Alcuni giudizî dati su l'Antologia. — I propositi del Vieusseux dopo il 1830. — Nuovi scrittori. — I primi attacchi all'Antologia. — La Voce della Verità e gli altri giornali avversi. — La soppressione dell'Antologia. — Come piú volte il Vieusseux tenta farla risorgere. — Nuove persecuzioni a lui e all'opera sua. — Nuove speranze deluse. — Ancora della fortuna dell'Antologia.
Veduti gl'intendimenti e i pregi veri dell'Antologia, non potrà lo studioso stimare né esagerate né ingiuste le lodi, che da Italiani e da stranieri concordemente venivano ad essa tributate; né meravigliarsi che già grandi e numerose, come si è visto, fin da' primi suoi anni, si facessero in séguito piú numerose e piú grandi. Antonio Panizzi scriveva[1124] da Liverpool, che l'Antologia era il giornale “piú italiano degli altri e meno schiavo„: da Padova il Capponi assicurava[1125] al Vieusseux, che il suo giornale “faceva testo„ in quelle provincie: il Leopardi asseriva[1126] che ricevendo un fascicolo dell'Antologia, gli pareva di ricevere “non un numero di giornale, ma un libro„; e tempo dopo, “vi giuro — scriveva[1127] al Vieusseux — che quando io penso che un giornale simile, in questo secolo, si fa e si pubblica in Italia, mi par di sognare! Vera e bella e maravigliosa creazione è questa vostra„. Molti quel giornale leggevano con gusto grande, citandolo spesso come libro autorevole; non pochi lo attendevano con impazienza. “Aspetto con gran desiderio l'Antologia — diceva[1128] il Giordani. — Quando mi arriva è festa per me„. Da Parigi il Tommaséo scriveva[1129] nel '35 al Capponi: “l'altro giorno provai due piaceri grandi. Un piemontese mi disse che l'Antologia gli aveva fatto passare piú notti insonni: e un napoletano mi disse che la lettura dell'Antologia gli era come una festa„. E Urbano Lampredi, tra la tristezza e la noia in cui lo gittava la sua salute disfatta, “già ve lo scrissi: — ripeteva[1130] ai Vieusseux — io sono afflitto per necessità fisica, cioè senza ch'io abbia motivi, e conosco chiaramente di non averne. Intanto per altro, che posso poco leggere, quel poco è da me impiegato nel leggere qualche articolo dell'Antologia. Questo è il solo libro che mi tiene qualche minuto piú meno distratto dalla mia ambascia, e perciò Dio ve ne renda merito, e quando ve ne cadrà il destro, fate questa limosina a Lampredi, che vi ama e vi stima„.
Lodi non meno grandi l'Antologia riscoteva da scrittori stranieri[1131] e dai piú rinomati giornali d'oltr'alpe. In Francia la Rivista Enciclopedica, parca ne' primi tempi di elogi, non esitava piú tardi a chiamarla[1132] “il miglior giornale d'Italia, e il piú indipendente„. Tra gl'Inglesi, la Monthly Review affermava[1133] che “non solo essa è superiore a qualunque opera periodica italiana, ma non può temere il confronto con qualunque altra d'Europa„. E nella stessa Vienna imperiale e reale, un giornale austriaco affermava[1134] “eccellente„ l'Antologia.
Né di queste lodi, sincere perché non compre mai né sollecitate, il Vieusseux insuperbiva: modestamente, anzi, ed oh quanto diverso da' compilatori del Giornale Arcadico, i quali, al dire[1135] del Leopardi, ne andavano “pettoruti... come di un'opera Europea, di uno strumento della civilizzazione e del perfezionamento dell'uomo„; modestamente e con sincerità inusitata il Vieusseux confessava[1136] alcuni articoli del suo giornale “mediocri„, alcuni argomenti “troppo superficialmente trattati„. Giungeva persino a dire[1137] non aver egli “altro merito che di aver veduto quello che tutti potevano vedere, che molti vedevano, e di aver tentato quello che molti avrebbero potuto fare senza dubbio assai meglio...„. Nelle quali parole egli esprimeva il vero suo sentimento, uso com'era non già a innalzare sé stesso e l'impresa propria screditando le altrui, ma a trovar sempre in quelle degli altri qualche cosa di buono da imitare o emulare.
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Nel 1830 (io vengo seguitando la storia, che per deliberato proposito ho lasciata interrotta quando giunsi al Mazzini), nel 1830 il Vieusseux si accingeva a compilare l'Antologia, mutandola però in qualche parte. Non era indirizzo diverso quel mutamento, anzi ne era lo svolgimento: infatti egli poteva in quel tempo tradurre in pratica un desiderio suo antico. Per quanto, fin dal principio, si fosse adoprato perché il suo giornale divenisse[1138] “essenzialmente italiano„, non aveva però mai potuto, benché via via limitandone il numero, escluderne affatto le traduzioni. Era sorto frattanto in Milano l'Indicatore lombardo, era sorta l'Antologia straniera in Torino: e per questa ragione il Vieusseux deliberava[1139] far sempre piú raccolta nel suo giornale di cose italiane, o applicate ai bisogni dell'Italia; in modo — come diceva[1140] al Dragonetti — “da potere escludere... qualunque articolo straniero, o vertente sulle cose straniere„. In somma, l'Antologia d'ora innanzi doveva essere “esclusivamente l'espressione dell'attuale società italiana e de' suoi bisogni nel secolo XIX„.
Per raggiungere questo scopo, con insistenti premure sollecitò l'aiuto d'altri studiosi d'ogni parte di Italia; e molti di essi volentieri si unirono a' vecchi scrittori dell'Antologia, la quale in tal modo pareva, attempandosi, ringiovanire acquistando forze novelle. È del giugno del '30 uno scritto del Troya, nel quale egli ragiona[1141] del codice diplomatico longobardo, e del come si indusse a scrivere la Storia d'Italia avanti il dominio dei Longobardi. È posteriore a questo, di poco, uno scritto[1142] del Reumont su Andrea del Sarto.
Alle “gentili richieste„ del Vieusseux, nel maggio del '31 corrispose Alberto Nota, inviando una descrizione[1143] del terremoto nella provincia di S. Remo: e per consiglio[1144] del Giordani, che stimava il Bianchetti “degno dell'Antologia„, e desiderava che uno scrittore “sí lucido ed elegante e utile e di pratica utilità„ ne divenisse assiduo collaboratore; sollecito il Vieusseux proponeva[1145] al Bianchetti la compilazione non solo di un bollettino economico, morale e statistico delle provincie Venete, ma delle Lettere di un Romito dell'Appennino, tempo innanzi inutilmente offerta, come si è visto, al Leopardi e al Brighenti.
Volentieri accoglieva[1146] la proposta il Bianchetti, e nell'ottobre infatti mandava[1147] co 'l titolo di Romito Patrofilo la prima lettera; nella quale, dopo discorso delle ragioni che avevano indotto il Romito a ritirarsi dal mondo, a lungo si fermava su 'l manifesto dell'Antologia del 1830. Ma questa prima lettera, benché piacesse al Censore, non tutta però fu approvata[1148]: e alla proposta del Vieusseux, che qualche cosa mutasse, “abbandoniamo — rispose[1149] il Bianchetti — abbandoniamo, mio caro Vieusseux, l'idea di queste lettere..... Non dispero di potervi mandare un giorno stampate nelle nostre provincie forse quelle stesse cose e parole, che nella vostra beata Toscana non si lasciano stampare„. Invano il Vieusseux gli scriveva[1150] che il censore aveva detto: mandasse la seconda lettera, perché dal modo con cui vedesse fatta l'applicazione de' principî manifestati nella prima, si regolerebbe, e facilmente farebbe poche modificazioni; invano gli riscriveva[1151], dicendo tra le altre cose: “quando chiedo un favore per l'Antologia, non chiedo a nome de' miei interessi, bensí a nome dell'amore che tutti portiamo alle cose italiane„. Il Bianchetti rispose[1152] facendogli la raccomandazione, che era divieto, “di non fare alcun uso di quel manoscritto„.
A queste non brevi trattative ho qui con certa ampiezza accennato, perché si veda con che sollecitudine premurosa il Vieusseux cercasse in quel tempo adunare intorno a sé ogni buono scrittore italiano, e come se qualche volta fallisse in questo intento, non fosse certo sua colpa. Pregava[1153] intanto il marchese Dragonetti di mandargli “qualche articolo sullo stato attuale della sua provincia„: e di lí a poco sollecitava Cesare Alfieri perché volesse di qualche suo scritto su cose politiche ed economiche onorare l'Antologia. Alle quali cortesi premure, l'Alfieri rispondeva[1154] dichiarandosi disposto a fare ciò di che il Vieusseux lo pregava, e assicurandolo essere tanta la sua buona volontà, che solo gravissime ragioni potrebbero distoglierlo dal suo proposito. Nel tempo stesso, il Vieusseux chiedeva a Cesare Balbo alcuna delle sue novelle: e a lui che se ne schermiva[1155] co 'l dirgli che non gli parevano esse “il genere dell'Antologia„, il Vieusseux replicava[1156]: “... l'Antologia non è circoscritta in un genere speciale; qualunque sia la forma d'uno scritto, sarà sempre gradito quando tratti argomento italiano, ed abbia per scopo il migliorare le condizioni dell'Italia.....„. Piú sollecito del Balbo rispose all'invito del Vieusseux il Montanelli, mandando su 'l corcirese Achille Delvinotti uno scritto[1157] dove, nel ragionare dell'arti belle, le chiama “vergini custodi delle fiamme del sentimento„; scritto che non è, per dire il vero, gran cosa. E del pari sollecito rispondeva il Carrer, dicendo[1158] al Vieusseux, che associarsi in un'impresa tanto onorata, “era cosa ambita meglio che desiderata„.
A questi scrittori, che in parte avevano già mandato, in parte promesso all'Antologia loro scritti, si aggiunse il giovine Opprandino Arrivabene, presentato[1159] al Vieusseux da Ferdinando, come per compensarlo del non potere egli stesso corrispondere con qualche suo articolo all'invito cortese. E di lui comparvero[1160] que' pensieri su la letteratura cosmopolita, che piacquero[1161] molto al Giordani perché vedeva derisa, al dire di lui, “giustamente„, l'idea della letteratura universale “sognata da quella bella testa del Mazzini„.
Intanto il Vieusseux non solo andava via via chiamando a sé d'intorno altri scrittori o già provetti, o giovani, che il suo intúito felicemente discerneva capaci di diventare provetti; ma a rendere l'opera propria piú utile e piú nazionale, cercava in ogni provincia d'Italia corrispondenti, i quali compendiosamente lo ragguagliassero di ogni cosa importante intorno alle scienze, alle lettere, alle condizioni morali, statistiche ed economiche d'ogni regione. E dal gennaio del '32 creava[1162] per questo scopo una parte nuova nel suo giornale, co 'l titolo di corrispondenze e notizie epilogate: parte che a Gino Capponi sembrò[1163] “un capo d'opera, un'ottima, una utilissima cosa.....„. E nella stessa lettera, “Le vostre idee di Direttore — esclamava — sono sempre bellissime. Cosí tutto il giornale potesse rispondervi sempre!„
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Non il giornale però, ma i tempi via via divenuti piú torbidi, non rispondevano a' sacrifici di Gian Pietro Vieusseux né alle intenzioni sue generose. Sin dal 1828 era successo al Puccini nella Presidenza del Buon Governo il Ciantelli: e con lui cominciarono veramente que' rigori e quelle persecuzioni, se non paragonabili ancora a quelli di altre regioni d'Italia, certo fino a quel tempo inusitati in Toscana. Mutato il maestro, la musica era peggiorata. Fu relegato a Montepulciano il Guerrazzi; soppresso nel febbraio del '30 l'Indicatore Livornese: e già si andava tant'oltre per questa via, che avendo il Cortesi fatto del Giovanni da Procida un ballo da darsi alla Pergola, ne fu interdetta[1164] la rappresentazione. Delle quali cose il popolo mite toscano ogni dí piú mostrava al granduca, con segni di ostilità punto dubbî, la sua scontentezza. Alle ore 7½ del mattino del 12 di maggio 1829, l'agente di turno del quartiere di Santa Maria Novella, Pietro Pepi, staccava dalla colonna di Santa Trinita un cartello, in cui si leggeva[1165]: “Sotto l'apparente velo della giustizia si nasconde il tiranno Leopoldo II. Morte al medesimo„. Il 18 di maggio, prima delle ore cinque, fu trovato affisso a una colonna del R. Arcispedale di Santa Maria Nuova un altro cartello con sopra scrittovi: “L'infame Leopoldo II sia morto„: e all'inscrizione tenevano dietro alcuni versi[1166]. Tanto era grande il numero de' cartelli affissi, che si dovette creare un “nuovo sorvegliante incaricato del servizio straordinario dei cartelli„: e perché in Firenze, allora come ora, non mancava mai in ogni cosa, per quanto seria, lo scherzo, uno di questi cartelli fu trovato affisso al casino de' nobili, di faccia all'arco demolito, ove a stampatello era scritto: “Appigionasi primo piano nel Palazzo Reale Pitti con mobilia„.
Racconta[1167] il Pieri, che nella notte del 22 giugno un attentato al granduca si facesse, infruttuoso; e che opinione generale in Firenze era che quell'attentato fosse instigato “dalla Corte di Vienna e particolarmente dal vicino duca di Modena per mettere paura al Gran duca, ond'egli mutasse nel rigore il suo mite ed umano reggimento„. Ma senz'andare tant'oltre nelle supposizioni, altri fatti non dubbi dimostrano per quali ragioni e pressioni la Toscana per la prima volta sperimentava i rigori di una politica nuova.
Fin dall'ottobre del 1828 Alfonso Lamartine scriveva[1168] da Parigi al Capponi: “io non ritrovo piú la Francia nelle stesse condizioni in cui l'avevo lasciata: tutto è sconvolto„. Due anni di poi, nel luglio, le idee, le speranze, le necessità degli altri popoli, sordamente accolte per via sotterranea scoppiavano in Francia quasi per aperto cratere, rovesciandosi su tutta Europa in fumo tetro e in minacciosa favilla. Parigi insorgeva gridando il sommesso sospiro di tutta l'Europa: e dopo Parigi si levavano i Sassoni chiedendo al loro re costituzione piú larga; al loro duca la chiedevano i Brunsvichesi; il Belgio insorgeva; insorgevano di lí a poco Modena, Bologna e le Legazioni. Questi sconvolgimenti avvenuti in parte, in parte presentiti vicini, indussero l'Austria a inviare nel '30 in Firenze il Saurau, duro e sospettoso, per iscuotere la Polizia toscana, che nulla vedeva e sapeva, e per sostituirvi il conte di Bombelles, intento troppo a corteggiare Carlotta Grisi, cantatrice lombarda e sorella alla celebre Giulia ch'ebbe di grandi applausi in Parigi; e forse per questo, curante tanto della diplomazia e della sua legazione quanto della contessa sua moglie, leggiadra bionda perdutamente invaghita di un russo della famiglia degli Orloff, cui mancavano le gambe portategli via da una palla di cannone nella battaglia di Dresda[1169]. Le vicende accadute in Francia ed altrove, facevano piú rapido scorrere il sangue nelle vene degl'Italiani[1170], non presaghi allora che di lí a poco la Francia bandirebbe il principio del non intervento, consecrando l'opera della Santa Alleanza, e soffocando la rivoluzione europea: e il Saurau giungeva in buon punto per reprimere non dico ogni moto, che non ce n'era di bisogno giacché il mormorio che pur si udiva in Toscana era dolce, come di ruscello, ma il pensiero e fin la speranza di libertà, e mettere cosí la Toscana alla pari di tutte l'altre provincie d'Italia.
Verso la metà di settembre del 1830, a Giovanni La Cecilia[1171], da poco ritornato in Firenze, gli ufficiali del secondo reggimento offersero un pranzo nella sala della gran guardia: si fecero brindisi all'Italia, e fu cantata la Marsigliese. Que' canti e que' brindisi, che non scrollavano davvero le fondamenta né dell'Austria né del regno Lombardo-Veneto, provocarono “una nota molto aspra„ dell'ambasciatore d'Austria: e al La Cecilia, chiamato a Palazzo Nonfinito, fu imposto “lasciare Firenze e la Toscana nel termine di otto giorni„. “Non dovrei dirlo — soggiunse il Presidente del Buon Governo — ma la di lei permanenza tra noi è creduta pericolosa„. Oh come mutati apparivano i tempi, da quando il buon Ferdinando negava nel '21 Gino Capponi al fratello pedante, che instantemente lo richiedeva! L'esilio del La Cecilia fu l'inizio di altri esilî, cioè di altre e inusitate condiscendenze, sempre piú comprovanti la debolezza del Governo toscano ormai divenuto vassallo.
La sera del 13 novembre 1830 a Pietro Giordani, facile a parlare ardito e francamente, ma non cospirante tuttavia (aveva egli infatti preparata l'inscrizione da porsi nella base di una colonna da erigersi tre miglia vicino a Firenze, per festeggiare Leopoldo II ritornante da Vienna); a Pietro Giordani il commissario di Santa Croce intimò[1172] “partire da Firenze entro 24 ore, dalla Toscana in 3 giorni, sotto minaccia d'arresto e di carcere„. E la sera stessa fu del pari cacciata in esilio la famiglia Poerio, con otto giorni di tempo per lasciare la Toscana. Partito appena il Giordani, il Fossombroni scrisse[1173] al barone Werklein perché il fiero piacentino fosse da lui “bene accolto, e ben trattato„: e non si accorgeva, nel compiere questo atto, non si accorgeva punto lo scaltro e faceto ministro toscano, di confessare l'apatica sua debolezza.
Non a torto Mario Pieri, nel prendere memoria dell'esilio del Giordani e de' Poerio, commentava[1174]: “ciascuno comincierà a vivere con qualche inquietudine, e specialmente noi forestieri„. Di lí a poco, infatti, a Pietro Colletta mortalmente malato, intimavano l'esilio; ond'egli rispose[1175]: “aspettassero un'ora, che sariasi tolto tale esilio egli stesso da non disturbare piú nessuna polizia del mondo„. Revocarono l'ordine: ma quando nel novembre del '31 morí, fu vietato[1176] parlare di lui nell'Antologia, fu vietato perfino dare alla luce un suo discorso su la storia de' Greci moderni. E avendo gli amici, per onorarne in Livorno la memoria, eretto nella chiesa un catafalco con certe statue raffiguranti la Costanza e il Silenzio, assai molestie patirono, e gravi: fu instruito processo, asserendo il Governo sapere di certa scienza quelle statue rappresentare l'una l'Italia, l'altra la Vendetta: e il Commissario conchiudeva il suo discorso dicendo[1177]: “Dopo l'abolizione della corda non può sapersi piú una verità„. Dopo non molto, fu mandato in esilio Antonio Benci; tolta, senza motivo alcuno, a Celso Marzucchi la cattedra: e perché il consiglio municipale di Siena lo aveva eletto bibliotecario, non si peritava il granduca ad annullare la presa deliberazione[1178].
In una parola, co 'l piegarsi, benché con aria contrita e uggiti dell'essere forzati a disdire la mansuetudine antica, ma come che sia, co 'l piegarsi alle ingiunzioni mandate da Vienna, il Governo toscano era venuto via via distruggendo quel paradiso terrestre nel quale l'affetto e l'onorata accoglienza avevano a molti reso men duro l'esilio dalle patrie case. Non ripeterò co 'l Mazzini[1179], che la Toscana era divenuta una “colonia del Canosa e della sbirraglia modenese„: ma certo sembrava che in essa si corresse di furia a ricopiare tutta la sapienza del benigno governo di Francesco IV. Sarà stata un purgatorio, se cosí si vuole, in confronto all'inferno delle altre provincie: ma certo era anch'essa divenuta un luogo di pena.
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De' tempi mutati infatti Gian Pietro Vieusseux ben presto ebbe a sperimentare gli effetti e nella maggiore lentezza e ne' rigori piú acerbi della censura.
Sí di frequente e in tal numero le pagine ritornavano a lui mutilate, che, per rendere quanto fosse possibile meno inutili le spese già grandi, non potè piú consegnare al censore l'intero quaderno già pronto[1180], ma di ogni articolo presentava innanzi le bozze in istampa. Nel fascicolo dell'aprile del 1831, ad esempio, ben cinquantasei pagine furono falcidiate dalla già mite censura: cosa che, co 'l ripetersi spesso, portava seco dispendi gravi, e, nell'allestire il giornale, ritardi forse piú gravi ancora al Vieusseux.
Ond'egli se ne scusava[1181] a' suoi associati: ma “essi intenderanno — aggiungeva — che i ritardi non dipendono sempre da cause volontarie„. E agli inciampi, di per sé soli già grandi, procurati dal Governo toscano, altri ne procurava maggiori la maggiore, e dopo il '30 accresciuta, barbarie d'altre censure d'altre parti d'Italia. Con la certezza di non riceverla mai, o di riceverla miseramente tarpata, molti, che volentieri si sarebbero fatti associati all'Antologia, ne smettevano il pensiero: de' già associati la disdivano molti. “Nessuno — scriveva[1182] nel '32 Gaetano Barbieri al Vieusseux — nessuno vuol dare il suo nome ad un'opera della quale in sul piú bello gli vengono trattenute le copie„. E se qualche fascicolo scampava (rarissimo caso) a sí triste destino, era però licenziato da que' censori tanto in ritardo, da renderne poco meno che inutile la lettura[1183]. A tal segno si giunse, che volendo il Vieusseux pubblicare nella Gazzetta di Mantova una lettera con che sollecitava l'aiuto de' migliori scrittori di quella provincia, l'editore della gazzetta restituiva la lettera e l'introduzione a questa preposta da Ferdinando Arrivabene, adducendo[1184] a sua scusa che egli “aveva di che temere pregiudicio politico facendosi a menzionare l'Antologia fiorentina„.
Le quali parole bene dimostrano quanto puerilmente maligne fossero le accuse de' compilatori del Nuovo Giornale Ligustico, quando, asserito che nell'Antologia anco la novella letteraria parla “di politica e di guerra„, aggiungevano[1185] che il principal difetto dell'Antologia si era questo, “di voler piacere a' promotori delle novità; non tanto perché le amassero i compilatori.... ma sí perché fosse maggiore il numero de' soci, e perciò il profitto dell'Editore„. Era il primo segnale di battaglia: al quale il Vieusseux, né timido né provocatore, rispose[1186] in termini dignitosi, ma temperati. “Non per piaggiare opinioni che pur troppo non sono dominanti.... — egli rispose — non per servire a indegne speranze od a vili interessi ritornano spesso sopra a certi argomenti i collaboratori dell'Antologia; ma per un bisogno invincibile, per un sacro dovere; perché credono che le cose letterarie non si possano ormai dalle morali e dalle civili interamente disgiungere;.... perché giova ed è forza educare gl'ingegni e gli animi a considerare in ogni cosa la parte piú seria e piú importante alla privata e alla pubblica felicità; perché l'uomo che in mezzo a tanta lotta d'opinioni e di affetti, in mezzo a tante lagrime e a tanto sangue, potesse cosí bene involarsi alle cose che gli stanno d'intorno, da ragionare amena letteratura o scienze esatte, come se uscisse di sotto a una stuoia della Tebaide, o dalla caverna d'Epimenide, cotest'uomo sarebbe o un tristo o uno stolto. L'accusa.... mossaci dal Giornale Ligustico richiederebbe forse piú lunga risposta, se noi non parlassimo innanzi ad un pubblico il quale ci crederà facilmente, quando ci protesteremo disposti a rigettare non solo un vile guadagno, non solo un meschino risparmio, ma quante cose ha piú care la vita, per non mentire alle nostre opinioni, per non tradire la causa della verità e dell'onore„.
Brevemente, tra serî e stizzosi, ribatterono i compilatori del giornale genovese, ammonendo[1187] al Vieusseux essere il secolo XIX “annoiato e vergognoso„ di certi “abietti principî„ che all'intelletto si volevano imporre: ma il Vieusseux non li degnò di nuova risposta, e sempre meravigliosamente costante ne' suoi propositi seguitò la sua via.
Que' due scritti però furono come ne' giorni afosi d'estate il primo brontolio lontano del tuono, che annuncia la tempesta vicina: né questa infatti tardò molto a scoppiare. Il 20 febbraio del 1832 Celso Marzucchi parlando del Canosa, ch'egli chiamava “feroce cannibale„, scriveva[1188] da Siena al Vieusseux: “Nell'articolo sulla pubblicità dei giudizî mi verrà forse opportuno di dir qualche cosa in proposito, e la dirò, salva sempre l'approvazione„. Un mese dopo, mandando l'articolo, continuava[1189]: “Voi mi scriveste che lasciassi correr libera la penna come il cuore mi avrebbe dettato, per combattere le teorie infernali di C[anosa] senza nominarlo. Ho fatto quanto mi autorizzaste a fare. Forse vi parrà ch'io abbia detto troppo, e a me pare di aver detto poco. Ma che dirà la Censura? Se non passerà, la colpa non sarà tutta mia„. Non so che cosa dicesse la censura; so che lo scritto fu lasciato passare. In esso, tra l'altre cose, il Marzucchi diceva[1190]: “è forza il riconoscere che bestemmiano contro la Providenza divina tutti coloro, i quali vorrebbero che si retrocedesse alle idee dei secoli di maggiore ignoranza, e che le società, le quali con lena tanto affannata giunsero ad esser civili, ridiventassero teocratiche; e poi fan voti perché il Tribunale del Sant'Uffizio, la feudalità, le primogeniture, i fidecommissi, ove abolironsi si ristabiliscano; e sono dolenti (inorridisco a dirlo) che non si ritorni da per tutto all'uso della tortura, alla pena del fuoco, della ruota, e di altri supplizî allungati e penosi, e che in fatto di teorie governative quelle per tutto il mondo non si professino di Filmer e di Hobbes. A questi scrittori, che si ostentano tutti compresi da una grande carità di patria e da un gran sentimento di religione, noi, che ci facciam gloria di esser nati e di vivere in Toscana, e di essere governati dalle leggi di quel Grande che essi insultano, diremo francamente che Iddio pose loro il buio nel pensiero, e che vivono in stato abituale di delirio. Se cosí non fosse, oserebbe uno fra essi piú imprudente paragonarsi empiamente al Divino Salvatore, al Dio venuto in terra a fondare il regno della giustizia e della eguaglianza fra gli uomini? Una bocca che vomita sentenze infernali di terrore e di esterminio si vorrà confrontare con quella bocca divina, che dettava una legge di mansuetudine, di amore, e di fratellanza? E ardite chiamarvi annunziatori della verità? Mentite. La verità è sole che scorre placido e maestoso, e colora e scalda e vivifica e muove tutte le cose create. Le vostre parole non suonano che morte. Dunque la vostra parola è menzogna„.
Un giornale di Modena da poco fondato e già tristamente famoso, La Voce della Verità, figlia adottiva del grande bargello d'Italia Francesco IV, e nutrita della malvagità del Canosa (e della natura de' due riteneva non poco non solo negli scritti ma e nell'emblema, uno scoglio con scrittovi sopra non commovebitur); la Voce della Verità, uscito appena il fascicolo dell'Antologia, tra scherzosa e biliosa ribatteva[1191] in un articolo intitolato “All'“Antologia„ di Firenze„: “M'è stato detto che voi avete conciati pel dí delle feste i poveri redattori della Voce della Verità; e mi è stato detto da tanti, che l'ho dovuto credere, quantunque non mi sia riuscito di leggere nell'articolo del signor Marzucchi, Voce della Verità né in maiuscolo, né in minuscoletto, né in corsivo„. E fingendo rivolgersi a quelli che avevano “con evidente calunnia attribuito all'Antologia un animo sí cattivo„, dopo accennato che alcuni a torto volevano che quell'articolo alludesse a un opuscolo del “dotto e profondo signore„ il principe di Canosa; terminava: “io aveva sempre creduto che voi foste un giornale liberale, ed ho scoperto che siete realista. Me ne rallegro di cuore, e voglio proclamare per tutta Italia questa consolante notizia: l'Antologia non è liberalesca: l'Antologia è realista. E se alcuno nol crede, ascolti. I liberali non sono mai contenti del loro governo, e fanno applauso a chi insulta i sovrani. Ma l'Antologia si fa gloria di vivere sotto le leggi dell'Augusto Gran Duca di Toscana, e per molto zelo lo difende dagli insulti persino di chi lo venera e lo rispetta per dovere e per inclinazione. Dunque l'Antologia non è liberalesca: dunque l'Antologia è realista..... È vero che anche quest'ultimo fascicolo è da capo a fondo pieno di proposizioni liberalesche, ma è questa un'arte finissima di coprire sotto il velo del liberalismo le buone massime per diffonderle piú agevolmente„.
Penso che alcuno degli amici al Vieusseux, forse egli stesso, il Vieusseux, privatamente si dolesse di quest'articolo co' redattori della Voce, perché qualche giorno dopo comparve[1192] in essa una Risposta ad una lettera pervenutaci da Firenze in data 4 settembre 1832, nella quale alludendo, senza però nominarlo, al Vieusseux, era detto, che quel “liberalissimo signore„ intendeva per dispotismo non quello che lasciarono definito i piú reputati maestri della politica, ma quello “chiamato tale degli odierni imbrattacarte„: e poi (con chiaro accenno al Capponi), che sapevano esservi de' liberali, specialmente nella nobiltà, della quale quel “liberalissimo signore„ si mostrava “assai tenero„. Indi, messili entrambi nel numero de' “nemici„, terminava con un “già c'intendete„, che mi fa pensare a quel minaccioso lei c'intende del bravo a don Abbondio.
Ma se gli zelanti e pii redattori della Voce, in omaggio a sua A. I. e R. Francesco I e al Duca di Modena, esercitavano assai bene l'ufficio di bravi, non si adattavano però né il Vieusseux né gli amici suoi a fare la parte del timido curato. Uscita infatti la prima risposta della Voce, il Marzucchi scriveva[1193] al Vieusseux: “.... vi confesso che me la sono goduta, e mi ha fatto moltissimo piacere. Quella risposta è cosí miserabile, che dimostra anche ai meno intelligenti che quei signori han torto. Perché non sono scesi a rispondere alla sostanza del mio articolo? Perché hanno temuto la forza del vero. A me basta se il mio articolo ha caratterizzato tanto bene chi volevo colpire, da far nominare da tutti chi non ho nominato„.
Di lí a poco, l'Antologia pubblicava[1194] nel fascicolo del settembre il terzo articolo del Tommaséo su la Storia del Balbo: e fu questo occasione, o pretesto, di nuova e piú violenta guerra al Vieusseux. La schiera de' suoi nemici veniva ingrossando nel covo di Modena: e a' compilatori di un nuovo giornale (che al dire[1195] di un di costoro faceva “guadagnare mezzo il paradiso„ a chi s'adoprasse un poco per divulgarlo), quell'articolo parve[1196] “di uno scandalo cosí coraggioso e palese„, e di tale “assurdità di principî„ e “perversità delle dottrine„, che credettero non poterne tacere “senza ripudiare i principî del retto raziocinio... e senza rinunziare all'impegno di pubblicare La Voce della Ragione„. Si proponevano essi farne l'analisi, congiungendo “alle gravi considerazioni..... lo scherzo„: e tra le considerazioni non gravi, e gli scherzi, ma volgari e qua e là confinanti co 'l pornografico, asserivano che nell'articolo incriminato volevasi persuadere agl'Italiani essere tutti malmenati traditi assassinati, perché da ciechi corressero sotto le bandiere della filosofia, la quale si assumeva l'impegno caritativo di operare la loro restaurazione: essere i sovrani servitori de' popoli, e che quando non servano bene possono licenziarsi, come il porcaio quando non guida bene la mandra: e quasi ciò non bastasse, essere necessaria “la strage e lo scannamento abbondante degli uomini„.
Per vincere co 'l dispregio tali accuse maligne non mancavano incitamenti al non feroce Vieusseux, quand'egli men saldo fosse stato ne' suoi principî: e giova rammentare che un degli amici suoi non feroci, Leopoldo Cicognara, avanti che la Voce della Ragione levasse tanto rumore, scriveva[1197] di quell'istesso fascicolo: “Per Dio, che il settembre è un capo d'opera. Quante cose di peso, quanta profondità, quanta filosofia, che bel numero di giornale! Ma chi ha steso quell'introduzione alla Storia del Balbo? È un uomo di grande criterio e di fine accorgimento„. Se non che, mentre i buoni plaudivano a' generosi ardimenti del Vieusseux, i partigiani del duca di Modena e del Canosa via via infittivano, come gli sterpi nel bosco: e la guerra diventava sempre piú viva e piú fosca.
Un altro giornale, l'Amico della Gioventú, di fresco uscito alla luce, e che si gloriava[1198] di volgere le proprie forze al medesimo fine degli altri due, cioè a “salvare la società dalle insidie di un'iniqua setta„, aveva anch'esso, come dicevano[1199] i suoi compilatori, piú volte fin dal principio sentito “il prurito di trarre la maschera a quell'ipocrita [l'Antologia]„: se non che, trattenuto dalla riputazione di quel giornale, si era solo contentato di far voti perché qualche impugnatore sorgesse, degno della “meritoria impresa„. Ma quando i suoi compilatori videro “la non mai abbastanza applaudita Voce della Ragione„ sollevarsi contro quell'“ardita seminatrice di false e paradossastiche opinioni„, contro quella “nemica della società„, presero ardire, e vollero anch'essi scrivere “due parole sull'Antologia„.
Non erano proprio due le parole; ma le molte ch'essi scrivevano, tornavano per vero in lode grande di ciò cercavano vituperare. Asserivano infatti, che quel giornale “non piú sensibile di certi pazientissimi animali riceve le sferzate, e non altera il suo passo„: e che è “sí innanzi nell'impudenza, da degradarne i fogli rivoluzionari oltramontani, che già da lungo tempo ne subodoravano le intenzioni, e nel tributargli encomî lo proclamarono loro alleato„: e che viene ormai “grandissimo stomaco„ a leggere quelle “perfide e sinistre insinuazioni che sotto il velo delle lettere va continuamente spargendo„. Ma piú che tali sdegni intemperanti, meritano singolare attenzione alcune parole di questo scritto, che non furono, com'io credo, senza efficacia nelle sorti dell'Antologia. “Noi ci compiaciamo — dicevano — alla speranza che questa aperta pugna della Voce della Ragione ne fa concepire, che fiaccato alfine possa essere l'orgoglio di quel foglio sí maligno e soppiattone, che noi non dubitiamo di metter nel novero degli aperti nemici dell'umanità, e che sarebbe ormai tempo che scendesse da quell'usurpato scranno da cui pretende dar legge alla società e ricostruirla su tutt'altre basi che le antiche„. Scagliatisi poi contro “il temerario promulgatore di quelle iniquissime massime infernali„, degno di essere consegnato “alla ben meritata esecrazione„, “... e qual privilegio — conchiudevano — avrebbe il foglio fiorentino da non toccare la sorte de' fogli rivoluzionari suoi confratelli? Guerra dunque ai traditori, guerra„.
È questo, come si vede, il primo consiglio o di far tacere la voce molesta dell'Antologia o di punire severamente il suo direttore. Io non so fino a qual segno si prestasse docile orecchio alla irragionevole Voce della Ragione e all'Amico della Gioventú: ma ben so che il 1º febbraio del 1833 l'ambasciatore austriaco in Firenze, il conte di Senfft Pilsach, sollecitato dalla corte di Vienna presentava[1200] al Fossombroni un reclamo nel quale, dopo affermato che l'Antologia già da qualche tempo manifestava “una notevole animosità contro il Governo Imperiale„, denunciava il fascicolo di settembre come in ispecial modo contenente “insinuazioni odiose e anche attacchi violenti, quantunque indiretti, contro l'Austria„. Avvertiva, come di passaggio, che quel fascicolo era stato proibito dalla censura austriaca: e in foglio a parte trascriveva al Fossombroni, “per ottemperare agli ordini giuntigli dal suo Governo„, i passi “piú notevoli„, a fine di rendere il Governo toscano “attento alla tendenza pericolosa e rivoluzionaria dell'opera in questione„; sicuro che questo Governo, unito al suo da vincoli di una “stretta amicizia„, non mancherebbe di “far provare alla redazione l'effetto di una giusta animavversione su' torti suoi per il passato, e richiamarla per l'avvenire al rispetto delle convenienze e a un indirizzo non contrario all'ordine delle cose legittime„. Sollecitava intanto dalla gentilezza del Ministro, “la comunicazione delle misure che a questo riguardo si prenderebbero„.
De' passi addotti[1201] dall'ambasciatore nel foglio a parte, il primo, scritto da Celso Marzucchi, diceva che il Romagnosi, nel continuo avvicendarsi di speranze e di timori, di potenze e di sorti italiane, conservò l'anima intemerata, e con virtuosa rassegnazione sopportò le ingiustizie e la povertà: il secondo, di Luigi Leoni, che una immensa sciagura si era addensata su 'l capo del Pellico, e un lungo silenzio era succeduto a quel canto, che risonando sempre in ogni anima, risvegliava la pietà e il desiderio dell'infelice poeta: il terzo, del Tommaséo, su la storia del Balbo: “Taccio di Carlo Magno, che lasciò sulla polvere dell'Italia un solco della vittoriosa sua lancia per quindi legare la tutela al lontano tedesco; taccio del tedesco, per la lontananza stessa quasi necessariamente colpevole ora d'ignorante e sospettosa e goffa tirannia, ora di vile e barbarica noncuranza„.
Le parole del Ministro austriaco, bench'egli parlasse di legami di “stretta amicizia„, erano di vero comando: e quell'avvertire, benché di sfuggita, che l'intero fascicolo era stato proibito dall'Austria, era un rimprovero aspro al censore, cioè al Governo toscano: e quella sicurezza che si sarebbe punito il direttore del giornale, e quel dichiarare che attendeva comunicazione de' provvedimenti che si sarebbero presi, erano ordini che non ammettevano repliche. Rispose[1202] infatti sollecito il Fossombroni: e assicurando l'ambasciatore, ch'egli non aveva indugiato un istante a richiamare su questo proposito il Dipartimento, si riservava di fargli conoscere ciò che su tale affare verrebbe a lui stesso risposto.
Il giorno 9 di febbraio il Corsini scriveva[1203] al Fossombroni annunciando che, sebbene non potesse dubitarsi della “purità delle massime religiose e politiche„ de' censori tutti del granducato, e in ispecie della “distinta capacità„ del Bernardini, pure non aveva trascurato di “far sentire„ a quest'ultimo i “ragionati motivi„ per cui la censura di Milano aveva riprovato il fascicolo di settembre, né di richiamarlo a portare in avvenire “la piú scrupolosa attenzione„. E prometteva in fine che “ingiunzioni analoghe„ si farebbero al direttore dell'Antologia.
Ricevuta la memoria del Corsini, il Fossombroni ne dava comunicazione al Senfft Pilsach, aggiungendo[1204] essere stato necessario limitarsi a far solo notare al censore gli articoli incriminati (la cui inserzione dovevasi a una “semplice svista„), perché i principî di lui politici e religiosi erano “al di sopra di ogni sospetto„. E assicurava poi al ministro austriaco, che “severi rimproveri„ si farebbero al Vieusseux, “con minaccia di sottometterlo a misure di rigore, in caso di nuove aberrazioni di simil specie„.
Non diede però il Governo toscano grandi noie al Vieusseux: bensí il Fossombroni, nemico d'ogni molestia e di ogni atto energico che molestia gli procurasse, si mostrò con l'ambasciatore austriaco sollecito in parole di compiacere a' desiderî di lui, lasciando invece ne' fatti correre il mondo da sé. Si limitarono, io penso, i due ministri toscani (e piú per prudenza e per non ne avere altre noie, che per altro motivo) si limitarono a proporsi di tenere un poco piú aperti gli occhi, senza darsi tuttavia troppa pena. E al censore Bernardini, che il 30 gennaio del '33 aveva chiesto se le discussioni politiche e amministrative, affatto estranee al giornale, dovessero limitarsi al nostro Paese o anche agli altri Stati ne' quali esisteva libertà di discussione; e se egli dovesse, in doppio caso negativo, prendere di mira soltanto gli articoli ne' quali ex professo o anche quelli ne' quali per incidenza riconosciuta non colposa, come di passaggio si trattasse delle materie inibite; al censore, il Corsini rispondeva[1205] il 9 febbraio (il giorno stesso che al Fossombroni) rispondeva: che nelle questioni di economia politica si poteva “continuare a permettere una modesta discussione„: che per ciò che riguardava la Toscana, era necessaria “una piú stretta censura„ in cose politiche: ma che per ciò che concerneva gli esteri Governi, ove era permessa libera discussione, poteasi procedere “con piú franchezza„, purché non si discendesse “a una critica acerrima„ o non si lodasse “in termini trascendenti e tali da far scomparire quei Governi, che professassero massime e principî diversi„. Caldamente però gli raccomandava di rendere “piú castigata„ l'Antologia; di “portare uno scrupoloso, e direi quasi sospettoso, esame sopra tutte le espressioni equivoche; aneddoti; concetti misteriosi; doppi sensi; non appropriate posizioni di termini e di frasi, sentenze generali isolate, e non legittimamente dedotte dalle materie trattate....„.
Comunicandogli poi nello stesso giorno con altra lettera[1206] que' “ragionati motivi„ di cui aveva parlato al Fossombroni, e che avevano indotto la Censura austriaca a interdire ne' suoi Stati la divulgazione del fascicolo di settembre, novamente richiamava il suo “ben conosciuto zelo„, e la sua “saviezza„ ad esercitare “la piú scrupolosa attenzione sulla tendenza, che il suddetto foglio periodico non cessava di manifestare, a rivolgere in tutte le occasioni i suoi articoli a riflessioni politiche, le quali direttamente o indirettamente alludessero ad avvenimenti recenti, o alle opinioni, che in fatto di Governo si sarebber voluto promuovere dai partigiani di innovazioni„.
Pensavano il Fossombroni e il Corsini avere con tali avvertenze ottemperato a' desiderî dell'ambasciatore, lieti nel tempo stesso di avere, difendendo nelle lor repliche timidette la censura toscana, difeso il Governo, e salvata la sua dignità. Ma se il ministro d'Austria in Firenze restò contento alle ampie promesse ricevute, e se contenti i ministri toscani del mantenerle fino ad un certo segno, non tacquero i giornali di Modena il loro dispetto al vedere che il Vieusseux poteva, senza molestie apparenti, continuare l'impresa propria. Già, poco innanzi, l'Amico della Gioventú, con chiara allusione all'Antologia, aveva pregato[1207] Dio perché tutti i Governi si impegnassero a “distruggere da per tutto le spelonche e gli ordigni di questi novelli assassini dell'umanità„: già si sono veduti a suo luogo i consigli pii della Voce della Ragione. Ma piú chiaramente e malignamente, a proposito di uno scritto del Libri su la Rivista Europea, la Voce della Verità sentenziava il 2 marzo del '33: “che direbbe l'Antologia... se molti fra' suoi collaboratori ritornassero alle loro case, e se il suo direttore, sig. Vieusseux (supponendolo un dotto), dovesse abbandonare una terra, che per lui è realmente straniera?„.
Ma il Vieusseux non rispondeva con ingiurie alle ingiurie: rispondeva perseverantemente operando. E spirito di sacrificio e amore vero d'Italia e della impresa propria, erano necessarî per sopportare tante molestie, non solo da que' di Modena, ma dalla censura Toscana, che, sebbene non pedantemente, fedelmente però poneva in pratica i ricevuti consigli. Il 10 di febbraio infatti del '33, scriveva[1208] il Vieusseux a S. E. Corsini rammentando a lui, senza ombra d'orgoglio, ma con dignità d'anima e di parole, come l'Antologia da dodici anni gli costasse “continui sacrifici di tempo, di quiete, di danaro,„: e come quest'opera, “decorosa per l'Italia in generale, e per la Toscana in particolare„, che occupava varî letterati suoi amici e non poche famiglie di compositori e legatori, oltre che di vivere per il bene degli altri, avesse bisogno, perché vivesse essa stessa, di essere stampata e dispensata ad epoche regolari. Lodava egli, probo com'era, “l'onesta libertà„ che fino a quel tempo gli era stata concessa: ma notava principalmente che ora aveva a dolersi degl'insoliti rigori da parte della censura, i quali potevano costringerlo a cessare la sua pubblicazione: giungendo essi a tal segno, che il fascicolo del novembre-dicembre 1832 solo ne' primi di febbraio del '33 fosse licenziato per la stampa, e con tali mutilazioni, da richiedere la spesa di trecento lire per ripararvi. Presentava egli intanto il proemio (ove era una digressione su 'l progresso) al primo fascicolo del 1833, che stava ancor preparando, e si lusingava che alla rettitudine delle sue intenzioni verrebbe resa giustizia.
Ricevuta la lettera, il Corsini chiamava a sé Gian Pietro Vieusseux, e fu cosí lontano dal fargli que' “severi rimproveri„ e quelle “minaccie„, dal Fossombroni annunciate all'ambasciatore d'Austria, che tempo dopo il Vieusseux poteva scrivergli[1209] che le risposte di lui lo consolarono e gli crebbero le piú care speranze.
Di quel colloquio infatti serbò notizia nelle sue carte il Vieusseux, scrivendo[1210] che S. E. Corsini “1º Non permetteva, benché buona, la digressione sul progresso; 2º M'impegnò caldamente a proseguire l'Antologia; 3º Mi domandò di scansare gli argomenti che possono dar luogo a discussioni di politica, e ad allusioni all'Austria; 4º Promise dal canto suo di essere piú andante sulle cose nostrali e di sollecitare la revisione„. Le quali parole, mentre da un lato dimostrano come le promesse fatte al legato austriaco non furono mantenute, dall'altro però dimostrano come S. E. Corsini lodasse, e le cose lodate non permettesse tuttavia divulgare; non per timore della propria coscienza, che, se egli assentisse, lo pungerebbe di non degnamente servire al granduca, ma per timore degli altrui timori. Egli, in somma, concedeva che si parlasse, ma, per iscansare noie e imbarazzi, chiedeva che si parlasse senza però fare grande strepito intorno: concedeva che si pensasse, ma senza rendere a sé stessi ragione del proprio pensare; come in un dormiveglia.
L'avere egli infatti stimata buona la digressione con che nel proemio all'annata del '33 Gian Pietro Vieusseux esprimeva i principî suoi su 'l progresso, e il non ne avere tuttavia consentita la stampa, possono essere prova di quanto ho asserito. Diceva[1211] in essa il Vieusseux: “Noi lo professiamo altamente, siamo fautori della diffusione de' lumi... Il popolo non può piú essere sottomesso per istupidità: bisogna che egli lo sia per convincimento e per amore... Il popolo è avido di sapere? e noi apriamogli le fonti di un'istruzione che lo renda piú atto a' suoi lavori, che gli educhi il cuore mentre gli coltiva la mente; iniziamolo ad una scienza che sia la scienza del bene. Il popolo ci parla de' suoi diritti? e noi, senza negargli, parliamogli insieme de' suoi doveri, mostriamogli quanto importi a lui stesso la tranquillità pubblica e la subordinazione. Il popolo chiede il pane e le comodità, ci domanda di sedere con noi al gran banchetto della vita? e noi assistiamolo a procacciarsi questi doni della provvidenza con quel mezzo ch'ella ha prescritto, cioè col sudore della propria fronte; avvezziamolo a conservare, ad accumulare gli avanzi di questi frutti del suo lavoro, e sforziamolo cosí, divenendo proprietario, a divenire docile e fedel cittadino... Stringiamoci, insomma, con un vero vincolo di famiglia tra maggiori e minori fratelli, costituiamo finalmente una vera società; cerchiamo a gara di diffondere nel maggior numero che si possa i beni della terra, e i beni molto piú stimabili della saviezza, delle virtú morali e civili, e d'una religione che sia convincimento ed affetto....„.
Nulla in verità di feroce aveva detto il Vieusseux, da dovergli interdire la stampa di queste idee: ma esse avevano il torto di esprimere tutto un programma civile e politico; e al Corsini omai dava ombra non il sentire, ma il franco manifestare ogni civil sentimento.
Dolse al Vieusseux pubblicare il suo proemio senza quel brano, che a lui bene serviva di difesa contro gli attacchi della colonia di Modena: e con gli amici ne mosse lamento. Appunto in quel tempo, “tenete forte finché potete — gli scriveva[1212] il Giordani — speriamo che una qualche volta i governi vengano al senso comune„. Ma il Vieusseux non consentiva con le idee dell'amico: a lui pareva che tra il silenzio e il poco dire, fosse maggiore distanza che tra il poco dire e il molto dire. Egli sapeva che vi sono cose le quali, anche accennate, si capiscono da' piú, e delle quali a destare il sentimento e il pensiero, non fa d'uopo di molta ciarla. Per questo, non potendo fare e dire tutto quanto avrebbe voluto, si sforzava di fare e dire il bene quanto piú largamente gli fosse concesso. Ei si accordava co 'l Cicognara, il quale, pochi dí appresso la lettera del Giordani, parlando anch'egli della censura gli diceva[1213]: “meglio qualche cosa che nulla. Oh quel nulla è brutto — ed è falso, come voleva il Giordani, o tutto o niente; io in vece dico, se non tutto, almen qualche cosa„.
Attendeva infatti il Vieusseux alla compilazione del numero di gennaio del '33, il quale conteneva un articolo di Defendente Sacchi su l'industria lombarda, uno scritto del Pepe su la difesa della città e del porto di Brindisi, e uno del Cicognara su lo Spasimo inciso dal Toschi. Seguivano poi la prima delle cinque lettere promesse[1214] dal Romagnosi per indicare in che modo dovessero studiarsi le opere sue; un articolo del Montani già morto, su' documenti per servire alla storia d'Italia, e uno studio del Tommaséo su la versione, fatta da Tommaso Tonelli, delle epistole di Poggio. Preparava del pari il Vieusseux i primi quaderni del fascicolo di febbraio: e già le prove di stampa erano pronte della seconda lettera del Romagnosi e del Sacchi, di varî canti popolari toscani, della descrizione di una gita a Siena del Tommaséo, e di una lettera del Mannu su certe innovazioni fatte da Carlo Alberto.
Ne' primi dí del febbraio 1833 era intanto uscito alla luce il doppio fascicolo del novembre-dicembre 1832[1215]. Erano brevi assai que' fascicoli, perché la doppia censura del Bernardini e del Corsini aveva spietatamente soppresso non frasi né pagine sole, ma articoli interi: e il Vieusseux, sebbene alla somma spesa aggiungesse trecento lire, non poté rimediare al barbaro sconcio. Dell'articolo del Pepe, ad esempio, intitolato Relazione di un viaggio fatto nell'Abruzzo Citeriore dal Cavalier M. Tenore, che doveva comparire alla pag. 57 del fascicolo di novembre, e tuttavia si legge annunciato nell'indice del volume; dell'articolo del Pepe, ben quindici pagine furono soppresse, cosí che solo qualche linea restava, su cui non avesse il censore tracciato il suo rigo nero. Nel fascicolo del dicembre il guasto era stato maggiore: e giova qui darne un'idea. Nella pag. 15 tolse il censore un breve periodo di Gräberg di Hemso, forse perché il rammentare il verso del Petrarca Il bel paese, con quel che segue, parve a lui pericolo grave. Nella pag. 11, parlando della consuetudine rinnovata nella repubblica veneta, di inviare un magistrato nelle provincie, che ne conoscesse i bisogni, il Tommaséo aveva scritto: “al sentirla di nuovo proporre, que' ladri governatori e la canaglia de' corrotti patrizi levarono gran rumore„: e il censore cancellò le parole che ho qui riprodotto in corsivo. Nella pag. 57, nota 5ª, dopo “senato„, fu tolta questa frase: “Gl'imbecilli al comando son peggio talvolta de' tristi„. Nella pag. 59, ove si parlava di una strada che nell'Elide nominavasi dal silenzio, perché in silenzio le spie vennero ad esplorare il nemico, fu tolto del pari questo periodo: “ed oh quante contrade di questo mondo potrebbero pigliare un tal nome! Ma la nostra è storia obliterata, impotente, e piú vieta che non la favola„. Alla pag. 138 doveva leggersi (e ne è rimasto l'annuncio nell'indice del volume) doveva leggersi un articolo su l'Educatore del povero: ma fu per intero soppresso; e si cancellarono fino queste parole: “Tutti siam popolo — i piú ricchi, i piú nobili, i piú potenti, sempre son popolo: perché in questa parola è il complesso d'ogni ricchezza, d'ogni nobiltà, d'ogni potenza...„. Che piú? nella pag. 140, parlando del Murras, pittore in miniatura, era scritto: “che fu già al servizio del Granduca di Toscana„; e il censore fece correggere: “ben conosciuto in Toscana„.
Tali, in somma, e sí gravi apparivano le mutilazioni, che la Voce della Ragione qualche tempo dopo commentava[1216]: “Il fascicolo di novembre e dicembre quando uscí dall'utero materno doveva essere un bel capo d'opera, vedendosi che ha bisognato medicarlo e mutilarlo in piú luoghi affinché apparisse meno deforme. Nel novembre dalla pag. 57 si salta alla pag. 78, e con le pagine saltate è scomparso un articolo sul Viaggio del cavaliere Tenore nell'Abruzzo, il quale era già annunziato nell'indice; nel decembre manca pure un articolo intitolato L'Educazione del povero, annunziato nell'indice anch'esso; e chi sa che belle creaturine erano quei due articoletti, i quali si è creduto indispensabile di soffocare nella culla„.
Eppure, benché il fascicolo comparisse cosí mutilato visibilmente, trovò modo la Voce della Verità di fare i suoi commenti a quel poco che dalla doppia censura del Bernardini e del Corsini era stato risparmiato. Tra gli scrittori negli ultimi tempi dal Vieusseux procurati al giornale, era Luigi Leoni[1217], impiegato granducale in Follonica con sessanta lire mensili, che nell'ottobre del '29 diede all'Antologia il primo scritto[1218], e fu ne' primi tempi di aiuto al Tommaséo nel compilare le riviste. Due anni innanzi, per alcune terzine sue su Colombo, il Montani diceva[1219] che l'Italia avrebbe tra poco sentito “parlar molto di lui„: e il Leopardi, al Vieusseux che gli dimandava[1220] che cosa pensasse di quel “nuovo e giovanissimo collaboratore„, rispondeva[1221] ch'egli credeva che riuscirebbe “buono ed utile„, e lodava le cose di lui come scritte “con molto calore di sentimenti e molta chiarezza d'espressione„.
Un articolo di lui, e uno del Tommaséo, destarono le ire della Voce della Verità, che spinsero l'ambasciatore d'Austria e di Russia a muovere nuove e piú severe lagnanze, e indussero il debole Governo toscano a sopprimere l'Antologia[1222]. Diceva[1223] il Tommaséo, nel parlare del volgarizzamento di Pausania fatto dal Ciampi: “i Romani sentirono pietà della Grecia, e restituirono a popolo per popolo l'antico consiglio. Un pretore mandavasi in Grecia tuttavia a mio tempo. Non lo chiamano pretore della Grecia ma dell'Acaja (il Regno Lombardo-Veneto)„. Aveva bensí il Corsini raccomandato, come si è visto, al Censore, uno scrupoloso, anzi sospettoso, esame di tutte le non appropriate posizioni di termini e di frasi; aveva, ciò che piú monta, egli stesso, non si fidando del Bernardini, reso “piú castigata„ l'Antologia: ma quella parentesi, al dire del Tommaséo[1224] “greca insieme e italiana ed austriaca,„ non fermò l'attenzione di lui se non tardi, pe 'l chiasso grande che se ne fece, e non senza sua molta meraviglia stizzosa.
Parlando del poema di Angelo Curti su Pietro di Russia, il Leoni scriveva[1225]: “... farò solo rimprovero al cav. Curti della dedica del suo poema. Cada pure in oblio non solo questo migliaio di rime, ma qualunque opera di eccelso ingegno, che abbagliato dalle gemme di una corona, non ode e non vede il sangue i gemiti e il disperato grido di una massacrata e dispersa nazione„. Fumava ancora di sangue la terra polacca, fumavano ancora le macerie delle città incendiate e distrutte da' russi; e S. E. Corsini non si accorse, se non in ritardo, del chiaro significato di quelle parole!
Ma ben se ne accorse l'autor del poema, e ne mosse lamento al Vieusseux con parole le quali meritano che siano conosciute, non tanto per l'asprezza loro, quanto perché si vegga come la morte dell'Antologia fosse da lui, non dico affrettata, certo però presentita. Dopo avere espresso il timore che in quell'articolo lo si fosse voluto deridere, “Deggio pensare — egli scriveva[1226] al Vieusseux — che la riputazione del suo giornale è a lei molto cara, e ch'ella v'ha il detto articolo inserito senza ponderarlo, e fors'anco senza leggerlo, poiché mi pare impossibile ch'ella v'abbia con animo deliberato ammesso un articolo, il quale contiene tanti errori di lingua, e non corrisponde in niente alle mire, che debbe avere un giornale letterario; e tanto meno poi so persuadermi, ch'ella siasi volontariamente arrischiato di pungere cosí nel vivo l'Imperator delle Russie, il quale potrebbe volerne soddisfazione con di lei sommo dispiacere„. Alla qual lettera, francamente il Vieusseux rispondeva[1227]: “di una cosa... potrei dolermi, ed è che Lei abbia voluto vedere un'offesa per la di Lei persona, o una mancanza di riguardo personale per l'imperatore delle Russie, in una delle tante semplici manifestazioni della pubblica opinione sopra uno dei piú grandi oltraggi fatti all'umanità nel secolo XIX. L'autore dell'articolo ha colto l'occasione di esprimere sentimenti generosi; ma lui scrivendo, ed io lasciando stampare, non abbiam mai avuto l'intenzione di offendere le persone — l'Antologia non mira che ai principî e alle cose„.
Non so quello che il Curti pensasse della replica del Vieusseux, né so s'egli fosse legato d'amicizia con que' di Modena: fare sospetto maligno non voglio, ma certo è che la frase l'Imperator delle Russie potrebbe volerne soddisfazione con di lei sommo dispiacere, è significativa non poco. E ancor piú certo è che, nove giorni dopo, La Voce della Verità (o come la chiamavano i nostri, La tromba della bugia), pubblicava[1228] l'articolo sciaguratamente famoso: Ciò che ho appreso dall'ultimo fascicolo dell'Antologia.
Diceva in esso lo scrittore (il Parenti forse, forse lo stesso principe di Canosa?): “Di mano in mano ch'esce alla luce un fascicolo dell'Antologia io ho l'uso di scorrerlo qua e là, saltellando, secondo che piú m'aggradiscono i titoli degli articoli, e le firme degli scrittori, e notando quelle cose che piú mi piacciono. Perché, parlando sinceramente, in quel Giornale v'è sempre qualche bella cosa da imparare„. E accingendosi a dare notizia di ciò che nell'ultimo fascicolo gli era parso di “piú bello, piú utile e piú degno della fama a cui era salita l'Antologia,„, commentava: “Ho imparato dal sig. L. un metodo facile per destar l'entusiasmo: Parlate di Pietro (questa ricetta trovasi in un articolo intorno al poema del signor cav. A. Curti, intitolato Pietro di Russia) parlate di Pietro, di Federico, di Bonaparte, narrate (per non uscir dalla moderna storia) le giornate di Parigi, di Brusselles, di Varsavia, e quale anima non è accesa, esaltata, compresa dal piú alto entusiasmo? Evidente l'agevolezza della transizione da Pietro di Russia alle giornate di Varsavia...„. “Anche un altro bel metodo ho imparato dal signor L. per giudicare del merito de' lavori specialmente poetici: “Farò solo rimprovero al cav. Curti della dedica del suo poema. Cada pure in oblio non solo questo migliaio di rime, ma qualunque opera di eccelso ingegno, che abbagliato dalle gemme di una corona non ode e non vede il sangue, i gemiti e il disperato grido di una massacrata e dispersa nazione„. Se il signor L. non vuole consumare la sua collera, come il suo entusiasmo, rivolgerà per senno tutta l'ira sua, e a buon diritto, non contro le armi che hanno estinta l'insurrezione polacca, ma contro gli scellerati che spinsero in tanti errori quella sconsigliata ed infelice nazione, e che, se avesser potuto, volevano e vorrebbero regalare all'Italia una sorte simile„... “Vi sono poi due cose insegnate dal piú acuto fra gli scrittori dell'Antologia, che io non potrei passar sotto silenzio, senza che me ne rimanesse un lungo rimorso. Tanto piú che la prima è tutta pratica, e potrebbe servire di regola a moltissimi altri scrittori. Supponiamo che voi viviate a Firenze sotto il regime di un Principe strettamente congiunto alla casa Austriaca, presso la cui corte risiede un ambasciatore Austriaco, ed il cui governo ha una censura. Supponiamo ancora che voi vogliate scrivere, o di vostro capo, o traducendo qualche diatriba del Costituzionale, o di altri hujuscemodi, che: L'Austria facendo sembiante di governare il Regno Lombardo Veneto, domina su tutta l'Italia. Questa è una falsità manifesta: ma non importa. Supponiamo che voi non vi curiate della verità o falsità del fatto, e che vogliate ad ogni modo lanciare il vostro motto contro l'Austria. Per quanto facile sia il Censore, non vi lascia per certo cavar questa voglia, se non altro per convenienza: e se anche il Censore si benda ambedue gli occhi, l'Ambasciatore Residente farebbe un ufficio diplomatico che potrebbe farvi perdere due ore di sonno. Sicché, come si fa? Se voi nol sapete, io non me ne stupisco; e confesso ch'io non avrei trovato altro rimedio che di tenermi in gola l'epigramma. Ora no, grazie all'Antologia, il problema è sciolto. Si prende una recente traduzione dal greco, per esempio quella di Pausania fatta dal ch. ab. Ciampi, si fa un articolo piuttosto lungo cominciando dai remotissimi tempi della Grecia, si aggiunge in nota delle citazioni assai, specialmente di etimologie greche ecc. in somma si fa in modo che l'articolo abbia l'aria d'essere scritto da un pazientissimo ed eruditissimo commentatore germanico. In mezzo all'articolo si riportano alcuni tratti di Pausania, e si è ottenuto l'intento. Ecco in qual maniera: “I Romani (scrive Pausania) sentirono pietà della Grecia, e restituirono a popolo per popolo l'antico consiglio. Un pretore mandavasi in Grecia tuttavia a mio tempo... Non lo chiamano pretore della Grecia, ma dell'Acaja, (il regno lombardo-veneto)„. Questa breve parentisi in corsivo dice tutto. Perché poi l'epigramma non resti troppo secreto si susurra all'orecchio degli amici: Guardate a pag. 57 del fascicolo di Dicembre; e cosí dall'una bocca all'altra l'epigramma fa il giro che si voleva, senza che né il Censore se ne sia accorto; né l'Ambasciatore ne sia stato avvertito. Quod erat faciendum„.