UNA FIGLIA DI GALILEO GALILEI

Se vi è titolo a scusare i romanzi storici, gli è l'introdursi che fanno nella vita privata, vorremmo dire nel cuore di coloro, di cui la storia non ci mostra che il braccio o la testa. Ma se la storia cesserà di essere un mostro convenzionale, se si convincerà che, di tutte le arti belle, ma di essa principalmente, la materia vera è l'uomo; l'uomo coi sentimenti, coi pensieri, colle speranze sue proprie; essa potrà raggiungere appieno l'intento suo d'essere l'immagine della vita, e non farà più bisogno di ricorrere a quelle ibridi composizioni, dove si è incerti anche del poco vero che serve d'intelajatura al molto finto.

E che la storia possa riccamente soddisfare a questo bisogno, lo mostrarono que' pochi che seppero, ai dì nostri, farla discendere dall'epico suo sussiego, perchè versasse nella vita; scapitando forse in dignità di procedimento, ma guadagnando in verità. E noi oggi vogliamo sfogliare alcune di queste pagine prosastiche della vita d'un grand'uomo. Non sono i contrasti che fan il bello (dico il bello formale) de' quadri? Non è per questo che si accostano sempre Marte e Venere, Otello e Desdémona, satiri e ninfe, santi e demonj; e in un'arte più plateale quegli spazzacamini, quei servitori mori, quelle scimmie?

Or noi, a canto all'austera figura di Galileo Galilei, che rammenta tanto senno, tanta perseveranza, tante contrarietà, ne abbiamo riscontrata un'altra, pura, ingenua, religiosa, che protegge quasi di candido velo gli occhi sfolgoranti che scopersero macchie nel sole, e circondano di carezze la risoluta volontà che, a fronte dei sofisti potenti, esclamava, Eppur si muove.

È noto che Galileo ebbe la disgrazia d'aver più d'una creatura fuor di matrimonio, e il conforto di poter confessarle. Due figliuole si resero monache in San Matteo d'Arcetri col nome di suor Arcangela e suor Maria Celeste. Di quest'ultima, a lui prediletta, rimangono da 120 lettere nella biblioteca Palatina di Firenze, donde alcune furono messe nell'edizione delle opere di quel grande, che, a cura di Eugenio Alberi e a spese del granduca, fu fatta in Firenze.

Abbiamo creduto non dovesse che piacere il trovarne qui alcune, di cui la religiosa mestizia e la candida affezione speriamo toccheran il cuore ai lettori come toccarono il nostro: vedendo questa pia soccorrere a tutti i dolori del padre con quei conforti, con quell'affetto, con quella dirittura di sentire, che la solitudine claustrale è così atta a ispirare in coloro che non vi si struggono di tristi repetìi, o di sollecitudini mondane.

Dal convento di San Matteo in Arcetri,
10 maggio, 1623; a Bellosguardo.

Sentiamo grandissimo disgusto per la morte della sua amatissima sorella e nostra cara zia (Virginia Landucci). Ne abbiamo dico, grave dolore per la perdita di essa, e ancora sapendo quanto travaglio ne avrà avuto V. S., non avendo lei, si può dir, altri in questo mondo, nè potendo quasi perder ogni cosa più cara, sì che possiamo pensar quanto gli sia stata grave questa percossa tanto inaspettata. E come gli dico partecipiamo ancor noi buona parte del suo dolore, sebbene dovrebbe esser bastato a farci pigliar conforto la considerazione delle miserie umane, e che tutti siamo qua come forestieri e viandanti, che presto siamo per andare alla nostra vera patria nel cielo, dove è perfetta felicità, e dove sperar dobbiamo che sia andata quell'anima benedetta. Sicchè, per l'amor di Dio preghiamo V. S. a consolarsi, e rimettersi nella volontà del Signore, al quale sa benissimo che dispiacerebbe facendo altrimenti, e anco farebbe danno a sè e a noi, perchè non possiamo non dolerci infinitamente quando sentiamo che è travagliata e indisposta, non avendo noi altro bene in questo mondo che lei. Non gli dirò altro se non che di tutto cuore preghiamo il Signore che la consoli e sia sempre seco.

Salì in quel tempo al trono papale Urbano VIII, ch'era grand'estimatore e amico di Galileo; sicchè questi ne esultò, e mandò a leggere a sua figlia le lettere che, in diversi tempi, n'avea ricevute. Suor Maria Celeste gli rispose a' 10 agosto 1623:

Il contento che mi ha apportato il regalo delle lettere che m'a mandate V. S., scrittegli da quell'illustrissimo cardinale, oggi Sommo Pontefice, è stato inesplicabile, conoscendo benissimo in quelle qual siasi l'affezione che le porta, e quanta stima faccia della sua virtù. Le ho lette e rilette con gusto particolare, e gliele rimando come m'impone, non l'avendo mostrate ad altri che a suor Arcangela (la sorella), la quale insieme meco ha sentito estrema allegrezza nel vedere quanto lei sia favorita da persona tale. Piaccia al Signore di concederle tanta sanità quanta gli è di bisogno per adempire il suo desiderio di visitare Sua Santità, acciocche maggiormente possa V. S. esser favorita da quella; e anco vedendo nelle sue lettere quante promesse gli faccia, possiamo sperare che facilmente avrebbe qualche ajuto per nostro fratello. Intanto noi non mancheremo di pregar il Signore, dal quale ogni grazia deriva, che gli dia d'ottener quanto desidera, purchè sia per il meglio.

Mi vo immaginando che V. S. in questa occasione avrà scritto a Sua Santità una bellissima lettera per rallegrarsi con essa della dignità ottenuta; e perchè sono un poco curiosa, avrei caro se gli piacesse di farmene vedere la copia. La ringrazio infinitamente di queste che ha mandate e ancora dei poponi, a noi gratissimi. Le ho scritto con molta fretta, imperò la prego a scusarmi se ho scritto sì male. La saluto di cuore insieme con le altre solite.

Pare che Galileo le facesse alcun rimprovero di quest'ultima parte della lettera; ond'essa gli replicava a' 13 agosto 1623, sempre a Bellosguardo.

La sua amorevolissima lettera è stata cagione che io a pieno ho conosciuto la mia poca accortezza, stimando io che così subito dovesse V. S. scrivere a una tal persona, o per dir meglio al più sublime signore di tutto il mondo. Ringraziola adunque dell'avvertimento, e mi rendo certa che (mediante l'affezione che mi porta) compatirà alla mia grandissima ignoranza, ed a tanti altri difetti che in me si ritrovano. Così mi foss'egli concesso il poter di tutti esser da lei ripresa ed avvertita, come lo desidero, che io avrei così qualche poco di sapere, e qualche virtù che non ho; ma poichè, mediante la sua continua indisposizione, ci è vietato di poterla qualche volta rivedere, è necessario che pazientemente ci rimettiamo nella volontà di Dio, la quale permette ogni cosa pel nostro bene. Io metto da parte e serbo tutte le lettere, che giornalmente mi scrive V. S.; e quando non mi ritrovo occupata, con mio grandissimo gusto le rileggo più volte, sì che lascio pensare a lei se amo volontieri leggere quelle che gli sono scritte da persone tanto affettuose ed a lei affezionate. Per non la infastidire di troppo farò fine, salutandola affettuosamente insieme con suor Arcangela e l'altre di camera.

Quanto affetto, e quanta venerazione per l'illustre genitore! Sette giorni dopo, le giunge nuova ch'e' si trovi indisposto, ond'essa gli scrive:

Stamattina ho inteso dal nostro fattore che V. S. si ritrova a Firenze indisposta, e perchè mi par cosa fuora del suo ordinario il partirsi di casa sua (a Bellosguardo) quando è travagliata dalle sue doglie, sto con timore e mi vo immaginando che abbia più male del solito. Pertanto la prego a dar ragguaglio al latore acciocchè, se fosse manco di quello che temiamo, possiamo quietar l'animo. Ed in vero ch'io non m'avveggo mai d'esser monaca se non quando sento che V. S. è ammalata, poichè allora vorrei poterla venire a visitare e governare con tutta quella diligenza, che mi fosse possibile. Orsù, ringraziato sia il Signore Iddio di ogni cosa, poichè senza il suo volere non si volta una foglia. Io penso che in ogni modo non gli manchi niente, pur veda se in qualche cosa ha bisogno di noi, e ce l'avvisi, che non mancheremo di servirla al meglio che possiamo; intanto seguiteremo, conforme al nostro solito a pregare Nostro Signore per la sua desiderata sanità, e anco che conceda la sua santa grazia.

Or viene la volta di confidare al padre i proprj malucci e invocarne l'assistenza; pur mandandogli nuove cortesie di regalucci, e quella cortesia che agli scrittori è giocondissima, il parlargli de' suoi libri.

21 novembre 1623.

L'infinito amore ch'io porto a V. S., ed anche il timore che ho, che questo subito freddo, ordinariamente a lei tanto contrario, gli causi il risentimento dei suoi soliti dolori e d'altre sue indisposizioni, non comportano ch'io possa star più senza aver nuove da lei; mando adunque costì per intender qualcosa, sì dell'esser suo, come anche quando V. S. pensi partire. Ho sollecitato assai in lavorar i tovagliolini, e son quasi al fine; ma nell'appiccare le frange trovo che, di questa sorte che gli mando la mostra, me ne manca per due tovagliolini, che saranno quattro braccia. Avrò caro che le mandi quanto prima, acciocchè possa compirli avanti che si parta, che per questo ho preso sollecitudine in finirli.

Per non aver io camera dove stare a dormire la notte, suor Diamante, per sua cortesia mi tiene nella sua, privandosi della propria sorella per tenervi me; ma a questi freddi è tanto cattiva la stanza, che io, che ho la testa tanto infetta, non credo poterci stare se V. S. non mi soccorre prestandomi uno de' suoi padiglioni, di quelli bianchi che adesso non deve adoperare. Avrò caro d'intender se può farmi questo servigio; e di più la prego a farmi grazia di mandarmi il suo libro, che si è stampato adesso, tanto che io lo legga, avendo io gran desiderio di vederlo.

Queste poche paste che le mando, l'aveva fatte pochi giorni sono per dargliele quando veniva a darci addio: veggo che non sarà presto, come temevo, tanto che gliele mando acciò non induriscano. Suor Arcangela seguita ancora a purgarsi, e se ne sta non troppo bene con due cauterj che se le son fatti nelle coscie. Io ancora non sto molto bene, ma per essere omai tanto assuefatta alla poca sanità, ne faccio poca stima; vedendo di più che al Signore piace di visitarmi sempre con qualche poco di travaglio, lo ringrazio e lo prego che a V. S. conceda il colmo d'ogni maggior felicità. E per fine, di tutto cuore la saluto in nome mio e di suor Arcangela.

PS. Se V. S. ha collari da imbiancare, potrà mandarceli.

19 dicembre 1625.

Del cedro, che V. S. m'ordinò che dovessi confettare, non ne ho accomodato se non questo poco, che al presente le mando, perchè dubitavo, che per esser così appassito, non dovesse riuscir di quella perfezione che avrei voluto, come veramente non è riuscito. Insieme con esso le mando due pere cotte, per questi giorni di vigilia; ma per maggiormente regalarla gli mando una rosa, la quale, come cosa straordinaria in questa stagione, dovrà da lei esser molto gradita, e tanto più che, insieme con la rosa, potrà accettare le spine, che in essa rappresentano l'acerba passione del nostro Signore, e anco le sue verdi fronde, che significano la speranza, che (mediante questa Santa Passione) possiamo avere di dover, dopo la brevità ed oscurità dell'inverno della vita presente, pervenire alla chiarezza e felicità dell'eterna primavera del cielo; il che ne conceda Dio benedetto per sua misericordia.»

Quest'affetto non è passeggero; ma come di figlia, non si altera cogli anni; e a' 4 marzo 1627 essa gli scriveva ancora a Bellosguardo un amorevole lamento.

Credo veramente che l'amor paterno inverso dei figli possa in parte diminuirsi, mediante i mali costumi e portamenti loro, e questa mia credenza vien confermata da qualche indizio che me ne dà V. S., parendomi che più presto vada in qualche parte scemando quel cordiale affetto, che per l'addietro ha inverso di noi dimostrato; poichè sta tre mesi per volta senza venire a visitarne, che a noi pajon tre anni, ed anche da un pezzo in qua, mentre si ritrova con sanità, non mi scrive mai, mai un verso. Ho fatto buona esamina per conoscere se dalla banda mia ci fosse caduto qualche errore, che meritasse questo castigo, ed uno ne ritrovo (ancorchè involontario), e questo è una trascuraggine, o spensierataggine ch'io dimostro verso di lei, mentre non ho quella sollecitudine, che richiederebbe l'obbligo mio, di visitarla e salutarla più spesso con qualche mia lettera. Onde questo mio mancamento, accompagnato da molti demeriti che per altra parte ci sono, è bastante a somministrarmi il timore sopra accennatole; sebbene appresso di me non a difetto può attribuirsi, ma piuttosto a debolezza di forze, mente che la mia continua indisposizione mi impedisce di poter esercitarmi in cosa alcuna; e già più d'un mese ho travagliato con dolori di testa tanto eccessivi, che nè giorno nè notte trovavo riposo. Adesso che (per grazia del Signore) sono mitigati, ho subito preso la penna per scriverle questa lunga lamentazione, che, per essere di carnevale, può piuttosto dirsi una burla. Basta insomma che V. S. si ricordi che desideriamo di rivederla quando il tempo lo permetterà, intanto le mando alcune poche confezioni, che mi sono state donate; saranno alquanto indurite, avendole io serbate parecchi giorni colla speranza di dargliele alla presenza. I berlingozzi sono per l'Anna Maria e suoi fratellini (figli di Michelangelo fratello di Galileo). Gli mando una lettera per Vincenzo (fratello), acciò questo gli riduca in memoria che siamo al mondo, poichè dubito ch'egli se lo sia scordato, poichè non ci scrive mai un verso. Salutiamo per fine V. S. e la zia di tutto cuore, e da N. S. le prego ogni contento.

Pretendono che il cervello non si sviluppi se non a scapito del cuore, e che perciò le persone di testa non siano le più amorevoli. Rimettiamone la decisione al dottor Faust; questo noi sappiamo, che Galileo non rispondeva abbastanza alle sollecitudini di sua figlia, o almeno non quanto essa desiderava. E però, sempre con religiosa rassegnazione, essa gli rinnuova il lamento agli 11 novembre dell'anno seguente:

Essendo io stata tanto senza scriverle, V. S. potrebbe facilmente giudicare ch'io l'avessi dimenticato; sì come potrei io sospettare ch'ella avesse smarrita la strada per venir a visitarmi, poichè è tanto tempo che non ha per essa camminato. Ma siccome poi son certa che non tralascio di scriverle per la causa suddetta, ma si bene per penuria e carestia di tempo, del quale non ho mai un'ora che sia veramente mia, così mi giova di creder ch'ella, non per dimenticanza, ma sibbene per altri impedimenti, lasci di venir da noi; e tanto più adesso che Vincenzo nostro viene in suo scambio, e con questo ci acquetiamo, avendo da esso nuove sicure di V. S. le quali tutte mi sono di gusto, eccetto quella per la quale intendo ch'ella va alla mattina nell'orto. Questa veramente mi dispiace fuori di modo, parendomi che V. S. si procacci qualche male stravagante e fastidioso, siccome l'altra invernata gl'intervenne. Di grazia, privisi di questo gusto, che torna in tanto suo danno, e se non vuol farlo per amor suo, faccialo almeno per amor di noi suoi figliuoli, che desideriamo di vederla giugnere alla decrepità, il che non succederà s'ella così si disordina. Dico questo per pratica, perchè ogni poco ch'io stia ferma all'aria scoperta, mi nuoce alla testa grandemente: or quanto più farà danno a lei?

Quando Vincenzo fu ultimamente da noi, suor Chiara gli domandò otto o dieci melarancie; adesso ella torna a dimandarle a V. S., se sono mediocremente mature, avendo a servirsene lunedì mattina. Gli rimando il suo piatto; dentrovi una pera cotta, che credo non le spiacerà, e questa poca pasta reale. Saluto V. S. e Vincenzo molto affettuosamente, e il simile fanno l'Arcangela e le altre di camera. Il Signore gli conceda la sua grazia.

Sono uno dei temi favoriti agli scherzi della buona società i regalucci delle monache; ma qui prendono un carattere solenne, e noi godiamo pensando n'avrà goduto quel grand'uomo di Galileo. Il Vincenzo, di cui qui si parla, era un altro figlio di lui, il quale nel 1629 menò moglie, e la fece conoscere alle sorelle. In quest'occasione suor Maria Celeste scriveva al padre con affetto ancor più espansivo, quasi (oseremmo cercar un bruscolo mondano in quella candida anima?) temesse che le cure della nuora lo distraessero alquanto dall'amor delle figliuole.

Restammo veramente tutte sotisfatte della sposa, per esser molto affabile e graziosa; ma sopra ogni altra cosa ne dà contento il conoscere ch'ella porti amore a V. S., poichè supponghiamo che sia per fargli quegli ossequi, che noi le faremmo se ci fosse permesso. Non lascieremo già di fare ancor noi la parte nostra inverso di lei, cioè di tenerla continuamente raccomandata al Signor Iddio, che troppo siamo obbligate, non solo come figliuole, ma come orfane abbandonate che saremmo se V. S. ci mancasse. Oh se almeno io fossi abile ad esprimerlo il mio concetto, sarei sicura che ella non dubiterebbe ch'io non l'amassi tanto teneramente, quanto mai altra figliuola abbia amato il padre; ma non so significarglielo con altre parole, se non con dire che io lo amo più di me stessa, poichè, dopo Dio, l'essere lo riconosco da lei, accompagnato da tanti altri beneficj che sono innumerabili, sì che mi conosco anche obbligata e prontissima ad espor la mia vita a qualsivoglia travaglio per lei, eccettuatone l'offesa di Sua Divina Maestà. Di grazia V. S. mi perdoni se la tengo a tedio troppo lungamente, poichè talvolta l'affetto mi trasporta.

Non mi ero già messa a scrivere con questo pensiero, ma sibbene per dirle che, se potesse rimandare l'oriuolo sabato sera, la sagristana che ci chiama a mattutino l'avrebbe caro; ma se non si può mediante la brevità del tempo che V. S. l'ha tenuto, sia per non detto che, meglio sarà l'indugiare qualche poco, e riaverlo aggiustato, caso che n'abbia bisogno.

Vorrei anco sapere se ella si contentasse di far un baratto con noi, cioè ripigliarsi un chitarrone, ch'ella ci donò parecchi anni sono, e donarci invece un brevario a tutte due, giacchè quelli che avemmo quando ci facemmo monache, sono tutti stracciati, essendo questi gl'istromenti che adopriamo ogni giorno; talchè quello se ne sta sempre alla polvere, e va a rischio d'andar a male, essendo costrette, per non fare scortesia, a mandarlo in presto fuor di casa qualche volta. Se V. S. si contenta, me ne darà avviso, acciò possa mandarlo: e quanto ai breviarj non ci curiamo che siano dorati, ma basterebbe che vi fossino tutti i santi di nuovo aggiunti, e avessino buona stampa, perchè ci serviranno nella vecchiaja, se ci arriveremo.

Volevo fargli della conserva di fiori di ramerino, ma aspetto che V. S. mi rimandi qualcuno de' miei vasi di vetro, perchè non ho dove metterla; e così se avesse per casa qualche barattolo o ampolla vuota, che gli dia impaccio, a me sarebbe grata per la bottega.

Sopraggiunse intanto il 1630, l'anno della peste; e in tali pericoli la lontananza cresce gli sgomenti, quand'anche siasi certi che la presenza non diminuirebbe i pericoli. È in questi casi che la voce della religione vien di conforto più presentaneo, e viepiù se esca da labbra amorevoli.

18 ottobre 1630, a Bellosguardo.

Sto con l'animo assai travagliato e sospeso, immaginandomi che V. S. si ritrovi molto disturbata mediante la repentina morte del suo povero lavoratore. Suppongo eziandio ch'ella procurerà con ogni diligenza possibile di guardarsi dal pericolo, del che la prego caldamente; e anco credo che non gli manchino i rimedj difensivi, proporzionati alla presente necessità, onde non predicherò altro intorno a questo. Bensì con ogni debita riverenza e confidenza figliale l'esorterò a procurar l'ottimo rimedio, quale è la grazia di Dio benedetto, col mezzo di una vera contrizione e penitenza. Questa senza dubbio è la più efficace medicina, non solo per l'anima, ma pel corpo ancora; poichè, se è tanto necessario, per ovviare al male contagioso, lo stare allegramente, qual maggiore allegrezza può provarsi in questa vita, di quello che ci apporta una buona e serena coscienza? Certo che, quando possederemo questo tesoro, non temeremo nè pericoli nè morte; e poichè il Signore giustamente ne castiga con questi flagelli, cerchiamo noi con l'ajuto suo di star preparati per ricevere il colpo da quella potente mano la quale avendoci cortesemente donato la presente vita, è padrona di privarcene come e quando gli piace.

Accetti V. S. queste poche parole proferite con uno svisceratissimo affetto, e anco resti consapevole della disposizione nella quale, per grazia del Signore, io mi ritrovo, cioè desiderosa di passarmene all'altra vita, poichè ogni giorno veggo più chiaro la vanità e miseria della presente; oltrechè finirei di offendere Dio benedetto, e spererei di poter con più efficacia pregare per V. S. Non so se questo mio desiderio sia troppo interessato; il Signore, che vede il tutto, supplisca per sua misericordia ove io manco per mia ignoranza, e a V. S. doni vera consolazione. Noi qua siamo tutte sane del corpo, ma ben siamo travagliate dalla penuria e povertà; non in maniera però che ne patiamo detrimento nel corpo, con l'ajuto del Signore.

Scrivo a ore sette; imperò V. S. mi scuserà se farò degli errori, perchè il giorno non ho un'ora di tempo che sia mia, poichè all'altre mie occupazioni s'aggiunse l'insegnare il canto fermo a quattro giovinette, e per ordine di Madonna ordinare l'uffizio del coro giorno per giorno: il che non mi è di poca fatica, per non aver cognizione alcuna di lingua latina. È ben vero che questi esercizj mi sono di molto gusto, s'io non avessi anco necessità di lavorare; ma da questo ne cavo un bene non piccolo, cioè il non stare in ozio un quarto d'ora mai mai; eccetto che mi è necessario il dormire assai per causa della testa. Se V. S. m'insegnasse il secreto che usa per sè, che dorme così poco, lo avrei molto caro, perchè finalmente sette ore di sonno, ch'io mando a male, mi pajon pur troppo. Non dico altro per non tediarla, se non che la saluto affettuosamente insieme con le solite amiche.

E conforti la Maria Celeste inviava al padre in altri dispiaceri di esso.

2 novembre 1630, a Bellosguardo.

So che V. S. sa meglio di me che le tribulazioni sono la pietra del paragone, ove si fa pruova della finezza dell'amor di Dio, sicchè tanto quanto le piglieremo pazientemente dalla sua mano, tanto potremo prometterci di posseder questo tesoro, ove consiste ogni nostro bene. La prego dunque di non pigliare il coltello di questi disturbi e contrarietà per il taglio, acciò da quello non resti offesa, ma piuttosto prendendolo a diritto, se ne serva per tagliare con quello tutte le imperfezioni, che per avventura conoscerà in sè stesso, acciò levati gl'impedimenti, siccome con vista di lince ha penetrato i cieli, così penetrando anche le cose più basse, arrivi a conoscere la vanità e fallaccia di tutte queste cose terrene; vedendo e toccando con mano che nè amor di figli, nè piaceri, onori o ricchezza ci possono dar vera contentezza, essendo cose per sè troppo instabili, e che solo in Dio benedetto, come in ultimo nostro fine, possiamo trovar vera quiete. Oh che gaudio sarà il nostro quando, squarciato questo fragil velo che ne impedisce, a faccia a faccia godremo questo gran Dio? Affatichiamoci pure questi pochi giorni di vita, che ci restano, per guadagnare un bene così grande e perpetuo; ove parmi, carissimo signor padre, che V. S. s'incammini per dritta strada, mentre si vale delle occasioni che si gli porgono, e particolarmente nel far di continuo benefizj a persone che la ricompensano d'ingratitudine; azione veramente, che, quanto ha più del difficile, tanto è più perfetta e virtuosa. Anzi questa, più che altra virtù, mi pare che ci renda simili all'istesso Dio, poichè in noi stessi esperimentiamo, che, mentre tutto il giorno offendiamo S. D. M., egli all'incontro va pur facendone infiniti benefizj; e se pur talvolta ci castiga, fa questo per maggior nostro bene, a guisa di buon padre che, per correggere il figlio prende la sferza: siccome par che segua di presente nella nostra povera città, acciocchè, almeno mediante il timore del soprastante pericolo, ci emendiamo.

V. S. mi perdoni se troppo l'infastidisco con tanto cicalare, perchè, oltre che ella m'inanimisce col darmi indizio che gli sieno grate le mie lettere, io fo conto ch'ella sia il mio devoto (per parlare alla nostra usanza), con il quale io comunico tutti i miei pensieri, e partecipo i miei gusti e disgusti; e trovandolo sempre prontissimo a sovvenirmi, gli domando non tutti i miei bisogni, perchè sarieno troppi, ma sibbene il più necessario di presente, perchè venendo il freddo mi converrà intirizzirmi se egli non mi soccorre mandandomi un coltrone per tenere addosso, poichè quello che io tengo non è mio, e la persona se ne vuol servire, come è dovere. Quello che avemmo da V. S. insieme con il panno, lo lascio a suor Arcangela, la quale vuole star sola a dormire, e io l'ho caro: ma così resto con una semplice sargia, e se aspetto di guadagnar da comprarlo, non l'avrò nè manco quest'altro inverno. Sicchè io lo dimando in carità a questo mio devoto tanto affezionato, il quale so ben io che non potrà comportare ch'io patisca. E piaccia al Signore (se è per il meglio) di conservarmelo ancora lungo tempo; perchè, dopo di lei, non mi resta bene alcuno nel mondo. Ma è pur gran cosa ch'io non sia buona per rendergli il contraccambio in cosa alcuna! Procurerò almeno, anzi al più, d'importunar tanto Dio benedetto e la Madonna santissima, ch'egli ci conduca al paradiso, e questa sarà la maggior ricompensa ch'io possa dare per tutti i beni che mi ha fatti e fa continuamente.

Gli mando due vasetti di lattovaro, preservativo dalla peste. Quello che non vi è scritto sopra è composto di fichi secchi, noci, ruta e sale, unito il tutto con tanto mele che basti. Se ne piglia la mattina a digiuno quanto una noce con bervi dietro un poco di greco o vino buono, e dicono che è esperimentato per difensivo mirabile; è ben vero che ci è riuscito troppo cotto, perchè non avvertimmo alla condizione dei fichi secchi, che è di assodare. Anco di quell'altro se ne piglia un boccone nell'istessa maniera, ma è un poco più ostico. Se vorrà usare dell'uno o dell'altro, procureremo di farli con più perfezione.

18 febbraio 1631.

Il disgusto che ha sentito V. S. della mia indisposizione dovrà restare annullato, mentre di presente gli dico che io sto ragionevolmente bene circa al male sopraggiuntomi in questi giorni passati, che, quanto alla mia antica oppilazione credo che farà bisogno di una efficace cura a migliore stagione; intanto mi andrò trattenendo con buon governo, siccome ella mi esorta. È ben vero ch'io desidererei, che del consiglio che porge a me, si valesse anche per sè stesso, non immergendosi tanto ne' suoi studj che pregiudicano troppo notabilmente alla sua sanità. Che se il povero corpo serve come strumento proporzionato allo spirito nell'intender e investigare le novità con sua gran fatica, è ben dovere che se gli conceda la necessaria quiete; altrimenti egli si sconcerterà di maniera, che renderà anco l'intelletto inabile il gustar quel cibo che prese con troppa avidità.

Non ringrazierò V. S. dei due scudi e altre amorevolezze mandatemi, ma sibbene della prontezza e liberalità con la quale ella si dimostra tanto e più desiderosa di sovvenirmi, quanto io bisognosa di esser sovvenuta.

Resto confusa sentendo ch'ella conservi le mie lettere, e dubito che il grande affetto che mi porta gliele dimostri più compite di quello che sono; ma sia pure come si voglia, a me basta ch'ella se ne soddisfaccia: con che gli dico a Dio, il quale sta sempre con lei, e gli fo le solite raccomandazioni.

E questa vada in contraddizione al dottor Faust, poichè vediamo che quest'austero Galileo, occupato de' pianeti e in lotta con tanti avversarj e invidiosi, siccome è la sorte degli uomini grandi, non è vero che abbia sagrificato alla testa il cuore; e siane prova il conservar che fa le lettere della sua monacella.

Frugando nelle quali, procediamo, e vediam come ella si condolga della morte dello zio Michelangelo.

11 marzo 1631.

La lettera di V. S. mi ha apportato molto disgusto per più ragioni. E prima perchè sento la morte dello zio Michelangelo del quale mi duole assai, non solo per la perdita di lui ma anco per l'aggravio che perciò ne viene a lei, che, veramente questa non credo che sarà la più leggiera fra le altre sue poche soddisfazioni, o per dir meglio tribulazioni. Ma poi che Dio benedetto si mostra prodigo con V. S. di lunghezza di vita e di facoltà più che con suo fratello e sorelle, è conveniente ch'ella spenda l'una e l'altre consolare benemplacito di S. D. M. che ne è padrone.

Sento anco grandissimo disgusto di non poterle dare quella soddisfazione che vorrei circa il tener qua in serbo la Virginia, alla quale sono affezionata per essere ella stata di sollevamento e passatempo a V. S., già che i nostri superiori si sono dichiarati non voler in modo alcuno che pigliamo fanciulle nè per monache nè per inserto, perchè essendo tale la povertà del convento quale V. S. sa, si rendono difficili a provveder da viver per noi che già siamo qua, non che vogliano aggiungercene dell'altre. Essendo adunque questa ragione molto plausibile, e il comandamento universale per parenti ed altri, io non ardirei di ricercar da Madonna o da altri una tal cosa. Assicurisi bene che provo una pena intensa mentre mi trovo priva di poter in questo poco soddisfarla, ma finalmente non ci vedo verso.

Dispiacemi anche grandemente in sentire ch'ella si trovi con poca sanità, e, se mi fosse lecito, di molto buona voglia piglierei sopra di me i suoi dolori; ma poi che non è possibile, non manco almeno dell'orazione, nella quale la preferisco a me stessa; così piaccia al Signore di esaudirla!

Io sto tanto bene di sanità, che vo facendo quaresima, con speranza di condurla sino al fine, sicchè V. S. non si pigli pensiero di mandarmi cose da carnevale; la ringrazio di quelle già mandatemi, e, per fine di tutto cuore me le raccomando insieme con suor Arcangela e le amiche.

Questa suor Arcangela era di salute ancor più disfatta; e di lei scriveva il 12 agosto:

Suor Arcangela, che tanto m'ha dato da pensare, per grazia di Dio sta alquanto meglio, e sebbene assai debole e fiacca si ritrovi, comincia a sollevarsi; e perchè avrebbe gusto di mangiare qualche pesciuolo marinato, prega V. S. che gliene faccia provvisione di qualcuno per questi prossimi giorni magri.

Di lei stessa si occupava in una del 30 agosto, sempre diretta a Bellosguardo.

Se la misura o indizio dell'amore, che si porta ad una persona, è la confidenza che in lei si dimostra, V. S. non dovrà stare in dubbio se io l'amo di tutto cuore, come è in verità, poichè tanta confidenza e sicurtà piglio con lei, che qualche volta temo che non ecceda il termine della modestia e riverenza figliale, e tanto più sapendo ch'ella da molti fastidj e spese si trova aggravata. Nondimeno la certezza che ho, che V. S. sovviene tanto volentieri alle mie necessità quanto a quelle di qualsivoglia altra persona, anzi alle sue proprie, mi somministra ardire di pregarla che si compiaccia di alleggerirmi di un pensiero, che molto m'inquieta mediante un debito che tengo di cinque scudi, per la malattia di suor Arcangela; essendomi convenuto in questi quattro mesi spendere alla larga, in comparazione di quello che comportava la povertà del nostro stato. E ora che mi trovo all'estremo, e in necessità di soddisfare a chi devo, mi raccomando a chi so che può e vuole ajutarmi. E anco desidero un fiasco del suo vino bianco, per farlo acciajato per suor Arcangela, alla quale credo che più gioverà la fede che ha in questo rimedio, che il rimedio istesso. Scrivo con tanta scarsezza di tempo, che non posso dirle altro, senonchè vorrei che questi sei calicioni fossino di suo gusto, e me le raccomando.

Fra ciò arrivarono i tempi grossi pel Galilei. Figuriamoci l'animo di una monacella, tutta innamorata di suo padre e superba della gloria di lui, e che tutt'inaspettatamente lo vede accusato d'eretico, e chiamato a Roma a scagionarsi o a ricredersi, da quel papa appunto, dalla cui protezione ella si era ripromesso tanti vantaggi per suo padre. Per quanto ella il sapesse trattato coi riguardi dovuti a grand'uomo e alle raccomandazioni del granduca, ella non poteva non restarne in sospeso: ma la sobrietà del dolore di essa, i lamenti che mai non accusano, l'interesse che non trascende mai ci fanno stimare infinitamente suor Celeste.

Mentre dunque Galileo stava a Roma, essa gli scriveva, ai 12 marzo 1633:

L'ultima sua lettera mi ha apportato gran consolazione, sì per sentire ch'ella si va mantenendo in buon grado di sanità, come anco perchè per quella vengo maggiormente certificata del felice esito del suo negozio, che tale me l'hanno fatto prevedere il desiderio e l'amore. E sebbene veggo che passando le cose in questa maniera, si andrà prolungando il tempo del suo ritorno, reputo nondimeno a gran ventura il restare priva delle mie proprie soddisfazioni per un'occasione, la quale abbia da ridondare in benefizio e reputazione della sua persona, amata da me più che me stessa. E tanto più m'acqueto, quanto che son certa ch'ella riceve ogni onore e comodità desiderabile da cotesti eccellentissimi signori, e in particolare dalla eccellentissima ambasciatrice, mia signora e padrona, la visita della quale se avessimo grazia suor Arcangela e io di ricevere, certo che sarebbe favore segnalato, e a noi tanto gradito quanto V. S. può immaginarsi. Quanto al procurare ch'ella vedesse una commedia, io non posso dir niente, poichè bisognerebbe governarsi secondo il tempo nel quale ella venisse; sebbene io veramente crederei che stessimo più in salvo lasciandola in quella buona credenza, in ch'ella deve ritrovarsi mediante le parole di V. S.

Suor Arcangela sta alquanto meglio, ma non bene affatto. Io sto bene perchè ho l'animo quieto e tranquillo, e sto in continuo moto, eccetto però le sette ore della notte, le quali io mando a male in un sonno solo: perchè questo mio capaccio così umido non ne vuole manco un tantino. Non lascio per questo di soddisfare il più che io posso al debito che ho con lei dell'orazione, pregando Dio benedetto che principalmente le conceda la salute dell'anima, poi le altre grazie ch'ella maggiormente desidera.

Non dirò altro per ora, senonchè abbia pazienza se troppo la tengo a tedio, pensando che io restringo in questa carta tutto quello che io le cicalerei in una settimana. La saluto con tutto l'affetto insieme con le solite.

Come poi udì ch'egli era stato per alcuni giorni nel Sant'Uffizio, lo consolava:

20 aprile 1633.

Dal signor Gerri mi viene avvisato in qual termine ella si ritrovi per causa del suo negozio, cioè ritirato nelle stanze del Sant'Uffizio; il che per una parte mi dà molto disgusto, persuadendomi ch'ella si ritrovi con poca quiete dell'animo, e fors'anco non con tutte le comodità del corpo; dall'altra banda, considerando io la necessità del venire a questi particolari per la sua spedizione, e la benignità colla quale fino a qui si è costà proceduto verso la persona sua, e sopratutto la giustizia della causa e la sua innocenza in questo particolare, mi consolo e piglio speranza di felice e prospero successo, con l'ajuto di Dio benedetto, al quale il mio cuore non cessa mai di esclamare e raccomandarla con ogni affetto e confidenza possibile.

Resta solo ch'ella stia di buon animo, procurando di non pregiudicare alla sanità con il soverchiamente affliggersi, rivolgendo il pensiero e la speranza in Dio, il quale, come padre amorevolissimo, non mai abbandona chi in lui confida e a lui ricorre. Carissimo signor padre, ho voluto scrivergli adesso, acciò ella sappia ch'io sono a parte de' suoi travagli, il che a lei dovrebbe essere di qualche alleggerimento, ma non ne ho già dato indizio ad alcun altro, volendo che queste cose di poco gusto sieno tutte mie, e quelle di contento e soddisfazione sieno comuni a tutti. Che però tutti stiamo aspettando il suo ritorno, con desiderio di goder la sua conversazione con allegrezza. E chi sa, che, mentre adesso sto scrivendo, V. S. non si ritrovi fuori d'ogni frangente e di ogni pensiero? Così piaccia al Signore, il quale sia quello che la consoli, e con il quale la lascio.

Quanta delicatezza! E che stacco fanno questi sentimenti dagli irosi di coloro, che, contro ogni testimonianza e probabilità, si ostinano a ripetere che Galileo dal Sant'Uffizio fu sottoposto alla tortura! Codardie, degne di que' materialoni, che computano solo i gusti come i tormenti del corpo, ed hanno bisogno d'aggiungere nuovi torti a questa patria, ch'essi poi ostentano di amare sviscerati.

Suor Celeste si rallegrò quando intese vôlto in meglio l'affare, e al padre scriveva a' 7 maggio:

L'allegrezza che mi apportò l'ultima sua amorevolissima lettera fu tale, e tale alterazione mi causò, che con questo e con l'essermi convenuto più volte leggere e rileggere la medesima lettera a queste monache, che tutte giubilavano sentendo i proprj successi di V. S., fui sorpresa da gran dolore di testa, che mi durò dalle ore quattordici della mattina fino a notte, cosa veramente fuori del mio solito. Ho voluto dirgli questo particolare, non per rimproverargli questo poco mio patimento, ma sibbene perchè ella maggiormente possane conoscere quanto mi siano a cuore, e mi premano le cose sue, poichè causano in me tali effetti; effetti che, sebbene generalmente parlando pare che l'amor figliale possa e deva causare in tutti i figli, in me ardirò di dire che abbiamo maggior forza, come quella che mi do tanto di avanzare di gran lunga la maggior parte degli altri dell'amare e riverire il mio carissimo padre; siccome all'incontro chiaramente veggo ch'egli supera la maggior parte de' padri in amare me sua figlia, e di ciò basti.

Rendo infinite grazie a Dio benedetto per tutti i favori che fino a qui V. S. ha ricevuti, e per l'avvenire spero riceverà, poichè tutti principalmente derivano da quella pietosa mano, siccome V. S. giustamente riconosce. E sebbene ella attribuisce in gran parte questi benefizj al merito delle mie orazioni, questo veramente è poco o nulla; ma è bene assai l'affetto con il quale io li domando a S. D. M., la quale avendo riguardo a quello, tanto benignamente prosperando V. S. mi esaudisce, e noi tanto maggiormente gli restiamo obbligati: siccome anco grandemente siamo debitori a tutte quelle persone che a V. S. sono in favore ed ajuto, e particolarmente a cotesti eccellentissimi signori suoi ospiti[1]. Io volevo scrivere all'eccellentissima signora ambasciatrice, ma sono restata per non la infastidire con replicarle sempre le medesime cose, cioè rendimenti di grazie e confessioni di obblighi infiniti. V. S. supplirà per me con farle reverenza in mio nome: e veramente, carissimo signor padre, la grazia, che V. S. ha avuta del favore della protezione di questi signori e tale essa sola, che è bastante a mitigare, anzi annullare tutti i travagli che ha sofferti.

Mi è capitata alle mani una ricetta eccellentissima contro la peste, della quale ho fatto una copia, e gliela mando non perchè io creda che costà vi sia sospizione alcuna di questo male, ma perchè è buona ad ogni altra cattiva disposizione. Degli ingredienti io ne sono tanto scarsa, anzi mendica per me, che non gliene posso far parte di nessuno, ma bisogna che V. S. procuri di ottener quelli, che per avventura gli mancheranno, dalla fonderia della Misericordia del Signor Iddio, con il quale la lascio.

La peste in fatto durava per la Toscana, e suor Maria Celeste ne riferiva a suo padre in questo tenore:

18 giugno 1633, a Roma.

Quando io scrissi a V. S. dandogli conto del male che era stato in questi contorni, già era cessato quasi del tutto ogni sospetto, essendo scorsi molti giorni, anzi settimane, senza sentirvisi niente; e come allora gli aggiunsi, me ne dava intera sicurtà il vedere che tutti questi gentiluomini se ne stavano qua in villa, come seguitano ancora di starci tutti: e quel che è più, nella medesima città di Firenze si sentiva che il male andava tanto diminuendo, che si sperava che presto dovesse restar libera del tutto; onde con questa sicurtà, mi mossi ad esortarla e sollecitarla per il suo ritorno, sebbene nell'ultima che gli scrissi, sentendo che le cose erano peggiorate, mutai linguaggio, come si suol dire. Perchè sebbene è verissimo che desidero grandemente di rivederla, desidero nondimeno molto più la sua conservazione e salute; e riconosco per grazia speciale del Signore Iddio l'occasione che V. S. ha avuta di trattenersi costà più lungamente di quello che lei e noi avremmo voluto. Perchè, sebbene credo che gli dia travaglio il trattenersi così irresoluta, maggiore gliene darebbe forse il ritrovarsi in questi pericoli, i quali tuttavia vanno continuando, e forse aumentando, e ne fo conseguenza da una ordinazione venuta al nostro monastero, come ad altri ancora, da parte dei Signori della sanità, ed è che, per lo spazio di quaranta giorni, dobbiamo, due monache per volta, star continuamente giorno e notte in orazione, e pregare S. D. M. per la liberazione di questo flagello. Avemmo dai suddetti Signori scudi 25 in elemosina; e oggi è il quarto giorno che demmo principio.

Ora per darle avviso di tutte le cose di casa, mi farò dalla colombaja, ove fino da quaresima cominciarono a covare i colombi, ma il primo pajo che nacque fu mangiato una notte da qualche animale, e il colombo che li covava fu trovato dalla Piera sopra una trave, mezzo mangiato e cavatone tutte l'interiora, che per questo si giudicò che fosse stato qualche uccello di rapina; gli altri colombi spauriti non vi tornavano, ma seguitando la Piera a dargli da mangiare si sono ravviati, e adesso ne covano due.

Gli aranci hanno avuto pochi fiori, i quali la Piera ha stillati, e mi dice averne cavato una metadella di acqua. I capperi quando sarà tempo si accomoderanno. La lattuga, che si seminò secondo che V. S. aveva ordinato, non è mai nata e in quel luogo la Piera vi ha messo dei fagiuoli, che dice essere assai belli, e similmente dei ceci, dei quali la lepre ne vorrà la maggior parte, avendo già cominciato a levarli via.

Delle fave ve ne sono da seccare, e i gambi si danno per colazione alla muletta, la quale è diventata così altiera, che non vuol portar nessuno, e alcune volte ha fatto fare dei salti mortali al povero Geppo, ma con gentilezza, poichè non si è fatto male. Ascanio fratello della cognata, la domandò una volta per andar di fuora, ma dopo poco gli convenne tornarsi indietro, non avendo mai avuto forza di scaponire l'ostinata mula acciò andasse innanzi, la quale forse sdegna di essere cavalcata da altri trovandosi senza il suo vero padrone.

Ma ritornando all'orto, gli dico che le viti mostrano assai bene, non so poi se proseguiranno così mediante il torto che ricevono di esser custodite dalle mani della Piera in cambio di quelle di V. S. Dei carciofi non ve ne sono stati molti, con tutto ciò se ne seccherà qualcuno.

In cantina le cose passano bene, andandosi il vino conservando buono. In cucina non manco somministrare quel poco che fa bisogno per la servitù, eccetto che nel tempo che ci viene il signor Rondinelli, che allora ci vuol pensare lui; anzi che in questa settimana volle che una mattina noi stessimo in parlatorio a desinar da lui. Questi sono tutti gli avvisi che mi pare di potergli dare...

Chi deriderà queste minuzie d'intimità, tal sia di lui; nol farà certo l'uomo che conobbe mai la vita del cuore, ma solo chi ha testa ancor meno che cuore dirà che queste frivolezze potessero combinarsi cogli spasimi della prigionia e della tortura, a cui cianciano sottoposto il Galilei. Però nel placido convento d'Arcetri dovette far gran colpo la nuova sparsasi che il Galileo, quel sapiente insigne, quel vecchio venerato, il padre di due consorelle era stato condannato, non già d'eresia, ma per aver trasgredito il precetto datogli nel 1616 di non trattare della mobilità della terra se non come ipotesi, nè appoggiarla a testi sacri. E questa fu novella prova all'affetto di suor Maria Celeste, che se ne traeva felicemente mediante l'irremovibile fidanza in Dio.

2 luglio 1633, Roma.

Quanto mi è arrivato improvviso e inaspettato il nuovo travaglio di V. S. tanto maggiormente mi ha trafitto l'animo di estremo dolore il sentir la risoluzione, che finalmente si è presa tanto sopra il libro quanto nella persona di V. S.; il che dal signor Gerri mi è significato per la mia importunità, perchè, non tenendo sue lettere in questa settimana, non potevo quietarmi, quasi presaga di quanto era accaduto. Carissimo signor padre, adesso è il tempo di prevalersi più che mai di quella prudenza che gli ha concessa il Signore Iddio, sostenendo questi colpi con quella fortezza d'animo, che la religione, professione ed età sua ricercano. E giacchè ella per molta esperienza può aver piena cognizione della fallacia ed instabilità di tutte le cose di questo mondaccio, non dovrà far molto caso di queste burrasche, anzi sperar che presto sieno per quietarsi e cangiarsi in altrettanta sua soddisfazione. Dico quel tanto che mi somministra il desiderio, e che mi pare ne prometta la clemenza che Sua Santità ha dimostrato inverso di V. S. in aver destinato per la sua carcere luogo così delizioso, onde mi par ch'io possa sperar anco commutazione più conforme al suo e nostro desiderio; il che piaccia a Dio che sortisca, se è per il meglio. Intanto la prego a non lasciar di consolarmi con sue lettere, dandomi ragguaglio dell'esser suo quanto al corpo, e molto più quanto all'animo; e io finisco di scrivere, ma non giammai d'accompagnarla con il pensiero e con le orazioni, pregando S. D. M. che le conceda vera quiete e consolazione.

Cotesto luogo delizioso era la villa Medici sul monte Pincio: dove pure rimase pochissimo, e giacchè non potevasi restituirlo a Firenze ove durava la peste, fu lasciato andar a Siena presso l'arcivescovo Piccolomini suo amico. Colà gli scriveva la figlia; e per intender quanto segue, è a saper che la penitenza inflitta a Galileo dalla feroce Inquisizione fu di recitare una volta per settimana i salmi penitenziali. La buona Maria Celeste si consola di poter alleviare il grand'uomo di questo peso col recitarli ella stessa in sua vece.

3 ottobre 1633.

Sabato scrissi a V. S.; e domenica, per parte del signor Gherardini, mi fu resa la sua, per la quale sentendo la speranza che ha del suo ritorno, tutta mi consolo, parendomi un'ora mill'anni che arrivi quel giorno tanto desiderato di rivederla; e in sentire ch'ella si ritrovi in buona salute accresce e non diminuisce questo desiderio di avere duplicato contento e soddisfazione di vederla tornare in casa sua, e di più con sanità. Non vorrei già che dubitasse di me, che per tempo nessuno io sia per lasciare di raccomandarla con tutto il mio spirito a Dio benedetto, perchè questo mi è troppo a cuore, e troppo mi preme la sua salute spirituale e corporale. E per dargliene qualche contrassegno, gli dico, che ho procurato e ottenuto grazia di veder la sua sentenza, la lettura della quale, sebbene da una parte mi dette qualche travaglio, per l'altra ebbi caro di averla veduta, per aver trovato in essa materia di poter giovare a V. S. un qualche pocolino. Il che è con l'addossarmi l'obbligo che ella ha di recitare una volta per settimana li sette salmi, ed è già un pezzo che comincia a soddisfarlo, e lo fo con mio gusto, prima perchè mi persuado che l'orazione, accompagnata da quel titolo di obbedire a Santa Chiesa, sia assai efficace; e poi per levare a V. S. questo pensiero. Così avessi io potuto supplire nel resto, che molto volontieri mi sarei eletta una carcere più stretta di questa in che mi trovo per liberarne lei. Adesso siamo qui e le tante grazie già ricevute ci danno speranza di riceverne delle altre, purchè la nostra fede sia accompagnata dalle buone opere, che, come V. S. sa meglio di me, fides sine operibus mortua est.[2]

22 ottobre 1633.

Non saprei come darle dimostrazione del contento che provo nel sentire ch'ella si va tuttavia conservando con sanità, se non con dirle che più godo del suo bene che del mio proprio, non solamente perchè l'amo quanto me medesima, ma perchè vo considerando che, se io mi trovassi oppressa da infermità, oppure fossi levata dal mondo, poco o nulla importerebbe, perchè a poco o nulla son buona, dove che nella persona di V. S. sarebbe tutto l'opposto per moltissime ragioni, ma in particolare (oltre che giova e può giovare a molti) perchè con il grande intelletto e sapere che gli ha concesso il Signore Iddio, può servirlo ed onorarlo infinitamente più di quello che non posso io: sì che con questa considerazione io vengo ad allegrarmi e goder del suo bene più che pel mio proprio.

9 dicembre, a Siena.

Intendo che in Firenze è voce comune che V. S. sarà qua presto; ma fino che io non l'intendo da lei medesimo, non credo altro, se non che gli amici suoi cari dican quel tanto che l'affetto e il desiderio lor detta. Io intanto godo grandemente sentendo che V. S. abbia così buona ciera, quanto mi disse maestro Agostino, che mi affermò non averla mai più veduta colla migliore. Tutto si può riconoscere, dopo l'ajuto di Dio benedetto, da quella dolcissima conversazione ch'ella continuamente gode di quell'illustrissimo monsignor arcivescovo, e dal non si strapazzare nè disordinare, com'ella fa qualche volta quando è in casa sua. Il Signore Iddio sia sempre ringraziato, il quale sia quello che la conservi in sua grazia.

10 dicembre 1633, a Siena.

Appunto quando mi comparve la nuova della spedizione di V. S., avevo preso in mano la penna per scrivere alla signora ambasciatrice per raccomandarle questo negozio, il quale vedendo io andare in lungo, temeva che non fosse spedito anco quest'anno, sì che l'allegrezza è stata tanto maggiore quanto più inaspettata; nè siamo soli a rallegrarci, ma tutte queste monache, per loro grazia, danno segni di vera allegrezza siccome molto hanno compatito ai miei travagli. La stia aspettando con grande desiderio, e ci rallegriamo di vedere il tempo tanto tranquillo. Il signor Gerri partiva stamane con la Corte per Pisa, ed io a buon'ora l'ho fatto avvisare del quando V. S. torna qua; che quanto alla spedizione, egli la sapeva e me n'aveva dato parte jersera. Gli ho anco detto la causa per la quale V. S. non gli ha scritto, e sonomi lamentata perchè egli non potrà ritrovarsi qua all'arrivo di V. S. per compimento delle nostre allegrezze, essendo veramente persona molto compita e di garbo.

Altro non posso dire per carestia di tempo, se non che a lei ci raccomandiamo affettuosamente.

In fatto Galileo fu presto restituito alla patria e alla sua cara villa d'Arcetri. Oltre la consolazione di trovarsi libero di sè e fra' suoi cari amici e discepoli, avrà goduto di poter conversare frequente colla figlia, nel vicino convento. Ma nell'aprile seguente l'angelica creatura tornava al cielo. Così Dio dispose. Ostinandoci a cercare l'uomo di casa sotto lo scienziato, non sappiamo tenerci dal riferire due suoi biglietti casalinghi. Da Arcetri, il 16 agosto 1636 scriveva al ben noto frà Fulgenzio Micanzio:

Ho ricevuto una lettera da Monaco da Alberto Cesare mio nipote, la quale mi ha fatto lacrimare nel leggere il caso memorabile successogli nel fuoco di quella città; mentre, oltre al perder la madre con tre sorelle fanciulle, e un fratello, il poco che avevano andò tutto in fiamme e fuoco; ond'egli con un suo minor fratello restarono ignudi... È mirabile nel suono del liuto. Venendo lo tratterrò più che potrò appresso di me, sperando che debba essermi di sollevamento alla malinconia che, da alcuni giorni in qua, più del solito mi aggrava in questa mia solitudine, dove le sole lettere della S. V. R. mi sono di notabile refrigerio; come anco altre che da remote regioni mi pervengono in testimonio della mia in quelle bande conosciuta innocenza, e del manifesto torto che mi vien fatto.

In altra lettera allo stesso, 12 novembre 1636:

Quando succeda di riscuotere il semestre della mia magra pensione in Brescia, mi sarebbe caro che il denaro fosse investito là in tanto refe da cucire, dove lo fanno candidissimo e bello al possibile, e lo desiderei di diverse grossezze; e con esso mi sarebbe caro che fossero mescolate alcune cordelline e cordoncini, che alcune monache li intrecciano e annodano in alcune figure di gigli e altre bizzarrie bellissime, che poi qua per me saranno regali graziosi per presentare a mie parenti monache e fanciulle secolari.

Noi fummo sempre fedeli a quelle che Carlyle intitola The hero-worship, il culto de' grand'uomini: e piuttosto che il divertimento de' piccoli di rovistare le debolezze di questi, ci parve che l'umanità guadagni ogni qualvolta una grande si mostra meritevole della stima, disputatagli da falsi testimonj.

Come ci piacque, tra la magnifica fierezza di Roma imperiale, cercar la solitudine della Tebaide, e là requiara l'animo facendo la carità insieme coi pii e forti romiti: come dalle fragorose grandigie di Luigi XIV ci riposarono i dotti e fermi solitarj di Porto Reale, così dal turgido stile, e dalla pomposa vanità del Seicento ci consolò il candido scrivere di questa fanciulla, pari alla quale non so se saprebbe idearne una il genio fecondo del miglior romanziere. Ed è pura storia.

1856.