Mentre Giulietto era in marcia per Salò, la Mary si trovava in viaggio per Milano. Le due signore avevano potuto rimaner sole nello scompartimento, e Donna Lucrezia, dopo uno sternuto formidabile, (si era raffreddata a pranzar fuori, sul terrazzo) avea finito coll'addormentarsi, e così lasciava libera la nipote nel suo raccoglimento.
La Mary, appoggiato il capo presso il finestrino, fissava cogli occhi intenti la campagna, che sembrava più vasta nella notte chiarissima, e che per la grande velocità del treno pareva correre dinanzi il suo sguardo con apparizioni svariate e fantastiche... ma il pensiero e il cuore erano lontani.... Erano in marcia verso Salò. Anche la fanciulla sospirava il giorno in cui la guerra sarebbe stata finita, e lo immaginava come un sogno di beatitudine e d'amore. Pur troppo anche alla sua fantasia si affacciò involontariamente un'idea paurosa; fu un momento di angoscia crudele; si sentì diacciare il cuore e pensò che—se mai—si sarebbe fatta suora, suora di carità... per il poco tempo che gli avrebbe potuto sopravvivere.
A Milano, in que' giorni, era sempre mesta, inquieta; aveva sovente gli occhi rossi e faceva disperare la buona Filomena perchè aveva perduto l'appetito, e andar sulle furie Donna Lucrezia perchè non si vestiva più bene, perchè non voleva più uscire a far visite, nè veder gente.
—Nessuno più di me—brontolava la vedova—è al caso di comprendere e compatire le pene del cuor; ma, santi Numi, ci vuol coraggio... e distrazion!
Invece la Mary di distrazione non ne volea sapere, e il coraggio le veniva meno ogni giorno. Tutti i timori, tutte le angosce di que' momenti terribili avevano un'eco dolorosa nell'anima sua. Aspettava una lettera che le era stata promessa, e tutta la sua vita era lì, nell'attesa di quella lettera, che non arrivava mai!
E lo zio Francesco?... Anche dello zio non si avevano notizie, e questa era un'altra grande inquietudine.
La mattina, prestissimo, la Mary usciva colla Filomena per ascoltare la prima messa nella piccola chiesetta di Sant'Andrea e pregava lungamente inginocchiata presso l'altare della Vergine, col capo chino e il viso nascosto nell'uffiziuolo. Pregava, perchè arrivassero le notizie tanto desiderate, e perchè Giulio ritornasse, e ritornasse presto, insieme collo zio. Pregava, e quando rialzava gli occhi dal libro erano gonfi di lacrime.
La Filomena non poteva reggere a stare tanto tempo inginocchiata, e però rimaneva seduta presso la Mary, e diceva anche lei le orazioni facendo scorrere fra le dita tremolanti una lunga corona di cocco.
La vecchiarella, che continuava a servire la Balladoro colla promessa della pensione appena la padrona si fosse accomodata con un'altra serva che dovea aver tutti i numeri, ma che non si trovava mai, adesso zoppicava con tutt'e due le gambe. Più assecchita, pareva ancora più piccola; ma aveva sempre i bei riccioli bianchi attorno alla faccetta vispa e buona. Anche la Filomena pregava per il signor Francesco, per quella lettera benedetta, e pregava per il signor Giulio, sospirando nel guardare con tenerezza la figura elegante della fanciulla che le stava inginocchiata dinanzi. Tutte le pene e i dolori della padroncina erano pur sentiti dalla Filomena, che piangeva e temeva e sperava con essa.
Colle sue premure umili, ma insistenti, non la perdeva d'occhio un minuto, e tutto il giorno era un continuo andar su e giù della vecchiarella dalla cucina alla camera della Mary. La confortava co' suoi presentimenti sempre lieti, e con certi ragionamenti che, se non avevano un gran valore, pure ottenevano sempre un buon effetto; e quando poi le parlava della sua povera mamma, di quella santa della signora Lucia "ch'era in Paradiso di sicuro e che doveva assistere i suoi figliuoli" allora negli occhi della Mary appariva un sorriso fra le lacrime, sorriso che veniva colto a volo dalla Filomena, per far mangiare alla padroncina qualcosetta di sostanzioso.
Ma presto nemmeno la Filomena non seppe più come darle animo. La battaglia di Custoza, che dissipò tante balde speranze, aveva messo la fanciulla in uno stato di continuo sbalordimento. Pallida, smunta, non parlava più, non piangeva nemmeno più. Guardava in viso la zia, la Filomena, cogli occhi smarriti che esprimevano una domanda angosciosa, ma alla quale nessuno poteva rispondere, perchè mancavano affatto le notizie dal campo Garibaldino.
—Povareta mi!... La perde tutti i sentimenti!—esclamava donna Lucrezia.
—Seguitando così, muore sfinita—sospirava la Filomena.
E davvero la povera ragazza non avrebbe potuto continuare ancora per molto tempo in quello stato; ma per fortuna la lettera tanto attesa arrivò finalmente a rimetterla in vita, e a ridarle un po' di speranza.
Giulio Barbarò aveva scritto a Milano, dal Ponte del Caffaro fino dal ventisette giugno; ma la lettera non era arrivata in via della Spiga prima del due di luglio.
La Mary, appena l'ebbe fra le mani, andò subito a rinchiudersi nella sua camera per quanto la zia le fosse corsa dietro e picchiasse all'uscio gridando che anch'essa era tuta in convulsion e che voleva saper qualcosa. Tuttavia non aspettò molto. L'altra uscì quasi subito, ancora colla lettera spiegata in mano, ma affannata e piangente.
—Santi Numi, una disgrazia?...
—S'è... s'è.... s'è battuto!
—È rimasto ferito?
—No... no....
—E allora consoliamoci senza tanti spasimi, creatura benedetta!
—Ma zia... pensa che.. poteva...—e la fanciulla si buttò sul canapè, e proruppe in un pianto dirotto.
—Bisogna compatirla—mormorò la Filomena ch'era venuta anche lei per sentire, portando un bicchiere d'acqua alla Mary:—sono scosse che fanno perdere la testa a una povera ragazza. Beva, beva un sorso d'acqua!... Vuole che ci metta anche un dito di caffè?
La Mary fece segno di no, col capo, poi andò a sedersi presso la finestra, e balbettando e singhiozzando cercò un brano della lettera che voleva leggere.
Le due donne aspettavano in piedi, con grande ansietà.
—Andiamo... comincia dal principio!
Ma invece la Mary ostinata, cominciò a leggere in fondo della prima pagina:
—"...ie... ieri... fi... finalmente."
—Santa pazienza!... Guarda, Filomena, dove ho messo gli occhiali! Leggeremo insieme o non si va più avanti!...
—..."ieri finalmente—ricominciò la giovane con voce più sicura—abbiamo avuto il primo scontro a Ponte del Caffaro...."
—Dov'è?... Dov'è questo Ponte del Caffaro?
—Sarà in Tirolo—osservò la Filomena.
—Grazie tante, siora mammalucca!
—..."eravamo in pochi: la mia compagnia e quella del capitano Egisto Bezzi, che si è battuto come un leone...."
—L'ho conosciuto questo Egisto Bezzi; sicuro, sicuro. Non ti ricordi, Mary, a Desenzano? Un bel pezzo d'omo?
—..."fummo assaliti inaspettatamente, ma quantunque i nemici fossero al doppio di numero e molto meglio armati di noi, con certe carabine che non sbagliavano d'un punto, dopo una lotta accanita, disperata, li abbiamo respinti.
—Bravi tosi; evviva l'Italia!
—"Ma—e qui la voce della Mary tornò a farsi tremante—ma pur troppo dobbiamo lamentare fra i nostri molti morti e feriti. Io poi ho perduto un compagno che mi era affezionato; un antico agente di mio padre; un bravo soldato che fino dal quarantotto aveva fatte tutte le campagne con Garibaldi...."
—Lo Sbornia—esclamò la Balladoro.—Oh povero Sbornia!... Chi sa, chi sa, il signor Pompeo! ne sarà disperato!
La Mary alzò gli occhi, guardando la zia come per interrogarla. Essa non si rammentava d'averlo conosciuto questo agente del Barbarò.
—Da parecchio tempo non si vedeva quasi più col signor Pompeo, ma una volta era il suo factotum.... Tira via....
—... "Egli è morto, si può dire, fra le mie braccia. Durante il combattimento, il Micotti...."
—Bravo; il suo nome era appunto Micotti, ma tutti lo chiamavano Sbornia per... per antonomasia, come dice quel cane d'un... del.... Tira via, tira via!
—"Durante il combattimento, il Micotti era rimasto ferito a un piede da una palla morta. Ci tenevamo tutt'e due per riparo, inginocchiati dietro il grosso tronco di un albero; anche ferito egli non aveva detto una parola; aveva continuato a far fuoco, e per ciò, non m'ero accorto di nulla. Ma poi, quando i nemici cominciarono a ritirarsi ed io mi alzai, volendo raggiungere i compagni, egli allungò il braccio, e traballando mi afferrò con una mano.—Sei ferito?—gli chiesi subito notando il suo pallore.—Non è niente—mi rispose sforzandosi per camminare. Allora cercai di aiutarlo e di reggerlo quanto più potevo, e lo condussi passo passo, verso l'ambulanza. Eravamo soli (i nostri compagni ci avevano preceduti perchè era stato sonato a raccolta) eravamo soli in fondo a una valletta angusta, chiusa fra le rocce, e che dovevamo attraversare. A un tratto, in alto, su per que' dirupi, scorgo appena due Jägere il luccicare delle carabine, e quasi nello stesso tempo sento il fischio di una palla passarmi vicino all'orecchio; sento echeggiare nella valle il fragore delle fucilate, e il mio compagno che stramazza mormorando:—Buona notte!—Mi chinai per soccorrerlo; era morente. Una palla lo aveva colpito giusto in mezzo al petto.—Rialzai subito il capo, aguzzai l'occhio: gli Jäger si allontanavano, arrampicandosi come camosci. Presi di mira il più vicino, feci fuoco, ma che!... i nostri fucilacci sbagliano anche le montagne!... Guardai di nuovo: gli Jäger si arrampicavano ancora tutt'e due... e a un tratto sparirono per quelle gole...."
—Misericordia!... Un filo; proprio per un filo!—esclamò la Balladoro, mentre la Filomena, senza poter parlare, con le lacrime che le gocciolavano dagli occhi, tremante, avvicinava il bicchier d'acqua alla Mary, che vi bagnò appena le labbra, poi di colpo, corse via esclamando:—E lo zio Francesco?... Lo zio Francesco?!—e andò in camera nuovamente, e vi si richiuse.
—Dio, Dio, Dio, che angosce!—gemette allora Donna Lucrezia buttandosi sulla sedia, dov'era prima la nipote.—Senti il polso. Filomena!... Scommetto, non ho più sangue.... Dammi quell'acqua... no, aspetta... con una goccia di vermut.... Io già sono così; mi sforzo, per far coraggio a quella creatura; mi sforzo, mi sforzo, mi sforzo e poi non posso più reggere e soffro l'impossibile!... Dio, Dio, Dio, per un filo; proprio per un filo!...
Alcuni giorni appresso arrivava a Milano un'altra lettera di Giulio; ma diretta a suo padre, il quale dopo la battaglia di Custoza era scappato da Brescia. Questa seconda lettera conteneva pure una brutta notizia: Francesco Alamanni era stato ferito e fatto prigioniero. E Giulio pregava il babbo, se avesse creduto opportuno di comunicare la cattiva nuova alla signorina Mary, di farlo con molto garbo, preparandola a poco a poco, perchè non le cagionasse troppo dolore.
—Be'... be'!... Questa seccatura è per Donna Lucrezia. Quattro parolette, quattro smorfiette, e tutto è presto passato!
E Pompeo Barbarò, che alla notizia della morte dello Sbornia aveva esclamato colla signora Veronica "una bocca inutile di meno!" pensò adesso, in cuor suo, che se Francesco Alamanni non fosse più ritornato da quella guerra, non sarebbe stata una grave disgrazia.
—Ma invece—borbottava—pareva proprio che anche la mitraglia avesse rispetto per gli spiantati.... Anche quel Florindo del capitano Martinengo s'era trovato a Custoza, e l'avea passata liscia senza rimetterci nemmeno un pelo dei mustacchi!... Saranno state le orazioni della marchesa—continuava facendosi verde—che gli avran portato fortuna. Come sono ipocrate le donne!... Ficcano Domeneddio anche a fare il terzo coi loro amanti!...
Non erano scorsi molti mesi dalla morte del vecchio Micotti, quando un giorno Pompeo Barbarò, chiuso solo nel suo studio, dinanzi a certe carte, dovette convenire seco medesimo che il brav'uomo era proprio crepato a tempo. Quelle carte si riferivano a un processo che veniva intentato dal Ministero della guerra contro la Ditta Micotti e figlio, assuntrice per la fornitura delle scarpe e delle armi al Corpo dei Volontari.
Le frodi e i brogli commessi dagli appaltatori sarebbero forse rimasti inosservati o, come succede quasi sempre, lasciati nel dimenticatoio, se i ferravecchi forniti per armi ai Garibaldini non avessero sollevato il pubblico sdegno, e messo a rumore il campo del giornalismo. Tutti que' giovani pieni di vita e di valore erano andati a farsi ammazzare con macchinosi schioppettoni impotenti a resistere, impotenti a rispondere alle famose carabine degli Jäger. Le gazzette riportavano di continuo miracoli di valore rimasti senza frutto, e vittime innumerevoli dovute non alla bravura del nemico, ma alla disonestà degli speculatori, che era stata cagione di lutto e di lacrime per tante famiglie italiane. E quella indignazione che correva per tutto il paese, arrivò a farsi sentire in alto, e fu chiesto e fu istruito il processo contro la Ditta Micotti. Tuttavia se la giustizia avea potuto mettere le mani sui complici minori, "il capo e l'anima dell'impresa", narrava Il Moderatore, un nuovo giornale, come apparisce dal titolo, temperato e cauto, "era stato sottratto dalla morte al meritato gastigo."
—Chi era costui?—si domandava l'un l'altro.
—Un poco di buono; un imbroglione raffinato. Avea avuto anche la malizia di arruolarsi con Garibaldi per gettare la polvere negli occhi; ma Dio non paga il sabato. Era stato ammazzato a Ponte del Caffaro con una fucilata nella schiena, mentre fuggiva a gambe!
—Bene, per bacco!... Benone!... Ma anche il resto della compagnia—si gridava nei caffè, nei pubblici ritrovi—i soci, i ministri, i manutengoli, bisogna impiccarli tutti, senza misericordia!...
Intanto, a poco a poco, prima mormorato qua e là vagamente, come un si dice, poi pigliando la consistenza di un fatto vero, accertato, veniva messo in ballo il nome di "un certo Pompeo Barbarò" in tutte le losche operazioni della Ditta Micotti; ed anzi finì coll'essere accusato appunto "questo Pompeo Barbarò" e non più il Micotti, come la vera anima dell'impresa, il capitalista; colui insomma che disponeva dei quattrini.
—Allora bisogna impiccar lui per il primo!
—Certamente, se si potesse metterlo in gabbia!
—È scappato?...
—No; ma contro questa canaglia mancano le prove legali—rispondevano i meglio informati.—Bisognerebbe in tal caso, che i gerenti della Ditta cantassero chiaro. Se l'altro Micotti, il figlio del morto, volesse fare delle rivelazioni, allora il Barbarò sarebbe spacciato; ma tutti invece, si vede, devono trovare il proprio vantaggio nel tener nascosto il principale, perchè nessuno fiata. Anche Beppe Micotti resta muto come un pesce, e dichiara soltanto di aver eseguito sempre e ciecamente tutte le istruzioni e gli ordini di suo padre.
—Ma anche questo Pompeo Barbarò, chi è infine? Da dove diamine è sbucato?
—Chi può saperlo?... Ha sempre fatto l'affarista, l'usuraio; ma in grande. Ha rovinato mezzo mondo; i Badoero fra gli altri, ed anche il marchese di Collalto. Di sicuro, si sa una cosa sola; che ha più milioni in tasca, che capelli in testa!
—Oh oh, davvero è proprio un riccone?!—esclamavano in molti a questo punto.—Se ha tanti quattrini allora... niente paura!
—Paura, ne deve avere in ogni modo—soggiungevano i più arrabbiati.—Dovrà pur comparire alle Assise, se non altro come testimonio, e allora lo serviremo a suon di fischi e di legnate, quel cane, quel boia!...
Infatti anche Pompeo Barbarò, pensando al giorno in cui, per i suoi rapporti personali verso la Ditta Micotti, avrebbe dovuto presentarsi all'udienza per deporre sui precedenti degli imputati, si sentiva addosso la tremarella.
Era sicuro di averla fatta in barba alla legge, ma... se il pubblico, vedendolo, si fosse messo a schiamazzare?... Gli accusati erano lasciati a piede libero, e il Barbarò aveva potuto accomodar bene le sue faccende; ormai era sicuro di Beppe Micotti e degli altri, ma... ma s'egli stesso si fosse imbrogliato, confuso, tradito nel rispondere al Presidente?
Poi, passato ancora qualche tempo, due o tre sere prima che incominciassero i dibattimenti, ad accrescere la sua apprensione e le sue inquietudini, gli capitò proprio un tegolo sul capo, da dove meno avrebbe temuto.
Pompeo Barbarò era ancora a tavola a predicare, a brontolare e a sbuffare con Giulio, che lo stava a sentire ansiosamente, sul proposito dell'imminente processo. Dichiarava appunto che lui aveva sempre detto e ripetuto che quel bestione dello Sbornia gli avrebbe fatto avere dei dispiaceri, ma che del resto poteva vantarsi, e avrebbe provato di aver le mani e la coscienza nette, quando entrò nella stanza il portinaio, per avvertirlo che era venuta una donna a cercare di lui, e che gli voleva parlare subito, sul momento.
—A quest'ora?... Chi è?...—domandò Pompeo maravigliato.
—M'ha detto di annunziare "la Veronica" e che lei avrebbe capito.
Il Barbarò, sbuffando, diede un'occhiata al figliuolo come per dirgli "Capisci?... quella gente non mi dà requie neppure quando sono a pranzo"; poi tornò a domandare:
—È ancora giù?
—Sissignore.
—Be'... falla salire.
Il portinaio uscì. Pompeo, continuando a sbuffare, accese una candela e gli tenne dietro, fermandosi ad aspettare la Veronica sul pianerottolo; poi, quando fu sopra, senza salutarla, nè guardarla in faccia, la fece entrar nel suo studio, ch'era dall'altra parte della scala.
—E così?... Che c'è di nuovo?—domandò quando ebbe chiuso l'uscio, e messo il candeliere sopra lo scrittoio.
L'asma, che aveva per la pinguedine, e l'affanno per aver fatto troppo in fretta le scale, non lasciavano fiato di parlare alla signora Veronica.
—Sono stata dall'avvocato.... dall'avvocato di Beppe!—esclamò sedendosi sopra una seggiola presso lo scrittoio.
—Perchè? domando io; che sugo c'era?!... Sempre quel brutto vizio di ficcarti e di pettegolare!
—No, no, signor padrone!... Non creda proprio—rispose la donna ancora intimidita; ma poi facendosi coraggio e sforzando la voce, soggiunse:—Volevo saper tutto!
—Tutto?... tutto che cosa?
—Ciò che riguarda il mio Beppe.
—Va bene: e che t'ha detto l'avvocato?...
—M'ha detto—rispose la Veronica con un terrore e un'angoscia inesprimibili,—m'ha detto che, come s'è messa l'istruttoria, il mio Beppe non potrà cavarsela del tutto pulito.... Lo metteranno dentro!...
—È ancora minorenne!... Gli toccheranno, al più, due o tre mesi!—rispose il Barbarò alzando le spalle.
—Due o tre mesi?... Ma è come un anno, signor padrone!... Come dieci anni!... È il disonore per tutta la vita! Per sempre!...
—Chè!... La vita è lunga.... Basta saper fare....
—Ma dunque lei sembra disposto... lei potrebbe permettere, signor padrone, che mio figlio, che il... che Beppe... Beppe!... signor padrone, vada proprio in prigione?—esclamò la donna pallida, tremante, sbigottita.
—E che ci posso far io?
—Mi avevano ingannata allora!... Mi avevano promesso che mio figlio sarebbe stato assolto!
—Chi aveva promesso?... Io no, di sicuro.
—Beppe medesimo; tutti gli altri!
—E allora perchè vieni da me?
—Perchè lei può salvare il mio Beppe.
—Sei matta; io non c'entro!
—No, no, no, signor padrone!... Per carità, per amor di Dio, non dica così; la supplico in ginocchio, non dica così.
Pompeo girò su e giù per la stanza, bestemmiando fra i denti e pestando i piedi; poi si fermò crollando il capo e guardando biecamente la Veronica che si era lasciata scivolar giù dalla sedia ginocchioni. Singhiozzava e si asciugava le lacrime colla veletta.
—Su, alzati, marmotta!... Non hai parlato con Beppe?
—Sì, ma si vede che non mi ha detto tutto, che ha voluto nascondermi la verità—rispose la Veronica, rizzandosi, grassa com'era, con molta fatica. Essa piangeva sempre.
—Andiamo; smettila!... Pari un mantice!... Ti avrà detto che io sono... sono disposto a fare per lui un grande sacrificio?...
—Sì, ma credevo fosse... in cambio del silenzio; non già che il mio Beppe dovesse andar lui in prigione.
—Metti che sia andato a fare un viaggio, e breve perchè, ti ripeto, gli terranno conto dell'età.
—No, mai, mai, mai! Nemmeno un giorno!... Sapere il mio Beppe in prigione!... Dio, mi strozzerei!
—Avrai un bel fare con quella pappagorgia!
—E strozzerei anche... qualcun altro!—soggiunse la donna con voce sorda, avvicinandosi a Pompeo che indietreggiò d'un passo, istintivamente.
—Oh, oh!... Diventi matta davvero?
La Veronica pallida, colle ciglia aggrottate, colle labbra stirate e smorte sotto la riga scura de' baffi che in quel punto davano al suo viso un'espressione maschia e risoluta, tremava ancora, ma di collera e di sdegno. Non poteva più contenersi; il suo cuore era vicino a scoppiare; la rivolta, da tanti anni soffocata e domata, stava per prorompere.
Pompeo la fissava muto. Alla scarsa luce della candela fumosa quel donnone grasso e forte aveva alcunchè di terribile. Nella stanza si udiva solo l'ansimare del suo petto enorme, che a mano a mano si faceva più forte e più violento.
Tuttavia Pompeo Barbarò, più che impaurito, era maravigliato. Quella servaccia, che dinanzi a lui non osava fiatare, adesso alzava la voce e minacciava!... Eppure egli non le aveva mai dato troppa confidenza!... Ma forse, chi sa? Lo sapeva sulle spine, e voleva averci anch'essa la sua parte di provvisione, per i segreti della Ditta....—Ah, mondo ingrato!
—Senta, signor padrone,—disse in fine, balbettando la Veronica,—ho una parola sola da dirle. In prigione il mio Beppe non ci deve andare e.... a impedirlo ci pensi lei.
—Di' un po', crederesti di farmi paura.... Non ho paura di nessuno, io, e se credi di far la brava, farò metter dentro anche te.
—E che importa?... Faccia pure!... Io non voglio saper nulla! Solamente so che è ormai troppo, troppo, troppo! So che questa è un'infamia che non posso sopportare, e per dian de diana, non la sopporterò!... Lei ha sempre fatto di me, signor padrone, tutto quello che ha voluto; sissignore, scoppio, sento che scoppio, e glielo dico in faccia!... Lei si è servita a suo piacimento del mio corpo e della mia anima. Giovane mi ha cacciata nel suo letto con un pugno; vecchia, me ne ha scacciata con un calcio. Mi ha fatto mentire, mi ha fatto rubare, mi ha fatto assassinar la gente: io ho sempre taciuto, ho sempre obbedito, ho sempre fatto in tutto e per tutto ciò che lei mi comandava. Quando ha saputo che dovevo avere un figliuolo, per non trovarsi in impicci, mi ha imposto di sposare.... chi voleva lei. Un uomo che mi faceva schifo, e che aborrivo. Pure ho chinato il capo, e mi sono sacrificata. Ma la rassegnazione mia, il sacrificio mio avevano una mira. Non era per lei, sa, signor padrone, che inghiottivo tanti bocconi amari, ma per il mio Beppe!... Avevo creduto, avevo sperato di preparar la via, col mio corpo, e colla mia anima, alla fortuna di mio figlio!... Ma adesso, che per i suoi fini vorrebbe cacciarmelo in prigione, le dico no, no, no; questo poi no! Io non ci capisco molto in fatto di onori e di delicatezze: ma so bene che la prigione rovina un uomo per sempre, e in prigione mio figlio non ci deve andare, e non ci anderà. Non so che cosa gli ha promesso, che cosa hanno macchinato. Ma se il mio Beppe è tanto minchione di tacere a costo di andar dentro, per fargli servizio, badi bene, signor padrone, perchè questa volta parlerò, dirò tutto io!
—Zitta, zitta! Non far tanto rumore!... Siediti e ragioniamo.
Il Barbarò era inquietissimo, e guardava sovente verso l'uscio colla coda dell'occhio, temendo che ci potesse esser qualcuno sulle scale ad ascoltare. La Veronica, non più pallida, ma rossa in viso, col ciuffo arruffato e la grossa treccia di capelli ancor nera, che le cadeva dalla nuca sul collo, pareva in preda a una vivissima esaltazione, e si stringeva, si accomodava addosso, con strapponi convulsi, lo scialle a fiorami.
—Confessami la verità, bombolona; hai un po' bevuto questa sera?
—No, no! non ho bevuto, non bevo mai, altro che veleno. So benissimo quello che mi dico, e non c'è tanto da ragionare. Il mio Beppe non anderà in prigione, o farò io la frittata in tribunale, col signor Presidente, coi giurati!
Tuttavia lo scoppio di quel gran dolore e di quella gran collera era stato troppo violento; la Veronica non potè reggere a lungo, e di nuovo si lasciò cadere sulla seggiola, gemendo e singhiozzando. Pompeo respirò.
Dal momento che essa piangeva, non dovea poi sentirsi tanto forte... Allora le si avvicinò pian pianino, e battendole sopra una spalla, per iscuoterla, le domandò a bassa voce:
—T'ha detto Beppe che per compensarlo del danno, arrivo fino alle ventimila lire?... E non sono, bada, quel gran riccone che dicono a Milano!
—Gli poteva dare anche il doppio: è suo figlio!
—Non dire balordaggini; questa è sempre stata una tua fissazione!
—Ah una fissazione?!—tornò daccapo a gridare la Veronica alzandosi di colpo, e fissando il Barbarò con i pugni sui fianchi.—Una fissazione?
—Sia pure come dici; devi convenire per altro che, su questo punto, nè prima, nè dopo, nè mai, non ti ho lasciato alcuna illusione. Sono un galantuomo e parlo sempre schietto. Ti ho dichiarato subito, che tuo figlio non sarebbe mai stato il figlio mio, ma che invece (come si dimenticano i benefici!), invece ti avrei data una fortuna; avrei pensato io a trovare un padre, un nome per chi doveva nascere, e ti ho fatto sposare lo Sb.... il signor Micotti!
—Grazie tante! Dopo avermi chiusa la bocca promettendomi che se accettavo le sue condizioni senza mormorare, senza accampare altre pretese, avrei fatto la fortuna della mia creatura, e minacciandomi, in caso contrario, che l'avrebbe messa agli esposti, e che la mia creatura non l'avrei più veduta!
—E non sono stato di parola?—Chi ha fatto allevare tuo figlio? Chi l'ha fatto istruire? Chi lo ha instradato negli affari?
—Vorrebbe anche instradarlo verso la galera lei!
—Ecco un'altra ingiustizia! Gli ho preso un avvocatone che mi costa un occhio, oltre alle ventimila lire che mi son levato di tasca.... in questo momento di crisi. Poi, dato il caso che il processo non finisca del tutto bene, quando avrà scontato quei pochi giorni, lo terrò sempre con me.
—E sarebbe questa la sua ultima parola?
—Ma....
—Dica, dica, sarebbe proprio questa?
—Ma.... non saprei diversamente come fare!
—Allora senta anche la mia: se Beppe deve essere condannato, vuol dire che andranno dentro insieme!
Il signor Barbarò provò a minacciare, a infuriarsi, a pestar i piedi per la rabbia; poi a pregare, a supplicare colle lacrime agli occhi.... ma non ci fu verso di smuovere la Veronica, la quale fuori di sè, trasportata e trasformata dal furore e dalla disperazione, e ormai risoluta, a costo della vita, a salvare suo figlio o a vendicarlo, minacciava alla sua volta quell'uomo che non temeva più, che odiava adesso, che esecrava, e andò via ripetendo:—Si ricordi bene: se il mio Beppe sarà condannato, andranno in prigione insieme!
Partita la Veronica, Pompeo Barbarò era rimasto sbigottito; ma poi si tranquillò un poco: la mattina dopo, avrebbe visto Beppe Micotti, e insieme avrebbero trovato il modo di calmare la vecchia. Uscì un momento per prendere una boccata d'aria, ma rientrò in casa quasi subito, e si ficcò in letto. Cercava sempre più di rassicurarsi, pensando al suo colloquio con Beppe, pensando all'influenza che questi poteva avere sopra sua madre per consigliare, e, occorrendo, imporle il silenzio. Poi, riflettendo allo strano e improvviso mutamento di quella donna che, dopo essergli stata umile e sottomessa per tutta la vita, a un tratto gli si era rivoltata contro come una furia, sperò ancora che la comparsa della vecchia fosse stata una commedia, combinata d'accordo col figliuolo per carpire altro danaro, oltre alle ventimila lire.
"In tal caso bisogna tener duro e non lasciarsi spaventare!... Ma... ma se invece non fosse stata una commedia? Se proprio la vecchia si fosse esaltata all'idea che suo figlio dovesse andare in prigione?..... Così pensando, lo sbigottimento di prima tornò a farsi strada nell'animo di Pompeo, diventando a mano mano, pel silenzio e l'oscurità della notte, più vivo e affannoso....
"Se Beppe non potesse calmar la vecchia?... Se questa facesse delle pazzie?... Se spiattellasse ogni cosa e facessero il processo anche a me?... Allora.... allora andrebbero a rivangare nel mio passato e...."
Il Barbarò, a questa terribile idea che gli apparì d'improvviso si rizzò spaventato a sedere sul letto; accese il lume, e rimase un pezzo a pensare colla faccia livida, cogli occhi sbarrati, col petto oppresso. Per la prima volta tutto il passato gli si affacciò chiaramente dinanzi, nella sua nuda verità.
Le scuse, gl'infingimenti, gl'inganni che per tanto tempo avevano addormentata e acquetata la coscienza erano spariti a un tratto: la paura stessa del grande pericolo da cui si credeva minacciato, rievocava il suo delitto e le sue colpe con una schiettezza brutale. "Sì.... era vero; aveva fatto la spia a Giulio Alamanni per rubare le cinquanta mila svanziche!... Sì.... era vero; aveva soffocato sua moglie per paura di essere scoperto!..." E dietro all'Alamanni e alla Betta, sfilavano, sfilavano tutte le altre sue vittime. Era una processione che non finiva mai!...
C'erano gli avventori dell'Agenzia di prestiti sopra pegno in Via del Pesce e c'erano i più ricchi clienti spogliati d'ogni loro avere; e chi per l'ingordigia sua aveva perduta la pace, l'onore.... chi era morto di crepacuore!... E mentre gli passavano dinanzi quelle facce pallide, disperate, lo chiamavano spia, ladro, strozzino, mercante di pellagra. E fra tutta quella gente c'era pure la marchesa di Collalto, il cui viso dolce e soave guardando Pompeo fissamente diventava severo, accigliato con un sorriso di sprezzo.
Nascose il capo sotto le lenzuola; aveva paura. Ansiosamente aspettava e desiderava il mattino per alzarsi subito, e correre da Beppe....
"Dio, Dio, com'era eterna quella notte...."
Rannicchiato nel letto, non osava voltarsi, nè muoversi. Non gli riusciva di chiuder occhio; di minuto in minuto cresceva la sua agitazione, il suo orgasmo; batteva i denti; aveva la febbre!... Già si figurava che la vecchia avesse parlato, che le guardie venissero ad arrestarlo, e quantunque i gendarmi austriaci non ci fossero più, erano gli stessi che avevano condotto in prigione l'orefice del Gobbo d'oro!... Già si vedeva trascinato dinanzi ai giudici.... ma la folla rumoreggiante insorgeva fischiandolo, e voleva ammazzarlo per vendicare i Garibaldini traditi.
"Dio, Dio santo! Perchè mai era andato a cacciarsi in quell'impresa?... Perchè?!... Era già ricco, ricchissimo; poteva tenersi quietamente alle operazioni sicure.... e onorate.... Perchè?... perchè Dio non paga il sabato; perchè è proprio vero che il diavolo insegna a far la pentola, ma non il coperchio!... Dio?... Il Diavolo?... Che ci fossero proprio davvero?... Che! Tutte storie dei preti; tutte superstizioni!... Ma pure dal momento che hanno inventato il proverbio, qualcosa ci dev'essere; sarà magari il destino, sarà magari la combinazione, ma qualcosa ci dev'essere."
"E poi, continuava a pensare Pompeo atterrito, io ne sono una prova: ci sono cascato da solo in questo pasticcio, senza che nessuno mi abbia dato la spinta!"
E a questo punto si rammentò a un tratto che da molto tempo non andava più la domenica in quella certa chiesa, ad ascoltare la messa, vicino a quel certo altare che gli portava fortuna. Anche quella era una combinazione; non poteva essere altro; ma pure ecco che si ripeteva ancora!
".... E se vi avesse fatto dire una messa per combattere la jettatura?... Sì, sì; prima del processo l'avrebbe fatta dire."
Tuttavia il suo giuramento lo aveva mantenuto scrupolosamente. Aveva sempre aiutata la Mary; aveva fatto in modo che suo figlio se ne innamorasse, e gliel'avrebbe data in moglie quantunque non avesse un soldo di dote. E la Betta, la Betta, che sapeva ogni cosa, gli aveva pur perdonato, facendosi promettere soltanto che avrebbe restituite alla piccina le cinquantamila svanziche.
"Altro che cinquantamila svanziche!... Un giorno o l'altro avrebbe finito per avere tutto il suo!"
In quel punto un brum passò di corsa sotto le finestre, facendo tremare i vetri e rintronando nella camera: Pompeo respirò. Non era più solo. Pensò che anche la casa era piena di gente; che il servitore dormiva proprio sopra alla stanza sua; che Giulio era lì, poco distante.... Allora cominciò a muoversi più liberamente, ad allungar le gambe sotto le coperte, a mettersi bene per dormire. ".... Non era proprio vero che avesse soffocata la Betta; era morta.... dopo, mentre lui anzi correva in cerca del medico!... In quanto poi alla vecchia, avrebbe pensato due volte prima di aprir bocca. Che interesse aveva a perdere il padrone quando Beppe, in ogni modo, non lo poteva salvare?... Certo.... certo.... un po' colle buone, un po' colle cattive, questo calcolo le sarebbe entrato nella zucca!..."
L'alba era vicina; al brum tennero dietro altre carrozze; poi, in fine, si udì in istrada la voce e il fruscìo degli spazzini, e Pompeo si addormentò.
La mattina seguente Pompeo Barbarò si mostrava preoccupato pensando a' casi propri, ma era assai più tranquillo, e dopo il colloquio che ebbe con Beppe Micotti fu del tutto rassicurato. Il figlioccio gli promise di pensarci lui a far tacere la vecchia, e ad ogni buon fine l'avvocato, accampando per la Veronica la sua condizione di madre d'uno degli accusati, avrebbe chiesto che fosse cancellata dalla lista dei testimoni.
Tuttavia il giorno in cui Pompeo dovette proprio presentarsi all'udienza, tornò a sentirsi poco bene, e quando si trovò nella stanza dei testimoni, gli pareva d'essere già messo in prigione. Sudava, era impacciato, confuso, gli tremavano le ginocchia, ma per mostrarsi disinvolto salutava tutti, sorrideva con tutti con una smorfia stentata, parlando del più e del meno. Appena l'usciere lo chiamò, gridando forte il suo nome sulla porta, si sentì soffocare. Pure rispose subito alla chiamata "Eccomi! Eccomi!" e intanto sempre più sbalordito, cercava il cappello che aveva in testa, e inciampò nello scalino che dalla stanza dei testimoni metteva nella sala dov'era la Corte. Appena fu dentro, dinanzi alla maestà delle toghe, fra il rumore del pubblico e l'afa soffocante, ebbe un po' di capogiro, ma gli passò subito.
La folla stipata, ansiosa, accolse l'importante testimonio con un lungo mormorìo; non era per altro che un semplice mormorìo di curiosità; il Barbarò se ne avvide subito, e dopo le prime domande del Presidente non era più tanto impacciato. Le cose per lui si mettevano bene. Era sicuro, oramai, che non avrebbe avuto nè fischi, nè busse.
In quegli ultimi giorni era successa realmente nell'opinione del pubblico una certa mutazione in suo favore. Il suo nome, non molto noto prima che si cominciasse a discorrere del famoso Processo dei fonitori, era diventato celebre in breve tempo, e tutti ormai a Milano sapevano che c'era al mondo il milionario Pompeo Barbarò; e mentre la litania delle sue bricconate, essendo poco più, poco meno, sempre la medesima per tutti coloro che han fatto malamente una grande fortuna, aveva finito col non divertire più nessuno; i particolari, invece, delle sue ricchezze straordinarie, delle sue ville, dei suoi immensi possessi, de' suoi capitali accumulati alle banche e, più di tutto, della somma assai notevole in moneta effettiva che aveva sempre in cassa quantunque il marengo si negoziasse allora in Borsa "a ventidue e anche a ventidue e mezzo" suscitavano molta maraviglia e moltissima curiosità.
"Gran città, Milano!... Piena di risorse!..." si andava dicendo. "Quando meno si crederebbe salta fuori un nome affatto nuovo e: Chi è? Chi non è? È un Creso che ha dieci, dodici, venti milioni!... Gran città Milano, e piena di risorse! Ci sono, sì, gli ambiziosi, i matti, gli imbecilli che vanno a gambe levate; ma ci son pure le persone pratiche e positive, che lavorano sul serio e che, senza tanto lusso e senza tanto chiasso, mettono insieme patrimoni colossali!... Anche quel Pompeo Barbarò, per esempio, viveva quieto quieto, non faceva spacconate, aveva una tavola modestissima, e tutto il suo gran lusso erano un paio di rozze e una vecchia carrozzaccia colla quale andava in campagna a curare i propri affari!"
E però la gente, in generale, faceva un merito e si mostrava grata a quel riccone che non l'offendeva colla pompa sfacciata delle proprie ricchezze. Era quel sentimento assai diffuso e complesso d'invidie, di gelosie, di desideri non soddisfatti, che procura ai ricchi avari, nel mare magno della vita quotidiana, non solo maggiore considerazione, ma anche maggiore simpatia a fronte dei ricchi prodighi, i quali finiscono coll'essere mal visti, e appena appena si tollerano per la speranza che andranno presto in malora.
E oltre a tutti questi vantaggi, un'altra ragione giovava per far ricredere il pubblico a poco a poco sul conto suo: ne aveva fatte tante, e tante se ne raccontavano, che la gente s'era stancata di sentirle e non le credeva più.... o ci faceva la tara.
"Figurarsi, che storie!... C'era stato il—tal di tale—al Caffè Martini, il quale voleva sostenere che il Barbarò aveva messi insieme i primi danari facendo la spia, all'Austria. Era proprio una linguaccia sopraffina—quel tal di tale!"
...."E un altro non si ostinava a dire che, tempo addietro, il Barbarò scannava il prossimo tenendo un banco di prestiti sopra pegni, in Via del Pesce?...
"Tempo addietro?... Ma quando?... Se nessuno era buono a ricordarsi che nemmeno ci fosse stato un ufficio simile in Via del Pesce?!"
—Adagio a dar retta alle chiacchiere—esclamavano gli uomini savi e imparziali.
".... A Panigale, chiamavano il Barbarò Mercante di pellagra... sì, questo era vero; ma d'altra parte i fondi rendevano una miseria, e gli speculatori non pensavano certo a seppellire il danaro sotto terra, quando si poteva comperare la rendita al 40 e al 41!... Poi se le annate erano cattive il Barbarò non poteva certo fare un contratto col sole o colla pioggia per favorire i raccolti e i contadini!"
Un altro appunto che gli facevano era di aver rovinato il marchese di Collalto.... "Ma se il marchese di Collalto era da dieci anni che si rovinava da sè?..." Dunque non bisognava mai precipitare nei giudizi; bisognava mettere in quarantena le ciarle dei malevoli, degli invidiosi, degli interessati. Se era proprio il figlio di un cuoco, tanto maggior onore per lui! Che talento, che occhio, che attività!....—Ma la storiella del nome?...—Non era vero che il nome l'avesse mutato; aveva aggiunto al suo quello di sua madre.... o di sua moglie.... Tutte scioccherie che non significavano nulla!... Sì, in quel pasticcio dei fornitori c'era del torbido assai, e nessuno certo voleva concludere che il Barbarò fosse candido come un agnellino; ma bisognava vedere dal processo, fino a che punto c'era entrato. Lui, in fine, da quel poco che si sapeva, non avea fatto altro che prestar danari alla Ditta Micotti.
—Il vecchio Micotti?... quello era una canaglia davvero, e hanno fatto benone ad ammazzarlo!
—Ad ammazzarlo?... Come?...
—In Tirolo.... l'hanno freddato con una fucilata mentre svaligiava i cadaveri!... Ma ha lasciato un figliuolo che non smentisce la razza!...
—Quel piccolo mariuolo cogli occhi loschi e la faccia vizza da vecchietto?
—Appunto.
—Starebbe bene in galera per tutta la vita!
Beppe Micotti, col suo contegno cinico e sfrontato, si era attirato le antipatie e gli odii del pubblico durante l'udienza; e però anche la grande canaglia dai colori incerti e fantastici del Micotti padre, ritrovava in quel farabuttino primaticcio la propria incarnazione. Tutte le furfanterie della Ditta Micotti ricadevano dal babbo morto sul figlio vivo... ed anche per questo motivo quando Pompeo si presentò nella sala del dibattimento fu accolto più bene che male, con un senso di maraviglia e di curiosità, cui non erano affatto estranei nè l'Eccellentissimo Presidente, nè il Procuratore del Re.
"Come mai?... Quell'omicciattolo da niente aveva tanti milioni? Era il Nababbo di Milano?" E, su quel subito, la volgarità dell'aspetto, dei modi, degli abiti del Barbarò, fu presa per una cert'aria di bonarietà modesta, mentre anche nel tempio magno della giustizia i molti quattrini del signor Barbarò infondevano a tutti, sebbene a tutti inconsapevolmente, un certo rispetto.
Il Presidente medesimo, dopo le prescritte formalità, invece di mandarlo al posto coll'imperativo "sedetevi!" gli si era rivolto con un "s'accomodi pure" assai garbato, e aveva poi continuato a interrogarlo dandogli del lei.
Il Procuratore del Re, s'era messo l'occhialino per guardarlo bene, e lo stava ad ascoltare, spianate le ciglia, sembrando approvare con un moto regolare del capo, mentre si lisciava le fedine nere, lucenti, colla bella mano lunga e bianchissima.
I giurati poi, appena avevano udito chiamare il Barbarò, s'eran messi a bisbigliar piano fra loro, e adesso lo mangiavano cogli occhi.
—Lei, non è vero, era in istretti rapporti col defunto Micotti?—chiese il Presidente, dopo aver fatte alcune altre domande a Pompeo.
—Sì... ecco... per l'appunto. L'ho conosciuto giovane, ancora ragazzo. Era stato al servizio di mio padre, il quale avea preso a volergli bene... e mi aveva raccomandato di aiutarlo, come avrei potuto.
Il Barbarò prendeva animo, e rispondeva sempre più spedito.
—E che uomo era questo Micotti?...
—Per dire la verità non saprei bene. In questi ultimi anni non lo vedevo quasi mai. Poco espansivo, parlava di rado, tutto dedito agli affari....
—Ma lei, questo vorrei sapere, lo riteneva un galantuomo?
—Sicuro, dal momento che gli avevo aperto un credito illimitato!
Molti giurati, come il Procuratore del Re, approvarono col capo.
—E... non sapeva di che... diremo, di che razza fossero questi affari?
—Ne sapevo pochissimo. Il danaro era al sicuro, era impiegato bene e... occupato tutto il giorno ne' miei affari particolari non avevo tempo di badar molto a quelli degli altri. E poi il Micotti era, come si direbbe, una porta di prigione. Intendo dire un uomo impenetrabile; chiuso a quattro catenacci!
Nel pubblico ci fu una risata. Era spiritoso il Nababbo!
—Favorirebbe spiegarmi—domandò allora a sua volta il Procuratore del Re, non lisciandosi più le fedine, ma invece lustrandosi le unghie lunghe e rosee con un fazzoletto di battista—favorirebbe spiegarmi come poteva essere sicuro del suo capitale dal momento che non aveva alcuna cognizione intorno alle operazioni della Ditta Micotti e figlio?
Ma a questo punto, invece del Barbarò, fu pronto a rispondere l'avvocato difensore di Beppe Micotti, il quale domandò vivamente "se si voleva fare il processo agli accusati oppure ai testimoni." Ne nacque un battibecco fra la Difesa, l'Accusa, il rappresentante la Parte Civile, e la Corte era sul punto di ritirarsi per deliberare se sì o no poteva permettere all'Accusa d'insistere nel suo interrogatorio, quando Pompeo Barbarò, con soddisfazione generale, dichiarò che non aveva nessuna difficoltà a rispondere a qualunque domanda gli venisse rivolta. In fatti egli si era tenuto sempre al corrente degli affari della Ditta e non ignorava certo che il Micotti, fra le altre cose, faceva anche il fornitore. Aveva saputo, aveva consigliato alla Ditta di concorrere all'appalto per la somministrazione delle scarpe e dei fucili al corpo dei Volontari, ma da ciò, all'esser messo a parte anche dei particolari della gestione interna, c'era un bel tratto. Dopo che aveva prestato i danari e prese le necessarie garanzie lui, per tutto il resto... si lavava le mani, come Pilato nel Credo.
Nella sala ci fu un altro bisbiglio favorevole: "Com'era furbo l'omino! Come sapeva bene levarsi d'impiccio! Senza tante chiacchiere, senza andar tanto per le lunghe, senza aver bisogno d'avvocati!....,"
Pompeo si sentiva contento, leggero: gli sembrava di essere diventato più giovane di dieci anni. La sua deposizione, ormai, era pressochè finita; non aveva più nulla da temere, credeva ogni pericolo scomparso. Credeva: perchè invece, dopo di essere stato licenziato dal Presidente, e mentre attraversava l'aula per uscire, scôrse la Veronica in piedi, in mezzo al pubblico, pallida, cogli occhi spalancati, che lo fissava ostinatamente, minacciosamente. A quella vista il Barbarò rimase come fulminato, e perdette di nuovo tutta l'audacia. Le ginocchia gli ricominciarono a tremare, prese una carrozza, e appena a casa si richiuse sbuffando nello studio.
"Dio, Dio santo!... Non dovevano mai finire le sue angosce?!... Che cosa avea fatto di male... più di tanti altri, che vivevano tranquilli, felici, onorati? Niente, proprio niente!... E perchè dunque doveva star sempre sulle spine?... Era proprio disgraziato!..." e tornava a sospirare, a gemere, ad arrabbiarsi.
"Che cosa voleva, che cosa minacciava, la vecchia?... Perchè era andata al processo?... Perchè lo fissava in quel modo?..."
E intanto attendeva con ansia inquieta, paurosa, perdendo la testa e la voce, e spellandosi le dita, il ritorno di un suo messo fidato, che doveva correre a riferirgli la sentenza, appena fosse stata pronunciata. Venne, che era già sera, ben tardi; ma il signor Barbarò lo aspettava ancora, solo nel suo studio, senza aver pranzato, senza aver veduto nessuno. Appena lo sentì per le scale, gli corse incontro sull'uscio, lo fece entrare in fretta e richiuse a chiave.
—E così?... Com'è andata?—balbettò livido, colla voce fioca.
La risposta, ch'ebbe dal messo, lo tenne un istante sopra pensiero... poi diede un'alzata di spalle e respirò più liberamente.
Ormai il pericolo era proprio passato.
Il processo si chiudeva con una condanna relativamente mite per tutti gli imputati. Il più grande colpevole, come era apparso dal processo, era sfuggito colla morte alla giustizia umana.
Beppe Micotti, che avea avuto l'attenuante dell'età, era stato condannato appena a sei mesi di reclusione; ma mentre il Presidente leggeva la parte della sentenza che lo risguardava, una donna di mezzo al pubblico sorse a imprecare contro la giustizia, contro i magistrati e contro i giurati, protestando che il suo Beppe era innocente, e che il vero ladro era il principale, il signor Pompeo, il signor Barbarò, il signor Barbetta, il mostro, il cane, l'assassino del proprio sangue!... E gridando e smaniando, voleva gettarsi in mezzo ai giudici, voleva prendere i giurati per il collo.
Ci vollero quattro uomini per tenerla; poi, dopo il medico, vennero gli infermieri; fu legata, imbavagliata, messa in un brum, e condotta allo spedale.
La Veronica era impazzita.
La gazzetta Il Moderatore, dopo aver dato il giorno appresso, per disteso, la relazione dell'importante processo, ed aver lodato l'illuminato verdetto dei Giurati, l'elaborata sentenza dei Giudici, l'imparzialità e l'acume dell'Eccellentissimo Presidente, la parola calma e ragionata della Parte Civile, la requisitoria dotta e stringente del Procuratore del re, e la calorosa ed efficacissima eloquenza degli avvocati, finiva con una noterella di cronaca.
"Episodio triste. Ieri sera, verso la fine del famoso Processo dei fornitori e, precisamente durante la lettura della sentenza, la madre d'uno degli imputati, il Micotti, uscì improvvisamente in grida e in ismanie, tanto che si dovette ricorrere alla forza, per trattenerla dal commettere qualche eccesso. La povera donna, dedita alle bevande alcooliche, ed esaltata per la condanna subìta dal figlio, era stata presa da un accesso di pazzia furiosa.
"Sappiamo poi, da buona fonte, che il signor Pompeo Barbarò, il cui padre, in altri tempi, ebbe in proprie dipendenze la famiglia Micotti, fece ricoverare la povera donna in una casa privata di salute. Simili atti filantropici dell'Egregio Gentiluomo non sono nuovi del resto. A Brescia ricordano ancora le larghezze da lui usate nel cinquantanove in pro degli spedali militari; larghezze ripetute pure nel sessantasei, mentre il suo unico figlio, Giulio Barbarò, combatteva da valoroso in Tirolo con Garibaldi."
Il nuovo giornale Il Moderatore era diretto dal professore Eugenio Zodenigo.