1. Sarà un piacere non una pena pel lettore lo scorrere Erodoto (l. VII c. 104, 134 p. 550, 615). Il colloquio fra Serse e Demarato alle Termopili è una delle più interessanti e morali scene dell'istoria. L'aspetto delle virtù della sua patria formava il tormento del regale Spartano, che con angoscia e rimorso le rimirava.
2. Veggasi quest'orgogliosa iscrizione in Plinio (Hist. nat. VII. 27). Pochi uomini hanno meglio assaporato le dolcezze della gloria e le amarezze della sventura, nè poteva Giovenale (Sat. X) offrire un più vivo esempio delle vicende della fortuna e della vanità degli umani desiderii.
3. Γραικους .... εξ ων τα προτερα ουδενα ες Ιταλιαν ηκοντα ειδον, οτι μη τραγωδους, και ναυτας λωποδυτας. Quest'ultimo epiteto di Procopio troppo nobilmente si traduce col termine di pirati: ladri navali è la parola propria, e significa gente che spoglia, sia per rubare sia per oltraggiare (Demostene contra Conon. negli Oratori greci di Reiske, t. 2, p. 1264)
4. Vedi il libro 3 e 4 della Guerra Gotica; lo scrittore degli Aneddoti non può aggravar questi abusi.
5. Agatia, l. 5 p. 157, 158. Egli ristringe questa debolezza dell'Imperatore e dell'Impero alla vecchiezza di Giustiniano; ma, pur troppo, Giustiniano non fu mai giovane.
6. Questa dannosa politica, che Procopio (Aneddoti c. 19) imputa all'Imperatore, si manifesta nella sua lettera ad un principe Scita, il quale era capace d'intenderla (Agatia l. V p. 170, 171).
7. Gens Germana feritate ferociore, dice Vellejo Patercolo, parlando de' Germani (II 106). Langobardos paucitas nobilitat. Plurimus ac valentissimis nationibus cincti, non per obsequium, sed praeliis et periclitando tuti sunt (Tacito, de Moribus German., c. 40). Vedi parimente Strabone l. 7 p. 446. I migliori geografi li collocano di là dell'Elba, nel vescovato di Maddeborgo e la Marca di mezzo di Brandeborgo. Questa situazione si accorda colla patriottica osservazione del conte di Hertzberg, che la maggior parte dei conquistatori Barbari uscirono dagli stessi paesi che ora partoriscono gli eserciti della Prussia.
8. L'origine Scandinava dei Goti e dei Lombardi, come è asserita da Paolo Warnefrido, soprannominato il Diacono, viene impugnata dal Cluvier (Germania antiqua, l. 3 c. 26 p. 102 ecc.), natìo Prussiano, e difesa da Grozio (Proleg. ad hist. Goth., p. 28 ecc.) ambasciatore di Svezia.
9. Due fatti nel racconto di Paolo Diacono (l. 1 c. 20) esprimono i costumi nazionali: 1. Dum ad tabulam luderet, mentre giuocava alle dame. 2. Camporum viridantia lina. La coltivazione del lino suppone la proprietà, il commercio, l'agricoltura e le manifatture.
10. Mi sono servito, senza pretendere di conciliarli insieme, de' fatti recati da Procopio (Goth. l. 2 c. 14, l. 3 c. 33, 34, l. 4 c. 18, 25); da Paolo Diacono (de Gestis Langobardorum, l. 1 c. 1-23; in Muratori, Script. rer. ital., t. 1 p. 405-419); e da Giornandes (de success. Regn., p. 242). Il lettore paziente può trarre qualche lume da Mascou (Storia de' Germani, ed Annot. XXIII) e dal Buat (Hist. des Peuples, ecc. t. ix, x, xi).
11. Adotto la denominazione di Bulgari, seguendo Ennodio (in Panegyr. Theodorici, Opp. Sirmond, t. 1 p. 1598, 1599), Giornandes (de Rebus Geticis, c. 5 p. 194, e de Regn. success. p. 242), Teofane (p. 185), e le Cronache di Cassiodoro e Marcellino. Il nome di Unni è troppo vago: le tribù de' Cutturgurii ed Utturgurii formano divisioni troppo minute, ed offrono nomi di troppo aspra pronuncia.
12. Procopio (Goth. l. 4 c. 19). Quest'imbasciata verbale (egli confessa da se di essere un Barbaro senza lettere) vien riportata in forma di una lettera. Selvaggio n'è lo stile, pieno di figure ed originale.
13. Risulta questa somma da una lista particolare, che trovasi in un curioso frammento manoscritto del 550, che sussiste nella Biblioteca di Milano. L'oscura geografia di quei tempi eccita ed esercita la pazienza del conto di Buat (t. XI p. 69-189). Il ministro francese spesso perdesi in un deserto che richiede una guida Sassone o Polacca.
14. Panicum, milium. Vedi Columella, l. 2 c. 9 p. 430, ed. Gesner; Plinio, (Hist. Nat. XVIII, 24, 25). I Sarmati facevano una polenta di miglio, mista con latte o sangue di cavalla. Nell'ubertà del nostro moderno stato domestico, il miglio serve a nudrire i polli e non gli eroi. Vedi i Dizionarii di Bomare e di Miller.
15. Quanto al nome, alla nazione, alla situazione ed a' costumi degli Schiavoni, vedi le testimonianze originali del VI secolo in Procopio (Goth. l. 2 c. 26, l. 3 c. 14), e ciò che ne dice l'Imperatore Maurizio (Stratagemat. l. 2 c. 5 ap. Mascou, Annot. XXXI). Gli stratagemmi dell'Imperatore Maurizio non furono stampati, per quanto io sappia, che in fine alla Tattica di Arriano, edizione di Scheffer, in Upsala, 1664 (Fabr., Bibliot. Graec. l. 4 c. 8 t. 3 p. 278), libro raro e che non mi venne fatto di avere.
16. Antes eorum fortissimi..... Taysis qui rapidus et vorticosus in Histri fluenta furens devolvitur (Giornandes, c. 5 p. 194 ed. Muratori. Procopio, Goth. l. 5 c. 14, e de Edif. l. IV c. 7). Pure lo stesso Procopio ricorda i Goti e gli Unni come vicini, Γειτονουντα, il Danubio (de Edif. l. 4, c. 1).
17. Il titolo nazionale di Anticus, preso nelle leggi ed iscrizioni da Giustiniano, fu adottato da' suoi successori, e vien giustificato dal pio Ludewig (in vit. Justinian. p. 515). Esso ha stranamente intricato i giureconsulti del medio evo.
18. Procopio, Goth. l. 4 c. 25.
19. Un'irruzione degli Unni viene unita da Procopio coll'apparizione di una cometa, forse quella del 531 (Persic. l. 2 c. 4); Agatia (l. 5 p. 154, 155) toglie a prestito dal suo predecessore varj fatti più antichi.
20. Procopio riferisce od ingrandisce le crudeltà degli Schiavoni (Goth. l. 3 c. 29, 38). Quanto al mite e liberale loro procedere co' prigionieri, possiamo appellarci all'autorità, alquanto più recente, dell'imperatore Maurizio (Stratagem. l. 2 c. 5).
21. Topiro giaceva presso Filippi nella Tracia o Macedonia, dirimpetto all'isola di Taso, dodici giornate distante da Costantinopoli (Cellario, t. 1 p. 676, 840).
22. Se pongasi fede alla maligna testimonianza degli Aneddoti (c. 18), queste incursioni aveano ridotto le province meridionali del Danubio allo stato delle solitudini Scitiche.
23. Da Caf a Caf; che una geografia più ragionevole può forse interpretare dall'Imao al monte Atlante. Secondo la filosofia religiosa de' Maomettani, la base del monte Caf è di smeraldo, il cui riflesso produce l'azzurro del cielo. La montagna è dotata di un'azione sensitiva nelle sue radici o nervi; e la vibrazion loro, dipendente dal cenno di Dio, produce i terremoti (D'Herbelot, p. 230, 231).
24. Il ferro della Siberia è il migliore ed il più abbondante del mondo, e, nelle parti meridionali, l'industria dei Russi ne scava al presente più di sessanta miniere (Strahlenberg, Storia della Siberia, p. 342, 387. Voyages en Siberie par l'abbé Chappe d'Auteroche, p. 603-608, ediz. in 12. Amsterdam, 1770). I Turchi offrivano ferro per sale: eppure gli ambasciatori Romani, con istrana ostinazione, persistevano in credere, che un artifizio era desso, e che il loro paese punto non ne produceva (Menandro in Excerpt. Leg. p. 152).
25. Di Irgana-Kon (Abulghazi Kan, Hist. Généalog. des Tatars, P. 2 c. 5, p. 71, 77 c. 15 p. 155). La tradizione conservata da' Mogolli de' 450 anni ch'essi passaron ne' monti, concorda coi periodi Chinesi dell'istoria degli Unni e dei Turchi (De Guignes, t. 1 P. 2 p. 376) e colle venti generazioni dalla loro restaurazione sino a Zingis.
26. Il paese de' Turchi, ora de' Calmucchi, è descritto benissimo nella Storia Genealogica p. 521-562. Le curiose note del traduttore Francese sono ampliate e riordinate nel secondo volume della Traduzione inglese.
27. Visdelou, p. 141, 151. Questo fatto si può qui introdurre, benchè, strettamente parlando, esso appartenga ad una tribù subordinata e che venne dopo.
28. Procopio, Persic. l. 1 c. 12, l. 2 c. 3. Peyssonel (Observ. sur les Peup. Barb. p. 99, 100) stabilisce la distanza che corre tra Caffa e l'antica Bosforo, in 16 lunghe leghe tartare.
29. Vedi, in una Memoria del De Boze (Mem. de l'Acad. des Inscrip., t. VI p. 549-565), gli antichi Re e le medaglie del Bosforo Cimmerio; e la gratitudine di Atene, nelle orazioni di Demostene contro Leptine (negli Oratori Greci di Reiske, t. 1 p. 466, 467).
30. Intorno all'origine ed alle rivoluzioni del primo impero Turchesco, ne ho tolto le particolarità dal De Guignes (Hist. des Huns, t. 1 P. 2 p. 367-462), e da Visdelou (suppl. à la Biblioth. Orient. d'Herbelot, p. 82-114). I cenni Greci e Romani sono raccolti in Menandro (p. 108-164) ed in Teofilacte Simocatta (l. VII c. 7, 8).
31. Il fiume Til, o Tula, secondo la geografia di De Guignes (t. 1 P. 2 p. 58 e 352), è una piccola ma gentil riviera del deserto, che cade nell'Orhon, Selinga, ecc. Vedi Bell, Viaggio da Pietroburgo a Pechino (vol. 2 p. 124); non per tanto la descrizione ch'egli fa del Keat, giù pel quale discese nell'Oby, rappresenta il nome e gli attributi del fiume nero (p. 139).
32. Teofilacte, l. 7 c. 7, 8. Nondimeno i veri Avari sono invisibili anche agli occhi di De Guignes, e che può averci di più illustre de' falsi? Il diritto de' fuggitivi Ogori a questa denominazione nazionale viene riconosciuto dagli stessi Turchi (Menandro, p. 108).
33. Si trovano gli Alani nell'Istoria Genealogica de' Tartari (p. 617) e nelle carte di Danville. Essi affrontarono le mosse dei generali di Zingis intorno al mar Caspio, e furono disfatti in una gran battaglia (Hist. de Gengiscan, l. 4 c. 9 p. 447).
34. Le ambascerie e le prime conquiste degli Avari si possono leggere in Menandro (Excerpt. Legat. p. 99, 100, 101, 154, 155), in Teofane (p. 196), nell'Historia Miscella (l. XVI p. 109) ed in Gregorio di Tours (l. 4 c. 23, 29; negl'Istorici di Francia, t. 2 p. 214, 217).
35. Teofane (Chron. p. 204) e l'Historia Miscella (l. 16 p. 110), come interpreta il De Guignes (t. 1 P. 2 p. 354), sembrano parlare di un'ambasceria Turca allo stesso Giustiniano; ma quella di Maniaco, nel 4 anno del suo successore Giustino, è positivamente la prima che sia pervenuta a Costantinopoli (Menandro, p. 108).
36. I Russi hanno scoperto caratteri, rozzi geroglifici, lungo le rive dell'Irtish e del Genissì, intagliati sopra medaglie, tombe, idoli, rocce, obelischi, ecc. (Strahlenberg, Storia della Siberia, p. 324, 346, 406, 429). Il D. Hide (de Religione veterum Persarum, p. 521 ecc.) ha pubblicato due alfabeti del Tibet e degli Eigori. Io sono, da lungo tempo, in sospetto che tutto il sapere degli Sciti, ed un poco e forse assai del sapere Indiano, sia derivato dai Greci della Battriana.
37. Tutte le particolarità delle ambascerie Turchesca e Romana, così curiose nell'istoria degli umani costumi, sono levate dagli estratti di Menandro (p. 106-110, 151-154, 161-164), in cui sovente è dispiacevole la mancanza di ordine e di connessione.
38. Vedi d'Herbelot (Biblioth. Orient. p. 568, 929). Hyde (de Relig. vet. Pers. c. 21 p. 290, 291); Pocock (specimen Hist. Arab. p. 70, 71); Eutichio (Annal. t. 2 p. 176); Texeira (in Stevens, Storia della Persia, l. 1 c. 34).
39. La fama della nuova legge per la comunanza delle donne si propagò in Siria ben presto (Asseman. Bibl. Orient. t. 3 p. 402) ed in Grecia (Procopio, Persic. l. 1 c. 5).
40. Egli offrì la propria moglie e la sorella al profeta; ma le preghiere di Nushirvan salvarono la madre; e lo sdegnato monarca mai non dimenticò l'umiliazione a cui avea dovuto discendere la sua filiale pietà: pedes tuos deosculatus (disse egli a Mazdak), cujus foetor adhuc nares occupat (Pocock, specimen Hist. Arab. p. 71).
41. Procopio, Persic. l. 1 c. 11. Non fu Proclo savio più del dovere? Non fu per avventura immaginario il pericolo? La scusa almeno era offensiva per una nazione che non ignorava le lettere: ου γραμμασι οι βαρβαροι τους παιδας ποιουνται αλλ’οπλων σκευη. Dubito che in Persia vi fossero forme di adozione in uso.
42. Appoggiandosi a Procopio ed Agatia, il Pagi (t. 2 p. 543, 626) ha provato che Cosroe Nushirvan salì al trono nel 5 anno di Giustiniano (A. D. 431 1. di aprile; A. D. 532, 1 di aprile). Ma la vera cronologia che consente coi Greci e cogli Orientali, è stabilita da Gio. Malala (t. II p. 211). Cabade, o Kobad, dopo un regno di 43 anni e due mesi, ammalò agli 8, e morì ai 13 di settembre, A. D. 531, in età di 82 anni. Secondo gli annali di Eutichio, Nushirvan regnò 47 anni e 6 mesi; onde si dee porre la sua morte nel marzo del 579.
43. Procopio, Persic. l. 1 c. 23. Brisson. de Regn. Pers. p. 494. La porta del palazzo d'Ispahan è, od era, la scena fatale del disfavore o della morte (Chardin, Viaggio in Persia, t. 4 p. 312, 313).
44. In Persia, il principe delle acque è un ufficiale di Stato. Il numero de' pozzi e de' canali sotterranei è molto diminuito ed insieme con essi è diminuita la fertilità del suolo: si sono perduti recentemente 400 pozzi vicino a Tauris, e se ne contavano altre volte 42,000 nella provincia di Korasan (Chardin, t. 3 p. 99, 100. Tavernier, t. 1 p. 416).
45. Il carattere ed il governo di Nushirvan vien qui rappresentato talvolta colle proprie parole di d'Herbelot (Bibl. Orient. p. 680 ecc. da Khondemir); ora con quelle di Eutichio (Annal. t. 3 p. 179, 180 ecc. che son molto ricchi), di Abulfaragio (Dynast. VII p. 94, 95 ch'è molto povero), di Tarikh Schikard (p. 144-150), di Texeira (in Stevens, l. 1 c. 35), di Assemanno (Bibl. Orient. t. 3 p. 404-410), e dell'Ab. Fourmont (Hist. de l'Acad. des inscript. t. 7 p. 325-334), il quale ha tradotto uno spurio o genuino testamento di Nushirvan.
46. Mille anni prima ch'egli nascesse, i giudici di Persia aveano proferito una solenne opinione. τω βουσιλευoντι Περσεων εξειναι ποιειν το αν βουληται (Erodoto l. 3 c. 31 p. 210, ediz. Wesseling). Nè questa massima costituzionale era già stata negletta come un'inutile e sterile teoria.
47. Per tutto ciò che spetta allo stato letterario della Persia, alle versioni greche, ai filosofi, ai sofisti, alla scienza ed ignoranza di Cosroe, Agatia (l. 2 c. 66-71) mostra di esser male informato e fortemente pregiudicato.
48. Asseman. Bibl. Orient. t. 4 p. DCCXLV, VI, VII.
49. Il Shà Nameh, o libro dei Re, è forse l'originale monumento d'istoria che fu tradotto in greco dall'interprete Sergio (Agatia l. 5 p. 141), conservato dopo la conquista dei Maomettani, e posto in versi nell'anno 994, dal poeta nazionale Ferdussi. Vedi d'Anquetil (Mem. dell'Accad. t. 31 p. 379), e il cav. Guglielmo Jones (Ist. di Nadir Shà p. 161).
50. Nel 5 secolo il nome di Restomo, o Rostam, eroe che pareggiava la forza di dodici elefanti, era familiare agli Armeni (Mosè da Corene, Stor. Armena, l. 2 c. 7 p. 96, ed. Whiston). Nel principio del 7 secolo, il romanzo Persiano di Rostam ed Isfendiar era applaudito alla Mecca (Koran., ed. di Sale, c. 31 p. 335). Eppure Maracci non ci dà quest'esposizione del ludicrum novae historiae (Refut. Alcoran, p. 544-548).
51. Procop. Goth. l. 4 c. 10. Kobad aveva un medico greco per favorito, ch'era Stefano di Edessa (Persic. l. 2 c. 26). Antica era l'usanza, ed Erodoto racconta le avventure di Democede di Crotona (l. 3 c. 125-137).
52. Vedi Pagi, t. 2 p. 626. In uno de' trattati che fece, s'inserì un onorevole articolo per la tolleranza de' Cattolici, e per la loro sepoltura (Menandro, in Excerpt. Legat. p. 142). Nushizad, figlio di Nushirvan, fu un Cristiano, un ribelle ed un martire (D'Herbelot, p. 681).
53. Intorno alla lingua Persiana ed a' suoi tre dialetti, si consulti d'Anquetil (p. 339-343) e Jones (p. 152-185). Αγρια τινι γλωττη και αμουσοτατω, è il carattere che Agatia (l. 2 p. 66) ascrive ad un idioma rinomato nell'Oriente per la poetica sua dolcezza.
54. Agatia specifica il Gorgia, il Fedone, il Parmenide e il Timeo. Renaudot (Fabricio, Bibl. gr. t. 12 p. 246-261) non fa menzione di questa barbarica traduzione di Aristotele.
55. Di queste favole ho veduto tre copie in tre lingue differenti: 1. in Greco, tradotte da Simeone Seth (A. D. 1100) dall'Arabo, e pubblicate da Starck a Berlino nel 1697 in-12; 2. in Latino, versione dal greco, intitolata: Sapientia Indorum, inserita dal P. Pussino al fine dell'edizione di Pachimero (p. 547-620, ed Rom.); 3. in Francese, versione dal turco, dedicata, nel 1540, al sultano Solimano. Contes et Fables indiennes de Pilpay et de Lokman, par MM. Galland et Cardonne. Paris, 1778, 3 vol. in-12. Il Warton (Storia della Poesia inglese, vol. 1 p. 129, 131) si prende un campo più largo.
56. Vedi l'Historia Shahiludii del Dott. Hyde (Syntagm. Dissert. t. 2 p. 61-69).
57. La pace perpetua (Procopio, Persic. l. 1 c. 21) fu conchiusa o ratificata nel 6. anno e nel consolato 3. di Giustiniano (A. D. 533, tra il primo di gennaio e il primo di aprile. Pagi, t. 2 p. 550). Marcellino, nella sua Cronaca, usa lo stile dei Medi e dei Persiani.
58. Procopio, Persic. l. 1 c. 26.
59. Almondar, re di Hira, fu deposto da Kobad e ristabilito sul trono da Nushirvan. La madre di lui, per la sua bellezza, fu soprannominata l'Acqua celeste, nome che divenne ereditario, e fu esteso per una più nobil cagione (la liberalità in tempo di carestia) ai principi Arabi della Siria. Pocock, Specimen Hist. Arab. p. 69, 70.
60. Procopio, Persic. l. 11 c. 1. Non conosciamo l'origine e l'oggetto di questo strata, via selciata di dieci giornate di viaggio da Auranite a Babilonia (Vedi una Nota latina nella Carta dell'Impero Orientale di Delisle). Vesseling e Danville non ne fan cenno.
61. Ho fuso, in una breve diceria, le due orazioni degli Arsacidi dell'Armenia, e degli ambasciatori Goti. Procopio, nella sua istoria pubblica, sente e ci fa sentire che Giustiniano fu il vero autor della guerra. Persic. l. II c. 2, 3.
62. L'invasione della Siria, la rovina di Antiochia, ecc., vengono raccontate regolarmente e per disteso da Procopio (Persic. l. II c. 5-14). Si può trarre qualche altro aiuto dagli Orientali. D'Herbelot (p. 680) avrebbe dovuto arrossire quando li biasima di far contemporanei Giustiniano e Nushirvan. Danville (l'Euphrate et le Tigre) spiega con chiarezza la geografia del teatro di quella guerra.
63. Nell'istoria pubblica di Procopio (Persic. l. II c. 16, 18, 19, 20, 21, 24, 25, 26, 27, 28). Con qualche piccola eccezione, noi possiamo ragionevolmente chiuder l'orecchio alle maligne insinuazioni degli Aneddoti (c. 23 colle note, secondo il solito, dell'Alemanno).
64. La guerra Lazica, la contesa di Roma e della Persia sul Fasi, è noiosamente tessuta in molte pagine da Procopio (Persic. l. II c. 15, 17, 28, 29, 30. Gothic. l. IV c. 7-16) e da Agatia (l. II, III, p. 55-132, 141).
65. Sallustio descrisse in Latino, ed Arriano in Greco il Periplo, ossia la navigazione intorno al mare Eussino. 1. Debrosses primo Presidente del Parlamento di Digione ha restituito con singolar cura l'opera del primo che più non esiste (Hist. de la Republique Romaine, t. II l. III p. 199-298). Egli ha il coraggio di assumere il carattere dello storico romano. La sua descrizione dell'Eussino è ingegnosamente formata di tutti i frammenti dell'originale, e di tutti gli autori Greci e Latini che Sallustio potè copiare, o da cui potè esser copiato. Il merito dell'esecuzione fa perdonare la stranezza del disegno. 2. Il Periplo di Arriano è indirizzato all'Imperatore Adriano (in Geograph. Minor. Hudson, t. I), e contiene tutto ciò che il Governatore del Ponto avea veduto da Trebisonda a Dioscurias, tutto ciò che aveva udito da Dioscurias al Danubio, e tutto ciò che sapeva dal Danubio a Trebisonda.
66. Oltre i molti cenni che ne fanno per occasione i poeti, gli storici, ecc., dell'antichità, possiamo consultare le geografiche descrizioni del Colco, lasciate da Strabone (l. XI p. 760-765) e da Plinio (Hist. Nat. VI, 5, 19, ecc.).
67. Ho fatto uso di tre descrizioni moderne della Mingrelia e de' paesi adiacenti. 1. Del Padre Arcang. Lamberti (Relations de Thevenot, part. I p. 31-52 con una Carta), il quale aveva tutta la dottrina e tutti i pregiudizi di un Missionario. 2 Di Chardin (Voyages en Perse, t. I p. 54, 68-168); giudiziose ne sono le osservazioni; e le avventure a lui seguite in quel paese, instruiscono più delle sue osservazioni. 3. di Peyssonel (Observations sur les Peuples barbares, p. 49, 50, 51, 58, 62, 64, 65, 71, ecc. ed un trattato più recente sur le Commerce de la mer Noire, t. II p. 1-53): lungo tempo egli è vissuto a Caffa, in qualità di Console di Francia: la sua erudizione val meno della sua sperienza.
68. Plinio, Hist. Nat. l. XXXIII, 15. Le miniere aurifere ed argentifere della Colchide trassero colà gli Argonauti (Strabone, l. I p. 77). Il sagace Chardin non potè rinvenir oro nelle miniere, nei fiumi, od altrove. Eppure un Mingrelio perdè una mano ed un piede per aver mostrato in Costantinopoli alcuni saggi d'oro nativo.
69. Erodoto, l. II c. 104, 105, p. 150, 151. Diodoro Siculo l. I p. 33, ediz. Wesseling. Dionisio Perieget, 689, ed Eustazio ad loc. Scholiast. ad Apollonium Argonaut. l. IV, 282-291.
70. Montesquieu, Espr. des Lois, l. XXI c. 6. L'Isthme.... couvert de villes et de nations qui ne sont plus.
71. Bougainville (Memoires de l'Acad. des Inscr. t. XXVI p. 33) sopra il viaggio affricano di Annone ed il commercio dell'antichità.
72. Un istorico greco, Timostene, ha asserito, in eam CCC nationes dissimilibus linguis descendere; ed il modesto Plinio si contenta di aggiugnere: et a postea a nostris CXXX interpretibus negotia ibi gesta (VI, 5); ma le parole nunc deserta ricoprono una moltitudine di antiche finzioni.
73. Buffon (Hist. Nat. t. III p. 433-437) raccoglie l'unanime suffragio dei naturalisti e de' viaggiatori. Se, al tempo di Erodoto, essi erano veramente μελαγχες e ουλοτριχεσ (ed egli osservati gli aveva con cura), questo prezioso fatto è un esempio dell'influenza del clima sopra una colonia straniera.
74. Un Ambasciatore mingrelio arrivò a Costantinopoli con duecento persone; ma le mangiò (vendè) una ad una, finchè non rimase che con un secretario e due servitori (Tavernier, t. I p. 365). Un Signore mingrelio vendette ai Turchi dodici preti e la sua moglie per comperarsi una concubina.
75. Strabone, l. XI p. 765. Lamberti, Relation de la Mingrelie. Non conviene però cadere nell'altro estremo di Chardin, che non dà alla Mingrelia più di 20,000 abitanti per supplire ad un'annua esportazione di 12,000 schiavi: assurdità indegna di quel giudizioso viaggiatore.
76. Erodoto, l. III c. 97. Vedi nel libro VII c. 79 le armi ed il servizio loro nella spedizione di Serse contro la Grecia.
77. Senofonte che s'era azzuffato co' Colchi nella sua ritirata (Anabasis, l. IV p. 130, 343, ed. Hutchinson; e la Dissertazione di Forster, p. LIII-LVIII nella versione inglese di Spelmann, vol. II) li chiama αυτονομοι; prima della conquista di Mitridate, sono denominati da Appiano αρειμανες (de bello Mithrid. c. 15 t. 1 p. 661 dell'ultima e miglior edizione di Gio. Schweighaeuser, Lipsia, 1785, 3 vol. in 8 gr.).
78. Appiano (de bello Mithrid.) e Plutarco (in vita Pomp.) parlano della conquista della Colchide, fatta da Mitridate e da Pompeo.
79. Possiamo rintracciare l'origine e la caduta della famiglia di Polemone in Strabone (l. XI p. 755, l. XII p. 867), in Dion Cassio o Zifilino (p. 588, 593, 601, 719, 754, 915, 946, ed. Reimar), in Svetonio (in Ner. c. 18, in Vespas. c. 8), in Eutropio (VII, 14), in Gioseffo (antiq. Judaic. l. XX c. 7 p. 970, ediz. Havercamp) ed in Eusebio (Chron. colle Animadv. di Scaligero).
80. Al tempo di Procopio non v'erano Fortezze romane sul Fasi. Pizio e Sebastopoli furono sgombrate al sentire che i Persiani si avvicinavano (Goth. l. IV c. 4); ma l'ultima di queste piazze fu restaurata da Giustiniano (de Edif. l. IV c. 7).
81. A' giorni di Plinio, di Arriano e di Tolomeo, i Lazi formavano una particolare tribù sul confine settentrionale della Colchide (Cellario, Geograph. ant. t. 11 p. 222.) Nell'età di Giustiniano, si sparsero, od almeno regnarono su tutto il paese. Al presente, hanno trasmigrato lungo la costa verso Trebisonda, e compongono un rozzo popolo, dedito alla pescagione, che parla un linguaggio particolare (Chardin, p. 149. Peyssonel. p. 64).
82. Gio. Malala, Cron. t. 11 p. 134-137. Teofane, p. 144 Hist. Miscel. l. XV p. 103. Autentico è il fatto, ma la data par troppo recente. Nel parlare della loro alleanza persiana, i Lazi contemporanei di Giustiniano usano obsolete parole: εν γραμμασι μινιμεια, προγονοι. — Potevano queste parole appartenere ad un'alleanza che da soli vent'anni era sciolta?
83. Non rimane altro vestigio di Petra che negli scritti di Procopio e di Agatia. La maggior parte delle città e castella della Lamica si può ritrovare col paragonare i nomi, e la posizione loro colla carta della Mingrelia, in Lamberti.
84. Vedi le piacevoli lettere di Pietro della Valle, viaggiatore romano (Viaggi, t. 2 p. 207, 209, 213, 215, 266, 286, 300, t. III p. 54, 127). Negli anni 1618, 1619 e 1620, egli conversò con Shà Abbas e vivamente incoraggiò un disegno che avrebbe unito la Persia e l'Europa contro il Turco, loro comune inimico.
85. Vedi Erodoto (l. 1 c. 140 p. 69), il qual parla con diffidenza (Larcher, t. 1 p. 399-401. Notes sur Herodote), Procopio (Persic. l. 1 c. 11), e Agatia (l. 2 p. 61, 62). Questa pratica, conforme al Zendavesta (Hide, de Relig. Pers. c. 34 p. 414-421); dimostra che la sepoltura dei Re persiani (Senofonte, Cirop. l. 8 p. 658, Τι γαρ τουτου μακαριωτερον του τῃ γῃ μιχθηναι), è una finzione greca, e che le tombe loro non potevano essere che cenotafi.
86. Il supplizio di scorticare un uomo vivo non potè esser introdotto in Persia da Sapore (Brisson, de Regn. Pers. l. 2, p. 578), nè copiato dalla insulsa storiella di Marsia, suonatore di Frigia, più insulsamente citata, come esempio, da Agatia (l. 4 p. 132, 133).
87. Nel palazzo di Costantinopoli v'erano trenta silenziarj, che si chiamavano hastati ante fores cubiculi, της σιγης επισαται, onorevol titolo, che conferiva il grado di Senatore, senza imporne i doveri (Cod. Teodos. l. 6 tit. 23. Coment. del Gotofred. t. 2 p. 129).
88. Intorno a queste orazioni giudiciali, Agatia (l. 3 p. 81-89, l. 4 p. 108-119) spende diciotto o venti pagine di una falsa e fiorita rettorica. L'ignoranza o trascuranza di lui giunge al segno di passare in silenzio il più forte argomento contro il Re di Lazica cioè l'antecedente sua ribellione.
89. Procopio espone l'usanza della Corte gotica di Ravenna (Goth. l. 1 c. 7). Gli Ambasciatori stranieri sono stati trattati con gelosia e rigor non diverso in Turchia (Busbechio, ep. 3 p. 149, 242 ecc.), in Russia (Viaggio di Oleario), e nella China (Relazione del sig. di Lange ne' viaggi di Bell, vol. 2 p. 189-311).
90. Le pratiche ed i trattati tra Giustiniano e Cosroe si spiegano copiosamente da Procopio (Persic. l. 2 c. 10, 13, 26, 27, 28. Goth. l. 2 c. 11, 15), da Agatia (l. 4 p. 141, 142) e da Menandro (in Excerpt. Legat. p. 132-147). Si consulti Barbeyrac, Hist. des anciens Traités, t. 2 p. 154, 181-184, 193-200.
91. D'Herbelot, Bibliot. Orient. p. 680, 681, 294, 295.
92. Vedi Buffon, Hist. Natur. t. 3 p. 449. La forma dei lineamenti arabi, ed il colore della lor pelle, che han durato per 3400 anni (Ludolph. Hist. et Comment. Æthiop. l. 1 c. 4) nella colonia dell'Abissinia, può giustificare il sospetto, che la razza ugualmente che il clima abbiano contribuito a formare i Negri delle regioni adiacenti e simili fra loro.
93. I Missionari portoghesi, Alvarez (Ramusio, t. 1 f. 204 rect. 274 vers.), Bermudez (Purcha's Pilgrims, vol. 2 l. V c. 7 p. 1149-1188), Lobo (Relation etc. par M. Legrand, con XV Dissertazioni. Parigi 1728) e Tellez (Relation de Thévenot, part. IV) non han potuto riferire della moderna Abissinia che quanto essi hanno veduto od inventato. L'erudizione di Ludolfo (Hist. Ætiop. Francoforte, 1681, Commentario, 1691. Append. 1694) in venticinque lingue, non potè aggiungere gran cosa all'istoria antica di quel paese. Non pertanto la fama di Caled od Ellisteo, conquistatore dell'Yemen, vien celebrata in canti nazionali e in leggende.
94. Le negoziazioni di Giustino cogli Axumiti o Etiopi son ricordate da Procopio (Persic. l. 1 c. 19, 20) e da Giovanni Malala (t. 2 p. 163-165, 193-196). L'istorico di Antiochia cita la relazione originale dell'ambasciatore Nonnoso, della quale un curioso estratto ci venne serbato da Fozio (Bibl. Cod. 3).
95. Il commercio degli Axumiti sulle coste dell'India e dell'Affrica e nell'isola di Ceilan, è curiosamente descritto da Cosma Indicopleuste (Topogr. Christ. l. 2 p. 132, 138, 139, 140, l. 11 p. 338, 339).
96. Ludolfo, Hist. et Comment. Æthiop. l. 2 c. 3.
97. La città di Negra, o Nag'ran, nell'Yemen, è circondata da palme, e giace sulla strada maestra fra la capitale Saana e la Mecca; distante dieci giornate di una carovana di cammelli dalla prima, e venti dalla seconda (Abulfeda, Descript. Arabiae, p. 52).
98. Il martirio di S. Areta, Principe di Negra, e de' suoi trecento e quaranta compagni, è abbellito nelle leggende di Metafraste e di Niceforo Callisto, copiato dal Baronio (A. D. 522, n. 22-26. A. D. 523, n. 16-29), ed è confutato, con oscura diligenza dal Basnagio (Hist. des Juifs, t. 12 l. 8 c. 2 p. 333-348), il quale investiga lo stato degli Ebrei nell'Arabia e nell'Etiopia.
99. Alvarez (in Ramusio, t. I f. 219 vers. 221 vers.) vide il florido stato di Axuma nell'anno 1520, luogo molto buono e grande. Axuma cadde in rovina per un'invasione de' Turchi. Non rimangono ora più di 100 case; ma la rimembranza della sua passata grandezza vien tuttavia serbata dall'incoronazione dei Re (Ludolfo, Hist. et Comment. l. 2 c. 11).
100. Le rivoluzioni dell'Yemen nel sesto secolo si debbono raccogliere da Procopio (Persic. l. I c. 19, 20), da Teofane Bizantino (apud Phot. cod. 63 p. 80), da S. Teofane (in Chronograph. p. 144, 145, 188, 189, 206, 207, ch'è piena di strani abbagli), da Pocock (Specimen Hist. Arab. p. 62, 63), da D'Herbelot (Bibliot. Orient. p. 12-477) e dal Discorso preliminare e Corano di Sale (c. 105). La rivolta di Abrahah è ricordata da Procopio; e la sua caduta, benchè annuvolata da miracoli, è un fatto istorico.
101. Per le turbolenze dell'Affrica, io non ho, nè desidero di aver altra guida fuorchè Procopio, il qual vide co' proprj occhi i memorabili avvenimenti de' suoi tempi, o ne raccolse colle proprie orecchie il racconto. Nel secondo libro della guerra Vandalica, egli narra la ribellione di Stoza (c. 12-24), il ritorno di Belisario (c. 15), la vittoria di Germano (c. 16, 17, 18), la seconda amministrazione di Salomone (c. 19, 20, 21), il governo di Sergio (c. 22, 23), di Areobindo (c. 24), la tirannia e morte di Gontari (c. 25, 26, 27, 28); nè posso discernere alcun segno di adulazione o di malevolenza nei suoi diversi ritratti.
102. Non posso però ricusargli il merito di pingere, con vivaci colori, l'assassinio di Gontari. Uno degli uccisori manifestò sensi non indegni di un cittadino romano: «Se io fallisco, disse Artasire, il primo colpo, uccidetemi immediatamente, affinchè le torture non abbiano da strapparmi di bocca la confessione de' miei complici».
103. Le guerre contro i Mori sono per occasione introdotte nel racconto di Procopio (Vandal. l. II c. 19, 23, 25, 27, 28. Gothic. l. IV c. 17); e Teofane aggiunge alcuni avvenimenti, prosperi ed avversi, che si riferiscono agli ultimi anni di Giustiniano.
104. Ora Tibesh nel regno d'Algeri. È bagnata dal fiume Sujerass, che cade nella Mejerda (Bagradas). Tibesh è tuttora osservabile per le sue mura di grosse pietre, simili a quelle del Coliseo di Roma, e per una fontana ed un boschetto di castagni: la contrada è fertile, ed i vicini Bereberi sono una guerriera tribù. Si chiarisce da un'iscrizione, che sotto il regno di Adriano, la strada da Cartagine a Tebeste, fu costruita dalla terza legione (Marmoll. Description de l'Afrique, tom. II p. 442, 443. Shaw's Travels, p. 64, 65, 66).
105. Procopio, Aneddoti, c. 18. La serie della storia affricana attesta questa malinconica verità.
106. Nel secondo (c. 50) e nel terzo libro (c. 1-40) Procopio continua l'istoria della guerra gotica dal quinto sino al decimoquinto anno di Giustiniano. Siccome gli eventi sono meno importanti che nel primo periodo, il suo racconto occupa metà dello spazio per un tempo del doppio maggiore. Giornande e la Cronica di Marcellino ci somministrano qualche altro lume. Il Sigonio, il Pagi, il Muratori, il Mascou ed il Buat porgono soccorsi di cui ho profittato.
107. Silverio, vescovo di Roma, fu da principio trasportato a Patara, nella Licia, e finalmente fatto morire di fame (sub eorum custodia inedia confectus) nell'isola di Palmaria, A. D. 538, mese di giugno (Liberat. in Breviar. c. 22. Anastasius, in Sylverio. Baronius. A. D. 540 n. 2, 3. Pagi, in Vit. Pont. Tom. I pag. 285, 286). Procopio (Aneddoti, c. 1) accusa soltanto l'Imperatrice ed Antonina.
108. Palmaria, isoletta che giace dirimpetto a Terracina, ed alla costa dei Volsci (Cluver. Ital. Antiq. 1. III c. 7 p. 1024).
109. Siccome il Logoteta Alessandro e la maggior parte de' suoi colleghi civili e militari erano caduti in disgrazia o in disprezzo, l'Autore degli Aneddoti (c. 4, 5, 18) non adopera colori molto più neri che nell'istoria Gotica (l. III c. 1, 3, 4, 9, 20, 21, ecc.).
110. Procopio (l. III c. 2, 8 ecc.) rende giustizia ampia e spontanea al merito di Totila. Gli storici Romani, da Sallustio e Tacito in poi, si compiacevano nel dimenticare i vizj dei loro concittadini, riguardando alle virtù dei Barbari.
111. Procopio, l. III c. 12. L'anima di un eroe è profondamente impressa in questa lettera, nè possiamo noi confondere tali atti genuini ed originali insieme con le elaborate e spesso vuote concioni degli storici Bizantini.
112. Procopio non dissimula l'avarizia di Bessa (l. III c. 17, 20). Questi espiò la perdita di Roma con la gloriosa conquista di Petra (Goth. l. IV c. 12): ma gli stessi vizj lo seguitarono dal Tevere al Fasi (c. 13); e l'istorico narra con egual verità i meriti e i difetti del suo carattere. Il castigo che l'autore del romanzo di Belisario ha inflitto all'oppressore di Roma è più conforme alla giustizia che all'istoria.
113. Durante il lungo esilio di Vigilio, e dopo la sua morte, la chiesa romana fu governata dall'arcidiacono, indi Papa (A. C. 555) Pelagio, il quale fu creduto non innocente dei mali sofferti dal suo predecessore. Vedi le vite originali dei Papi sotto il nome di Anastasio (Muratori, Script. rer. italicarum, tom. III P. 1 p. 130, 131. il quale narra varj curiosi accidenti degli assedj di Roma e delle guerre d'Italia).
114. Il monte Gargano, ora monte S. Angelo, nel regno di Napoli, si prolunga trecento stadj nel mare adriatico (Strab. l. VI p. 436), e nei secoli tenebrosi fu illustrato dall'apparizione, dai miracoli e dalla chiesa di S. Michele Arcangelo. Orazio, nativo di Apulia o Lucania, avea veduto le querce e gli olmi del Gargano, sbattuti e muggenti per la forza del vento settentrionale che soffiava su quell'alta costa (Carm. II, 9. Epist. II, I, 201).
115. Non posso determinare esattamente la posizione di questo campo di Annibale; ma gli alloggiamenti Punici stettero lungo tempo e spesso nelle vicinanze di Arpi (Tito Livio, XXII, 9, 12; XXIV, 3, ecc.).
116. Totila..... Romani ingreditur..... ac evertit muros, domos aliquantas igni comburens, ac omnes Romanorum res in praedam accepit, hos ipsos Romanos in Campaniam captivos abduxit. Post quam devastationem, XL aut amplius dies, Roma fuit ita desolata, ut nemo ibi hominum, nisi (nullae?) bestiae morarentur (Marcellin. in Chron. p. 54).
117. I Triboli sono ferri con quattro punte, una delle quali si pianta in terra, e le tre altre sorgono verticali od oblique (Procopio, Got. l. III c. 24. Giusto Lipsio, Poliorcete, l. V c. 3). La metafora è tolta dai triboli, pianta che produce frutti spinosi, comune in Italia (Martino, ad Virgil. Georg. I, 153, vol. II p. 33).
118. Ruscia, il Navale Thuriorum, fu trasferita in distanza di sessanta stadj a Ruscianum, Rossano, arcivescovato senza suffraganei. La repubblica di Sibari è ora una terra del duca di Corigliano (Riedesel, viaggi nella Magna Grecia e nella Sicilia, p. 166-171).
119. Questa cospirazione vien riferita da Procopio (Goth., l. III c. 31, 32) con tal ingenuità e candore, che la libertà degli Aneddoti non gli porge più nulla da aggiungere.
120. Gli onori di Belisario sono con piacere rammemorati dal suo segretario (Procopio, Goth. l. III c. 35; l. IV c. 21). Il titolo di Στρατηγος è mal tradotto, almeno in questa occasione, col praefectus praetorio; e trattandosi di una carica militare, sarebbe meglio dire magister militum (Ducange, Gloss. Graec. p. 1458, 1459).
121. Alemanno (ad Hist. Arcan. p. 68), Ducange (Familiae Byzant. p. 98) ed Eineccio (Hist. juris civilis, p. 434) rappresentano tutti tre Anastasio come figlio della figlia di Teodora; e l'opinione loro saldamente si appoggia sulla chiarissima testimonianza di Procopio (Aneddoti, c. 4, 5, θυγατριδω, due volte ripetuto). Tuttavia io farò notare, 1. che nell'anno 547, Teodora poteva difficilmente avere un nipote giunto alla pubertà; 2. che noi siamo affatto al bujo di questa figlia e del suo marito; 3. che Teodora nascondeva i suoi bastardi, e che il suo nipote dal lato di Giustiniano sarebbe stato l'erede presuntivo dell'Impero.
122. Gli αμαρτηματα, od errori dell'eroe in Italia e dopo il suo ritorno, sono manifestati απαρακαλυωτως, e più probabilmente ingrossati dall'autore degli Aneddoti (c. 4, 5). I disegni di Antonina erano favoriti dalla fluttuante giurisprudenza di Giustiniano: sopra la legge del matrimonio e del divorzio quest'Imperatore era trocho versatilior (Eineccio, Elem. juris civilis ad ordinem Pandect. P. IV n. 233).
123. I Romani erano tuttora affezionati ai monumenti dei loro maggiori; e secondo Procopio (Got. l. IV c. 22) la galera di Enea, di un solo ordine di remi, larga 25 piedi, e lunga 120, conservavasi intera nel Navalia presso il Monte Testaceo, ai piedi dell'Aventino (Nardini, Roma antica, l. VII c. 9 p. 466. Donato, Roma antica, l. IV c. 13 p. 334). Ma tutti gli autori antichi nulla dicono di questa reliquia.
124. In que' mari, Procopio cercò invano l'isola di Calipso. In Feacea o Corcira, gli fu mostrata la nave impietrita di Ulisse (Odyss. XIII, 163); ma egli trovò che era una fabbrica recente, composta di molte pietre, e dedicata da un mercatante a Giove Cassio (l. IV c. 22). Eustazio aveva supposto che fosse la fantastica rassomiglianza di una rupe.
125. Il Danville (Mem. de l'Acad. tom. XXXII p. 513-528) illustra il golfo di Ambracia; ma non può determinare la situazione di Dodona. Un paese che giace in vista della Italia è men conosciuto che i deserti dell'America.
126. Vedi gli atti di Germano nell'istoria pubblica (Vandal. l. II c. 16, 17, 18. Got. l. III c. 31, 32) e nell'istoria segreta (Aneddoti, c. 5); e quelli di suo figlio Giustino, in Agatia (l. IV p. 130, 131). Non ostante un'espressione ambigua di Giornande, fratri suo, Alemanno ha trovato che egli era figlio del fratello dell'Imperatore.
127. Conjuncta Aniciorum gens cum Amala stirpe, spem adhuc utriusque generis promittit (Giornande, c. 60 p. 703). Egli scrisse in Ravenna prima della morte di Totila.
128. Il terzo libro di Procopio termina colla morte di Germano (Add. l. IV c. 23, 24, 25, 26).
129. Procopio riferisce tutta la serie di questa seconda guerra gotica e della vittoria di Narsete (l. IV c. 21, 26-35). Splendido quadro! Fra i sei argomenti di poema epico che il Tasso volgeva in mente, egli esitava tra la conquista d'Italia fatta da Belisario e quella fatta da Narsete (Hayley's Works, vol. IV p. 70).
130. Ignota è la patria di Narsete, poichè non si dee confonderlo col Persarmeno. Procopio gli dà il nome di (Got. l. II c. 13) Βασιλικων χρηματων ταμιας, Paolo Varnefrido (l. II c. 3 p. 776) lo chiama Chartularius: Marcellino aggiunge il titolo di Cubicularius. In un'iscrizione sul ponte Salario egli vien chiamato Ex-Consul, Ex-Praepositus, Cubiculi Patricius (Mascou, Storia dei Germani, l. XIII c. 25). La legge di Teodosio contro gli eunuchi era caduta in disuso o abolita (annot. XX). Ma la sciocca profezia dei Romani sussisteva in tutto il vigore (Procop. l. IV c. 21).
131. Il Lombardo Paolo Varnefrido racconta con compiacenza i soccorsi, i servigi e l'onorevol congedo de' suoi paesani. Reipublicae Romanae adversus aemulos adjutores fuerant (l. II c. 1 p. 774, ediz. Grot.). Mi fa stupore che Alboino, guerriero lor re, non conducesse in persona i suoi sudditi.
132. Egli fu, se non un impostore, il figlio del cieco Zame, salvato per compassione ed allevato nella Corte di Bisanzio pei differenti motivi di politica, di generosità e di orgoglio (Procop. Persic. l. I c. 23).
133. Al tempo di Augusto e nel medio evo, tutto il territorio che si stende da Aquileja a Ravenna era coperto di boschi, di laghi e di paludi. L'uomo ha vinto la natura, e si coltivò la terra dopo che cacciate od imprigionate ne furon le acque. Vedi le erudite ricerche del Muratori (Antiquitat. Italiae Medii aevi, tom. I, dissert. XXI p. 253, 254) tratte da Vitruvio, Strabone, Erodiano, dai vecchi diplomi, e dalla cognizione de' luoghi.
134. La via Flaminia, secondo le correzioni del Danville, fatte dietro gl'itinerari e le migliori carte moderne (Analyse de l'Italie, p. 147-162), può determinarsi nel modo che segue: da Roma a Narni, 51 miglia romani; a Terni, 57; a Spoleto, 75; a Foligno, 88; a Nocera, 103; a Cagli, 142; ad Intercisa, 157; a Fossombrone, 160; a Fano, 176; a Pesaro, 184; a Rimini, 208; circa 189 miglia inglesi. Egli non parla della morte di Totila; ma Vesselingio (Itinerar. p. 614) in luogo del campo di Tagina mette l'incognito nome di Ptanias in distanza di otto miglia da Nocera.
135. Tagina, o veramente Tadina, vien ricordata da Plinio; ma la sede vescovile di questa oscura città, posta nella pianura distante un miglio da Gualdo, fu riunita nel 1007 a quella di Nocera. Si conservano i segni dell'antichità nei nomi dei luoghi, come Fossato (il campo), Capraja (Caprea), Bastia (Busta gallorum). Vedi Cluverio (Italia antiqua, l. II c. 6 p. 615, 616, 617), Luca Olstenio (Adnot. ad Cluver. p. 85, 86), Guazzesi (dissert. p. 177-217, che di ciò tratta ex professo), e le carte dello Stato ecclesiastico pubblicate da Le Maire, e Magini.
136. Avvenne questa battaglia nell'anno di Roma 458, ed il Console Decio, col sacrificare la propria vita, assicurò il trionfo della sua patria e del suo collega Fabio (Tito Livio, X, 28, 29). Procopio ascrive a Camillo la vittoria di Busta Gallorum; ed il suo errore vien impugnato da Cluverio col nazionale rimprovero di Graecorum nugamenta.
137. Teofane, Chron. p. 193. Hist. Miscell. l. XVI p. 108.
138. Evagrio, l. IV c. 24. L'inspirazione della Vergine rivelò a Narsete il giorno e la parola d'ordine della battaglia. (Paolo Diacono, l. II c. 3 p. 776).
139. Επι τουτου βασιλευοντος το πεμπτον εαλω. (Regnando lui presa cinque volte). Nell'anno 536 da Belisario, nel 546 da Totila, nel 547 da Belisario, nel 549 da Totila, e nel 552 da Narsete. Maltrate si è apposto male traducendo sextum; errore che egli ritratta in appresso: ma il male era fatto; e Cousin, con una mano di lettori francesi e latini, era caduto nell'inganno.
140. Si paragonino due passi di Procopio (l. III c. 26; l. IV c. 24), i quali, aggiungendovi qualche lume tolto di Marcellino e da Giornande, illustrano lo stato del Senato spirante.
141. Vedi, nell'esempio di Prusia, come trovasi nei frammenti di Polibio (excert. legat. XCVII p. 927, 928) un curioso ritratto di uno schiavo regale.
142. Il Δρακων di Procopio (Goth. l. IV c. 35) è manifestamente il Sarno. Cluverio ne accusa od altera con violenza il testo (l. IV c. 3 p. 1156); ma Camillo Pellegrini di Napoli (Discorsi sopra la Campania Felice, p. 330, 331) ha provato con antichi documenti che sia dall'anno 822 quel fiume chiamavasi il Dracontio, o Draconcello.
143. Galeno (De Method. Medendi, l. V apud Cluver. l. IV c. 3 p. 1159, 1160) descrive il sito elevato, l'aria pura ed il prezioso latte del monte Lattario, i cui benefici effetti erano egualmente conosciuti e ricercati al tempo di Simmaco (l. VI epist. 18) e di Cassiodoro (Var. XI, 10). Nulla or ne rimane, tranne il nome della città di Lettere.
144. Il Buat (tom. XI p. 2 ec.) fa passare in Baviera, suo prediletto paese, questo avanzo di Goti, i quali da altri vengono sepolti nei monti di Uri, o restituiti alla natia lor isola di Godlanda (Mascou, annot. XXI).
145. Io lascio che Scaligero (Animadvers. in Euseb. p. 59) e Salmasio (Exercitat. Plinian. p. 51, 52) contendano fra loro intorno all'origine di Cuma, la più antica delle colonie greche in Italia (Strab. l. V p. 372. Vellejo Patercolo, l. I c. 4), già quasi deserta al tempo di Giovenale (Satir. III), ed ora in rovina.
146. Agatia (l. I c. 21) mette la grotta della Sibilla sotto le mura di Cuma; egli in ciò si accorda con Servio (ad l. VI Aeneid.); nè io scorgo perchè l'opinione loro sia rigettata da Heyne, eccellente editore di Virgilio (tom. II p. 650, 651). In urbe media secreta religio! Ma Cuma non era ancor fabbricata; ed i versi di Virgilio (l. VI 96, 97) diverrebbero ridicoli, se Enea si trovasse in una città greca.
147. Avvi qualche difficoltà nel connettere il capitolo 35. del libro IV della guerra Gotica di Procopio insieme col libro primo dell'istoria di Agatia. Ci è forza ora lasciare uno statista ed un soldato per seguire i passi di un poeta e di un retore (l. I p. 11; l. II p. 51, ediz. Louvre).
148. Tra le favolose imprese di Buccellino si trova che egli sconfisse ed uccise Belisario, soggiogò l'Italia e la Sicilia, ec. Vedi, negli Storici di Francia, Gregorio di Tours (tom. II l. III c. 32 p. 203) ed Aimoino (tom. III l. II. De Gestis Francorum, c. 23 p. 59).
149. Agatia parla della loro superstizione con filosofico stile (l. I p. 18). A Zug, nella Svizzera, l'idolatria dominava ancora nell'anno 613. San Colombano e San Gallo furono gli apostoli di quel selvaggio paese; e quest'ultimo fondò un romitorio, che, crescendo, divenne un principato ecclesiastico ed una città popolosa, sede della libertà e del commercio.
150. Vedi la morte di Lotario in Agatia (l. II p. 38) ed in Paolo Varnefrido, soprannominato il Diacono (l. II c. 3 p. 775). I Greci lo fanno divenir frenetico e mangiarsi la propria carne. Egli avea saccheggiato le chiese.
151. Il P. Daniele (Hist. de la Milice françoise, t. I p. 17-21) ha fatto di questa battaglia una descrizione a capriccio, alquanto nel genere del cavaliere Folard, l'editore una volta famoso di Polibio, il quale accomodava, a norma delle sue abitudini ed opinioni, tutte le operazioni militari dell'Antichità.
152. Agatia (l. II p. 47) riferisce un epigramma greco di sei versi sopra questa vittoria di Narsete, che favorevolmente vien paragonata alla battaglia di Maratona e di Platea. La differenza principale, a dire il vero, sta nelle conseguenze loro: — così triviali nel primo caso — così durevoli e gloriose nel secondo.
153. In cambio del Beroi e del Brincas di Teofane o del suo copista (p. 201) si dee leggere ed intendere Verona e Brixia.
154. Ελιπετο γαρ οιμαι, αυτοις υπο αβελτελτεριας τας ασπιδας τυχον και τα κρανη αμφορεως οινου βαρβιτου αποδοσθαι. «Rimanea solo, io penso, alla loro stoltezza, il contrattare scudi e cimieri con fiaschi di vino, e con chitarre». (Agatia, l. II p. 48) Nella prima scena del Riccardo III, Shakespeare ha bellamente amplificato questa idea di cui probabilmente non andava obbligato all'istorico Bizantino.
155. Il Maffei ha provato (Verona illustrata, P. I l. X p. 257, 289), contro l'opinione comune, che i Duchi d'Italia furono instituiti avanti la conquista dei Lombardi dallo stesso Narsete. Nella Sanzione Prammatica (n. 23), Giustiniano ristringe gli iudices militares.
156. Vedi Paolo Diacono, l. III c. 2 p. 776. Menandro (in Excepta Legat. p. 133) ricorda alcune sollevazioni in Italia, eccitate dai Franchi; e Teofane (p. 201) fa cenno di qualche ribellione dei Goti.
157. La Sanzione Prammatica di Giustiniano, la quale stabilisce e regola lo stato civile dell'Italia, è composta di 27 articoli: e porta la data de' 15 agosto anno 554. Essa è indirizzata a Narsete, V. J. Praepositus Sacri Cubiculi, e ad Antioco, Praefectus Praetorio Italiae; e ci fu conservata da Giuliano Antecessore: trovasi nel Corpus Juris Civilis, dopo le Novelle e gli Editti di Giustiniano, di Giustino e di Tiberio.
158. Un numero più grande ancora perì di fame nelle province meridionali, senza comprendervi (εκτος) il golfo Jonico. Le ghiande tenevano il luogo del pane. Procopio ha veduto un orfanello abbandonato, cui una capra allattava. Diciassette passaggieri furono alloggiati, trucidati e mangiati da due donne, le quali un diciottesimo viaggiatore discoperse ed uccise, ec.
159. Quinta Regio Piceni est; quondam, uberrimae multitudinis CCCLX millia Picentium in fidem P. R. venere (Plin. Hist, Nat. III, 18). Al tempo di Vespasiano, questa antica popolazione era già diminuita.
160. Forse quindici o sedici milioni. Procopio (Aneddoti, c. 18) fa il conto che l'Affrica perdè cinque milioni, che l'Italia era tre volte più estesa, e che la spopolazione fu proporzionatamente più grande. Ma questi computi sono esagerati dalla passione, ed annebbiati dall'incertezza.
161. La satira che fa Procopio (Aneddoti, c. 24. Alemanno, p. 101 e 103) di queste scuole militari, vien confermata ed illustrata da Agatia (l. V p. 159), che non si può rigettare come testimonio nemico.
162. La distanza da Costantinopoli a Melanzia, Villa Caesariana (Ammiano Marcell. XXX, 2), viene variamente fissata da 102 a 140 stadj (Suida, f. II p. 522, 523. Agatia, l. V p. 158), ovvero da diciotto a diciannove miglia (Itineraria, p. 138, 230, 323, 332, ed Osservazioni di Vesselingio). Le prime dodici miglia sino a Reggio furono fatte selciare da Giustiniano, il quale edificò un ponte sopra una palude o un gorgo che trovasi tra un lago ed il mare (Procop. de Edif. l. IV c. 8).
163. L'Atyras (Pompon. Mela, l. II c. 2 p. 169, ed. Voss.). All'imboccatura del fiume, Giustiniano fortificò una città o rocca dello stesso nome (Procop. de Aedif. l. IV c. 2. Itin. p. 570 e Vesselingio).
164. La guerra contro i Bulgari, e l'ultima vittoria di Belisario sono imperfettamente descritte nella prolissa declamazione di Agatia (l. V p. 154-174) e nell'arida cronaca di Teofane (p. 197, 198).
165. Ινδους. Non si può ben credere che fossero veri Indiani; e gli Etiopi, alle volte conosciuti sotto quel nome, non vennero mai usati dagli antichi in qualità di guardie o seguaci: essi formavano il frivolo, benchè costoso oggetto del lusso femminile e regale (Terenzio, Eunuco, atto I, scena II. Svetonio, in August. c. 83, con una buona nota di Casaubono in Caligula, c. 57).
166. Procopio fa menzione di Sergio (Vandal. l. II c. 21, 22. Aneddoti, c. 5) e di Marcello (Got. l. III c. 32). Vedi Teofane, p. 197, 201.
167. Alemanno (p. 3) cita un antico codice Bizantino, che fu inserito nell'Imperium Orientale del Banduri.
168. Il genuino ed originale rapporto della disgrazia e del risorgimento di Belisario si rinviene nel frammento di Giovanni Malala (t. II p. 234-243) e nell'esatta Cronaca di Teofane (p. 194-204). Cedreno (Compendium, p. 387, 388) e Zonara (t. II l. XIV p. 69) sembrano esitare tra la verità invecchiata e la menzogna che prendeva vigore.
169. L'origine di questa favoletta par venire da un'opera miscellanea del duodecimo secolo, le Chiliadi, di Giovanni Tzetze Monaco (Basilea 1546, ad calcem Lycophront. Colon. Allobrog. 1614, in Corp. poet. graec.). Egli racconta la cecità e la mendicità di Belisario in dieci versi popolari o politici (Chiliad. III n. 88, 339-348, in Corp. poet. graec. t. II p. 311).