NOTE:

1. Il Mosheim narra la storia dello scisma de' Greci incominciando dal nono secolo e venendo sino al decimo ottavo, con erudizione, chiarezza ed imparzialità. V. intorno al filioque (Inst., Hist. eccl., p. 277), Leone III (pag. 303), Fozio (p. 307, 308), Michele Cerulario (p. 370, 371).

2. È vero, che i primi sei o sette Concilj generali sono stati adunati in Asia minore, o a Costantinopoli nell'Impero greco, e che la massima parte de' Vescovi erano Greci, ovvero delle province d'Asia, e d'Egitto, ma v'erano anche alcuni Vescovi Latini, cioè Occidentali, ad il Pontefice romano vi fu rappresentato da' suoi due procuratori. (Nota di N. N.)

3. Se Fozio Patriarca di Costantinopoli e della Chiesa Orientale, così diceva della Chiesa Occidentale, è altresì vero, che questa riteneva le stesse interpretazioni, e decisioni de' primi sei o sette Concilj generali intorno la Divinità, la persona, la natura, la volontà di Gesù Cristo, tenuta pura dalla Chiesa Orientale. I Greci, ed in generale i Cristiani Orientali, furono i primi ad avere erronee opinioni cioè eresie; ma oltre a' Priscillianisti, che sorsero in Ispagna intorno al principio del quarto secolo, si manifestarono anche nella Chiesa Occidentale, nel decimo secolo, altri errori, che sebbene repressi dalla forza dei Cattolici ricomparvero, e crebbero grandemente per opera de' Protestanti, che li ridussero a sistema, e ad insegnamento metodico, e ne persuasero, malgrado le persecuzioni de' Cattolici, prestamente intere nazioni d'Europa, siccome sappiamo. (Nota di N. N.)

4. Ανδρες δυσσεβεις και αποτροποι, ανδρεε επ σκοτους, αναδυντες, της γαρ ’Εσπεριου μοιρας ύπηρχον γεννηματα, uomini empj ed abbominevoli, uomini emersi dalle tenebre, poichè sono razza delle regioni esperie, (Fozio Epistola, p. 47, edizione di Montacut). Il patriarca d'Oriente continua ad adoperare le immagini del tuono, de' tremuoti, della grandine, precursori dell'Anticristo ec.

5. Vedi la Nota di N. N. alla fine del presente Capitolo.

6. Il Gesuita Petavio discute sul soggetto misterioso della processione del Santo Spirito e sul significato che esso presenta alla Storia, alla Teologia, alla controversia (Dogmata theologica, tom. II, lib. VII, p. 362-440).

7. Rifletta il lettore a ciò che diciamo nella nota posta alla fine del Capitolo. È vero poi che la Chiesa Greca Orientale non volle mai aggiungere, siccome fece l'occidentale Latina, la parola filioque, ritenendo, che lo Spirito Santo proceda da Dio Padre soltanto, e non anche dal figlio, siccome noi crediamo. (Nota di N. N.)

8. Leone III pose sulla cattedra di s. Pietro due scudi di fino argento pesanti ciascuno novantaquattro libbre e mezzo, su i quali inscrisse il testo dei due Simboli (utroque symbolo) pro amore et cautela orthodoxae fidei (Anastas., in Leon. III, nel Muratori, t. III, part. I, p. 208). Il linguaggio[*] tenuto da esso prova evidentemente che nè il filioque, nè il Simbolo di Atanasio, erano riconosciuti a Roma verso l'anno 830.

* È certo, che il Simbolo, ossia professione di Fede d'Atanasio, era riconosciuto a Roma, ed approvato, perchè egli già comprende gli stessi sentimenti, più sviluppati, che sono nel Credo ec. del Concilio di Nicea, dei quali il Papa Silvestro, ch'ebbe i suoi procuratori a quel Concilio, ed i di lui successori, furono sempre sostenitori contro gli Ariani, e contro i Semiariani. Sappiamo per altro da tutti gli Storici ecclesiastici, che alcuni anni dopo, il Papa legittimo Liberio, stanco dell'esilio e dolente della perdita della luminosa Sede Romana, cui l'aveva condannato l'Imperatore Costanzo figlio di Costantino, sostenitore degli Ariani contro gli Atanasiani, ossia Cattolici, sottoscrisse una formula di Fede Ariana, contraria a quella del Concilio di Nicea, non ammettendo il consubstantialem, scritto nel Credimus ec., di Nicea, e che il frutto ne fu il ricuperare il ricchissimo, e potente Vescovato di Roma: ma sappiamo altresì, che poscia fu egli dolente del suo fallo nella materia dogmatica, e ritornò a credere la divinità di Gesù Cristo, ammettendo la parola consubstantialem; siccome era stata dichiarata dal Concilio di Nicea nel Credimus ec. coll'espressione Jesum Christum Filium ejus consubstantialem Patri. Il fumoso Osio Vescovo di Cordova presidente del Concilio di Nicea, principale sostenitore della divinità di Gesù Cristo, e dell'espressione, consubstantialem Patri che la significava, e confidente di Costantino che fu con pompa imperiale, e con soldatesche al Concilio stesso, sottoscrisse pure la formula Ariana, negante la divinità di Cristo, sotto lo stesso Imperatore Costanzo, per evitare l'esilio, e per conservare l'immense ricchezze procacciatesi col favore dell'antecessore Imperator Costantino. Liberio cedette alle insinuazioni, e agli argomenti di due Vescovi Ariani, Arsacio e Valente: abbiamo già le lettere e le risposte. Vedi Lebbe, Collectio Conciliorum. (Nota di N. N.).

9. I Missi di Carlomagno sollecitarono vivamente il Pontefice, affinchè chiarisse dannati senza remissione tutti coloro che rifiutavano il filioque, o almeno la sua dottrina. Tutti, rispose il Papa, non hanno la capacità di raggiugnere colla mente altiora mysteria; qui potuerit et non voluerit, salvus esse non potest (Collect., Concil. t. IX, pag. 277-286). Il potuerit lasciava grandi aiuti alla salute delle anime.

10. Non può dirsi che Leone III, che viveva nel principio del secolo nono, volesse precisamente cancellare il filioque ammesso dai Concilj provinciali di Spagna, e da Leone I Vescovo di Roma; egli solamente non voleva, che si aggiugnesse il filioque al Credimus ec. di Costantinopoli, e che si cantasse nelle chiese. In conclusione, comunque egli abbia creduto la procedenza dello Spirito Santo dal Padre ed anche dal figlio, fu ammessa, creduta dalla Chiesa, Latina, ed integrata al popolo, fino dal quinto secolo, ed il Concilio generale di Lione l'anno 1274 finalmente aggiunse il filioque al Credimus ec., del Concilio generale di Costantinopoli, e perciò ogni buon credente della Chiesa Latina, crede anche nella ultima aggiunta del filioque. (Nota di N. N.)

11. La disciplina ecclesiastica può dirsi oggidì ben rilassata in Francia, confrontandola colla rigorosissima severità di alcuni regolamenti. Già il latte, il burro, il formaggio son divenuti nudrimento ordinario della Quaresima, e in questo tempo è permesso l'uso delle uova mediante un concedimento annuale, che tien vece di un'indulgenza perpetua (Vie privée des Français, t. II, p. 27, 38).

12. I documenti originali dello scisma, e le accuse mosse dai Greci contra i Latini trovansi nelle Lettere di Fozio (Epist. Encyclica, II, pag. 47-61) e di Michele Cerulario (Canisii antiq. Lectiones, t. III, part. I, pag. 281-324, ediz. Basnage colla prolissa risposta del Cardinale Umberto).

13. L'opera i Concilj (ediz. di Venezia) contiene tutti gli atti de' Sinodi e la storia di Fozio. I compendj del Dupin e del Fleury lasciano leggermente conoscere, ove stesse la ragione, ove il torto.

14. Il Sinodo tenutosi a Costantinopoli nell'anno 869, ottavo fra i Concilj generali, è l'ultima Assemblea dell'Oriente che dalla Chiesa romana siasi riconosciuta. Questa non ammette i Sinodi di Costantinopoli degli anni 867 e 879 non men copiosi e romorosi degli altri, ma che si mostrarono favorevoli a Fozio.

15. V. questo anatema nell'opera I Concilj (tom. XI, p. 1457-1460).

16. Lo scisma s'accrebbe non solamente per le ardite intraprese dei Papi, ma anche per quelle de' Patriarchi Greci; la passione irritava, e trasportava tanto una parte, che l'altra. (Nota di N. N.)

17. Anna Comnena (Alexiad., l. I, p. 31-33) dipinge l'orrore che concetto aveano, non solamente la Chiesa greca, ma anche la Corte, contro Gregorio VII, i Papi, e la Comunione Romana. Più veemente ancor lo stile di Cinnamo o di Niceta dimostrasi. Ciò nullameno quanto comparisse mansueta e moderata a petto di quella de' Teologi, la voce degli Storici!

18. Lo Storico anonimo di Barbarossa (De expedit. Asiat. Fred. I, in Canisii Lection. antiq. t. III. part. II, p. 511, ediz. di Basnage) cita i Sermoni del Patriarca greco: Quomodo Graecis injunxerat in remissionem peccatorum Peregrinos occidere et delere de terra. Taginone osserva (in Scriptores Freher, t. I, pag. 409, ediz. di Struv.) Graeci haereticos nos appellant: clerici et monachi dictis et factis persequuntur. Noi possiamo aggiugnere la dichiarazione dell'Imperatore Baldovino quindici anni dopo: Haec est (gens) quae Latinos omnes non hominum nomine, sed canum dignabatur, quorum sanguinem effundere pene inter merita reputabant. (Gesta Innocent. III. cap. 92, in Muratori, Script. rerum Italicar. t. III: part. I, p. 536). Può esservi in tutto ciò qualche esagerazione; ma non quindi contribuì con minore efficacia alla azione e alla reazione dell'odio che era reale.

19. V. Anna Comnena (Alex. l. VI, pag. 161-162) e un passo singolare di Niceta sopra Manuele, l. V, cap. IX, che intorno ai Veneziani osserva che κατα σμηνη και φρατριας την Κωνσταντινου πολιν της οικειας ηλλαξαντο ec., a sciami e per famiglie abbandonarono la patria per Costantinopoli.

20. Ducange, Fam. Byzant. p. 186, 187.

21. Nicetas, in Manuele l. VII, cap. 2, Regnante enim (Manuele) .... apud eum tantum Latinus populus repererat gratiam, ut neglectis Graeculis suis tanquam viris mollibus, effoeminatis.... solis Latinis grandia committeret negotia..... erga eos profusa liberalitate abundabat..... ex omni orbe ad eum tanquam ad benefactorem nobiles et ignobiles concurrebant (Guglielmo di Tiro XXII, c. 10).

22. Ben si sarebbero confermati ne' loro sospetti i Greci, se avessero vedute le lettere politiche che Manuele scriveva al papa Alessandro III, nemico del suo nemico Federico I, manifestandogli desiderio di unire i Greci e i Latini in un sol gregge sotto i pastori medesimi (V. Fleury, Hist. ecclés. t. XV, p. 187, 213-243).

23. V. le relazioni de' Greci e de' Latini in Niceta (Alessio Comneno c. 10) e in Guglielmo di Tiro (l. XXII; c. 10, 11, 12, 13); moderata e concisa la prima, verbosa, veemente e tragica la seconda.

24. Il senatore Niceta ha composta in tre libri la storia del regno d'Isacco l'Angelo, p. 228-290, e pensando che ei fu Logoteto ossia primo Segretario e Giudice del Velo, o del palagio, grande imparzialità non ci possiamo aspettare da lui. Gli è però vero che sol dopo la caduta e la morte del suo benefattore, questa storia avea scritta.

25. V. Boadino (Vit. Saladin, pag. 129-131-226, traduzione dello Sculthens). L'ambasciadore d'Isacco parlava indifferentemente il francese, il greco e l'arabo, cosa che in quel secolo può riguardarsi come un fenomeno. Il messaggio del Greco trovò alla Corte del Sultano accoglienza onorevole, ma il molto scandalo che produsse nell'Occidente ne fu il solo effetto.

26. Ducange, Fam. Dalmat. p. 318, 319, 320. La corrispondenza tra il Pontefice romano e il Re de' Bulgari, leggesi nell'Opera Gesta Innocentii III, c. 66-82, p. 513-525.

27. Il Papa riconobbe questa origine italiana di Giovannizio. A nobili urbis Romae prosapia genitores tui originem traxerunt. Il d'Anville (Etats de l'Europe, p. 258-262) spiega questa tradizione, e la grande somiglianza che si ravvisa fra la lingua latina e l'idioma de' Valacchi. Il torrente delle migrazioni avea trasportate dalle rive del Danubio a quelle del Volga le colonie poste da Traiano nella Dacia; e una seconda ondata dal Volga al Danubio, giusta il d'Anville, le avea ricondotte. La cosa è possibile, ma si toglie molto dall'ordinario.

28. Questa parabola non disdice, per vero dire, allo stil di un Selvaggio; ma piaciuto sarebbemi che il Valacco non vi avesse frammessi il nome classico de' Misj, le esperienze della calamita, e la citazione di un antico poeta comico (Niceta, in Alex. Com. l. 1, p. 299-300).

29. I Latini aggravano l'ingratitudine di Alessio supponendo che Isacco lo avesse liberato dalla schiavitù in cui lo tenevano i Turchi. So che questo patetico racconto è stato spacciato a Venezia ed a Zara, e non ne trovo orma in alcuno degli Storici greci.

30. V. il regno d'Alessio l'Angelo o Comneno ne' tre libri di Niceta, p. 291-352.

31. V. Fleury, Hist. eccles. t. XVI, p. 26 ec., e Villehardouin n. 1, colle osservazioni del Ducange, non mai disgiunte dal testo originale di cui mi valgo.

32. La vita contemporanea del Papa Innocenzo III, pubblicata dal Ballazio e dal Muratori, (Script. rer. Ital. t. III, part. I, p. 486-568) è preziosa per l'importanza delle istruzioni inserite nel testo: ivi si può leggere ancora la Bolla della Crociata, c. 84-85.

33. Porce cil pardon fut issi gran, se s'en esmeurent mult li cuers des genz, et mult s'en croisièrent, porce que li pardons ere si gran. Villehardouin n. 1. I nostri filosofi possono sottilizzare a lor grado sulle cagioni delle crociate, ma tali erano i veraci sentimenti di un cavaliere francese.

34. Questo numero di feudi, mille e ottocento de' quali, doveano ligio omaggio, trovavasi registrato nella Chiesa di S. Stefano di Troyes, e venne attestato nel 1213 dal maresciallo della Sciampagna (Ducange, Observ. p. 254).

35. Campania.... militiae privilegio singularis excellit.... in tyrociniis... prolusione armorum, etc. (Ducange, p. 249), tratto dall'antica Cronaca di Gerusalemme A. D. 1177-1199.

36. Il nome di Villehardouin trae la sua origine da un villaggio o castello della diocesi di Troyes fra Bar e Arcy. Nobile ed antica era questa famiglia; il cui ramo primogenito durò sino al 1400: il ramo secondogenito divenuto possessore del principato d'Acaia, andò a terminarsi nella Casa di Savoia (Ducange, p. 235-245).

37. Il padre di questo Goffredo e i suoi discendenti possedettero tale carica; ma il Ducange non ha seguito il corso delle cose colla sua diligenza ordinaria. Trovo che nel 1356 la stessa carica passò nella Casa di Conflans. Questi marescialli di provincia sono, è lungo tempo, ecclissati dai marescialli di Francia.

38. Questo idioma del quale presenterò alcuni saggi, è stato spiegato dal Vigenere e dal Ducange in una Versione e in un Glossario. Il presidente Brosses (Mechanisme des langues, t. II, p. 83) lo vuole un modello di una lingua che ha perduta l'essenza di lingua francese, e che i soli grammatici possono intendere.

39. L'età in cui visse e l'espressione, moi qui ceste oeuvre dicta (n. 62, ec.) possono far nascere un sospetto, più fondato di quello del Wood intorno ad Omero, che il predetto maresciallo non sapesse nè leggere, nè scrivere. Nondimeno la Sciampagna può gloriarsi di avere prodotti i due primi Storici, i nobili padri della prosa francese, Villehardouin e Joinville.

40. La Crociata, i regni del Conte di Fiandra, di Baldovino e di Enrico suo fratello, formano il particolare argomento di una storia composta dal Doutremens, gesuita (Constantinopolis belgica, Tournai, 1638, in 4); Opera che io conosco solamente da quanto ne ha detto il Ducange.

41. T. VI di questa storia.

42. Il Pagi (Critica, t. III, A. D. 810, n. 4 ec.) tratta sulla fondazione e l'independenza di Venezia e sull'invasione di Pipino (V. la diss. del Beretti, Cron. It. medii aevi, in Muratori, Script. t. X, p. 153). I due critici mostrano qualche parzialità. Il Francese contro la Repubblica, l'Italiano in favore di essa.

43. Allorchè il figlio di Carlomagno armò i suoi diritti dì sovranità, i fedeli Veneziani gli risposero: οτι ημεις διπλος θελσμεν ειναι του Ρομαιων βασιλεως, perchè noi vogliamo essere secondi sudditi del Re dei Romani (Costantino Porfirogeneta, De admin. imper. part. II, c. 28, p. 85); tradizione del nono secolo che rende ragione de' fatti del decimo, confermati dall'ambasceria di Liutprando di Cremona. Il tributo annuale che l'Imperatore permise si pagasse al Re d'Italia dai Veneziani, raddoppia la servitù di questi sotto aspetto di alleggerirla; ma l'odioso διουλοι vuol essere tradotto come nel chirografo dell'anno 827 (Laugier, Hist. de Venise, t. I, p. 67 ec.) co' più miti vocaboli subditi o fideles.

44. V. la venticinquesima e trentesima dissertazione delle Antichità del Medio Evo del Muratori. La Storia del commercio composta da Anderson non fa incominciare il traffico de' Veneziani coll'Inghilterra che nell'anno 1323. L'Abate Dubos (Hist. da la ligue de Cambrai, t. II, p. 443-480) offre una allettevole descrizione del fiorente stato del loro commercio e delle loro ricchezze nel principio del secolo XV.

45. I Veneziani tardarono assai nel pubblicare e scrivere la loro storia. I più antichi loro monumenti sono: I. l'arida Cronaca composta, come sembra, da Giovanni Sagornino (Venezia 1765 in 8), ove si dimostrano lo stato e i costumi di Venezia nell'anno 1028; II. la storia più voluminosa del Doge Andrea Dandolo 1342-1354, pubblicata per la prima volta nel duodecimo tomo del Muratori, A. D. 1728. La Storia di Venezia scritta dall'Abate Laugier (Parigi 1728) è un'Opera non priva di merito, e della quale io mi sono principalmente giovato per la parte che alla costituzione della Repubblica si riferisce.

46. Enrico Dandolo compiea gli ottantaquattro anni quando fu eletto Doge, A. D. 1192, e ne avea novantasette all'atto della sua morte, A. D. 1205. V. le osservazioni del Ducange sopra Villehardouin, n. 204. Ma gli storici originali non mettono attenzione a questa straordinaria lunghezza di vita. È questo, cred'io, il primo esempio d'un eroe pervenuto quasi ai cento anni. Teofrasto potrebbe somministrar l'esempio di uno scrittore quasi nonagenario: ma invece di εννενκοντα novanta (Prooem. ad Character.) sarei piuttosto inclinato a leggere επδομεκοντα settanta come hanno pensato l'ultimo editore di Teofrasto, il Fischer, ed anche il Casaubono. Egli è quasi impossibile che in tanto avanzata età il corpo e l'immaginazione conservino il loro vigore.

47. I moderni Veneziani (Laugier, t. II, p. 219) accusano della cecità del Dandolo l'Imperator Manuele, calunnia confutata dal Villehardouin e dagli antichi storici, secondo i quali il veneto Doge per conseguenza d'una ferita, perdè la vista (n. 34 e Ducange).

48. V. il Trattato originale nella Cronaca di Andrea Dandolo p. 323-326.

49. Leggendo il Villehardouin non possiamo far di meno di osservare che questo Maresciallo e i cavalieri suoi confratelli piangevano molto spesso. «Sachiez que la ot mainte lerme plorée de pitié (n. 17): mult plorant (ibid.); mainte lerme plorée (n. 34) si orent mult pitié et plorérent mult durement (n. 60); i ot maint lerme plorée de pitié (n. 202)». In somma piangevano in tutte le occasioni, ora per afflizione, ora per gioia, e se non altro per divozione.

50. Questo Marchese di Monferrato, segnalato erasi per una vittoria contro gli Astigiani (A. D. 1191), per una crociata in Palestina, per una legazione pontificia presso gli alemanni principi sostenuta (Muratori, Annali d'Italia, t. X, p. 163-202).

51. V. la Crociata degli Alemanni nella Historia C. P. di Gunther (Can. Antiq. lect. t. IV, p. V-VIII) che celebra il pellegrinaggio di Martino, uno fra i predicatori rivali di Folco di Neuilly. Apparteneva all'Ordine di Citeaux, e il suo monastero era situato nella diocesi di Basilea.

52. Indera, oggidì Zara, colonia romana che riconosce Augusto per suo fondatore, ai dì nostri ha un circuito di due miglia, e contiene fra i cinque e i seimila abitanti; ottimamente fortificata, un ponte la congiunge alla terra ferma (V. i viaggi di Spon e di Wheeler, viaggi di Dalmazia, di Grecia, ec. t. I, p. 64-70; viaggio in Grecia p. 8-14). L'ultimo di questi viaggiatori, confondendo Sestertia e Sestertii, valuta dodici lire sterline un arco di trionfo decorato di colonne e di statue. Se a que' giorni non v'erano alberi nei dintorni di Zara, convien dire che quegli abitanti non avessero ancora pensato a piantare i ciliegi, dai quali oggidì si ritrae il famoso maraschino di Zara.

53. Il Katona (Hist. crit. reg. Hungar. Stirpis Arpad. t. IV, p. 536-558) unisce fatti e testimonianze, oltre ogni dire, sfavorevoli ai conquistatori di Zara.

54. V. tutta la transazione e i sentimenti del Papa nelle Epistole di Innocenzo III, Gesta, c. 86, 87, 88.

55. Un leggitore moderno farà le maraviglie nel veder dato il nome di valletto di Costantinopoli al giovine Alessio. Questo titolo degli eredi del trono corrispondeva all'Infante degli Spagnuoli, al nobilissimus puer de' Romani. I paggi o valletti de' Cavalieri non erano men nobili de' loro padroni (Villehar. e Duc. n. 36).

56. Il Villehardouin (n. 38) chiama l'Imperatore Isacco Sarsach forse dalla voce francese Sire, o dalla greca Κυρ, κυριος, Sire, Signore, formata colla terminazione del nome proprio: le denominazioni corrotte di Tursac e di Conserac che troveremo in appresso, ne forniranno un'idea della libertà che in ordine a ciò si prendeano le antiche dinastie della Sorìa e dell'Egitto.

57. Ranieri e Corrado: l'uno sposò Maria, figlia dell'Imperatore Manuele Comneno, l'altro Teodora Angela sorella degli Imperatori Isacco ed Alessio. Corrado abbandonò la Corte di Bisanzo e la moglie per accorrere in difesa di Tiro minacciata da Saladino (Ducange, Fam. Byzant., p. 187-203).

58. Niceta in Alex. Comn., (l. III, c. IX), accusa il Doge e i Veneziani, come autori della guerra mossa a Costantinopoli, e riguarda come κυμα υπερ κυματι, procella sopra procella, l'arrivo e le ignominiose offerte del Principe esigliato.

59. Il Villehardouin e il Gunther spiegano i sentimenti dell'una e dell'altra fazione. L'Abate Martino, che abbandonando l'esercito a Zara si trasferì in Palestina, venne inviato come ambasciatore a Costantinopoli, trovatosi a proprio dispetto spettatore del secondo assedio.

60. La nascita e le dignità che si univano in Andrea Dandolo gli somministravano e modi e motivi di cercare negli archivj di Venezia la storia del suo illustre antenato. Il laconismo ch'ei serba ne' proprj racconti rende alquanto sospette le moderne e verbose relazioni di Sanuto (Muratori script. rer. it. t. XXII), del Sabellico e del Ramnusio.

61. V. Villehardouin, n. 62. In cotest'uomo, originali appaiono i sentimenti quanto il modo di esprimerli. Proclive alle lagrime, non quindi meno allegrasi della gloria e del pericolo delle pugne con tale entusiasmo, che ad uno scrittore sedentario non può appartenere.

62. In questo viaggio, quasi tutti i nomi geografici trovansi svisati dai Latini: il nome moderno di Calcide, e di tutta l'Eubea deriva dall'Euripus d'onde Evripo, Negripo, Negroponte, che alle nostre carte geografiche fanno disdoro. (D'Anville, Geogr. anc. t. I, p. 263).

63. Et Sachiez que il ne ot si hardi cui le cuer ne fremist (c. 67) ... Chascuns regardoit ses armes... que par tems en arunt mestier (c. 68). Tale è l'ingenuità caratteristica del vero coraggio.

64. «Eandem urbem plus in solis navibus piscatorum abundare, quam illos in toto navigio. Habebat enim mille et sexcentas piscatorias naves.... Bellicas autem sive mercatorias habebat infinitae multitudinis et portum tutissimum». Gunther, Hist C. P., c. 8, p. 10.

65. Καθαπερ ιεερω, ειπειν δε και θεοψυτευτων παραδεισων εφειδοντο τουτωνι, come ad un sacro bosco parlavano, e risparmiavanlo quasi un giardino piantato da Dio. Niceta, in Alex. Comn., l. III, c. 9, p. 348.

66. Seguendo la traduzione del Vigenere, mi valgo del sonoro vocabolo di palandra, usato credo tuttavia lungo il littorale del mediterraneo. Se però scrivessi in Francese, adoprerei la parola originaria ed espressiva di vessiery o huissiers, tolta da huis, voce vieta che significava una porta atta a sbassarsi a guisa de' ponti levatoi, ma che per gli usi di mare collo stesso meccanismo si alzava nella parte interna del navilio. (Ducange, Villehardouin, n. 14, e Joinville, p. 27-28, ediz. del Louvre).

67. Per evitare l'espressione vaga di seguito o seguaci ec., ho adoperata, seguendo il Villehardouin la voce sergente, per indicare tutti gli uomini a cavallo che non erano cavalieri. Vi erano sergenti d'armi e sergenti di toga. Assistendo alla parata e alle adunate di Westminster può vedersi la bizzarra conseguenza di una tal distinzione (Ducange, Gloss. lat. Servientes etc. t. VI, p. 226-231).

68. È inutile l'annotare che intorno a Galata, alla catena del porto ec., il racconto del Ducange è compiuto e minutamente esatto. V. anche i capitoli particolari dell'opera C. P. Christiana dello stesso autore. L'ignoranza o la vanità degli abitanti di Galata era sì grande, che appropiavano a sè medesimi l'Epistola di S. Paolo ai Galati.

69. La galea che ruppe la catena chiamavasi l'Aquila (Dandolo, Chron., p. 322), che il Biondi (de Gestis Venet.) ha trasformata in Aquilo, vento boreale. Il Ducange (n. 83) ammette la seconda sposizione; ma egli non conosceva il testo autentico del Dandolo, e trascurò inoltre di esaminare la topografia del porto. Avrebbe veduto allora che il vento di scilocco era infinitamente più favorevole del vento di tramontana a questa spedizione dei Crociati.

70. Quatre cent mille hommes ou plus (Villehardouin, n. 134) vuole intendersi d'uomini in istato di portar l'armi. Il Le Beau (Hist. du Bas-Empire, t. XX, p. 417), concede a Costantinopoli un milione d'abitanti, sessantamila uomini di cavalleria e una moltitudine innumerabile di soldati. Nel suo stato d'invilimento la capitale dell'Impero ottomano contiene oggidì quattrocentomila abitanti. (Voyages de Bell, vol. II, p. 401-402). Ma non tenendo i Turchi alcun registro nè de' morti, nè delle nascite, ed essendo intorno a ciò sospette tutte le relazioni che abbiamo, egli è impossibile il verificare la vera loro popolazione (Niebuhr, Voyag. en Arab., t. I, p. 18, 19).

71. Regolandomi colle piante più esatte di Costantinopoli, non posso ammettere un'estensione maggiore di quattromila passi; nondimeno il Villehardouin (n. 86) la fa di tre leghe. Se i suoi occhi non lo hanno ingannato, è duopo credere che ei contasse a leghe degli antichi Galli, di mille cinquecento passi l'una, colle quali forse anche oggidì si regolano le misure de' terreni nella Sciampagna.

72. Il Villehardouin (n. 89-95) indica le guardie imperiali o i Varangi coi nomi di Anglais et Danois avec leurs haches. Qualunque si fosse la loro origine, un pellegrino francese non potea fare sbaglio sulla qualità delle nazioni che formavano questa guardia.

73. Intorno al primo assedio e alla conquista di Costantinopoli giova consultare la lettera originale de' Crociati ad Innocenzo III, Villehardouin (n. 75-99), Niceta (in Alex. Com. l. III c. X, p. 349-352), Dandolo (Chron., p. 322). Gunther e l'Abate Martino non erano anche tornati dal lor primo pellegrinaggio a Gerusalemme o a S. Giovanni d'Acri, ove ostinatamente fermaronsi, benchè la maggior parte de' loro compagni vi fosse morta di peste.

74. Il Villehardouin colla sua grossolana eloquenza, n. 66-100, ne fa comprendere, quale impressione provassero i Crociati al vedere Costantinopoli e i suoi dintorni: cette ville, dic'egli, que de toutes les autres ere Souveraine. V. i tratti di questa descrizione in Foulcher di Chartres (Hist. Hieros., t. I, c. 4), e in Guglielmo di Tiro (II, 5, XX, 26).

75. Giocando ai dadi, i Latini gli tolsero il suo diadema, mettendogli in capo un berrettone di lana o di pelo. Το μεγαλοπρεπες κς παγκλειστον κατερρυπινεν ονομα, infamavano un nome dignitoso e gloriosissimo (Nicetas, p. 358). Se un tale scherzo gli fu fatto dai Veneziani, vi si vedeva la conseguenza dell'audacia naturale ai repubblicani e ai trafficanti.

76. V. Villehardouin, n. 181; Dandolo, p. 322. Il Doge afferma che i Veneziani furono pagati più lentamente de' Francesi, osservando però che la storia delle due nazioni in ordine a ciò non si trova d'accordo. Aveva egli letti gli scritti del Villehardouin? I Greci si lamentarono quod totius Graeciae opes transtulisset (Gunther, Hist., C. P. c. 13). V. le querimonie e le invettive di Niceta (p. 355).

77. Il regno di Alessio Comneno occupa tre interi libri di Niceta, che impiega solo cinque capitoli a narrare la corta restaurazione d'Isacco e del giovine Alessio (p. 352-362).

78. Mentre Niceta rimprovera ad Alessio l'empia lega che questi avea co' Latini contratta, insulta con termini ingiuriosi la religione del romano Pontefice, μειζον και ατοσοπτόν.... παρεκτροπμν σιρτεως.... των του παπα προνομιων καινιεμον.... γεταθεειο τε και μεταποιμεν των πσλαιων φωμαιοις εθων, deviò grandemente e in modo indegno dalla fede.... la novità delle massime del Papa.... mandava ai Romani cangiate e trasfigurate le massime antiche, (p. 348). Così tutti i Greci si espressero fino al punto della compiuta sovversione di questo impero.

79. Niceta (pag. 355) non esita nell'accusare particolarmente i Fiaminghi (φλαμιονες) Flamiones; ma a torto riguarda siccome antico il lor nome. Il Villehardouin (n. 107) difende i Baroni, e ignora o mostra ignorare i nomi de' colpevoli.

80. Si paragonino le lamentele e i sospetti di Niceta (p. 359-362) colle accuse positive di Baldovino di Fiandra. (Gesta Innocentii III, cap. 92, p. 534) cum pathriarca et mole nobilium, nobis promissis perjurus et mendax.

81. Nicolao Canabo era questo fantasma. Niceta ne fa encomj; Murzuflo alla propria vendetta lo sagrificò p. 362.

82. Il Villehardouin (n. 116) parla di questo Murzuflo come di un favorito, e sembra ignorare che egli fosse principe del sangue imperiale, e pertenente alla casa di Duca. Il Ducange celebre nel razzolare ogni genere di erudizione, crede che questo Alessio fosse figlio d'Isacco Duca Sebastocrator, e cugino germano del giovine imperatore Alessio.

83. Niceta accerta il fatto di una tale negoziazione che sembra per altra parte molto probabile (p. 365): ma il Villehardouin e il Dandolo la riguardano come obbrobriosa, e non ne fanno parola.

84. Baldovino commemora questi due tentativi contro la flotta (Gesta, c. 92, p. 534-535): il Villehardouin (n. 113-115) non accenna che il primo. È cosa degna d'osservazione che nessuno di questi guerrieri si ferma a descrivere qualche particolare proprietà del fuoco greco.

85. Il Ducange (n. 119) ne inonda di un torrente di erudizione intorno al gonfalone imperiale. Ella è cosa singolare che questa bandiera della Madonna è parimente un trofeo e una reliquia che fanno vedere i Veneziani. Se essi possedono la vera, convien dire che il pietoso Dandolo abbia ingannati i monaci di Citeaux.

86. Il Villehardouin (n. 126) confessa che mult ere grant péril: e il Gunther (Hist. C. P. cap. 13) afferma che nulla spes victoriae arridere poterat. Però e il Cavaliere parla con disprezzo di coloro che pensavano alla ritirata, e il monaco loda que' suoi compatriotti che erano risoluti di morire coll'armi alla mano.

87. Baldovino e tutti gli Storici cristiani onorano il nome di quelle due galee coll'aggiunto felici auspicio.

88. Facendo allusione ad Omero, Niceta lo chiama εννεα οργυιας, alto nove orgie, ossia diciotto verghe inglesi, circa cinquanta piedi. Una tale statura difatti sarebbe stata una scusa molto legittima al terrore de' Greci. In questa occasione l'autore si mostra più dominato dalla passione di contar maraviglie che dall'interesse del suo paese, o dall'amore della storica verità. Baldovino sclama colla parole del Salmista, Persequitur unus ex nobis centum alienos.

89. Il Villehardouin (n. 130) ignora ancora gli autori di un tale incendio men condannevole del primo, e del quale secondo il Gunther è reo, quidam comes Theutonicus (cap. 14). Sembra che gl'incendiarj arrossiscano di confessarlo.

90. Intorno al secondo assedio, o alla conquista di Costantinopoli V. Villehardouin (n. 113-132), la seconda lettera di Baldovino ad Innocenzo III (Gesta, cap. 92, p. 534-537), e l'intero regno di Murzuflo in Niceta (p. 363-375). Possono ancora consultarsi alcuni passi del Dandolo (Chron. venet., p. 323-330) e Gunther, Hist. (C. P. cap. 14-18), i quali aggiungono ai loro racconti il maraviglioso delle visioni e delle profezie. Il primo di essi cita un oracolo della Sibilla Eritrea, che annunzia un grande armamento sull'Adriatico, condotto da un generale greco, spedito contro Bisanzo ec., maravigliosissima predizione, se non fosse posteriore all'avvenimento.

91. Ceciderunt tamen eo die civium quasi duo millia. Gunther (c. 18). L'aritmetica è una pietra di paragone per valutare le passioni e l'ampollosità delle figure rettoriche.

92. Quidam (dice Innocenzo III, Gesta, c. 94, p. 538) nec religioni, nec aetati, nec sexui pepercerunt, sed fornicationes, adulteria, et incestus in oculis omnium exercentes, non solum maritatas et viduas, sed et matronas et virgines deoque dicatas exposuerunt spurcitiis garcionum. Il Villehardouin non fa parola di questi fatti troppo soliti ad accadere nelle guerre.

93. Niceta salvò, indi sposò una nobile vergine, che un soldato, επι μαρτυτι πολλοις ονηδον επιβρωμωμενος, lascivamente smanioso in faccia a molti testimonj, quasi violò senza riguardo a εντολαι, ενταλματα ευ γεγονοτων, alle massime od ai precetti delle persone ben nate.

94. Intorno al valor generale di tutto lo spoglio il Gunther lo riguarda tale, ut de pauperibus et advenis cives ditissimi redderentur (Hist. C. P. c. 18); il Villehardouin (n. 132) osserva che dopo la creazione del mondo ne fu tant gaignié dans une ville, e Baldovino (Gesta, c. 92) ut tantum tota non videatur possidere Latinitas.

95. V. Villehardouin (n. 133-135). Evvi una variante nel testo, per cui può leggersi e cinquecentomila e quattrocentomila. I Veneziani aveano fatta la profferta di prendersi per sè tutto lo spoglio, indi sborsare quattrocento marchi a cadaun cavaliere, dugento a cadaun sergente, cento a cadaun soldato; contratto che non sarebbe stato vantaggioso per la Repubblica (Le Beau, Hist. du bas-Empire, l. XX, p. 506, non so poi su qual fondamento).

96. Nel Concilio di Lione (A. D. 1295) gli ambasciatori d'Inghilterra valutarono la rendita della Corona, inferiore a quella del clero straniero, che ascendeva a sessantamila marchi annuali (Mattia Paris, p. 451; Hume Storia d'Inghilterra, vol. II).

97. Niceta descrive in patetica guisa il saccheggio di Costantinopoli e le sciagure che personalmente il percossero (p. 367-369, e Status urbis C. P., p. 375-384). Innocenzo III, Gesta, c. 92 conferma perfino la realtà de' sacrilegj deplorati da Niceta: ma Villehardouin non lascia scorgere nè pietà, nè rimorsi.

98. Se ho ben inteso il testo greco di Niceta, le loro vivande predilette eran cosce di manzo a lesso, maiale salato condito coi ceci, zuppa con aglio ed erbe forti, o acide (p. 582).

99. Niceta si vale di espressioni durissime αγραμματοις βαρβαροις, και τελεον αναλφαβητοις Barbari illetterati, e totalmente ignari dell'abbicì. (Fragm. apud Fabricium, Bibl. Graec., t. VI, p. 414). Vero è che questo rimprovero si riferisce principalmente alla loro ignoranza della lingua greca e delle sublimi opere di Omero. I Latini del dodicesimo e tredicesimo secolo non mancavano di opere di letteratura nella propria lingua. V. le Ricerche filologiche di Harris, p. 3, c. IX, X, XI.

100. Niceta, nativo di Cona in Frigia (antico Colosso di S. Paolo) era pervenuto al grado di Senatore, di Giudice del Velo e di gran Logoteta. Dopo la rovina dell'Impero, di cui fu vittima e testimonio, si ritrasse a Nicea, ove compose una compiuta e accurata storia che procede dalla morte di Alessio Comneno insino al regno di Enrico.

101. Un manoscritto di Niceta (nella biblioteca Bodleana) contiene questo singolare frammento che riguarda lo stato di Costantinopoli, e che o ad arte, o per vergogna, o piuttosto per trascuratezza è stato ommesso nelle precedenti edizioni. Lo ha pubblicato il Fabrizio (Bibl. graec., t. VI, p. 405-416), e l'ingegnoso Harris di Salisbury non ha limiti nel lodarlo (Ricerche filologiche part. III, cap. V).

102. Per darne un'idea della statua di Ercole il sig. Harris ha citato un epigramma, e presentata la figura scolpita in una bella pietra; ma questa non offre l'atteggiamento di un Ercole, senza clava, col braccio e la gamba stesa siccome di questa statua vien detto.

103. Ho trascritte letteralmente le proporzioni indicate da Niceta, le quali mi sembrano oltre modo ridicole, e forse ne condurranno a giudicare che il preteso buon gusto di questo senatore ad ostentazione e vanità riducensi.

104. V. Niceta, ove parla d'Isacco l'Angelo e di Alessio (cap. 3, p. 339). L'Editore latino osserva con molta ragionevolezza che lo Storico greco coll'enfasi del suo stile suol fare ex pulice elephantem.

105. Niceta in due passi (edizione di Parigi, p. 360, Fabrizio p. 408) rampogna aspramente i Latini οιτου καλου ανεραστοι Βαρβαροι, Barbari nemici del bello, e indica in precisi termini quanto fossero avidi del bronzo. Non può però negarsi ai Veneziani il merito di avere trasportati quattro cavalli di bronzo da Costantinopoli alla piazza di S. Marco (Sanuto, Vite dei Dogi, Muratori, Script. rer. ital. t. XX, pag. 534).

106. Winkelmann, Storia dell'arti, t. III, p. 269-270.

107. V. nel Gunther (Hist. C. P. c. 19-23, 24) il pietoso furto dell'abate Martino, che trasportò un ricco fardello di questi tesori religiosi nel suo convento. Nondimeno il Santo non andò immune dalla scomunica, e forse dalla taccia di avere violato un giuramento.

108. Fleury, Hist. eccles. t. XVI, p. 139-145.

109. Conchiuderò questo capitolo con alcuni cenni sopra una Storia moderna che descrive colle sue particolarità la presa di Costantinopoli per opera dei Latini; ma venutami fra le mani alquanto tardi. Paolo Ramusio figlio del Compilatore de' Viaggi, ebbe dal Senato di Venezia la commissione di scrivere questa Storia: ma ricevè un tal ordine in gioventù e lo eseguì solamente anni dopo, pubblicando un'opera ingegnosamente scritta che ha per titolo, De bello Constantinopolitano et imperatoribus Comnenis per Gallos et Venetos restitutis (Venezia 1635 in folio). Il Ramusio o Ramnusio, trascrive e traduce, seguitur ad unguem, un manoscritto che ei possedeva del Villehardouin; ma ha inoltre arricchito il suo racconto di materiali greci e latini, e gli andiamo pur debitori della descrizione esatta della flotta, dei nomi di cinquanta nobili Veneziani che comandavano le galee della Repubblica, e per lui sappiamo le circostanze delle opposizioni che, spinto da amore di patria, mosse Pantaleone Barbi contro la scelta del Doge a Imperatore di Costantinopoli.

110. V. l'originale del Trattato di parteggiamento nella Cronaca di Andrea Dandolo, p. 328-330, e la elezione che ne conseguì, nel Villehardouin (n. 136-140), le Osservazioni del Ducange e il primo libro della Storia di Costantinopoli sotto l'impero de' Francesi.

111. Dopo aver parlato di un Elettore francese che avea dato il suo voto al Doge, Andrea Dandolo parente dello stesso Doge ne trova ragionevole l'esclusione. Quidam venetorum, fidelis et nobilis senex usus oratione satis probabili, etc., Orazione che gli scrittori moderni dal Biondi al Le Beau hanno accomodata ciascuno a lor fantasia.

112. Niceta, p. 384, vano e ignorante, quanto un Greco di que' tempi doveva esserlo, indica il Marchese di Monferrato come Capo di una potenza maritima λαμπαρδιαν δε οικεισθαι παραλιον, abitava (o governava) la Lombardia marittima. Forse lo ha indotto in errore il tema bisantino della Lombardia situata sulle coste della Calabria.

113. I Veneziani pretesero che il Morosini si obbligasse con giuramento a non ammettere nel capitolo di S. Sofia, cui spettava il diritto delle elezioni, altri individui fuor de' Veneziani, e di quelli inoltre che avessero abitato dieci anni in Venezia. Ma ingelosito il Clero della prerogativa che questi arrogavansi, il Papa non la confermò, onde fra sei patriarchi Latini che ebbe Costantinopoli, solamente il primo e l'ultimo furono Veneziani.

114. Niceta p. 383.

115. Le lettere d'Innocenzo III somministrano ricchi materiali alla Storia delle istituzioni civili ecclesiastiche dell'impero Latino di Costantinopoli. La più importante di tali lettere (delle quali Stefano Baluzio ha pubblicata la raccolta in due volumi in folio) trovasi nell'opera, Gesta script. rer. ital., Muratori, t. III, part. I, c. 94-105.

116. Nel Trattato di parteggiamento hanno alterati quasi tutti i nomi proprj. Non sarebbero difficili le correzioni, e una buona Carta corrispondente all'ultimo secolo dell'Impero di Bisanzo sarebbe di grande soccorso alla geografia; ma sfortunatamente d'Anville più non vive.

117. Il loro stile d'intitolarsi era Dominus quartae partis et dimidiae imperii romani, e così continuarono fino all'anno 1356, in cui Giovanni Dolfino fu eletto Doge (Sanut., p. 430-641). Quanto al governo di Costantinopoli, V. Ducange, Hist. C. P. 1-37.

118. Il Ducange (Hist. C. P. 11, 6) ha enumerate le conquiste fatte dalla Repubblica o dai Nobili veneziani, le isole di Candia, di Corfù, Cefalonia, Zante, Nasso, Paro, Melos, Andros, Micone, Siro, Ceos e Lemno.

119. Bonifazio vendè l'isola di Candia ai 12 agosto dell'anno 1204. V. la transazione in Sanuto p. 533; ma non so comprendere come quest'Isola fosse il patrimonio della madre di Bonifazio, o come questa madre esser potesse la figlia d'un Imperatore di nome Alessio.

120. Nel 1212, il Doge Pietro Zani inviò nell'isola di Candia una colonia tolta dai differenti rioni di Venezia: ma i nativi Candiotti, per la salvatichezza de' lor costumi, e per le frequenti ribellioni, poteano essere paragonati ai Corsi sotto il dominio de' Genovesi; e allorchè io metto in paragone i racconti del Belon, e quelli del Tournefort, non ravviso molte differenze tra la Candia de' Veneziani, e la Candia de' Turchi.

121. Il Villehardouin (n. 159, 160, 173-177) e Niceta (p. 387-394) raccontano la spedizione del Marchese Bonifazio in Grecia. Il secondo ha potuto essere informato di queste particolarità dal suo fratello Michele, arcivescovo di Atene, che ei ne dipinge siccome un eloquente oratore, un uomo di Stato abilissimo, e soprattutto siccome un santo. Dai manoscritti di Niceta, che trovansi nella biblioteca bodleana, avrebbero potuto ritrarsi l'elogio che egli fa di Atene, e la descrizione di Tempe (Fabricius, Bibl. graec., t. VI, p. 405), cose che sarebbero state degne delle indagini del sig. Harris.

122. Napoli di Romania, o Nauplia, l'antico porto di Argo è tuttavia una Fortezza assai rilevante; giace sopra una penisola circondata di scogli, e gode di un ottimo porto. V. i viaggi di Chandler nella Grecia, p. 227.

123. Ho mitigata l'espressione di Niceta che si studia di ampliare colle sue tinte la presunzione de' Franchi (V. de rebus post. C. P. expugnatam 375-384).

124. Questa città, bagnata dall'Ebro, distante sei miglia da Andrinopoli, a motivo del suo doppio muro ottenne da' Greci il nome di Didymoteicos, cambiato a poco a poco in quelli di Dimot o Demotica. Ho preferito il nome moderno di Demotica. Fu l'ultima città abitata da Carlo XII soggiornando in Turchia.

125. Il Villehardouin con tuono di franchezza e di libertà ne dà conto de' litigi di questi due Principi (n. 146-158). Lo Storico greco (p. 387) non defrauda di lodi il merito e la fama del Maresciallo μεγα παρα Λατινον δυναμενου στρατευμσσι, molto potente fra gli eserciti latini: in ciò dissimile da certi moderni eroi, le imprese de' quali, sol pe' loro comentarj son conosciute.

126. V. la morte di Murzuflo in Niceta (pag. 393), Villehardouin (n. 141-145-163) e Gunther (cap 20, 21). Nè il Maresciallo, nè il frate mostrano la menoma compassione sulla sorte di questo usurpatore o ribelle, benchè condannato ad un supplizio di un genere più nuovo ancora de' suoi delitti.

127. La colonna d'Arcadio, che ne' bassi rilievi raffigura la vittoria di lui, o quella del padre del medesimo Teodosio, vedesi tuttavia a Costantinopoli. Viene descritta, colle sue proporzioni, nelle opere del Gillio (Topograph. IV, 7), dal Banduri (l. I, antiquit. C. P. p. 507 ec.), e dal Tournefort (Viaggio in Levante t. II, lett. 12, p. 231).

128. La ridicola novella del Gunther intorno la columna fatidica non merita che le si porga attenzione. Ella è però straordinaria cosa, che cinquant'anni prima della conquista de' Latini, il poeta Tzetze (Chiliad., IX, 277) abbia raccontato il sogno di una matrona, la quale avea veduto un esercito nel Foro, e un uom seduto sulla cima della colonna che battea le mani una contro l'altra e metteva un forte grido.

129. Il Ducange (Fam. byzant.) ha esaminate, e con accuratezza descritte le dinastie di Nicea, di Trebisonda e d'Epiro, delle quali Niceta vide i primordj, senza però concepirne grandi speranze.

130. Eccetto alcuni fatti contenuti in Pachimero e Niceforo Gregoras, che noi citeremo in appresso, gli Storici bisantini, non si degnano far parola dell'impero di Trebisonda, o del principato de' Lazi. Nè manco i Latini ne parlano, se non se ne' romanzi de' secoli XIV, XV. Nondimeno l'instancabile Ducange ha scoperto a tale proposito (Fam. byzant. p. 192) due passi autentici negli scritti di Vincenzo di Beauvais (l. XXXI, c. 144) e del protonotario Ogier. (V. Wadding, A. D. 1279 n. 4).

131. Niceta fa un ritratto de' Francesi-Latini, ove scorgesi per ogni dove l'impronta dell'astio e del pregiudizio ουδεν των αλλων εθνων εις Αρεος εργα παρασυμβεβλησθαι ηνειχοντο αλλ’ουδε τις των χαριτων η των μουσων παρα τοις βαρβαροις τουτοις επεξενιζετο, και παρα τουτο οιμαι την φυσιν ησαν ανημεροι, και τον χολον ειχον του λογου προτρεχοντα. Non tolleravano che alcun'altra nazione concorresse con essi alle imprese marziali; ma niuna della Grazie o delle Muse aveva ospizio da quei Barbari, ed inoltre erano, io credo, crudeli per natura, e aveano una bile che preveniva il discorso.

132. Qui incomincio a valermi con fiducia e libertà degli otto libri della Hist. C. P. (sotto l'Impero de' Francesi) composti dal Ducange come supplimento alla storia del Villehardouin, i quali comunque scritti in barbaro stile, hanno tutto il merito che all'opere classiche e originali appartiene.

133. Nella risposta che Giovannizio fece al Pontefice, possono vedersi le rimostranze e le querele di questo principe (Gesta In. III, c. 108-109). I Romani amavano Giovannizio, e come il figliuol prodigo lo riguardavano.

134. I Comani erano un'orda di Tartari o Turcomanni che, nel duodecimo o nel tredicesimo secolo, accampavano sulle frontiere della Moldavia. Trovavansi fra essi un grande numero di Pagani ed alcuni Maomettani. Luigi, Re d'Ungheria, nel 1370, convertì l'intera tribù al Cristianesimo.

135. Niceta, sia per odio, sia per ignoranza, accagiona di questa rotta la viltà del Doge (p. 383); ma il Villehardouin chiama a parte della propria gloria il suo venerabile amico, qui viels home ère et gote ne vecit, mais mult ere sages et preus et vigueros (n. 193).

136. La Geografia esatta e il testo originale del Villehardouin (n. 194), mettono Rodosto lontano tre giornate (Trois journées) da Andrinopoli. Ma il Vigenere, nella sua versione, ha sostituito goffamente tre ore; abbaglio che il Ducange non ha corretto ed ha tratti in grossolani equivoci molti moderni, i nomi de' quali mi piace il tacere.

137. Il Villehardouin e Niceta (p. 386-416) raccontano il regno e la morte di Baldovino; il Ducange supplisce alle loro ommissioni nelle Osservazioni, e sul finire del suo primo libro.

138. Dopo avere allontanate tutte le circostanze sospette e improbabili possiamo trar prove pella morte di Baldovino, I. Dall'opinione de' Baroni che non ne dubitavano (Villehardouin n. 230). II. Dall'affermazione di Giovannizio o Calo-Giovanni che si scusa sul non avere posto in libertà l'imperatore, quia debitum carnis exsolverat cum carcere teneretur (Gesta Innocentii III, c. 109).

139. Vedasi come raccontino la storia di questo impostore gli scrittori francesi e fiamminghi, nel Ducange (Hist. C. P. III, 9), e le ridicole favole avutesi per vere dai monaci di S. Albano, in Mattia Paris (His. maj., p. 271-272).

140. Villehardouin (n. 257). Trista conclusione che a me pur duole il citare. Noi perdiamo ad un tempo l'originale della storia di Villehardouin, e i preziosi comentarj del Ducange. Le due lettere di Enrico al Papa Innocenzo III portano qualche schiarimento alle ultime pagine del nostro Autore (Gesta, c. 106, 107).

141. Il Maresciallo viveva ancora nel 1212; ma è probabile che ei sia morto poco dopo, nè mai tornato in Francia (Ducange, Osservazioni sopra Villehardouin p. 238). Il feudo di Messinopoli, conferitogli da Bonifazio, era l'antica Maximianopolis, fiorente fra le città della Tracia ai giorni di Amiano Marcellino (n. 141).

142. Il servigio della Chiesa di questo S. Avvocato di Tessalonica era fatto dai Canonici del santo Sepolcro. Essa era famosa per un olio santo che continuamente vi distillava e operava portenti (Ducange, Hist. de Const. II, 4).

143. Acropolita, c. 17, racconta la persecuzione del Legato, e la tolleranza usata da Enrico (come egli la chiama) κλυδωνα κατεστορεσε, sedò la procella.

144. V. il regno di Enrico in Ducange (Hist. di C. P. l. I, c. 35-41, l. XI, c. 1-12) che sapeva dalle lettere dei Papi trar grande profitto per la sua Storia. Le Beau (Hist. du Bas-Empire, t. 21, p. 120-122), ha trovate, forse nel Doutremens, alcune leggi di Enrico sul servigio de' feudi e sulle prerogative imperiali.

145. Acropolita (cap. 14) afferma che Pietro Courtenai morì di ferro (εργον μαχαιραε γενεσθαι) stravagante frase che corrisponde all'italiana, divenne fattura della spada; ma le oscure espressioni di questo scrittore danno a credere che prima di una tal morte ei fosse stato prigioniero, ως παντας αρδκν δεσματας ποιησαι συν πασι σαευεσι furon fatti tutti prigionieri con tutte le navi. La Cronaca di Auxerre, paese posto ne' dintorni di Courtenai, assegna per epoca a questa morte l'anno 1219.

146. V. quanto si riferisce al regno e alla morte di Pietro di Courtenai nel Ducange (Hist. di C. P. l. II, c. 22-28 ), che fa deboli sforzi per iscusare Onorio III circa l'indifferenza mostrata sull'infelice destino dell'Imperatore.

147. Marino Sanuto (Secreta fidelium crucis, l. II, part. IV, c. 18, p. 73) trova sì ammirabile questa scena d'orrore, che la trascrive in margine, siccome bonum exemplum. Nondimeno egli riconosce la donzella per moglie legittima di Roberto.

148. V. il regno di Roberto nel Ducange (Hist. di Costantinopoli l. III, c. 1-12).

149. Rex igitur Franciae, deliberatione habita respondit nuntiis, se daturum hominem Syriae partibus aptum; in armis probum (prode), in bellis securum, in agendis providum. Johannem comitem Brennensem (Sanut., Secret. fidel., l. III, part. XI, c. 4, p. 205, Mattia Paris, p. 159).

150. Il Giannone (Istoria civile, t. II, l. XVI, p. 380-385) parla lungamente intorno al maritaggio di Federico II colla figlia di Giovanni di Brienne, e la doppia unione delle corone di Napoli o di Gerusalemme.

151. V. Acropolita, c. 27. Lo storico, allor fanciullo, ebbe in Costantinopoli la sua educazione. Aveva undici anni, quando il padre del medesimo per sottrarsi al giogo dei Latini abbandonò ricchi possedimenti, riparando alla Corte di Nicea, ove il figlio di lui ai primi onori venne innalzato.

152. Filippo Mousches vescovo di Tournai (A. D. 1274-1282) ha composto una spezie di poema, in antico dialetto fiammingo, o piuttosto una cronaca in versi degl'Imperatori di Costantinopoli; e il Ducange in fine alla storia di Villehardouin, (V. p. 224), le imprese di Giovanni di Brienne.