A. D. 867

La genealogia di Basilio il Macedone, se pure non fu inventata dall'orgoglio e dall'adulazione, fa ben palese a quali rivoluzioni sieno esposte le più illustri famiglie. Gli Arsacidi, rivali di Roma, avevan data la legge in Oriente quasi per quattro secoli; continuò un ramo cadetto di quei Re Parti a regnare in Armenia, e poi sopravvisse alla divisione ed alla servitù di quell'antica monarchia. Due di que' principi, Artabano e Cliene, si rifuggirono o si ritirarono alla Corte di Leon I, che usò loro generosa accoglienza, e onorevolmente li collocò nella provincia di Macedonia; posero poi stanza in Andrinopoli. Colà sostennero per più generazioni la dignità dei lor natali, e zelanti per l'Impero romano rigettarono le offerte seducenti dei Persiani e degli Arabi, che li richiamavano in patria: ma a poco a poco il tempo e la povertà ne oscurarono lo splendore, e il padre di Basilio si ridusse a coltivare colle sue mani un poderetto; non di meno troppo altero per avvilire il sangue degli Arsacidi con un matrimonio plebeo, sposò una vedova d'Andrinopoli, che vantava Costantino fra i suoi avi, e potè il loro figlio millantare qualche vincolo di parentela, o almen di nazione con Alessandro il Macedone. Questo figlio, per nome Basilio, appena aveva veduto il giorno, quando colla sua famiglia e cogli abitanti della città ov'era nato, fu rapito dai Bulgari, che vennero a devastare Andrinopoli: fu allevato nella servitù in un clima straniero, e quella disciplina severa gli procacciò un vigore di corpo e una pieghevolezza di mente che poi divennero la cagione del suo esaltamento. Sin dalla prima gioventù, o quando appena toccava l'età virile, fu del numero di quei prigionieri romani che spezzarono i lor ferri coraggiosamente; dopo avere attraversata la Bulgaria, afferrate le coste dell'Eusino, e sconfitti due eserciti di Barbari, s'imbarcarono su vascelli già apparecchiati pel loro arrivo, e tornarono a Costantinopoli; quindi ciascheduno si restituì alla sua famiglia. Basilio ricuperata la libertà, era tuttavia miserabile. Dai guasti della guerra era stato rovinato il suo podere: morto il padre, non bastava più il lavoro delle sue mani, o quel che guadagnava servendo a mantenere una famiglia d'orfanelli; deliberò dunque di cercare un campo più luminoso, ove le sue virtù, e i suoi vizi potessero condurlo alla grandezza. Giunto a Costantinopoli, senz'amici senza denari, oppresso dalla stanchezza, passò la prima notte sui gradini della Chiesa di S. Diomede; ottenne un po' di alimento dalla carità di un monaco; indi si pose al servigio d'un parente dell'Imperator Teofilo, che pure avea questo nome, e quantunque picciolissimo della persona, si conducea sempre dietro un seguito di servi di grande statura, e di bell'aspetto. Basilio accompagnò questo padrone, che andava a comandare nel Peloponeso; col suo merito personale fece scomparire la nascita e la dignità di Teofilo, e strinse una profittevole amicizia con ricca e caritativa matrona di Patrasso. Fosse amore o affezione spirituale, questa donna, nomata Danielis, s'invaghì delle sue belle qualità, e lo adottò per figlio; gli fece dono di trenta schiavi, con altre liberalità, mercè delle quali potè fornire il bisognevole ai fratelli, e comprare possedimenti nella Macedonia. La gratitudine o l'ambizione lo riteneva ai servigi di Teofilo, e per felice combinazione fu conosciuto dalla Corte. Avvenne che un famoso lottatore, ch'era cogli ambasciatori della Bulgaria, aveva sfidato in tempo del convito reale il più coraggioso e robusto che fosse tra i Greci. Fu vantata la forza di Basilio, il quale accettò la disfida, e al primo urto gettò il Barbaro a terra. Era stato deciso di tagliare i garetti a un bellissimo cavallo indomabile ad ogni prova; Basilio lo soggiogò coll'intrepidezza e destrezza solita, ed ottenne quindi un impiego decoroso nella scuderia imperiale; ma non era possibile entrar nelle grazie del Re, senza adattarsi ai suoi vizi. Il nuovo favorito divenne gran ciamberlano del palazzo, e si tenne in posto con un matrimonio vituperevole, sposando una concubina del principe, col disonore della sorella, che succedette alla precedente. Erano state abbandonate le cure amministrative a Cesare Barda fratello e nimico di Teodora. Le drude di Michele gli dipinsero lo zio come uomo odioso, e da temersi; fu scritto a Barda, che si abbisognava della sua persona per l'impresa di Creta; questi uscì di Costantinopoli, e il ciamberlano lo pugnalò sotto gli occhi dell'Imperatore nella tenda stessa ove gli dava udienza. Un mese dopo quest'azione ottenne Basilio il titolo d'Augusto, e il governo dell'Impero; egli sopportò questa associazion disuguale sino a tanto che si credette sicuro della stima del popolo. Per un capriccio dell'Imperatore ne fu posta a repentaglio la vita: Michele avvilì la sua dignità, dandogli un secondo collega, che aveva servito da remigante nelle Galee; tuttavolta non può considerarsi l'assassinio del suo benefattore che come un atto d'ingratitudine e di tradimento; e le chiese, ch'egli dedicò a S. Michele, furono una ben puerile e misera espiazione dal suo misfatto.

La vita di Basilio I può nelle sue epoche diverse paragonarsi a quella d'Augusto. Per la sua condizione non ebbe campo il Greco nella prima gioventù d'invadere la patria con un esercito, nè di proscrivere i più nobili de' suoi concittadini; ma la sua indole ambiziosa si piegò a tutti gli artificii d'uno schiavo; seppe celare l'ambizione medesima ed anche le sue virtù, e con un assassinio s'insignorì dell'Impero, cui poscia resse con prudenza ed amore paterno. Ponno per avventura essere in contraddizione gl'interessi d'un individuo co' suoi doveri; ma un monarca assoluto mancherebbe di buon senso o di coraggio, separando la sua felicità dalla gloria, o la sua gloria dalla felicità pubblica. Sotto la lunga dominazione de' suoi discendenti fu scritta e pubblicata la vita, o sia il panegirico di Basilio; ma la stabilità di quelli sul trono debbe attribuirsi al sommo merito di lui. Suo nipote l'Imperator Costantino ha voluto darci, nel descriverne il carattere, il ritratto perfetto d'un vero monarca; e se questo debole principe non avesse copiato un degno modello, non si sarebbe di leggieri elevato cotanto al di sopra delle sue proprie idee e della propria condotta; ma il più sicuro elogio di Basilio è riposto nel paragone del miserabile stato della monarchia, quale la rapì egli a Michele, collo stato florido della medesima, quale alla dinastia Macedone egli la trasmise. Con mano prudente represse abusi consacrati dal tempo e dall'esempio. Se non risvegliò il valor nazionale, restituì per lo meno all'Impero romano qualche ordine e maestà. Era instancabile la sua applicazione, freddo il naturale, fermo il senno, rapide le decisioni, ed osservava quella rara e salutevole moderazione che tiene le virtù a un'uguale distanza dai vizi contrari. Il servigio militare era tutto ristretto nell'interno del palazzo: non ebbe nè il coraggio nè i talenti d'un guerriero; nondimeno sotto il suo regno furono ancora formidabili ai Barbari l'armi romane. Come tosto col rimettere la disciplina e gli esercizi militari ebbe creato un nuovo esercito, comparve in persona sulle sponde dell'Eufrate; atterrò l'orgoglio dei Saracini, e soffocò la pericolosa come che giusta rivolta de' Manichei. Sdegnato contro un ribelle che gli era sfuggito lungo tempo di mano, chiese la grazia a Dio di conficcare tre dardi nel capo di Crisochiro; così nomavasi il suo nemico. Quel capo abbominato, ch'egli aveva ottenuto per tradimento più che pel suo coraggio, fu impeso ad un albero, ed esposto tre volte alla destrezza dell'arciere imperiale; vile vendetta, più degna del secolo che dell'indole di Basilio; ma la sua abilità principale si fece palese nell'amministrare le pubbliche rendite, e le leggi. A riempire l'erario esausto gli fu proposto di rivedere le donazioni malfatte del suo predecessore; fu egli abbastanza saggio per ripigliarne la sola metà, e così si procacciò una somma d'un milione e dugentomila lire sterline, con che provvide ai bisogni più urgenti, e guadagnò tempo per eseguire le riforme economiche. Tra i diversi divisamenti, diretti ad accrescere la sua entrata, se gli propose una nuova maniera di tributo, che avrebbe messo i contribuenti sotto il soverchio arbitrio degli esattori. Gli presentò subito il ministro una lista di agenti onesti, e capaci per quell'impiego. Avendoli da sè stesso esaminati, Basilio non ne trovò che due degni d'esercitare sì pericoloso ufficio, e questi giustificarono la stima ch'egli n'ebbe, ricusando questo contrassegno di fiducia. Ma le assidue premure dell'Imperatore rimisero a poco a poco l'equilibrio tra le proprietà e le contribuzioni; tra l'entrata e l'uscita fu assegnata una somma particolare per ogni ramo di spesa, e con un metodo pubblico furono assestati gl'interessi del principe, e quelli de' proprietari. Dopo avere riformato il lusso della propria tavola, volle che due demanii patrimoniali provvedessero a questa qualità di spese; le imposizioni pagate dai sudditi servivano per la lor difesa, e il restante ad abbellire la capitale e le province. Quantunque dispendioso può il gusto per le fabbriche avere scusa, e meritare elogi qualche volta, avvegnachè alimenta l'industria, promove le arti, e concorre all'utilità o ai piaceri del Pubblico. Sensibili sono i vantaggi d'una strada, di un acquedotto, d'uno spedale: le cento Chiese innalzate da Basilio furono un tributo pagato alla divozione del suo tempo. Egli si mostrò attivo ed imparziale, come giudice; bramava salvare gli accusati, ma non temeva di condannarli, e severamente puniva gli angariatori del popolo: quanto poi ai nemici personali, cui sarebbe stato imprudenza il perdonare, dopo aver fatto cavar loro gli occhi, gli condannava ad una vita di solitudine e di penitenza. I cangiamenti sopravvenuti nel linguaggio e nei costumi volevano una revisione della giurisprudenza di Giustiniano; quindi fu compilato in quaranta titoli e in lingua greca il voluminoso corpo dell'Istituta, delle Pandette, del Codice e delle Novelle; e se le Basiliche furono perfezionate e compiute dal figlio e dal nipote, a Basilio per altro conviene originariamente attribuirne il merito. Per un accidente di caccia ebbe fine il suo regno glorioso. Un cervo furibondo intricò le sue corna nel cinto di Basilio, e lo levò da cavallo. L'Imperatore fu liberato da un uomo del seguito, che tagliò il cinto, e uccise la bestia, ma per la caduta, o per la febbre, che ne fu conseguenza, rimase indebolito il vecchio monarca, e morì nel suo palazzo, in mezzo ai pianti della famiglia e del popolo. Se, come è fama, fece troncar la testa al fido servo ch'ebbe il coraggio di far uso della spada sulla persona del suo sovrano, convien credere, che l'orgoglio del dispotismo, sopito finchè visse, si risvegliasse ne' suoi ultimi giorni, quando omai perduta avea la speranza di vivere.

A. D. 886

Dei quattro figli dell'Imperatore, uno morì prima di lui, e fu Costantino; in quell'occasione il suo dolore e la sua credulità si lasciarono illudere dalle adulazioni d'un impostore, e da un'apparizione immaginaria. Stefano il più giovane, stette contento degli onori di Patriarca e di Santo; Leone ed Alessandro ebbero entrambi la porpora; ma il solo primogenito tenne le redini del Governo. Leone VI conseguì il glorioso soprannome di filosofo; e senza dubbio l'accoppiare le qualità di principe e di saggio, le virtù operative e le speculative, giova molto a perfezionare l'umana natura; ma molto mancò a Leone per pretendere questa perfezione ideale. Di fatto seppe egli per avventura sottomettere le passioni e le brame sue all'impero della ragione? Passò la vita in mezzo alla pompa della Corte, e nel consorzio delle sue mogli e delle concubine; e non si può attribuire che alla dolcezza e indolenza del suo naturale la clemenza da lui dimostrata, e la pace che s'adoperò a mantenere. Chi oserebbe asserire ch'egli vincesse i proprii pregiudizi, e quelli dei sudditi? Dalla più puerile superstizione era ottenebrato il suo spirito; sanzionò colle leggi l'autorità del clero, e gli errori del popolo; e gli oracoli, con cui rivelò in uno stile profetico i destini dell'Impero, sono fondati su l'astrologia e la divinazione. Chi ben guardi l'origine di quel soprannome di filosofo, apparirà, che non fu tanto ignorante quanto la maggior parte de' suoi contemporanei o appartenessero all'Ordine ecclesiastico, o al civile; che dal dotto Fozio fu diretta la sua educazione, e ch'egli compose o pubblicò assai opere sotto il suo nome in argomenti sacri e profani; ma un suo torto domestico, la moltiplicità cioè de' suoi matrimoni, pregiudicò la sua riputazione di filosofo, e d'uomo religioso. Predicavansi sempre dai monaci le massime antiche sui pregi e la santità del celibato, ed erano pur professate dalla nazione. Era permesso il matrimonio, come un mezzo necessario alla propagazione del genere umano. Dopo la morte d'uno de' conjugi, potea la debolezza, o il vigor della carne, condurre il superstite a un secondo matrimonio, ma un terzo era considerato quasi una specie di fornicazione, e il celebrar le quarte nozze era un peccato, ed uno scandolo ancora ignoto ai cristiani dell'Oriente. L'Imperator Leone esso stesso nel principio del suo regno aveva abolito lo stato civile delle concubine, e condannati i terzi matrimoni, senza annullarli. Ma guari non andò, che il patriottismo e l'amore l'indussero a violare le proprie leggi, e ad incorrere nella pena che in simil caso aveva ai sudditi imposta. Non avendo figli dei tre primi letti avea d'uopo l'Imperatore d'una compagna, e richiedeva l'Impero un erede legittimo. La bella Zoe fa introdotta nella Corte per concubina, e allorchè, partorendo, a Costantino ebbe dato prove di fecondità, dichiarò l'Imperatore le sue intenzioni di legittimare la madre e il figlio, e di celebrare le quarte nozze. Il Patriarca Nicola gli ricusò la benedizione, e Leone non potè indurlo a battezzare il principino, che a patto di congedare la sua amante; ma per l'opposito, avendola sposata, fu escluso dalla comunione dei Fedeli. Nè le minacce dell'esilio, nè la disfatta dei confratelli, non l'autorità della Chiesa latina, non il pericolo d'interrompere, o di lasciare incerta la successione al trono, valsero a piegare l'inflessibile monaco. Morto Leone fu egli richiamato dal luogo della sua relegazione, e ricuperò le cariche tanto ecclesiastiche che civili. Costantino, figlio di Leone, coll'editto d'unione promulgato in suo nome, che condanna in avvenire come scandalose le quarte nozze, impresse tacitamente una macchia sul proprio natale.

A. D. 911

Nella lingua greca porphyra vuol dir porpora, e invariabili essendo i colori naturali, possiamo conchiudere, che la porpora tiria degli antichi fosse un rosso scuro e carico. Un appartamento del palazzo di Bizanzio era addobbato di porfira, ed era abitato dalle Imperatrici quando erano incinte; quindi per indicare la qualità regia dei loro nati, chiamavansi porfirogeniti, che vale nati nella porpora. Gran numero d'Imperatori romani aveva avuto figli; ma Costantino VII prese per la prima volta questo particolar soprannome. Durò il suo regno di titolo quanto la sua vita; sei per altro de' suoi cinquantaquattr'anni precedettero la morte del padre: il figlio di Leone fu sempre o di buon grado, o per forza sottomesso a quelli che prendeano autorità sopra la sua debolezza, o abusavano della sua fiducia. Alessandro, suo zio, investito del titolo d'Augusto da lungo tempo, fu il primo collega, e il primo padrone del principino; ma rapidamente correndo le vie del vizio e delle follìe, il fratello di Leone in breve s'acquistò la riputazion dell'Imperatore Michele per questo riguardo: e quando la morte lo colse, covava nell'animo il pensiere di togliere al nipote la facoltà d'aver figli, e di lasciare a un indegno favorito l'Impero. Gli altri anni della minorità di Costantino furono soggetti alla madre Zoe, consigliata successivamente da sette reggenti, che solo curando i propri interessi, e sbramando ogni lor passione, lasciavan la repubblica abbandonata, si soppiantavano a vicenda, e finalmente sparvero davanti a un guerriero, che si fece padrone dello Stato. Romano Lecapeno, di nascita oscura, era pervenuto al comando delle armate navali, e nell'anarchia dell'Impero aveva saputo meritare o certamente ottenere la stima della nazione. Uscì della foce del Danubio con una squadra vittoriosa e devota a lui; giunto al porto di Costantinopoli fu salutato coi titoli di liberatore dei popolo e di tutore del principe. Una nuova denominazione, cioè di padre dell'Imperatore, spiegò il suo officio; ma presto ebbe a sdegno Romano un'autorità inferiore e da ministro, e quindi intitolatosi Cesare, prese tutta l'independenza di Re, e dominò quasi per venticinque anni. I suoi tre figli Cristoforo, Stefano e Costantino ebbero l'un dopo l'altro gli stessi onori; per il che discese dal primo al quinto grado il legittimo Imperatore in quel collegio di principi. Dovè tuttavolta esser pago della sua fortuna, e della bontà degli usurpatori, giacchè conservò la vita e la corona. Gli esempi della Storia antica e della moderna avrebbero agevolmente scusata l'ambizion di Romano, il quale avea nelle mani i poteri e la legislazion dell'Impero; e la nascita illegittima di Costantino ne avrebbe giustificata l'esclusione, nè costava gran fatica l'aprire una tomba o un monastero alla figlia di Costantino; ma Lecapeno non avea, per quanto pare, nè i vizi, nè le virtù d'un tiranno. Svani nello splendore del trono il valore e l'attività della sua vita privata; tuffatosi nel fango delle voluttà, pose in non cale la sicurezza della Repubblica, non che della propria famiglia; ma religioso e mite di naturale, rispettò la santità dei giuramenti, l'innocenza del giovine Costantino, la memoria di Leone, e l'affetto del popolo. Il genio che avea Costantino per gli studii e pel ritiro potè disarmare la gelosia d'autorità; i libri e la musica, la penna e il pennello erano le sue continue ricreazioni; e se impinguò di fatto la scarsa sua entrata colla vendita de' suoi quadri, senza che se ne aumentasse il valore pel nome dell'artista, ebbe bastevoli talenti coi quali pochi principi potrebbero, come lui, formarsi un sussidio nelle avversità.

A. D. 945

I vizi condussero Romano e i suoi figli alla rovina. Morto Cristoforo, il primogenito, gli altri due, discordi fra loro, cospirarono alla vita del padre. Sull'ora del mezzodì, ch'era il momento della giornata nel quale si congedavano dal palazzo i forestieri, entrarono quelli nel suo appartamento, accompagnati da gente armata, e nel menarono vestito da monaco nella isoletta della Propontide, dove stava una Comunità religiosa. Allo strepito di questa rivoluzione domestica fu piena di confusione la città; ma Porfirogenito, legittimo Imperatore, fu il solo oggetto delle cure del Pubblico; e da una tarda esperienza impararono i figli di Lecapeno, che aveano mandato ad effetto per un rivale il colpevole e pericoloso disegno. Elena, lor sorella, e moglie di Costantino, imputò loro l'intenzione, vera o falsa, d'assassinare suo marito in un banchetto; ne sbigottirono i suoi partigiani: e i due usurpatori prevenuti nelle lor mosse, vennero presi, spogliati della porpora, e imbarcati per l'isola ed il monastero, ove poco stante aveano confinato il padre. Il vecchio Romano li ricevette alla riva con un sorriso di beffa, e dopo averli giustamente rimbrottati d'ingratitudine e di follìa, offerse a ciascheduno de' suoi due colleghi all'Impero una porzione dell'acqua e dei cibi vegetali, che formavano i suoi pasti. Costantino VII contava i quarant'anni, quando divenne possessore dell'Impero d'Oriente, e vi regnò, o parve che regnasse, per quindici anni in circa. Gli mancava quell'energia che avrebbe potuto portarlo ad una vita attiva e gloriosa; gli studii che aveano dilettato ed onorato i suoi ozii, non erano più compatibili coi seri doveri di sovrano. L'Imperatore invece di reggere i suoi Stati, s'intertenne ad insegnare al figlio la teorica dell'arte di governare: dedito all'intemperanza e alla pigrizia, lasciò cadere le redini dell'amministrazione in mano d'Elena, sua moglie, che coi capricci del suo favore, facea sempre desiderare il ministro ch'ella rimoveva, sostituendone un altro più indegno. Nulla di meno per la sua nascita, e per le disgrazie, Costantino era divenuto caro ai Greci; i quali ne scusarono i difetti, ne rispettarono il sapere, l'innocenza, la carità, l'amore per la giustizia, e onorarono la pompa de' suoi funerali con lagrime sincere. Secondo l'antica usanza fu esposto il suo corpo con grande apparato nel vestibolo del palazzo, e gli ufficiali dell'ordine civile e militare, i patrizi, il senato ed il clero vennero ciascheduno la loro volta a venerare e a baciare la spoglia esanime del loro sovrano. Prima che la processione funebre partisse verso il luogo che serviva di sepoltura agl'Imperatori, un araldo pronunciava questo spaventevole avviso: «Alzati, o Re della Terra, e obbedisci agli ordini del Re dei Re».

A. D. 959

Fu voce che Costantino fosso morto avvelenato: Romano, suo figlio, che aveva preso il nome dell'avo materno, succedette nel trono di Costantinopoli. Un principe, che di vent'anni era sospetto d'aver accelerato il momento in cui doveva ereditar da suo Padre, era, non v'ha dubbio, perduto nella pubblica opinione; ma piuttosto che malvagio, era debole, e s'imputava in gran parte questo delitto a sua moglie Teofane, donna di bassa nascita, di spirito ardito e di depravati costumi. Era ignoto al figlio di Costantino il sentimento della gloria personale e della pubblica felicità, veri diletti di chi regna; e mentre i due fratelli, Niceforo e Leone, trionfavano dei Saracini, egli logorava in un ozio perpetuo i giorni dovuti al suo popolo. Nella mattina andava al circo; a mezzodì riceveva al suo desco i senatori; passava quasi tutto il dopo pranzo nello Sferisterio, o sia giuoco della palla, unico teatro del suo valore. Varcando poscia sulla riva asiatica del Bosforo, cacciava e uccideva quattro cignali de' più grandi e gagliardi; poi tornava al palazzo, lieto e superbo delle sue fatiche del giorno. Era notabile fra gli uomini della sua età per forza ed avvenenza; era di statura diritta ed alta come un giovine cipresso: di carnagione bianca e vivace; gli occhi erano parlanti, larghe le spalle; il naso lungo e aquilino. Tanti pregi per altro non valsero a fissare l'amor di Teofane, la quale dopo un regno di quattro anni, recò a suo marito un beveraggio pari a quello ch'ella aveva apprestato a suo padre.

A. D. 963

Dal matrimonio con quest'empia femmina ebbe Romano due figli, che ascesero il trono col nome di Basilio II e di Costantino IX, e due figlie, chiamate Anna e Teofane. L'ultima sposò Ottone II, Imperator d'Occidente; Anna fu maritata a Volodimiro, gran Duca e Apostolo di Russia, ed essendosi congiunta sua nipote ad Arrigo I Re di Francia, il sangue de' Macedoni, e quello forse degli Arsacidi, scorre tuttavia per le vene della famiglia Borbonica. Morto il marito, volle l'Imperatrice regnare sotto il nome de' figli, l'un de' quali aveva cinque anni, e l'altro due. E presto s'avvide, quanto instabile fosse un trono che non aveva altra colonna che una femmina, che non poteva essere stimata, e due figli, che non poteano essere temuti. Allora volse gli occhi intorno per rinvenire un protettore, e si gittò nelle braccia del guerriero più prode: era essa facile, e poco dilicata in amore; ma tanto era deforme il nuovo amante, che diede a credere, essere l'interesse per avventura il motivo e la scusa di questo legame. Niceforo Foca avea in faccia al popolo due meriti; quelli d'eroe e di santo. In quanto al primo egli vantava belle e singolari prerogative: discendente di lignaggio illustre, per imprese guerresche s'era segnalato in tutti i gradi e in tutte le province col valor d'un soldato, e coll'arte d'un Generale, ed avea pocostante aggiunto alla sua gloria la rilevante conquista dell'isola di Creta: era un poco equivoca la sua religione, e il cilicio, i digiuni, il palar devoto, l'intenzione che palesava di ritirarsi dal Mondo, servivano di maschera ad una profonda e pericolosa ambizione. Seppe per altro illudere un santo Patriarca, per interposizione del quale ottenne dal senato un decreto, che gli dava durante la minorità dei giovani principi l'assoluto comando degli eserciti dell'Oriente. Non così tosto ebbe in pugno la fede dei Capi e dei soldati, marciò arditamente a Costantinopoli; schiacciò i suoi nemici; pubblicò la sua intelligenza coll'Imperatrice, e senza degradare i figli di Teofane, prese col titolo d'Augusto la preminenza della dignità, e la pienezza del potere; ma il Patriarca, che l'aveva portato al soglio, non gli permise di sposare Teofane. Per questo secondo matrimonio fu quindi assoggettato ad una pena canonica d'un anno: se gli opponeva un'affinità spirituale, e fu d'uopo ricorrere a sutterfugii ed a spergiuri, per attutire gli scrupoli del clero e del popolo. Perdè l'Imperatore sotto la porpora l'amor della nazione, e in un regno di sei anni si tirò addosso l'odio dei forestieri, non che dei sudditi, i quali riscontrarono, in lui l'ipocrisia e l'avarizia del primo Niceforo. Io non mi proverò a discolpare od a palliare l'ipocrisia, ma non mi periterò d'osservare, che l'avarizia è quel vizio che più prestamente si crede, e che si condanna con più severità. Se si tratta d'un cittadino, rare volte abbiam cura d'esaminarne la fortuna e le spese: nel depositario della sorte pubblica, l'economia è sempre una virtù, e troppo spesso l'aumentare le imposizioni è un dovere indispensabile. Niceforo, che aveva mostrato il suo animo generoso nell'usare del suo patrimonio, consacrò scrupolosamente le pubbliche entrate a pro dello Stato. Col ritorno d'ogni primavera osteggiava contro i Saracini in persona, e poteano agevolmente i Romani calcolare le somme, che provenienti dalle contribuzioni erano state spese per trionfi, per conquisti, e per la sicurezza della frontiera dell'Oriente.

A. D. 969

Fra i guerrieri che lo avevano condotto a regnare, e che servivano sotto le sue bandiere, Giovanni Zimiscè, prode Armeno e di nobile famiglia, era quello che avea meritate ed ottenute le ricompense più segnalate. Era di statura men che mediocre, ma in così picciolo corpo, ove stavano accoppiate forza e bellezza, s'annidava l'anima d'un eroe. Il fratello dell'Imperatore portando invidia alla sua fortuna, lo fece cadere dal grado di General dell'Oriente in quello di direttor delle poste; e perchè quegli osò dolersene, fu punito colla disgrazia e coll'esilio. Ma Zimiscè era annoverato fra i moltissimi amanti dell'Imperatrice, e per opera di lei ottenne di dimorare in Calcedonia nei contorni della Capitale: s'ingegnò nelle sue visite amorose e clandestine di compensarla di questa prova della sua bontà, e quindi Teofane consentì lietamente alla morte d'un marito avaro e schifoso. Furono nascosti nelle stanze più secrete del palazzo arditi e fedeli congiurati, e nelle tenebre d'una notte d'inverno, Zimiscè e i Capi della trama s'imbarcarono in una scialuppa, attraversarono il Bosforo, approdarono nei dintorni del palazzo, e salirono cheti cheti per una scala di corda, gettata dalle donne dell'Imperatrice. Nè la diffidenza di Niceforo, nè gli avvisi datigli dagli amici, nè il tardo soccorso di suo fratello Leone, nè quella specie di Fortezza, ch'egli avea formata nel suo palazzo, valsero a difenderlo contro un nemico domestico, alla voce del quale tutte le porte s'aprivano agli assassini. Stava egli dormendo sopra una pelle d'orso distesa per terra; riscosso dallo strepito dei congiurati, vide trenta pugnali alzati sul suo petto. Non è ben certo che Zimiscè bagnasse le mani nel sangue del suo sovrano; ma per altro ebbe il barbaro piacere di rimanersi spettatore della propria vendetta. L'insultante atrocità dei sicarii ritardò per qualche istante la morte dell'Imperatore: appena dalle finestre del palazzo fu mostrata alla plebe la testa di Niceforo, cessò il tumulto, e l'Armeno fu acclamato Imperatore d'Oriente. Nel giorno prescelto per la sua incoronazione, l'intrepido Patriarca, fermatolo sulla porta della Chiesa di Santa Sofia, gli dichiarò, che reo siccome egli era dei delitti d'assassinio e di tradimento, dovea almeno in contrassegno di penitenza, separarsi da una complice anche più colpevole di lui stesso. Forse questo trasporto di zelo apostolico non dispiacque molto al nuovo Imperatore, che non potea conservare amore, nè fiducia per una donna, la quale avea tante volte violato i più sacri doveri. Così adunque invece d'essere a parte del trono, Teofane fu ignominiosamente cacciata dal suo letto e dal suo palazzo. Costei nel loro ultimo abboccamento si abbandonò agl'impeti d'una rabbia forsennata ed inutile; accusò l'amante d'ingratitudine, si sfogò in ingiurie, sino a battere il figlio Basilio, il quale stava, silenzioso e sommesso davanti un collega, suo superiore; e confessando le sue prostituzioni osò ella dichiarare, esser lui il frutto d'un adulterio. Coll'esilio di questa donna sfacciata, e col gastigo di parecchi de' suoi complici più oscuri, l'indignazione pubblica fu soddisfatta. Si perdonò a Zimiscè la morte d'un principe detestato dal popolo, ed egli collo splendore delle sue virtù fece sparire la memoria del suo delitto. Forse la sua prodigalità fu meno utile allo Stato dell'avarizia di Niceforo; ma la dolcezza e la generosità del suo animo incantarono tutti quelli che lo corteggiavano, ed egli non calcò le pedate del suo predecessore fuorchè nel sentiero della vittoria. Passò nei campi la più gran parte della sua vita monarchica; segnalò il suo valor personale, e la sua attività sul Danubio e sul Tigri, confini un tempo dell'Impero romano, e trionfando dei Russi e dei Saracini, si meritò il titolo di salvator dell'Impero, e di domator dell'Oriente. Quando tornò dalla Siria per l'ultima volta osservò che gli eunuchi erano possessori delle terre più fertili delle sue nuove province, e con virtuoso sdegno esclamò. «Abbiam dunque dato battaglie, e fatto conquisti per giovare a costoro? Per costoro adunque versiamo il sangue, e spendiamo i tesori del popolo?» Questi rimbrotti sonarono sino in fondo al palazzo, e la morte di Zimiscè diede forti indizi di veleno.

A. D. 976

Durante quest'usurpazione, o se vuolsi reggenza di dodici anni, i due Imperatori legittimi, Basilio e Costantino, erano arrivati senza fama all'età virile. Per la giovinezza loro non s'era potuto lasciare ad essi l'autorità; s'erano contenuti verso il tutore con quella rispettosa modestia dovuta alla sua età, e al suo merito, e questi, che non avea figli, non pensò a privarli della corona: amministrò fedelmente e saggiamente il lor patrimonio, e però la morte prematura di Zimiscè fu pei figli di Romano una perdita più che un vantaggio. Per difetto d'esperienza dovettero vegetare ancora nella oscurità altri dodici anni, sotto la tutela d'un ministro che prolungò il suo dominio col persuaderli a darsi in braccio ai divertimenti giovanili, e coll'ispirare in essi fastidio per le occupazioni del Governo. Il debole Costantino si rimase per sempre allacciato nelle reti di seduzione, tese d'intorno a lui: ma il suo fratello maggiore, che sentiva gl'impulsi d'un animo grande, e il bisogno d'operare, aggrottò il ciglio, e il ministro disparve. Basilio fu riconosciuto per sovrano di Costantinopoli, e delle province d'Europa. Ma l'Asia era oppressa da Foca e da Sclero, che ora amici ora nemici, ora sudditi ed ora ribelli, si mantenevano independenti, e si ingegnavano di procacciarsi la fortuna di tanti usurpatori che li aveano preceduti. Contro questi nemici domestici primieramente balenò la spada del figlio di Romano, ed essi tremarono davanti a un principe, armato di coraggio e della forza delle leggi. Sul punto di combattere, Foca colto da un dardo, se pure non fu per effetto di veleno, cadde di cavallo nella fronte del suo esercito. Sclero, che due volte era stato carico di catene, e due volte vestito della porpora, bramava di terminar tranquillamente i pochi giorni che gli restavano. Quando questo vecchio, cogli occhi bagnati di lagrime, con piè vacillanti, e appoggiato a due uomini del suo seguito, s'appressò al trono, l'Imperatore con tutta l'insolenza della gioventù e del potere, esclamò: «È questi dunque l'uomo, che abbiam temuto per tanto tempo?» Basilio s'era fatto forte sul trono, ed aveva richiamata la quiete nell'Impero; ma pensando alla gloria militare di Niceforo e di Zimiscè, non potea dormire tranquillo nel suo palazzo. Le lunghe e frequenti imprese da lui fatte contra i Saracini, furono più gloriose che profittevoli allo Stato; ma distrusse il reame dei Bulgari, e pare che questo fosse il più gran trionfo dell'armi romane, dal tempo di Belisario in poi. Pure i suoi sudditi, invece di decantare un principe vittorioso, ne detestarono l'avidità e l'avarizia; e nel racconto imperfetto che ci rimase delle sue imprese, non si vede che il coraggio, la pazienza e la ferocia d'un soldato. Il suo spirito era stato guasto da un'educazione viziosa; ma non avea per questo perduta la sua energia; era ignaro d'ogni maniera di scienze, e pareva, che la ricordanza del suo avolo, così dotto e così debole a un tempo, scusasse il suo disprezzo, o vero o finto, per le leggi e pei giureconsulti, per le arti e per gli artisti. Con tal carattere, ed in quel secolo, dovea prendere la superstizione un dominio saldo e sicuro: dopo le prime sregolatezze della gioventù, Basilio II si sottomise e in Corte e in campo a tutto le mortificazioni d'un romito; portava una cocolla sotto l'abito e sotto l'armatura; fece voto di continenza, e l'osservò, e interdisse a sè stesso per sempre l'uso del vino e della carne. Nell'età di sessantott'anni, sospinto dal suo genio marziale, era in procinto d'imbarcarsi per una santa spedizione contro i Saracini della Sicilia; lo prevenne la morte, e Basilio soprannominato il terrore dei Bulgari, lasciò questo Mondo in mezzo alle benedizioni del clero, e alle imprecazioni del popolo. Dopo lui, suo fratello, Costantino, godette per tre anni circa il potere, o piuttosto i piaceri del regno, e non si prese per l'Impero altra cura che quella di scegliersi un successore; aveva portato sessantasei anni il titolo di Augusto, e il regno di questi due fratelli è il più lungo e il più oscuro della monarchia di Bizanzio.

Per tal successione in retta linea di cinque Imperatori della stessa famiglia, che aveano occupato il trono in un periodo di cento sessant'anni, s'erano affezionati i Greci alla dinastia Macedone, rispettata tre volte dagli usurpatori del potere. Morto Costantino IX, l'ultimo maschio di quella Casa apre una nuova scena meno regolare, in cui la durata del regno di dodici Imperatori non giunge a quella del regno di Costantino IX. Il suo fratel maggiore avea preposto all'interesse pubblico il merito particolare della castità, e Costantino non avea avuto che tre figlie; Eudossia che si fece religiosa, Zoe e Teodora: erano già venute mature d'anni nell'ignoranza e nella verginità, quando nel Consiglio del padre moribondo si trattò di maritarle. Teodora, troppo devota, o di troppo freddo temperamento, non volle dare un erede all'Impero; ma Zoe consentì di presentarsi, vittima volontaria, all'altare. Le fu destinato a marito Romano Argiro, patrizio, leggiadro di persona, e di nome accreditato; al ricusare ch'ei fece un tal onore, gli si dichiarò, che non obbedendo, non gli restava che la scelta fra la morte e la perdita della vista. Era egli ammogliato, e il motivo della sua resistenza era appunto l'amore, ch'avea per la moglie; ma questa donna generosa sagrificò la propria felicità alla sicurezza e grandezza del marito, e chiudendosi in un monastero, tolse di mezzo l'unico ostacolo, che gl'impedia di unirsi alla famiglia imperiale. Dopo la morte di Costantino, passò lo scettro nelle mani di Romano III; ma la sua amministrazione interna, e le sue esterne imprese furono parimenti deboli ed infruttifere; l'età di Zoe, giunta in allora al quarantottesimo anno, la rendette poco atta a dare grandi speranze di posterità; pure acconsentiva ancora ai piaceri amorosi, e di fatto onorava l'Imperatrice del suo favore uno de' suoi ciamberlani, il bel Michele di Paflagonia, il cui primo mestiere era stato quello di cambiator di monete. Per gratitudine o per ispirito di giustizia secondava Romano questo colpevole amore, o credeva di leggieri alle prove della loro innocenza; ma non andò guari, che Zoe verificò quella massima romana, che una moglie adultera è capace d'avvelenare il marito; la morte di Romano, a grande scandolo dell'Impero, fu tosto seguita dal matrimonio di Zoe, e dall'avvenimento del suo amante al trono sotto il nome di Michele IV. Varie furono però le speranze di Zoe; in vece d'un amante pieno di vigore e di gratitudine, non aveva essa posto nel talamo che un miserabile infermiccio, la salute e la ragione del quale erano indebolite da accessi d'epilepsia, e lacerata la coscienza dalla disperazione e dai rimorsi. Si chiamarono in soccorso di Michele i medici i più famosi del corpo e dell'anima; si cercava di divertirne la inquietudine con frequenti viaggi alle acque, e sulle tombe dei Santi i più rinomati. Applaudivano i monaci alle sue mortificazioni, e, toltane la restituzione, (ma a chi avrebb'egli restituito?) impiegò tutti i modi, che allora credeva più opportuni ad espiare la colpa. Mentr'egli andava gemendo e pregando sotto il sacco e la cenere, suo fratello, l'eunuco Giovanni, prendea diletto de' suoi rimorsi, e raccoglieva i frutti d'un delitto, di cui era stato in secreto il più colpevole autore. Non ebbe nella sua amministrazione altro scopo che quello di contentare la propria avarizia; e fu Zoe trattata da schiava nel palazzo dei suoi padri, e da' suoi servi medesimi. Accorgendosi l'eunuco, essere la malattia di suo fratello irremediabile, pensò a far la sorte di suo nipote, che portava anch'egli il nome di Michele, soprannominato Calafate dal mestiere di suo padre, che lavorava alla carena dei vascelli. Seguì Zoe le volontà dell'eunuco; adottò per suo figlio il figlio d'un operaio, e questo erede straniero venne, alla presenza del senato e del clero, vestito del titolo e della porpora dei Cesari. La debole Zoe fu oppressa dalla libertà e dal potere ch'ella ricuperò alla morte del marito; pose quattro giorni dopo la corona sul capo di Michele V, il quale con lagrime e giuramenti le avea promesso d'esser sempre il più pronto e il più obbediente de' suoi sudditi. Il suo regno durò poco, ed altro non offre che un esempio odioso d'ingratitudine verso l'eunuco e l'Imperatrice, suoi benefattori. Si vide con gioia la disgrazia dell'eunuco; ma susurrò Costantinopoli, e lamentossi alla fine altamente dell'esilio di Zoe, figlia di tanti e tanti Imperatori. I vizi di lei vennero dimenticati, ed imparò Michele, che matura un tempo, in cui la pazienza degli schiavi più vili dà luogo al furore ed alla vendetta. I cittadini d'ogni classe tumultuarono in folla, e quella spaventevole sedizione durò pur tre giorni; assediarono il palazzo, sforzarono le porte, levarono di prigione la lor madre Zoe, Teodora di Monastero, e dannarono il figlio di Calafate a perdere gli occhi o la vita. Videro i Greci con maraviglia sedere per la prima volta sul medesimo trono due donne, presiedere al Senato, e dare udienza agli Ambasciatori delle nazioni. Un governo così singolare non durò che due mesi. Le due Imperatrici si detestavano secretamente; avevano esse caratteri, interessi, e partigiani opposti. Sempre contraria Teodora al matrimonio, Zoe invece infaticabile, in età di sessant'anni, consentì tuttavia, pel ben pubblico, a soffrire le carezze d'un terzo marito, e ad incontrare le censure della Chiesa greca. Questo terzo marito prese il nome di Costantino X, e il soprannome di Monomaco, solo combattente, parola ch'ebbe origine certamente dal valore da lui manifestato o dalla vittoria da lui riportata in qualche pubblica, o privata quistione. Ma i dolori della gotta lo tormentavano spesse volte, e un tal regno dissoluto non presentò che un'alternativa d'infermità e di piaceri. La bella vedova Sclerena di nobile famiglia, che aveva accompagnato Costantino al suo esilio nell'isola di Lesbo, andava superba del nome di sua favorita. Dopo le nozze di Costantino, e l'innalzamento di lui al soglio, fu dessa investita del titolo d'Augusta; la magnificenza della sua casa fu proporzionata a quella dignità, ed abitò nel palazzo un appartamento contiguo a quello dell'Imperatore. Zoe (tanta fu la sua delicatezza, ovvero corruzione) permise quello scandaloso convivere, e presentossi Costantino in pubblico fra la moglie e la concubina. Sopravvisse all'una e all'altra; ma la vigilanza degli amici di Teodora, giunse in tempo a sturbare i disegni di Costantino, il quale, sul finir de' suoi giorni, volea cangiare l'ordine della successione; dopo la sua morte, rientrò essa, per consenso dei popoli, in possessione del suo retaggio. Quattro eunuchi governarono in pace, sotto il nome di lei, l'Impero d'Oriente; e volendo prolungare il loro dominio, esortarono l'Imperatrice, in età allora molta avanzata, di nominare Michele VI, suo successore. Dal soprannome di Stratiotico si conosce, aver esso abbracciata la profession militare; ma quel veterano, infermo e decrepito, non poteva vedere che cogli occhi dei suoi ministri, e operare colle lor mani. Mentr'egli andava innalzandosi al trono, Teodora, ultimo rampollo della dinastia macedonica o basilica, scendeva nel sepolcro. Trascorsi velocemente, e sono giunto con piacere alla fine di questo vergognoso e distruttivo periodo di ventott'anni, durante il quale oltrepassarono i Greci il comun limite della servitù, e, quasi vil gregge, furono trasportati da padrone in padrone a capriccio di due femmine vecchie.

A. D. 1057

Rompe la notte di quella servitù un qualche lampo di libertà, o una scintilla almeno di coraggio. Avevano i Greci conservato o ristabilito l'uso dei soprannomi, che perpetuano la memoria delle virtù ereditarie; e possiamo oramai distinguere il principio, la successione e le alleanze dell'ultime dinastie di Costantinopoli e di Trebisonda. I Comneni, che sostennero per qualche tempo l'Impero nel suo crollare, si diceano nativi di Roma; ma era la loro famiglia domiciliata da molto tempo in Asia. I loro retaggi patrimoniali trovavansi nel distretto di Castamona, nei dintorni dell'Eusino; ed uno de' loro Capi, impelagato già nel mare dell'ambizione, rivedea con tenerezza e forse con dispiacere il misero tugurio, ma onorevole, de' suoi padri. Il primo personaggio conosciuto di quella stirpe, fu l'illustro Manuele, che, regnante Basilio II, colle sue battaglie, e co' suoi negoziati giunse a calmare le turbolenze dell'Oriente. Lasciò due figli in tenera età, Isacco e Giovanni, che colla certezza del merito legò alla gratitudine e al favore del sovrano. Furono que' nobili giovani diligentemente ammaestrati in tutto ciò che insegnavano i monaci, nelle arti del palazzo, e negli esercizi della guerra; e dopo, aver servito nelle guardie, giunsero ben tosto al comando degli eserciti e delle province. La loro fraterna unione raddoppiò la forza ed il credito dei Comneni. Crebbero lo splendore della loro antica famiglia, unendosi l'uno con una principessa di Bulgaria, ch'era cattiva, e l'altro colla figlia d'un patrizio soprannomato Caronte, a motivo dei moltissimi nemici da lui spediti al fiume Stige. Aveano servito le schiere, loro malgrado, ma sempre fedelmente, una caterva di effeminati Imperatori. Era l'innalzamento di Michele VI un oltraggio a' Generali più prodi di lui; la parsimonia di questo principe, e l'insolenza degli eunuchi aumentavano il disgusto di quelli. Si radunarono di nascosto nella chiesa di Santa Sofia; e si sarebbero raccolti i suffragi di quel Sinodo militare in favore di Catacalone, vecchio e prode guerriero, se, per un sentimento di patriottismo o di modestia, non avesse loro quel rispettabile veterano ricordato, che la nobiltà dei natali e il merito devono essere congiunti in colui che si vuole incoronato. Isacco Comneno unì tutti i voti. I congiurati si separarono senza dilazione, e si condussero nelle pianure della Frigia, capitanando le loro schiere, e i loro rispettivi distaccamenti. Non potè Michele sostenere che una battaglia; ei non avea sotto le sue bandiere che i mercenarii della guardia imperiale, stranieri all'interesse pubblico, ed animati soltanto da un principio d'onore e di gratitudine. Dopo la loro sconfitta, pieno di spavento chiese l'Imperatore un trattato, e tale era la moderazione d'Isacco Comneno, che già vi acconsentiva; ma venne Michele tradito da' suoi ambasciatori, e Comneno avvertito da' suoi amici. Il primo, abbandonato da tutti, si sottomise al voto del popolo; il Patriarca sciolse la nazione dal giuramento prestato di fedeltà; e nel punto ch'ei rase il capo dell'Imperatore, che rilegavasi in un monastero, si congratulò seco, ch'egli cangiasse una corona terrestre col regno de' cieli; cambio però che quell'ecclesiastico non avrebbe probabilmente accettato per sè medesimo. Lo stesso Patriarca coronò solennemente Isacco Comneno; potè la spada, ch'ei fece incidere sulle monete, essere risguardata come un simbolo insultante, se indicar volea il diritto di conquista, ch'avea assicurato il trono a Comneno; ma quella spada era stata sguainata contro i nemici dello Stato, stranieri o domestici. Lo scadimento di salute e di forze ne scemò l'attività; scorgendosi vicino a morire, determinossi di porre qualche intervallo fra il soglio e l'eternità. Ma in vece di lasciare l'Impero in dote a sua figlia, cedeva egli alla ragione ed alla inclinazione che l'eccitavano a consegnare lo scettro nelle mani di suo fratello Giovanni, principe guerriero e patriotta, e padre di cinque figli, che mantener doveano la corona nella famiglia. Nei modesti rifiuti di costui si potè da principio ravvisare un naturale effetto della considerazione e dell'attaccamento che avea pel fratello, e per la nipote; ma, nella sua inflessibile ostinazione in ricusare l'Impero, avvegnachè abbellita dai colori della virtù, condannar si dee una colpevole dimenticanza del proprio dovere, e una vera ingiuria, e non comune, verso la famiglia e la patria. La porpora, che ei non volle mai ricevere, fu accettata da Costantino Ducas, amico della Casa dei Comneni, e che univa a nobili natali l'abitudine delle funzioni civili, e credito in sì fatto genere di cose. Isacco si ritirò in un convento, dove ricuperò la salute, e sopravvisse due anni all'abdicazione, obbediente agli ordini del suo abate. Seguì la Regola di S. Basilio, e fece gli uffizi i più servili del chiostro; ma l'avanzo di vanità, che sotto l'abito monastico conservava tuttavia, venne appagato dalle visite frequenti e rispettose, ch'ei ricevè dall'Imperator regnante, dal quale era venerato qual benefattore e qual Santo.

1067

Se fu in realtà Costantino XI l'uomo il più degno dello scettro imperiale, bisogna compiangere la degenerazione del suo secolo e del suo popolo. Datosi egli a comporre puerili declamazioni, che non gli poterono ottenere la corona dell'eloquenza, a' suoi occhi più preziosa di quella di Roma, tutto intento agli uffici subalterni di giudice, pose in non cale i doveri di sovrano e di guerriero. Anzi che imitare la patriottica indifferenza degli autori del suo innalzamento, pareva non avere altro a cuore Ducas che il potere e la fortuna dei figli, a danno anche della Repubblica. Michele VII, Andronico I, e Costantino XII, suoi tre figli, ebbero in tenera età il titolo d'Augusti; la morte del padre, avvenuta non guari dopo, lasciò loro l'Impero da dividere. Affidò, morendo, l'amministrazione dello Stato ad Eudossia, sua moglie; ma dall'esperienza aveva egli imparato ch'ei dovea preservare la prole dai pericoli d'un secondo matrimonio; promise Eudossia di non rimaritarsi, e questa solenne protesta, sottoscritta dai principali senatori, fu depositata nelle mani del Patriarca. Non erano trascorsi per anche sette mesi, quando le bisogne d'Eudossia, o quelle dello Stato, parlarono altamente in favore delle maschie virtù di un soldato; aveva il cuore di lei già prescelto Romano Diogene, che dal palco di morte aveva condotto al soglio. La scoperta d'una rea trama l'esponeva a tutto il rigor delle leggi; la bellezza e il valore lo giustificarono agli occhi dell'Imperatrice; lo condannò primieramente ad un esilio poco doloroso, e il secondo giorno lo richiamo per farlo capitano degli eserciti dell'Oriente. Ignorava il Pubblico allora ch'essa gli destinasse la corona, e uno de' suoi mandatarii seppe giovarsi dell'ambizione del Patriarca Sifilino per trargli di mano lo scritto, che avrebbe svelato ad ognuno la mala fede, e la leggierezza dell'Imperatrice. Invocò da principio Sifilino la santità dei giuramenti, e la venerazione dovuta ai depositi; ma gli si diede ad intendere ch'Eudossia far volea Imperatore il fratello di lui; i scrupoli allora si dissiparono, e confessò che la pubblica sicurezza era la legge suprema; cedè lo scritto rilevante, e alla nomina di Romano, perdendo ogni speranza, ei non poteva nè ricuperare la carta che lo salvava, nè disdire il detto, nè opporsi alle seconde nozze dell'Imperatrice. Udivansi però nel palazzo alcuni susurri; i Barbari che lo custodivano agitavano le loro accette in favore della Casa di Ducas, nè si acquetarono mai fino a tanto che furono i giovani principi calmati dalle lagrime d'Eudossia, e dalle solenni proteste che ricevettero della fedeltà del loro tutore, che sostenne con gloria e dignità il titolo d'Imperatore. Narrerò più innanzi l'infruttuoso valore, che egli oppose ai progressi dei Turchi. La sconfitta e prigionia di lui portarono una ferita mortale alla monarchia di Bizanzio; e, posto dal Sultano in libertà, non trovò nè la moglie, nè i sudditi. Era stata Eudossia chiusa in un monastero, e aveano i sudditi di Romano abbracciata quella rigida massima di legge civile, che un uomo in poter del nimico è privo dei diritti pubblici e particolari di cittadino, come colpito da morte. In mezzo alla generale costernazione, fece valere il Cesare Giovanni l'inviolabile diritto de' suoi tre nipoti: Costantinopoli l'ascoltò, e Romano, in potere allora dei Turchi, fu dichiarato nimico della Repubblica, e ricevuto per tale alle frontiere. Non fu più felice contra i suoi sudditi, di quel che era stato contro gli stranieri: la perdita di due battaglie il determinò a cedere il trono sulla promessa d'un trattamento onorevole; ma privi di buona fede e d'umanità, lo privarono i suoi nemici della vista, e sdegnando perfino di stagnare il sangue che usciva dalle sue piaghe, vel lasciarono corrompersi, di modo che fu libero ben tosto dalle miserie della vita. Sotto il triplice regno della Casa di Ducas, furono i due fratelli cadetti ridotti ai vani onori della porpora; era il maggiore, il pusillanime Michele, incapace di reggere le redini del Governo; e il soprannome datogli di Parapinace annunciò il rimprovero che gli si facea, e che divideva con uno de' suoi avidi favoriti, d'avere aumentato il prezzo del grano, e diminuitane la misura. Fece il figlio d'Eudossia nella scuola di Psello, e coll'esempio della madre, qualche progresso nello studio della filosofia e della rettorica; ma il carattere di lui fu piuttosto macchiato che nobilitato dalle virtù d'un monaco, e dal sapere d'un sofista. Incoraggiati dal disprezzo che loro inspirava l'Imperatore, e dalla buona opinione che aveano di sè medesimi, capitanando le legioni dell'Europa e dell'Asia, vestirono due Generali la porpora in Andrinopoli e in Nicea; si ribellarono lo stesso mese; portavano l'ugual nome di Niceforo, ma veniano distinti dal soprannome di Briennio e di Botoniate. Era il primo in allora in tutta la maturità della saggezza e del coraggio; non era il secondo commendevole che per imprese già fatte. Mentre avanzavasi Botoniate con circospezione e lentezza, il suo competitore, più attivo, trovavasi in arme dinanzi le mura di Costantinopoli. Godeva Briennio il credito e il favore del popolo; ma non seppe impedire a' suoi eserciti di saccheggiare ed ardere un sobborgo, e il popolo, che avrebbe accolto il ribelle, rispinse l'incendiario della patria. Questo cangiamento nella pubblica opinione tornò a favore di Botoniate, che s'avvicinò finalmente con un esercito di Turchi alle spiagge di Calcedonia. Si pubblicò per ordine del Patriarca, del Sinodo e del Senato, nelle contrade di Costantinopoli, un invito a tutti i cittadini della capitale, di raunarsi nella chiesa di Santa Sofia, e si deliberò, in quel Concilio generale, tranquillamente e senza disordine, intorno alla scelta d'un Imperatore. Avrebbero potuto le guardie di Michele disperdere quella moltitudine inerme; ma il debole principe, compiacendosi della propria moderazione e clemenza, si spogliò delle insegne reali, ed accettò invece l'abito di monaco, e il titolo d'Arcivescovo d'Efeso. Nacque Costantino suo figlio, e venne allevato nella porpora, e una figlia della Casa di Ducas illustrò il sangue, e consolidò il trono nella famiglia dei Comneni.

A. D. 1078

Aveva Giovanni Comneno, fratello dell'Imperatore Isacco, dopo il suo generoso rifiuto della corona, passato il rimanente de' suoi giorni in un riposo onorevole. Lasciava otto figli d'Anna, sua sposa, donna d'un coraggio e d'una abilità superiori al suo sesso, e moltiplicarono tre figlie le alleanze dei Comneni coi più nobili tra i Greci. Una morte immatura tolse dal Mondo il maggiore de' suoi cinque figli Manuele; Isacco ed Alessio giunsero all'Impero, e restaurarono la grandezza imperiale della lor Casa; Adriano e Niceforo, i più giovani, ne godettero senza fatica e senza pericolo. Alessio, il terzo e il più stimabile di tutti, era stato dotato dalla natura delle qualità le più preziose del corpo e dello spirito: sviluppate queste da un'educazion liberale, erano state in processo di tempo esercitate nella scuola dell'obbedienza e dell'avversità. L'Imperatore romano, per affetto paterno, non volle permettergli d'esporsi nella guerra dei Turchi; ma la madre dei Comneni venne compresa con tutta la sua ambiziosa famiglia, in un'accusa di delitto di lesa maestà, e sbandita dai figli di Ducas in un'isola della Propontide. Non andò guari che i due fratelli ne uscirono per segnalarsi, e per venire in favore. Combatterono, senza dividersi, i ribelli e i Barbari, e rimasero affezionati all'Imperatore Michele, fino a tanto che venne egli abbandonato da tutti e da sè medesimo. Nel primo abboccamento ch'egli ebbe con Botoniate «Principe, gli disse Alessio con nobile candore, m'avea reso il dovere vostro nimico, i decreti di Dio e quelli del popolo m'han fatto vostro suddito; giudicate della mia fedeltà futura dalla mia passata opposizione». Onorato dalla stima e dalla confidenza del successor di Michele fe' mostra del suo valore contro tre ribelli che turbavano la pace dell'Impero, o quella almeno degl'Imperatori. Ursello, Briennio e Basilacio, formidabili pei loro numerosi eserciti e per la lor fama di prodi guerrieri, furono vinti l'un dopo l'altro, e, carichi di catene, condotti al piede del trono; e sia qualsivoglia il modo con cui vennero trattati da una Corte timida e crudele, magnificarono essi la clemenza e il coraggio del loro vincitore. Ma ben tosto alla fedeltà dei Comneni s'unirono il timore e il sospetto, nè è facil cosa il bilanciare tra un suddito e un despota il debito di gratitudine, che il primo è pronto ad esigere con una rivolta, e di cui è tentato il secondo di liberarsi per la mano d'un carnefice. Avendo Alessio ricusato di marciare contra un quarto ribelle, marito di sua sorella, cancellò un tale rifiuto il merito od anche la memoria de' suoi servigi. Provocarono i favoriti di Botoniate colle loro accuse l'ambizion che temevano, e la fuga dei due fratelli può avere per iscusa la necessità di difendere la libertà e la vita. Alle donne di quella famiglia venne assegnato un asilo, rispettato dai tiranni; gli uomini uscirono a cavallo dalla città, e inalberarono lo stendardo della ribellione; i soldati, che a poco a poco eransi raunati nella capitale e nei dintorni, erano consegrati alla causa d'un Capo vittorioso e vilipeso: interessi comuni ed alleanze congiunsero a lui la Casa di Ducas. I due Comneni si rimandavano a vicenda il trono, e questa disputa generosa non cessò che colla risoluzione d'Isacco, il quale rivestì suo fratello cadetto del nome e degli emblemi reali. Ritornarono sotto le mura di Costantinopoli piuttosto per minacciare che per assediare quella inespugnabile città; ma corrupero essi la fedeltà delle guardie, e sorpresero una porta, mentre stava difendendosi la flotta contro l'attivo e coraggioso Giorgio Paleologo, che in quella circostanza combattea suo padre, senza riflettere ch'ei sudava pe' suoi discendenti. Alessio venne incoronato, e il vecchio competitore di lui sepolto sotto le tacite volte d'un monastero. Un esercito composto di soldati di diverse nazioni ottenne il saccheggio della città; ma quei disordini pubblici furono espiati dalle lagrime e dai digiuni dei Comneni, che si sottomisero a tutte le penitenze compatibili colla possession dell'Impero.

A. D. 1081

La vita dell'Imperatore Alessio è stata scritta dalla prediletta delle sue figlie. La principessa Anna Comnena, inspirata dalla sua tenerezza e dal desiderio lodevole di perpetuare le virtù del padre, s'avvide benissimo che dubiterebbero i lettori della veracità di lei. Protesta a più riprese che oltre i fatti giunti a sua cognizione personale, andò ricercando i discorsi e gli scritti di tutti coloro, che hanno vissuto sotto il regno d'Alessio; che dopo uno spazio di trent'anni, dimenticata dal Mondo, ch'essa medesima ha dimenticato, la sua trista solitudine è inaccessibile alla speranza e al timore, e che la verità, la semplice e rispettabile verità, l'è più sacra che la gloria del padre; ma in vece di quella semplicità di scrivere e di narrare che persuade a credere, uno sfoggio affettato di sapere e di falsa rettorica lascia ad ogni pagina vedere la vanità d'un'autrice. Il vero carattere d'Alessio è coperto sotto un bel cumulo di virtù; un tuono perpetuo di panegirico e d'apologia ci desta sospetto, e ci fa dubitare della veracità dello scritto, e del merito dell'eroe. Non si può nondimeno negare la verità di quest'importante osservazione: che i disordini di quell'epoca furono la disgrazia e la gloria d'Alessio; e che i vizi de' suoi predecessori, e la giustizia del ciclo ammassarono sul regno di lui tutte le calamità, che affligger possono un Impero nella sua decadenza. Avevano i Turchi vittoriosi fondato in Oriente, dalla Persia all'Ellesponto, il regno del Koran e della Mezza Luna: il valore cavaleresco de' popoli della Normandia invadea l'Occidente; e negli intervalli di pace, recava il Danubio nuovi sciami di guerrieri, che acquistato avevano nell'arte militare quello che avevano perduto dal lato della fierezza de' costumi. Non era il mare più tranquillo del Continente, e mentre un nimico aperto assaliva le frontiere, agitavano l'interno del palazzo traditori e congiurati. Spiegarono i Latini improvvisamente lo stendardo della Croce: precipitossi l'Europa sull'Asia, e tale inondazione fu in procinto d'inghiottire Costantinopoli. Durante la procella, governò Alessio il naviglio dell'Impero con pari destrezza e coraggio. Guidava gli eserciti, animoso, accorto, paziente, infaticabile approfittava de' suoi vantaggi, e sapeva risorgere da una rotta con tanto vigore, che niente lo poteva abbattere. Ristabilì la disciplina tra le schiere; e coi precetti e coll'esempio creò una nuova generazione d'uomini e di soldati. Dimostrò ne' trattati coi Latini tutta la sua pazienza e sagacità; l'occhio suo penetrante comprese di volo il nuovo sistema di que' popoli dell'Europa, ch'ei non conosceva; e in un altro luogo verrò esponendo le mire superiori colle quali bilanciò gl'interessi, e le passioni dei capitani della prima Crociata. Durante i trent'anni del suo regno, seppe frenare e compatire l'invidia, ch'egli destava ne' suoi uguali; rimise in vigore le leggi relative alla tranquillità tanto dello Stato che dei particolari; si coltivarono l'arti e le scienze; i confini dell'Impero, si estesero sì in Europa come in Asia; e la famiglia dei Comneni conservò lo scettro fino alla terza e alla quarta generazione. La difficoltà non di meno de' tempi, in che visse, pose in chiaro alcuni difetti del suo carattere, e ne espose la memoria a rimproveri bene o mal fondati. Sorride il lettore agl'infiniti elogi che Anna tributa sì spesso all'eroe fuggiasco; si può, nella debolezza, o nella prudenza a cui lo costrinsero le critiche circostanze, sospettare un difetto di coraggio personale, e i Latini trattano di perfidia e di dissimulazione l'arte ch'egli usò nei negoziati. Il numero grande degli individui d'ambo i sessi, che in allora contava la sua famiglia, accresceva lo splendore del trono, e ne accertava la successione; ma il loro lusso ed orgoglio ributtarono i patrizi, esaurirono il regio erario e oltraggiarono la miseria del popolo. Sappiamo dalla fedele testimonianza d'Anna Comnena, che le fatiche dell'amministrazione distrussero la felicità, e indebolirono la salute d'Alessio: la lunghezza e severità del suo Regno stancarono Costantinopoli, e quando morì, aveva perduto l'amore e il rispetto de' suoi sudditi. Non gli poteva il clero perdonare d'essersi servito delle ricchezze della Chiesa in difesa dello Stato; ma il medesimo clero ne lodò le cognizioni teologiche, e l'ardente zelo per la Fede ortodossa, ch'egli sostenne coi discorsi, colla penna e colla spada. Il suo carattere venne impicciolito dall'animo superstizioso de' Greci; e uno stesso principio, irregolare ne' suoi effetti, lo condusse a fondare uno spedale pei malati e pei poveri, e a comandare il supplicio d'un eretico che fu arso vivo sulla piazza di Santa Sofia. Coloro che avevano seco lui vissuto intimamente, sospettarono perfino delle sue morali e religiose virtù. Allorchè, giunto agli estremi, lo andava Irene, sua moglie, sollecitando a cangiar l'ordine della successione, alzò il capo, e rispose con un sospiro accompagnato da una pia esclamazione sulla vanità di questo Mondo. Sdegnata l'Imperatrice, gl'indirizzò queste parole, che si sarebbero dovuto scolpire sulla sua tomba: «Tu muori come vivesti, da IPOCRITA.»

Voleva Irene soppiantare il maggiore de' suoi figli per favorire la principessa Anna, sua figlia, la quale malgrado della sua filosofia, non avrebbe ricusato il diadema; ma non patirono gli amici della patria, che uscisse la successione fuor della linea maschile; il legittimo erede levò il suggello reale di dito al padre, che non se n'avvide, o che vi acconsentì; e l'Impero si sottomise al signore del palazzo. L'ambizione e la vendetta spinsero Anna Comnena a tramare la morte del fratello regnante; ma pei timori e scrupoli di suo marito essendo andato a voto il disegno, adirata esclamò, avere la natura confuso i sessi, e dato a Briennio l'anima d'una donna. Giovanni ed Isacco, figli d'Alessio, conservarono a vicenda quella fraterna amicizia, che era virtù ereditaria nella lor famiglia, e il cadetto si contentò del titolo di Sebastocratore, cioè d'una dignità per poco uguale a quella dell'Imperatore, ma spoglia d'autorità. I diritti della primogenitura fortunatamente erano accoppiati a quelli del merito; per la carnagione bruna, per l'asprezza dei lineamenti e la picciola statura al nuovo Imperatore fu dato il soprannome ironico di Calo Giovanni o sia Giovanni il Bello, che poi la gratitudine dei sudditi applicò in una maniera più seria alla sua bell'anima. Scoperta che fu la trama, doveva Anna perdere la sua fortuna e la vita; ma fu risparmiata dalla clemenza dell'Imperatore. Dopo avere coi propri occhi esaminata la pompa e i tesori del palazzo di lei, egli dispose di queste ricche spoglie in favor del più degno amico che avesse. Era questo Axuc, schiavo turco d'origine, il quale ebbe tanta generosità da ricusare il donativo, e da intercedere per quella che si volea punire. Il suo magnanimo padrone commosso dalla virtù del suo favorito, ne seguì il bell'esempio; e i rimproveri o le doglianze d'un fratello offeso furono la sola punizione della principessa. Da quel punto non vi fu più sotto il suo regno nè cospirazione, nè rivolta: temuto dai Nobili, amato dal popolo, non ebbe più Giovanni la dura necessità di punire i nemici della sua persona, o di perdonare. Durante la sua amministrazione, che fu di venticinque anni, rimase abolita la pena di morte nell'Impero romano; legge misericordiosa, cara all'umanità del filosofo contemplatore, ma rade volte, in un Corpo politico, vasto, e corrotto, consentanea alla pubblica sicurezza. Severo per sè stesso, indulgente per gli altri, era Giovanni casto, sobrio, frugale; nè il filosofo Marc'Aurelio avrebbe sdegnato le semplici virtù, che questo principe attingea dal cuore, senza averle imparate nelle scuole. Spregiò e scemò il fasto della Corte bizantina, vizio oppressivo pel popolo, e vituperevole agli occhi della ragione. Regnando lui, nulla ebbe l'innocenza a temere, e il merito potè sperare tutti i vantaggi. Senza arrogarsi gli offici tirannici d'un censore, riformò a poco a poco, ma in modo sensibile, i pubblici e privati costumi di Costantinopoli. Quel naturale perfetto, non ebbe che la taccia dell'anime nobili, il genio delle armi e della gloria militare; ma dalla necessità di cacciare i Turchi dall'Ellesponto e dal Bosforo possono venir giustificate almeno nei principii le frequenti spedizioni di Giovanni il Bello. Il Soldano d'Iconio fu chiuso nella sua capitale, e respinti i Barbari nelle montagne, le province marittime dell'Asia furono liberate felicemente dai nemici, almeno per qualche tempo. Marciò più volte da Costantinopoli verso Antiochia ed Aleppo con un esercito vittorioso, e negli assedii e nelle battaglie di questa guerra santa i suoi alleati, i Latini, stupirono del valore e dell'imprese d'un Greco. Già cominciava a compiacersi dell'ambiziosa speranza di rinovare gli antichi limiti dell'Impero; aveva calda la mente dei pensieri dell'Eufrate e del Tigri, del conquisto della Siria e di Gerusalemme, quando un caso singolare troncò la sua vita e con essa la pubblica felicità. Stava egli inseguendo un cignale nella valle d'Anazarbo; mentre lottava contro l'animale furibondo, già trafitto dalla sua chiaverina, gli cadde dal turcasso un dardo avvelenato, che gli ferì leggiermente la mano: sopravvenne la cancrena, la quale terminò i giorni del migliore e del più grande dei principi Comneni.

Una morte immatura avea rapito i due figli maggiori di Giovanni il Bello e gli restavano Isacco e Manuele; guidato da giustizia, o da predilezione, preferì egli il più giovane, e dai soldati, che aveano applaudito al valore di quel principino nella guerra coi Turchi, fu ratificata la scelta. Il fedele Axuc partì frettolosamente per Costantinopoli, si assicurò della persona d'Isacco, e lo relegò in una prigione onorevole; poi col donativo di quattrocento marchi d'argento, comperò il voto di quelli ecclesiastici, che reggevano il clero di Santa Sofia, e che erano assolutamente autorevoli per la consecrazion dell'Imperatore. Non tardò Manuele a giugnere nella capitale coll'esercito composto di vecchi soldati fedeli; suo fratello fu pago del titolo di Sebastocratore: i sudditi ammirarono l'alta statura, e le maniere marziali del nuovo sovrano, e s'abbandonarono alla speranza che all'attività e al vigore giovanile congiungesse la sapienza dell'età matura. Ma presto videro coll'esperienza, che non aveva ereditato se non se il coraggio e i talenti del padre, ma che le virtù sociali di questo erano state con lui sepolte nella tomba; per tutto il tempo ch'egli regnò, cioè por trentasett'anni, fece sempre la guerra, con vario successo, ai Turchi, ai Cristiani e alle popolazioni del deserto situato al di là del Danubio. Combattè sul monte Tauro, nelle pianure dell'Ungaria, sulla costa dell'Italia e dell'Egitto, sui mari della Sicilia e della Grecia. Le conseguenze de' suoi trattati furono sentite da Gerusalemme sino a Roma, e nella Russia; e la monarchia di Bizanzio divenne per qualche tempo oggetto di riverenza, o di terrore, per le Potenze dell'Asia e dell'Europa. Educato Manuele nella porpora e nel lusso orientale, avea pur conservato il ferreo temperamento guerresco, di cui non si trova di leggieri esempio da paragonarsegli, fuorchè nelle vite di Riccardo I, Re d'Inghilterra, e di Carlo XII, Re di Svezia. Tanta era la forza e l'abilità sua nel maneggio dell'armi, che Raimondo, nomato l'Ercole d'Antiochia, non potè brandire la lancia, nè tenere lo scudo del greco Imperatore. In un famoso torneo fu veduto sopra un destriero focoso correre e rovesciare al primo passo due Italiani, che avevan fama di robustissimi fra i cavalieri più gagliardi. Primo sempre all'assalto, ed ultimo a ritirarsi, facea tremare del pari amici e nemici, quelli per la sua salute, gli altri per la propria. In una delle sue guerre, dopo aver messa una imboscata in fondo a una selva, era andato avanti per trovare un'avventura pericolosa, non avendo con sè che suo fratello, e il fido Axuc, che non avevano voluto abbandonare il sovrano. Dopo breve zuffa, mise in fuga diciotto cavalieri; ma cresceva il numero de' nemici, e il rinforzo spedito in suo aiuto s'avanzava con passo lento e dubbioso; quando Manuele, senza ricevere ferita alcuna, s'aperse la via per mezzo a uno squadrone di cinquecento Turchi. In una battaglia cogli Ungaresi, impaziente della lentezza de' suoi battaglioni, strappò la bandiera dalle mani dell'alfiere, che precedea la colonna, e fu il primo e quasi il solo a passare un ponte che lo dividea dal nimico. Nel paese medesimo, dopo aver condotto l'esercito al di là della Sava, rimandò i battelli con ordine al Capo del navile, pena la vita, di lasciarlo vincere o morire su quella terra straniera. All'assedio di Corfù, rimorchiando una galera che avea presa, e stando sulla parte più esposta del vascello, affrontò una grandine incessante di sassi e di dardi, senz'altra difesa che un largo scudo, ed una vela aperta; era inevitabile la sua morte, se l'ammiraglio Siciliano non avesse ingiunto ai suoi arcieri di avere rispetto ad un eroe. Dicesi, che un giorno uccidesse colle sue mani più di quaranta Barbari, e ritornasse nel campo trascinando quattro prigionieri turchi attaccati agli anelli della sua sella; sempre il primo qualvolta si trattava di proporre, o d'accettare un duello, trafiggea colla sua lancia, o fendea per mezzo colla sciabla i campioni giganteschi che osavano resistere al suo braccio. La storia delle sue geste, che può considerarsi per modello o per copia de' romanzi di cavalleria, dà sospetto della veracità dei Greci; nè io per comprovare la credenza che si debbe averne, rinuncierò a quella che posso meritare; osserverò tuttavolta, che nella lunga serie dei loro annali, Manuele è quel solo principe, che abbia data occasione a così fatte esagerazioni. Ma al valor d'un soldato non seppe congiungere l'abilità, o la prudenza d'un Generale; dalle sue vittorie non risultò veruna conquista, che utile fosse o durevole, e quegli allori, che avea mietuti, combattendo coi Turchi, s'appassirono nell'ultima campagna, in cui perdette l'esercito sulle montagne della Pisidia, e fu debitor della vita alla generosità del Soldano. Il carattere per altro più singolare dell'indole di Manuele, si vede nel contrapposto, e nell'alternativa d'una vita or laboriosa, ora indolente nelle più dure fatiche, e nei sollazzi più effeminati. In guerra parea che ignorasse che si può vivere in pace; e nella pace sembrava inetto a far guerra. In campagna dormiva al sole o sulla neve; nè uomini, nè cavalli potean resistere agli stenti ch'egli durava nelle sue lunghe corse militari; egli dividea, ridendo, l'astinenza e il regime frugale delle sue soldatesche; ma appena tornato a Costantinopoli si dava tutto alle arti, ed ai piaceri d'una vita voluttuosa: negli abiti, nella tavola e nel suo palazzo spendeva più che non aveano fatto i suoi predecessori, e passava i lunghi giorni della state nell'isole deliziose della Propontide ozioso, e in braccio agli amori incestuosi, di cui godeva colla nipote Teodora. I dispendii d'un principe guerriero e dissoluto sprecarono l'entrate pubbliche, e vennero moltiplicando le gabelle; e nelle estremità a cui fu ridotto il campo nella sua ultima impresa contro i Turchi, dovè sopportare in bocca d'un soldato posto alla disperazione un amarissimo rimbrotto. Lagnossi il principe perchè l'acqua d'una fontana, alla quale spegneva la sete, era lorda di sangue cristiano: «Non è la prima volta, o Imperatore, gridò una voce fra la soldatesca, che tu bevi il sangue de' tuoi sudditi cristiani». Manuele Comneno si maritò due volte: sposò primieramente la virtuosa Berta o Irene, principessa d'Alemagna; indi la bella Maria, principessa d'Antiochia, francese o latina d'origine. Dalla prima moglie ebbe una figlia, da lui destinata a Bela, principe d'Ungaria, ch'era educato a Costantinopoli sotto il nome d'Alessio, e avrebbe potuto questo matrimonio trasmettere lo scettro romano ad una stirpe di Barbari guerrieri, o independenti; ma come tosto Maria d'Antiochia ebbe dato un figlio all'Imperatore, ed un erede all'Impero, rimasero aboliti i diritti presuntivi di Bela, e gli fu negata la moglie promessa: allora il principe ungarese ripigliò il suo nome, rientrò nel reame de' suoi padri, e manifestò tante virtù ch'ebbero ad eccitare la gelosia dei Greci col rincrescimento d'averlo perduto. Il figlio di Maria fu nominato Alessio, e in età di dieci anni, salì al trono di Bizanzio, quando la morte del padre ebbe posto termine alla gloria della razza dei Comneni.

A. D. 1180

Qualche volta gl'interessi e le passioni contrarie aveano disturbata l'amicizia fraterna dei due figli d'Alessio il Grande. Dall'ambizione fu tratto Isacco Sebastocratore a fuggire ed a ribellarsi. La fermezza e la clemenza di Giovanni il Bello lo ricondussero a sommessione. Leggieri e di poca durata furono gli errori d'Isacco, padre degl'Imperatori di Trebisonda; ma Giovanni, il maggiore de' suoi figli, abiurò la sua religione per sempre. Irritato per un insulto ch'ei credeva avere, a torto od a ragione, ricevuto dallo zio, abbandonò il campo de' Romani, e rifuggissi a quello de' Turchi. Venne premiata la sua apostasia dal matrimonio colla figlia del Soldano, dal titolo di Chelbi, o Nobile, e dal retaggio d'una sovranità: e nel quindicesimo secolo si gloriava Maometto II di discendere dalla famiglia de' Comneni. Andronico, fratello cadetto di Giovanni, figlio d'Isacco, e nipote d'Alessio Comneno è uno degli uomini più singolari del suo secolo, e le avventure di lui formerebbero materia di stranissimo romanzo. Fu amato da tre donne di regia stirpe, e per giustificarne l'inclinazione debbo notare, che questo amante fortunato aveva tutte le proporzioni, in cui consiste la forza e la bellezza; quello che gli mancava di grazia e d'amabilità era compensato da un maschio contegno, da un'alta statura, da muscoli atletici, dalla sembianza e dalle maniere d'un soldato. Si mantenne sano e vigoroso sino ad un'età molto matura, in grazia della temperanza e degli esercizi che faceva. Un tozzo di pane e un bicchiere d'acqua erano spesso la sua cena, o se assaggiava d'un cignale o d'un capriolo cucinato colle sue mani, era solamente quando se l'era guadagnato con una caccia laboriosa. Abile a maneggiare le armi, non conosceva paura; la sua persuasiva eloquenza sapeva acconciarsi a tutti gli eventi e a tutti gli stati della vita; aveva formato il suo stile, ma non i costumi, sul modello di S. Paolo: in ogni azion criminosa, non gli mancava mai coraggio a risolvere, destrezza a regolarsi, forza ad eseguire. Morto l'Imperator Giovanni, si ritirò coll'esercito romano. Attraversando l'Asia Minore, mentre, per caso, o a bella posta, girava per le montagne, fu accerchiato da cacciatori turchi, e dimorò per qualche tempo, sia volontario, sia a malgrado suo, in balìa del loro principe. Colle sue virtù, non che co' suoi vizi acquistò il favore di suo cugino; partecipò ai pericoli, ed ai piaceri di Manuele; e mentre l'Imperatore vivea in un commercio incestuoso con Teodora, godeva Andronico le buone grazie d'Eudossia, sorella della mentovata principessa, che avea ceduto alle sue seduzioni. La quale senza riguardo al decoro del sesso, e della condizione sua, si gloriava del nome di concubina d'Andronico, e la Corte od il campo avrebbero potuto ugualmente testificare, ch'ella dormiva o vegliava in braccio al suo amante. Gli fu compagna quand'egli andò nella Cilicia, che fu il primo teatro del suo valore, come della sua imprudenza. Stringeva egli fortemente d'assedio la piazza di Mopsuesta; passava la giornata a dirigere i più temerari assalti, e la notte a godere della musica e del ballo, ed una truppa di commedianti greci era la parte del suo seguito ch'egli pregiava di più. I suoi nemici, più vigilanti di lui, lo sorpresero con una sortita improvvisa; ma intanto che le sue milizie fuggivano in gran disordine, Andronico trafiggea coll'invitta sua lancia i più folti battaglioni degli Armeni. Ritornando al campo imperiale, che stava in Macedonia, fu accolto pubblicamente da Manuele con sembiante di benevolenza, ma con qualche rimprovero in privato. Nondimeno per ricompensare, o consolare il Generale sventurato gli diede l'Imperatore i Ducati di Naisso, Braniseba e Castoria. La sua amante lo accompagnava da per tutto; un giorno, i fratelli di questa, accesi di furore, e bramosi di lavar nel sangue di lui la lor vergogna, piombarono improvvisi sulla sua tenda; Eudossia lo consigliò di vestirsi da donna, e di scampare in tal modo. Il prode Andronico non volle seguirne l'avviso, e balzato dal letto, si aperse colla spada in mano la via in mezzo ai suoi numerosi assassini. In quell'occasione manifestò per la prima volta e ingratitudine e perfidia. Intavolò un indegno negoziato col Re d'Ungaria, e coll'Imperator d'Alemagna; s'accostò alla tenda dell'Imperatore, armato di spada in un'ora sospetta; fingendosi un soldato latino, confessò che volea vendicarsi d'un nemico mortale, e fu sì imprudente che lodò la velocità del suo cavallo, mercè del quale, egli dicea, sperava di escire sano e salvo di tutti i rischii della sua vita. Manuele dissimulò i sospetti, ma terminata che fu la campagna, fece arrestare Andronico, e lo chiuse in una torre del palazzo di Costantinopoli.