203. Αχειροποιητος, senza mani. Vedi Ducange, in Gloss. graec. et latin. Questo soggetto è trattato con erudizione non meno che con pregiudizii dal Gesuita Gretser (Syntagma de imaginibus non manu factis, ad calcem codicis de officiis, p. 289-330), l'asino o piuttosto la volpe d'Ingolstadt (Vedi la Scaligeriana); con pari senno e ragione dal protestante Beausobre nella controversia ironica da lui inserita in differenti volumi della Bibliothèque germanique (t. XVIII, pag. 1-50; t. XX, p. 27-68; t. XXV, p. 1-36; t. XXVII, pag. 85-118; t. XXVIII, pag. 1-33; t. XXXI, p. 111-148; l. XXXII, p. 75-107; t. XXXIV, p. 67-96).
204. Teofilato Simocatta (l. II, c. 3, p. 34; l. III, cap. I, p. 63), celebra θεανδρικον εικασμα, l'immagine dell'Uomo Dio, ch'egli chiama αχειροποιητον, senza mano; ma non era che una copia, poichè soggiugne αρχετυπον οι Ρωμαιοι (d'Edessa) θρεσκευουσι τι αρρητον, che i Romani (di Edessa) venerano quell'originale con un culto singolare. (Vedi Pagi, t. II, A. D. 596, n. II).
205. Vedi nelle opere autentiche o supposte di S. Giovanni Damasceno, due passi sulla Vergine Maria e sopra S. Luca, dimenticati da Gretser, e per conseguente non rammentati da Beausobre (Opera Johan. Damascen. t. I, p. 618-631).
206. «Escono le vostre scandalose figure fuor della tela; sono esse cattive come le statue in grupo». Lodavano in tal guisa l'ignoranza e il fanatismo d'un prete greco alcuni quadri di Tiziano, ch'egli avea comandati, e che non volea più ricevere.
207. Secondo Cedreno, Zonara, Glycas e Manasse, gli autori della Setta degli Iconoclasti furono il Califfo Iezid e due Ebrei che aveano promesso l'Impero a Leone. I rimproveri che l'odio suggerisce a que' Settarii vengono interpretati come un'assurda cospirazione pel ristabilimento della purità del culto cristiano. (Vedi Spanheim, Hist. Imag., c. 2).
208. Jezid, nono Califfo della razza degli Omniadi, distrusse tutte le Immagini della Siria verso l'anno 719: onde gli ortodossi rimproverarono ai Settarii di seguire l'esempio dei Saracini e degli Ebrei (Fragm. mon. Johan. Jerosolymit. script. Byz., t. XVI, p. 235. Hist. des Répub. ital., par Sismondi t. I, p. 126). (Nota dell'Editore francese).
209. Vedi Elmacin (Hist. Saracen., pag. 267), Abulfaragio (Dynast., p. 201), Abulfeda (Annal. Moslem., p. 264), e le Critiche del Pagi (t. III, A. D. 944). Non ardisce questo prudente Francescano di determinare, se a Roma o a Genova riposi l'immagine d'Edessa; ma essa riposa senza gloria; non è più alla moda, ed ha perduta la sua antica celebrità.
210. Αρμενιοις και Αλαμανοις επισης η αγιων εικονων προσκυνησις απηγορευται, agli Armeni del pari che agli Alemanni è proibita l'adorazione delle sante Immagini. (Niceta, lib. II, p. 258). Le Chiese d'Armenia non fan ancor uso che della Croce (Missions du Levant, t. III, p. 148); ma il Greco superstizioso è senza dubbio ingiusto verso la superstizione degli Alemanni del duodecimo secolo.
211. Negli Atti dei Concilii (tom. VIII e IX Collect. de Labbe ediz. di Venezia), e negli scritti istorici di Teofane, di Niceforo, di Manasse, di Cedreno, di Zonara ec. si devono cercare i monumenti originali di tutto ciò che è relativo agl'Iconoclasti; non si troveranno però affatto imparziali. Fra i moderni cattolici, Baronio, Pagi, Natalis Alessandro (Hist. eccl., secul., 8 e 9) e Maimbourg (Hist. des Iconoclastes) mostrarono a questo riguardo pari erudizione, passione e credulità. Le indagini del protestante Federico Spanheim (Hist. imaginum restituta), e di Giacomo Basnagio (Hist. des Eglises réformées, t. II, 1. XXIII, p. 1339-1385), inclinano dal lato degli Iconoclasti. Pei soccorsi che ci offrono le due parti, e per la loro opposta disposizione, ci è facile il giudicare questa lite con una imparzialità filosofica.
212. Come si raccoglie da questi fiori di rettorica Συνοδον παραμον και αθεον Sinodo empio ed ateo, si trattarono i Vescovi da τοις ματαιοφροσιν. Damasceno chiama questo Concilio ακυρος και αδεκτος, non autorevole e non ammesso. (Opera, t. I, p. 623) Fece Spanheim con pari ingegno e sincerità l'apologia del Concilio di Costantinopoli (p. 171, ee.); ne trasse i materiali dagli Atti del Concilio di Nicea (p. 1046, etc.) L'arguto Giovanni di Damasco, dice επισκωτους tenebrosi in vece di επισκοπους Vescovi, e dà ai Vescovi il nome di κοιλιοδουλους schiavi del loro ventre, ec. (Opera, t. 1, p. 306.).
213. Tutto al più poteva dirsi, che la credenza, e la protezione de' sovrani hanno influito a dar coraggio ai Vescovi ortodossi nel sostenere e fissare le buone dottrine contro le false opinioni dei Vescovi eretici, e dei Conciliaboli; ma i Vescovi nei Concilii ortodossi, e generali, che appunto spiegavano, e fissavano i dogmi, furono liberi nelle loro decisioni. Se, per esempio nei quattro primi Concilii generali, che spiegarono, e fissarono i fondamenti dogmatici, vi assistettero gli Imperatori, o i loro ministri, e consiglieri, se vi furono ufficiali di Polizia e soldatesche, ciò fu solamente per tener il buon'ordine ed impedire i disordini delle contese. (Nota di N. N.)
214. Si accusa Costantino d'avere proscritto il titolo di Santo, d'aver chiamata la Vergine Maria madre di Gesù Cristo, d'averla paragonata, dopo il parto, ad una borsa vuota; si accusa di più d'arianismo, di nestorianismo, ec. Spanheim, che lo difende (c. 4, p. 207), è alquanto imbrogliato tra gl'interessi d'un protestante, e i doveri d'un teologo ortodosso.
215. Il santo confessore Teofane approva il principio della loro ribellione θειω κινουμενοι ξηλο, mossi da zelo divino. (p. 339). Gregorio II (in epist. 1, ad imp. Leon, Concil., t. VIII, p. 661-664) applaudisce allo zelo delle donne di Bizanzio, che uccisero gli officiali dell'Imperatore.
216. I Greci ortodossi, cultori delle Immagini, avranno sperato d'ottenere qualche miracolo a loro favore nella battaglia contro l'armata dell'Imperatore Leone Iconoclasta; ma, i miracoli stanno nella mano di Dio, e se i Greci sostenitori delle Immagini non ne ottennero, il fuoco greco doveva avere il suo effetto di distruggere la loro flotta; e questo effetto non avrebbe avuto luogo se avessero ottenuto un miracolo. (Nota di N. N.)
217. La violenza di Costantino Copronimo ha indotto la prudenza del Patriarca a preferire per il momento la dissimulazione ad uno zelo pericoloso, sperando di poter in circostanze più favorevoli spiegare il vero suo sentimento; e questo accorgimento politico non è da biasimarsi. (Nota di N. N.)
218. Dovevasi dire fedeli al culto delle Immagini il quale, per la nota nostra alla pag. 248, nel vero senso non è superstizione; se poi i monaci ammassarono ricchezze, abusarono della loro influenza sugli animi, delle circostanze, e dell'ignoranza de' tempi, ciò è da disapprovarsi. (Nota di N. N.)
219. Giovanni o Mansur era nobile cristiano di Damasco, che avea una carica ragguardevole al servizio del Califfo. Il suo zelo nella causa delle Immagini l'espose al risentimento e alla perfidia dell'Imperatore greco; pel sospetto d'una rea corrispondenza, gli fu tagliata la mano destra restituitagli miracolosamente dalla Vergine. Cedette quindi la carica, distribuì le sue ricchezze, e andò a nascondersi nel monastero di San Saba, tra Gerusalemme e il mar Morto. Famosa è la Leggenda; ma il padre Lequien, dotto editore di lei, sgraziatamente provò, che S. Giovanni Damasceno era già monaco prima della controversia iconoclastica. (Opera, t. I, vita S. Johannis Damascen., p. 10-13. et Notas ad loc.)
220. Dopo aver mandato al diavolo Leone, fa parlare il suo erede το μιαρον αυτου γεννημα, και της κακιας αυτου κληρονος εν διπλω γενομενος, scellerato germe di lui, divenuto erede doppiamente della sua malvagità. (Opera Damascen. t. I, p. 625.) Se l'autenticità di questo pezzo è sospetta, siamo certi, che in altre opere, che non esistono più, Giovanni dà a Costantino i titoli di νεον Μωαμεθ, Χριστμαχον, μιςαγιον, nuovo Maometto, avversario di Cristo, nimico dei Santi. (t. I. p. 306).
221. Spanheim (p. 235-238), che narra questa persecuzione secondo Teofane e Cedreno, dilettasi a paragonare il draco di Leone coi dragoni (dracones) di Luigi XIV, e si ricrea grandemente con questo scherzo di parole.
222. Προγραμμα γαρ εξεπεμψε κατα πασαν εξαρχιαν ιων υπο της χειρος αυτος; παντας υπογραψαι και ομνυναι του αθετησαι την προσκουησιν των σεπτων εικονων. Imperocchè mandò un avviso per tutto l'Esarcato che da lui dipendeva di dover tutti sottoscrivere e giurare che abiuravano l'adorazione delle occidentali Immagini. (Damascen., Op., t. I, p. 625.) Non mi ricordo d'aver letto questo giuramento nè questa sottoscrizione in niuna raccolta moderna.
223. Se la sollevazione d'Italia contro il suo legittimo sovrano, cagionata dall'Iconoclastia, diede occasione, agli abitanti di Roma e delle vicine terre di darsi volontariamente a Gregorio II, e di considerarlo suo principe, onde quest'atto può riguardarsi il primo dei molti avvenimenti che determinarono ne' Papi potestà, e indi sovranità temporale, bisogna per altro aggiungere, e confessare, che lo stesso Gregorio II s'adoperò scrivendo ad Orso, Doge di Venezia, acciocchè l'Esarcato di Ravenna invaso dai Longobardi nel tempo della ribellione pel decreto dell'Imperatore Leone contro il culto delle Immagini rimanesse sotto il dominio dell'Imperatore stesso; Quia peccato faciente Ravennatum civitas quae caput est omnium a nec dicenda gente longobardorum capta est, et filius noster eximius D. Exarchus apud Venetias moratur (ut cognovimus) debeat Nobilitas tua ei adhaerere, et cum eo nostra vice pariter decertare, ut ad pristinum statum sanctae reipubblicae in Imperiali servitio ipsa revocetur Ravennatum civitas etc. Epistola Gregorj II. Labbe T. 8. p. 177 ad Ursum Ducem Venetiarum. E la Repubblica di Venezia obbedendo al papa, potente in que' giorni anche nelle cose politiche, e civili, rimise con un'armata Paolo Esarca, per l'Imperatore, nel governo di Ravenna siccome ci documenta il Sigonio, Lectis litteris Veneti autoritatem Pontificis secuti Paulum summa ope adjuvandum decreverunt Sigonius de Regno Italiae, l. 3.
Ed è vero ancora, che lo stesso Gregorio indi impedì, che gli Italiani eleggessero un nuovo Imperatore; omnis Italia consilium iniit ut eligeret Imperatorem, sed compescuit tale judicium Pontifex sperans conversionem Principis. Anes. Bibl. Vita Gregorii II. (Nota di N. N.)
224. Και την Γωμην σ υν Ιταλια της βασιλειας αυτου απεστησε, e separò dal suo regno con tutta l'Italia, dice Teofane (Chronograph. p. 343). Gregorio è chiamato perciò da Cedreno ανηρ αποςολικος, uomo apostolico, (p. 550). Zonara specifica questo fulgore di αναθηματι συνοδικω, scomunica Sinodico (t. II. l. XV, p. 104, 105). È da notare essere i Greci disposti a confondere i regni e le azioni dei due Gregorii.
225. Vedi Baronio (Annal. ecclés., A. D. 730, num. 4, 5): dignum exemplum! (Bellarmin., De rom. Pontifice, l. V, c. 8.): mulctavit eum parte imperii. (Sigonius, De regno Italiae, l. III, opera, t. II, pag. 169.) Ma le opinioni in Italia sono cangiate a tale, che l'editore di Milano, Filippo Argelati, Bolognese e suddito del Papa, corregge Sigonio.
226. Quod si Christiani olim non deposuerunt Neronem aut Julianum; id fuit quia deerant vires temporales Christianis (così parla il virtuoso Bellarmino, De rom. Pont., l. V, c. 7.) Il Cardinale du Perron fa una distinzione che è più onorevole ai primi cristiani, ma che non dee piacere di più ai principi moderni. Distingue il tradimento degli eretici e degli apostati, che mancano ai loro giuramenti, falsificano il marchio ricevuto, e rinunciano alla fedeltà che devono a Gesù Cristo e al suo Vicario (Perroniana, p. 89).
227. Si può citare per esempio il circospetto Basnagio (Hist. de l'Eglise, p. 1350, 1351), e il veemente Spanheim (Hist. imaginum), che calcano con cent'altri le vestigia dei centuriatori di Magdeburgo.
228. Vedi Launoy (Op., t. V, part. II, ep. VII, 7, p. 456-474), Natalis Alexander (Hist. novi Testam., secul. 8, Dissert. 1, p. 92, 96), Pagi (Critica, t. III, p. 215, 216), e Giannone (Istoria civ. di Napoli, t. I, p. 317-320), discepolo della Chiesa gallicana. Nel campo delle controversie io compiango sempre la fazion moderata, che sta in mezzo ai combattenti, esposta al fuoco d'ambe le parti.
229. Ricorrono a Paolo Warnefrido, o il Diacono (De gestis Langobard., l. VI, c. 49, p. 506, 507) in script. Ital., (Muratori, t. 1, part. 1), e all'Anastasio supposto (De vit. pont., in Muratori, t. III, part. I), a Gregorio II (p. 154), a Gregorio III (p. 158), a Zaccaria (p. 161), a Stefano II (p. 165), a Paolo (p. 172), a Stefano IV (p. 174), ad Adriano (p. 179), a Leone III (p. 175). Ma io noterò che il vero Anastasio (Hist. eccles., p. 134 edit. Reg.) e l'autore dell'Historia miscella (l. XXI, p. 151, in t. I. script. Ital.), amendue scrittori del quinto secolo, traducono e approvano il testo greco di Teofane.
230. Con qualche picciola differenza, i critici i più dotti, Luca Olstenio, Schelestrate, Ciampini, Bianchini, Muratori (Prolegomena, ad t. III, parte I.), convengono, essere stato il Liber pontificalis principiato e quindi continuato dai bibliotecarii e notai apostolici dei secoli ottavo e nono, e non essere che l'ultima parte (la meno ragguardevole) opera di Anastasio, il cui nome sta in fronte al libro. N'è barbaro lo stile, piena di parzialità la narrativa; son minutissimi i ragguagli; si dee però leggerla come un monumento curioso ed autentico del secolo di cui parliamo in questo luogo. L'Epistole dei Papi si trovano sparse nei volumi dei Concilii.
231. Le due Epistole di Gregorio II furono conservate negli Atti del Concilio di Nicea (t. VIII, p. 651-674); van senza data: Baronio dà loro quella del 726; Muratori (Annali d'Italia, t. VI, p. 120) dice che furono scritte nel 729, e Pagi nel 730. Tal'è la forza delle prevenzioni che alcuni Papi scrittori lodarono il buon senso e la moderazione di queste lettere.
232. Εικοσι τεσσαρα σταδια υποχωρησει ο Αρχιερευς Ρομης εις την χωραν της καμπανιας, και υπαγε διωξων. Il Pontefice di Roma si ritrarrà per ventiquattro stadii nella provincia della Campania, e tu perseguiterai i venti. (Epist. I, p. 664). Questa vicinanza dei Lombardi è molto indigesta. Camillo Pellegrini (Dissert. 4, De ducatu Beneventi, nelle Script. Ital. t. V, p. 172, 173) conta con qualche apparenza di ragione i ventiquattro stadii, non da Roma, ma dai confini del ducato Romano, fino alla prima Fortezza dei Lombardi, ch'era forse Sora. Credo piuttosto, che Gregorio, secondo la pedanteria del suo secolo, impiegò il termine di stadio in vece di quello di miglio, senza badare al vero valore della parola che usa.
233. Ον αι πασαι βαριλειαι της δυρεως ως Θεον επιγειον εχουσι. Cui tutti i regni d'Occidente risguardano come un Dio terreno.
234. Απο ιης εσωτερου δυσεως του λεγομενου Σεπτετου. Dall'Occidente estremo, denominato Septeto. Sembra che il Papa facesse impressione sull'animo de' Greci ignoranti: visse, e morì nel palazzo di Laterano, e all'epoca del suo regno tutto l'Occidente aveva abbracciato il cristianesimo. Questo Septeto ignoto non potrebbe per avventura avere qualche conformità col Capo dell'Eptarchia sassone, come quell'Inn, re di Wessex, che nel pontificato di Gregorio II andò a Roma non per ricevere il Battesimo, ma come pellegrino? (Pagi, A. D. 689, num. 2; A. D. 726, num. 15).
235. Trascriverò qui il passaggio ragguardevole e decisivo del Liber pontificalis. Respiciens ergo pius vir profanam principis jussionem, jam contra imperatorem quasi contra HOSTEM se armavit, renuens haeresim ejus, scribens ubique se cavere christianos eo quod orta fuisset, impietas talis. IGITUR permoti omnes Pentapolenses, atque Venetiarum exercitus contra imperatoris jussionem restituerunt: dicentes se nunquam in ejusdem pontificis condescendere necem, sed pro ejus magis defensione viriliter decertare (p. 156).
236. Un census o capitazione, dice Anastasio (p. 156), tassa crudele e ignota agli stessi Saracini, esclama lo zelante Maimbourg (Histoire des Iconoclastes, l. I), e Teofane (p. 344), che ricorda l'enumerazione dei maschi d'Israele, ordinata da Faraone. Questa forma di gabella era famigliare ai Saracini, e sgraziatamente per Maimbourg, Luigi XIV suo protettore la introdusse in Francia pochi anni dopo.
237. V. il Liber pontificalis d'Agnellus (nei Scriptores rerum italicarum di Muratori, t. II part. I). Scorgesi in questo scrittore un color più carico di barbarismo, d'onde risulta, ch'erano i costumi di Ravenna un pò differenti da quelli di Roma. Gli siamo però debitori di alcuni fatti curiosi e particolari di quella città. Egli ci dà a conoscere i quartieri e le fazioni di Ravenna (p. 154), la vendetta di Giustiniano II (p. 160, 161) e la sconfitta dei Greci (p. 170, 171), etc.
238. È chiaro, che i termini del decreto comprendeano Leone si quis.... imaginum sacrarum.... destructor.... extiterit, sit extorris a corpore D. N. Jesu-Christi, vel totius Ecclesiae unitate. Tocca ai Canonisti a decidere se basti il delitto per avere la scomunica, o se bisogna essere nominato nel decreto. E questa decisione interessa estremamente la sicurezza degli scomunicati, poichè l'oracolo (Gratien, Caus., 23, q. 5, c. 47, apud Spanheim, Hist. immag. p. 112) dice: homicidas non esse qui excommunicatos trucidant.
239. Compescuit tale consilium pontifex, sperans conversionem principis (Anastasio, p. 156). Sed ne desisterent ab amore et fide R. J. admonebat. (p. 157) Danno i Papi a Leone e a Costantino Copronimo i titoli d'imperatores e di domini, accompagnati dallo strano epiteto di piissimi. Un celebre mosaico del palazzo di Laterano (A. D. 798) rappresenta Gesù Cristo che consegna le chiavi di San Pietro e lo stendardo a Costantino V. (Muratori, Annali d'Italia, t. VI; p. 337.)
240. Indicai l'estensione del Ducato di Roma secondo le carte geografiche, e mi servii di queste carte secondo l'eccellente dissertazione del padre Beretti (Chorographia Italiae medii aevi, sect. 20, p. 216-232). Devo per altro notare, essere stato Viterbo fondato dai Lombardi (p. 211), e Terracina presa dai Greci.
241. Si leggeranno con piacere nel Discorso preliminare della République romaine, opera del Signor di Beaufort, (t. I.) le particolarità concernenti all'estensione, alla popolazione etc. del Regno romano: non si accuserà quest'autore di troppa credenza pei primi secoli di Roma.
242. Non è superstizione, come dice sempre l'Autore, il culto delle Immagini bene inteso, e prestato secondo il sentimento della Chiesa. È poi vero che le controversie, le sollevazioni per cotal contrattato culto, produssero un nuovo governo in Roma, e diedero occasione alla sovranità dei Papi. (N. di N. N.)
243. Quos (Romanos) non Langobardi scilicet, Saxones, Franci, Lotharingi, Bajoarii, Suevii, Burgundiones, tanto dedignamur ut inimicos nostros commoti, nihil aliud contumeliarum nisi Romani, dicamus: hoc solo, id est Romanorum nomine, quicquid ignobilitatis, quicquid timiditatis, quicquid avaritiae, quicquid luxuriae, quicquid mendacii, immo quicquid vitiorum est comprehendentes. (Luitprando, in legat. script. Ital., t. II, p. 481). Minosse avrebbe potuto imporre a Catone o a Cicerone, in penitenza dei loro peccati, l'obbligo di leggere ogni giorno questo passaggio d'un Barbaro.
244. Pipino, Regi Francorum, omni senatus, atque universa populi generalitas a Deo servatae romanae urbis. (Codex Carolin. epist. 36, in script. Ital., t. III, part. II, p. 160). I nomi di senatus e di senator non furono mai al tutto annichilati (Dissert. chorograph., p. 216, 217). Ma nell'età media essi non significarono nient'altro che nobiles, optimates, ec. (Ducange, Gloss. latin.)
245. Vedi Muratori, Antiq. Ital. medii aevi, t. II. Dissert. 27, p. 548. Sopra una di quelle monete leggesi Hadrianus Papa (A. D. 772), sul rovescio, Vict. DDNN, colla parola CONOB, che il padre Ioubert (Science des médailles, t. II, p. 42) spiega per CONstantinopoli Officina B, (secunda).
246. Vedi la dissertazione di West sui Giuochi Olimpici (Pindaro, vol. 2, p. 32-36: ediz. in 12), e le giudiziose riflessioni di Polibio (t. I., l. IV, p. 466, ediz. di Gronov.)
247. Sigonio (De regno Ital. l. III, opera, t. II, p. 173) mette in bocca a Gregorio un discorso al Re dei Lombardi, in cui v'ha l'audacia e il coraggio di quelli di Salustio e di Tito Livio.
248. Due storici veneziani, Giovanni Sagorino (Chron. Venet. p. 13) e il doge Andrea Dandolo (Script. rer. Ital., t. XII, p. 135) conservarono quest'Epistola di Gregorio. Paolo Diacono (De gest. Langobard., l. VI, c. 49-54, in script. Ital. t. I, part. I, p. 506-508) fa menzione della perdita e della ripresa di Ravenna; ma non possono i nostri cronologisti Pagi e Muratori ec., accertare nè l'epoca di questo avvenimento, nè le circostanze che l'accompagnarono.
249. Quest'incertezza è fondata sulle varie lezioni del manoscritto d'Anastasio: leggesi nell'una deceperat e nell'altra decerpserat (Scriptor. Ital., tom. III, part. I, p. 167).
250. Il Codex Carolinus è una raccolta di lettere dei Papi a Carlo Martello (ch'essi chiamarono Subregulus), a Pipino e a Carlomagno; giungono fino all'anno 791, epoca in cui l'ultimo di que' principi le unì insieme. Il manoscritto originale e autentico (Bibliothecae Cubicularis) è oggigiorno nella Biblioteca imperiale di Vienna, e fu pubblicato da Lambecio e da Muratori (Script. rer. Ital., t. III, part. II, 75. ec.)
251. Vedi questa lettera straordinaria nel Codex Carolinus, epist. 3, p. 92. I nemici dei Papi accusarono Stefano di superchieria e di bestemmia; era però intenzione di quel Pontefice più di persuadere che d'ingannare. Era questo metodo di far parlare i morti o gl'immortali familiare agli antichi oratori; ma bisogna confessare ch'esso fu impiegato in tale occasione colla rozzezza dell'epoca di cui parliamo.
252. Trascurarono per altro questa precauzione quando si trattò del divorzio della figlia di Desiderio, ripudiata da Carlomagno, sine aliquo crimine. Il Papa Stefano IV erasi opposto con furore al matrimonio d'un nobile Franco, cum perfida, horrida, nec dicenda, faetentissima natione Langobardorum, alla quale attribuisce l'origine della lebbra (Cod. Carol. epist. 45, p. 178, 179). Un'altra ragione contro quel matrimonio era l'esistenza d'una prima moglie. (Muratori, Ann. d'Ital., t. VI, p. 232, 233-236, 237.) Ma Carlomagno si facea lecito la poligamia o il concubinato.
253. Vedi gli Annali d'Italia del Muratori, t. VI, e le tre prime Dissertazioni delle sue Antiquitat. Italiae medii aevi, t. I.
254. Oltre gli storici ordinarii, tre critici francesi, Launoy (Opera, t. V. part. II, l. VII, epist. 9. p. 477-487), Pagi (Critica, A. D. 751; num. 1-6; A. D. 752, num. 1-10) e Natalis Alexander (Hist. Novi Testamenti, Dissertat. 2; p. 96-107) trattarono dottamente, e con accuratezza questo soggetto del discacciamento di Childerico, ma dando un contorno ai fatti per salvare l'independenza della corona. Si trovarono però terribilmente angustiati dai passaggi che traggono da Eginardo, da Teofane e dagli antichi Annali Laureshamenses, Fuldenses, Loisielani.
255. Non è maraviglia che in quei tempi d'ignoranza di tutte le cose, e di confusione di tutte le idee, un vasto campo si sia presentato ad alcuni Papi per estendere grandemente con molti disordini ed abusi il loro potere, e per trasformarlo a danno dei diritti dei re e dei governi, e tacendo le affievolite leggi, e le volontà, sieno in Europa, divenuti gli oracoli in ogni argomento civile, e politico; ma gli abusi non somministrano ragioni di offendere la religione. (Nota di N. N.)
256. Non fu assolutamente allora la prima volta che si usò l'unzione dei re d'Israele; se ne fece uso sopra un teatro meno cospicuo nel sesto e settimo secolo dai Vescovi della Brettagna e della Spagna. L'unzione reale di Costantinopoli fu presa ad imprestito dai Latini nell'ultima epoca dell'Impero. Costantino Manasse parla di quella di Carlomagno come d'una cerimonia straniera, giudaica e incomprensibile. Vedi i Titoli d'onore di Selden nelle sue opere, vol. 3, part. 1. p. 234-249.
257. Quantunque, a dir vero, gli Imperatori romani cristiani e cattolici del quarto, e quinto secolo, non sieno stati unti, non può chiamarsi superstiziosa la cerimonia dell'unzione, che, sebbene in origine ebraica, non fu o condannata, o tolta via dal cristianesimo, che riformando il giudaismo su d'esso essenzialmente si fondò; e poi cotal cerimonia serviva e serve a rendere specialmente per il volgo più rispettabili i sovrani, i quali lo sono grandemente per gli uomini ragionevoli, e fedeli, anche senza la cerimonia anzidetta. (Nota di N. N.)
258. Vedi Eginardo, in vita Caroli Magni, c. 1, p. 9, ec. c. 3, p. 24. Childerico fu deposto, jussu, e la razza Carlovingia ristabilita sul trono, auctoritate pontificis romani. Launoy ed altri scrittori pretendono che quest'energiche parole sono suscettive d'un'interpretazione assai mite; sia pure; ma Eginardo conosceva bene il Mondo, la Corte e la lingua latina.
259. Vedi sul titolo e sui poteri di patrizio di Roma, Ducange (Gloss. lat., t. V, p. 148-151), Pagi (Crit., A. D. 740; num. 6-11), Muratori (Annali d'Italia, tom. VI, 308-329) e Saint-Marc (Abrégé chronologique de l'Italie, t. I, p. 379-382). Di tutti questi scrittori il Francescano Pagi è più disposto a ravvisare nel patrizio un luogotenente della Chiesa, anzi che dell'Impero.
260. Possono i difensori del Papa rattemperare il significato simbolico della bandiera e delle chiavi; ma sembra che le parole ad regnum dimisimus o direximus (Codex Carol. epist. I, t. III, part. II, p. 76) non ammettino nè palliativi nè sutterfugii. Nel manoscritto della Biblioteca di Vienna leggesi rogum, preghiera o supplica, in vece di regnum (Vedi Ducange), e questa rilevante correzione distrugge il titolo regio di Carlo Martello. (Catalani, nelle sue Prefazioni critiche degli Annali d'Italia, t. XVII, p. 95-99.)
261. Leggesi nel Liber pontificalis, che contiene relazioni autentiche intorno a quel ricevimento: Obviam illi ejus sanctitas dirigens venerabiles cruces, id est signa; sicut mos est ad exarchum aut patricium suscipiendum, eum cum ingenti honore suscipi fecit (t. III, part. I., p. 185).
262. Paolo Diacono, che scrisse prima dell'epoca in cui assunse Carlomagno il titolo d'Imperatore, parla di Roma come d'una città suddita di questo principe. Vestrae civitates (ad Pompeium Festum) suis addidit sceptris (De Metensis Ecclesiae episcopis). Alcune medaglie carlovingie coniate a Roma, guidarono Le Blanc in una dissertazione elaborata, ma molto parziale, risguardante l'autorità che aveano i Re di Francia su Roma, in qualità di patrizii e d'Imperatori. (Amsterdam, 1692, in 4.)
263. Mosheim (Instit. Hist. eccl., p. 263) esamina questa donazione con pari saggezza e buona fede. L'Atto originale non è mai stato prodotto; ma il Liber pontificalis descrive questo bel presente (p. 171), e il Codex Carolinus lo suppone. Sono queste due Opere monumenti contemporanei, ed è l'ultimo ancor più autentico, perchè fu conservato nella Biblioteca dell'Imperatore, e non in quella del Papa.
264. Tra le pretensioni esorbitanti e le concessioni assai limitate dell'interesse e del pregiudizio, di cui non è esente lo stesso Muratori (Antiquitat., t. I, p. 65-68), nel determinare i confini dell'Esarcato e della Pentapoli presi a guida la Dissert. chorograph. Italiae medii aevi, t. X, p. 160-180.
265. Spoletini deprecati sunt, ut eos in servitio B. Petri reciperet et more Romanorum tonsurari faceret (Anastasio p. 185); ma si può domandare, se essi diedero sè stessi o il loro paese.
266. Saint-Marc (Abrégé, t. 1, p. 390-408) che ha bene studiato il Codex Carolinus, esamina accuratamente qual fu la politica e quale la donazione di Carlomagno. Credo con lui che quella donazione non fu che verbale. L'Atto il più antico di donazione che si produce è quello dell'Imperatore Luigi il Pio (Sigonio, De regno Italiae, l. IV, Opera, t. II, p. 267-270). Si dubita assai della sua autenticità, o almeno della sua integrità (Pagi, A. D. 817, num. 7, ec; Muratori, Annali, t. VI, p. 432, ec; Dissertat. chorographica, p. 33, 34); ma non trovo negli autori alcuna ragionevole obiezione fondata sul modo con cui disponeano que' principi liberamente di ciò che loro non apparteneva.
267. Domandò Carlomagno i mosaici del palazzo di Ravenna ad Adriano I, cui apparteneano; li ottenne; voleva abbellire con essi Aquisgrana (Codex Carol., epist. 67, p. 223).
268. I Papi si lamentavano spesso delle usurpazioni di Leone di Ravenna (Codex Carol., epist. 51, 52, 53, p. 200-205). Si corpus S. Andreae, fratris Germani S. Petri, hic humasset, nequequam nos romani pontifices sic subjugassent (Agnellus, Liber pontificalis, in Script. rerum ital., t. II, part. I, p. 107).
269. La occultazione, o fabbricazione di documenti si fece per altro per promuovere ed aggrandire la signoria temporale de' Papi, e non nelle cose intrinseche alla religione; e poi anche non consta ch'essi espressamente abbiano dato cotal ordine; ciò avvenne per opera dei loro ministri, zelanti di promuoverne la potestà temporale, e la sovranità. Non può negarsi la falsità della donazione di Costantino: se ne ignora l'autore: tutti gli eruditi anche cattolici lo confessano; (Vedi anche Petrus de Marca Archiep. Paris, De ficta donatione Constantini.) La falsità delle lettere decretali de' primi Papi fino a Siricio comparve verso la metà del secolo nono, fu riconosciuta per ragioni evidenti da tutti i critici ed eruditi non molto dopo il Concilio di Trento: lo stesso Cardinal Baronio (annali an. 865) e lo stesso Cardinal Bellarmino (de Rom. Pontifice l. 2.) non la negano. Quello che la distese fu un certo Vescovo Isidoro Mercatore (Hincmaro Opuu) aiutato da un monaco: vennero di Spagna, e per opera di Riculfo, Vescovo di Magonza, divotissimo de' Papi, furono divulgate ed acquistarono credito. Nicolò I, ed i suoi successori, nel secolo nono e decimo, vennero a capo di farle ricevere da' Vescovi, e da tutti furono presentate a' Sovrani di que' dì, ed inserite nelle Collezioni di Diritto canonico; finalmente anche il monaco Graziano le pose nella sua autorevole, ed amplissima Collezione, e divennero testo in tutte le scuole degli ecclesiastici, ed in tutte le Università nelle cattedre di Diritto. Furono citate in alcuni Concilii, e riputate autentiche. I Vescovi di Francia per altro furono gli ultimi ad accettarle: tandem eo adventum est ut tantis nominibus veterum Pontificum cesserint una cum reliquis episcopis etiam Gallicanae ecclesiae rectores. (De Marca l. 3. c. 5) Accrebbero grandemente l'autorità dei Papi nelle cose ecclesiastiche, civili, e politiche. Di esse dice il dotto Benedettino Padre Coustan nella sua prefazione: Porro hac fraude quam sit perniciose de ecclesia meritus (Isidorus) vix dici potest: hinc debilitati penitus fraetique disciplinae nervi, perturbata episcoporum jura, sublatae judiciorum leges ex probrata catholicis nimia credulitas, fuco fasi ec. Diedero grande motivo a' protestanti di far accuse a' cattolici. (Nota di N. N.)
270. Piissimo Constantino magno, per ejus largitatem S. R. Ecclesia elevata et exaltata est, et potestatem in his Hesperiae partibus largiri dignatus est.... Quia ecce novus Constantinus his temporibus ec. (Cod. Carol. epist. 49, in t. III, part. II, p. 195). Pagi (Critica, A. D. 324, num. 16) li attribuisce ad un impostore dell'ottavo secolo, che prese il nome di Sant'Isidoro. Il suo umile titolo di peccator fu cangiato per ignoranza, ma acconciamente, in quello di mercator. Ebbero in fatti quegli scritti supposti uno spaccio felice, e pochi fogli di carta furono pagati con tante ricchezze e tanto potere.
271. Fabricio (Bibl. graec., t. VI, p. 4-7) ha accennato le varie edizioni di quest'Atto in greco e in latino. Sembra che la copia riferita da Lorenzo Valla, e da lui medesimo rigettata, sia stata fatta sugli Atti supposti di San Silvestro, o sul decreto di Graziano, al quale, secondo lui ed altri scrittori, fu aggiunta di soppiatto.
272. Non può chiamarsi ribellione la forte opposizione di Gregorio II in Italia all'Iconoclastia dell'Imperatore Leone; se poi per questa i popoli d'Italia, avvertiti da Gregorio dell'errore, si sollevarono, si ribellarono, ciò fu un effetto di quella, giacchè quei popoli volevano le Immagini, e non una ribellione di Gregorio, che fu invano anche accusato da' malevoli d'aver impedito l'esazione di una gravezza. Gregorio, ch'era allora suddito dell'Imperatore, conosceva i doveri della suddittanza. (Nota di N. N.)
273. Nel 1059, secondo l'opinione del Papa Leone IX e del cardinale Pietro Damiano, (veramente loro opinione?) colloca Muratori (Annali d'Italia, tom. IX, pag. 23, 24) le pretese donazioni di Luigi il Pio, d'Ottone, ec. (De Donatione Constantini. Vedi una Dissertazione di Natalis Alexander, seculum 4, Dissert. 25, p. 335-350).
274. Vedi un racconto circostanziato di questa controversia (A. D. 1105) che si levò in occasione d'un processo nel Chronicon Farsense (Script. rer. ital., t. II, part. II, p. 637, ec.), e un copioso estratto degli archivi di quell'abbazia di Benedettini. Erano altre volte quegli archivi accessibili alla curiosità degli stranieri (Le Blanc e Mabillon), e quello ch'essi contengono avrebbero arricchito il primo volume dell'Historia monastica Italiae di Quirini; ma la timida politica della Corte di Roma li tiene oggigiorno chiusi (Muratori, Script. rerum ital., t. II, part. II, p. 269); e Quirini, che pensava al cappello di Cardinale, cedette alla voce dell'autorità, ed alle insinuazioni dell'ambizione. (Quirini, Comment., part. II, p. 123-136.)
275. Lessi nella raccolta di Scardio (De potestate imperiali ecclesiastica, p. 734-780) questo discorso animato, composto da Valla (A. D. 1440) sei anni dopo la fuga del Papa Eugenio IV. È un'operetta assai veemente, e dettata dallo spirito di parte. L'autore giustifica ed eccita la ribellione dei Romani, e vedesi ch'egli avrebbe approvato l'uso del pugnale contro il loro tiranno sacerdotale. Sì fatta critica dovea aspettarsi la persecuzione del clero; pure Valla si riconciliò e fu sepolto nel Laterano (Bayle, Diction. critique, art. Valla; Vossio, De Histor. latin. p. 580.)
276. Vedi Guicciardini, servo dei Papi, in quella lunga e preziosa digressione, che ripigliò il suo luogo nell'ultima edizione correttissima, fatta sul manoscritto dell'autore, e stampata in quattro volumi in 4, sotto il nome di Friburgo 1775 (Istoria d'Italia, t. I, p. 385-395).
277. Il Paladino Astolfo trovò quell'Atto nella luna fra le cose perdute nel nostro Mondo (Orlando Furioso XXXIV, 80).
Di varii fiori ad un gran monte passa,
Ch'ebbe già buono odore, or putia forte.
Questo era il dono (se però dir lece)
Che Constantino al buon Silvestro fece.
E pure questo poema incomparabile fu approvato da una Bolla del Papa Leone X.
278. Vedi Baronio, A. D. 324 num. 117-123; A. D. 1191, num. 51 etc. Vorrebbe supporre, che Costantino offerì Roma a Silvestro, e che questo Papa la ricusò. Ha un'idea stravagantissima dell'Atto di donazione; la crede opera dei Greci.
279. «Baronius n'en dit guère contre; encore en a t-il trop dit, et l'on voulait sans moi (cardinal du Perron) qui l'empêchai, censurer cette partie de son histoire. J'en devisai un jour avec le pape, et il ne me répondit autre chose: Che volete? i canonici la leggono; il le disait en riant.» (Perroniana p. 77.)
280. Il rimanente dell'istoria delle Immagini de Irene fino a Teodora, è stata fatta, per parte dei cattolici, da Baronio e Pagi (A. D. 780-840), da Natalis Alexander (Hist. N. T. seculum 8, Panoplia adversus haereticos, p. 118-178), e da Dupin ( Bibl. ecclés., t. VI. p. 136-154); per parte de' protestanti da Spanheim (Hist. Imag. p. 305-639), da Basnagio (Hist de l'Eglise, t. I. p. 566-572, t. II. p. 1362-1385), e da Mosheim (Institut. Hist. eccles. secul. VIII. IX). I protestanti, trattone Mosheim, sono inaspriti dalla controversia, ma i cattolici, eccetto Dupin, si danno a divedere ardenti di tutto il furore e di tutta la superstizione monastica; nè da questo odioso contagio sa preservarsi lo stesso Le Beau (Hist. du Bas-Empire) il quale era pure un uom di mondo e un letterato.
281. Non è maraviglia, che Costantino V Copronimo iconoclasta, ed anche generalmente incredulo, abbia unito inconvenientemente in lui il potere civile all'ecclesiastico. Gli illuminati governi conoscono i limiti d'ambedue. (Nota di N. N.)
282. Le Immagini non erano considerate idoli dai cattolici istruiti come non lo sono neppure oggidì, e come abbiamo già mostrato; gli Iconoclasti poi le consideravano tali, e perciò per uno zelo che diveniva male inteso le proscrivevano. (Nota di N. N.)
283. Rimandiamo il lettore alla nostra nota in proposito. Vedi a pag. 248. (Nota di N. N.)
284. Vedi gli Atti in greco e in latino del secondo Concilio Niceno, coi documenti relativi, nel volume ottavo dei Concilii (p. 645-1600 ). Una version fedele, corredata d'annotazioni critiche, moverebbe i lettori, secondo che fossero disposti nell'animo, o al riso o al pianto.
285. I Legati del Papa che intervennero al Concilio erano messaggeri inviati a caso, sacerdoti senza missione speciale, che furon disapprovati nel lor ritorno. I cattolici persuasero alcuni monaci vagabondi a rappresentare i Patriarchi d'Oriente. Questo curioso aneddoto ci vien rivelato da Teodoro Studita, uno dei più Iconoclasti del suo secolo (Epist. 1, 38 in Sirmond, Opp. t. V, p. 1319.)
286. Che ha a fare una estrinseca particolarità degli Atti del cattolico, e generale Concilio di Nicea II, la quale partecipava delle idee di que' tempi, colla decisione di lui che ristabilì il culto delle Immagini? quella particolarità nulla toglie all'autorità del Concilio. (Nota di N. N.)
287. Συμφερει δε σοι μη καταλιπειν εν τη πολει ταυτη πορνειον εις ο μη εισελθης, η ινα αρνηση το προσκυνειν τον κυριον ημον και θεον Ιησουν Χριςον μετα της ιδιας αυτου μητρος εν εικονι. Queste visite non poteano essere innocenti poichè il Δαιμων πορνειας (il demonio della fornicazione) επολεμει δε αυτον.... εν μια ουνως επεκειτο αυτω σφοδρα, Actio IV, pag. 109; Actio V, p. 1031.
288. Se Costantino che convocò il primo Concilio generale di Nicea, presieduto dai Legati di Silvestro Papa, l'anno 325, che vi fu presente con gran pompa imperiale, e con soldatesche, e dove contro i Vescovi, e contro tutti gli altri numerosissimi seguaci d'Ario, per cui furon detti Ariani, fu determinato secondo l'Evangelo, che Gesù Cristo era consustanziale al Padre, espressione che fu posta nel Credo, si lasciò trasportare da furiosa gelosia, e fece uccidere Crispo suo figlio, e indi conosciuta la calunnia della moglia Fausta, matrigna di Crispo, perchè questi non aveva voluto condiscendere alla sua brama, mise a morte anch'essa, ciò nulla pregiudica l'ortodossia, cioè la retta opinione dei cattolici, a' quali Costantino non solo diede pace ma protezione validissima, e pubblica, mettendo la religione cattolica in trono, perseguitando da una parte la religione politeistica nella quale era nato, e cresciuto, e dall'altra, gli Ariani, e colmando di ricchezze e d'autorità il Papa, i Vescovi cattolici, e tutto il Clero cattolico, onde venne accrescimento e splendore a tutto il Corpo ecclesiastico, ed alla religione. Se l'Imperatrice Irene fece cavar gli occhi a suo figlio, Costantino VI, per feroce avidità di regnare, ciò neppure pregiudica l'autorità, ed il retto giudizio del Concilio generale VI, di Nicea II, da lei convocato per far decretare il culto delle Immagini, e la cui decisione osservano i cattolici anche oggidì. (Nota di N. N.)
289. Vedi alcune particolarità su questa controversia nell'Alessio d'Anna Comnena (lib. V. p. 129), e in Mosheim (Instit. Hist. ecclés. p. 371, 372.)
290. Noi intendiamo di parlare del Libri Carolini (Spanheim, p. 443-529) composti nella Reggia o nei quartieri d'inverno di Carlomagno a Worms, (A. D. 790), e mandati da Engeberto al Papa Adriano I, che ricevutili, scrisse una grandis et verbosa epistola. (Concil., t. VIII, p. 1553.) Quei Carolini propongono cento venti obiezioni contro il Concilio Niceno; ecco qualche saggio dei fiori rettorici che vi si incontrano: Dementiam priscae gentilitatis... obsoletum errorem... argumenta insanissima et absurdissima.... derisione dignas naenias, etc.
291. Crediamo che il lettore sia già munito abbastanza, dalle cose dette, contro questi scherzi inconvenienti, e queste ironie. Quanto poi ai libri detti Carolini, mandati dall'Imperatore Carlomagno al Papa Adriano I, contro il generale Concilio VI, di Nicea II, furono essi condannati da questo Pontefice colla sua lettera; e quanto al Concilio di Francoforte di 360 Vescovi, che decretò contro il culto dalle Immagini e condannò il Concilio generale VI suddetto, essendo provinciale, o nazionale, come si voglia, non ha alcuna autorità contro il Concilio generale di Nicea convocato da Irene, avvalorato, e legittimato dalla presenza dei Legati, o procuratori del Papa. (Nota di N. N.)
292. Le assemblee convocate da Carlomagno concernevano l'amministrazione ad un tempo e la Chiesa; e i trecento Membri (Nat. Alexander, sec. VIII. p. 53.) che sedettero e diedero voto nell'Adunanza di Francoforte, dovean comprendere non solo i Vescovi, ma gli abati e i laici ragguardevoli.
293. Qui supra sanctissima patres nostri (episcopi et sacerdotes) omnimodis servitium et adorationem imaginum renuentes, contempserunt, atque consentientes condemnaverunt. (Concil. t. IX p. 101. canon. 2. Francoforte.) Sarebbe necessario un cuor ben duro per non sentir compassione delle fatiche del Baronio, del Pagi, d'Alexander e di Maimburgo ec. impiegate ad eludere questa sciagurata sentenza.
294. Teofane (p. 343) indica i demanii della Sicilia e della Calabria che davano una rendita annua di tre talenti e mezzo d'oro, forse settemila lire sterline. Luitprando fa una numerazione più pomposa dei patrimonii della Chiesa romana, nella Grecia, nella Giudea, nella Persia, nella Mesopotamia, in Babilonia, nella Libia, ingiustamente ritenuti dall'Imperator greco (Legat. ad Nicephorum, in Script. rerum Ital., t. II. part. I. p. 481.)
295. Qui si parla della gran diocesi dell'Illiria orientale con l'Apulia, la Calabria e la Sicilia: Thomassin (Discip. de l'Eg., t. 1. p. 145). Per confessione dei Greci, aveva il Patriarca di Costantinopoli distaccati da Roma i Metropolitani di Tessalonica, d'Atene, di Corinto, di Nicopoli e di Patrasso (Luc. Holsten. Geograph. sacra, p. 22) e i suoi conquisti spirituali andavano fino a Napoli ed Amalfi, (Giannone, Istoria civile di Napoli., t. I, p. 517-524. Pagi A. D. 730 num. 11.)
296. In hoc ostenditur, quia ex uno capitulo ab arrota reversis, in aliis duobus, in eodem (era forse lo stesso?) permaneant errore.... de diocesi S. R. E. seu de patrimoniis iterum increpantes commonemus, ut si ea restituere noluerit, haereticum eum pro hujusmodi errore perserverantia decernemus. (Epist. Adriani papae ad Carolum Magnum, in Concil. t. VIII, p. 1598.) Aggiunge una ragione che direttamente si opponeva al suo procedere, dicendo, di preferire ai beni di questo Mondo corruttibile la salute dell'anime e la regola della Fede.
297. Fontanini non vede negl'Imperatori se non se gli avvocati della Chiesa advocatus, et defensor S. R. E (Vedi Ducange, Gloss. lat. t. I, p. 97). Muratori, suo avversario, considera il Papa come l'Esarca dell'Imperatore. Giusta l'opinione più imparziale di Mosheim (Instit. Hist. ecclés., p. 264, 265), i Papi reggeano Roma come vassalli dell'Impero, e come possessori della più onorevole specie di feudo o di beneficio: queste particolarità, per altro premuntur nocte caliginosa!
298. Un epitafio di trentotto versi, di cui si dichiara autore Carlomagno (Concil. t. VIII, p. 520), ne ragguaglia del suo merito e delle sue speranze.