........ Tardis ingens ubi flexibus errat
Mincius, et tenera praetexit arundine ripas.
. . . . . . . . . . . . .
Anne lacus tantos te, Lari maxime teque,
Fluctibus et fremitu assurgens, Benace, marino.
760. Il Marchese Maffei (Verona illustrat. part. I. p. 95, 129, 221 Part. II. §. 6) ha schiarito con gusto ed erudizione questa interessante topografia. Esso pone l'abboccamento d'Attila e di S. Leone vicino ad Ariolica o Ardelica, ora Peschiera, all'unione del lago e del fiume; fissa la villa di Catullo nella deliziosa penisola di Sarmio, e scuopre l'Andes di Virgilio nel Villaggio di Bande, precisamente situato qua se subducere colles incipiunt, dove i colli Veronesi insensibilmente s'abbassano verso la pianura di Mantova.
761. Si statim infesto agmine urbem petiissent, grande discrimen esset. Sed in Venetia, qua fere tractu Italia mollissima est, ipsa soli coelique clementia robur elanguit. Ad hoc panis usu, carnisque coctae, et dulcedine vini mitigatos etc. Questo passo di Floro (III. 5) è anche più applicabile agli Unni, che a' Cimbri, e può servire come di comentario al contagio celeste, con cui Idazio ed Isidoro hanno afflitto le truppe d'Attila.
762. L'istorico Prisco ha fatto positivamente menzione dell'effetto, che produsse tal esempio sull'animo d'Attila. Giornandes c. 42 p. 673.
763. La pittura di Raffaello è nel Vaticano; il basso, o piuttosto l'alto rilievo dell'Algardi è in uno degli altari di S. Pietro (Vedi Dubos, Reflex. sur la Poes. et sur la Peint. Tom. I. p. 519, 520). Il Baronio (Annal. Eccl. an. 452, n. 57, 58) sostiene bravamente la verità di quest'apparizione, che per altro vien rigettata da' più eruditi e pii Cattolici.
764. Attila, ut Priscus historicus refert, extinctionis suae tempore puellam Ildico nomine decoram valde sibi in matrimonium post innumerabiles uxores.... socians. Giornandes c. 49 p. 683, 684; quindi aggiunge (c. 50, p. 686). Filii Attilae, quorum per licentiam libidinis pene populus fuit. Fra' Tartari d'ogni tempo è stata in uso la poligamia. Si regola il grado delle mogli volgari soltanto dalla bellezza della loro persona; ed una matrona avanzata prepara, senza lagnarsi, il letto destinato per la giovane sua rivale. Ma nelle famiglie reali, le figlie de' Kan comunicano a' loro figli un diritto anteriore all'eredità. Vedi (Istor. Genealog. p. 406).
765. La nuova del fatto, raccontato come un delitto di essa, giunse a Costantinopoli, dove gli fu dato un nome ben differente; e Marcellino osserva, che il tiranno d'Europa fu ucciso nella notte, dalla mano e dal coltello d'una donna. Cornelio, che ha adattato alla sua tragedia il fatto genuino, descrive l'irruzione del sangue in quaranta ampollosi versi, ed Attila esclama con ridicolo furore:
.... S'il ne veut s'arréter (il suo sangue)
(Dit-il) on me payera ce qu'il va m'en coûter.
766. Giornandes riporta le curiose circostanze della morte e de' funerali d'Attila (c. 49, p. 683, 684, 685), e probabilmente le trascrisse da Prisco.
767. Vedi Giornandes de reb. Got. c. 50 p. 685, 686, 687, 688. La distinzione, ch'ei fa delle armi d'ogni nazione, è curiosa ed importante: Nam ibi admirandum reor fuisse spectaculum, ubi cernere erat cunctis, pugnantem Gothum ense furentem, Gepidam in vulnere suorum cuncta tela frangentem, Svevum pede, Hunnum sagitta praesumere, Alanum gravi, Herutum levi armatura aciem instruere. Io non so precisamente la situazione del fiume Netad.
768. Due Istorici moderni hanno sparso molta nuova luce sulla rovina, e divisione dell'Impero d'Attila: il Buat con la sua laboriosa e minuta diligenza (Tom. VIII, p. 3, 31, 68, 94); ed il Guignes mediante la straordinaria sua cognizione della lingua e degli scritti Chinesi. (Vedi Hist. des Huns Tom. II, p. 315, 319).
769. Placidia morì a Roma il dì 27 Novembre dell'anno 450. Essa fu sepolta a Ravenna, dove il sepolcro ed anche il cadavere di lei, assiso sopra una sedia di cipresso, fu conservato per più secoli. L'Imperatrice ricevè molti complimenti dal Clero ortodosso; e S. Pietro Crisologo l'assicurò, che il suo zelo per la Trinità era stato ricompensato con un'augusta trinità di figliuoli. (Vedi Tillemont, Hist. des Emper. Tom. VI. p. 240).
770. Aetium Placidus mactavit semivir amens. Tal è l'espressione di Sidonio (Paneg. Avit. 359). Il poeta conosceva il Mondo, e non era disposto ad adulare un Ministro che aveva ingiuriato o disonorato Avito, o Maioriano, successivi eroi del suo canto.
771. La cognizione che abbiamo, delle cause e circostanze delle morti di Valentiniano e d'Ezio, è oscura ed imperfetta. Procopio (De Bell. Vandall. l. 1, c. 4, p. 186, 187, 188) è uno scrittor favoloso, pei fatti che precedono i suoi tempi. Bisogna supplire e correggere i suoi racconti con cinque o sei Croniche, nessuna delle quali fu composta in Roma o in Italia; e che non esprimono che in tronchi sensi i romori popolari, quali giungevano nella Gallia, nella Spagna, nell'Affrica, in Costantinopoli, o in Alessandria.
772. Quest'interpretazione di Vezio, celebre augure, era citata da Varrone nel libro XVIII delle sue Antichità. Censorino, de die Natal. c. 17, p. 90, 91 Edit. Havercamp.
773. Secondo Varrone, il duodecimo secolo doveva spirare l'anno 447. Ma l'incertezza della vera Era di Roma può permettere qualche estensione di tempo. I poeti di quel secolo, Claudiano (De bell. Getic. 265), e Sidonio (in Paneg. avit. 357), si possono risguardar come buoni testimoni dell'opinion popolare:
Jam reputant annos, interceptoque volatu
Vulturis, incidunt properatis saecula metis.
· · · · · · · · · · · ·
Jam prope fata tui bissenas vulturis alas
Implebant; scis namque tuos, scis Roma labores.
Vedi Dubos, Hist. crit. Tom. 1, p. 340, 346.
774. Il quinto libro di Salviano è pieno di patetici lamenti, e di veementi invettive. La smoderata sua libertà serve a provare la debolezza non meno che la corruzione del Governo Romano. Il suo libro fu pubblicato dopo la perdita dell'Affrica (an. 439), e prima della guerra d'Attila (anno 451).
775. I Bagaudi di Spagna, che si mescolarono in regolari battaglie con le truppe Romane, son rammentati più volte nella Cronica d'Idazio. Salviano ha descritto le angustie, e la ribellione loro con espressioni molto forti: Itaque nomen civium Romanorum.... nunc ultro repudiatur ac fugitur, nec vile tamen, sed etiam abominabile pene habetur.... Et hinc est, ut etiam hi, qui ad Barbaros non confugiunt, Barbari tamen esse coguntur, scilicet ut est pars magna Hispanorum, et non minima Gallorum.... De Bagaudis nunc mihi sermo est, qui per malos judices et cruentos spoliati, afflicti, necati postquam ius Romanae libertatis amiserant, etiam honorem Romani nominis perdiderunt.... vocamus rebelles, vocamus perditos, quos esse compulimus criminosos. De Gubern. Dei l. V, p. 158, 159.
776. Sidonio Apollinare compose la lettera 13 del secondo libro per confutare il paradosso del suo amico Serrano, che conservava un singolare, quantunque generoso, entusiasmo pel defunto Imperatore. Questa lettera, con qualche indulgenza, può meritar la lode d'un'elegante composizione; e sparge molta luce sul carattere di Massimo.
777. Clientum praevia, pedissequa, circonfusa populositas è l'accompagnamento, che Sidonio medesimo (l. 1. epist. 9) assegna ad un altro Senatore di grado Consolare.
Districtus, ensis, cui super impia
Cervice pendet, non Siculae dapes
Dulcem elaborabunt saporem:
Non avium citharaequae cantus
Somnum reducent.....
Horat. Carm. III. 1.
Sidonio termina la sua lettera coll'istoria di Damocle, in modo sì inimitabile raccontata da Cicerone (Tusculan. V. 20, 21).
779. Nonostante la testimonianza di Procopio, d'Evagrio, d'Idazio, di Marcellino ecc., l'erudito Muratori (Annal. d'Ital. Tom. IV. p. 249) dubita della verità di quest'invito, ed osserva assai giustamente, che non si può dir quanto sia facile il Popolo a sognare, e spacciar voci false. Ma il suo argomento, tratto dalla distanza del tempo e del luogo, è sommamente debole. I fichi, che nascevano vicino a Cartagine, furono portati il terzo giorno al Senato Romano.
.... infidoque tibi Burgundio ductu
Extorquet trepidas mactandi Principis iras.
Sidonio, in Paneg. avit. 442. Verso notabile che fa conoscere, che Roma e Massimo furono traditi da' loro mercenari soldati Borgognoni.
781. L'apparente successo del Papa Leone può giustificarsi per mezzo di Prospero, e dell'Istoria Miscellanea; ma la improbabile idea del Baronio (an. 455. n. 13) che Genserico risparmiasse le tre chiese Apostoliche, non è sostenuta neppur dalla dubbiosa testimonianza del Libro Pontificale.
782. La profusione di Catulo, che fu il primo a dorare il tetto del Campidoglio, non fu generalmente approvata (Plin., Hist. Nat. XXXIII. 18), ma essa fu di gran lunga superata dagl'Imperatori, e l'esterna doratura del Tempio costò a Domiziano 1200 talenti (2,400,000 lire sterline). L'espressione di Claudiano, e di Rutilio (luce metalli aemula... fastigia astris, e confunduntque vagos delubra micantia visus) manifestamente provano, che non fu tolta quella splendida copertura nè da' Cristiani nè da' Goti (Vedi Donat, Roma ant. lib. II. cap. 6. p. 125). Sembra che il tetto del Campidoglio fosse decorato da statue dorate, e da cocchi tirati da quattro cavalli.
783. Il curioso lettore può consultare l'erudito ed esatto trattato d'Adriano Reland, de spoliis Templi Hierosolymitani in arcu Titiano Romae conspicuis: in 12 Trajecti ad Rhen. 1716.
784. L'unica nave di tutta la flotta, che soffrisse naufragio, fu quella, che conteneva i residui del Campidoglio. Se un superstizioso sofista Pagano avesse dovuto raccontar questo accidente, si sarebbe rallegrato, che quel carico di sacrilegio si fosse perduto nel mare.
785. Vedi Vittore Vitense, de Persec. Vandal. l. 1. c. 8. p. 11, 122. Edit. Ruinart. Deogratias governò la Chiesa di Cartagine solo tre anni. Se non fosse stato sepolto segretamente, si sarebbe diviso in molti pezzi il suo cadavere dalla folle devozione del Popolo.
786. Della morte di Massimo, e del sacco di Roma per opera de' Vandali si trova generalmente fatta menzione presso Sidonio (Paneg. avit. 441, 450), Procopio (De Bell. Vandal. l. 1. c. 4, 5. p. 188, 189 e l. 2. c. 9. p. 255), Evagrio (l. II. c. 7), Giornandes (de reb. Get. c. 45. p. 677), e nelle Croniche d'Idazio, di Prospero, di Marcellino e di Teofane, sotto il suo proprio anno.
787. Bisogna dedurre la vita privata, e l'elevazione d'Avito con qualche sospetto dal Panegirico pronunziato da Sidonio Apollinare, suo suddito e genero.
788. Ad esempio di Plinio il Giovane, Sidonio (l. II. c. 2) ha fatto la florida, prolissa, ed oscura descrizione della sua villa, che portava il nome d'Avitacum, ed era stata di proprietà d'Avito. Non se ne conosce precisamente il sito. Si consultino però le note di Savaron e di Sirmond.
789. Sidonio (l. II. Epist. 9) ha descritto la vita rurale de' nobili Galli in una visita ch'ei fece ad alcuni suoi amici, i beni de' quali erano nelle vicinanze di Nimes. Le ore della mattina si occupavano nel (Sphaeristerium) giuoco della palla, o nella libreria, che era piena di Autori Latini, sacri e profani: e questi per gli uomini, quelli per le donne. Due volte s'imbandiva la tavola, a desinare ed a cena, con cibi cotti (lesso ed arrosto), e con vino. Nel rimanente del tempo la compagnia dormiva, andava a spasso a cavallo, ed usava i bagni caldi.
790. Settanta versi del panegirico (505, 575), impiegati a scrivere l'importunità di Teodorico e della Gallia, che cercavan di vincere la modesta ripugnanza d'Avito, vengono cancellati da tre parole d'un onesto Istorico: Romanum ambisset Imperium: Gregor. Turon. l. II. c. II. in Tom. II. p. 168.
791. Isidoro Arcivescovo di Siviglia, ch'era del sangue reale de' Goti, confessa, e quasi giustifica (Hist. Goth. p. 718) il delitto, che Giornandes loro schiavo aveva bassamente dissimulato (c. 43. p. 673).
792. Questa elaborata descrizione (l. I. ep. 2. p. 2, 7) fu dettata da qualche motivo politico. Essa era destinata per pubblicarsi, ed era passata per le mani degli amici di Sidonio, prima che fosse inserita nella collezione delle sue lettere. Il primo libro fu pubblicato separatamente. Vedi Tillemont Mem. Eccl. Toni. XVI. p. 264.
793. Ho tralasciato in questo ritratto di Teodorico varie minute circostanze, ed espressioni tecniche, le quali potevano esser tollerabili o almeno intelligibili solo per quelli, che avessero frequentato, come i contemporanei di Sidonio, i mercati, dove si esponevano gli schiavi nudi alla vendita; (Dubos Hist. crit. Tom. I. p. 404).
794. Videas ibi elegantiam Graecam, abundantiam Gallicanam, celeritatem Italam, publicam pompam, privatam diligentiam, regiam disciplinam.
795. Tunc etiam ego aliquid obsecraturus feliciter vincor, et mihi tabula perit, ut causa salvetur, Sidonio d'Alvergna non era suddito di Teodorico; ma potè forse trovarsi impegnato a chieder giustizia o favore alla Corte di Tolosa.
796. Teodorico medesimo aveva fatta una solenne e volontaria promessa di fedeltà, che si sparse tanto nella Gallia, che nella Spagna
..... Romae sum, te duce, amicus;
Principe te, miles.....
Sidonio Paneg, Avit. 511.
797. Quaeque sinu pelagi jactat se Bracara dives. Auson. de dar. urbib. p. 245.
Dal disegno, che aveva formato il Re degli Svevi, è chiaro che si conosceva, e si praticava la navigazione da' porti della Gallicia al Mediterraneo. Lo navi di Bracara o Braga navigavano cautamente lungo la costa, senz'arrischiarsi di estendersi nell'Atlantico.
798. Questa guerra Svevica è la parte più autentica della Cronica d'Idazio, che come Vescovo d'Iria Flavia ne fu spettatore egli stesso, e ne soffrì gli effetti. Giornandes (c. 44 p. 675, 676, 677) ha spaziato con piacere intorno ad una vittoria Gotica.
799. In uno de' portici o gallerie spettanti alla libreria di Traiano, fra le statue degli scrittori ed oratori celebri. Sidonio Apollinare lib. IX. epist. 16. pag. 284. Carm. VIII. pag 350.
800. Luxuriose agere volens a Senatoribus projectus est; questa è la succinta espressione di Gregorio di Tours (l. II. c. XI. p. 168). Un'antica Cronica (nel Tom. II. p. 649) fa menzione d'uno scherzo indecente d'Avito, che sembra più applicabile a Roma che a Treveri.
801. Sidonio (Paneg. Anthem. p. 302 etc.) loda la nascita reale di Ricimero, legittimo erede, com'egli vuole dare ad intendere, di ambedue i regni, Gotico e Svevico.
802. Vedi la Cronica d'Idazio. Giornandes (c. 44. p. 676) lo nomina con qualche sorta di verità virum egregium, et pene tunc in Italia ad exercitum singularem.
803. Parcens innocentiae Aviti: questa è la compassionevole, ma sprezzante espressione di Vittore Tunnunense (in Chron. ap. Scaliger. Euseb.). In un altro luogo l'appella vir totius simplicitatis. Questa commendazione è più umile, ma è più solida e sincera delle lodi di Sidonio.
804. Egli soffrì, come si suppone, il martirio nella persecuzione di Diocleziano (Tillemont, Mem. Eccl. Tom. 5. p. 279, 696). Gregorio di Tours, suo particolar devoto, ha consacrato alla gloria di Giuliano martire un intero libro (de gloria Martyr. l. II. in maxima Bibl. Patr. Tom. XI. p. 861, 871), nel quale racconta circa cinquanta sciocchi miracoli fatti dalle sue reliquie.
805. Gregorio di Tours (l. II. c. XI. p. 168) è breve, ma esatto nel regno del suo nazionale. Le parole d'Idazio caret imperio, caret et vita, sembra che indichino essere stata violenta la morte d'Avito; ma bisogna, che fosse segreta, mentre Evagrio (l. II. c. 7) potè supporre, che morisse di peste.
806. Dopo aver modestamente portato gli esempi de' suoi confratelli Virgilio ed Orazio, Sidonio confessa ingenuamente il suo debito, e promette di pagarlo:
Sic mihi diverso nuper sub marte cadenti
Jussisti placido Victor ut essem animo.
Serviat ergo libi servati lingua Poetae,
Atque meae vitae laus tua sit pretium.
Sidon. Apoll., Carm. IV. p. 308. Vedi Dubos, Hist. Crit.
807. Le parole di Procopio meritano d'esser trascritte: ουτος γαρ ο Μαιοριανος ξυμπαντας του πωποτε Ρωμαιων βεβασιλευκοτας υπεραιρων αρετη πασι; e quindi ανηρ τα μεν εις τους υπηκοους μετριος γεγονως φοβεφος δε τα ες τους πολεμιους (De Bell. Vandal. l. 1. c. 7. p. 194) breve ma piena definizione della virtù reale.
808. Quel Panegirico fu pronunziato a Lione avanti la fine dell'anno 458 mentre l'Imperatore era tuttavia console. Esso contiene più artifizio che genio, e più fatica che arte. Gli ornamenti son falsi o triviali; l'espressione debole e prolissa; e Sidonio manca dell'abilità di porre il soggetto principale in un aspetto luminoso, e distinto. La vita privata di Maioriano occupa circa 200 versi, 107-305.
809. Ella ne chiese l'immediata morte, e fu appena contenta della sua disgrazia. Parrebbe, che Ezio, ugualmente che Belisario, e Marlborough, fosse governato dalla propria moglie, la fervente pietà della quale, quantunque capace d'operar miracoli (Gregor. Turon. l. II. c. 7. p. 162), pure non era incompatibile co' bassi e sanguinari disegni.
810. Gli Alemanni avevan passato le alpi Rezie, e furono disfatti ne' Campi Canini, o nella vallata di Bellinzona, per cui scorre il Ticino nella sua discesa dal monte Adula al lago Maggiore (Cluver., Ital. antiq. Tom. 1. pag. 100, 101). Questa vantata vittoria su novecento Barbari (Paneg. Maior. 373. etc.) dimostra l'estrema debolezza dell'Italia.
811. Imperatorem me factum P. C. electionis vestrae arbitrio, et fortissimi exercitus ordinatione agnoscite (Novell. Majorian. Tit. 3. p. 34. ad Calc. Cod. Theod.). Sidonio vanta l'unanime voce dell'Impero.
......... Postquam ordine vobis
Ordo omnis regnum dederat; plebs, curia, miles,
Et collega simul....
386.
Questo è un linguaggio antico e costituzionale: possiamo qui osservare, che il Clero non era considerato ancora come un ordine distinto dello Stato.
812. Tanto dilationes, che delationes possono somministrare un senso tollerabile; ma nell'ultima voce si trova più sentimento e più spirito, e perciò le ho dato la preferenza.
813. Ab externo hoste et a domestica clade liberavimus. Per quest'ultima doveva intendere Maioriano la tirannia di Avito, di cui per conseguenza risguardava egli la morte come un atto meritorio. In quest'occasione Sidonio è timoroso ed oscuro; egli descrive i dodici Cesari, le nazioni dell'Affrica ec. per evitare il pericoloso nome d'Avito (305, 569).
814. Vedasi tutto l'editto, o la lettera di Maioriano di Senato (Novell. Tit. IV. pag. 34). Pure quest'espressione regnum nostrum porta qualche indizio di quel secolo, e non fa buona lega con la parola Respublica, che esso frequentemente ripete.
815. Vedi le Leggi di Maioriano (non sono che nove di numero, ma molto lunghe e di vario argomento) al fine del Codice Teodosiano, Novell. L IV. pag. 32, 37. Il Gotofredo non ha fatto alcun comentario a queste aggiunte.
816. Fessas Provincialium varia atque multiplici tributorum exactione fortunas, et extraordinariis fiscalium solutionum oneribus attritas etc. Novell. Majorian. Tit. IV. pag. 34.
817. L'erudito Greaves (Vol. I. pag. 329, 330, 331) ha trovato per mezzo di diligenti ricerche, che gli aurei degli Antonini pesavano cento diciotto grani Inglesi, e quelli del quinto secolo solo sessant'otto. Maioriano diede corso a tutta la moneta d'oro, eccettuato solamente il solido Gallico, per la sua mancanza non già nel peso, ma nel titolo.
818. Tutto l'editto (Novell. Majorian. tit VI. p. 35) è curioso. Antiquarum aedium dissipatur speciosa constructio: et ut aliquid reparetur magnae diruuntur. Hinc iam occasio nascitur, ut etiam unusquisque privatum aedificium construens per gratiam iudicum..... praesumere de publicis locis necessaria et transferre non dubitet. Con uguale zelo, ma con minor potere il Petrarca nel decimo quarto secolo ripetè le stesse querele (Vit. del Petrarca Tom. I. p. 326, 327). Se io proseguo quest'istoria, non mi dimenticherò della decadenza e della rovina della città di Roma, interessante oggetto, a cui si limitava in principio il mio disegno.
819. L'Imperatore riprende la dolcezza di Rogaziano, Consolare di Toscana, in un tuono di aspro rimprovero, che sembra quasi una personale animosità (Novella Tit. IX p. 37). La legge di Maioriano, che puniva le vedove ostinate, fu rivocata poco dopo da Severo suo successore (Novell. Sever. Tom. I. p. 37).
820. Sidonio Paneg. Major. 385, 440.
821. La rivista dell'armata, ed il passaggio delle alpi sono le parti più tollerabili, del panegirico (470, 552 ). Il Buat (Hist. des Peuples etc. Tom. VIII. p. 49, 55) è un comentatore più soddisfacente, che il Savaron o il Sigismondo.
822. Τα μεν οελοις, τα δε λογοις; Tal è la giusta e forte distinzione di Prisco (Excerpt. Legat. p. 42) in un breve frammento, che getta molta luce sull'istoria di Maioriano. Giornandes ha soppresso la disfatta e l'alleanza de' Visigoti, che furono solennemente pubblicate nella Gallicia, e sono notate nella Cronica d'Idazio.
823. Floro l. II. c. 2. Egli scherza con l'immagine poetica, che gli alberi si erano trasformati in navi: ed in vero tutto il fatto, come vien raccontato nel primo libro di Polibio, si allontana troppo dal corso probabile degli avvenimenti umani.
Interea duplici texis dum littore classem
Inferno superoque mari, cedit omnis in aequor
Sylva tibi etc.........
Sidonio Paneg. Major. 441, 461.
Il numero delle navi, che Prisco fissa a 300 vien magnificato mediante un'indefinita comparazione con le flotte d'Agamennone, di Serse e d'Augusto.
825. Procopio (De Bell. Vandal. l. 1. c. 8. p. 194). Quando Genserico condusse l'incognito suo ospite all'arsenale di Cartagine, le armi da loro stesse fecero dello strepito urtandosi. Maioriano aveva tinto la sua bionda chioma di color nero.
..... Spoliisque potitus
Immensis, robur luxuria perdidit omne,
Qua valuit, dum pauper erat.
Paneg. Major. 330.
In seguito applica, ingiustamente per quanto sembra, a Genserico i vizi de' suoi sudditi.
827. Egli abbruciò i villaggi, ed avvelenò le fonti (Prisco p. 42). Dubos (Hist. Crit. Tom. I p. 475) osserva, che i magazzini, che i Mori avevan posti sotto terra, poterono evitare le sue distruttive ricerche. Si trovano alle volte scavate due o trecento fosse nel medesimo luogo: ed ogni fossa contiene almeno quattrocento misure di grano. Shavv. Viagg. p. 139.
828. Idazio, che nella Gallicia era sicuro dalla potenza di Ricimero, arditamente ed ingenuamente dichiara: Vandali per proditores admoniti etc. Ei dissimulò però il nome del traditore.
829. Proc., de bell. Vandal. l. I. c. 8. p. 194. La testimonianza d'Idazio è chiara ed imparziale: Majorianum de Galliis Romam redeuntem et Romano Imperio vel nominis res necessarias ordinantem, Ricimer livore percitus, et invidorum consilio fultus, fraude interficit circumventum. Alcuni leggono Suevorum, ed io ammetterei l'una e l'altra parola, esprimendo esse i diversi complici, che ebbero parte nella cospirazione contro Maioriano.
830. Vedi gli Epigrammi d'Ennodio n. 135 fra le opere di Sirmondo Tom. I. p. 1903. Il suo stile è grossolano ed oscuro; ma Ennodio fu fatto Vescovo di Pavia cinquanta anni dopo la morte di Maioriano, e le sue lodi meritan fede e riguardo.
831. Sidonio fa un noioso racconto (l. I. epist. XI. p. 25, 31) d'una cena in Arles, alla quale fu invitato da Maioriano poco tempo avanti la sua morte. Non aveva esso intenzione di lodare un Imperatore defunto; ma un'accidentale sua disinteressata osservazione, Subrisit Augustus, ut erat auctoritate servata, cum se communioni dedisset, joci plenus; vale più di sei cento versi del suo venal panegirico.
832. Sidonio (Paneg. Anthem. 317) l'invia al cielo:
Auxerat Augustus naturae lege Severus
Divorum numerum.....
ed una vecchia lista degl'Imperatori, composta verso il tempo di Giustiniano, loda la sua pietà, e ne fissa la residenza in Roma (Sirmondo not. ad Isid. p. 111, 112).
833. Il Tillemont, ch'è sempre scandalizzato dalla virtù degl'infedeli, attribuisce questo vantaggioso ritratto di Marcellino (conservatosi da Suida) al parziale zelo di qualche isterico Pagano Hist. des Emper. Tom. VI p. 330.
834. Procopio de bell. Vandal. l. I, c. 6. p. 191. In varie circostanze della vita di Marcellino non è facile di conciliare l'Istorico Greco con le croniche Latine contemporanee.
835. Conviene applicare ad Egidio le lodi, che Sidonio (Paneg. Major. 553) dà ad un anonimo Generale, che comandava la retroguardia di Maioriano. Idazio commenda, per la pubblica fama, la sua cristiana pietà; e Prisco fa menzione (p. 42) delle sue virtù militari.
836. Gregor. Turon. l. II. c. 12. in Tom. II, p. 168. Il P. Daniel, che aveva idee superficiali e moderne, ha mosso obiezioni contro la storia di Childerico (Hist. de France Tom, I. Prefac. Historiq. p. lxxviii etc.): ma sono state bene sciolte dal Dubos (Hist. Crit. Tom. I, p. 460, 510), e da due autori, che si disputarono il premio dell'Accademia di Soissons (p. 131, 177, 310, 339). Quanto al termine dell'esilio di Childerico, è necessario o prolungar la vita d'Egidio oltre il tempo assegnato da Idazio, o correggere il testo di Gregorio, leggendo quarto anno invece di octavo.
837. La guerra navale di Genserico è descritta da Prisco (Exc. Legation. p. 42), da Procopio (de Bell. Vandal. l. I. c. 5. p. 189 190. e c. 22. p. 228), da Vittore Vitense (de persecut. Vandal. lib. I. c. 17) e presso il Ruinart (p. 467, 481), e nei tre panegirici di Sidonio, l'ordine cronologico de' quali vien assurdamente trasposto nell'edizioni tanto del Savaron, che del Sirmondo (Avit. Carm. VIII. 441, 451. Major. Carm. V. 327, 350, 385, 440. Anthem. Carm. II. 358, 386). In un luogo il Poeta sembra inspirato dal suo soggetto, ed esprime una forte idea con una immagine vivace.
....... Hic Vandalus hostis
Urget; et in nostrum numerosa classe quotannis
Militat excidium; conversoque ordine fati
Torrida Caucaseas infert mihi Byrsa furores.
838. Il Poeta stesso è costretto a confessare l'angustia di Ricimero:
Praeterea invictus Ricimer, quem pubblica fata
Respiciunt, proprio solus vix marte repellit
Piratam per rura vagum....
L'Italia dirige le sue querele al Tevere, e Roma, all'istanza del divino fiume, si porta a Costantinopoli, rinunzia i suoi antichi diritti, ed implora l'amicizia dell'Aurora, Dea dell'Oriente. Questa favolosa macchina, di cui aveva già usato, ed abusato il genio di Claudiano, è il costante miserabile ripiego delle muse di Sidonio.
839. Gli autori originali de' regni di Marciano, di Leone e di Zenone son ridotti ad alcuni imperfetti frammenti, alle mancanze de' quali convien supplire per mezzo delle più recenti compilazioni di Teofane, di Zonara o di Cedreno.
840. S. Pulcheria morì l'anno 453 quattro anni prima del suo nominal marito; e se ne celebra da' moderni Greci la festa il dì 10 di Settembre. Essa lasciò un immenso patrimonio per servire ad usi pii, o almeno Ecclesiastici. Vedi Tillemont, Mem. Eccl. Tom. XV. p. 181-184.
841. Vedi Procop., de bell. Vandal. l. I. c. 4. p. 185.
842. Da questa incapacità d'Aspar a salire sul trono può rilevarsi, che la macchia dell'Eresia era perpetua ed indelebile, mentre quella del Barbarismo svaniva nella seconda generazione.
843. Teofan. p. 95. Questa sembra che fosse la prima origine di una cerimonia, che di poi tutti i Principi Cristiani del Mondo hanno adottata, e da cui il Clero ha tratto le più formidabili conseguenze.
844. Cedreno, (p. 345, 346), che aveva a mano gli Scrittori di migliori tempi, ci ha conservato le rimarchevoli parole d'Aspar: Βασιλευ τον αυτην την αλουργιδα πε ιβεβλημενον ου χρη διαψευδεσθαι.
845. La potenza degl'Isauri agitò l'Impero Orientale ne' due successivi regni di Zenone e d'Anastasio; ma finì con la distruzione di que' Barbari, che mantennero la fiera loro indipendenza per circa dugento trent'anni.
..... Tali tu civis ab urbe
Procopio genitore micas, cui prisca propago
Augustis venit a proavis...
Il Poeta (Sidon. Paneg. Anthem. 67-306) quindi passa a riferir la vita privata, e le avventure del futuro Imperatore, di che doveva egli esser ben poco informato.
847. Sidonio dimostra con tollerabile ingegno, che questa moderazione aggiunse nuovo splendore alla virtù d'Antemio (210, ec.) il quale evitò uno scettro, e con ripugnanza ne accettò un altro, 22, e ec.
848. Il Poeta celebra di nuovo la concordia di tutti gli ordini dello Stato (15, 22), e la Cronica d'Idazio fa menzione delle truppe, che l'accompagnarono.
849. Interveni autem nuptiis Patricii Ricimeris, cui filia perennis Augusti in spem publicae securitatis copulabatur. Il viaggio di Sidonio da Lione, e le feste di Roma son descritte con qualche spirito (l. 1. epist. 5. pag. 913. epist. 9, pag. 21).
850. Sidonio (l. 1, epist. 9. p. 23, 24) espone assai chiaramente il motivo del suo panegirico, la fatica, ed il premio, che n'ebbe: Hic ipse panegyricus si non iudicium, certe eventum boni operis accepit. Ei fu fatto Vescovo di Clermont l'Anno 471. (Tillemont, Mem. eccl. Tom. XVI. pag. 750.)
851. Il palazzo d'Antemio era situato sulle rive della Propontide. Nel nono secolo Alessio, genero dell'Imperatore Teofilo, ottenne la permissione di comprar quel terreno: e terminò i suoi giorni in un Monastero, ch'ei fondò in quel delizioso luogo. Ducange, Costantinopolis Christiana p. 117, 152.
852. Papa Hilarius.... apud Beatum Petrum Apostolum palam ne id fieret clara voce constrinxit in tantum, ut non ea facienda cum interpositione iuramenti idem promitteret Imperator. Gelas., Epist. ad Andronicum ap. Baron. an. 467. n. 3. Il Cardinale osserva con qualche compiacenza, ch'era molto più facile seminar l'eresie a Costantinopoli, che a Roma.
853. Damascio nella vita del Filosofo Isidoro ap. Phot. p. 1049. Damascio, che visse al tempo di Giustiniano, compose un'altra opera consistente in 570 racconti preternaturali di anime, di demonj, di apparizioni ec.; follie del Paganesimo Platonico.
854. Nelle opere poetiche di Sidonio, ch'egli di poi condannò (l. IX. epist. 16, p. 285) le Divinità favolose sono i principali attori. Se Girolamo fu battuto dai demonj solo per avere letto Virgilio, il Vescovo di Clermont per una imitazione sì misera meritava maggiori percosse dalle Muse.
855. Ovidio (Fast. l. II. 267-452) ha fatto una piacevole descrizione delle follie dell'antichità, che sempre inspiravano tanto rispetto, che un grave Magistrato correndo nudo per le strade non era un soggetto di maraviglia, nè di derisione.
856. Vedi Dionis. Alic. l. 1. p. 25, 65. Edit. Hudson. Gli antiquari Romani, Donato (l. II. c. 18. p. 173, 174), ed il Nardini (p. 386, 387) hanno cercato di stabilire la vera situazione del Lupercale.
857. Il Baronio pubblicò questa lettera di Gelasio Papa, tratta da' Manoscritti della libreria Vaticana (an. 496, n. 28, 45), ed ha per titolo Adversus Andromachum Senatorem, ceterosque Romanos, qui Lupercalia secundum morem pristinum colenda constituebant. Gelasio sempre suppone, che i suoi avversari sieno cristiani solo di nome, e per non ceder loro in assurdi pregiudizi, attribuisce a quell'innocente festa tutte le calamità di quel tempo.
858. Itaque nos, quibus totius mundi regimen commisit superna provisio,.... Pius et triumphator semper augustus filius noster Anthemius, licet divina majestas, et nostra creatio pietati ejus plenam Imperii commiserit potestatem etc.... Tal è il superiore stile di Leone, che Antemio rispettosamente appella Dominus et Pater meus Princeps sacratissimus Leon. (Vedi novell. Anthem. Tit. II. III. p. 38. ad calcem Cod. Theod).
859. La spedizione d'Eraclio è piena di difficoltà (Tillem. Hist. des Emper. Tom. VI. p. 640), e si richiede qualche destrezza nel far uso delle circostanze somministrateci da Teofane, senza offendere la testimonianza più rispettabile di Procopio.
860. La marcia di Catone, che partì da Berenice nella Provincia di Cirene, fu più lunga di quella d'Eraclio da Tripoli. Egli passò il vasto arenoso deserto in trenta giorni, e bisognò prevedersi, oltre gli ordinari bagagli, d'un gran numero di otri pieni d'acqua, e di molti Pselli, che si supponeva, avessero l'arte di succiar le ferite fatte da' serpenti del nativo loro paese. Vedi Plutarco, in Caton. Uticens. Tom. VI. p. 275. Strab. Georg. l. XVII. p. 1191.
861. La somma principale vien espressa chiaramente da Procopio (de Bell. Vandal., l. 1. c. 6. pag. 191): le parti minori delle quali era composta, che il Tillemont (Hist. des Emper., Tom. VI. p. 396) ha con gran fatica raccolte dagli scrittori Bizantini, sono meno certe, e meno importanti. L'istorico Malco si duole della pubblica miseria (Excerpt. ex Suida in corp. Hist. Byzant. p. 58); ma è certamente ingiusto, allorchè accusa Leone d'ammassare i tesori, che estorceva dal Popolo.
862. Questo promontorio è distante quaranta miglia da Cartagine (Procop. l. 1. c. 6. p. 192), e venti leghe dalla Sicilia (Shavv viagg. p. 89). Scipione sbarcò più a dentro nella baia al promontorio Bianco. Vedasi l'animata descrizione di Livio XXIX. 26, 27.
863. Teofane (p. 100) asserisce, che molte navi dei Vandali furon colate a' fondo. L'asserzione di Giornandes (de success. regn.) che Basilisco attaccò Cartagine, si deve intendere in un senso ben limitato.
864. Damascio (in vit. Isidor. ap. Phot. 1048). Paragonando fra loro le tre brevi Croniche' di que' tempi, si vedrà, che Marcellino aveva combattuto vicino a Cartagine, e che fu ucciso in Sicilia.
865. Quanto alla guerra Affricana vedasi Procopio (de bell. Vandal. l. 1. cap. 6. p. 191, 192, 193). Teofane (p. 99, 100, 101), Cedreno (p. 349, 350) e Zonara (Tom. II. l. XIV. p. 50, 51). Montesquieu (Considerat. sur la grandeur etc. c. XX. Tom. 3. pag. 497) ha fatto una giudiziosa osservazione sulla mancanza di successo di tali grandi armamenti navali.
866. Giornandes è la miglior nostra guida per i regni di Teodorico II e d'Enrico (de reb. Get. c. 44, 45, 46, 47, p. 675, 681). Idazio termina troppo presto, ed Isidoro è troppo riservato nelle notizie, che ci avrebbe potuto dare su gli affari di Spagna. I fatti relativi alla Gallia, sono con grande studio illustrati nel terzo libro dell'Abbate Dubos Hist. Crit. Tom. 1. p. 424-620.
867. Vedi Mariana, Hist. Hispan. Tom. 1. lib. V. c. 5. p. 162.
868. Si fa un'imperfetta, ma original pittura della Gallia, specialmente dell'Alvergna, da Sidonio, il quale, come Senatore, e di poi come Vescovo, era sommamente interessato nel destino del suo Paese. (Vedi l. V. Epist. 1, 5, 9).
869. Sidonio l. III. ep. 3, p. 65, 68. Gregor. Turon. l. II. c. 24 in Tom. II. p 174. Giornandes c. 45. p. 675. Ecdicio forse non era che figliastro d'Avito.
870. Si nullae a Republica vires, nulla praesidia, si nullae, quantum rumor est, Anthemii Principis opes, statuit te auctore nobilitas seu patriam dimittere, seu capillos (Sidonio l. II. ep. 1. p. 33). Le ultime parole (Sirmondo not. p. 25) possono ugualmente indicare la tonsura clericale, che in fatti fu scelta da Sidonio medesimo.
871. Può trovarsi l'istoria di questi Brettoni presso Giornandes (c. 45. p. 678), Sidonio (l. III. ep. 9, p. 73, 74), Gregorio di Tours (l. II. c. 18, in Tom. II. p. 170), Sidonio (che appella questi mercenari soldati argutos, armatos tumultuosos, virtute, numero, contubernio contumaces) tratta col loro Generale in un tuono d'amicizia, e di famigliarità.
872. Vedi Sidonio l. 1. ep. 7. p. 15-20, con le note del Sirmondo. Questa lettera fa onore al cuore, non meno che all'ingegno di esso. La prosa di Sidonio, per quanto sia viziata da un gusto falso ed affettato, è molto superiore agli insipidi suoi versi.
873. Quando il Campidoglio cessò d'essere un Tempio, fu destinato per uso de' Magistrati civili; ed è sempre la residenza del Senatore di Roma. Era probabilmente permesso a' Gioiellieri ec. d'esporre, le preziose loro merci ne' portici.
874. Haec ad Regem Gothorum charta videbatur emitti pacem cum Greco Imperatore dissuadens, Britannos super Ligerim sitos impugnare oportere demonstrans, cum Burgundionibus Jure Gentium Gallias dividi debere confirmans.
875. Senatus consultum Tiberianum. Sirmondo not. p. 17; ma quella legge concedeva solo dieci giorni fra la sentenza e l'esecuzione: gli altri venti vi furono aggiunti al tempo di Teodosio.
876. Catilina seculi nostri: Sidonio l. II. ep. 1. pag. 35. l. V. ep. 13. p. 143. l. VII. ep. 7. p. 185. Egli abbomina i delitti, ed applaudisce al gastigo di Seronato forse coll'indignazione d'un cittadino virtuoso, e forse collo sdegno di un personal nemico.
877. Ricimero, sotto il regno d'Antemio, disfece, ed uccise in battaglia Beorgor Re degli Alani (Giornandes c. 45. p. 678). La sua sorella era maritata al Re de' Borgognoni, ed ei manteneva un'intima connessione con la colonia Svevica, stabilita nella Pannonia, e nel Norico.
878. Galatam concitatum. Il Sirmondo, nelle sue note ad Ennodio, applica quest'espressione ad Antemio stesso. L'Imperatore probabilmente era nato nella Provincia della Galazia, gli abitanti di cui, vale a dire Gallo-Greci, si supponeva, che riunissero in sè i vizi d'un Popolo selvaggio e corrotto.
879. Epifanio tenne per trent'anni il Vescovato di Pavia, dall'anno 467 al 497; (Vedi Tillemont Mem. Eccl. T. XVI. p. 788). La posterità non avrebbe conosciuto nè il nome nè le azioni di esso, qualora Ennodio, uno de' suoi successori, non ne avesse scritto la vita (Sirmondo Oper. Tom. 1. p. 1647, 1692), in cui lo rappresenta come uno degli uomini più grandi di quel tempo.
880. Ennodio (p. 1659, 1664) ha riferito quest'ambasceria d'Epifanio; e la sua narrazione verbosa o turgida, per quanto sembra, illustra diversi passi curiosi nella caduta dell'Impero Occidentale.
881. Prisco (Excerpt. legat. pag. 74) Procopio (de bell. Vandal. l. 1. c. 6. p. 191). Eudossia e la sua figlia furono restituite dopo la morte di Maioriano. Forse fu dato il consolato ad Olibrio (an. 464) come un presente nuziale.
882. Si determina l'ostile comparsa d'Olibrio (nonostante l'opinione del Pagi) dalla durata del suo regno. La segreta connivenza di Leone vien confessata da Teofane, e dalla Cronica Pasquale. Noi non sappiamo i suoi motivi; ma in quest'oscuro periodo la nostra ignoranza si estende alla maggior parte de' fatti pubblici più importanti.
883. Delle quattordici regioni o quartieri, ne' quali Roma era stata divisa da Augusto, il solo Gianicolo è dalla parte del Tevere, che guarda la Toscana. Ma nel quinto secolo il sobborgo Vaticano formava una considerabil città; o nella distribuzione Ecclesiastica, ch'era stata fatta recentemente da Simplicio Papa regnante in quel tempo, due delle sette regioni o parrocchie di Roma dipendevano dalla chiesa di S. Pietro. Vedi Nardini Roma antica pag. 67. Richiederebbe una tediosa dissertazione il notare le circostanze, nelle quali sono inclinato a partirmi dalla topografia di quell'erudito Romano.
884. Nuper Antemii et Ricimeris civili furore subversa est: Gelasio in Epist. ad Andromach. ap. Baron. an. 496. n. 12. Il Sigonio (Tom. 1. l. XIV. de Occident. Imper. p. 542, 543) ed il Muratori (Annal. d. Ital. Tom. IV. p. 308, 309) coll'aiuto d'un Manoscritto meno imperfetto dell'Istoria Miscellanea hanno illustrato quest'oscuro e sanguinoso avvenimento.
885. Tal era stata la saeva ac deformis urbe tota facies, quando Roma fu assalita e presa dalle truppe di Vespasiano (Vedi Tacito, Hist. III. 82, 83); ed ogni specie di male aveva dopo quel tempo acquistato una gran forza di più. La rivoluzione de' secoli può riprodurre le stesse calamità; ma posson tornare i medesimi tempi, senza produrre un Tacito, che li descriva.
886. Vedi Ducange, Famil. Byzant. p. 74, 75. Arcobindo, che sembra sposasse la nipote dell'Imperator Giustiniano, fu l'ottavo discendente di Teodosio il Vecchio.
887. Le ultime rivoluzioni dell'Impero occidentale si trovano leggiermente indicate presso Teofane (p. 102), Giornandes (c. 45. p. 679), la Cronica di Marcellino, ed i Frammenti d'uno scrittore anonimo pubblicato dal Valesio al fine d'Ammiano (p. 716, 717). Se Fozio non fosse stato sì miserabilmente conciso, potremmo trarne molte notizie dalle storie contemporanee di Malco, e di Candido. (Vedi i suoi Estratti p. 172, 179).
888. Vedi Gregor. Turon. l. II. c. 28. in Tom. II. p. 175. Dubos, Hist. Crit. Tom. I. p. 613. Mediante l'uccisione o la morte naturale de' due suoi fratelli, Gundobaldo acquistò il solo possesso del regno di Borgogna, di cui si accelerò la rovina dalla loro discordia.
889. Julius Nepos armis pariter summus Augustus ac moribus: Sidonio l. V. ep. 76. pag. 146. Nipote diede ad Ecdicio il titolo di Patrizio, che Antemio gli aveva promesso, decessoris Anthemii fidem absolvit. (Vedi lib. VIII. ep. 7. p. 224).
890. Epifanio fu mandato ambasciatore da Nipote a' Visigoti ad oggetto di fissare fines Imperii Italici (Ennod., ap. Sirmond. Tom. I. pag. 1665, 1669). Il patetico suo discorso nascondeva il vergognoso segreto, che tosto eccitò le giuste ed amare querele del Vescovo di Clermont.
891. Malco ap. Phot. p. 172. Ennod. Epigramm. 82 in Sirmond. oper. Tom. I. p. 1879. Potrebbe però muoversi qualche dubbio sull'identità dell'Imperatore e dell'Arcivescovo.
892. La notizia, che abbiamo di questi mercenari, che rovesciaron l'Impero Occidentale, si trae da Procopio (de Bell. Goth. l. 1. c. 1. pag. 308). L'opinion popolare, ed i moderni Istorici rappresentano Odoacre nel falso aspetto di uno straniero, e d'un Re, che invase l'Italia con un esercito di stranieri, suoi nativi sudditi.
893. Orestes, qui eo tempore, quando Attila ad Italiam venit, se illi iunxit, et ejus notarius factus fuerat. Anonim. Vales. pag. 716. Egli sbaglia nella data; ma noi possiam prestar fede alla sua asserzione, che il Segretario di Attila fu padre d'Augustolo.
894. Vedi Ennodio (in vit. Epiphan. Sirmond. Tom. 1. p. 1669, 1670). Egli dà peso alla narrazione di Procopio, quantunque si possa dubitare, se realmente il diavolo immaginò l'assedio di Pavia per angustiare il Vescovo, ed il suo gregge.
895. Giornandes c. 53, 54. p. 692, 695. Il Buat (Hist. des Peupl. de l'Europ. Tom. VIII. pag. 221, 228) ha chiaramente spiegato l'origine e le avventure d'Odoacre. Io son quasi disposto a credere, ch'ei fosse quel medesimo, che saccheggiò Angers, e comandò una flotta di pirati Sassoni sull'Oceano. Gregor. Turon. lib. II. c. 18. in Tom. II. p. 170.
896. Vade ad Italiam, vade vilissimis nunc pellibus coopertus; sed multis cito plurima largiturus =. Anonym. Vales. p. 717. Ei cita la vita di S. Severino, che tuttavia sussiste, e contiene una gran parte d'ignota e valutabile storia: essa fu composta da Eugipio, suo discepolo (l'anno 511), trent'anni dopo la sua morte. (Vedi Tillemont, Mem. Eccl. Tom. XVI. p. 168, 181).
897. Teofane, che lo chiama Goto, asserisce, ch'egli fu educato e nutrito (τραφεντος) in Italia (p. 102); e poichè questa forte espressione non soffre un'interpretazione letterale, bisogna spiegarla coll'aver lungamente militato fra le guardie Imperiali.
898. Nomen regis Odoacer assumpsit, cum tamen neque purpura nec regalibus uteretur insignibus: Cassiodoro, in Chron. An. 476. Sembra, ch'egli prendesse il titolo astratto di Re, senz'applicarlo ad alcuna nazione o paese particolare.
899. Malco, di cui la perdita eccita il nostro rincrescimento, ci ha conservato (in Excerpt. Legation. p. 93) tale straordinaria Ambasciata del Senato a Zenone. Un frammento anonimo (p. 717), e l'estratto di Candido (ap. Phot. p. 176) son parimente di qualche uso.
900. Non è positivamente determinato l'anno preciso, in cui si estinse l'Impero Occidentale. L'anno dell'era volgare 476 sembra, che abbia in suo favore la testimonianza delle Croniche autentiche. Ma le due date assegnate da Giornandes (c. 46. pag. 680) differirebbero quel grande avvenimento all'anno 479; e quantunque il Buat non abbia fatto uso della sua autorità, egli adduce (Tom. 8. p. 261, 288) molte circostanze, che si combinano a sostener la stessa opinione.
901. Vedansi le sue medaglie presso il Ducange (Famil. Byzant. pag. 81), Prisco (Excerpt. Legation. pag. 56), Maffei (Osservaz. letter. Tom. 2, pag. 314). Noi possiamo addurre un famoso e simile caso. I minimi sudditi del Romano Impero presero l'illustre nome di Patrizio, che per la conversione dell'Irlanda si è comunicato ad una intiera nazione.
902. Ingrediens autem Ravennam deposuit Augustulum de regno, cujus infantiam misertus consessit ei sanguinem; et quia pulcher erat, tamen donavit ei reditum sex millia solidos, et misit eum intra Campaniam cum parentibus suis libere vivere. Anonym. Vales. p. 716. Giornandes dice (c. 46. p. 680) in Lucullano Campaniae castello exilii poena damnavit.
903. Vedi l'eloquente declamazione di Seneca (Epist. 86). Il Filosofo avrebbe potuto dedurne, che ogni lusso è relativo; e che l'antico Scipione stesso, i costumi del quale si erano ingentiliti per mezzo dello studio e della conversazione, fu accusato di questo vizio da' suoi rozzi contemporanei (Livio XXIX. 19).
904. Silla, nel linguaggio militare, lodò la sua peritia castrametandi (Plin. Hist. natur. XVIII). Fedro, che si Serve de' suoi ombrosi viali (laeta viridia) per scena d'una insipida favola (II. 5), ne ha descritta la situazione in tale modo: