1. S'introdusse fra seguaci di Cristo la discordia perchè molti fra loro, cioè i primi eretici, s'allontanarono dalla retta credenza, contenuta nel Nuovo Testamento, onde vennero appunto le denominazioni, Ortodossi ed Eterodossi, Cattolici ed Eretici. Le decisioni de' Concilii generali determinanti l'Ortodossia, vale a dire il sistema dei retti giudizii, intorno la divinità di Gesù Cristo, non discordarono fra loro, e spiegando rettamente e di pien diritto l'Evangelo fissarono le cose dogmatiche, che il popolo doveva credere al sorgere che facevano le torte opinioni particolari, vale a dire, le eresie di alcuni Vescovi, e preti, adunati anche in Concilii detti Conciliaboli per distinguerli dai Concilii legittimi ed Ortodossi. (Nota di N. N.)
2. Era naturale, che i seguaci d'una religione, fondata da Gesù Cristo, dal Verbo incarnato, vale a dire dalla divina Intelligenza fatta Uomo, facessero intorno la natura del loro Fondatore ricerche, e ragionamenti, dei quali l'autorità de' Concilii generali, definitivamente decise. Ma se i Cristiani occupavansi da una parte de' dogmi (greco vocabolo che sebbene significhi opinationes, placita, i teologi prendono quali cose rivelate, e dai Concilii definite) fondamentali della religione, non trasandavano mai le leggi, ed i precetti del Fondatore intorno la morale, poichè sappiamo dalla storia che lo stesso Imperatore Giuliano, il quale circa la metà del quarto secolo nel brevissimo suo regno si studiò molto di abbattere il Cristianesimo, cui era avverso, siccome ad una innovazione religiosa, proponeva tuttavia i Vescovi siccome modelli di buona morale a' Sacerdoti del Politeismo. (Nota di N. N.)
3. D'onde comincierò io per dimostrare la giustezza e l'esattezza di queste ricerche preliminari che mi sono ingegnato di circoscrivere ed abbreviare per quanto si potea? Se proseguo a citare dopo ciascun fatto, e dopo ogni riflessione, quel documento che me ne attesta la verità, sarà d'uopo che ad ogni linea io riporti una lista di testimonianze, ed ogni nota diventerà una dissertazione; ma Petavio, Le Clerc, Beausobre e Mosemio compilarono, esposero, schiarirono quei passi innumerabili degli antichi autori, che io pure ho letto in originale. Mi contenterò a fortificare la mia narrazione col nome e col credito di scorte sì rispettabili, e qualora si tratterà di cosa che difficilmente si possa diciferare, o che sia troppo rimota da noi, non avrò rossore di chiamare in aiuto altri occhi più penetranti de' miei: 1. i Dogmata Theologica di Petavio stordiscono la mente nostra per l'immensità del disegno dell'opera non che della fatica che gli costò. Solamente i volumi che trattano dell'Incarnazione (due in foglio, il quinto ed il sesto, di 837 pagine) son divisi in sedici libri; il primo è storico, gli altri espongono la controversia e la dottrina. Vastissima e sicura è l'erudizione, pura la latinità, chiaro il metodo, gli argomenti trattati con profondità e connessione di ragionamento; ma l'autore è ligio ai Padri della Chiesa, è il persecutore degli Eretici, il nimico della verità e del candore ogni qual volta queste qualità nuocono agli interessi della parte cattolica. 2. L'Arminiano Le Clerc, che ha pubblicato un volume in quarto (Amsterdam 1716) sull'istoria ecclesiastica dei due primi secoli, pel suo carattere e per la condizione è scevero d'ogni servitù; il suo ingegno è limpido, ma poco estese ne sono le forze; egli riduce la ragione, o la stoltezza dei secoli ai confini del proprio giudizio; qualche volta ha potuto la sua opposizione ai sentimenti dei Padri sostenere, ma spesso ancora traviare la sua imparzialità. Veggasi quello che dice dei Cerintii (LXXX), degli Ebioniti (CIII), dei Basilidiani (CXXIII), dei Marcioniti (CXLI), etc. L'Istoria critica del Manicheismo (Amsterdam, 1734-1739, in due volumi in quarto con una dissertazione postuma sopra i Nazarei; Losanna 1745) contiene cose preziosissime intorno alla filosofia e alla teologia degli antichi. Con un'arte mirabile viene svolgendo quel dotto Storico il filo sistematico della opinione, e veste a quando a quando le sembianze d'un Santo, d'un saggio o d'un eretico, ma sovente eccessive ne sono le acutezze, e pare trascinato da un sentimento di generosità a favorire la parte più debole: mentre si premunisce con tanta cura contro la calunnia, non valuta abbastanza gli effetti della superstizione e del fanatismo. Coll'indice curiosissimo di quel libro potranno i lettori investigare quegli articoli che loro piaccia d'esaminare. 4. Lo storico Mosemio, meno profondo di Petavio, meno independente di Le Clerc, meno ingegnoso di Beausobre, non manca di nulla, è ragionevole, preciso e moderato. Veggasi nella sua dotta opera (De rebus Christianis ante Constantinum; Helmstadt, 1753, in quarto) come parli dei Nazarei, e degli Ebioniti (p. 172-179, 328-332), dei Gnostici in generale (p. 179, etc.), di Cirinto (p. 196-202), di Basilide (p. 552-361), di Carpocrate (p. 363-367), di Valentino (p. 371-389), di Marcione (p. 404-410), de' Manichei (pag. 829-837, etc.).
4. Il nome Nazareni fu dato sulle prime a' seguaci di Cristo, e divenne poco dopo quello di una Setta particolare di Ebrei, la quale voleva, che si osservasse la legge di Mosè, e nello stesso tempo si onorasse Gesù Cristo come Uomo giusto, e come il maggiore di tutti i Profeti, nato secondo alcuni di loro da una Vergine, e secondo altri da Giuseppe nello stesso modo onde nascono gli altri uomini; erano seguaci di Cristo in un modo ereticale, e questi conciliatori furono condannati dai veri credenti cristiani per la loro falsa opinione, e poi anche dagli Ebrei perchè muovevano dubbii sulla autenticità dei libri di Mosè, di cui per altro riconoscevano la divina missione. Il nome Ebioniti in ebraico significa poveri, e fu dato ad una specie di primitivi cristiani eretici, che adottavano i sentimenti de' Nazareni aggiungendo alcuni errori, ed alcune pratiche. Origene, scrittore antico ecclesiastico, distinse due specie di Ebioniti. La pura, e vera divinità di Gesù Cristo era stata riconosciuta da S. Pietro alla presenza dei discepoli. Gesù Cristo li interrogò per sapere che dicessero gli uomini di lui; ed i discepoli gli risposero, che alcuni lo stimavano Giovanni Battista, alcuni Elia, altri Geremia, o alcun altro de' Profeti: al che soggiunse Gesù Cristo: chi poi mi credete voi? Allora Simon Pietro rispose: tu sei Cristo figlio di Dio vivo: e allora Cristo gli disse: sei fortunato assai, o Simone, poichè il sangue e la carne non ti rivelarono ciò, ma mio Padre ch'è ne' Cieli (S. Matteo c. 16). Questa credenza espressa da S. Pietro, e confermata dalla sanzione dell'Uomo-Dio, rimase, e si conservò sempre nei discepoli, che ne vedevano nuove prove ne' miracoli: essi la sparsero, e ne venne il dogma principale de' veri credenti; quindi tanto i Nazareni che gli Ebioniti furono condannati; ciò forma una prova, che anche in quel tempo primitivo la vera società cristiana credeva la Divinità del suo Fondatore, e riguardava questo dogma come un articolo fondamentale della sua religione. (Nota di N. N.)
5. Και γαρ παντες ημεις τον χριστον ανθρωπον εξ ανθρωπων προσδοκωμεν γενησεσθαι, imperocchè tutti noi speriamo che il Cristo nascerà mortale da mortali, dice Trifone Ebreo (Giustino, Dialog., p. 207) in nome de' suoi concittadini; e quegli Ebrei moderni, che rinunciano ai pensieri di ricchezza per attendere alle cose della religione, serban tuttavia lo stesso linguaggio, e allegano il senso letterale dei Profeti.
6. S. Grisostomo (Basnagio, Hist. des Juifs t. V, c. 9, p. 183) e S. Atanasio (Petavio, Dogm. Teolog. t. V, l. I, c. 2, p. 3) son ridotti a confessare che Cristo esso stesso o i suoi Apostoli rare volte parlano della sua Divinità.
7. La divina natura di Gesù Cristo era appunto nella persona di un Uomo, che perciò era un Uomo-Dio: tale è il modo ammirabile che forma un mistero venerando, onde Dio volle operare la redenzione de' credenti: ma d'altra parte Gesù Cristo co' miracoli mostrava, lui esser Dio, e gli Ebrei dovevano convincersene. (Nota di N. N.)
8. In Socrate si vede un grande Filosofo, che, quasi quattro secoli prima di Gesù Cristo, conosceva e mostrava alla greca gioventù gli errori della religione del suo tempo, e del suo Paese, e ad un'ora l'esistenza di un solo Essere Supremo colla sola ragione, senza rivelazione, onde fu da sacerdoti politeisti accusato, e messo a morte, malgrado la buona morale che insegnava: ma in Gesù Cristo forz'è riconoscere a chiari caratteri un Uomo-Dio. (Nota di N. N.)
9. Non esistevano negli esemplari degli Ebioniti i due primi capitoli di S. Matteo (Sant'Epifanio, Haeres., XXX, 13); e la concezion miracolosa è uno degli ultimi articoli che il Dottor Priestley ha esclusi dalla sua profession di fede già senz'altro assai breve.
10. È molto verosimile, che fosse in ebraico e in siriaco il primo degli Evangeli fatto per gli Ebrei che abbracciavano il cristianesimo. Papia, Ireneo, Origene, S. Girolamo e altri Padri attestano questa cosa. I Cattolici non osano dubitarne, e fra i Protestanti Casaubono, Grozio, ed Isacco Vossio opinano così. Ma è certo altrettanto che questo Evangelo ebraico di S. Matteo non sussiste più,[*] e si può darne colpa allo zelo e alla fedeltà delle primitive Chiese, che preferirono la versione, quantunque non autorevolmente approvata, d'un greco anonimo. Erasmo e i suoi discepoli, che s'attengono al testo greco che ne rimane, come ad Evangelo originale, si privano da se stessi della testimonianza che lo dichiara opera d'un Apostolo. Vedasi Simon (Hist. critique, t. III, c. 5-9, p. 47-101) e i Prolegomeni di Mill e di Werstein sul Nuovo Testamento.
* L'autenticità dei libri che abbiamo del Nuovo Testamento, riconosciuta dalla Chiesa, che li distinse dagli apocrifi, è sostenuta, contro le infondate, e vane critiche degli Increduli, dei Deisti e dei Scettici, dagli Apologisti della religione, e rimandiamo ad essi il lettore che volesse conoscere questa materia. I Nazareni avevano il loro Evangelo scritto in ebraico volgare, denominato ora l'Evangelo de' dodici Apostoli, ora degli Ebrei, ed ora di S. Matteo; ciò è notissimo; e S. Girolamo dice (catalogus script. eccl. c. 2) d'aver tradotto quest'Evangelo in lingua greca ed in lingua latina; non è dunque anonimo il traduttore. (Nota di N. N.)
11. Certamente l'Uomo-Dio, Gesù Cristo, venuto al mondo per salvar gli uomini, era un Essere da non potersi paragonare con nessun altro, e dava un'idea sublime. Gli Ebrei ed i loro dottori leggevano, ed intendevano materialmente l'Antico Testamento, stavano attaccati al senso letterale, non si elevavano al senso figurato; ecco il loro errore, per cui non potevano riconoscere, nelle divine antiche scritture, le predizioni intorno il futuro divin Redentore, ed i misteri dell'Incarnazione, e dalla Redenzione. Questa ostinazione loro impedì di ravvisare a chiari caratteri il divin Salvatore già predetto da quei libri dei quali erano i depositari, e da quei stessi Profeti ch'essi veneravano; non vollero ciecamente intendere ciò che disse S. Agostino, e dichiararono i Concilii, ed i Teologi, che Novum Testamentum in vetere est figuratum; massima ch'è il fondamento del Cristianesimo. (Nota di N. N.)
12. Cicerone (Tuscul., l. 1) e Massimo Tirio (Dissert. 16) hanno distrigata la metafisica dell'anima dal guazzabuglio del dialogo talvolta dilettevole, ma spesso imbrogliato, del Fedro del Fedone, e delle leggi di Platone.
13. I discepoli di Gesù credevano che un uomo avesse peccato prima che venisse al Mondo (San Giovanni, IX, 2). Dagli Ebrei si ammetteva la trasmigrazion dell'anime virtuose (Gioseffo De bell. judaic. l. II, c. 7 ): e da un Rabbino moderno si asserisce modestamente, aver Ermete, Pitagora, Platone, ecc. ricavata la lor metafisica dagli scritti, o da' sistemi de' suoi illustri concittadini.
14. Si sostennero quattro diverse opinioni sull'origine delle anime; 1. furono considerate come eterne e divine; 2. come create separatamente prima della loro unione col corpo; 3. si pensò che traessero origine dallo stipite primitivo d'Adamo, ove stava racchiuso il germe spirituale e corporale della sua posterità; 4. che nel punto del concepimento Iddio creasse l'anima d'ogn'individuo, e la destinasse al corpo di cui si era formato l'embrione. Pare che sia prevalsa l'ultima sentenza presso i moderni, e n'è divenuta meno sublime, ma non per questo più intelligibile, la nostra storia spirituale.
15. Οτι η του Σωτηροε ψυχη η του Αδαμ ην, poichè l'anima del Salvatore era quella d'Adamo, è una delle quindici eresie imputate ad Origene, e contestate dal suo Apologista (Photius, Biblioth. Cod. 117, p. 296). Alcuni Rabbini assegnano la stessa anima ad Adamo, a David, e al Messia.
16. Apostolis adhuc in seculo superstitibus, apud Judaeam Christi sanguina recente, phantasma Domini, corpus asserebatur, etc. (S. Girolamo Advers. Lucifer., c. 8). L'epistola di S. Ignazio agli abitanti di Smirne ed anche l'Evangelo secondo S. Giovanni ebbero la mira di distruggere l'errore dei Doceti, che s'andava propagando, e s'era già troppo accreditato nel Mondo (1. Giovanni, IV, 1, 5).
17. Verso l'anno dugento dell'Era cristiana S. Ireneo ed Ippolito confutarono le trentadue Sette της ψενδωνομου γνοσεως della falsa dottrina, già moltiplicatesi nel tempo di S. Epifanio sino al numero di ottanta (Phot. Bibl. Cod. 120, 121, 122). I cinque libri d'Ireneo non sussiston più che in latino barbaro, ma forse si troverebbe l'originale in qualche monastero della Grecia.
18. Il pellegrino Cassiano che girò l'Egitto al principio del quinto secolo osserva e deplora il regno dell'antropomorfismo tra i Monaci che non sapevano di seguire il sistema d'Epicuro (Cicerone De nat. deorum, l. I, c. 18-34). Ab universo prope modum genere monachorum, qui per totam provinciam Aegyptum morabantur per simplicitatis errorem susceptum est, ut a contrario memoratum pontificem (Theophilum) velut haeresi gravissima depravatum, pars maxima seniorum ab universo fraternitatis corpore deceraeret detestandum. (Cassiano, Collation., X, 2). Finchè S. Agostino aderì al Manicheismo manifestò lo scandalo che gli dava l'antropomorfismo dei Cattolici vulgari.
19. Ita est in oratione senex mente confusus eo quod illam ανθρωπομορφον imaginem deitatis, quam proponere sibi in oratione consuerat aboleri, de suo corde sentiret, ut in amarissimos fletus, crebrosque singultus repente prorumpens, in terram prostratus cum ejulatu validissimo proclamaret «heu me miserum! tulerunt a me Deum meum, et quem nunc teneam non habeo, vel quem adorem, aut interpellem jam nescio». (Cassiano, Collation. X, 2).
20. S. Giovanni e Cerinto (A. D. 80, Le Clerc, Hist. eccl. p. 493) s'incontrarono a caso nei bagni pubblici d'Efeso; ma l'Apostolo si scostò dall'eretico per tema che gli cadesse in capo l'edificio. Questa goffa storiella, rigettata dal dottor Middleton (Miscellaneous Works, vol. 2), è narrata per altro da S. Ireneo (III, 3) sulla testimonianza di Policarpo, e probabilmente s'accordava colla notizia che avevasi dell'epoca in che visse Cerinto, e del luogo da lui abitato. La versione di S. Giovanni (IV, 3) ο λυει τον Іησουν, caduta in disuso, benchè sembri la vera, allude alla doppia Natura insegnata dall'eretico Cerinto.
21. Il sistema dei Valentiniani era assai complicato e quasi incoerente, 1. Il Cristo e Gesù erano Eoni, ma la virtù non era in essi allo stesso grado; uno agiva come l'anima ragionevole, e l'altro come lo spirito divino del Salvatore. 2. Nel momento della passione si ritirarono amendue, e non lasciarono che un'anima sensitiva e un corpo umano. 3. Questo corpo medesimo era etereo, e forse soltanto apparente. Queste sono le conseguenze che deduce Mosemio dopo molto studio; ma dubito assai, che il traduttore latino non abbia inteso S. Ireneo, o che S. Ireneo e i Valentiniani non si capissero bene fra loro.
22. Gli eretici abusarono di quella esclamazione dolorosa di Gesù Cristo «Dio mio! Dio mio! perchè m'hai tu abbandonato?» Rousseau che ha fatto un paragone eloquente, ma sconvenevole, tra Gesù Cristo e Socrate, si dimentica, che il filosofo moribondo non si lascia fuggir di bocca parola d'impazienza, e di disperazione. Questo sentimento può non essere apparente che nel Messia; e si è detto a ragione, che queste parole mal sonanti altro non erano che l'applicazione d'un salmo o d'una profezia.
23. L'Autore doveva ommettere il termine improprio inconvenienti, e porne un altro che esprimesse la fiacchezza della mente umana, che non può giungere a comprendere il Mistero, che ha tutti i motivi di credibilità, presentatici dalla teologia, per essere creduto.
L'incomprensibile Mistero dell'Incarnazione copre d'un velo i così detti inconvenienti dell'Autore, e non presenta al vero credente che l'opera dell'amore misericordioso di Dio per salvare gli Uomini, la quale è sì grande, e sì maravigliosa da essere da teologi considerata maggiore di quella della stessa Creazione. Ciò che dopo dice il dotto Autore non è che l'esposizione esatta, e ragionata delle eresie, ossia opinioni condannate successivamente dai quattro primi Concilii generali di Nicea, di Costantinopoli, d'Efeso, e di Calcedonia, nel quarto e quinto secolo, i quali interpretando rettamente le espressioni degli Evangelici, e combinandole, (Vedi Acta Conc. Nic. I, Conc. Constan. I, Ephes. et Chalc., I in Labbè Collectio Magna, et amplissima Conciliorum etc.) determinarono, distendendo il Credo, o condannando le eresie, quella credenza, che dovevasi avere contro le torte opinioni, e partiti furiosi, che scompigliarono, e continuarono lungo tempo a trambustare, anche dopo le decisioni, la Chiesa, e lo Stato perfino con grandi massacri: il tempo la cui azione non cessa, mai, i decreti, e la forza degli Imperatori cattolici vennero in soccorso della pronunciata ortodossia, e posero fine a' mali delle controversie teologiche, che laceravano le province del romano Impero. (Nota di N.N.)
24. Questa frase energica può giustificarsi con un passo di S, Paolo (I Tim. III, 16); ma le Bibbie moderne c'ingannano[*]. La parola ὄ (il quale) fu cangiata in Costantinopoli, sul cominciar del secolo decimosesto, in θεος (Dio). La verace ed evidente versione secondo i testi latino e siriaco sussiste tuttavia nei raziocini dei Padri greci e de' Padri latini; ed Isacco Newton ha benissimo scoperto questa frode non che quella dei tre testimoni di S. Giovanni (Vedi le sue due lettere, tradotte dal Signor di Missy, nel Giornale Britannico tom. XV, p. 148-190; 35-390). Esaminai le ragioni allegate dall'una parte e dall'altra, e mi sono sottoscritto all'autorità del primo tra i filosofi, versatissimo nelle discussioni teologiche e critiche.
* Se l'Autore dice d'essere persuaso di ciò che scrisse il Newton, che non ha nelle materie ecclesiastiche autorità, ciò non prova che la frode sia vera: è vero che non sarebbe facile il provare non esservi mai state le così dette pie frodi in cose per altro di non grande momento, e non intrinseche alla religione; ma bisognava in particolare provare questa. (Nota di N. N.)
25. Vedi intorno Apolinare e la sua Setta, Socrate (l. II, c. 46: l. III, c. 16), Sozomeno (l. V, c. 18; l. VI, c. 25-27), Teodoreto (l. V, 3, 10, 11 ), Tillemont (Mém. eccl. tom. VII, p. 602-638, not. p. 789-794, in 4. Venise 1732). I Santi che vissero ai suoi giorni parlavano sempre del vescovo di Laodicea come di un amico e d'un fratello; lo stile degli storici più recenti ha l'impronta dell'acrimonia e dell'inimicizia. Filostorgio lo paragona (l. VIII, c. 11-15) a S. Basilio e a S. Gregorio.
26. Due prelati dell'Oriente, Gregorio Abulfaragio, primo Giacobita di quella parte del Mondo, ed Elia, metropolitano di Damasco, addetto alla Setta di Nestorio (Vedi Asseman, Bibl. orient., t. II, p. 291; t. III, p. 514, ec.) confessano, che i Melchiti, i Giacobiti, i Nestoriani ec. andavan d'accordo sulla dottrina, e non differivan che sull'espressione. Basnagio, Le Clerc, Beausobre, La Croze, Mosemio e Jablonski sono inclinati a questa caritatevole opinione, ma lo zelo di Petavio è veemente ed adiroso, e appena Dupin lascia traspirare la sua moderazione.
27. La Croze (Hist. du Christianisme des Indes, t. I. p. 24) confessa la poca stima che fa dell'ingegno e degli scritti di S. Cirillo. «Fra tutte l'opere degli antichi, egli dice, poche se ne leggono di meno profittevoli». E Dupin (Bibl. eccl., t. IV, p. 42-52) c'insegna a sprezzarle, quantunque ne parli con rispetto.
28. Chi gli fa questo rimbrotto è Isidoro di Pelusio (l. I, epist. 25, p. 8). Non essendo troppo autentica la lettera, Tillemont, men sincero dei Bollandisti, affetta il dubbio, se questo Cirillo fosse il nipote di Teofilo (Mémoires ecclés., t. XIV, p. 268).
29. Socrate (lib. VII, 13) chiama un grammatico διαπυρος δε ακρατης του επισκοπου κυριλλου καθεστως, και περι το ακροτους εν ταις διοδασκαλιαις αυτου εγειρειν ην σπουδαιοτατος, un uditore del vescovo Cirillo che assisteva con fervore alle sue prediche, ed era tutto intento a suscitargli applausi.
30. Socrate (l. VII, c. 7) e Renaudot (Hist. patriarch. Alexand., p. 106-108) parlano della gioventù di S. Cirillo e della sua nomina alla sede d'Alessandria. L'abate Renaudot trasse i suoi materiali dalla Storia araba di Severo, vescovo di Ermopoli Magna od Ashmunein, nel secolo decimo, autore cui non si può mai prestar fede, quando non abbiano i fatti in se stessi il carattere dell'evidenza.
31. I Parabolani d'Alessandria erano una Compagnia di carità, fondata nel tempo della peste sotto Gallieno, per visitare i malati e sotterrare i morti. A poco a poco si moltiplicarono; fecero abuso e traffico dei loro privilegi. L'insolenza da essi manifestata sotto il pontificato di S. Cirillo determinò l'imperatore a privare il patriarca del diritto di eleggerli, e a restringerne il numero a cinque o seicento; ma sì fatte restrizioni furono passaggere ed inefficaci (Vedi il Cod. Teodos., l. XVI, t. II; e Tillemont, Mém. ecclés., t. XIV, p. 276-278.)
32. S. Cirillo non può dirsi esente de' difetti come scrittore, e come Patriarca d'Alessandria; aveva uno spirito così sottile nelle controversie, ed era tanto facondo, che spesse volte non s'intende ciò ch'egli scrisse. Non può negarsi essere egli stato altiero, ed impetuoso specialmente nella sua controversia con Nestorio Patriarca eretico di Costantinopoli, e Capo dei Vescovi, preti, e secolari detti da lui Nestoriani, de' quali un picciolo resto trovasi ancora in qualche provincia d'Europa, ed in qualche borgata della Persia, e dell'Armenia, malgrado le persecuzioni de' Cattolici; ma S. Cirillo sosteneva la retta dottrina intorno a Gesù Cristo; perciò il suo procedere per giungere al suo fine, che il Concilio d'Efeso I condannasse Nestorio, che negava la Divinità di Cristo colla distinzione delle persone divina ed umana, asserendo che Maria aveva partorito Cristo Uomo, e non Cristo Dio, cioè la persona umana, e non la persona divina, devesi chiamare non ambizioso, ed impetuoso, ma zelante dell'Ortodossia, secondo il sano linguaggio de' teologi; altrimenti la maggior parte dei sostenitori di essa diventano uomini impetuosi, ed ambiziosi. Non può negarsi aver S. Cirillo posto mano francamente nelle cose civili, e governative d'Alessandria, onde ne vennero i forti risentimenti di Oreste governatore per l'Imperatore romano, ed avvenne il fatto terribile dei Monaci di Nitria; ma non consta che la morte lagrimevole, d'Ipazia, tanto celebrata dagli storici per il suo sapere, ed accusata di avere attraversato la riconciliazione fra Oreste, e Cirillo, possa a questo essere attribuita: quel fatto orribile, che tolse dalla cattedra una dottissima donna, è avvenuto per la furia dei due partiti di Oreste, e di Cirillo, che non avrà neppur esso potuto impedire il male. Bisogna dimenticarsi quei difetti, che poteva avere Cirillo a cagione della sua animosa difesa della Ortodossia, e devesi considerare da ogni buon credente, per essere stato fatto Santo dalla chiesa, pienamente da ogni colpa giustificato. (Nota di N. N.)
33. Vedi intorno a Teone, e sua figlia Ipazia, il Fabricio (Bibl., t. VIII, p. 210, 211). Il suo articolo nel Lessico di Suida è assai curioso e originale. Esichio (Meursii opera, t. VII. p. 295, 296) nota che quella figlia fu perseguitata δια την υπερβαλλουσαν σοφιαν, per l'eminente sapienza: ed un epigramma dell'antologia greca (l. I, c. 76, p. 159, edit. Brodaei) ne vanta il sapere e l'eloquenza. Il vescovo filosofo Sinesio, suo amico e discepolo, ne parla in modo onorevole (Epist. 10, 15, 16, 33, 80, 124, 135, 153).
34. Οςρακοις ανειλον, και μεληδον διασωπασαντες, etc. ne straziarono le carni con cocci d'ostriche, e scerpandone a brani le membra, ec. Le scaglie d'ostriche erano sparse abbondevolmente sulle rive del mare rimpetto a Cesarea. Piacemi adunque di attenermi qui al senso letterale, senza rifiutar la version metaforica di tegolae, tegole, seguìta dal Sig. de Valois; non so, se Ipazia fosse ancor viva, ed è probabile che gli assassini non si pigliassero pensiero di questo.
35. Da Socrate (l. VII, c. 13, 14, 15) son raccontate sì belle geste di S. Cirillo, ed è obbligato il fanatismo, tuttochè con ripugnanza, a copiare le parole d'uno storico, il quale chiama freddamente i sicari d'Ipazia ανδρες το φρονημα ενθερμοι uomini caldi di testa. Noto con piacere, che quel nome tanto vilipeso fa arrossire lo stesso Baronio (A. D. 415, n. 48).
36. Quand'anche per supposizione avesse avuto colpa S. Cirillo della morte orribile della povera Ipazia, non essendo la religione cristiana per sua essenza sanguinaria, come evidentemente consta dall'Evangelo, non le verrebbe alcuna macchia per la colpa di S. Cirillo, e se non è provato, che questi ne abbia avuto, e quindi fu egli fatto Santo, molto meno può dirsi, che la religione sia macchiata pel massacro d'Ipazia. (Nota di N. N.)
37. Non volle ascoltare le preghiere d'Attico di Costantinopoli, e d'Isidoro di Pelusio; e se si crede a Niceforo (l. XIV c. 18) cedette soltanto all'interposizion della Vergine. Negli ultimi anni per altro andava pur susurrando che Gian Grisostomo era stato giustamente condannato (Tillemont, Mém. ecclés. t. XIV, p. 278-282; Baronio, Annal. eccles. A. D. 412, n. 46-64).
38. Vedi le particolarità intorno ai loro caratteri nella Storia di Socrate (l. VII, c. 25-28), e intorno alla loro autorità e alle pretensioni, nella voluminosa compilazione del Tomassino (Discipl. de l'Eglise, t. I, p. 80-91)
39. Racconta Socrate la Storia del suo avvenimento alla sede episcopale di Costantinopoli, e ne descrive le azioni (l. VII, c. 29-31), e sembra che Marcellino gli adatti le parole di Sallustio, loquentiae satis, sapientiae parum.
40. Cod. Theod., l. XVI, tit. 5, leg. 65, cogli schiarimenti del Baronio (A. D. 428, n. 25, etc.); Gotofredo (ad locum), e Pagi (Critica, t. II, p. 208).
41. S. Isidoro di Pelusio (l. IV, epist. 57). Le sue espressioni sono energiche o scandalose: τι θανμαζεις ει και νυν περι πραγμα θειον και λογου κρειττον διαφωνειν προσποιουντ αι υπο φιλαρχιας εκβαυχευομενοι, perchè ti maravigli se anche adesso preferiscono di disputare sulle cose divine e sul miglior senso delle parole, accesi dalla smania di dominare. Isidoro è un Santo, ma non fu mai vescovo; e sono tentato a credere che l'orgoglio di Diogene si ponesse sotto i piedi l'orgoglio di Platone.
42. La Croze (Christianisme des Indes, t. I, pag. 44-53, Thesaur. epist. t. III, p. 276-480) ha scoperto l'uso delle parole ὁ δεσποτης e ὁ κυριας Іησους, il padrone e il Signore Gesù, le quali nel quarto, quinto e sesto secolo distinsero la scuola di Diodoro di Tarso da quella dei suoi discepoli Nestoriani.
43. Θεοτοκος, Deipara, come, nella zoologia si dice degli animali ovipari o vivipari. Non è facile il decidere in quale epoca s'inventasse quella parola che La Croze (Christian. des Indes, t. I, p. 16 ) attribuisce ad Eusebio di Cesarea, ed agli Ariani. S. Cirillo e Petavio arrecano testimonianze ortodosse (Dogmat. theolog. t. V, c. 15, p. 254 etc.); ma si può contrastare sulla veracità di S. Cirillo; e l'epiteto θεοτοκος facilmente ha potuto dal margine passar nel testo d'un manuscritto cattolico.
44. Basnagio nella sua storia della Chiesa, opera di controversia. (t. I, p. 505) giustifica la Madre di Dio pel sangue (Atti, XX, 28, colle varie lezioni di Mill); ma i manoscritti greci son ben altro che concordi; e l'espression primitiva del sangue del Cristo si è conservata nella version siriaca, anche nelle copie di cui si valgono, i Cristiani di S. Tommaso sulla costa del Malabar (La Croze, Christian. des Indes, t. 1, p. 347). La gelosia fra i Nestoriani e Monofisiti ha mantenuta la purezza del loro testo.
45. Il Credo, disteso nel Concilio generale II di Costantinopoli l'anno 381 ha l'espressione natus ex Maria Virgine, e ciò è lo stesso, che Deipara cioè partoriente Dio, o Madre di Dio; ed avendo prima il Concilio generale I di Nicea l'anno 325 fissato definitivamente contro gli Ariani essere Gesù Cristo della stessa sostanza del Padre, consubstantialem, cioè essere Dio, ne viene che al tempo, cioè l'anno 429-431, del Patriarca di Costantinopoli Nestorio, che negò fermamente essere Maria Madre di Dio, ed affermò essere essa soltanto Madre di Gesù Cristo uomo, era già stata sanzionata e autorizzata dalla Chiesa, cioè dal Concilio ortodosso generale II di Costantinopoli, l'espressione Madre di Dio. Nestorio poi fu condannato, deposto, ed esiliato dal Concilio generale III, e d'Efeso I l'anno 431, la quale condanna, deposizione, ed esilio con zelo promosse, e sollecitò l'altro Patriarca d'Alessandria S. Cirillo mentovato di sopra. (Nota di N. N.)
46. Se, come abbiamo veduto in altra nota, S. Pietro riconobbe la divinità di Gesù Cristo affermandolo figlio di Dio, e se l'Evangelo dice che Gesù Cristo è nato da Maria non per opera d'uomo, ma dello Spirito Santo, ne viene la chiara conseguenza, che S. Pietro, e gli altri Apostoli con lui, abbiano riconosciuto Maria per Madre di Dio, essendo seguita l'incarnazione della divina Natura, sebben l'identiche parole Madre di Dio, non sian nell'Evangelo. (Nota di N. N.)
47. Di già i Pagani dell'Egitto si facean beffe della nuova Cibele[*] dei Cristiani (Isidoro, l. I, epist. 54). Si formò in nome d'Ipazia una lettera che volgeva in ridicolo la teologia del suo assassino (Synodicon, c. 216, nel quarto t. concil. p. 484). All'articolo Nestorio, Bayle espone sul culto della Vergine Maria qualche massima d'una filosofia alquanto rilassata.
* Sarà vero che i Pagani si burlassero di Maria Vergine Madre di Dio; erano Pagani, cioè Politeisti, e perciò non è maraviglia; ma che ha a fare Cibele, di cui vedesi la leggenda in tutti i Dizionari di Mitologia, Deità dei Politeisti e dei poeti, con Maria Vergine Madre di Dio? Queste due idee sono affatto incompatibili, ed il farne l'associazione è un assurdo del pari indegno, che insussistente. (Nota di N. N.)
48. L'αντιδοσις dei Greci, vale a dire un prestito, od una traslazione reciproca degli idiomi, o delle proprietà d'una natura all'altra, dell'infedeltà all'uomo, della passibilità a Dio ec. Petavio pone dodici regole su questa materia sommamente delicata (Dogmat. theolog., t. V, l. IV, c. 14, 15, p. 209, etc.).
49. Vedi Ducange, C. P. Christiana, l. I, p. 30 etc.
50. Il decreto del Papa Celestino non fu illegale, perchè poteva assumere il giudizio intorno a un domma (che se non rimanesse fermo, non esisterebbe più rivelazione, nè religione cristiana, nella parte dommatica), e poi giudicò unitamente al suo Concilio provinciale de' Vescovi; e cotale giudizio non fece che combinare con quello che poco dopo diede il Concilio generale III, e d'Efeso I; non fu neppure precipitato, perchè Celestino esaminò la materia, e nel giudicare concorse il suo Concilio provinciale di cui era particolarmente il Capo. (Nota di N. N.)
51. Concil., t. III, p. 943. Mai non furono approvati direttamente dalla Chiesa; (Tillemont, Mém. ecclés., XIV, 368-372) e quasi mi fan compassione le convulsioni di rabbia e di sofisma, da cui sembra agitato Petavio nel sesto libro dei suoi Dogmata theologica.
52. Posso citare il giudizioso Basnagio (ad. t. I, Variar. Lection. Canisii in praefat., c. 2, p. 11-23) e La Croze, dotto universale (Christianisme des Indes, t. I, p. 16-20, de l'Ethiopie, p. 26, 27; Thesaur. epist. p. 176, ec., 283-285). Il suo libero parere su questo punto è confermato da quello de' suoi amici, Iablonski (Thesaur. epist. t. I, p. 193-201), Mosemio (id. p. 304, Nestorium crimine caruisse est et mea sententia); e non sarebbe agevol cosa trovare tre giudici più rispettabili. Assemani, pieno di sapere, ma ligio modestamente alle autorità, a gran pena può scoprire (Bibliot. orient. t. IV, p. 190-224) il delitto e l'errore dei Nestoriani.
53. Sull'origine, e sui progressi della controversia di Nestorio fino al Concilio d'Efeso si trovano alcune particolarità in Socrate (l. VII. c. 32), in Evagrio (l. I, c. 1, 2), in Liberato (Brev., c. 1-4), negli Atti originali (Concil., t. III, p. 551-591, ediz. di Venezia, 1728), negli Annali di Baronio e di Pagi, e nelle fedeli Raccolte di Tillemont (Mém. eccles., t. XIV, p. 280-577).
54. I Cristiani de' quattro primi secoli ignoravano come il luogo della morte, così quello della Sepoltura di Maria. Il Concilio, di cui qui favelliamo conferma la tradizione d'Efeso, che si credea posseditrice del suo corpo. (Ενθα ὅ θεολογος Іωαννης, και η θεοτοκος παρθενος η αγια Μαρια, quivi giace il teologo Giovanni, e la Vergine Deipara Santa Maria. Concil. t. III, p. 1102). Avendo però Gerusalemme le stesse pretensioni, ha mandate in dimenticanza quelle di Efeso; colà si mostrava ai pellegrini la vota sepoltura della Vergine; e di là è venuta la storia della sua risurrezione, e della sua assunzione, piamente credute dalle Chiese greche e latine[*]. Vedi Baronio (Annal. ecclés. A. D. 48, n. 6, ec.) e Tillemont (Mém. ecclés. t. I, p. 467-477).
* Non è meraviglia che l'Autore così si esprima intorno l'assunzione di Maria: egli era cristiano-protestante. La credenza, poi de' cattolici intorno a ciò è assai ben fondata sullo storico Eusebio, Vescovo di Cesarea del quarto secolo: Maria Virgo Christi Mater ad filium in Coelum assumitur, ita quidam fuisse sibi revelatum scribunt. Eusebio in Chronico. Vedi Baronio, Annali an. 48 n. 6, e Tillemont, T. I, p. 467. (Nota di N. N.)
55. Gli Atti del Concilio di Calcedonia (Concil. t. IV, pag. 1405-1408) ne mostrano abbastanza quanto cieca fosse e pertinace l'adesione dei Vescovi d'Egitto ai lor patriarchi.
56. Diversi affari civili od ecclesiastici ritennero i vescovi in Antiochia fino al 18 maggio. Da Antiochia ad Efeso si calcolavano trenta giornate; e non è troppo il supporre che per accidenti, o per riposare dovessero perdere dieci giorni. Senofonte, che fece la stessa strada, numera più di ducento sessanta parasanghe, o leghe; io potrei determinare questa misura consultando gli itinerari antichi e moderni, se conoscessi abbastanza la proporzion di velocità di un esercito, d'un Concilio, e d'una caravana. Tillemont medesimo, con qualche ripugnanza però, giustifica Giovanni d'Antiochia (Mém. ecclés. t. XIV, p. 386-389).
57. Μεμφομενον μη κατα το δεοντα εν Εφεσω συντεθηναι υπομνηματα πανουργια δε και τινι αθεσμω καινοτομια κυριλλιου τεχναζοντος, accusato mentre Cirillo inonestamente, con fraudolenza e con certe illegali mutilazioni s'ingegnava a falsificare in Efeso gli Atti. (Evagrio l. I, c. 7). La medesima imputazione gli era data dal conte Ireneo; (t. III, p. 1249), e li critici ortodossi fanno un po' di fatica a difendere la purità delle copie greche e latine di quel Concilio.
58. Fu questo un Conciliabolo, e non un Concilio che non fu approvato dal Papa; colla distinzione di Concilio da Conciliabolo cessa ogni scandalo, ed ogni meraviglia; bisogna usare le distinzioni, il che sanno fare assai bene i teologi. (Nota di N. N.)
59. Ο δε επ’ ολεθρω των εηκλεσιων τοχθεις και τραφεις, nato e cresciuto per la rovina delle Chiese. Dopo la coalizione di S. Giovanni e di S. Cirillo, furono le invettive reciprocamente dimenticate. Per vane declamazioni non conviene illudersi intorno all'opinione, che da rispettabili nemici può essere inspirata per riguardo al loro merito scambievole (Con. t. III, p. 1244).
60. Vedi gli Atti del Sinodo d'Efeso nell'originale greco, e in una versione latina, che pubblicossi quasi nel medesimo tempo (Conc., t. III, p. 991-1339) col Synodicon adversus tragoediam Irenaei, t. IV, p. 235-497. Vedi anche l'Ist. eccl. di Socrate (l. VII, c. 34), Evagrio (l. I, c. 3, 4, 5), il Breviario di Liberato (in Concil., t. VI, p. 419-459, c. 5, 6), e les Mém. ecclés. di Tillemont (t. XIV, p. 377-487).
61. Ταραχλν (dice Teodosio in frasi interrotte) το γε επι σαυτω, και χωρισμον ταις εκκλησιαις εμβεβληκας .... ως θρασυτερας ορμης πρέπουης μαλλον η ακριβειας .... και ποικιλιας μαλλον τουτων ημιν αρκουσης ηπερ απλοτητος .... παντος μαλλον η ιερεως .... τα τε των εκκλησιων, τα τε των βασιλεων μελλειν χωριζειν βουλεσθαι, ως ουκ ουσης αφορμης ετερας ευδοκιμησεως, così ti sei cacciato in cuore la discordia, e fra le chiese la dissensione.... con un impeto temerario, piuttosto che con zelo.... e con un procedere versatile, che ci ributta più in tali cose, in vece della schiettezza.... in modo più conveniente a tutt'altri, che ad un vescovo.... voler mettere a soqquadro gli affari della chiesa e dei re, quasi non ci fosse altra maniera d'acquistar gloria. Vorrei sapere quanto abbia pagato Nestorio espressioni tanto pel suo rivale ingiuriose.
62. S. Cirillo comparte ad Eutiche, a quell'eresiarca d'Eutiche, gli onorevoli nomi d'amico, di Santo e di zelante difensor della Fede. Suo fratello, Dalmazio, è parimenti impiegato a circonvenire l'Imperatore e tutti coloro che servivano la sua persona, terribili conjuratione. Synodicon (c. 203 in Concil. t. IV, p. 467).
63. Clerici qui hic sunt contristantur, quod ecclesia Alexandrina nudata sit hujus causa turbelae: et debet praeter illa quae hinc transmissa sint auri libras mille quingentas. Et nunc ei scriptum est ut proestet; sed de tua ecclesia proesta avaritiae quorum nostri etc. Per qual caso non si sa, questa lettera originale e curiosa dell'arcidiacono S. Cirillo al nuovo vescovo di Costantinopoli, sua creatura, si è conservata in un'antica version latina (Synodicon, c. 203 Concil. t. IV, p. 465-468). Qui è quasi caduta la maschera, e i Santi parlano il linguaggio dell'interesse e del raggiro.
64. I noiosi negoziati che succedettero al Sinodo d'Efeso sono raccontati alla lunga negli Atti originali (Concil. t. III, p. 1339-1771 ad fin. vol. e nel Synodicon, in t. IV), in Socrate (l. VII, c. 28, 35, 40, 41), in Evagrio (l. I. c. 6, 7, 8-12), in Liberato (c. 7-10), in Tillemont (Mém. ecclés. t. XIV, pag. 487-676). Il lettore il più paziente mi saprà grado se ho ristretto in poche linee tante cose false e poco ragionevoli.
65. Αυτου τε αυδεηθεντος, επετραπν κατα το οικειον επαναζευσαι μοναστηριον, dopo ch'ebbe parlato, gli fu permesso di tornarsene al suo monastero. Evagrio (l. I, c. 7). Dalle lettere originali che si scontrano nel Synodicon (c. 15-24, 25, 26) si raccoglie, che la sua abdicazione, almeno in apparenza, fu volontaria, come Ebed-Gesù, scrittore Nestoriano, afferma che lo fosse difatto. (Ap. Assemani, Bibl. orient. t. III, p. 299-302).
66. Vedi le lettere dell'Imperatore negli Atti del Sinodo d'Efeso. (Concil. t. III, p. 1730-1735). L'odioso nome di Simoniani dato ai discepoli di questa τερατωδους διδασκαλιας, prodigiosa scuola era indicato ως αν ονειδεσι προβλεθεντες σιωνιον υπομενοιεν τιμ ωριαν αμαρτηματων, και μητε ζωντας τιμωριας μητε θανοντας ατιμιας εκτοι υπαρχειν, acciocchè colpiti dalle maledizioni sempre soffrano la pena degli errori, e non possano nè vivi sfuggire il gastigo, nè morti l'infamia. E così si trattavano a vicenda i Cristiani, e Cristiani che non eran differenti fra loro che per alcune parole e picciole distinzioni.
67. I gravi giureconsulti (Pandette l. XLVIII, tit. 22 leg. 7), diedero questo nome metaforico d'isole a quelle picciole porzioni dei deserti della Libia, nelle quali si trova acqua e verdura; tre se ne distinguono sotto la denominazione comune di Oasi o d'Alvahat. 1. Il tempio di Giove Ammone. 2. L'Oasi del mezzo, distante tre giornate all'occidente da Licopoli. 3. L'Oasi meridionale, dove fu esiliato Nestorio, tre sole giornate lontano dai confini della Nubia. Vedi una nota giudiziosa di Michaelis (ad Descr. Aegypt. Abulfedae, p. 21-54).
68. L'invito che chiamava Nestorio al Sinodo di Calcedonia, è riportato da Zaccaria, vescovo di Malta ( Evagr. l. II, c. 2. Assemani, Bibl. orient. t. II, p. 55), e dal famoso Senaia o Filosseno, vescovo di Ieropoli (Asseman, Bibl. orient. t. II, p. 40 ec.), negato poi da Evagrio ed Assemani, o fortemente sostenuto da La Croze (Thesaur. Epist. tom. III, p. 181, ec.). Il fatto non è inverosimile; ma importava ai Monofisiti a spargere questa voce ingiuriosa. Eutichio (t. II, pag. 12) ne assicura, che Nestorio morì dopo un esilio di sett'anni, e per conseguente dieci anni prima del Concilio di Calcedonia.
69. Si consulti d'Anville (Mém. sur l'Egypte, p. 191), Pocock (Description de l'Orient, vol. I, p. 76), Abulfeda (Descriptio Aegypt., p. 14). Vedasi pure Michaelis, suo commentatore (Not. p. 78-83), e il Geografo di Nubia (p. 42), il quale cita nel dodicesimo secolo le ruine e le canne da zucchero di Akmim.
70. Eutichio (Annal. t. II. p. 12), e Gregorio Bar-Ebreo, o Abulfaragio (Assemano t. II, p. 316), ci danno un sentore della credulità del decimo o tredicesimo secolo.
71. Siam debitori ad Evagrio (l. I, c. 7) di alcuni estratti di lettere di Nestorio; ma questo fanatico duro, e stupido non fa che ingiuriare i patimenti, di cui fanno una dipintura sì compassionevole.
72. Dixi Cyrillum dum viveret, auctoritate sua effecisse, ne eutychianismus et monophysitarum error in nervum erumperet: idaque verum puto... alique... honesto modo παλινωδιαν (la ritrattazione) cecinerat. Il dotto ma circospetto Jablonski non sempre ha detta tutta intera la verità. Cum Cyrillo lenius omnino egi, quam si tecum aut cum aliis rei hujus probe gnaris et aequis rerum aestimatoribus sermones privatos conferrem. (Thesaurus epist., La Croze t. I, p. 197, 198). Da questo passo ricevono molta luce le sue dissertazioni sopra la controversia suscitata da Nestorio.
73. Η αγια συυοδος ειπεν, αρον, καυσον Ευσεβιον, ουτος ζων καη, ουτος εις δυο γενηται, ω εμερισε μερισθη.... ει τις λεγει δυο, αναθεμα, disse il santo Sinodo: si scacci, si abbruci Eusebio, sia arso vivo, sia fatto in due, sia diviso come egli ha diviso.... a chi dice due Nature, anatema. Alla domanda di Dioscoro quelli che non poterono gridare (βοςσαι) alzaron le mani. Nel Concilio di Calcedonia sursero gli Orientali contro queste esclamazioni, ma gli Egiziani dichiararono in un modo più conseguente ταυτα και τοτε ειπομεν και νον λεγομεν, questo e allora dicemmo, ed ora ripetiamo (Con. t. IV, p. 1012).
74. Questo Concilio II d'Efeso fu pure un Conciliabolo, e non è da meravigliarsi, che in cotale assemblea, e nelle simili, i Vescovi, e specialmente Dioscoro Patriarca d'Alessandria succeduto a S. Cirillo, si sieno dati ad eccessi, che la ragione, e l'Evangelo disapprovano altamente. Il Papa Leone I nel suo Concilio provinciale di Roma condannò questo Conciliabolo, e disapprovò il suo procedere. I disordini ed eccessi avvenuti ne' Conciliaboli altro non provano se non che i Vescovi sono uomini come tutti sanno. Il Cattolico deve badare alle decisioni, ed al procedere dei Concilii regolari, ed approvati dal Papa o direttamente o per mezzo de' suoi Legati, o Procuratori.
75. Ελεγε δε (Eusebio, vescovo di Dorilea) τον φλαβιανον και αναιρεθηναι προς Διοσκορω αθουμενον τε και λακτιξομενον, disse che Flaviano fu maltrattato da Dioscoro, percosso e respinto a calci, e questa relazione d'Evagrio (l. II, c. 2) viene rafforzata dallo storico Zonara (t. II, l. XIII, p. 44), che afferma, esser uso Dioscoro a dar calci come un mulo. Ma il linguaggio di Liberato è più circospetto (Brev. c. 12, in Concil. t. VI, p. 438), e gli Atti del Concilio di Calcedonia, prodighi dei titoli d'omicida, di Caino ec., non giustificano un'accusa tanto speciale. Il monaco Barsuma è incolpato in particolare, εσφαξε τον μακαριον φλαυιανον αυτος εστηκε και ελεγε σφαξον, d'avere straziato il beato Flaviano il quale, senza moversi, dicea, strazia pure. (Concil. t. IV, p. 1413).
76. Gli Atti del Concilio di Calcedonia (Conc. t. IV, p. 761-2071), comprendono quelli d'Efeso, (pag. 890-1189), nei quali è pure inserito il Sinodo di Costantinopoli sotto Flaviano (pag. 930-1072): fa d'uopo qualche attenzione per discernere questo doppio inesto. Tutto ciò che si riferisce ad Eutiche, a Flaviano, a Dioscoro vien raccontato da Evagrio (l. I, c. 9-12, e l. II, c. 1, 2, 3, 4), e da Liberato (Prev. c. 11, 12, 13, 14). Io rimando ancora questa volta, e forse per l'ultima alle esatte ricerche di Tillemont (Mém. ecclés. t. XV, p. 479-719). Gli annali del Baronio e del Pagi m'accompagneranno anco più in là nel lungo e penoso viaggio da me intrapreso.
77. Μαλιςα η περιβοντος Πανσοφια η καλουμενη Ορεινη (forse Ειρηνη), περι ησ και ο πολυανθροποσ τησ Αλεξανδρεων δημος αφηκε φωνην αυτης τε και του εραςου μεμνημενος, soprattutto la famosa Pansofia denominata Orine (forse Irene) per la quale anche il numeroso popolo d'Alessandria abiurò la memoria di lei e del drudo (Concil. t. IV, p. 1276). Si trova un saggio dello spirito e della malizia del popolo nell'antologia greca (l. II, c. 5, p. 188 ed. Wechel); l'editor Brodeo non conobbe a chi fosse applicato. L'autor anonimo dell'epigramma forma un giuoco di parole assai frizzante sulla frase del saluto episcopale «La pace sia con tutti voi» pari al nome vero o corrotto della concubina del vescovo, detta Irene (che in greco vuol dir pace).