XXXX.
LA DIVINA COMEDIA

Nella sua prima giovinezza, “passando... per un cammino lungo lo quale sen gìa un rivo chiaro molto„, (VN. 19) chè può ben essere il “fiumicel che nasce in Falterona„, (Pur. 14, 17) e non differire dal “fiume bello e corrente e chiarissimo„, (VN. 9) lungo il quale gli era già apparso Amore peregrino; Dante concepì un suo primo disegno di ciò che fu la Comedia; la quale fu richiamata al pensiero, e così disegnata come ella è, più di venti anni dopo, iuxta Sarni fluenta,[564] cioè lungo il medesimo fiume d'allora. E quest'ultima circostanza spiega benissimo, come a un tratto, quasi in un baleno, negli stessi luoghi a lui venisse la stessa ispirazione.[565]

Il primo disegno era questo. Dante ispirato dalle confessioni di S. Agostino, il quale narra come di buono divenisse cattivo e di cattivo tornasse buono e migliore e ottimo,[566] imaginava o narrava d'essere stato ingannato, nella sua adolescenza, dall'amore, incolpevole, sementa come d'ogni virtù così d'ogni vizio, e d'essere stato distolto di amar Beatrice; e poi di ritornare a lei pentito.[567] Per mostrare che l'amore è passione incolpevole, mentre è colpevole chi male ama e disama, il Poeta adolescente faceva che Amore stesso, mal vestito e vergognoso ed errante, desse prima il consiglio cattivo, e poi il rimprovero o il compianto d'averlo seguito. Per mostrare che ell'erano false imagini di bene, cioè simulacra d'amore, Dante fingeva che il suo nuovo amore (vero o non vero che in sè fosse) fosse un amor simulato. Ora Dante si pentiva e tornava alla sua Beatrice.

Beatrice o Bice era veramente una fanciulla fiorentina ch'egli amò sin da bambino. L'amò invero come si ama, desiderando e sognando,[568] struggendosi e adorando.[569] Ella era una donna reale; che se tale non era, egli non aveva bisogno di fingere ch'ella morisse, quando per il suo disegno poetico e filosofico ebbe necessità di tal morte: poteva narrare ch'ella era morta.[570] E invece fu la vera morte di lei che interruppe quel disegno primo!

Bice era una donna reale, ma a Dante negata o vietata. E Dante allora trasfigurò, ispirandosi a un'altra opera di S. Agostino (ai libri contro Fausto il qual Fausto è ricordato nelle Confessioni), in Sapienza o Speranza dell'eterna contemplazione.[571] Essa, la Rachele del patriarca, non si può vedere, se non morendo, se non liberandosi del grave involucro corporeo.[572] E così Dante in due canzoni, che di quel primo disegno ci rimangono, cantava, nella prima, come Beatrice fosse codesta speranza, per cui l'uomo si salva, nella seconda, come egli avesse sognato ch'ell'era morta e che esso moriva, raggiungendo così la sapienza. Queste canzoni, specialmente, se non esclusivamente, costituivano le nove rime scritte con dolce stil nuovo o bello stile, che gli fece onore, e ch'egli dedusse dallo studio dei poeti regolari e grandi.[573] E poichè questi un verace intendimento filosofico (e in ciò stava la loro eccellenza) solevano coprire d'una vesta di figura o colore retorico, anch'esso d'una simil vesta copriva un intendimento profondo, pieno di mistero. Dalle poesie e prose (ma meglio dalle poesie) che nel libello giovanile precedono e seguono le due canzoni Donne che avete e Donna pietosa, s'inducono altri particolari di questa cotal tragedia che Dante non compiè. Nella via della contemplazione, nella quale s'entra morendo, Dante era probabilmente guidato da Amore, da quell'amore che gli si mostrava ora in figura di un signore di pauroso aspetto in mezzo a una nebula di colore di fuoco, con nuda tra le braccia la sua fanciulla, ora come peregrino leggermente vestito di vil drappi, ora come un giovane piangente vestito di bianchissime vestimenta: era guidato da Amore a impetrare il perdono della donna amata. Incontrava, forse, in questo cammino prima Giovanna la precorritrice, ossia la Primavera, che è l'Arte che prima verrà della Sapienza. Dopo, avrebbe veduta, uscito di sè, la Beatrice. Ciò nel suo anno vigesimo quinto, nel 1290, quand'egli stava per lasciar l'età adolescente. Il suo traviare, vero o non vero, era avvenuto a mezzo, presso a poco, del cammino della sua vita nuova. E così avrebbe mostrato (questo era il verace intendimento delle Rime nove) che facilmente nell'anima semplicetta si torce il tallo o appetito sensitivo, il quale, se non si raddrizza o riferma nella sua stagione, fa che il seme, quanto si voglia buono, dia amari frutti nella vita. Ma quest'argomento non era una mera speculazione astratta e nemmeno un trattato puramente morale: Dante s'ispirava già al Liber Sapientiae, e certo, a esempio di quel libro che è in persona d'un re e si volge ai giudici della terra, egli voleva insegnare al mondo come governarsi per essere felice.

Quando, Beatrice morì, e la Tragedia restò a mezzo. Dante che per la necessità del suo soggetto aveva finta poetando la morte di Beatrice e la sua (e con ciò le sue rime erano usate di portar letizia), ora pianse la morte vera, e su quella non seppe più accomodare la sua ultro-umana concezione. E pare che del suo intendimento morale e politico volesse fare un trattatello in latino, con istile biblico, una specie di Liber Sapientiae, ispirato profeticamente, rivolgendosi ai principi della terra, a cui si rivolge Salomone e di cui parla Geremia.

Non corre molto tempo; e Dante, nel 1292 o giù di lì,[574] mette insieme il suo libello, accogliendovi, delle rime fatte sino ad allora, alcune, e vigliandone altre: il tutto collegando con un racconto e comento in prosa. Ciò perchè aveva riconcepito il suo primo disegno. Invero gli s'era presentata una Mirabile Visione, per la quale narrare degnamente, molti anni occorrevano e molto studio. In tanto mettendo insieme quelle prime poesie e collegandole e lumeggiandole con quella prosa, segnava l'antefatto del futuro poema. Il quale non differiva gran che, nel suo principio essenziale, da quel che fu la divina Comedia e da quel che doveva essere la giovanile Tragedia. Beatrice era morta (nella Tragedia la morte si fingeva) veramente. Dante, dopo averla pianta, si commoveva della pietà che una Donna gentile mostrava per lui. Dopo un traviamento, così leggero così attenuato come quel primo o quei primi, che erano amori simulati e schermi e difese, cioè simulacra, cioè imagini di bene false; dopo un traviamento così scusabile, perchè ispirato da non altro che pietà, sentimento buono se altri mai; Dante tornava, in pianto, a Beatrice morta, e la vedeva beata in cielo. Il traviamento fu vero? la Donna gentile era una donna reale? È lecito dubitarne. Si ispirava Dante, anche questa volta, alle Confessioni, e anche questa volta voleva trattare di quel decisivo torcersi del tallo. Questa volta poneva la crisi dell'anima sensitiva alla fine dell'adolescenza o meglio al principio della gioventù; un anno dopo la morte della gentilissima. Ritornava in sè quasi subito, alla fine del terzo novennio della sua vita.[575] Poichè nel libello, che è come un proemio alla futura Comedia, introduce anche i traviamenti primi, avvenuti in vita di Beatrice, si può arguire che, seguendo in parte Agostino che a diciott'anni è preso d'amore per la sapienza e poi per un novennio è sedotto e seduce,[576] dei tre novenni assegnasse uno alla puerizia incosciente, un altro alla bontà, il terzo alle seduzioni, finchè la morte di Beatrice lo fa tornare in sè, non senza un ultimo traviamento, il più inescusabile e più doloroso di tutti, perchè a Beatrice, con la morte, era cresciuta bellezza e virtù.

E si diede dunque, più fervorosamente, allo studio, e più che mai risolvè nel suo cuore di dar la vita alla contemplazione, non all'azione.[577] Studiò, segregato dal mondo, trenta mesi. Nel 1295 abbandonava la via sino ad allora seguìta, rinunziava al proposito fatto e confermato, e si metteva nella via della vita civile o del mondo, la quale di lì a qualche anno doveva imparare a sue spese che non era la via vera per lui. Forse ebbe qualche momento nell'incamminarvelo l'apparizione fastosa e leggiadra di Carlo Martello in Fiorenza e la benevolenza di quel principe per Dante. Il fatto è che Dante, dandosi alla politica, metteva da parte la Mirabile Visione. Del libello giovanile, già pubblico, faceva quasi ammenda, scrivendo la canzone Voi che intendendo.[578] In essa esprime il concetto che una vera donna (cioè domina) lo consola della perdita di Beatrice e lo attira a sè: è, anagogicamente, la Madonna, allegoricamente, la Filosofia. Anche Beatrice egli aveva rappresentata e come Madonna (una specie di Madonna) e come Sapienza. E qui dunque contradice il suo primo libello, e toglie alla morta la sua aureola mistica, lasciandole peraltro il suo pallore di carne che palpitò. Continua a poetare giovandosi degli studi fatti; ma la rinunzia alla vita attiva, che è la pietra angolare della Comedia, egli naturalmente non la canta più. Adoperando ad altro fine i materiali preparati per quell'edifizio, mostra di non volerlo inalzare più il monumento mistico del pensiero medioevale.

Invece egli si dà a scrivere canzoni sulle virtù morali necessarie alla vita civile,[579] facendole precedere da una triade, che significa l'abbandono delle rime d'amore e cancella così nella Vita Nova tutto il significato filosofico e mistico ch'ella aveva ed ha.

Nel cammino della vita attiva Dante trovò ben presto la lupa, cioè la superbia invidia e avarizia de' suoi avversarii, gente avara invidiosa e superba; cioè i lupi che facevano guerra all'ovile della sua patria. Fu bandito, andò ramingo, divenne vile agli occhi degli uomini tra cui s'avveniva. Per non perder vita, per non trapassare come non nato, per non essere oscuro come i più, arbori e pietre piuttosto che uomini, cominciò dopo alcuni anni d'esilio, a raccogliere le canzoni che aveva scritte, di rettitudine, e a fare e disegnare le altre e incorniciarle (come aveva fatto per le dolci rime di amore) in un vero trattato di vita attiva. Nel frattempo, in latino (quasi, oltre che per altre ragioni, a mostrare che in latino sapeva pur comporre) componeva il trattato di Eloquenza volgare, col quale giustificava il suo Convivio volgare e gli procacciava onore e lode. La Mirabile Visione era dimenticata.[580] Ma e il Convivio volgare e il trattato latino restarono a mezzo. Questi due libri, cospirando insieme, dovevano farlo vivere nell'estimazione delle genti e impetrargli il ritorno in patria. Il ritorno in patria, ora, gli era fatto sperare da un avvenimento di pace: dalla discesa di Arrigo imperatore che calava a conciliare le fazioni e raddrizzare i torti e cancellare i peccati. Dante pose mano al suo alto stile latino, e cominciò a scrivere i libri de Monarchia.[581] Breve illusione! Tutto si sommuove in Italia avanti l'imperatore della pace; Fiorenza gli si oppone fieramente. E Dante che ha scritte epistole, a mano a mano più severe; che ha implorato, sgridato, minacciato, maledetto; ridottosi alla fonte dell'Arno, nell'aspettazione ogni dì più ansiosa di scendere lungo quella corrente e rivedere il suo bel S. Giovanni, sente che l'imperatore è morto e che la patria, la quale pochi anni prima confidava di muovere con la sua dottrina e gloria, e ora sperava di forzare con l'armi dell'imperatore, spronato dai suoi consigli e dai suoi rimbrotti; la patria, da lui offesa e a lui divenuta ora più ostile che mai, non gli si sarebbe aperta forse più mai per accoglierlo nel suo dolcissimo seno.

E allora lungo quel fiume da lui detto anche fiumicello (e perchè non anche rivo?), gli riapparisce la Mirabile Visione di prima del 1290, la visione, veduta forse andando armato ver Campaldino, la visione ch'egli rivide nel piangere per Beatrice morta e disamata e riamata. Una donna gli apparve come folgore: la divina Comedia. Seguì un tuono pieno di terrore. Egli ne vide, in un lampo, la forma e la sublimità e la gloria: ne sentì, nel lungo e terribile tuono, la difficoltà lunga e terribile. Ciò dunque nel 1313 avanzato.[582]

Se fin qui non raggiungemmo se non il verisimile, di qui innanzi siamo nel vero e nel certo. Dato il concetto fondamentale della Comedia, che è la rinunzia alla vita attiva, resa impossibile dalla lupa, dato che la Comedia è l'attuazione stessa di quel proposito, di lasciare il mondo e darsi a Dio; la Comedia è dunque la conclusione della vita di Dante. E tale si dimostra con un fatto irrefutabile, che in un epitafio, composto per il suo monumento, è scritto ch'egli morì (e vulnere saevae necis si deve interpretare, impensatamente e acerbamente) mentre scriveva il paradiso.[583] E chi compose l'epitafio era tale, per familiarità col Poeta, che si può ben essere certi ch'egli attesta quel primo dubbio, quella prima ansia, quel primo rammarico de' figli e di tutti, che il gran morto non avesse compiuta la grande opera.[584] Il che è confermato da una notizia che abbiamo da Dante stesso, ch'egli nel 1319, due anni perciò avanti la morte, era al principio del paradiso, il quale, perciò, non era meraviglia non si trovasse compiuto due anni dopo. E questa notizia è certissima e liquidissima. Dante riceve un'epistola in versi latini da Giovanni del Virgilio, il quale con essa vuol indurlo a scrivere in latino per i dotti. Risponde con un'ecloga pastorale, in cui, per convenienza di stile, trasforma l'espistola del Bolognese in modulamina e lui stesso in mandriano di bovi, mentre sè pone in figura di pastore di pecore. Tutto dice che Dante ha nel pensiero l'ecloga X di Virgilio e il verso: Nec te poeniteat pecoris, divine poeta. Tutto porta a concludere che tra il mandriano di bovi e il pastore di pecore è la proporzione che tra poeta latino o grande o regolare, e rimatore volgare; non quella che tra grande e piccolo nella medesima poesia latina. Se fosse così, in quest'ultimo modo; poichè la finzione pastorale varrebbe a indicare per l'un de' due, cioè per Dante, anche il proprio genere di poesia latina ch'egli vuol coltivare e coltiva, cioè la poesia latina bucolica; la finzione pastorale dovrebbe valere anche per l'altro, cioè per Giovanni: a indicare che cosa? un genere pastorale più elevato? bovino e non ovino? Ma il maestro Bolognese non aveva mandato all'esule Fiorentino un saggio di poesia pastorale o mandriale; sì di poesia latina in genere, o di sermo, anzi epistola, in ispecie. E perciò se chiamar mandriano di bovi Giovanni non è affermarlo poeta bucolico, ma latino, così chiamar sè pastor di pecore non è affermarsi poeta bucolico, inferiore o no, ma volgare. Inoltre chiaramente Dante allude nella sua ecloga al peana con cui comincia il paradiso e che riecheggia a principio del canto XXV, del canto della speranza per cui fu salvo. Perciò è certo che a Giovanni, ammiratore di lui e delle prime due cantiche del poema volgare, a Giovanni che tuttavia chiedeva a Dante qualcosa di più alto e più negato al volgo e più cònsono alla grande arte degli antichi, egli prometteva l'ultima cantica del poema sacro, con la quale il Poeta, chiaramente a principio del primo canto e del vigesimo quinto, pronunziava ch'egli aveva attinte le cime dell'arte e aveva guadagnata la fronda peneia e il nome di poeta.

E questa vecchia interpretazione diventa più che mai indubitabile, quando si consideri che nell'ecloga è detto come Dino Perini non sappia di latino, almen tanto da leggere da sè la epistola di Giovanni del Virgilio, la cui poesia (di mandriano di bovi) è separata dal vulgo mediante l'alveolus che solo chi sa di latino può passare. Ma l'ovis del pastore di pecore, questa sì, è conosciuta dall'umile amico; dunque non è un'ovis latina. Oh! ella è l'ovis gratissima all'autore di tanti sonetti e ballate e canzoni e di due cantiche del poema sacro; ella è l'ovis facile ed agevole a mungersi dal divino pastore di pecore che in sì breve tempo compie sì lunga opera; ella è l'ovis così ricca di latte quale noi vediamo che era, noi che leggiamo i cento canti del poema sacro: è la Comedia nella sua terza sublime cantica, la quale Dino sa e Giovanni no. Ma questi ne avrà in dono dal pastore decem vascula (da una pecora, intendi, decem vascula!) di latte, e allora comprenderà che si può essere poeti come gli antichi, degni della laurea Delfica, anche senza scrivere in latino. Dunque nel 1319 Dante era intorno ai primi dieci canti del paradiso.[585]

E questa conclusione, alla quale invano si oppone che l'ovis, tra le altre oves (quali? le sue poesie volgari? e allora “pastor di pecore„ non significa poeta bucolico) gratissima (anche più cara della Comedia?), che Dino conosce (sebbene non munta mai, come si dovrebbe dire per significare che non esisteva prima di quest'ecloga prima; e invece è detta abbondevole di latte e facile e solita a mungersi!); che l'ovis sia la poesia bucolica che a Dante ispirerà la classica decuria d'ecloghe; questa conclusione indubitabile, quando all'ecloga si confronti il principio del paradiso, dove è persino l'indignatio (sì rade volte etc. 28) che nell'ecloga accompagna il prenunzio del peana; questa conclusione vince anche l'obbiezione di coloro che non credono verosimile il compimento in sì breve tempo di poema così grande. In otto anni per vero potè esser compiuto il poema di cento canti, dei quali ventitrè almeno mancavano nel 1319. E il fatto di codeste ecloghe poi dà un singolar valore al verso di Minghino e alla notizia del Boccaccio, riguardo l'interruzione creduta di questa cantica, della quale Dante stesso aveva affermata l'eccellenza in tale celebre, come si ha a credere, corrispondenza poetica.

Potè il poema essere compiuto dal 1313 al 1321, e non potè essere cominciato prima del 1313; quando il cacciatore imperiale, coi suoi indugi a Dante increscevoli, non seppe prendere la vulpecula e perciò sgombrare a Dante la via del ritorno e del governo. Dopo la morte di Arrigo scrisse Dante il suo canto proemiale, in cui è espressa l'impossibilità della vita attiva, per Dante e per tutti, infin che non venga col tempo un veltro, un cane ben diverso da Arrigo, contro la lupa in cui s'è trasformata la vulpecula.[586] Nessuna o notizia o ragione contrasta a tal data del cominciamento.[587] E tutto la conferma.

Il poema rimeditato nel Casentino, sub fonte Sarni, fu cominciato e compiuto a Ravenna, dove, secondo la notizia del Boccaccio che del soggiorno di Dante a Ravenna era particolarmente ben informato, Dante si recò subito dopo la morte di Arrigo.[588] La parte che ha la Romagna nella Comedia, ci persuaderebbe senz'altro ad ammettere che lungo fosse il soggiorno di Dante in Romagna e a Ravenna. L'onore ch'egli fa, e parlando a Guido Montefeltrano e con l'episodio di Francesca, alla casa di Polenta, ci fa certi che il Poeta era là a Ravenna, ospite o in qual altra condizione si voglia, presso Guido Novello, quando scriveva non solo il canto XXVII ma il V dell'inferno. La divina foresta è suggerita dalla pineta di Chiassi, come Dante medesimo ci fa vedere. Ora la selva oscura, con cui comincia il primo canto del poema, è, come antitesi di essa foresta, così derivazione, per il contrario, di quella. Dunque è verosimile che a Ravenna egli scrivesse quel primo canto.[589] E così è probabile che il dramma di Ugolino egli pensasse o ripensasse nel Casentino o in una sua gita a Pisa nel tempo che in Pisa sostava Arrigo: ora da quel dramma dipende, per antitesi, l'episodio di Francesca. Dunque è verosimile, se non fosse certo per tante altre ragioni, che Dante, mentre dimorava nel Casentino, mentre si recava a Pisa, mentre era ancor vivo Arrigo, non avesse cominciata la Comedia. E poi c'è un'altra prova, misteriosa sì ma molto persuasiva. Dante in persona, con l'epistola a Moroello Malaspina e con la canzone sua montanina, racconta il ritorno nel suo animo dell'esule visione:[590] il che avvenne quand'egli era fermo in finibus Thusciae sub fonte Sarni. E l'epistola a Moroello, la quale nessuno vorrà credere modellata sul racconto del Boccaccio, viene a riprocacciare fede al Boccaccio in cosa che meno gli si credeva, nel fatto dei sette canti; come gli epitafi di Minghino e del Canaccio e la corrispondenza in versi latini confortano l'altro così ostico racconto di lui intorno ai tredici canti. E così il novellatore riacquista credibilità anche nel resto.

Negli otto ultimi anni, dunque, nella sua vita raminga, in Ravenna, Dante cominciò e compiè (appena, appena) la divina Comedia. Il che non si troverà così superiore alla fede da chi consideri il disegno semplice del poema. Chi crede che il poema sia un laberinto irremeabile, non si acconcerà mai a crederlo finito dal suo Dedalo in così breve tempo. Ma io sottopongo al lettore gli schemi della grande costruzione; i quali saranno così il riassunto degli altri capitoli del libro.

Vediamo prima, analiticamente, i rapporti tra l'Eneide, lib. VI (i versi che numero, sono del VI quando altro non aggiungo), e l'inferno e purgatorio: tra

l'alta tragedia e la divina comedia
 
(Enea nel sesto libro è esempio di virtù nella giovinezza “colmo della nostra vita„. Co. 4, 26)   Dante nel mezzo del cammin di nostra vita, Inf. 1, 1
va in antiquam silvam 179 (per incertam lunam in silvis 270)   si ritrova in una selva oscura, 1, 2 (la luna per la selva 20, 127)
exanimum corpus amici 149   l'animo... con lena affannata, 1, 22, 25
pelagi defuncte periclis! 83   uscito fuor del pelago 1, 23
fugitivus. Serv. ad 136   l'animo... che ancor fuggiva, 1, 25
ramus necesse erat ut unius causa esset interitus Serv. ib.[591]   lo passo che non lasciò giammai persona viva, 1, 26
stabula alta ferarum 179   le tre fiere.
Sibylla,   Virgilio cantor della Sibilla.
magnam cui mentem animumque Delius inspirat vates,   Degli altri poeti onore e lume, 1, 82 e al Cfr. Par. 1, 13 e al.
aperitque futura 10 sqq.[592] praescia venturi 66 et. al.   insin che il Veltro verrà... cfr. Pur. 22, 64 sgg.
lucis praefecit Avernis 118   (Virgilio si mostra presso la selva e poi muove per cammino Silvestro, 2, 142, e il limbo dove dimora, è una selva di spiriti spessi, 4, 65. Egli è il primo dei poeti, primi degli spiriti magni).
miserere 117   miserere 1, 65
o sanctissima vates! 65   o se' tu... o degli altri poeti etc. 1, 79
o virgo! 104   quel Virgilio? 1, 79
potes... omnia... te...[593] praefecit... 117 sq.   ... famoso saggio 1, 89
graviora manent... bella, horrida bella etc. 84 sqq.   se vuoi campar etc. 1, 93 sgg. sostener la guerra 2, 4
causa mali tanti... 93   questa bestia... 1, 94
coniunx... 93   s'ammoglia 1, 100
via... salutis 96   altro viaggio 1, 91
Accipe quae peragenda 136   per lo tuo me' etc. 1, 112
hunc conde sepulcro 152[594]   trarrotti per loco eterno etc. 1, 114 sgg.
omnia... ante peregi 105   l'impresa nel cominciar cotanto tosta 2, 42
Deus ecce Deus! 46 mitte hanc de pectore curam 85 audentior ito 95   (la narrazione di Virgilio per mostrare che la sua venuta è voler di Dio, e i rimbrotti e conforti 2, 44 sgg.).
doceas iter et sacra ostia pandas 109   Poeta, i' ti richieggo etc. mi meni... la porta... 1, 130 sgg. son tornato nel primo proposto 2, 138
ire ad conspectum cari genitoris 108   (Dante apprende da Virgilio che giungerà a Beatrice... 2, 53 sgg.)
orans mandata dabat 116 tua... imago 695 cfr. V 722   (Beatrice in sogno o altrimenti rivocava Dante Pur. 30, 134)
pauci quos... ardens evexit ad aethera virtus, dis geniti potuere 129 sqq.   chi 'l concede? etc. 2, 31. Cfr. VE. 2, 4. Dante afferma col fatto esser di cotesti dis geniti.

Dopo il colloquio di Enea con la Sibilla e di Dante con Virgilio, le due coppie scendono agl'inferi. Due porte ha l'inferno di Virgilio, due quello di Dante; il quale poi confonde la porta del re d'Averno con quella del Tartaro. Si veda.

Inferni ianua regis et tenebrosa palus 106 sq.   Questa è in Dante la porta più segreta con avanti la palude Stige;
patet atri ianua Ditis 127   la porta di Dite, che ora Dante trova chiusa. Dunque? Dite al tempo di Enea regnava sino alla porta men segreta;
vestibulum ante ipsum primisque in faucibus 273 vagitus... in limine primo 426 sq.   a questa: la quale patebat perchè era chiusa. Invero Gesù l'infranse, e questo avere infranta la porta, significa aver chiuso l'inferno, cioè la fatale dannazione del genere umano.
sub rupe sinistra moenia lata 548 sq. porta adversa ingens 552 Tisiphone 555 vestibulum 556 vestibulo 575, limina ib. gemitus 557   Questa è la porta del Tartaro, ma Dante, conscio o no, per quell'adversa richiamato da adverso fornice 631 e adverso limine 636, la confonde con la ianua inferni regis o Ditis,
Cyclopum educta caminis moenia... adverso fornice portas 631 sq. adverso in limine 636   che è questa qui, sotto un certo aspetto, e sotto un altro, no, perchè invero ella non patet.

E vediamo ora il concetto Dantesco della porta dell'inferno rispetto agli avari.

Inferni ianua regis 104   Pluto il gran nemico, 6, 115, che grida Pape Satan, e che è maledetto lupo, 7, 1 sgg., lupo che è figura del diavolo che invidia gli uomini; è una anticipazione del regis inferni 34, 1. Così la ianua infranta da Gesù viene a essere rispetto agli avari la atri ianua Ditis, men segreta, che non fu infranta dal redentore.
et tenebrosa palus 105   Invero nel cerchio degli avari si mostra un'acqua buia che fa la palude Stige 7, 103 sgg.
Acheronte refuso 105   Lo Stige deriva da Acheronte. Nelle parole di Virgilio Dante vedeva forse la speciale inutilità della redenzione per questi speciali peccatori che sono tutti chercuti.
saxum ingens volvunt 616   voltando pesi 7, 27

La pena è tartarea, di dentro Dite. In vero per questi cherci e papi e cardinali la porta men segreta è misticamente la ianua Ditis o regis inferni. Il che non toglie che nel prospetto che segue siano incontinenti, non felli, e ignavi o sciaurati o non mai vivi. Segue il prospetto della Tragedia in comparazione della Comedia in quanto l'inferno di Dante è ancora quello di Enea.

patet atri ianua Ditis 127   Dante intende queste parole così: l'inferno, avanti Cristo, era aperto a tutti. Ma Cristo infranse la porta, cioè chiuse l'inferno. Sicchè il fatto d'essere aperta al tempo di Enea, equivale all'essere chiusa. Al tempo di Dante invece ella era aperta per il fatto che era senza serrame 8, 126. Ma non per i dannati! Per i dannati patet, cioè è chiusa; sicchè al verso Virgiliano corrisponderebbe questo:
patet... ianua   lasciate ogni speranza 3, 9
revocare gradum... hoc opus, hic labor 128   parole di colore oscuro 3, 10, il senso lor m'è duro 3, 12
Luctus 274   quivi sospiri etc. 3, 22
Metus 276 Letum 277 Sopor 278   mai non fur vivi etc. 3, 64
Labosque 277   girando correva 3, 53
ultrices Curae 274   mosconi... vespe 3, 66
centum... annos 329   antichi spiriti 1, 116
errant 329 circum   girando 3, 53
volitantque 329   come la rena 3, 30
inops... turba 325   ignudi 2, 65 cattivi 62 sciaurati 64
inhumata 325 orantes 313 ripae ulterioris amore 314   non hanno speranza di morte 3, 46 la seconda morte ciascun grida 1, 117 invidiosi son 3, 48
quos vehit unda sepulti 326   codesti... son morti 3, 89
in silvis..... cadunt folia 309 sq. tenent media omnia silvae 131 ulmus opaca ingens 283 et al.[595]   come d'autunno etc. 3, 112. La turba, stimolata da insetti, è una selva semovente.
multae... aves 311   come augel 117
sortem miseratus iniquam 332   ne lagrimai 24
cernit ibi maestos et mortis honore carentis 333   v'ebbi alcun riconosciuto 58 senza infamia e senza lodo 36
maestum cognovit 340   guardai e vidi l'ombra di colui etc. 59 cfr. 34 sgg.
en haec promissa fides est? 346 (?)   colui che fece il gran rifiuto 60 (?)
inhumatus 374   colui etc.
Acherontis undae 295   riviera d'Acheronte 78
Cocyto eructat harenam 297 scilicet per Stygem Serv. ad h. v.   Acheronte, Stige e Flegetonte... 14 116 fanno Cocito 119
Portitor ille Charon etc. 299   ed ecco etc. 3, 82 sgg.
fluvio propinquant etc. 384   infino al fiume... 81
corpora viva nefas 390[596]   anima viva 88
pietate insignis 403   vuolsi così colà... 95 (è grazia, cioè meritata dal pius vates)
ramum hunc 406 unius causa interitus Serv. ad 136.   più lieve legno (la croce) 93 col quale si è conseppellito al Cristo
hunc conde sepulcro 152   mi vinse ciascun sentimento e caddi... 135 sg.
sic demum lucos... aspicies 155 (ostia... lucum Georg. IV 467)   vero è che etc. 4, 7 la selva, la selva, dico, di spiriti spessi 65
trans fluvium vatemque virumque 415   incominciò il Poeta... 14
Cerberus haec... regna personat 417 sq.   tuono d'infiniti guai 9, che giungono dai regna di Cerbero
occupat Aeneas aditum 424   sulla proda mi trovai 7
infantum animae 427   d'infanti 30
in limine primo 427   nel primo cerchio 24
hos iuxta 430   sto io coi parvoli Pur. 7, 31
falso damnati crimine mortis 430 insontes 434[597]   viri 39 non per... rio semo perduti 40 sg.
sibi letum insontes peperere manu 434 sq.   Catone era nel limbo Pur. 1, 72 e nel limbo è Lucrezia, Empedocles etc.
quam vellent... 436 fas obstat 438   in disio 42 senza speme 42
lugentes campi 441 sqq.   tanto più dolor... 5, 3
Cerberus haec... regna... personat 417 sqq.[598]   a guaio 3
durus amor... peredit 442   Amor... dipartille, 69 Amor condusse noi ad una morte 106
dulci... adfatus amore 455   o anime affannate 80 l'affettuoso grido 87
monstrantem vulnera 446 recens a vulnere 450   noi che tignemmo il mondo di sanguigno 90
Infelix Dido! 456[599]   Francesca, i tuoi martiri 116
coniunx etc. 473   mai da me non fia diviso 135
curae non ipsa in morte relinquunt 444   anime affannate 180 nessun maggior dolore etc. 121 (?)
prosequitur lacrimis 476   di pietade i' venni men... 141
Cerberus 417   Cerbero 6, 22
bello clari 478   Farinata etc. 6, 79
multum fleti... 481   che fur sì degni ib.
caduci 481   cadde... 93
ingemuit 483   a lagrimar m'invita 59
Danaum proceres 489   Farinata (il fiero ghibellino avverso a Dante e a' suoi maggiori)
laniatum 494... lacerum... manus ambas 495 sq.   il Mosca 80 (cfr. 28, 103 sgg.)
vix adeo agnovit 498   riconoscimi se sai etc. 41
notis... vocibus 499   tu fosti prima ch'io disfatto, fatto 42
reddar tenebris 545   a par degli altri ciechi 93 più non si desta 94
I decus, i, nostrum... 546   Giusti son due... 73 (non è un d'essi Dante?)
moenia lata videt 549 porta adversa 552   Quivi trovammo Pluto il gran nemico 115 (Misticamente Dante vede nel cerchio degli avari l'inferno basso a cui l'avarizia conduce. Questo cerchio è misticamente entro Dite).

E Dante torna a rileggere l'alta Tragedia col pensiero che la ianua inferni regis che patet ossia è chiusa, sia veramente quella di Dite che è chiusa sì nella Tragedia e sì nella Comedia. Torna dunque a capo, come si vedrà.

Inferni ianua regis et tenebrosa palus 106 sq.   Pluto il gran nemico 6, 115 l'acqua buia 7, 103
mortis honore carentes 333 Stygias aquas 374 Stygia... unda 385 (detto dell'Acheronte e così) Stygia palus 323, 371   la sconoscente vita... ad ogni conoscenza or li fa bruni 7, 53 una fonte che bolle e riversa etc. 101 sgg.
inops inhumataque turba 325   ignude 7, 111 come quelle del vestibolo.
mortis honore carentis (naufraghi) 333   genti fangose in quel pantano 110 (innominabili anch'esse) bontà non è che sua memoria fregi 8, 47
Navita... stygia ab unda 385   un galeoto 17 il nocchiere 80
Phlegyas... 618   Flegias Flegias 19
magna voce 619   gridava 18 forte ci gridò 80 sg.
discite iustitiam 620 et non temnere divos ib.   anima fella (cioè de' felli, 11, 88 rei contro la iustitia e la pietas e religio). Flegias è pien d'ira 8, 24, perchè l'ira è la prima specie d'ingiustizia (violenza o bestialità), e l'incontinenza d'irascibile, che nasce dall'incont. di concupiscibile, porta all'ingiustizia.
increpat 387   gridava etc. 18
gemuit sub pondere cumba 413   quand'i' fui dentro parve carca 27
effusus in undas 339   un pien di fango 32
tu Stygias inhumatus aquas? 374[600]   rimani! 38 via costà 42
ramum hunc...   (sempre l'interitus battesimale che ha impresso in Dante il character) tu gridi a vuoto! etc. 19
tumida ex ira tum corda residunt 407   nell'ira accolta 24
sub rupe sinistra moenia lata videt 548 sq.   le sue meschite etc. 70
quae flammis ambit Phlegethon 550 sq.   il foco ch'entro le affoca 73 sg.

Ma questa è misticamente la medesima ianua regis inferni con la tenebrosa palus, è la ianua Ditis per cui si entra nell'inferno virgiliano e quella per cui s'entra nel Tartaro, chè Dante confonde le due porte della reggia e del Tartaro. Vediamo prima questa confusione o fusione ultima.

ianua Ditis 127   la città c'ha nome Dite 69
(via) dextera... Ditis magni 541   alla man destra si fu volto 9, 132
laeva malorum 542 sub rupe sinistra 548   volse a man sinistra 10, 133

Ora si veda come la ianua di tutto l'inferno è assimilata misticamente alla ianua di Dite o del Tartaro che sono una sola per Dante.

per domos Ditis 269 dextera Ditis magni 541   la città Dite 8, 69
per lunam 270   la donna 10, 80
sub luce maligna 270   mala luce 100
Luctus... 274   sospir dolenti 9, 126
Letumque 277   seppellite 125 sepolto 130 etc.
Bellum 279   lo strazio etc. 10, 85
Discordia 280   mia parte etc. 47
auditae voces 426   si fan sentir 9, 126
lucemque perosi proiecere animas 435 sq.   mala luce 100, l'anima col corpo morta 10, 15
Styx cohercet 439   (lo Stige circonda Dite)
lugentes campi 441   campagna piena di duolo 9, 110
me iussa deum 461   da me stesso non vegno 10, 61
corripuit sese 472   supin ricadde e più non parve fuora 72
miseratur 476   di mia colpa compunto 109
bello clari 478   Farinata 32
belloque caduci 481   lo strazio etc. 85
Danaum proceres 489   a ciò non fui io sol etc. 89
Deiphobum vidit 495   (Il Mosca 28, 103 sgg.) Ma a Deifobo s'ispira anche nell'episodio di Cavalcante, padre del suo compagno d'arte e forse d'arme.
sed te qui vivum casus? 531   se per questo cieco etc. 58
i decus, i, nostrum... 546   (è sottintesa la glorificazione di Dante che si fece seguace dello Studio)
melioribus utere fatis 546...   (arde nelle parole di Dante la pietà e il rammarico per il primo suo amico degno di miglior fato)
in verbo... 547   quando s'accorse... ricadde 10, 70 sgg.
quae scelerum facies? o virgo 560   alcun compenso etc. 11, 13 sgg.
tum vates sic orsa loqui 562   figliuol mio etc. 16
Gorgones 289 Tisiphone 555, 571   Tesifone 9, 48 etc. il Gorgon 56
Eumenides 280 sorores 572   tre furie 38
vipereum crinem 281 anguis 572   idre serpentelli ceraste 40 sg.
Centauri in foribus 286 Lapithae 601   Centauri 12, 56[601]
Harpyiae 289   Arpie 13, 10
Scyllae biformes 286   nere cagne 125
forma tricorporis umbrae 289   una figura... sgg. 15, 131
Briareus 287 Titania pubes 580   Giganti 31, 44, Briareo 98
belua Lernae 287 hydra saevior 576 furiarum maxima 605   Dite 34, 20
myrtea silva 443   la dolorosa selva
extrema secutam 457   dei suicidi 13, 2 sgg.

Dopo aver osservato che il Minotauro è richiamato da ben più lontano vestibolo, (in foribus 20 Minotaurus inest 26, come Centauri in foribus stabulant 286) dove quel numero settenario (septena 21) può aver influito sulla settenaria divisione del regno del Minotauro (tiranni, ladroni, suicidi, dissipatori, bestemmiatori, sodomiti, usurieri); passiamo al ramo o verghetta, di Enea, nel qual episodio è fusa la porta più segreta con la men segreta.

Invero il ramo serve ad Enea con Caron per passare l'Acheronte, ma l'Acheronte è pur detto Stige; lo figge nell'adverso limine della ianua Ditis, che Dante confonde con la porta adversa del Tartaro, e misticamente equipara alla ianua Ditis che patet.

patet ianua Ditis 127   (dunque misticamente è chiusa) chiuser le porte 8, 115
Ditis magni moenia 541   la città ha nome Dite 68
moenia lata etc. 549   le mura di ferro 78
porta adversa ingens 552 adverso fornice portas 631   chiuser... quei nostri avversari 115
inferni ianua regis et tenebrosa palus 106 sq.   (Lo Stige circonda la terra)
Stygia ab unda 385 Stygia carina 391 ramum hunc 406   passava Stige 81 (il ramo è simbolo di quella morte per cui si passa l'Acheronte)
occupat Aeneas aditum 635 (Ditis magni)   giunse alla porta 89 (di Dite)
corpus spargit aqua 635 sq. (quia impiatus al. inquinatus fuerat Serv. ad h. v.)   quell'aer grasso etc. 82
ramum adverso in limine figit 636   con una verghetta l'aperse 90
(il ramo è per Proserpina 142. Nel mostrarlo a Charon, la Sibilla ricorda Proserpina 402. Hecate 56)   (Proserpina è accennata in quest'episodio di Dite al 9, 44, e come donna che regge al 10, 80)
(Charon prima di vedere il ramo Stygia ab unda parla:) Stygia carina 391   (l'episodio del Messo è nello Stige)
Alciden 392 Tartareum custodem 395   Cerbero vostro etc. 98 sgg.
dominam Ditis 397   la regina dell'eterno pianto, 9, 44 donna 10, 80 (è superbia, quindi oltracotanza 93: per essa furon cacciati dal cielo 91 gli angeli rei)
(La Sibilla risponde) ingens ianitor 400   Cerbero 98
Proserpina 402   9, 44; 10, 80
pietate insignis 403, pietatis imago 105   quella voglia 94 sgg.
ramum hunc 406   verghetta 89
ex ira corda residunt 407   non v'ebbe alcun ritegno 90. Cfr. m'adiri 8, 121 senz'ira 9, 33.
nec plura his 408   e non fa motto 101
(Aggiungi questo tratto:) fatalis virgae 409 (cfr. si te fata vocant 147, virga 144)[602]   nelle fata 97

Riprendiamo la via per domos Ditis, di cui abbiamo già veduti i simboli in generale e coloro dalla mala luce. Flegias col suo doppio ammonimento divide in due l'ultima parte dell'inferno Dantesco, di rei contro la iustitia e di rei contro la pietas e religio (non temnere divos). Questi sono felli.

Iustitiam 620   d'ogni malizia ingiuria è il fine 11, 22 sgg.
In foribus Minotaurus 20, 26 e Centauri 286   (l'ingiustizia senza intelletto spiace meno a Dio 11, 25)
ausi omnes immane nefas 624 (?)   son tiranni etc. 12, 104 sgg. colui fesse 119 etc.
(silva myrtea 442 III 23)   la dolorosa selva 14, 10, 13, 2 sgg.
Aloidae 582 Salmoneus 585   Capaneo 14, 46 (quel grande)
vetiti hymenaei 623 (?)   d'un peccato lerci 15, 108
divitiis soli incubuere 610   usurieri 17, 35
sedet aeternumque sedebit 617   gente seder 36
fraus 609 doli 567   frode più spiace a Dio 11, 25 sg.
forma tricorporis umbrae 289   una figura 16, 131 imagine di froda 17, 7 (faccia d'uomo, fusto di serpente e due branche pilose)
ultrix accincta flagello 570   (i primi puniti di Malebolge sono battuti da dimoni con gran ferze 18, 35)
ob adulterium 612   di Medea si fa vendetta 96
vetiti hymenaei 623   Mirra 30, 38
vendidit hic auro 621   per oro e per argento 19, 4
quae forma 615 scelerum formas 626 (?)   di nuova pena 20, 1 (?) (Euripilo ebbe nome... 112)
fixit leges pretio etc. 622   barattieri 21, 4 sgg.
dominumque potentem imposuit 622 (?) dominorum fallere dextras 613 (?)   servo d'un signor 22, 49; i nimici di suo donno 83; donno Michel Zanche 88 (?)
miserrimus... per umbras 618 sq.   giva intorno 23, 59; stanca e vinta 60. O in eterno... 67 tristo pianto 69.
atra silex... cadenti adsimilis 601 (?)   a questo è rotto 23, 134 sgg.
Tityos 595   un crocifisso in terra 111
Tisiphone intentans anguis 571 sq.   serpenti 24, 83
castigat dolos subigitque fateri 567   io non posso negar 136
furto inani 568   io fui ladro... e falsamente già fu apposto altrui 137 sgg.
apud superos 568   le mani alzò... Togli, Dio! 25, 2 sg.
laetatus 568   non mucci 24, 127 (e tutto l'atteggiamento del ladro)
continuo ultrix 570 (che ha un flagello e serpenti)   una gli s'avvolse etc. 25, 4
un centauro pien di rabbia etc. 17 (con bisce 20)   fraus innexa 609 (?)
si geme l'aguato 26, 58 sg. l'arte 61   innexa clienti 609 (?)
mi chiese per maestro etc. 27, 96 sgg.   nec fibris requies ulla renatis 600
le ferite son richiuse etc. 28, 41   arma secuti impia 612
or di' a Fra Dolcin che s'armi 55 etc.   fraus innexa clienti 609
volle ch'io gli mostrassi l'arte 29, 115   fraus 609
alchimia 119   furto laetatus inani 568
Minos a cui fallir non lece 120   divitiis repertis 610 (?)
falsai li metalli 137 etc. (?)   epulae ante ora paratae 604
li ruscelletti etc. 30, 64
non temnere divos   l'amor s'oblia... ch'è poi aggiunto 11, 61 sgg. di che la fede etc. (Caino è fideicida, Giuda è deicida, Giganti fer paura ai dei. Dante adopera l'espressione “uccidere„ 55)
genus antiquum Terrae 580   i giganti 31, 21
Briareus 287   Briareo 98
invisi fratres 608   d'un corpo usciro 32, 58 etc.
pulsatusve parens 609   Mordrec 61 etc.
vendidit hic patriam 621   Bocca 32, 106
fallere dextras 613 (?)   fidandomi di lui 33, 17 etc.
districti pendent 617   pende dal nero ceffo 34, 65
Furiarum maxima prohibet... intonat ore 605 sgg.   (Lucifero dirompe coi denti i tre peccatori massimi)
pendentem scopulo VIII 669   pende etc. 65
furiarum ora trementem ib.   (quasi le furie, come suppongo che Dante interpretasse, volessero mangiarlo)
(porta) candenti nitens elephanto 895   per la buca d'un sasso 34, 131
porta emittit eburna 898   (il sasso è bianco come l'avorio, pensava forse Dante)
viam secat ad navis   (Dante si trova nell'altro emisfero sul mare, dove apparisce di lì a poco una vela Pur. 1, 117; 2, 32)

Così siamo nel purgatorio. Nell'Eneide Dante leggeva che all'Elisio si va hac, 541, cioè per la destra; e nel purgatorio invero va sempre a destra; per la via stessa che conduce alle moenia Ditis magni, 541. Invero dalla città di Dite riesce al monte santo che in cima ha l'Elisio. Il discorso di Anchise sulla purgazione delle anime si trasforma in un purgatorio locale, che viene prima della visione, che è in Virgilio e in Dante, dell'avvenire di Roma.

devenere locos laetos 638   per canti s'entra Pur. 12, 113 sg. (l'amenità del luogo 1, 13 sgg.)
his dantem iura Catonem VIII 670   Catone 1, 31 (ma non ha, sino al gran dì, i pii cui deve presiedere)
in valle reducta seclusum nemus 703   valletta amena 7, 73 con molte particolarità comuni
exercentur poenis 739   il debito si paghi 10, 108 etc.
ad ventos 741   mi batteo l'ale 12, 98 etc.
exuritur igni 742   il fuoco 27, 11 etc.
sub gurgite vasto 741   tratto m'avea nel fiume 31, 94
Lethaeum ad fluvium 749   d'una fontana 32, 113
velle reverti 751   Eunoè 33, 827
cfr. Lethaei fluminis undam potant 715   lo dolce ber 138
te tua fata docebo 759   perchè... non guardi? 29, 59 sgg.
huc flecte acies 788   al carro tieni or gli occhi 32, 104
hic vir, hic est 791   un cinquecento dieci e cinque 33, 43
Alcides... fixerit 801   anciderà la fuia 44
et dubitamus adhuc 806   Tu nota... 52 etc.
heu quantum inter se bellum 828   qual hai vista la pianta 56 etc.
incenditque animum famae venientis amore 889   sì le insegna ai vivi 53
exin bella viro memorat 890   (la qual missione ricevuta da Beatrice s'integra col monito di Cacciaguida Par. 17, 46 sgg.)

Mi sembra inutile metter di nuovo a confronto i passi dell'Eneide e della Comedia per veder chiaro il pensiero di Dante intorno ai suoi sospesi del Limbo, destinati al superum lumen e al largior aether della divina foresta. Vedi a pag. 432 sgg. Qui basti aggiungere che il fuoco o l'incendio (Inf. 4, 68; 2, 93) del Limbo, come è il medesimo muro ultimo tra la purgazione e l'Eden, così è quel lumen purpureum dell'Elisio Virgiliano (645).[603]

La Comedia è per le due prime cantiche un'Eneide novella fusa con l'interpretazione mistica della lotta di Giacobbe e delle sue nozze. Vediamo questa fusione. Segno dell'Eneide i dati principali. Dante[604]

come Enea   come Giacobbe
nell'antica selva, di notte, per incertam lunam 179, 268, 270 sq.   lotta nelle ore antelucane. La luna c'è e non c'è Inf. 20, 127 con lena affannata Inf. 1, 22
ad fauces 201   il passo di Iaboc e il luogo Phanuel 26
(leni vento 209) (?)   sorge il mattino 38
.............   zoppicava 30 è salvo per la speranza Pur. 30, 83 ma non oltre pedes.[605]
le fiere 170   .............
Miserere 117; Inf. 1, 65. Virgilio è la Sibylla, che conduce Dante “ad immortale secolo„.   o uomo certo... 1, 66; non uomo... 67 (et ecce vir... dic mihi quo appellaris nomine... Gen. 32) Virgilio non è nè Dio nè un angelo, ma è mandato da Dio e Dante lo chiama signore (vidi Dominum facie ad faciem et salva facta est anima mea. Gen. ib.); e a lui Dante dice Miserere, come misericordia (Purg. 9, 110) chiede all'angelo.
Seppellisce Miseno, ossia si conseppellisce al Cristo, passando l'Acheronte   Iaboc e Phanuel ripetuti. Dante fedele di Lucia (cioè servo di Laban) passa con più lieve legno.
(Charon)   la grazia battesimale
Passa Stige o incontinenza, prima, di concupiscibile   mortifica, contemplando, sette peccati (serve i primi sette anni): ossia
— usa la temperanza    
Minos (corrispondente al Minotauro)   lussuria
Cerbero (simbolo precipuo)   gola
Pluto (corrispondente a Dite)   avarizia
che riconoscono il character   simboli unicorpori
e incontinenza d'irascibile
— usa la fortezza
Flegias (ossia l'irascibile che porta all'ingiustizia)
— usa la prudenza
con quelli della mala luce
  (color cui vinse l'ira e che portarono accidioso fummo; che furono audaci e tronfi, e timidi e poveri di cuore; che peccarono contro la fortezza e la magnanimità, ossia)
    accidia
Flegetonte o incontinenza d'irascibile con mal volere, ossia ingiustizia con forza   (violenza o bestialità o)
  ira
— usa la giustizia    
Minotauro, Centauri, Arpie, Cagne o Scille, fuoco (flammis torrentibus)   simboli biformi perchè l'ira sopra il mal voler s'aggueffa
Cocito o mal volere con intelletto, ossia ingiustizia con frode semplice   (malizia con frode in chi non si fida, o)
  invidia
— usa la giustizia (comune) e la prudenza    
Gerione   il serpe dell'invidia infernale
e con tradimento   (malizia con frode in chi si fida, o)
— usa la giustizia (speciale, ossia pietas e religio) e la prudenza   superbia
Dite   Lucifero o il primo superbo
his dantem iura Catonem   l'uomo che si è ucciso (si è mortificato al peccato) e perciò è, vale a dire è libero (Dante non sarà veramente libero, per altro, se non al sommo del monte dove appunto è destinato a essere Catone)
Il fedele di Lucia, cioè servo di Laban è portato occultamente e gratuitamente a purificarsi di sette macchie e ottenere la promessa di sette beatitudini
suspensae ad ventos   Beati pauperes spiritu — Superbia 12, 110
(aere ventilantur Serv. ad 741 vedi Pur. 12, 121 sgg.) mi batteo l'ale per la fronte Pur. 12, 98
item    
(non è espresso il ventilare: pare un'anticipata purificazione per splendore Pur. 15, 10 sg.: ma pur qui si dice delle piaghe, che sono) spente Pur. 15, 79   Beati misericordes — Invidia 15, 38
item    
senti' mi... ventarmi nel volto Pur. 17, 68   Beati pacifici, senz'ira mala — Ira 17, 68 sg.
item    
ventilonne Pur. 19, 49   Qui lugent beati — Accidia 19, 50
item    
un colpo raso Pur. 22, 3   Beati quelli che sitiunt giustizia — Avarizia 22, 4 sgg.
item    
un vento dar per mezza la fronte Pur. 24, 148 sg.   Beati gli esurientes quanto è giusto — Gola 24, 151
exuritur igni    
più non si va se pria non morde... il fuoco Pur. 27, 10   Beati mundo corde — Lussuria 27, 8
(Musaeus) la Musa o Arte   Matelda (Lia non laborans e che non è lippis oculis)
(Anchises) la Sapientia   Beatrice (che siede con l'antica Rachele)
Visione di Roma (Chiesa e Impero divisi e riconciliati)   (Visione della grande scala che porta al cielo. Gen. 28)
Ed Enea-Giacobbe diventa S. Paolo e va al cielo.

Paragoniamo ora il corto andare per la piaggia diserta infestata dalle tre fiere, ossia la vita attiva come fine a sè stessa, e impossibile senza il veltro, e l'altro viaggio per l'inferno e il purgatorio, viaggio dispositivamente di contemplazione, ossia la vita attiva come disposizione alla contemplativa. A ciò riporto un passo di Lattanzio che ci dà i tre nomi coi quali, metonimicamente, possiamo chiamare le tre fiere.[606] “Tres sunt adfectus qui homines in omnia facinora praecipites agunt, ira, cupiditas, libido. Ira ultionem desiderat, cupiditas opes, libido voluptates„. Sono forse i tre nomi che Dante avrebbe segnati in margine a' suoi versi. Il leone che ha una brama sola, ultionem, è ira; la lupa che ha tutte brame, opes, è cupiditas; la lonza che ammalia e snerva, con le sue voluptates, è libido. Il collocare questi tre nomi di faccia ai loro equivalenti dottrinali, c'insegnerà molte cose e ci toglierà ogni dubbio.

  Libido Ira Cupiditas
 
libido 1 lussuria    
2 gola    
    3 avarizia
 
ira 4 accidia    
(sì di fummo sì di color cui vinse l'ira)
  5 ira folle ovvero (cieca cupidigia)
 
cupiditas     6 invidia
    7 superbia

Si vede come la lonza — libido, cioè lussuria gola (e anche mal tenere e mal dare), mediante la conseguente accidia (a ciò la definizione cui vinse l'ira) confini cioè si fonda nel leone — ira, cioè peccato d'ira o violenza o bestialità, peccato metà di incontinenza e metà di malizia, il quale mentre confina, come incontinenza, con la lonza, sparisce poi, come cupidigia, nella lupa — cupiditas, cioè avarizia che dal mal tenere e mal dare opes, passa a volerle prendere altrui con frode o con tradimento.

E propongo un altro quadretto in cui si veda l'equivalenza delle tre appellazioni Lattanziane con quelle Aristoteliche:

    lussuria    
Inc. di conc. gola      
  avarizia libido
lonza
   
       
         
d'irasc. accidia   ira
leone
 
         
Mal. con forza ira (cieca cupid.)   cupiditas
lupa
         
con frode invidia      
superbia      

Così il lettore può vedere come la lonza sia in iscena quando sopraviene il leone, e poi sparisca al suo apparire; la libido lonza contenendo anche l'accidia (tristitia), la quale appartiene (spec. ma non escl. come di vinti dall'ira) anche all'ira leone, è un po' anch'essa leone (invero è leonza). E poi il lettore vede come l'ira leone, unito alla leonza per la conseguenza della lussuria e gola, che è tristitia, e per il fatto ch'egli è la bestialità, ossia per metà incontinenza, per metà malizia o ingiustizia, sia ancora unito alla lupa o leopede per la cupidigia che in esso è unica e rabbiosa, e nell'altra è molteplice e accorta. Vede anche come la leopede, per mezzo della cupidigia, contenga il leone e perciò la leonza, alla quale è poi unita anche per mezzo dell'avarizia che è cupidità iniziale, in fieri, direi. E così ella è tutto il peccato e tutta la trinità del male, libido ira e cupiditas in genere, e avarizia, invidia e superbia in ispecie. Il che risulta da quest'altro specchietto:

inordinazione nell'appetito concupiscibile leonza libido leopede cupiditas
irascibile  leone ira
nella volontà
nell'intelletto

e da quest'ancora:

incontinenza        
di concup.        
| lonza  
incont. d'irasc.        
|   leone  
ingiustizia        
|     lupa  
frode        

Vedi ora, o lettore, come le bestie spariscano l'una nell'altra? come dall'incontinenza, contro cui vale la corda, si caschi nelle branche di Gerione?

E veniamo al paragone tra

il corto andare e l'altro viaggio
 
  inferno purgatorio
Tenebra o miseria originale Tenebra o miseria originale Originale felicità, libertà e innocenza con Catone che volle esser libero ed ebbe i raggi delle quattro virtù, e sarà beato, longa cum veste, tra i pii sospesi del limbo, nel gran dì: e allora egli avrà ai suoi piedi le sette cornici dove erano i sospesi del purgatorio, in quest'ordine
selva oscura (antiqua silva) vestibolo con la selva semovente
passo (interitus del servo fuggitivo) della riviera o dell'acqua perigliosa passo dell'Acheronte
piaggia diserta (ritorno dove il sol tace, cammino selvaggio, dove si trova Virgilio) selva di spiriti spessi, tra i quali è Virgilio
  Ombra della carne  
Lonza, snelletta e leggera Rovina. Principio invisibile dello Stige  
  lussuria (Minos) lussuria
  gola (Cerbero) gola (i due alberi)
  avarizia (innominabile, Pluto) Principio visibile dello Stige avarizia (con la maledizione alla lupa)
  accidia operativa accidia in acquistare
a bene sperar m'era cagione... l'ora del tempo e la dolce stagione Stige che si fa palude e incontinenza di concupiscibile che si fa incontinenza d'irascibile, o carnalità che si fa accidia, libido che si mescola ad ira; contro cui gioverebbe il sole e l'aer dolce.  
  Accidia contemplativa accidia in vedere
  Veleno  
Leone, con rabbiosa fame, che apparisce quando si vede tuttora la lonza, la quale sparisce al suo apparire (Il fuoco di Flegetonte affoca le mura di Dite 8, 73) Rovina. Incontinenza d'irascibile o tristizia o ira (passione) che si mescola al mal volere o ingiustizia. Minotauro. Ira folle e cieca cupidigia di vendetta. Flegetonte. ira
Lupa, con tutte brame, che viene a poco a poco, che apparisce insieme col leone il quale sparisce al suo apparire Flegetonte cade nel baratro. L'ingiustizia d'incontinenza e mal volere si unisce all'intelletto, e diventa frode, di cui la specie più grave è la ipocrisia, nella cui bolgia è la terza rovina. L'avarizia si fa cupidità; la cieca cupidigia si fa oculata. Gerione o il serpe infernale. Malebranche o neri cherubini, con virtù mal volere e intelletto. Invidia (contro uomini in generale). invidia
  Giganti, contro gli Dei, con possa, mal volere e mente. Dite o il primo superbo, unico serafino caduto, tricipite. Superbia (contro Dio o chi di Dio più tiene) Cocito superbia
    ritardatari e valletta amena
    scomunicati

i quali corrispondono doppiamente al vestibolo e limbo infernale, così:

Ritardatari Sciaurati
scomunicati non battezzati
valletta amena nobile castello con spiriti magni
esclusi dalla chiesa non mai vivi, esclusi dall'inferno.

Infine tentiamo di ricomporre (in diversi pezzi come si vedrà) la grande scidula che l'Alighieri dovè tenere avanti gli occhi in quei terribili otto anni del Poema Sacro. Io numero i singoli prospetti e le singole divisioni d'ognuno, sì che il lettore, accostandoli, possa fare il quadro complessivo.

Comincio dalla ragione astrologica. Noto che più importante d'ogni altra notizia, a spiegarci la Comedia, è quella dei nove giri di Stige posti a confronto dei nove cerchi del Cielo;[607] ma che, in fuori di questa base primitiva, il modo con cui sono fatti combinare i peccati e difetti con le sfere, è secondario.[608]

I.
             
  corto andare altro viaggio salita al cielo
  o o o
  vita attiva in sè vita dispositivamente contemplativa contemplazione
             
             
    inf. purg.  
    noviens Styx     novem circuli
    porta infranta      
  selva oscura 1 (0) selva semovente 1 scomunicati 1 Luna
  passo Acheronte  
  dove il sol tace 2 (1) selva di spiriti e nobile castello[609] 2 ritard. flemmatici e valletta 2 Mercurio
lonza[610] Rovina
Stige invisibile
     
  3 (2) lussuria 9 superbia 3 Venere
  4 (3) gola 8 invidia 4 Sole
  5 (4) avarizia innominab.
Stige buio
7 ira 5 Marte
  6      accidia
Stige brago
6 accidia 6 Giove
     (5) in operare in vedere e  
     (6) in vedere
Rovina
in acquistare  
leone 7 (7) ira (o violenza etc.)
Flegetonte
5 avarizia 7 Saturno
lupa 8 (8) invidia (o frode)
Cocito invisibile rovina
4 gola 8 Stelle
  9 (9) superbia (o trad.)
Cocito
3 lussuria 9 Primo Mobile
  10 selva oscura 10 foresta 10 Empireo
II.[611]
         
sfere corto andare inferno purgatorio paradiso
1 Luna hyle e piante (incerta luna) hyle e piante (fioco lume) flemma acqua etc. (di giorno e non di notte) instabili, mobili etc. (cielo della luna)
2 Merc. oracoli, Virgilio profeta e poeta etc. spiriti magni valletta amena (cupiditas che è la biscia) per l'onore e la fama
3 Venere lonza lasciva amor... amore... vizio di lussuria (noi leggevamo etc.) fuoco purificatore mondizia degli occhi, amicizia, versi
4 Sole (il sol montava in su) nutrizione dominante sulla illuminazione nutrizione e illuminazione: i due alberi illuminazione (summe divinitatis contemplatio)
5 Marte   cherci, o milizia che non pugnò cherci (salvo un prog. di re) martiri della fede
6 Giove   re nel brago etc. Ebrei e Troiani giusti re
7 Sat. leone (cfr. Par. 21, 13 sg.) violenza (ira implacabile) iracondi (melanconici) contemplativi (religiosi)
8 CS. lupa aiuola che ci fa feroci occhi che mirano a terra perfezione (ingegno di Dante)
9 PM.   Lucifero col noviens Styx Lucifero che scende folgoreggiando etc. Dio coi nove cerchi d'angeli

Il paradiso si unisce col mezzo delle beatitudini e dei doni dello Spirito Santo al purgatorio.

III.[612]
     
  Purgatorio Paradiso
Beati pauperes sp. timor 9 miseri (Pur. 10, 121) libera a malo etc. paura di Dante 9 angeli fedeli che temerono Dio
misericordes pietas 8 amore, pietà, carità Sapia che sapit e praecipit etc. 8 in te misericordia! in te pietate! etc.
pacifici scientia 7 iracondi (fumo) sapere, vedere nella via del mondo 7 contemplativi (nemo sine pace videt visionem) mondanità de' contemplativi
lugentes 6 Ebrei e Troiani lugentes e flentes[613] 6 letizia etc.
fortitudo (manco di possa e virtù, sonno) libertà del volere milizia del cielo, l'aquila
sitientes consilium 5 sete, giustizia etc. inganni nelle cose umane 5 sete etc. conoscimento delle cose umane
esurientes intellectus 4 cibo e savere etc. inganni nelle cose divine 4 cibo etc. conoscimento delle cose divine
mundo corde sapientia 3 purif. dell'occhio del cuore per ottener la visione 3 l'occhio è puro vedere, antivedere etc.
  2 Ahi serva Italia etc. 6, 76 Giustiniano 6, 89 Colui che etc. 7, 91 sqq. 2 sermo scientiae di Giustiniano intorno all'aquila
  1 Matto è chi spera che nostra ragione 3, 34 Se 'l pastor... avesse in Dio ben letta... 3, 124 Se Castore e Polluce... 4, 61[614] 1 sermo sapientiae di Beatrice intorno alla luna e al voto.

Per la contemplazione della Trinità e l'uffizio degli angeli si veda il seguente prospetto.

IV.[615]
     
1 Angeli eccitano al fervore e consolano
toccano le cose più evidenti
contemplano lo Spirito rispetto allo Spirito
2 Arcangeli rivelano i principali misteri la carità dello Spir. con la sapienza del Figlio
3 Principati arte di “principare„ e conversione al vero principato la car. dello Spir. con la potestà del Padre
4 Potestati direzione alle cose divine la sap. del F. con la pot. del Padre[616]
5 Virtuti forte virilità senza tacer nulla la sap. del F. rispetto al Figlio
6 Dominazioni dominazione a imagine di Dio la sap. del F. con la car. dello Spir.
7 Troni divino studio di ciò che è sommo la pot. del P. con la car. dello Spir.
8 Cherubini trasfusione senza invidia della conoscenza di Dio la pot. del P. con la sap. del F.[617]
9 Serafini (con sei ali) umile e pronta e cieca ubbidienza la pot. del Padre rispetto al Padre

Così termina questo abbozzo della storia intima del Poema Sacro. Mancano certo molte linee, e molte che vi sono, devono essere certo emendate. Pure a me sembra che La Mirabile Visione sia così assai chiara. Quanto, per la sua maggior chiarezza, riesca anche più mirabile, si vedrà nel volume che è per seguire e che ha il titolo La poesia del mistero Dantesco.

FINE