XXX.
LO TUO VOLUME

Lo studio del volume è nell'altro viaggio guida precipua di Dante: la Tragedia scorta continuamente la Comedia. Così Virgilio enunzia il viaggio in cui sarà duce a Dante: (Inf. 1, 114)

trarrotti di qui per loco eterno
ov'udirai le disperate strida,
vedrai gli antichi spiriti dolenti
che la seconda morte ciascun grida;
e vederai color, che son contenti
nel fuoco, perchè speran di venire,
quando che sia, alle beati genti.

Ebbene la mossa e la meta della lunga via sono del poema Virgiliano. L'inferno Virgiliano ha (Aen. VI, 273)

vestibulum ante ipsum primisque in faucibus Orci
Luctus...;

e in fine, nel discorso d'Anchise, (ib. 741)

aliis sub gurgite vasto
infectum eluitur scelus aut exuritur igni.

Ambedue i termini sono indubitabili. Invero dopo il vestibolo è l'Acheronte, nell'Eneide come nella Comedia; lungo l'Acheronte, in tutti e due i poemi, è una turba di nè vivi nè morti; là perchè inhumata, che non è perciò nel sepolcro e non è nemmeno nella vita, qua perchè nè buoni già nè cattivi. Là è detta inops, la turba; qua anime triste, cattivo coro, setta dei cattivi, sciaurati. (Aen. VI, 325, Inf. 3, 22) Gli antichi spiriti sono gli angeli nè ribelli nè fedeli, nè caldi nè freddi;[358] eppur qualcosa o molto risentono di quelli che in Virgilio (ib. 329)

centum errant annos volitantque haec litora circum.

Quel gran numero di cent'anni ha suggerito lo aggiunto di antichi, sebben molto più antichi siano gli angeli di Dante! E volitant anche gli sciaurati, come foglie che cadute fanno mulinello nel vestibolo aperto, o come arena quando tira vento. Dante poi nega ciò che Virgilio afferma, nel che la derivazione dell'un dall'altro è pur sempre chiara: i suoi invocano la seconda morte, gl'insepolti dopo i cent'anni sono admissi.[359] E gl'insepolti sono fatti uguali agl'ignavi per un'espressione, che Dante, con equivoco forse volontario e solito, interpretò a modo suo: maestos et mortis honore carentes. (ib. 333) Piangono disperatamente gli sciaurati, di cui il mondo non lascia essere fama e sono spregiati dal cielo e dall'inferno: la loro morte è senz'onore, e ogni altra sorte è preferibile alla loro. Quanto poi alla meta, è evidente che Dante ha avuto lo sguardo alla dissertazione d'Anchise (che diventa come un purgatorio anche locale), perchè esso a tutto il suo purgatorio fa seguire una visione di persone e vicende future, così come trovava in Virgilio. E le persone e vicende sono di Roma ancor non nata in Virgilio: e in Dante, sono della Chiesa e dell'Impero: di Roma, tutti e due, Chiesa e Impero.

Tra la mossa e la meta l'Averno Virgiliano è seguito nell'Inferno Dantesco, con tanti accorgimenti e con tante, direi così, rettifiche dottrinali. Due sono i viatori dell'Eneide, Enea e la Sibilla; due quelli della Comedia, Dante e Virgilio. All'ultimo s'unisce, nell'uno e nell'altro poema, un terzo: Anchise e Stazio, che ambedue dichiarano l'infusione dell'anima nel corpo umano. Nel bosco di Trivia Enea trova la Sibilla (ib. 13); in una selva Dante trova Virgilio. Ed Enea alla Sibilla (ib. 117) e Dante a Virgilio (Inf. 1, 65) gridano: Miserere. Prima d'entrare, la Sibilla dice a Enea che è d'uopo animis e pectore firmo. (ib. 261) E Virgilio rimprovera Dante di non avere ardire e franchezza, e, proprio sulla soglia, lo esorta e conforta. (Inf. 2, 121; 3, 13) L'uno e l'altro seguono, rinfrancati, haud timidis... passibus, la guida. L'invocazione di Virgilio (ib. 264) ha il suo riscontro nella scritta morta, di colore oscuro. (ib. 3, 1) Da una selva muove Dante per cammino silvestre si avvia verso il suo Averno: (ib. 2, 142) così Enea va, come si può tra selve. (ib. 271) La luna incerta getta una luce maligna su queste selve. Sulla selva di Dante splendeva la luna piena, ma così incerta che Dante non ne vedeva la luce, quanto si vuol benigna. Il viaggio di Dante comincia con l'aer bruno: e Dante è solo: (ib. 2, 1) lo stesso effetto d'oscurità e solitudine è al principio del viaggio d'Enea, sola sub nocte per umbram. (ib. 268) Luctus è nel vestibolo Virgiliano; sospiri e pianti nel vestibolo Dantesco. I mosconi e le vespe degli ignavi possono corrispondere alle ultrices curae (ib. 274) di Virgilio, interpretate male o liberamente; così il metus e il labos e il sopor possono trovarsi negli ignavi, o viventi o morti. Il grand'albero dei sogni piove le sue foglie nell'atrio. (ib. 282, Inf. 3, 112) Non ci sono nell'atrio cristiano i mostri, i Centauri e le Scille biformi, e Briareo e l'Idra, la Chimera, le Gorgoni, le Arpie e il fantasma tricorpore, ossia Gerione. Non ci sono: vale a dire, non ci sono più. La Comedia non rinnega la Tragedia, ma la conferma. Quando Enea discese agli inferi, i mostri che Dante trovò qua e là come simboli di peccato, non erano dove Dante poi li trovò; chè allora non c'era distinzione di peccati, c'era il peccato. I piovuti del cielo erano alla porta dell'inferno; Dite dominava anche oltre l'Acheronte.[360]

Enea e Dante trovano l'Acheronte, che, per l'uno e per l'altro, finisce in Cocito. Vedono Charon l'uno e l'altro, ed è quel medesimo. Vedono i morti desiderosi di passare, e alcuni vedono passare, altri desiderare invano. Lo stesso effetto di foglie caduche è nell'un luogo e nell'altro. Enea e Dante chiedono spiegazione alla guida, e l'hanno. Riconoscono ivi tutti e due qualcuno.[361] S'avvicinano al fiume. (ib. 384, Inf. 3, 81) Caron si diniega all'uno e all'altro. Rispondono i duci: absiste moveri (ib. 399); non ti crucciare. (ib. 94) La pietas merita a Enea tal passaggio; (ib. 403, 5) la pietas, interpretata religiosamente, lo darà a Dante (ib. 95). E qui la Sibilla mostra il ramo o la fatale verga (che indica, cioè, se fata vocant), la quale Enea nascondeva nella veste. Nell'inferno Dantesco c'è pure una verghetta che mostra che nelle fata è vano dar di cozzo; ma non si usa qui. Ed è ben naturale: l'Acheronte, dopo che Gesù lo valicò (non certo sulla barca del nocchiero Caron), non è più il confine del regno di Dite e della sua moglie, che è regina dell'eterno pianto; alla quale la verghetta è destinata. La verga fa sì, nell'Eneide, che Enea sia accolto nella barca di Caron; Dante sulla barca di Caron non passa, ma su più lieve legno: ciò, perchè di mezzo c'è stata la redenzione, e il disserrarsi della porta e il crollo delle tre rovine,[362] e la fuga dei diavoli e di Dite da di qua l'Acheronte a di là lo Stige, oltre la porta men segreta. Una verghetta delle fata è usata nella Comedia a questa porta più segreta: non è la stessa? La stessissima.

Enea e Dante passano l'Acheronte, l'uno al modo precristiano, l'altro al modo cristiano. Di là Caron sbarca vatemque virumque. Si sa quel che vuol dire vates qui; pure queste due parole indicano forse la scintilla prima dell'ispirazione di Dante a prendersi per guida un vate; tanto più che questo vate è appunto tale ne' due sensi, di poeta e profeta; ed è poeta della Sibilla, e profeta del Cristo, per mezzo della Sibilla, nell'ecloga quarta. Dunque è molto utile considerare che di là di Acheronte si trovano, nell'un poema e nell'altro, un vate e un uomo, un uomo certo. E subito, appena accenna a Virgilio, Dante dice: il Poeta. (Inf. 4, 14) Enea sente subito il latrato di Cerbero; Dante, no; eppur non contradice a Virgilio; chè il Cerbero Virgiliano assorda col latrato di tre gole haec regna; e Dante distingue il regno dell'incontinenza da quello della malizia. Ma che dico, che Dante non sente? Dante sente un tuono d'infiniti guai, cioè guaiti. Non poteva esser tra quelli il latrato di Cerbero? Il fatto è che, al suo luogo, introna le anime, come a dire, si fa sentir più, più da presso. E poi questo luogo è quel di mezzo della concupiscenza; il cane tricipite è un po' l'imperadore di questo regno, a cui sta nel mezzo; sì che, se i peccatori che introna sono, più che gli altri, simili a lui, cioè cani, (Inf 6, 19) pur si sente dolor che punge a guaio (ib. 5, 3) e si sente voce che abbaia (ib. 7, 43) anche nei due cerchi contermini. E i guai del primo cerchio, no, non sono di anime del primo cerchio dove i lamenti sono sospiri e non suonan come guai. (Pur. 7, 30) Il che è confermato quivi stesso. (Inf 4, 26) Or quel tuono di guai proviene dai peccatori canini, per dir così, e, idealmente o realmente, da Cerbero. Vedremo meglio, perchè.

Ecco vagiti nella Tragedia (ib. 426) e nella Comedia. (ib. 4, 25) Non sono in quella le femmine e i viri di questa. Naturalmente: la redenzione mise un po' d'ordine negl'inferi, e riservò questo lembo o limbo di essi, oltre che agl'infanti, anche a viri e femmine. E Virgilio con una premura quasi insolita, poichè qui parla esso per primo e dice, Tu non dimandi?, spiega la cosa, che lo riguarda molto, perchè esso medesmo è di quelli. (ib. 31) Eppure dopo gl'infanti, Enea vede i condannati innocenti. (ib. 430) O non sono condannato innocente anch'io? sembra dire Virgilio a Dante: non per altro rio! (ib. 40) Minos è in Virgilio principalmente per raddrizzare (secondo un'ispirazione dell'Apologia Platonica) le sentenze ingiuste; ma assegna anche le sedi, può parere, a tutti. Pare, anche se non è. (ib. 431) Il fatto è che Dante lo trova come a lui pare che lo trovasse Enea, nell'atto di cotanto uffizio. (ib. 5, 4) Vicini a lui sono i suicidi insontes, nell'Eneide; (ib. 434) nec procul hinc i morti per amore, suicidi o uccisi. Insontes non possono essere i peccatori di Dante; eppure i peccatori carnali, che Dante trova come li trovò Enea, prossimi a Minos o agli infanti che dir si voglia, hanno molto l'aria di insontes; chè, o rotti a vizio o vinti da amore e da un punto, sono trascinati da un vento irresistibile. E Francesca non viene a dire di non averci colpa nella sua sventura? Non pare anche a Dante ch'ella sia offensa? E come Erifile mostra le ferite crudelis nati, non mostra anche Francesca in certo modo, come ho già detto, il sangue di che tinse il mondo? E sono colpevoli tutte due, sì; ma crudele il figlio, e degno di Caina il marito dell'una e fratello dell'altro, perchè non dovevano uccidere! E trovano, sì Enea e sì Dante, Dido; e Dante nella schiera di lei, vede in Francesca una vittima d'amore, recens, in certo modo a vulnere anch'essa, e che fa a lui l'effetto che Elissa a Enea.[363]

Dopo loro, Dante si trova in faccia a Cerbero, e il suo duca fa ciò che il duca d'Enea. Ma Virgilio gli getta terra e la Sibilla un'offa. Anche in ciò è uno di quei divari coi quali Dante sembra ammonire che l'inferno è sempre quello, salvo l'effetto della redenzione e del cristianesimo. Mi limito a una delle ragioni del cambiamento. Servio dà l'etimo di Cerbero: divoratore di carne, consuntore di corpi. Non senza ricordo di quest'etimo Virgilio, anche questa volta da sè, senza essere dimandato (si tratta di cose sue), spiega il destino ulteriore della carne e dei corpi; (Inf. 6, 97) tanto più, che l'antico comento dice ancora: “le anime ricuperano (recipiunt) il luogo loro, quando il corpo sia consunto„. Ora il medesimo annota che nell'offa è miele, perchè di miele si coprivano i corpi de' morti. Bene: sembra dir Dante: al tempo che si seppelliva a quel modo, ci voleva l'offa col miele; ora che, cristianamente, i corpi si sotterrano, ci vuol la terra.

Dante trova i golosi dopo gli uccisi o suicidi d'amore (che amor di questa vita dipartille), coi quali sono i rotti a vizio di lussuria, pur distinti. Enea trova i nemici in guerra e i compagni d'arme, tra cui Deifobo mozzicato. (ib. 477, 494) Non così fatti Dante; eppur vedendo un cittadino suo, pur poco nobile di vita, tanto che laggiù non riesce a riconoscerlo da sè, sembra avere il pensiero ad altro che al vizio della gola. Domanda a Ciacco il futuro delle grandi lotte civili di cui si vedeva allora il principio. Si tratta d'una discordia (ib. 63) anche qui, accesa da tre faville; d'una discordia come quella che inimicò Asia e Europa, d'un incendio, come quello che è narrato da Deifobo. E due giusti (risponde Ciacco a Dante) sono in Fiorenza; e così due giusti erano in Ilio, quando la fatale Erinni di cui si parla nell'Eneide, la converse in cenere: Enea, di cui nessuno fu più giusto, e Rifeo, iustissimus, che Dante trovò nel paradiso. (Par. 20, 67) Ma lasciando questo, ecco Dante per ultimo domandare a Ciacco, all'ignobile Ciacco, notizie di uomini degni: di Farinata, del Tegghiaio, del Rusticucci, di Arrigo, del Mosca. Egli desidera sapere dove sono, se nel cielo o nell'inferno. Sono morti, sono concittadini e avversari, in uno. Non si direbbe che Dante s'aspettasse di trovarli, dove trova Ciacco? Cioè, egli vuol mostrare, che se li aspettava dopo i morti d'amore, come avrebbero dovuto essere, secondo la Tragedia; ma la Tragedia non fa testo se non salva la redenzione, che fu dopo. Or dunque altrove è il suo duce di Agamemnonie falangi, che è Farinata; altrove leva i moncherini il suo Deifobo mutilato, che è il Mosca. E pur qui ne ragiona. Del resto anche Ciacco ha qualcosa di Deifobo. Enea vix... agnovit il suo concittadino; e Ciacco dice a Dante: Riconoscimi se sai. Egli è invero messo a pena spiacente, diremmo vituperosa, come inhonesta (ib. 497) sono le ferite di Deifobo. E l'incontro, che risuona notis vocibus, (ib. 499) è con molta pietà. Chi volle trarre di te così crudele vendetta? dice Enea. Chi sei, che sei messo a sì fatta pena? dice Dante. E si piange. Ciacco, il tuo affanno m'invita a lagrimare: dice Dante. Noi consumiamo il tempo a piangere: ammonisce la Sibilla. E qui la Sibilla a Enea mostra il bivio dei malvagi e dei pii, del Tartaro e dell'Elisio; e qui Dante a Ciacco chiede di quei degni, “se il ciel gli addolcia o l'inferno gli attosca„.

Le mura dell'empio Tartaro (ib. 541, '3) a Enea appariscono qui a sinistra; l'Elisio è a destra. Il vate e l'uomo si mettono per la destra. Dante nell'inferno va sempre[364] a sinistra, nel Purgatorio che è il suo Elisio, sempre a destra. Ma Dante non vede la città ch'ha nome Dite, qui subito. Egli deve ancora scendere a un'altro cerchio, quello degli avari, e poi passare la palude Stige: allora soltanto vede le meschite di ferro infocato. Gli avari hanno voci di cani; cani sono quelli che stanno nel brago. (Inf. 8, 42) È sempre il dominio del cane dalle tre gole che è veramente il Lucifero tricipite del regno dell'incontinenza, e che ringhia in persona di Minos, ed è lupo maledetto in persona di Pluto. Chè Servio viene a dichiarare la natura simbolica di Cerbero così: omnes cupiditates et vitia terrena: l'incontinenza, interpreta Dante. Nel cerchio dell'avarizia c'è gente che volta pesi; e questi sono quelli che dentro il Tartaro, di là delle mura di Dite, in Virgilio, saxum ingens volvunt, (ib. 616) come racconta la Sibilla. È contradizione in ciò tra i due poemi e i due inferni? No. Anche qui Dante giustifica la mutazione dell'inferno, al modo solito, con la mutazione dei tempi. Invero gli avari, come risponde Virgilio a una domanda molto meravigliata del suo discepolo, furono “cherci... e papi e cardinali„. (Inf. 7, 46) Potevano esserci, al tempo d'Enea?

Appariscono anche a Dante le mura rosse del Tartaro, ch'egli chiama Dite, giovandosi d'un ravvicinamento di Virgilio, cioè, della Sibilla; ch'egli non sembra aver bene interpretato. Le moenia a destra (ib. 541) non sono le stesse moenia lata che si vedono sub rupe sinistra. (ib. 550) Ma d'altra parte, la Sibilla dopo aver parlato delle pene del Tartaro, mostra le moenia (ib. 630) di ferro, battuto dai Ciclopi. E Dante ha creduto che fossero le medesime, le moenia del Tartaro e le moenia di Dite. Ciò è confermato dal fatto che Dante riesce al Purgatorio o Elisio suo, attraverso il suo inferno dei mali; ma nell'Eneide leggeva, hac iter Elysium (ib. 542) ossia per Ditis moenia: dunque il suo Tartaro, dove sono puniti i felli, è identico al Dite Virgiliano, per il quale si va all'Elisio. Quanto alla destra e sinistra, vedete! Il Dite Virgiliano è a destra, il Tartaro a sinistra. Ebbene, Dante, entrato in Dite, piega a destra. (Inf. 9, 132) Il che prova l'intenzione del nostro Poeta di far credere il suo inferno simile all'antico, sia che lo credesse egli, o no. Il che non esclude che in quell'essere di Dite a sinistra e a destra, non sia altra intenzione dottrinale.[365]

Nel Tartaro Virgiliano non entra Enea: è la Sibilla che narra ciò che c'è dentro. (Aen. VI 56, 2) Dante c'entra e vede; pur la sua Sibilla, il suo vates sibillino, Virgilio, sugli spaldi, prima di scendere nel vero Tartaro, gliene descrive l'ordinamento e gliene enumera i peccatori. (Inf. 11, 16) Nel Tartaro Virgiliano, è fuori Tisifone con agmina saeva sororum (ib. 572), che Dante avrà prese per le due sorelle in mezzo a cui pone la sua Tisifone. Dentro, nell'Eneide, è un mostro peggiore, un'Idra delle cinquanta bocche: Dante, che ha veduto, narra che c'è dentro un'Idra o serpente che è Gerione, e un mostro di più bocche, che è Lucifero. Son tre le bocche di Lucifero; ma Dante leggeva in Servio che c'era chi all'Idra attribuiva tre bocche.[366] Sono nominati dalla Sibilla, de' rei, primi quelli che son costretti a confessare a Radamanti la colpa che crederono nascondere sino alla morte. Si usa la frase: furto inani. (ib. 568) Dante, abbia o no interpretato rettamente furto, dà di questi peccatori un esempio evidente (e non il solo) in Vanni Fucci, costretto a confessare il suo furto, del quale è punito dopo morte, mentre prima era apposto altrui: (Inf. 24, 136) Io non posso negare!

C'è anche nella Comedia questo secondo giudice infernale: è la coscienza che empie di vergogna i peccatori che usarono l'intelletto a fin di male. C'è, ma spiritualizzato; sebbene anche la persona non manchi. Chi è Flegias, il barcaiolo dello Stige? È colui che nel Tartaro, miserrimus ammonisce e testifica, che si deve osservar iustitiam, e riverir gli dei, il che è pietas: dunque: osservate la giustizia e la pietà o religione. Ma di ciò egli ammonisce i morti; e i morti di Dante, in Dite, hanno infatti, più e meno, vergogna della lor colpa, secondo che furono colpevoli contro la giustizia o contro la religione.[367] È la coscienza della loro reità, ossia l'aver commesso coscientemente il lor fallo, in cui ebbe parte o la volontà, o la volontà e intelletto insieme, con, più o meno, l'irresistibile predominio dell'appetito, che tragitta i felli dall'inferno superiore all'abisso inferiore. E tal coscienza l'hanno, per pena, anche laggiù. Dante ce ne mostra un esempio in Capaneo che, non maturato dalla pioggia di fuoco, è però straziato dalla mala volontà impotente; e un altro in Vanni Fucci, anch'esso acerbo, che è martoriato dalla vergogna. Ma oltre la vergogna, corre a maturarlo il Centauro pien di rabbia, che è dunque simbolo visibile di quell'intellettual coscienza. Così sono gli altri punitori: centauri, arpie, cagne, Malebranche. Tutti hanno, o strali o rostri o denti o sferze o raffi o maciulle, equivalenti a ciò con cui Radamanti subigit fateri i suoi rei, il che Dante può aver creduto essere il flagello della Furia. (ib. 570)

I rei della Sibilla sono, oltre i Giganti o Titani, alcuni puniti in modo singolare, altri in modo promiscuo o indeterminato. Dei primi Salmoneo (ib. 585) ha riscontro in Capaneo, che ha la crudel pena del riconoscere la sua impotenza e il trionfo di Giove che lo fulminò. Dante ha anche un suo Tityo in Caifas proteso nella bolgia sesta. Giuda infine e i due uccisori di Cesare sono, con pena singolare, maciullati dalle tre bocche di Lucifero: pendono se non radiis rotarum (ib. 616) o scopulo (VIII 669) a' ceffi (Inf. 4, 65) del primo superbo, districti anche loro e tementi la bocca di Dite, se non delle Furie (VIII 669); non hanno il tormento della fame loro inflitto dalla “massima delle Furie„ (VI 605), ma sono essi medesimi mangiati, come per fame, dal massimo dei mostri. C'è derivazione per analogia e contrasto e amplificazione. Delle pene generali di Dante alcune trovano riscontro in quelle di Virgilio. Ma in Malebolge e nella Ghiaccia Dante narra le pene, le quali, due volte, la Sibilla dice di non volere e poter narrare; (VI 614, 625); e sono accennate nell'ottavo libro nè dichiarate, se non per Catilina, che in certo modo è il modello della pena dei due uccisori di Cesare, pendendo dallo scoglio e temendo la bocca (ora, che però va interpretato diversamente) delle Furie. Dunque Dante con questo suo viaggio allarga e compie le notizie della Sibilla: sa ciò che Enea non potè sapere, pur avendolo chiesto. (ib. 560) Tuttavia, la prima delle bolgie (Inf. 18, 35) ha quel suon di sferze, che è precipuo nel Tartaro Virgiliano (ib. 558); la sesta, che è la bolgia capitale, ha quel Tityo che dissi; sono qua, nella settima, i serpenti, che non mancano là; (ib. 571) e la fame che vide la Sibilla, (ib. 604) ha qualche cosa della sete che vide Dante: là le mense, qua i ruscelli avanti gli occhi. (Inf. 30, 64) E infine tutti i dannati di Dante patiscono spiritualmente lo strazio dell'avvoltoio che cima il fegato immortale; (ib. 597) e ve n'ha chi patisce pur materialmente e visibilmente la lacerazione delle viscere fecunda poenis, (Inf. 28, 41) fecunda perchè le ferite si richiudono. Manca in Virgilio il gelo di Cocito; ma Cocito (Dante pensò) Enea non lo vide, nè sentì narrarne alla Sibilla, come del Flegetonte; chè si dice, sì, che l'Acheronte finisce in Cocito; (ib. 297) si afferma altrove, “tu vedi i profondi stagni di Cocito e la palude Stigia„; (ib. 323) ma quest'ultima affermazione contradirebbe il primo detto, e va quindi interpretato con discrezione. Senza far troppo forza alla lettera dell'Eneide, Dante poteva credere o far credere che lo stagno fosse nell'imo Tartaro, più giù del Flegetonte. Ed ecco balena a noi il pensiero di Dante. Egli fa narrare a Virgilio d'essere stato laggiù, dopo morto (Inf. 9, 22), e d'aver perciò veduto anche ciò che la Sibilla, l'altro vates, di cui egli aveva cantato, non aveva narrato: il più basso loco e il più oscuro: e perciò di sapere perfettamente il cammino anche delle parti d'Averno da lui non descritte. Quella volta vide da sè e meglio conobbe le scelerum facies e le pene, che Enea domandò alla Sibilla e seppe da lei imperfettamente. Ma era morto da poco, e alcunchè non vide: non vide Caifas confitto in terra, là nel Tartaro. (Inf. 23, 124) Per il resto tanto vide e seppe, da poterne ragionare a Dante, prima di scendere nel Tartaro. (Inf. 11)

Le scelerum species, vedute ivi dalla Sibilla, che si ritrovano nel ragionamento di Virgilio, sono l'empietà (che è inclusa nell'epiteto impia) (ib. 543), doli (ib. 567) specificati in chi credè invano di nascondere il furto. Si può trovare subito la divisione generale di violenza (contro Dio, che è tipica e più grave) e di frode. Vide poi Titani e Giganti, (ib. 580) i quali sono violenti e fraudolenti e traditori, per Dante, e con la loro alta statura, hanno come i piedi nella Ghiaccia, così il capo nel secondo cerchietto. Omettendo ora quelli di cui si è già parlato, troviamo i fratricidi e parricidi e rei di frode verso i clienti, a cui li univa un vincolo di fede speciale; (ib. 608) poi gli avari, rei di mal tenere (ib. 610), gli uccisi in adulterio (612), i seguaci d'armi empie (ib.) che Servio dice essere i combattenti contro Cesare; i traditori de' lor padroni, (613) che sono per Servio e Dante i medesimi di prima; i traditori e asservitori della patria per cupidigia d'oro, (621) di cui Servio cita Curio; i barattieri d'allora (622), gl'incestuosi. Dante non confondeva certo gli uccisi per adulterio con gli uccisi o suicidi per amore: erano pur distinti anche in Virgilio! Nè credeva i Lapiti (601) rei soltanto di gola! Sono dunque nel Tartaro, a detta della Sibilla, oltre a fraudolenti e a traditori, una specie, ma sol una di incontinenti: gli avari. Anche delle pene, una, sol una, quella di rotolar sassi, nell'inferno Dantesco è fuor di Dite. Tale contradizione tra la sua Comedia e l'alta Tragedia Dante si studiò di sanare in ogni modo; e tutti questi modi confermano lo studio di far l'una uguale all'altra. Cerca di sanar la contradizione, dicendo lupo il demone dell'avarizia, lupa l'avarizia stessa, mentre lupo e lupe sono, per lui medesimo, d'accordo anche qui con Virgilio che chiama raptores i lupi (II 356), ben altro che mali tenitori delle loro ricchezze; sono cercatori e rapitori delle altrui. Virgilio vide le reità e le pene, intorno alla morte di Gesù, poichè l'imo dell'abisso era già di Giuda; non molto dopo, perchè nel viaggio non vide Caifas. Si deve credere, dunque, che questo mutamento intorno al posto dell'avarizia avvenisse per effetto della redenzione. Furono, cioè, dopo la morte di Gesù, puniti della pena degli avari felli, pur fuori del Tartaro, certi ignavi di genere nuovo: gente che non operò, per questo amor soverchio delle ricchezze, nè ben nè male. Invece che nel vestibolo a correre punti da mosconi e vespe furono messi dentro l'inferno a rotolar massi, con pena più grave nè meno infame, pur sempre analoga, perchè anch'essi vanno continuamente. Perchè sceverarli dagli altri ignavi? Perchè la giustizia di Dio deve più gravare su loro, meno dovendo fissarsi alla terra essi, cherci e papi e cardinali.

Ma a meglio conoscere il pensiero di Dante ci conduce il considerare la palude Stigia. In essa è uno che stende ambe le mani alla barca di Flegias. Lo Stige, Dante sapeva da Servio, che prendeva l'arena e il fango di Acheronte per condurlo a Cocito: per Stygem, dice Servio. (ib. 257) Sull'Acheronte Enea vide gente che pregava di passare, tendebantque manus. (ib. 314) Enea vede alcuni de' suoi, Leucaspi e Oronte, maestos (333), un altro, Palinuro, maestum. (340) Sono tutti e tre mortis honore carentes. (333) Notiamo perchè si tenga conto dell'associazione dell'idee e delle imagini, precipua nel creare del poeta, che tutti e tre sono morti annegati: ce li figuriamo grondanti d'acqua. (361) Dante non traversa l'Acheronte in barca; sì in barca lo Stige che dall'Acheronte deriva. Non vede egli sulla riva di là dello Stige gente invidiosa d'altra sorte; sono nello Stige stesso i peccatori che a quella gente assomigliano. Or nello Stige a Dante si presenta un mesto, un che piange; che stende poi le mani; che è un fiorentino come lui, un da lui ben conosciuto, per quanto pien di fango. Non è un insepolto, come non sono insepolti, quelli, nella Comedia, che invidiano ogni altra sorte sulla riva d'Acheronte. Quelli sono però mortis honore carentes; e costui, che tende le mani ed è mesto, anch'esso, se mai altro, manca di quest'onor della morte; perchè la sua memoria non è fregiata di alcuna bontà. Filippo Argenti, innominabile anch'esso (il suo nome è pronunziato dagli altri peccatori), come i suoi compagni di pena, e come gli avari e come gli ignavi, vuol salire sulla barca, a cui stende mani; onde il Poeta lo ributta, gridandogli: Via costà! Ed è, perciò, una specie di Palinuro della Comedia, e sta a Palinuro, come la mancanza d'onor di morte in Dante sta alla medesima mancanza in Virgilio. Quest'onor della morte manca sì negl'ignavi, sì negli avari, e sì nei fangosi incontinenti d'ira, o dismisurati nell'irascibile, o rei de' vizi collaterali e fortezza e (come vedremo) magnanimità, o audaci e timidi, o orgogliosi e tristi, o accidiosi. Tutti questi ebbero battesimo; gli avari furono anzi tutti cherci, con una sola eccezione. Una sola, come fa chiaramente comprendere questo terribile Dante. Nella cornice del purgatorio, dove si impreca alla lupa, gli avari, tra cui è un papa, (conoscibile, ora, nella purgazione), piangono tutti, volti in giù, sospirando questo solo versetto: Adhaesit pavimento anima mea. (Pur. 19, 71) Fa eccezione un'anima che tra le altre che piangono e si lagnano, dice esempi di virtù opposta al vizio. Fa eccezione: Dante gli dice: perchè sola rinnovi queste laudi? Sola, dunque; e non è d'un chierco. Ma di chi? Del capostipite della casa di Francia, che aduggia la cristianità. (Pur. 20, 16) Di che si vede come nella lupa sia adombrata politicamente l'avarizia e della curia papale e della casa di Francia: l'avarizia che degenera, per innesto dell'amor del male, in cupidità; come, tra l'altro, si ricava da ciò che Ugo seguita a dire: (ib. 64) che i reali di Francia divennero rapaci, micidiali, traditori. E casa di Francia poi si volge contro curia di Roma, per una vendetta di Dio, che fa che la lupa veramente consumi “dentro sè con la sua rabbia„, come il maledetto lupo (Inf. 7, 9), e sbrani sè stessa.

Anche gl'inconoscibili del brago sono battezzati, che non rinverdirono in vita la grazia avuta, come dicono gli accidiosi pentiti. (Pur. 18, 105) L'accidia, che è un rattristarsi de spirituali bono, che è una tepidezza in ben fare (ben fare uno non battezzato non può, meritando) (ib. 108); l'accidia non è peccato da pagani. Quindi nell'Eneide non possono ritrovarsi anime rissose o gorgoglianti nello Stige. Vide invece sì gl'ignavi del vestibolo, sì gl'ignavi del quarto cerchio, sì gl'ignavi dello Stige, nel suo proprio viaggio, quando fu congiurato da Eritone, Virgilio, che di queste tre specie dà conto a Dante con parole quasi uguali. Li vide mortis honore carentes, come gl'insepolti che vide Enea ed esso cantò; ma con alcuna differenza tra loro. I primi erano nè morti nè vivi; come non ebbero vita, non hanno morte, come non ebbero morte, non hanno vita. Gli ultimi erano più veramente i suoi insepolti, checchè paia a bel principio. Invero i primi son fuori, gli ultimi son dentro la “gran tomba„ che è l'Inferno. I primi non hanno speranza di morte; gli ultimi la seconda morte l'ebbero, traversando l'Acheronte: dunque morirono e furono poi sepolti.[368] Come sono sempre ancor vivi, d'una vita cieca e bassa, quei primi, perchè furono, vivendo, come morti; così questi che sono sepolti, furono, vivendo, quasi insepolti. Se essere insepolti vuol dire misticamente “non dissolvere la compagine dei vincoli carnali„,[369] questi ultimi ignavi del brago non attutirono le passioni, parlando in genere; le passioni dell'irascibile, ira e timore, parlando in ispecie.

Sono essi più veramente gl'insepolti della Eneide; e invero hanno, come loro, del naufrago. Il mare li tranghiottì: un mare vischioso e putrido. Il mare, cioè una palude, li tiene in sè. Quel mare che si attraversa col legno della croce, il qual legno è simboleggiato nell'arca; quel mare, che si attraversa col battesimo che è simboleggiato nel camminar di Gesù sull'acque e nel passaggio degli Ebrei per il mar rosso; quel mare si è fatto brago per loro. Lo attraversavano, e cadder giù, e in eterno ora vi rimangono, o fitti o invano mobili. Passarono l'Acheronte, e rimasero nello Stige, sepolti nella belletta; nello Stige che deriva dall'Acheronte e che è l'Acheronte stesso nel suo corso ulteriore. E quest'ultimo fatto ci mostra nella sua perfetta lucidezza il pensier di Dante, che volle il suo inferno uguale a quello di Virgilio. Misticamente gli avari sono dove erano; sono nel Tartaro; perchè l'Acheronte Gesù lo passò invano per loro e ruppe invano la porta. Dunque la porta è come chiusa per loro, ed è perciò come quella di Dite; e l'Acheronte, invano passato, è perciò come uno Stige. Il che Dante conferma facendo che lo Stige appaia e gorgogli nel cerchio degli avari. (Inf. 7, 101) E ciò significa ancora che l'avarizia è il peccato che non è più di sola concupiscenza e non è ancora di cupidità: gli avari appetiscono il bene, ma un ben più vano, un ben più terreno che gli altri incontinenti; e sono facili a cercare aliena, a forza di mal tenere o anche di mal dare il proprio. Gli avari sono incontinenti, che cominciano a volgersi al male, come quelli più sotto loro, dove la fonte buia che da lor nasce si fa palude; come quelli, di cui si parla nel medesimo canto che parla di loro; come quelli che sono innominabili al par di loro, e formano con essi gl'ignavi della malizia o ingiustizia.

Il che si vede dagli esempi d'avarizia e di accidia nel purgatorio. Avari sono Acam, Eliodoro, Safira e suo marito, i quali son anche o ladri o rubatori e perciò frodatori; Pigmalion e Polinestor che son anche o perciò traditori; oltre Crasso. Accidiosi sono gli ebrei, i quali pur avendo passato il mar rosso, si rubellarono ai loro divini condottieri, e i Troiani, che pur essendo della setta d'Enea, bruciarono furibondi le navi per non andare in Italia. Il mar rosso che si fece brago per quelli Ebrei, è simbolo del battesimo o del libero volere, e lo Stige che invischia tante rane, è passato con le piante asciutte da Enea!