Dopo avere raccontate le spedizioni de' Latini nella Palestina e a Costantinopoli, non mi è lecito abbandonare questo argomento, senza esaminare gli effetti prodotti dalle Crociate ne' paesi che furono teatro delle medesime, e sulle nazioni che ne furono i personaggi[176]. L'impressione fatta dai Franchi nei regni maomettani dell'Egitto e della Sorìa si dileguò col loro sparire, benchè la ricordanza di questi conquistatori vi fosse rimasta. I fedeli discepoli di Maometto non sentirono mai la profana brama di studiar le leggi o l'idioma degli idolatri[177]; nè gli affari che ebbero o per leghe, o per ostilità cogli stranieri dell'Occidente, alterarono, poco, o assai, la primitiva semplicità de' loro costumi. Alquanto meno inflessibili si mostrarono i Greci, che essendo vanagloriosi, ambiziosi credeansi; e negli sforzi che operarono per ricuperare l'Impero, altri ne fecero per pareggiare in valore, in disciplina, in saper militare, i loro avversarj. Aveano giusto motivo di disprezzare quella letteratura che allor possedeano le contrade dell'Occidente; pure lo spirito di libertà che vi dominava avendo svelata ad esse una parte de' diritti comuni a tutti gli uomini, alcune fra le istituzioni pubbliche e private de' Francesi vennero da loro adottate. La corrispondenza di Costantinopoli coll'Italia dilatò l'uso dell'idioma latino, onde alcuni Padri ed autori classici ottennero onore di traduzione fra i Greci[178]. Ma la persecuzione die' forza allo zelo religioso e alle opinioni pregiudicate dei Cristiani dell'Oriente, talchè il regno de' Latini confermò la separazione delle due Chiese.

Se ne' secoli delle Crociate, confrontiamo fra loro i Latini dell'Europa, i Greci, e gli Arabi, se esaminiamo i diversi gradi di sapere, de' progressi dell'arti e dell'industria allignate fra questi popoli, certamente non concederemo ai rozzi nostri progenitori che una terza sede fra le nazioni venute a civiltà: i loro successivi avanzamenti, la supremazia che ai nostri giorni hanno ottenuta gli Europei, vuolsi attribuire ad una energia particolare della loro indole, ad uno spirito d'imitazione e di sedulità sconosciuto ai lor rivali, ne' tempi ancora che li superavano, e presso i quali le facoltà dell'ingegno trovavansi allora stazionarie, o piuttosto a retrogradare inclinate. Dotati delle qualità morali da noi indicate i Latini, non è maraviglia se trassero vantaggi immediati ed essenziali da una serie di avvenimenti che dispiegando ai loro sguardi tutta la scena del Globo, li poneano in lunghe e frequenti comunicazioni coi popoli più colti dell'Oriente. I progressi primaticci, e più manifesti, apparvero nel commercio, nelle manifatture e nell'arti, dalle quali nascono la più ardente brama delle ricchezze, il bisogno de' piaceri, gli allettamenti della vanità. In mezzo anche ad una folla di fanatici, potea trovarsi un prigioniero o un pellegrino, capace di por mente ad un trovato ingegnoso del Cairo o di Costantinopoli; e comunque la Storia non gli abbia pagato un tributo debito di gratitudine, colui che ne portò da que' paesi il modello de' mulini a vento[179], merita un nome fra i benefattori delle nazioni. Fra i vantaggi di questa dilatata corrispondenza vogliono parimente essere annoverati i godimenti del lusso, lo zucchero e i drappi di seta, venuti in origine dalla Grecia e dall'Egitto. Più tardi i Latini sentirono i bisogni dell'intelletto, onde più lentamente andarono nel soddisfarli. Cagioni d'altra natura, e più moderni avvenimenti, destarono in Europa la curiosità, madre dello studio: ma nel secolo delle Crociate, la letteratura de' Greci e degli Arabi non inspirava che indifferenza agli Europei. Forse adattarono alla pratica alcuni principj di medicina, alcune figure di matematica; la necessità potè far nascere alcuni interpreti di lieve conto che servissero ai diversi bisogni de' mercatanti e de' soldati: pure il commercio cogli Orientali, non avea diffuso lo studio e la nozione delle lor lingue nelle scuole d'Europa[180]. Benchè un principio di religione simile a quello dei Maomettani dovesse fare schifi dell'idioma del Corano i Cattolici, pur sembrava che il desiderio d'intendere nel suo originale il Vangelo, avesse potuto eccitare la curiosità de' medesimi, e incoraggiarli alla pazienza di uno studio gramaticale che avrebbe loro scoperto le bellezze di Platone e di Omero. Pure, durante un regno di sessant'anni, i Latini di Costantinopoli fastidirono l'idioma e l'erudizione dei loro sudditi: e i manoscritti furono i soli tesori che invidiati a questi non vennero, e di cui nessuno pensò a dispogliarli. Vero è che le Università di Occidente tenevano Aristotile per loro oracolo; ma un Aristotile barbaro, perchè invece di ricorrere alla fonte, si erano umilmente contentate di una erronea versione composta da qualche Ebreo o Moro dell'Andaluzia. Le Crociate non avendo avuto origine che da un barbaro fanatismo, i loro effetti più rilevanti corrisposero alle cagioni. Ciascun pellegrino ambiva di tornare in patria, carico di spoglie sacre e reliquie tolte alla Grecia e alla Palestina[181], ognuna delle quali andava preceduta e seguìta da una moltitudine di visioni e miracoli; nuove leggende, la cattolica Fede[182]; nuove superstizioni, la pratica del culto alterarono. La Guerra Santa fu l'infausta sorgente, d'onde scaturirono e l'inquisizione, e i frati mendicanti, e i definitivi progressi della idolatria[183] e l'eccessivo abuso delle indulgenze. L'irrequieto spirito de' Latini cercava pascolo a spese della ragione e della religione; laonde su l'ignoranza e la cecità furono il retaggio del nono e del decimo secolo, può dirsi ancora che le favole[184] e le assurdità, il tredicesimo e il quattordicesimo contrassegnarono.

I Popoli settentrionali del Nort, che conquistarono l'Impero Romano, divenuti Cristiani, e coltivatori di fertili terreni insiem co' nativi, a poco a poco si confusero con essi, e le antiche arti richiamarono a vita. All'avvicinarsi del secolo di Carlomagno, già le loro istituzioni incominciavano ad acquistare un certo grado di ordine e di consistenza, allorchè i Normanni, i Saraceni[185] e gli Ungaresi, novelli sciami di barbari invasori, nel primo stato di anarchia e di barbarie immersero l'Occidente di Europa; seconda tempesta, che verso il principio dell'undicesimo secolo, sedarono l'espulsione, o la conversione de' nemici del Cristianesimo. La civiltà, che da sì lungo tempo parea sminuirsi e ritirarsi dall'Europa, tornò con costante rapidità a dilatarsi, schiudendo un nuovo campo di belle prove e di generosi sforzi alla nascente generazione. Laonde, convenendo io che le arti ebbero progressi rapidi e luminosi ne' due secoli delle Crociate, non ne attribuisco a queste, siccome certi filosofi, il merito; anzi opino avere esse tardati più che affrettati gli avanzamenti della coltura europea[186]. La vita e le fatiche di tanti milioni d'uomini andate a perdersi nell'Oriente, poteano con vantaggio venire impiegate al miglioramento della nativa loro contrada. Animati allora dalle aumentate produzioni del suolo e dell'industria, il commercio e la navigazione, una corrispondenza amichevole co' popoli dell'Oriente avrebbe arricchiti e nel medesimo tempo addottrinati i Latini. Non vedo che un aspetto, sotto il quale le Crociate possano aver prodotto vantaggio, o almeno fatto sparire un disordine. Gli abitatori d'Europa languivano schiavi sulle native lor glebe, privi di proprietà, di libertà, di dottrine; i Nobili e gli Ecclesiastici, ben picciola parte a confronto di tanta popolazione, venivano riguardati quali soli meritevoli del titolo d'uomini e di cittadini; sistema tirannico che gli artifizj del clero e la spada de' Baroni manteneano in vigore. Ma quanto agli ecclesiastici almeno la loro autorità aveva arrecato giovamento nei secoli della barbarie; perchè e tennero accesa la luce delle scienze, che senza di loro sarebbesi spenta del tutto, e mitigarono la ferocia de' contemporanei, e offersero asilo e soccorsi nelle loro calamità al debole e all'indigente: in somma andammo debitori ai medesimi dell'ordine civile o mantenuto, o restituito alla società. Ma l'independenza, il ladroneccio, le discordie de' Nobili a disordini e flagelli sol diedero origine; e la mano ferrea dell'aristocrazia militare qualunque speranza all'industria, ad ogni nobile sforzo troncava. Possiam riguardare le Crociate siccome una delle cagioni che più efficacemente contribuirono ad atterrare il gotico edifizio del feudale sistema. Per esse i Baroni vendettero le lor signorie, per esse una parte della loro schiatta sparita dall'Europa andò a disperdersi in queste imprese dispendiose e piene di rischio. Ridotti finalmente ad inopia, che umiliò il loro orgoglio, dovettero concedere quelle patenti di libertà che le catene dello schiavo fecero men gravose, i fondi del rustico e le officine dell'operaio affrancarono, e a gradi a gradi restituirono l'esistenza alla parte più numerosa e più utile della società. Laonde possiam dire che l'incendio distruggendo gli alberi alti, sterile ingombro della foresta, arrecò aere libero e spazio per vegetare alle piante umili e più vantaggiose di cui il terreno vestivasi.

Digressione sulla famiglia dei Courtenai.

La porpora di tre imperatori, che regnarono a Costantinopoli giustificherà, o scuserà almeno, una digressione sull'origine della Casa di Courtenai, e sopra i singolare eventi di fortuna[187] cui soggiacquero i tre rami della medesima, il primo di Edessa, il secondo di Francia, il terzo d'Inghilterra, ultimo e solo sopravvissuto alle vicissitudini di otto secoli.

A. D. 1020

Laddove il commercio non ha per anche versate le sue ricchezze, laddove la luce del sapere non penetrò a sgombrare le tenebre del pregiudizio, le prerogative della nascita con maggior forza colpiscono le menti degli uomini, e ne ottengono venerazione. In tutti i secoli, le leggi e gli usi dei Germani hanno distinti diversi gradi nella società; laonde i Duchi e i Conti che si divisero fra loro l'Impero di Carlomagno, istituirono ereditarj i loro uffizj, e in legato ai proprj figli trasmisero il loro onore, la loro spada. Le famiglie, anche più vanagloriose nel pretendere ad antica nobiltà, vedono con rassegnazione perduto in mezzo all'oscurità del Medio Evo il ceppo del loro albero genealogico, le cui radici, comunque profonde, certamente in un plebeo mettono capo; nè v'è genealogista, che non sia costretto a discendere dieci secoli dopo l'Era cristiana, per iscoprire in ordine a ciò qualche indizio, dedotto dai soprannomi, dagli stemmi, e dagli archivj. I primi crepuscoli di questa luce ci mostrano un Athon[188], cavaliere francese, di una nobiltà provata dal grado che il padre di lui occupava, benchè non se ne sappia il nome; quanto alla ricchezza del medesimo, ne abbiamo la prova nel castello di Courtenai ch'ei fabbricò nel distretto del Gatinese, situato ad ostro di Parigi in una distanza di circa cinquantasei miglia. Incominciando dal regno di Roberto, figlio di Ugo Capeto, i Baroni di Courtenai tengono distinta sede tra i vassalli che immediatamente dipendevano dalla Corona; e Josselin, pronipote di Athon, e figlio di madre nobile, vedesi registrato fra gli eroi della prima Crociata, ove accompagnò Baldovino di Bruges, secondo Conte di Edessa, e parente prossimo dello stesso Baldovino, poichè le loro madri erano sorelle. Ottenuto in feudo un principato dal suo congiunto, se ne mostrò meritevole col conservarlo degnamente; feudo che apparisce di molta importanza dal numero de' guerrieri che sotto lo stesso Josselin portarono l'armi.

A. D. 1101-1152

I. Poichè il cugino di Josselin partì per l'Europa, divenuto il secondo, conte di Edessa, sopra entrambe le rive dell'Eufrate regnò. Per saggezza di governare durante la pace, si acquistò grande numero di sudditi venutogli dall'Europa e dalla Sorìa; mentre l'assennatezza della sua amministrazione empieva i magazzini del suo Stato di grani, d'olio e di vini, le castella di cavalli, d'anni e di danaro. Nel decorso di una santa guerra di trent'anni, egli fu a vicenda vincitore e prigioniero; morì da vero soldato, tratto in lettiga a capo delle sue truppe, e gli occhi suoi moribondi si confortarono in veggendo la sconfitta de' Turchi, che sugli anni e le infermità di questo guerriero aveano fondate le loro speranze. Il figlio di lui ne ereditò il nome e i dominj; ma più valoroso che accorto, dimenticò volersi altrettanta cura per conservare uno Stato, quanta pur conquistarlo. Oltrechè, si fece a sfidare le forze de' Turchi, senza essersi assicurati i soccorsi del principe di Antiochia; trascurò fra i piaceri di Turbessel nella Sorìa[189] la sicurezza della frontiera che disgiugnea i Cristiani dagl'Infedeli al di là dell'Eufrate. Zenghi, primo degli Atabecchi, profittò della lontananza del Conte per assediare e prendere d'assalto Edessa, debolmente difesa da una truppa di timidi e perfidi Orientali. Sconfitti i Franchi nel tentativo operato per rientrare in questa città, Courtenai terminò nelle prigioni di Aleppo i suoi giorni. Comunque lasciasse tuttavia un ampio patrimonio in morendo, la vedova di lui e il figlio, ancora fanciullo, non potendo resistere agli sforzi de' vincitori, cedettero per un assegnamento annuale all'imperatore di Costantinopoli la cura di difendere e la vergogna di perdere gli ultimi possedimenti asiatici de' Latini. La vedova contessa di Edessa co' suoi due figli a Gerusalemme riparò. La figliuola di lei Agnese, divenne sposa e madre d'un Re; il figlio Josselin III, accettò l'uffizio di Siniscalco che era la primaria carica di quel regno. Obbligato, nella nuova Signoria di Palestina che al suo titolo andava congiunta, ad un contingente militare di cinquanta cavalieri, a capo de' medesimi meritò lode, e il nome di Josselin vedesi con onore menzionato in tutte le negoziazioni di guerra o di pace; ma sparito colla perdita di Gerusalemme il cognome dei Courtenai del ramo di Edessa, pe' maritaggi di due donne di questa Casa andò a perdersi nelle famiglie di due Baroni, uno alemanno, l'altro francese[190].

II. Intanto che Josselin III regnava oltre l'Eufrate, il fratello di lui primogenito, Milone, figlio di Josselin II e pronipote di Athon, godea pacificamente in riva alla Senna i suoi beni e il suo castello ereditario, che morendo trasmise al suo terzogenito Rinaldo, o Reginaldo. Negli annali delle antiche famiglie, trovansi pochi esempj di alto ingegno, o di virtù; ma l'orgoglio de' lor discendenti raccoglie accuratamente ogni atto di violenza ovver di rapina, purchè annunzii superiorità di valore o possanza. Un discendente di Rinaldo di Courtenai dovrebbe oggidì arrossire di noverare fra i suoi progenitori uno scorridore che spogliò e imprigionò alcuni mercatanti, comunque avessero pagati i diritti regali a Sens e ad Orleans; ma pure invanirà in pensando che fu d'uopo, per costringerlo alla restituzione un esercito messo a ciò in armi dal Conte di Sciampagna reggente del regno[191]. Questo Rinaldo, legando i proprj dominj alla figlia sua primogenita, la diede in isposa al settimo figlio di Luigi il Grosso, dal qual maritaggio altra numerosa discendenza è derivata. Sarebbe una naturale supposizione il credere che innalzatosi allor questo nome a pari de' regj nomi, i figli di Pietro di Francia e di Elisabetta di Courtenai avessero goduto i titoli e gli onori spettanti ai Principi del Sangue (A. D. 1150), ma le istanze da essi fatti a tal fine, trascurate da prima, ebbero indi un aperto rifiuto; i motivi della qual disgrazia formano la Storia del secondo ramo dei Courtenai. 1. Ne' secoli delle Crociate, la Casa reale di Francia veniva tenuta certamente in gran conto e nell'Oriente, e nell'Occidente. Pure, non essendo trascorsi che cinque regni, o generazioni da Ugo Capeto a Pietro, sembrava sì precario tuttavia il loro titolo, che ciascun Monarca credea necessario, durante la propria vita, far coronare il suo primogenito. I Pari di Francia hanno serbato per lungo tempo un diritto di supremazia sui rami non primogeniti della famiglia regnante; onde i Principi del Sangue non godeano nel dodicesimo secolo di tutto quello splendore, ai nostri tempi esteso ai Principi anche i più lontani dal succedere alla Corona. 2. Sarebbe stato d'uopo che i Baroni di Courtenai tenessero in troppo conto il proprio nome, e che altrettanto l'opinione pubblica lo rispettasse, affinchè potessero al figlio di un Monarca che sposava una donna del lor casato porre il patto di trasfondere in essa e ne' futuri figli il nome e gli stemmi regali. Accade bensì, che allorquando la erede di una famiglia si sposa ad un inferiore, o anche ad un eguale, la donna, di comune patto o consenso porti al marito le sue gentilizie prerogative. In questo caso affatto contrario, i discendenti di Luigi il Grosso, tralignando dal regio ceppo, si trovarono gradatamente confusi cogli antenati della madre, e i nuovi Courtenai meritarono forse di perdere quegli onori di nascita, cui per motivo d'interesse i lor padri avevano rinunziato.

L'invilimento derivato da tali nozze fu senza confronto più durevole della ricompensa, e la grandezza passeggiera cui diedero origine andò a perdersi in una lunga abbiezione. Il primo figlio di queste nozze, Pietro di Courtenai, aveva sposata, come fu detto la sorella dei Conti di Fiandra, i due primi Imperatori latini di Costantinopoli. Cedendo imprudentemente alle sollecitazioni de' Baroni della Romania, egli e i figli di lui, Roberto e Baldovino, occuparono successivamente il trono di Bisanzo, e perdettero gli ultimi avanzi dell'Impero latino dell'Oriente. Le nozze contratte dalla pronipote di Baldovino II unirono una seconda volta il sangue dei Courtenai a quello di Francia e dei Valois. Per sostenere le spese di un regno precario e tempestoso, questi discendenti di Pietro di Francia si videro costretti a vendere gli antichi loro possedimenti, e gli ultimi Imperatori di Costantinopoli a mendicare dalle elemosine di Roma e di Napoli la lor sussistenza.

Intanto che i primogeniti dissipavano le loro sostanze, nel correre romanzesche avventure, intanto che un plebeo profanava il castello di Courtenai, gli altri rami di questo nome adottivo, si moltiplicavano ed estendeano; ma il tempo e la povertà oscurarono lo splendore de' lor natali. Dopo la morte di Roberto Gran Bottigliere della corona di Francia, dal grado di Principi discesero a quel di Baroni; e confondendosi le successive generazioni coi semplici gentiluomini, ne' Signori campagnuoli di Tanlai e di Champinelles, uom non ravvisa più i discendenti di Ugo Capeto. I più avventurosi di essi si diedero onoratamente al mestiere delle armi; gli altri, men facoltosi e meno solerti, si perdettero, non meno de' lor cugini del ramo di Dreux, in mezzo all'umile classe dei contadini. Durante un oscuro periodo di quattrocent'anni, ne divenne ogni dì più dubbiosa l'origine regale; talchè la loro genealogia, invece di trovarsi registrata negli annali del regno, è divenuta argomento faticoso di ricerche agli studiosi del Blasone. Sol verso la fine del secolo decimosesto, allorchè videro salire sul trono di Francia, una famiglia non molto più vicina di loro ai Valois, i Courtenai rimembrarono la propria nascita. Essendo nate alcune contestazioni che metteano per fino in dubbio, se legittima fosse la lor nobiltà, si accinsero a provare la regia discendenza, e dopo avere ottenuti i suffragi di venti giureconsulti dell'Italia e dell'Alemagna, implorarono la giustizia e la compassione di Enrico IV, modestamente paragonandosi ai discendenti di David, le prerogative de' quali non erano state annichilate nè dal volger de' secoli, nè dal praticato mestiere di falegname[192]. Ma tutte le circostanze furon contrarie, tutti gli orecchi sordi ai giusti loro reclami. L'indifferenza dei Valois a quella dei Borboni faceva le scuse, i Principi del Sangue di un ramo regnante disdegnarono un parentado così privo di lustro. I Parlamenti però non impugnarono le prove rassegnate dai Courtenai. Ma per non metter mano ad un esempio pericoloso, inventarono l'arbitraria decisione che faceva il solo S. Luigi, vero ceppo della famiglia reale di Francia[193]. I Courtenai continuarono sempre, e colla stessa fortuna, le loro lagnanze e i loro reclami, sol terminati nel presente secolo dalla morte dell'ultimo maschio di questa famiglia[194]. Quel sentimento di nobile orgoglio che è inspirato dalla virtù, addolcì il rigore di lor condizione; sempre rifiutarono con disdegno ogni offerta di ricchezza o di subalterni favori; e un Courtenai, al letto di morte, protestava che avrebbe sagrificato il suo unico figlio se lo avesse creduto capace di cambiare nel più luminoso destino i suoi titoli e diritti ad essere riconosciuto principe legittimo della Casa di Francia[195].

III. Giusta gli antichi registri dell'Abbazia di Ford, i Courtenai della Contea di Devon, discendono dal principe Floro, secondogenito di Pietro, e pronipote di Luigi il Grosso[196]. Questa favola inventata dalla gratitudine, o dalla venalità de' monaci, venne con troppa facilità ammessa dai nostri antiquarj Cambden[197] e Dugdale[198]; ma si accomoda così poco ai tempi, ed è sì palesemente contraria alla verità, che la stessa famiglia di Devon per un principio di giudizioso orgoglio questo immaginario fondatore ricusa. Gli Storici più meritevoli di fiducia, credono che Rinaldo di Courtenai, dopo avere maritata la propria figlia al figliuolo del re di Francia, abbandonasse i possedimenti avuti in quel regno, si trasferisse nell'Inghilterra, ed una seconda moglie, e nuove signorie da questo Monarca ottenesse. Ella è cosa per lo meno sicura che Enrico II onorò ne' campi e ne' consigli un Reginaldo del medesimo cognome, insignito dei medesimi stemmi, e che può ragionevolmente riguardarsi come appartenente alla schiatta de' Courtenai francesi. Il diritto di tutela conferiva all'immediato Sovrano la facoltà di premiare il vassallo col concedergli in isposa una ricca e nobile erede. Intanto Courtenai era divenuto possessore di ricchi terreni nella Contea di Devon, ove, da oltre seicento anni soggiornano i suoi discendenti[199]. Havisa, moglie di Rinaldo, aveva ereditato da Baldovino di Briones, Barone normanno, la ragguardevole signoria di Okehampton, che a questo avea conferita Guglielmo il Conquistatore con obbligo di fornire ai servigi della guerra novantatre cavalieri. Questa Havisa, comunque donna, aveva anche il diritto di assumere le cariche maschili di Visconte ereditario, o Seriffo, e di governatore del Castello reale di Exeter. Roberto, figlio di Rinaldo e di Havisa, si sposò ad una sorella del Conte di Devon. Circa un secolo dopo, ed estinta la famiglia di Rivers[200], Ugo II, pronipote di Roberto, ereditò un titolo, che veniva riguardato come dignità territoriale, e dodici Conti di Devon, del cognome di Courtenai, vi furono successivamente in un periodo di dugento venti anni. Avuti nel novero dei più possenti Baroni del regno, sol dopo un ostinato contrasto, cedettero al feudo di Arundel il primo posto nel Parlamento d'Inghilterra. I Courtenai si imparentarono colle più illustri famiglie, siccome erano quelle dei Vere, dei Despenser, dei S. John, dei Talbot, dei Bohun, ed anche dei Plantageneti. In una contesa con Giovanni di Lancastre, un Courtenai, Vescovo di Londra, indi Arcivescovo di Cantorbery, manifestò una profana fiducia nel numero e nella possanza della sua famiglia e de' suoi partigiani. Durante la pace, i Conti di Devon viveano nelle numerose loro castella e signorie di Ponente, adoperando le immense ricchezze di cui godevano in atti di divozione e di ospitalità; ed è famoso l'epitafio di Odoardo, detto il Cieco in conseguenza di una infermità sofferta dal medesimo, e il Buono per le virtù che il fregiarono, epitafio che ingenuamente ne addita una sentenza di morale, di cui però una imprudente generosità potrebbe abusare. Dopo una tenera commemorazione di cinquanta anni di unione e di felicità, da esso trascorsi colla sua moglie Mabel, così il buon Conte parla dal fondo del suo sepolcro:

What we gave, we have;

What we spent, we had;

What we left, we lost.[201].

«Quanto largii posseggo: quel ben che feci, è mio

Sol perdei quel che lascio nel dire al mondo addio.»

Ma le perdite della famiglia di Devon, giusta questo significato, superarono d'assai i doni e le spese del buon vegliardo il quale, non men dei poveri, fece scopo delle sue paterne cure gli eredi. Le somme che questi sborsarono per prendere il diritto di possessione attestano l'ampiezza de' loro fondi; e molte signorie, godute anche al dì d'oggi da questa famiglia, vi si trovano fino dal quattordicesimo e dal tredicesimo secolo. Nelle guerre, i Courtenai adempierono con onore i doveri al grado di cavalieri congiunti; spesso fu ad essi fidata la cura di reclutare e comandare le milizie della Contea di Devon e della Cornovaglia: spesse volte seguirono il lor Signore sulle frontiere della Scozia, alcune volte ancora offersero a prezzo i lor servigi militari allo straniero, condottieri di ottanta armigieri e di altrettanti arcieri. Combattettero per terra o per mare sotto gli Eduardi e gli Enrichi, e il loro nome splende famoso nelle battaglie, ne' tornei, e nella prima lista de' Cavalieri della Giarrettiera. Tre fratelli della stessa famiglia agevolarono nella Spagna la vittoria del Principe Nero. Dopo che sei generazioni di Courtenai ebbero soggiornato in Inghilterra, presero non meno de' lor compatriotti, in avversione il paese d'onde traevano la propria origine. Nella contesa delle Due Rose, i Conti di Devon essendosi posti dalla parte della Casa di Lancastre, tre fratelli successivamente perirono, o nel campo di battaglia, o sul palco. Enrico VII restituì loro i titoli e i beni; una figlia di Eduardo IV non disdegnò prendere per marito un Courtenai; il figlio di queste nozze, marchese di Exeter, vissuto per certo tempo in favore del proprio cugino Enrico VIII, nel campo dello Stendardo d'Oro ruppe lancia contro il francese Monarca; ma il favore di Enrico VIII era preludio di disgrazia, e la disgrazia, di morte; onde il marchese di Exeter si annovera fra le più illustri ed innocenti vittime della gelosia del tiranno: lo stesso figlio del marchese, Eduardo, morì, in esilio a Padova dopo aver languito lungo tempo prigioniero nella Torre di Londra. Il segreto amore che avea per esso concepito Maria, e che egli non curò forse per un riguardo ad Elisabetta, ha sparsa una vernice romanzesca sulla storia di questo giovine Conte, rinomato per sua avvenenza. Gli avanzi del suo retaggio passarono in diverse famiglie a motivo di parentele di quattro zie del medesimo. I principi che si succedettero nel trono d'Inghilterra fecero rivivere gli onori del suo grado per via di patenti, come se fossero stati legalmente aboliti. Durava intanto un altro ramo secondogenito della Casa di Courtenai, che discendeva da Ugo I, conte di Devon, famiglia, che da Eduardo III ai dì nostri, vale a dire per quattro secoli circa, è sempre rimasta nel suo castello di Powderham. Aumentato di patrimonio per regali concedimenti, e terre da dissodare ottenute nell'Irlanda, ha riacquistato di recente l'onore di appartenere alle famiglie dei Pari. Ciò nullameno i Courtenai conservano tuttavia la divisa lagrimevole che deplora lo scadimento della lor Casa e l'ingiustizia di un tale destino[202]. Non si creda però che la dolorosa rimembranza della passata grandezza li tolga al godimento della presente prosperità. Negli Annali dei Courtenai, l'epoca più luminosa è pur quella delle maggiori sciagure per essi; e un dovizioso Pari della Gran Brettagna non dee portare invidia a quegl'imperatori di Costantinopoli che trascorreano l'Europa sollecitando elemosine pel sostegno della propria dignità, per la difesa della loro Capitale.