Tre cantiche in terza rima, ognuna di trentatrè canti, più il primo proemiale, che è l'uno rispetto al tre e al trentatrè e al novantanove: tre donne del cielo con Dio, tre persone della Trinità con Maria, tre fiere con la selva, e tre disposizioni cattive col peccato originale, e tre ordini di simboli del male, unicorpori biformi e trigemini, e tre ternari d'ordini angelici, intorno all'I, e tre furie e un Gorgon, e un'accidia fra tre cerchi e tre cerchietti, d'incontinenza e di malizia, e un lento amore tra un amor triforme e un amor tripartito, e una ternaria divisione in tenebra e carne e veleno, e antinferno inferno alto e basso, e antipurgatorio purgatorio e Eden, e tre guide a Dante nel gran viaggio, Virgilio Beatrice e Bernardo; tutta questa triplicità[512] ci ammonisce che base del poema dantesco è quella Trinità, di cui pareva un miracolo Beatrice giovinetta. Invero nelle Confessioni di S. Agostino, libro che Dante ben presto conobbe, è questa dichiarazione della Trinità: “Chi intende la Trinità onnipotente?... Vorrei che gli uomini pensassero in sè stessi queste tre cose. Sono queste tre cose ben altro che quella Trinità, ma io propongo un argomento dove possano esercitarsi e provare e sentire quanto siano lungi. Ecco le tre cose: esse, nosse, velle. Io sono e so e voglio: sono sciente e volente, e so d'essere e di volere, e voglio essere e sapere (scire). In tali tre cose quanto sia vita inseparabile e una vita sola e una sola mente e una sola essenza, e quanto infine inseparabile distinzione, e tuttavia distinzione, veda chi può...„[513] Dante vi s'è esercitato, su questa somiglianza, e ha provato e ha sentito quanto s'è lungi, con ciò, da “aver trovato ciò che sopra lei è incommutabile, ed è e sa e vuole incommutabilmente„.[514] Invero quando nella pace del regno di Dio vede la visione della Trinità, meta del poema,[515] all'alta fantasia manca possa; (Par. 33, 142) pure egli volle igualmente. E in tanto tutto il poema di quest'alta fantasia è pieno.
La prima cantica è la morte e il seppellimento del primo amico, del vecchio Adamo. Dante muore nel passaggio dell'Acheronte, come Miseno nelle onde del mare, e si seppellisce nella gran tomba, dove continua misticamente a morire, finchè esce dal sepolcro, dopo tanto tempo, quanto fu quello che Gesù passò sepolto. Esce a riveder le stelle, dunque risorge: è morto a ciò che è morte: ora è. La prima cantica è dell'esse, la qual idea corrisponde alla prima persona della Trinità, al Padre. In fatti Dante, uscito a riveder le stelle, uscito dalla morta poesia e dall'aura morta, fuggito dalla prigione eterna, vede un veglio solo, degno, come non altri, della riverenza che il figlio deve al padre. È Catone, che già nel Convivio simboleggiava Dio: “e quale nome terreno più degno fu di significare Iddio, che Catone? Certo nullo„. (Co. 4, 28) È Catone, cioè la virtus; e virtù o possa o potestate è la prima persona della Trinità. È Catone, che si uccise per essere libero, cioè essere; e fece perciò (nel simbolo) quel che Dante, che volontariamente morì e si seppellì, per essere libero, cioè essere.
Nella seconda cantica Dante giunge a Matelda e a Beatrice, addotto da Virgilio. Cioè lo studio lo conduce all'arte o scienza e alla sapienza, a conoscere, nosse o scire le cose umane e divine, sì da poterle significare altrui. La seconda cantica è dello scire. Dante è congiunto all'ultimo con la sapientia che è la seconda persona della Trinità. L'ultima operazione di Dante nel paradiso terrestre è di bere all'Eunoè; e quello fu un “dolce ber che mai non l'avria sazio„. (Pur. 33, 138) E dunque tal sete era quella “naturale che mai non sazia se non con l'acqua„ che a noi fornisce il Figlio di Dio. (ib. 21, 1) E Dante dall'onda ritorna rifatto, come dalla tomba esce rinato: “rifatto sì come piante novelle, rinnovellate di novella fronda„. Nella parola ripetuta echeggia distintamente il nosse o novisse. Sì fatti accenni etimologici non sono nuovi, in Dante, che appunto altra volta s'indugiò su quel verbo. (Co. 4, 16) La prima operazione per salire al paradiso celeste è il fissarsi di Beatrice nel Sole; nell'alto Sole, che invano desiano i sapienti del limbo, nel Sole degli angeli.
Nella terza cantica Dante giunge a fissare, per intercessione di Maria, che fu l'ispiratrice del gran viaggio, l'occhio nella Trinità. A un tratto la mente è percossa “da un fulgore in che sua voglia venne„. Poi il suo velle è volto. Da chi? Dall'Amore. La terza cantica è del velle che corrisponde alla terza persona della Trinità: al primo Amore o Spirito Santo. Una tomba che vaneggia, una fonte che gorgoglia, una ruota che gira, sono le tre imagini con le quali si chiudono le tre cantiche, in cui Dante dice: Sum et novi et volo. Egli, per ricorrere ad altra opera del medesimo autor di Dante, est, videt, amat, o viget, lucet, gaudet. Uscito dall'aura morta, est e viget; portato da Lucia alla porta della purgazione e passato attraverso il fuoco della visione, videt e lucet; col suo volere mosso dall'amore pien di letizia, amat e gaudet. Essentia, Scientia (=Sapientia), Amor sono le tre parole di S. Agostino che Dante avrebbe messe come titolo alle sue tre cantiche.[516]
Ma questi tre concetti s'intrecciano nella fantasia di Dante in mirabili modi, che noi appena appena possiamo imaginare. Certo vediamo che il velle e il nosse è con l'esse nella prima cantica, rispondendo forse alla formula agostiniana ultima: Volo esse et scire. La “virtù possente„ per la quale, vinte la dubbiezza e la viltà, entrò dalla porta oscura, e morì e si seppellì, è bene il volere. (Inf. 2, 11) Volle Dante riapplicare al sacramento lustrale, ricevuto da bimbo, la sua volontà. Volle morire, per rinascere, esser sepolto per riveder le stelle (quattro spiccano lucide nel cielo australe), volle esse, e volle scire. Egli si mise nell'alto passo e nell'altro viaggio, con lo studio, con un savio che tutto seppe; e da lui a mano a mano imparava e con lui vedeva e per lui sapeva. Egli dice dunque nella sua prima cantica: Volo esse et scire. E invero nella seconda può dire sum, perchè è risorto o rinato, sciens, perchè dallo studio è stato addotto all'arte e alla sapienza, et volens, perchè donde bevve quell'onda santissima? Da Eunoè, ossia dal buon volere. E non è, l'ascendere di grado in grado, tutto una purificazione, tutto un alleggerimento della volontà, dalle macchie e dai pesi che la tirano giù? sì che all'ultimo, libero dritto e sano è l'arbitrio, e l'uomo è vago di girare e penetrare la divina foresta? e dopo essere stato tuffato nell'oblìo di quei pesi e di quelle macchie, e dopo aver bevuto il supremo ristoro di quel volere, vuole salire alle stelle, essendo puro e disposto; e perciò sale? E lassù di sfera in isfera giunge a quello stato di coscienza divina e perfetta, in cui può dire, Scio esse me et velle, tratto com'è nel moto circolare dallo Spirito Santo che illumina, e che è sol quello che può far sì ch'uomo dica: Scio.
Scio, cioè novi, cioè vidi. La terza cantica è propriamente quella nella quale Dante può dire: Vidi. Tutto il viaggio è di contemplazione; ma le prime due descrivono l'esercizio, contemplativo sì, ma di vita attiva, esercizio che dispone alla contemplativa propriamente detta. La quale è propriamente narrata e descritta nel paradiso, dove, Dante dice; Fui io e vidi; (Par. 1, 5) il che è più solenne del primo: ciò ch'io vidi. (Inf. 2, 8) Più solenne, come si scorge dalla reiterata e raddoppiata invocazione; più solenne, come si scorge dal tacito confronto con le parole sottintese di S. Paolo: Scio hominem in Christo... (sive in corpore nescio, sive extra corpus nescio, Deus scit), raptum huiusmodi usque ad tertium caelum.[517] Dante che nei due primi regni è stato un eroe della vita attiva (un pius vates, se non un guerriero) che ha contemplato, un Enea novello che discende agli inferi e riesce all'Elisio, che entra lì per lamenti feroci e qui per canti, (Pur. 12, 113) come l'Enea antico, (Aen. VI 274 sq. 557, e poi 644, 657) ora è quell'altra persona che nel principio, dubitando, negò di essere: è Paolo, e tutto e perfettamente contemplativo.
E che vide? Cioè, che contemplò? La Trinità a parte a parte, e poi insieme, il Dio uno e trino, per ispirazione della Vergine Madre, sposa dello Spirito Santo. La quale inizia e termina il poema sacro.[518]