gregorio di Tours; e quella gran Provincia, di cui Rheims era la Capitale, obbediva al governo d'un Duca. Valesio notit. 120, 123.

740. Io so, che queste orazioni militari soglion ordinariamente comporsi dagl'Istorici; pure i vecchi Ostrogoti, che avevan militato sotto Attila, poterono raccontare il suo discorso a Cassiodoro: le idee, ed anche l'espressioni hanno cert'aria originale Scita; ed io dubito se ad un Italiano del sesto secolo fosse caduta in mente la frase hujus certaminis gaudia.

741. L'espressioni di Giornandes, o piuttosto di Cassiodoro, sono estremamente forti: bellum atrox, multiplex, immane, pertinax, cui simile nulla usquam narrat antiquitas: ubi talia gesta referuntur, ut nihil esset, quod in vita sua cospicere potuisset egregius, qui hujus miraculi privaretur aspectu. Dubos (Hist. crit. Tom. I, p. 392, 393) tenta di conciliare i 162,000 di Giornandes co' 300,000 d'Idazio, e di Isidoro, supponendo, che il maggior numero contenesse la total distruzione della guerra, gli effetti delle malattie, la strage del Popolo inerme ec.

742. Il Conte di Buat (Hist. des Peuples etc. Tom. VII, p. 554, 573) seguitando sempre il falso Idazio, e di nuovo rigettando il vero, ha diviso la disfatta d'Attila in due gran battaglie; la prima vicino ad Orleans, la seconda nella Sciampagna: nell'una, secondo esso, Teodorico fu ucciso; nell'altra fu vendicato.

743. Giornandes, de reb. Getic. c. 41 p. 671. La politica d'Ezio, e la condotta di Torrismondo son molto naturali; ed il Patrizio, secondo Gregorio di Tours (lib. II, c. 7, p. 163), allontanò il Principe de' Franchi con suggerirgli un simil timore. Il falso Idazio ridicolosamente pretende, ch'Ezio facesse di notte una segreta visita al Re degli Unni e de' Visigoti; da ciascheduno dei quali ricavasse un dono di diecimila monete d'oro per prezzo d'una quieta ritirata.

744. Queste crudeltà, che sono pateticamente deplorate da Teodorico, figlio di Clodoveo (Gregorio di Tours lib. III, c. 10 p. 190), convengono al tempo, ed alle circostanze della invasione d'Attila. La tradizion popolare attestò per lungo tempo la sua residenza in Turingia; e si suppone aver esso adunato un couroultai, o dieta nel territorio d'Eisenach. Vedi Mascovio (IX. 30), che stabilisce con minuta accuratezza l'estensione dell'antica Turingia, e ne trae il nome dalla Gotica tribù de' Tervingi.

745. Machinis constructis, omnibusque tormentorum generibus adhibitis Giornandes c. 42 p. 673. Nel secolo decimo terzo i Mongoli batterono le città della China con grandi macchine costruite da' Maomettani o Cristiani, ch'erano al loro servizio; esse gettavano pietre di peso da 150 a 300 libbre. I Chinesi usavano la polvere da cannoni, ed anche le bombe in difesa del loro paese, circa cento anni prima che fossero conosciute in Europa; eppure anche quella celesti o infernali armi furono insufficienti a difendere una pusillanime nazione. Vedi Gaubil, Hist. des Mongous pag. 70, 71, 155, 157 ec.

746. Si racconta la medesima storia da Giornandes, e da Procopio (de Bell. Vand. l. 1 c. 4 p. 187, 188); e non è facile il decidere quale de' due sia l'originale. Ma l'Istorico Greco è caduto in un errore inescusabile nel porre l'assedio d'Aquileia dopo la morte d'Ezio.

747. Giornandes, circa cento anni dopo, asserisce, che Aquileia era tanto rovinata, ut vix ejus vestigia, ut appareant, reliquerint. Vedi Giornandes, de reb. Get. c. 42 pag. 673. Paul. Diac. lib. 2, c. 14, p. 785. Luitprando, Hist. lib. III, c. 2. Il nome d'Aquileia fu dato talvolta a Forum Julii (Cividal del Friuli) Capitale più recente della Provincia Veneta.

748. Nel descriver questa guerra d'Attila, guerra sì famosa, ma sì mal conosciuta, ho preso per mie guide due dotti Italiani, che hanno esaminato il Soggetto con certi particolari vantaggi; il Sigonio, de Imper. Occid. l. XIII nelle sue opere Tom. 1 p. 495, 502, ed il Muratori, Annali d'Ital. Tom. IV. p. 129, 235 ediz. in 8.º.

749. Questo fatto può trovarsi in due diversi articoli (μεδιολανον e κορυκος) della miscellanea compilazione di Suida.

750.

Leo respondit, humana hoc pictum manu:

Videres hominem deiectum, si pingere

Leones scirent......

Append. ad Phaedr., Fab. 25.

Il Leone, appresso Fedro, molto stoltamente s'appella dalle pitture all'anfiteatro; ed ho piacere d'osservare, che il naturale e giudizioso La Fontaine (l. III. Fab. X.) abbia tralasciato questa molto difettosa ed impropria conclusione.

751. Paolo Diacono (de Gest. Longob. l. II, c. 14, p. 784) descrive le Province d'Italia verso il fine dell'ottavo secolo: Venetia non solum in paucis insulis, quas nunc Venetias dicimus, constat, sed ejus terminus a Pannoniae finibus usque Adduam fluvium protelatur. L'istoria di quella Provincia fino al tempo di Carlo Magno forma la prima e più importante parte della Verona illustrata (p. 1, 388), nella quale il Marchese Scipione Maffei si è dimostrato capace di grandi vedute, non meno che di minute ricerche.

752. Non si dimostra quest'emigrazione con alcuna prova contemporanea: ma il fatto si prova dal successo, e se ne possono esser conservate le circostanze dalla tradizione. I cittadini d'Aquileia si ritirarono all'Isola di Grado, quelli di Padova a Rivus altus, o Rialto, dove poi fu edificata la città di Venezia ec.

753. La topografia, e le antichità delle isole Venete da Grado a Clodia o Chiozza sono esattamente fissate nella Dissertazione Corografica de Italia medii aevi p. 151, 155.

754. Cassiodoro, Var. l. XII, ep. 24. Il Maffei (Verona illustr. P. 1. p. 240, 154) ha tradotto e spiegato questa curiosa Lettera, da erudito antiquario, e da suddito fedele, che risguardava Venezia, come l'unica legittima prole della Repubblica Romana. Egli fissa la data della lettera, e conseguentemente la Prefettura di Cassiodoro all'anno 523; e di tanto maggior peso è l'autorità del Marchese, ch'esso aveva preparato un'edizione delle opere di Cassiodoro, e pubblicò una dissertazione sulla vera ortografia del suo nome. (Vedi Osservazioni Letterar. Tom. II. p. 290, 339).

755. Vedasi nel secondo tomo dell'Istoria del Governo di Venezia d'Amelot della Houssaie una traduzione del famoso Squittinio. Questo libro, che è stato esaltato molto al di là de' suoi meriti, è macchiato in ogni verso dalla non ingenua malevolenza di parte: ma vi son mescolate insieme le principali prove genuine con le apocrife; ed il lettore sceglierà facilmente la via di mezzo.

756. Il Sirmondo ha pubblicato (not. ad Sidon. Apollin. p. 19) un curioso passo, tratto dalla cronica di Prospero. Attila, redintegratis viribus, quas in Gallia amiserat Italiam ingredi per Pannonias intendit; nihil duce nostro Hetio secundum prioris belli opera prospiciente ec. Egli rimprovera Ezio d'aver trascurato di guardar le alpi, e del disegno d'abbandonar l'Italia. Ma questa temeraria censura può almeno contrabbilanciarsi dalle favorevoli testimonianze d'Idazio e d'Isidoro.

757. Si vedano gli originali ritratti d'Avieno, e di Basilio, suo rivale, delineati e posti in confronto fra loro, nelle Lettere (l. I. p. 22) di Sidonio. Esso avea studiato i caratteri de' due Capi del Senato; ma si attaccò a Basilio, come ad un amico più solido e disinteressato.

758. Si posson ravvisare i principj ed il carattere di Leone in cento quarantuna lettere originali, che illustrano l'istoria Ecclesiastica del suo lungo e laborioso Pontificato, dall'anno 440 al 461. Vedi Du Pin, Bibl. Eccles. Tom. III, Par. II, p. 120, 165.

759.