Ogni cielo ha per motore un ordine di angeli. Dante enumera le gerarchie con qualche diversità nel Convivio e nella Comedia. In questa segue Dionigi, non solo nel novero ma anche negli uffizi dei singoli ordini.
La prima e più sublime gerarchia, di Serafi, Cherubi e Troni ha quest'uffizio in S. Dionigi. Il nome di Seraphim designa (mi limito alle ultime parole del periodo) “una proprietà luciforme e illuminativa che caccia e cancella ogni oscurità di tenebra„.[544] Dal comento del gesuita Croderio (commento derivato da autorità più antiche, il quale però non è assurdo citare a proposito di Dante) ricavo: “Tropologicamente, in Ezechiele, i Serafini presentano il tipo d'un'umile e pronta e cieca obbedienza, mentre, coperta la faccia e gli occhi, quasi rinunziando al proprio giudizio, e coperta la parte inferiore del corpo, per la quale si designano gli effetti, ritengono due ale spedite a volare, cioè a eseguire i divini comandi„.[545] Ricordo che le ale loro son sei: due velavano la faccia e due i piedi: le altre due erano pronte al comando. Risulta da ciò che i Serafini son simili e contrari a Lucifero il quale ha sei ali; e che son umili quant'esso è superbo. Egli non aspettò lume, e quelli ritengono la proprietà luciforme e illuminativa. Ed essi sono igne, e quello è gelo. Il nome Cherubini significa la loro virtù di conoscere e rimirar Dio; ed essi (mi limito, come sopra) “la sapienza loro donata, senza invidia derivano e trasfondono agli inferiori.„[546] I cherubini “hanno molti occhi a significare la moltitudine della cognizione„.[547] E qui ricordiamo la pena degl'invidi nel purgatorio, i quali son fatti orbi, e ricordiamo sopra tutto il facile etimo d'invidia, e ricordiamo che neri cherubini son le Melebranche di Malebolge. (Inf. 27, 113) Per Dante a quel che pare, non si dannò (oltre gli angeli nè caldi nè freddi, non dannati e non beati) se non un Serafino, il più bello anzi dei Serafini, per superbia, e molti Cherubini per invidia; per superbia e invidia che sono, come ho detto, gli unici peccati di cui quelle creature spirituali erano capaci. “Il nome di Troni dinota ciò che è separato da ogni terrena bassura, senza alcuna mistione, e che è portato all'alto da divino studio... in lui che è veramente sommo, immobile sta„.[548] Ecco perchè sono i contemplanti nel cielo di Saturno cui muovono i Troni. E il nome di Dominazioni indica “la dominazione liberalmente severa, che inalzandosi sopra ogni abietta servitù e sopra ogni bassezza, libera da ogni dissimiglianza, brama incessantemente la dominazione e il principio della dominazione...„[549] Ecco il cielo di Giove, e la dominazione o signoria giusta che in quel cielo trionfa. E il nome di Virtù indica, per non dir altro, “una forte e inconcussa virilità„. Ecco il cielo di Marte, e gli imperturbabili campioni della fede, e l'inconcusso animo di Dante, apostolo della verità, che farà manifesta, checchè gliene avvenga, la sua visione tutta.[550] Le Potestà significano “un ordine senz'alcuna confusione nell'accogliere le cose divine, e una intellettuale e supermondiale disposizione di potestà...; la quale con animo invitto ordinatamente si diriga alle cose divine„.[551] Ed ecco i dottori di scienza divina nel Sole, governato dalle Potestati. I Principati hanno “la facoltà di principare (per così esprimermi) e guidare in modo deiforme e con sacro ordine... e di rivolgersi totalmente al sopraprincipale principato, e condurre gli altri principalmente a quello...„[552] La ragione astrologica prevale, senza dubbio, nel cielo Dantesco di Venere, mosso dai Principati; ma Carlo Martello è un principe, e Cunizza è sorella di principe, e Folco fu vescovo. E tutti e tre parlano di “principare„ in modo buono e retto; e un d'essi, convertito appunto al sopraprincipale principato, indica ai principi uno scopo divino nelle loro umane operazioni; il conquisto di terra santa. Per gli Arcangeli udiamo il comentatore: “Arcangeli si chiamano i sommi Nunzi che annunziano le somme cose. Loro uffizio è, secondo Dionigi, rivelare le profezie: essi ancora le illuminazioni che ricevono dai superiori annunziano agl'inferiori, e mediante loro, a noi„. Sappiamo che cosa apprenda da Giustiniano e poi da Beatrice Dante nel ciel di Mercurio. Di più: “secondo Gregorio, il loro uffizio è far consapevoli gli uomini delle cose che pertengono alla promozione della fede, e de' principali misteri, come la Natività del Cristo, e simili...„. Il corso dell'aquila e la vendetta della vendetta son certo di tali cose che gli arcangeli annunziano! Gli angeli, infine, “toccano le cose più evidenti e mondane„.[553] Da ciò non indurremmo la convenienza che Dante sentì di farli presiedere alle vergini sorelle che mancarono forzatamente ai loro voti (sebbene tornano al mondo!). Questa convenienza la induciamo da alcuno dei dodici ministeri, per es. rimuovere gl'impedimenti del loro bene e le occasioni del male; aiutare contro i nemici visibili; eccitare al fervore (la volontà, se non vuol, non s'ammorza! Par. 4, 76); consolare (Dio sa qual fu la vita di Piccarda! Par. 8, 308); rintuzzare le potenze contrarie, “affinchè non possano tanto nuocere quanto vogliano„.[554]
Ma l'uffizio generale di tutti gli angeli è, come Dante afferma nel Convivio, speculare e contemplare Dio, cioè la Maestà Divina in tre persone. (Co. 2, 6) Gli ordini angelici, egli ammonisce, sono primi o secondi o terzi “quanto al nostro salire a loro altezza„. Ora Dante sale, nel suo paradiso, via via a ognuna delle loro spere, cioè contempla, con loro e come loro, Dio ossia la Trinità. E contemplare la Trinità è quella massima beatitudine a cui Dante arriva dalla “miseria„ sua umana. E ci arriva a grado a grado, per le nove sfere, mosse da nove ordini d'angeli, che contemplano nel modo che egli assegna nel Convivio.[555]
“Si può contemplare la potenza somma del Padre, la quale mira la prima Gerarchia (Serafini, Cherubini e Troni), cioè quella che è prima per nobiltade, e che ultima noi annoveremo: e puotesi contemplare la somma sapienza del Figliuolo; e questa mira la seconda Gerarchia (delle tre dee, Dominazioni, Virtudi e Potestati): e puotesi contemplare la somma e ferventissima carità dello Spirito Santo; e questa mira la terza Gerarchia (Principati, Arcangeli e Angeli), la quale più propinqua a noi porge delli doni che essa riceve. E conciossiacosachè ciascuna Persona nella divina Trinità triplicemente si possa considerare, sono in ciascuna Gerarchia tre ordini che diversamente contemplano. Puotesi considerare il Padre, non avendo rispetto se non ad esso, e questa contemplazione hanno li Serafini, che veggiono più della prima Cagione, che alcun'altra Angelica natura. Puotesi considerare il Padre, secondochè ha relazione al Figliuolo, cioè come da lui si parte, e come con lui si unisce, e questo contemplano li Cherubini. Puotesi ancora considerare il Padre, secondochè da lui procede lo Spirito Santo, e come da lui si parte, e come con lui si unisce; e questa contemplazione fanno i Troni. E per questo modo si puote speculare del Figliuolo e dello Spirito Santo„. (Co. 2, 6) Poniamo ora tutti questi modi, con vicino il loro cielo e i loro ordini d'angeli.
| Luna: Angeli | carità dello S. S. | [556]. . . . . . . . |
| Mercurio: Arcangeli | . . . . . . . . | |
| Venere: Principati | . . . . . . . . | |
| Sole: Potestati | sapienza del F. | . . . . . . . . |
| Marte: Virtudi | rispetto al F. | |
| Giove: Dominazioni | . . . . . . . . | |
| Saturno: Troni | potenza del P. | in relazione allo S. S. |
| Cielo Stellato: Cherubini | in relazione al F. | |
| Primo Mobile: Serafini | rispetto al P. |
Osservo, prima di tutto, che dei trentatrè canti del paradiso sono assegnati alle prime tre sfere, nove, più parte del decimo; alle seconde tre, il resto del decimo e gli altri sino al vigesimo; alle ultime tre i canti del vigesimo primo al trigesimo non intero; chè al verso 38 Dante è nell'Empireo. Per quanto la divisione non sia netta, possiamo arguire che il Poeta ha dato a ognun de' tre ternari, un dieci, numero perfetto, serbando per l'Empireo una triade di canti. Ed è notevole che nel ternario mediano di sfere, risuonano tre volte le tre voci Cristo, Cristo, Cristo; la prima nel Sole (12, 71), la seconda in Marte, (14, 104) la terza in Giove. (19, 104) E notevolissimo è poi che de' tre ultimi canti, che avanzano alle tre decine, quello di mezzo, ossia il trigesimo secondo, contenga di nuovo le tre voci. (32, 83) E in quel regno centrale del Sole Marte e Giove, dove fiammeggia la croce dei combattenti, tra la corona de' savi dottori e l'aquila dei giusti regnatori, Dante è chiamato Figlio dal suo tritavolo e da lui fatto imperturbabile nella sua divina missione. Sol chi consideri questi più sacri segni che parole, queste imagini di luce in cui Dante, come i suoi beati, luminosamente s'asconde, potrà stupire avanti quell'abisso di grandezza consapevole, che era l'anima dell'esule fiorentino.
Per quanto i singoli ordini contemplino specialmente una persona rispetto all'altra, contemplano però sempre la Trinità in due persone o in una sola delle tre. Onde la menzione, espressa o implicita, della Trinità da per tutto.[557] Anche qui è da considerare come la lauda della Trinità sia tre volte nel paradiso: la prima (13, 26) e la seconda (14, 29) nel Sole, e la terza volta, più solenne,
nel cielo delle stelle; e appunto al principio del canto vigesimo settimo: tre volte nove. Premesso questo, ricordiamo che in ognuna delle sfere è un dono dello Spirito. Ora io congetturo che la gloria della Trinità sia cantata in quelle sfere appunto in cui essendo la contemplazione delle due prime persone, elleno facciano insieme con lo Spirito che è presente col suo dono, la Triade. Così, vediamo che nel primo ternario in cui è la contemplazione dello Spirito, la Triade a questo modo non può formarsi. Si formerà dunque nel Sole, che conterrà quindi la contemplazione del Figlio in relazione con la potenza del Padre, come è nel Cielo stellato che contempla il Padre col Figlio. Così possiamo aver intero l'ordine con molta probabilità.
| PM. Serafini | Pot. del P. | rispetto al P. | Spirito di timore |
| CS. Cherubini | col F. | Spirito di pietà P.F.SS. | |
| Sat. Troni | con lo SS. | Spirito di scienza | |
| Giove. Dominazioni | Sap. del F. | con lo SS. | Spirito di fortezza |
| Marte. Virtudi | rispetto al F. | Spirito di consiglio | |
| Sole. Potestadi | col P. | Spirito d'intelletto F.P.SS. | |
| Ven. Principati | Car. dello SS. | col P. | Spirito di sapienza |
| Merc. Arcangeli | col F. | Sermo scientiae | |
| Luna. Angeli | rispetto allo SS. | Sermo sapientiae |
Nel cielo della Luna e degli Angeli, deve contemplare lo Spirito in sè stesso. Dice invero: (Par. 1, 73)
Poi Beatrice esclama: (ib. 2, 29)
L'amore lo levò, Dio lo congiunse: come a dire, lo Spirito è Dio. Beatrice è in questo cielo chiamata, (ib. 3, 1)
e amanza del primo amante, (4, 118) ed è piena di faville d'amore. (ib. 139) Piccarda alla domanda del Poeta, risponde subito: (3, 43)
e soggiunge:
e aggiunge: (ib. 70)
Infine Piccarda conclude cantando la salutazione dell'angelo alla sposa dello Spirito. (ib. 121) E sempre è qui la nota del desiderio di sapere e del caldo d'amore e della luce. E infine gli spiriti di questo pianeta macchiato sono tali in cui la volontà un poco s'ammorzò, e della libertà del volere si ragiona. Ora la volontà è in noi ciò che lo Spirito è nella Triade. E si menziona la mala cupidigia, ben diversa da quella che fa cupido l'ingegno di Dante: (ib. 5, 79 e 89) ora cupidigia mala è quella che si liqua in volontà ingiusta, e la buona, cioè il retto amore, in volontà benigna.
Nel secondo regno del cielo, mosso degli Arcangeli, si contempla lo Spirito col Figlio. Lume, grazia, desio, ardore sono nel cielo di Mercurio. Giustiniano si nasconde nel suo raggio; (ib. 5, 136) e parla dell'aquila, che è molto affine alla colomba dello Spirito, dell'aquila che altra volta noi vediamo scendere con penne d'oro, e terribile come folgore; (Pur. 9, 20) e dice di sè: (ib. 6, 41)
Questo, per lo Spirito: o il Figlio? Giustiniano dice che l'aquila romana ebbe la gloria di far la vendetta di Dio, sottomettendo al suo potere il suo Figlio. Il che Beatrice dichiara, ragionando a lungo della redenzione, per la quale il Verbo di Dio (ib. 7, 3)
Nel cielo di Venere e dei Principati si contempla lo Spirito col Padre. Lo sfavillare, l'ardore, il cielo e l'amore crescono. Gli spiriti nella luce sono come il baco nel bozzolo di seta. Tutto quel vedere e mostrare, onde risulta che qui è lo Spirito di sapienza, indica che qui è anche la contemplazione dello Spirito Santo. Ora il vero, che il pien d'amore principe d'Angiò mostra a Dante, qual è? (Par. 8, 97)
Questo Bene è la prima persona della Trinità, è il Padre, ossia la Potestà o Virtù; e Carlo Martello dichiara come essa Virtù si deleghi, per così dire, ai cieli. E in altri modi ha il Poeta significata la contemplazione dell'amore in relazione alla podestà. Non sono qui nominati sì i Troni e sì i Serafini che sono del primo ternario e contemplano il Padre nello Spirito, i primi, in sè stesso, i secondi? (Par. 9, 61, 77) Non si nomina reiteratamente il “Valore ch'ordinò e provvide„? (ib. 105)
Salendo al Sole, che è delle Podestadi le quali contemplano la sapienza del Figlio in relazione con la potenza del Padre, il Poeta esclama: (ib. 10, 1)
Così si forma il concetto della Trinità. Dio con sapienza tutto ha disposto, e ama l'opera sua sapiente:[560] ossia guarda nel Figlio (che è la Sapienza) con Amore (che è lo Spirito Santo). E comincia un trattato su codest'arte del Maestro, di cui il Sole è ministro maggiore, (ib. 28) e a questo concetto si unisce quello dell'amore, tanto che Beatrice è dimenticata. (ib. 59) E S. Tomaso parla a Dante, ricordando (ib. 83)
Dante vuol sapere e non ha bisogno di dire che cosa. Spiriti sapienti sono a lui mostrati, e tra gli altri il più sapiente degli uomini. Ma più rifulge il concetto della Sapienza nell'Amore, e più si mostra l'ingegno di Dante che l'esprime, nell'elogio de' due Principi, ordinati in favore della Sposa del Cristo. Udite: (Par. 11, 37)
Ebbene lodando l'uno, si loda anche l'altro. La nota dell'amore accompagna sempre Francesco, (ib. 63, 74, 77, 114) il quale pure è assomigliato a Gesù (ib. 107) che è la Sapienza. E pien di amore è raffigurato Domenico (ib. 12, 55, 61), il quale è pur il sapiente de' due. (ib. 58) Ecco, invero, risuonare le tre grida: Cristo! Cristo! Cristo! (ib. 71) Così in lui s'intrecciano le due idee d'amore e di sapienza: (ib. 74)
Ed è da notare che l'elogio dell'amoroso è pronunziato da un sapiente, e quello del sapiente da un amoroso. Inoltre il dubbio risolto da S. Tomaso si appunta sulle generazioni, che, amando, fa Dio; (ib. 13, 52) sulla sapienza che non si disuna dal Padre e dell'Amore. Ed è fatto intelligibile il mistero della relazione della Sapienza e dell'Amore, con le parole, che l'ardore seguita la visione, ossia quanto più s'ama, più si vede o sa. (ib. 41) E si conclude: (ib. 76)
(Beatrice è la Sapienza). E qui dunque le tre Persone si ritrovano tutte e tre: e così risuona il canto mistico: (13, 25)
e l'altro: (14, 28)
La stella affocata è mossa dalle Virtudi che contemplano la Sapienza del Figlio nel Figlio. Ecco invero la croce, ecco le tre voci, Cristo! Cristo! Cristo! (ib. 95, 104) In questo cielo dedicato al Figlio, Dante è chiamato figlio, è abbracciato, lodato, istruito, consigliato, confortato come figlio. In questo cielo della Sapienza, la Sapienza personificata in Beatrice lo regge nelle sue domande che altrove fa da sè o nemmeno esprime. Qui la Sapienza medesima arride un cenno a Dante, (ib. 15, 71) prima che parli; ride, quando incomincia col voi romano (ib. 16, 14); gli dice che parli e gli soggiunge il perchè deve parlare; che è un savio perchè; (ib. 17, 7) onde Dante si rivolge all'ultimo ancora a destra (a destra, notiamo) per vedere il suo dovere in Beatrice. (18, 52) Inoltre i discorsi di Cacciaguida sono un piccolo (o grande e grandissimo) libro di Sapienza, applicata alla Terra nativa di lui e di Dante. Infine, ciò che più monta, qui si dirime vittoriosamente il contrasto tra la Sapienza e la Ventura o Fortuna, la quale non può prevalere contro la sua contraria. (16, 84; 17, 24 e 26) Dante è amico di Beatrice, che qui gli accenna, gli ride, gli suggerisce, “e non della Ventura„.[561] Nel Verbo del suo trisavo il Figlio si acqueta, “tetragono ai colpi di ventura„.
Giove è delle Dominazioni che contemplano la Sapienza del Figlio rispetto alla carità dello Spirito. Anche qui risuonano le tre voci, Cristo! Cristo! Cristo! (Par. 19, 104) Continua qui, per così dire, il liber sapientiae, di cui le prime parole sono scritte dai beati coi loro stessi splendori: Diligite iustitiam qui iudicatis terram. Questo per la Sapienza. Ora vediamo per lo Spirito Santo. Nella giovial facella è l'Aquila che è figurazione connessa allo Spirito Santo, e l'Aquila è composta di molti amori, (19, 20) ed è contesta “di laude della divina grazia„ (ib. 37), anzi “di lucenti incendi dello Spirito Santo„ (ib. 100); e il dolce amore ardeva (20, 13)
e poi si sente “un mormorar di fiume„; e dell'aquila la pupilla è “il cantor dello Spirito Santo„. In tanto teniamo per fermo che se il primo ternario è dell'Amore, il secondo è della Sapienza, cioè di Cristo! Cristo! Cristo! tre volte ripetuto. La croce scintilla nella sfera di mezzo di questo ternario. Nella sfera di mezzo la Sapienza vince la Fortuna. E la corona dei dotti di scienza divina precede, e l'aquila dei re giusti segue il segno in cui si vince.
Saliamo in Saturno, che è dei Troni che contemplano il Padre con lo Spirito. Essi sono gli specchi in cui rifulge Dio giudicante. (Par. 9, 61) E Dante deve diventare un Trono anch'esso: (ib. 21, 16)
Ora si osservi il predominio, dirò così, del Padre, nella contemplazione di questa sfera contemplativa, in cui tacciono i canti e Beatrice non ride; si legga: (ib. 83)
Ora l'unione con lo Spirito. Il contemplante scende giù dalla scala per tanto e tanto amore; (ib. 67 sg.) amore che è libero e segue la provvidenza eterna. (ib. 74) L'alta carità lo fa servo con gli altri (ib. 70): egli è un amore; (ib. 82) e parla di Cephas e del gran vasello dello Spirito Santo. (ib. 127) E un altro parla della carità che arde tra loro. (ib. 22, 32)
Siamo tra le gloriose stelle. Ivi sono i Cherubini che contemplano la Potenza del Padre nella Sapienza del Figlio. Ecco le schiere del trionfo di Cristo! (ib. 23, 20) Quivi è la Sapienza e la Possanza! (ib. 37) Dante è fatto possente a sostenere lo riso di Beatrice, cioè la dimostrazione della Sapienza. (ib. 47) E apparisce, per la ragione sopra detta, anche lo Spirito, in quell'amore angelico che gira intorno a Maria; (ib. 103) e si parla qui come altrove, della larga ploia dello Spirito Santo, (24, 91) e di coloro che furono fatti almi dall'ardente Spirto. (ib. 138) E si canta gloria (27, 1)
Finalmente si sale al primo Mobile, dove sono i Serafini che contemplano il Padre nel Padre. Già a ciò era Dante preparato dalle parole di Adamo che gli aveva detto come il Sommo Bene si appellasse in terra: I. (Par. 26, 134) Ma poi ecco espressa la grande unità: (ib. 27, 106)
Ma trina è quest'unità, e subito perciò sono nominati la luce e l'amore. (ib. 112) E ritorna a splendere l'I sommo e unico: (ib. 28, 16, 36)
Ma il punto è uno e trino: raggia lume, e il lume affoca: luce e amore. Intorno all'uno si aggirano i nove cerchi d'angeli, distribuiti ne' tre ternari della potenza, della sapienza e dell'amore. Nel primo Mobile Dante coi Serafini, che è il cerchio che più ama e più sape, contempla l'unità di Dio, che pure è trino: (29, 142).
E Dante è nell'Empireo. Vede l'alto trionfo del regno verace: vede la rosa, vede il convento delle bianche stole. Un gran seggio è preparato per l'imperatore; per l'uno in terra. (Par. 30) Restano i tre canti ultimi. Dante s'apparecchia alla visione ultima, a cui è salito a mano a mano: deve vederla “la trina luce in unica stella„. (31, 28) Beatrice non è più presso lui. C'è un sene, che sembra un tenero padre e gli parla come a figlio. È mandato da amore (31, 16) e da carità. (ib. 110) Mostra a Dante (nel canto 31) Maria tra più di mille angeli, raggiante un caldo calore; (ib. 140) e la disposizione dei beati (nel 32), secondo che credettero in Cristo venuto o venturo, in Cristo il cui nome tre volte risuona (ib. 83); e finalmente, dalla Vergine gli impetra la suprema visione della luce eterna. (nel 33)
Negli ultimi giorni della sua vita Dante scriveva queste ultime parole. Si credè che il paradiso ch'egli chiamava il suo peana, non lo avesse compito: Vulnere saevae necis stratus ad sidera tendens.[562]
Gli ultimi tredici canti, in verità, non si trovarono sulle prime. Appunto s'era fermato, essi credettero, avanti il cielo della contemplazione o di Saturno, (il 21) che inaugura la terza parte della cantica, la parte più altamente e meramente contemplativa, la parte che comprende il cielo delle stelle, medio tra Saturno e il primo Mobile. Appunto appunto mancava all'ultimo lavoro, ispirazione ineffabile del buon Apollo, la salita ad sidera. Ma egli l'aveva compiuta questa cantica, che abbiamo veduta procedere per decine, più il ternario ultimo: egli aveva compiuto il poema sacro che, in verità, come nella sua misteriosa canzone s'aspettava, lo fece morire,[563] e non lo ricondusse, come egli nel poema sperava, al bell'ovile della sua patria.