Rimaneva da farsi una conquista più rilevante, quella del Patriarca, oracolo e Capo della Chiesa egiziana. Aveva resistito Teodosio alle minacce e alle promesse di Giustiniano col coraggio d'un Apostolo, ovveramente d'un entusiasta. «Non furono diverse, rispose il Patriarca, le offerte del tentatore quando mostrava i reami della terra; a me sta più a cuore l'anima che la vita o l'autorità. Stanno le Chiese nelle mani d'un principe, che può uccidere il corpo; ma la mia coscienza è mia, e nell'esilio, nella povertà, nei ceppi resterò costantemente fedele alla credenza de' miei santi predecessori Atanasio, Cirillo e Dioscoro. Anatema al tomo di Leone, e al Concilio di Calcedonia! anatema a chi ammette la lor dottrina! e adesso e per sempre sieno caricati d'anatemi! Io sono uscito nudo del seno di mia madre, nudo discenderò nel sepolcro; mi seguano coloro che amano Iddio e cercano la salute». Dopo aver consolato e rincorato i suoi fratelli, salpò alla volta di Costantinopoli; e in sei abboccamenti successivi sostenne senza vacillare l'assalto quasi irresistibile della presenza del sovrano. Le sue opinioni eran favoreggiate nel palazzo e nella capitale; il credito di Teodora lo francheggiava e gli promettea un congedo decoroso; egli terminò la sua carriera, non già sulla cattedra episcopale, ma nel suo paese nativo. Alla nuova della sua morte, Apollinare spinse l'indecenza sino a farne festa in un divertimento dato alla Nobiltà ed al clero; ma fu turbata la sua allegrezza dalle nuove che presto ricevette della dominazione del successor di Teodosio; e mentre si godea le ricchezze d'Alessandria, i suoi rivali davano la legge entro i monasteri della Tebaide, ove campavano di obblazioni spontanee del Popolo. Morto Teodosio si vide nascere dalle sue ceneri una serie non interrotta di Patriarchi, e le Chiese monofisite di Siria e d'Egitto vennero collegate in una stessa comunione, e nel nome di Giacobiti; ma la dottrina che s'era concentrata in una picciola Setta dei Sirii, si propagò nella nazione egiziana, o cofta, la quale con voto quasi unanime rigettò i decreti del Concilio calcedonese. Volgeano dieci secoli da che l'Egitto non era più un regno, e i vincitori dell'Asia e dell'Europa avevano assoggettato al giogo un popolo, la sapienza e la potenza del quale sono anteriori ai monumenti della Storia. La lotta del fanatismo e della persecuzione vi ridestò qualche scintilla d'intrepidezza nazionale. Nell'abiurare un'eresia straniera repudiarono gli Egiziani i costumi e la favella dei Greci; ogni Mulchita è riguardato come un forestiero, ogni Giacobita come un cittadino. Dichiaravano peccato mortale le alleanze di matrimonio coi lor nemici, e l'esercizio dei doveri dell'umanità verso i medesimi; spezzarono i vincoli della fedeltà giurata all'Imperatore, il quale non potea, lontano da Alessandria, fare colà eseguire i suoi ordini in altro modo che col braccio militare. Con uno sforzo generoso si sarebbe restaurata la religione e la libertà dell'Egitto, e i suoi seicento monasteri avrebbero mandate migliaia di santi guerrieri che tanto meno temevano la morte, quanto che non avea la vita per essi nè consolazioni, nè piaceri; ma l'esperienza ha provato la distinzione che passa tra il coraggio attivo, e il coraggio passivo; il fanatico che senza mandar un sospiro, sostiene le più crudeli torture, sarebbe tutto tremante, o si darebbe alla fuga in faccia a un nemico armato. Gli Egiziani pusillanimi, siccome essi erano, restrignean le speranze a quella di cangiar padrone; l'armi di Cosroe disertarono il paese, ma sotto il suo regno godettero i Giacobiti una tregua precaria e che durò poco. Colla vittoria d'Eraclio si rinnovellò e crebbe la persecuzione e il Patriarca abbandonò di bel nuovo Alessandria per riparare nel deserto. Mentre egli se ne fuggiva credette Beniamino udir una voce, che gli comandava d'attendere dopo dieci anni il soccorso d'una nazion forestiera, soggetta come gli Egiziani, all'antica legge della Circoncisione. Si vedrà in processo di tempo chi fossero questi liberatori, e quale la liberazione, e qui trapasso l'intervallo d'undici secoli per dare un'occhiata alla miseria presente dei Giacobiti dell'Egitto. La popolosa città del Cairo è la sede o piuttosto l'asilo del loro indigente Patriarca, e dei dieci Vescovi che hanno conservati: quaranta monasteri hanno sopravvissuto alle scorribande degli Arabi; e la sempre crescente schiavitù, non che l'apostasia ha ridotto i Cofti al meschino numero di venticinque o trentamila famiglie[172], genìa di paltoni ignoranti, che non hanno altra consolazione che la vista della miseria anche maggiore del Patriarca greco, e del suo picciolo ovile[173].

VI. Il Patriarca cofto, ribelle ai Cesari, o schiavo dei Califfi, poteva sempre insuperbirsi dell'ubbidienza figliale dei Re della Nubia e dell'Etiopia; ne esagerava egli la grandezza per pagarne l'omaggio; osavano i suoi partigiani asserire che quei principi poteano mettere in armi centomila cavalieri, e altrettanti camelli[174]; ch'eran padroni di spandere, o di fermare le acque del Nilo[175], e che dalla mediazione del Patriarca dependevano la pace e l'abbondanza dell'Egitto, anche trattandosi di perorare presso un sovrano del Mondo. Mentre stava in esilio a Costantinopoli raccomandò Teodosio alla sua protettrice, la conversione del popolo nero della Nubia[176]. Dal tropico del Cancro fino alle frontiere d'Abissinia, potè l'Imperatore indovinare l'intenzion di sua moglie, e più zelante di lei per la Fede ortodossa volle partecipare a questa gloria. Due missionari rivali, un Melchita e un Giacobita, partirono ad un tempo; ma, fosse amore o timore, Teodora fu meglio obbedita, e il presidente della Tebaide ritenne presso di sè il sacerdote cattolico, mentre in gran fretta furono battezzati nella comunion di Dioscoro il Re di Nubia, e la sua Corte. Giunto troppo tardi l'Inviato di Giustiniano, venne accolto e rimandato onorevolmente; ma quando denunciò l'eresia, e il tradimento degli Egiziani, il Neofito negro era già stato ammaestrato a rispondere, che mai non abbandonerebbe i suoi fratelli, i veri credenti, ai ministri persecutori del Concilio di Calcedonia[177]. Pel corso di vari secoli nominò il Patriarca d'Alessandria, ed ordinò i Vescovi della Nubia; vi dominò il cristianesimo fino al secolo duodecimo, e si scorgono ancora cerimonie ed avanzi di questa religione nelle borgate di Sennaar e di Dongola[178]. Ma i Nubii alla lunga mandarono ad effetto le lor minacce di ritornare al culto degli idoli; voleva il clima una religione che permettesse la poligamia, e quindi preferirono il trionfo del Korano all'umiliazion della Croce. Forse una religion metafisica supera l'intendimento d'un Popolo nero; si può per altro avvezzare un Nero non altrimenti che un papagallo a ripetere le parole del Simbolo di Calcedonia o di quello dei Monofisiti.

A. D. 550 ec.

Erasi già più profondamente radicato il cristianesimo nell'Impero d'Abissinia, e quantunque sia stata interrotta la corrispondenza per più di settanta o di cento anni, quella Chiesa sta sempre sotto la tutela della metropoli d'Alessandria. Di sette vescovi era composto per l'addietro il Sinodo etiopico; se fossero stati dieci costantemente, avrebbero potuto eleggersi un primato independente; venne in capo ad uno dei loro re di dare ad un suo fratello questo primato, ma si previde la cosa, e fu ricusata la fondazione di tre nuovi vescovadi; a poco le incumbenze episcopali si sono concentrate nell'Abuna[179] o Capo de' sacerdoti dell'Abissinia ordinati da lui: vacando questo posto, il Patriarca d'Alessandria nomina ad occuparlo un monaco egiziano, avvegnacchè un forestiero investito di quella dignità sembra agli occhi del volgo più rispettabile, e meno pericoloso a quei del monarca. Quando nel sesto secolo si palesò apertamente lo scisma d'Egitto, i Capi rivali, coll'assistenza de' lor protettori Giustiniano e Teodora, fecero ogni potere per rapire l'uno all'altro il conquisto di quella provincia remota ed independente. Anche questa volta la scaltrezza dell'Imperatrice vinse la pruova, e la pia Teodora stabilì in quella Chiesa lontana la fede e la disciplina de' Giacobiti[180]. Circondati per ogni lato da' nemici della loro religione, sonnecchiarono gli Etiopi quasi per dieci secoli, senza pensare al rimanente del Mondo, che non pensava a loro. Furono svegliati da' Portoghesi, che dopo avere superato il promontorio meridionale dell'Affrica comparvero nell'India, e sul mar Rosso come se discesi fossero da un pianeta lontano. A prima giunta i sudditi di Roma, e que' d'Alessandria rimasero sorpresi più dalla conformità che dalle differenze della lor fede, e ognuna delle due nazioni sperò grandissimi vantaggi da un'alleanza con genti cristiane. Gli Etiopi disgiunti dagli altri popoli della terra erano quasi tornati alla vita selvaggia. I loro navili che un tempo approdavano a Ceilan, appena osavano tentare le riviere dell'Affrica: non più vedevansi abitatori in Axum già rovinata, la nazione era dispersa ne' villaggi, e il gran personaggio, pomposamente decorato del titolo d'Imperatore, stava in pace ed in guerra contento d'un campo renduto immobile. Sentendo la lor miseria, avevano saggiamente avvisato gli Abissinii d'introdurre le arti, e l'industria europea[181], e ordinarono a' loro ambasciatori in Roma e in Lisbona di spedire colà una colonia, di fabbri ferrai, di carpentieri, di fornaciai, di muratori, di stampatori, di chirurghi, di medici; ma dal pericolo pubblico furono sollecitati a cercare un pronto soccorso d'armi e soldati per difesa d'un popolo pacifico contro i Barbari che portavano il guasto nel cuor del paese, e contro i Turchi o gli Arabi, che con formidabile apparecchio s'avanzavano dalle rive del mare. Fu salva l'Etiopia mercè dell'aiuto di quattrocento cinquanta Portoghesi i quali dimostrarono combattendo quel valore che è proprio degli Europei, e la potenza dell'archibugio e del cannone. In un accesso di spavento avea promesso l'Imperatore di riunirsi co' sudditi alla Fede cattolica; un Patriarca latino rappresentò il Primato del Papa[182]: credevasi che quell'Impero supposto dieci volte più grande di quello che fosse, racchiudesse più oro che non le miniere d'America, e la cupidigia non che lo zelo religioso fondarono speranze stravaganti sopra la spontanea sommessione de' Cristiani dell'Affrica.

A. D. 1557

Ma riavutosi dal timore, non si sovvenne più dei giuramenti fatti coll'animo addolorato. Vietarono gli Abissinii con una costanza invitta la dottrina de' Monofisiti: coll'esercizio della disputa si riscaldò la lor Fede alquanto intiepidita; infamarono co' nomi d'Ariani, e di Nestoriani i Latini; e rimproverarono come adoratori di quattro Iddii coloro, che separavano le due Nature di Gesù Cristo. Fu assegnata a missionari gesuiti la borgata di Fremona per gli ufficii del loro culto, o piuttosto per un luogo d'esilio, nulla giovando a farli stimabili l'abilità che avevano nell'arti liberali e meccaniche, la loro dottrina nelle materie teologiche, la decenza de' costumi: mancavano del dono de' miracoli[183], e mai non venne lor fatto d'ottenere un sussidio di soldatesche europee. Dopo quarant'anni di pazienza e di destrezza furono da tanto che trovarono chi prestò più facile orecchia, e valsero a persuadere a due Imperatori d'Abissinia che Roma poteva fare in questo Mondo e nell'altro la felicità de' suoi aderenti. Il primo di que' re neofiti perdè la corona e la vita, e fu santificato l'esercito ribelle dall'Abuna, il quale fulminò d'anatemi l'apostata, e sciolse i sudditi dal giuramento di fedeltà. Zadengher fu vendicato dal coraggio e dalla fortuna di Susneo, che salì al trono col nome di Segued, e che proseguì più vigorosamente la devota impresa del suo congiunto. L'Imperatore dopo essersi divertito in una lotta d'argomentazioni fra i gesuiti e i suoi sacerdoti inesperti, si dichiarò proselita del Concilio di Calcedonia; credendo che il suo clero, e il suo popolo avrebbero immediatamente abbracciata la religione del principe. Ordinò poco dopo sotto pena di morte che si credesse alle due Nature di Cristo: ingiunse agli Abissinii di passare la giornata del Sabato o in lavori, o in divertimenti; e Segued, al cospetto dell'Europa e dell'Affrica, rinunciò ad ogni vincolo che aveva colla Chiesa d'Alessandria. Un gesuita, Alfonso Mendez, Patriarca cattolico dell'Etiopia, ricevette in nome d'Urbano VIII l'omaggio e l'abiura del suo penitente. «Io confesso, disse l'Imperator ginocchione, confesso che il Papa è il vicario di Gesù Cristo, il successore di San Pietro, il sovrano del Mondo; gli giuro verace obbedienza, e pongo a' suoi piedi la mia persona e il mio regno». Suo figlio, suo fratello, il clero, i nobili, ed anche le donne della Corte, ripeterono lo stesso giuramento; vennero profusi al Patriarca latino onori e ricchezze, e i suoi missionari piantarono le loro chiese, o piuttosto cittadelle, nelle migliori situazioni dell'Impero. Da que' gesuiti medesimi si deplora la funesta imprudenza del loro Capo, il quale non curando la mansuetudine Evangelica, e la politica del suo Ordine, con troppa violenza osò introdurre colà la liturgia di Roma, e l'inquisizione del Portogallo. Condannò egli la vecchia pratica della Circoncisione, instituita per motivi di salute piuttosto che di superstizione nel clima d'Etiopia[184]. Obbligò i nativi del paese ad un nuovo Battesimo ed a una nuova Ordinazione: inorridirono questi vedendo un prete estero che levava dalle tombe i più santi de' loro morti, e scomunicava i più rispettabili de' lor viventi. Diedero di piglio alle armi per difendere la propria religione e la libertà, e si segnalarono con un valore da disperati, ma senza pro. Cinque ribellioni furono soffocate nel sangue de' ribelli; due Abuna caddero morti in battaglia; intere legioni furono trucidate nel campo, o sepolte nelle loro caverne, e il merito, la dignità, il sesso non poterono sottrarre i nemici di Roma da una morte ignominiosa; ma finalmente il monarca vincitore si lasciò vincere dalla costanza della sua nazione, di sua madre, del figlio, degli amici più fedeli. Ascoltò Segued la voce della pietà, della ragione, e forse del timore, e l'editto che concedeva la libertà di coscienza svelò la tirannide a un'ora e la debolezza de' Gesuiti. Basilide, morto che fu suo padre, cacciò il Patriarca latino, e ridonò al voto della nazione la Fede e la disciplina dell'Egitto. Le chiese monofisite ripeterono trionfando, «che la greggia d'Etiopia era finalmente ritolta alle iene dell'Occidente»; e da quel giorno le porte di quel Regno romito furono per sempre chiuse alle arti, alle scienza, e al fanatismo dell'Europa[185].