Quid inertia bello

Pectora (Ubertus ait) duris praetenditis armis,

O Itali? Potius vobis sacra pocula cordi;

Saepius et stomachum nitidis laxare saginis

Elatasque domos rutilo fulcire metallo.

Non eadem Gallos similis vel cura remordet;

Vicinas quibus est studium devincere terras

Depressumque larem spoliis hinc inde coactis

Sustentare.

(Anonym. carmen Panegyricum de Laudibus Berengarii Augusti, l. II, in Muratori, Script. rerum italic., t. II, pars. I, p. 393).

654. Giustiniano, dice lo storico Agatia (l. V, p. 157), πρωτος Ρωμαιων αυτοκρατωρ ονοματι και πραγματι, e di nome e di fatti primo imperator de' Romani. Gli imperatori di Bisanzio non presero per altro il titolo formale di imperatori dei Romani, se non dopo il tempo che vollero pretenderlo gli imperatori Francesi e Tedeschi dell'antica Roma.

655. Costantino Manasse ha scritto contro questo divisamento in versi barbari.

Την πολιν την βασιλειαν αποκοσμησαι θελων,

Και την αρχην χαθισασθαι τριπεμπελω Ρωμη,

Ως ειτις αθροστολιστον αποκοσμεσει νυμφην,

Και γραυν τινα τρικοθωνον ως κορην ωραισει.

volendo spogliare la città regina, e gratificare della primazia la decrepitissima Roma, come chi spogliasse una sfarzosissima sposa per ornare come una fanciulla una vecchiaccia dell'età di tre cornacchie. Ed è confermato da Teofane, Zonara, Cedreno, e dall'Historia Miscella: voluit in urbem Romani imperium transferre (l. XIX, p. 157), in t. I, part. I, degli Script. rerum ital. del Muratori.

656. Paolo Diacono, l. V, c. II, p. 480; Anastasio, in vitis Pontificum, nella raccolta del Muratori, t. III, part. I, pag. 141.

657. Si consultino la prefazione del Ducange (ad Gloss. graec. medii aevi) e le Novelle di Giustiniano (VII, LXVI). Dicea l'imperatore che la lingua greca era κοινος, comune, la latina πατριος, nativa, per lui, e finalmente che ella era κυριωτατος, imperialissima pel πολιτειας σχημα, sistema del governo.

658. Ου μεν αλλα και Λατινικη λεξις και φρασις εις επι τους νομους κρυπτουσα τους συνειναι ταυτην μη δυναμενους ισχυρους απετειχιξε Non certamente anche una frase e dizione latina ascondendo le leggi rendette bravi quelli che non potevano averla familiare (Matth. Blastares, Hist. jur., apud. Fabric., Bibl. graec., t. XII, p. 369). Il Codice e le Pandette furono tradotte ai tempi di Giustiniano (p. 358-366). Fu Taleleo che pubblicò la versione delle Pandette. Teofilo, uno de' tre primi giureconsulti a cui Giustiniano commise questo lavoro, ha lasciato una parafrasi elegante ma prolissa dell'Instituta. Giuliano per altro (A. D. 570) CXX Novellas graecas eleganti latinitate donavit (Eineccio, Hist. J. R., p. 396), per uso dell'Italia e dell'Affrica.

659. Abulfaragio dice che la settima dinastia fu quella dei Franchi o Romani, l'ottava quella dei Greci, la nona quella degli Arabi. A tempore Augusti Caesaris, donec imperaret Tiberius Caesar, spatio circiter annorum 600 fuerunt imperatores C. P. patricii, et praecipua pars exercitus romani: extra quod, consiliarii, scribae et populus, omnes Graeci fuerunt: deinde regnum etiam graecanicum factum est (p. 96, vers. Pocock). Abulfaragio avea studiata la religione cristiana e le materie ecclesiastiche, ed aveva qualche vantaggio sui più ignoranti Musulmani.

660. Primus ex Graecorum genere in imperio confirmatus est; o secondo un altro manoscritto di Paolo Diacono (l. III, c. 15, p. 443), in Graecorum imperio.

661. Qui linguam, mores, vestesque mutastis, putavit sanctissimus papa (ironia ben ardita), ita vos (vobis) displicere Romanorum nomen. His nuncios, forse i nuncii, rogabant Nicephorum imperatorem Graecorum, ut cum Othone imperatore Romanorum amicitiam faceret (Luitprando, in Legatione, p. 486).

662. Laonico Calcondila, che sopravisse all'ultimo assedio di Costantinopoli, racconta (l. I, p. 3) che Costantino trapiantò i Latini d'Italia in una città greca della Tracia; che questi pigliarono la lingua e i costumi del paese, e che si confusero gli oriundi del sito e i Latini di Bisanzio sotto il nome di Greci. I re di Costantinopoli, soggiunge lo storico, επι το οφας αυτους σεμνυνεσθαι Ρωμαιων βασιλεις τε και αυτοκρατορας αποκαλειν, Ελληνων δε βασιλεις ουκετι ουδαμη αξιουν per esaltare sè stessi s'intitolavano re dai Romani ed imperatori, e non degnavano punto nè poco quello di re de' Greci.

663. V. il Ducange (C. P. Christiana, l. II, p. 150, 151), che ha raccolte le testimonianze, non già di Teofane, ma di Zonara (t. II, l. XV, p. 104), Cedreno (p. 454), di Michele Glica (p. 281) e di Costantino Manasse (p. 87). Dopo avere confutata l'assurda accusa sparsa contro l'imperatore, lo Spanheim (Hist. imaginum, p. 99-111) parla da vero avvocato, e tenta di mettere in dubbio o di contestare l'esistenza del fuoco, e quasi della biblioteca.

664. Secondo Malco, questo manoscritto d'Omero fu consunto dalle fiamme ai tempi di Basilico. Può essere stato rinnovato: ma in un budello di serpente! questo pare strano ed incredibile.

665. L'αλογια irragionevolezza di Zonara, e la αγρια και αμαθια rusticità e ignoranza di Cedreno sono vocaboli energici, che forse conveniano molto bene a quelle due dinastie.

666. V. Zonara (l. XVI, p. 160 e 161) e Cedreno (p. 549, 550). Leone il filosofo, come il monaco Bacone, fu trattato da Mago nel suo secolo ignorante; fu però minore l'ingiustizia se egli è l'autor degli oracoli più comunemente attribuiti all'imperatore dello stesso nome. Le opere di Leone sulle scienze fisiche stanno manoscritte nella biblioteca di Vienna (Fabricio, Biblioth. graec., t. VI, p. 366: t. XII, p. 781). Quiescant!

667. Anckio (De Scriptorib. Byzant., p. 269-396) e Fabricio discutono alla distesa il carattere ecclesiastico e letterario di Fozio.

668. Εις ασσυριους agli Assirii, non può significare altro che Bagdad, residenza del Califfo. Sarebbe stata curiosa ed istruttiva la relazione della sua ambasceria. Ma come potè egli procacciarsi tutti quei libri? Non avrà trovato a Bagdad una Biblioteca sì numerosa, nè avrà potuto trasportarla colle sue robe, ed è impossibile che se la recasse in testa. Pure quest'ultima supposizione, per quanto sembri incredibile, pare assistita dalla testimonianza di Fozio istesso, οσας αυτων η μνημη διεσωζε, di quanti (di quei libri) fece conserva la mia memoria. Camusat (Hist. critiq. des Journaux, p. 87, 94) espone benissimo quanto concerne al myrio-biblion.

669. V. gli articoli particolari di quei Greci moderni nella biblioteca greca di Fabricio, Opera dotta ma suscettiva di miglior metodo e di molti miglioramenti. Fabricio parla d'Eustazio (t. I, p. 289-292, 306-329), di Pselli (Diatribe de Leon Allatius, ad calcem, t. 5), di Costantino Porfirogeneta (t. VI, p. 486-509), di Giovanni Stobeo (t. VIII, p. 665-728), di Suida (t. IX, p. 620-827), di Giovanni Tzetze (t. XII, p. 245-273). Il Signor Harris, nei suoi Philological Arrangements (Opus senile), ha dato un abbozzo di questa letteratura dei Greci di Bisanzio (p. 287-300).

670. Gerardo Vossio (De poetis graecis, c. 6) ed il le Clerc (Bibliothèque choisie, t. XIX, p. 285) fan cenno, dietro l'oscura testimonianza o le ciarle del volgo, d'un commentario di Michele Psello sulle ventiquattro commedie di Menandro, che sussistevano manoscritte in Costantinopoli. Questi lavori classici non paiono compatibili colla gravità d'un erudito paziente, che sveniva sulle categorie (De Psellis, p. 42), ed è probabile che siasi confuso Michele Psello con Omero Sellio, che avea scritto gli argomenti delle commedie di Menandro. Suida nel duodecimo secolo numerava cinquanta commedie di questo autore; ma trascrive spesso l'antico Scoliasta d'Aristotile.

671. Anna Comnena ha potuto insuperbirsi della purezza del suo grecizzare (το Ελληνιζειν ες ακρον εοπουδακυια, studiosissima a cogliere il fiore della lingua greca), e Zonara, contemporaneo ma non adulatore di lei, ha potuto aggiungere con verità γλωτταν ειχεν ακθιβως Αττικιζουσαν, possedette la lingua assolutamente attica. La principessa conoscea bene i Dialoghi dottissimi di Platone, il τετρακτυς o il quadrivio dell'astrologia, la geometria, l'aritmetica e la musica. V. la sua prefazione dell'Alessiade colle note del Ducange.

672. Il Ducange, per criticare il gusto degli autori bisantini (Praef. Gloss. graec., p. 17), accumula le autorità d'Aulio Gellio, di Girolamo Petronio, di Giorgio Amartolo, e di Longino, che davano ad un'ora il precetto e l'esempio.

673. I versus politici, quei prostituti, che, come dice Leone Allazio, per la loro facilità si danno in braccio a tutti, aveano per lo più quindici sillabe; furono usati da Costantino Manasse, da Giovanni Tzetze ec. (V. il Ducange, Gloss. latin., t. III, part. I, p. 345, 346, ediz. di Basilea, 1762).

674. S. Bernardo è l'ultimo Padre della chiesa Latina, e San Giovanni Damasceno, che fiorì nell'ottavo secolo, è venerato come l'ultimo della chiesa Greca.

675. Essais di Hume, vol. I, p. 125.