La donna avea già scodellata la minestra sul tovagliuolo disteso nel solito cantuccio del deschetto; ma Pompeo, assorto nei suoi pensieri, non si moveva per mettersi a mangiare. Da più di un'ora stava là ritto in piedi, muto, immobile, colla faccia bianca, smorta, e gli occhietti loschi, infossati. Ma anche da quella sua cupa impassibilità, traspariva, a guardarci bene, l'inquietudine, e la lotta interna del suo animo. Le labbra sottili avevano un tremito quasi impercettibile e colle unghie rabbiose si graffiava le mani che teneva incrociate dietro la schiena.
Giulio avea fame, e lo diceva pianino alla mamma, la quale, non arrischiandosi a parlare, moveva però a ogni poco i piatti e le posate di ferro, perchè l'altro dovesse accorgersi che il desinare era pronto.
Ma Pompeo rimaneva impassibile deludendo tutti gli espedienti messi in opera per iscuoterlo. E durò così ancora un buon pezzo, finchè la Betta, pensando che il riso si sciupava, si fe' animo, e a mezza voce, passandogli vicina, lo avvertì che avea messo in tavola.
La povera donna si aspettava certo uno sgarbo un rabbuffo, ma in vece, con grande sua maraviglia, il marito le rispose garbatamente che incominciasse lei a mangiare col bambino.
—Io non ho fame,—aggiunse poi, battendosi forte col pugno sullo stomaco.—Sento ancora il peso delle aringhe e delle cipolle di stamattina... Bisognerà... proverò... a far due passi...—E guardò l'uscio, ma non si mosse.
—Vuoi una scodella di brodo e vino? Ti farà bene se hai un po' d'imbarazzo—suggerì la moglie con sollecitudine.
—No... no... Mi dà disgusto!... Farò due passi... farò due passi—ripetè, e cercò coll'occhio il cappello, guardando ancora verso l'uscio; ma come prima, alla sfuggita, e senza muoversi.
La Betta si rincantucciò nell'angolo della tavola, si fece il segno della croce, e preso il bimbo sulle ginocchia, cominciò a mangiar la minestra adagio adagio, senza più dire una parola, studiandosi di non toccar la scodella col cucchiaio, per non dar molestia al marito.
Questi, dopo un altro poco, si mosse girando lentamente su e giù per la stanza. Poi si fermò dinanzi alla seggiola dov'era il suo cappello. Lo spazzolò ben bene, a lungo, gli lisciò la tesa fregandola contro il gomito, gli aggiustò il nastrino, e in fine se lo cacciò in capo risolutamente con un lattone; ma ancora non ebbe il coraggio di andarsene e tornò daccapo a passeggiare quasi non sapendo trovar la parola solita per dire addio.
—Che ora è?—domandò finalmente, dopo essersi schiarita la voce che gli usciva soffocata dalla strozza, e senza guardare in faccia la Betta.
—Le sei, credo.
—Chè, chè! Ti gira?!... dev'esser molto più tardi....
La Betta non fiatò.
—Saranno almeno le sei e mezzo,—riprese Pompeo dopo una lunga pausa.
Perchè sua moglie non gli diceva lei di uscire, di muoversi, di andare a prendere una boccata d'aria?... Così, da solo, non sapeva risolversi a fare quel primo passo. Aveva bisogno che qualcuno gli desse una spinta.
—Auf, si soffoca qui dentro!
Ma la Betta, cheta cheta, continuava a mangiare col suo bambino, senza dir verbo.
—Perdio! leccate anche i piatti stasera; che non la smettete più?—brontolò alla fine il portinaio, tutto stizzito, per quel silenzio che lo impacciava.
Betta, subito, mise il bimbo in terra, gli pulì la bocca con una cocca del tovagliuolo disteso sul desco, poi cominciò a sparecchiare.
A un tratto dalla chiesa vicina si udì suonare l'Ave Maria.
—Sono le sette,—esclamò Pompeo. L'ora già tarda, e il rintocco delle campane, echeggiando nel cortile e nella stanza gli dette animo e lo fece risolvere. Si avviò prestamente verso la porta; ma poi quando fu nell'andito si fermò di botto preso da una nuova inquietudine.... Se fosse uscita anche la donna per andare in chiesa, chi sarebbe rimasto a far la guardia al cassettone?... Ma in un attimo si rimise in cammino e tirò dritto, contento di poter provare a sè stesso che nel supremo momento non si era dato alcun pensiero del danaro affidatogli.
Quella sera egli non si perdette a girar per le strade. Andò dritto all'Arco Vecchio, e quando fu per infilare la porta della sua antica abitazione, non si voltò neppure, come faceva di solito, per vedere se aveva dietro qualcuno che lo spiasse.
L'enormità del suo delitto, gli aveva messo addosso, nel momento di compierlo, uno sgomento così nuovo e così strano, una agitazione, un orgasmo, da farlo traballare come un ubbriaco. La corte era deserta; ma quelle ombre oscure che Pompeo, senza osare di girar la testa, vedeva colla coda dell'occhio, gli parevan piene di gente che stesse là in agguato per saltargli addosso e pigliarlo alla gola. Ansava nel montar la scala, e sudava, e tremava, ma non si fermò: ormai era troppo tardi.
Quando fu giunto dinanzi alla porta del Mediatore era livido, e mentre picchiava all'uscio adagio adagio, chiudeva gli occhi, e si sentiva girar la testa come se fosse sul punto di buttarsi giù da un precipizio.... Avrebbe voluto esser ancora a casa sua, accanto al fuoco, a riflettere. In quell'attimo rivide la stanzuccia bassa, scura, piena di mobili e di roba.... Rivide pur anco il cassettone, e in mezzo al turbamento, provò un intimo senso di contentezza udendo lo strisciare dei passi di Don Miao, che veniva ad aprire.
Il dato era tratto.
Ritornò a casa prestissimo: aveva le gote accese e appariva così agitato e sconvolto che la Betta gli domandò se si sentiva male.
—No. Ho caldo. Mi sento soffocare.
Si era levato il cappello, ma non trovava dove posarlo, e tornò a cacciarselo in testa; voleva sedersi a tavola, ma non vedeva la seggiola che avea lì davanti. Colla Betta poi, era ancor più trattabile di prima; non si era mai mostrato tanto cortese. Pareva proprio che avesse bisogno di qualcheduno che gli stesse sempre vicino e che gli fosse affezionato. Domandò di Giulio, lo voleva vedere, ma era già a letto. Allora sospirò e giurò a sè stesso che, se non avesse avuto famiglia, non avrebbe fatto quello che avea fatto....—Chè! mai, mai! Se non avesse avuto moglie e figliuolo, sarebbe corso anche lui alla guerra, come lo Sbornia!
Ma si faceva tardi, e bisognava trovare il modo di liberarsi della Betta. Non la voleva presente all'arresto del padrone. Pensò di mandarla a prendere un fiasco di vino in una bettola lontana da casa Alamanni, in via dei Tre Alberghi.
Ma la donna fece la strada in fretta e ritornò più presto di quanto Pompeo avesse pensato.
Essa lo cercò nella prima stanza... non lo vide. Posò il fiasco sulla tavola, prese la candela, e passò nell'altra camera: non v'era nemmeno là. Allora, maravigliata, si mise a chiamare:
—Pompeo! Pompeo!
—Son qui!—rispose una voce bassa, soffocata, dal fondo della camera. La Betta alzò il lume per vedere di dove veniva la voce, e scoprì Pompeo rannicchiato, nascosto fra il letto e la parete.
—Che hai?!... Ti senti male?—domandò spaventata.
—No. Ti aspettava....—e così dicendo Pompeo si alzò in piedi: tremava come una foglia.
—Oh povera me! Tu sei malato!
—No.... no.... Dammi un bicchier di vino.
Ma la Betta non ebbe tempo di passare nell'altra stanza a prendere la bottiglia; un rumore confuso di voci, di passi pesanti, di sciabole e di fucili risuonò a un tratto sotto l'atrio della casa.
—Vergine santa! I gendarmi!...—gridò la Betta nascondendosi il capo fra le mani.
Pompeo non si mosse, non disse verbo; allibì.
Soltanto quando la Betta fece l'atto di uscire le afferrò un braccio e se la tirò vicina, addosso, come se volesse ripararsi dietro a lei.
—Gesummaria, vengono ad arrestarti!—mormorò la povera donna che non sapeva spiegarsi altrimenti il tremito del marito.
No... no.... Li senti?...—rispose Pompeo, e tese l'orecchio con ansia.—Si mettono in ordine.... Vanno via.
I gendarmi si avviarono in fatti verso la porta di strada; ma il cancello sotto l'atrio era chiuso e però dovettero passare per l'andito angusto della porteria.
La Betta, sbigottita, gli vedeva sfilare a due a due dalla finestrina a cristalli in fondo alla camera, quando si spalancò all'improvviso la piccola imposta, sbatacchiata violentemente, e dal breve pertugio si affacciò come spettro, una figura pallida, sbiancata; cercò, fissò Pompeo con due occhi di foco e gli gridò contro, come una maledizione:
—Spia!
—Il padrone!—urlò la Betta esterrefatta. Più che al viso, lo avea riconosciuto alla voce.
I gendarmi cacciarono innanzi l'Alamanni col calcio dei fucili; quindi si udì aprire e poi chiudere la porta con gran fracasso.
—Tu.... Sei stato tu, che hai fatto la spia al padrone?!—proruppe la Betta con voce soffocata ma terribile, mentre il passo misurato dei soldati risuonava allontanandosi a poco a poco por la strada.
—Sta zitta.... Sapevano tutto!—rispose Pompeo intimidito, umile dinanzi alla moglie, senza accorgersi che con quelle parole invece di negare, si accusava da sè.
—Tu?!... Tu?!... Spia!... E la padrona... la padrona prima di morire...—Ma la Betta non potè dir altro: cadde giù, bocconi, sulla sponda del letto, scoppiando in gemiti e singhiozzi.
—Calmati... calmati... Sta zitta,—mormorò Pompeo dopo un poco, avvicinandosi, ma senza osare di toccarla.—Calmati.... Sveglierai Giulio... che dorme!
Ma la Betta non lo udiva nemmeno. Continuava a singhiozzare, mentre un tremito convulso di tutta la persona le faceva battere i denti.
In breve le stanzucce dei portinai si empirono di gente. Erano lo persone addette alla casa, che correvano là ansiose di raccogliere informazioni intorno all'arresto del padrone.
—Come mai, e da quando il signor Giulio era ritornato a Milano?... Come aveva fatto per entrare in casa?... Chi lo aveva veduto?... In che modo era stato scoperto dalla polizia?
Ma nessuno sapeva spiegare quell'arcano, e Pompeo pareva più sorpreso di tutti. Parlavano tutti insieme, sommessamente, e chi diceva una cosa, chi un'altra. Le donne si facevano ogni momento il segno della croce e intanto il fiasco di vino, portato dalla Betta, andava in giro rincorando gli afflitti.
A un tratto rimbombò sotto l'atrio un gran colpo: picchiavano alla porta; quelli di dentro ammutolirono e si guardarono in viso spaventati. Poi, come Pompeo non si moveva, il mozzo di stalla, fattosi animo, andò lui ad aprire.
Ma appena visto chi entrava, si sentirono sollevati; era il ragioniere, che dormiva in casa.
Il pover'uomo non sapeva ancora nulla dell'accaduto, e strabiliando si faceva raccontare da tutti, e ripetere quella sola cosa che gli potevano dire; che cioè, il padrone, il signor Giulio, era stato preso dai gendarmi!
Anche lui fece le medesime domande che poco prima avean fatto gli altri. "Come mai il signor Giulio era ritornato a Milano?... Chi lo avea veduto?... In che modo era stato scoperto?..." ma neppur lui ottenne alcuna risposta soddisfacente, e allora raccontò alla sua volta che quella stessa sera la polizia aveva messo dentro anche il banchiere Nicola Mazza, quello sull'angolo di Via Orefici.
—Diavolo! che retata!—esclamò il cocchiere; ma nessuno fiatò, nè proruppe nelle solite invettive contro i Tedeschi.
Tutta quella gente pensava fra sè e sè che lì nella stessa camera, in mezzo a loro, ci poteva essere la spia; ma nessuno avrebbe mai sospettato nemmen per ombra del "signor Pompeo".
Frattanto la brigatella riunita nella porteria non sapeva risolversi d'andar a letto; e appena il ragioniere fu uscito, il mozzo di stalla dovette correre a prendere un altro fiasco di vino.
Le donne, in ispecie, impressionate dall'arresto del padrone e dai discorsi fatti di carcere e di forca, si sentivano addosso una certa pauretta all'idea di trovarsi sole nelle camere lontane, su, all'ultimo piano di quel palazzone. Tutta la notte non avrebbero sognato altro che gendarmi e spie e impiccati con tanto di lingua fuori!... Brrr.... venivano i brividi solo a pensarci!
Ma poi un caso inaspettato sopraggiunse a protrarre la veglia di alcune ore. La Betta cominciò a sentirsi male, e allora il mozzo di stalla fu mandato fuori un'altra volta in cerca del medico.
Questi si fece aspettare parecchio; poi, siccome era il medico di casa, invece di entrare subito nella camera dell'ammalata si fermò a lungo nella prima stanza a discorrere coi servitori dell'arresto del signor Giulio e degli altri avvenimenti di quella sera memorabile, e seguitava sempre a parlare quando, infine, passò dalla Betta, tutto lustro nell'abito nero, il cappello a cilindro in testa e il sigaro in bocca. S'accostò adagio al letto, prese in mano la candela ch'era sul tavolino da notte, e si chinò per veder meglio in faccia la donna. Betta avea le gote rosse, accese, e gli occhi immobili, spalancati. Allora il dottore assunse un contegno grave; e levandosi il sigaro di bocca, lo posò accanto al letto, sul piattellino del candeliere; poi tastò sotto le coperte il polso all'ammalata.
—Ha un febbrone da cavallo!—esclamò dopo un istante, cercando cogli occhi Pompeo, rimasto in fondo alla camera muto e preoccupato.
Il dottore, tenendo sempre con una mano il polso della Betta, coll'altra che avea libera cavò dalla tasca del panciotto un grosso orologio d'argento per misurare le pulsazioni.
—Corbezzoli!... Occorre un salasso, subito!
—È cosa grave?—domandò pianino una delle donne che erano entrate nella camera, dietro al dottore, e stavano in silenzio appiè del letto.
Il medico non rispose; ma invece di aspettare il chirurgo, come s'usava allora, tolse da una busta di pelle, che portava sempre con sè, tutto l'occorrente, e si dispose egli stesso a fare il salasso.
La Betta non si mosse, e non fiatò. Continuò a guardare Pompeo cogli occhi spalancati, che pel subitaneo pallore del viso parevano più grandi.
Il dottore, fasciato il braccio all'ammalata, si lavò le mani in un catino che gli teneva una delle donne; pulì e ripulì la lancetta col fazzoletto bianco; e rimessala nella busta, ne levò fuori un fogliolino di carta, vi scrisse col lapis qualche parola, chiamando poi a sè Pompeo con un cenno:
—Tieni,—e gli dette la ricetta;—che prenda di questa medicina un cucchiaio da tavola ogni ora. Se le sopraggiunge il delirio, non importa, continui lo stesso. Ma mi raccomando!—e guardò le donne che si erano aggruppate a discorrere sommessamente;—l'ammalata ha bisogno di quiete e di riposo, e in camera non si fa conversazione!
—Il delirio!—ripeteva intanto tra sè il portinaio, che stava sempre in apprensione.—Potrebbe parlare nel delirio!...—Oh, avrebbe pensato lui a sciogliere la compagnia e a far in modo che la Betta rimanesse quieta... e sola!
Anche per la medicina fu mandato in giro, al solito, il povero mozzo di stalla, e mentre Pompeo l'aspettava, persuase lo donne e gli altri a non fare, complimenti e andar a letto.—Era già tardi; e del resto avevano sentito il medico: la Betta avea bisogno di riposo... Invece, se una delle donne avesse voluto prendersi Giulio con sè, gli avrebbe fatto proprio una carità fiorita. Il piccino, alle volte, poteva svegliarsi nella notte, e piangere e strillare; insomma disturbare la povera ammalata!...
—Ma s'immagini, signor Pompeo! Di tutto cuore!...—risposero insieme le donne. E il bimbo fu levato dal lettino senza che nemmeno si destasse. Sospirò, con un piccolo gemito, quando fu preso in braccio; poi subito piegò la testolina appoggiandola contro la spalla della cameriera che lo portava, e continuò a dormire.
—Povera creaturina! Sembrava un angelo del Paradiso!
Gli occhi della Betta, ch'erano sempre rimasti fissi, immobili addosso a Pompeo, si volsero allora e seguirono la donna che usciva dalla camera in punta di piedi, tenendosi fra le braccia il figliuolino addormentato. In quel momento il respiro dell'inferma sembrò farsi più affannoso e le labbra si mossero lievemente come se mormorassero una preghiera.
—Apri la bocca!—esclamò Pompeo con rabbia, quando fu solo presso la moglie. In piedi, accanto al lotto, studiava di tener fermo il cucchiaio di ferro colla medicina.
—Apri la bocca!...—La moglie lo fissava, lo fissava sempre ed egli si sentiva inquieto e sgomento.
La Betta aprì la bocca; Pompeo piano piano, per non versare la medicina, le avvicinò il cucchiaio alle labbra, mentre i denti dell'ammalata battevano contro il ferro.
Frattanto la Betta seguitava a guardar fissa il marito, e quello sguardo spietato gli penetrava in fondo all'animo.
Pompeo rabbrividiva: la luce fumosa della candela gittava incerti riflessi sul viso dell'inferma; il lettone alto, grande si perdeva fra le ombre circostanti come un immenso cataletto. E all'infuori di quel viso contraffatto e di quegli occhi che non lo abbandonavano mai, nella camera era tutto buio, tutto silenzio. Volle provare a muoversi, per farsi coraggio: anche lo scricchiolare delle scarpe gli faceva paura. Ma, a un tratto, sentì un mormorìo dolore che si manifestava così semplicemente, colle lacrime, distrusse tutto il mistero fantastico che i rimorsi gli avevano suscitato nella coscienza.
—Ma non era altro che la Betta, sua moglie; la Betta che singhiozzava, quella che conosceva il segreto!... E dunque? Animo! Su! Perchè tanto sgomentarsi? Non avea forse in suo potere colei che avrebbe potuto disonorarlo e perderlo?... Perderlo?... Sì; ci voleva altro, colla polizia ch'era dalla sua!... Disonorarlo? Perchè?... A buon conto avea fatto il suo dovere!... Se i matti cospiravano per il gusto di farsi impiccare, o che non era padrone lui di essere un suddito devoto... per salvar la pelle?... E poi l'onore era roba di lusso, roba buona pei signori che non avevano bisogno di faticare a mantener la famiglia!... Spia?!... No... Lui non era una spia; lui non era andato di sua spontanea volontà la prima volta dal commissario!... Chè!... Lo avevano minacciato della forca—della forca—zizzole!... Non ora un eroe, lui, ecco; questo era prontissimo anche a confessarlo; ma la sua colpa stava tutta lì... Spia?... Le spie si pagavano, e Pompeo Barbetta—vero, com'era vero ch'era stato battezzato—non aveva, nè avrebbe mai preso un soldo dai Tedeschi!
Per altro quella zuccona testarda e ignorante della Betta non avrebbe voluto capirle tutte le buone ragioni; e con lei, sicuro, anche perchè non s'inquietasse di più, era meglio cercar di scusarsi e nascondere la verità, almeno per quanto fosse possibile.
Allora Pompeo le si accostò e chinandosi le parlò piano, così vicino, che sentiva sul viso il fiato caldo dell'ammalata.
Le disse che avea avuto, in quello stesso giorno, un'altra chiamata dal Commissario, e che alla polizia si sapeva già, per filo e per segno, l'arrivo a Milano del signor Giulio e la sua visita a Donna Lucrezia, e infine dov'era andato a nascondersi "quel minchione!" per aspettare il momento buono di rimettersi in viaggio!... Chi avea spifferato ogni cosa? Egli no, di sicuro, perchè sentiva allora quelle notizie per la prima volta. Ma forse, chi sa, Donna Lucrezia, chiacchierona esaltata, avrebbe potuto confidare ad altri quel segreto, tanto per darsi l'aria di metterci lo zampino anche lei nelle rivoluzioni!... Dal canto suo, non avea fatto altro che aprir la porta ai gendarmi come gli era stato ingiunto dal Commissario, sotto pena, in caso di disubbidienza, o di un qualche avviso dato al padrone, d'essere mandato in galera ad aspettare che restasse tempo al boia d'impiccarlo.—Ma la spia—concluse accalorandosi—la spia, io non l'ho fatta; te lo giuro, e poi guarda—soggiunse facendosi il segno della croce—che possa morir subito!... Dunque... vedi bene... non c'è ragione di disperarsi; invece devi metterti in quiete e pensare a guarire, e... e non dir nulla di nulla su quanto è accaduto!
La Betta non rispose: avea il viso rosso, enfiato; le labbra semi-aperte, aride, assetate; e la misera treccia di capelli biondi, che le si era spuntata dal capo, le ricadeva intorno e sul guanciale. Ma gli occhi suoi, già così dolci e umili, facevano sempre paura a Pompeo. Adesso non guardavano più il marito, ma erano fissi là, dinanzi al letto, nel fondo buio della camera dalla parte del cassettone...
—Che mi abbia veduto nascondere i danari?—pensò il portinaio ripreso dallo sgomento.
—Ma in somma!—esclamò infastidito,—che hai? perchè mi tieni sempre gli occhi addosso con quell'aria di minaccia?... Su!... via, parla una buona volta!... Pretenderesti farmi paura?... Chi sa la febbre quali sognacci strani ti ha fatto fare!... Pensa a tuo figlio, piuttosto, e ricordati che se mi toccasse qualche malanno, ne soffrirebbe lui!
Allora la Betta aprì la bocca per la prima volta, dopo quella scena tremenda. Erano parole tronche, confuse, soffocate.... Pompeo tese l'orecchio, ma più che sentire, indovinò quel ch'essa diceva.
—Il padrone... il padrone... i danari... la padroncina...
—I danari?... Che danari?
—Sono... laggiù,—rispose l'inferma, guardando ancora nel buio, di faccia al letto.
—Il padrone mi aveva ordinato di nasconderli....
Pompeo si sentiva diacciare il sangue nelle vene, tanto la sicurezza della moglie gli pareva soprannaturale.
—La... padroncina... i danari....
—Sì... sì...—ripetè l'altro guardando fisso l'ammalata per capire il suo pensiero e per rassicurarla,—i danari che mi ha dato il padrone li terrò in serbo per la padroncina.
—Giura... su... nostro....
—Sì, sì; lo giuro sul capo del nostro figliuolo!
—Per la tua salute eter....
—Per la mia salute eterna!... Sì; lo giuro!—e Pompeo stese la mano verso l'immagine della Madonna, ch'era appesa a capo al letto.
L'ammalata gli rivolse un ultimo sguardo, come per ricevere solennemente quella promessa; poi stanca, chiuse gli occhi, e senza più parlare si assopì.
—Come ha potuto indovinare, la maledetta, che avevo il morto nel cassettone?!—pensò Pompeo ormai interamente tranquillo.—È proprio vero che i gobbi sono maliziosi!...
La mattina dopo il medico ritornò prestissimo, ma non diede buone notizie.
—È un precipizio!—diceva egli a Pompeo, che, finita la visita, lo avea accompagnato fino sul portone di casa.—È un precipizio!—e scoteva il capo, stringendo le labbra in segno di malcontento mentre colla mano ornata del grosso anello dottorale, si lisciava gravemente le guance rase.—Già da un pezzo, era dimolto malandata, e la commozione, la paura le hanno cagionata una scossa grave!... Sicuro, sicuro.... Del resto puoi sentire qualche altro parere: io, per me la dichiaro una febbre violenta di consunzione. Adesso attraversa un periodo di tregua... ma temo che passerà presto allo stadio acuto. In ogni caso, vieni a chiamarmi liberamente, e coraggio!—Il medico fe' un saluto colla mano e se ne andò.
La Betta, un po' più pallida in viso, quando vide il marito che rientrava nella camera, lo chiamò con voce debole, accanto al letto. Pompeo accorse premuroso.
—Che cosa ti diceva il dottore?—chiese l'inferma con molta fatica.
—Mi diceva che ti ha trovata benino e che guarirai... presto.
La donna scrollò il capo sul guanciale con quell'irritazione propria degli ammalati quando vengono contradetti.
—No... è finita.... Chiamami il signor... curato.
Pompeo la guardò accigliato, con una certa inquietudine in corpo.
—Ti ricordi,—riprese la Betta, che avea indovinato il perchè di quel turbamento,—ti ricordi... di stanotte... del tuo giuramento?
—Sì, sì!
—Va... chiamami il signor curato... e non aver paura.
—E Giulio?... lo vuoi vedere?—le domandò Pompeo che per prudenza pensò bene di ricordarle il figliuolo, prima che rimanesse sola a spassionarsi col prete.
—No! no!—rispose Betta vivamente, rifacendosi rossa.
Pompeo, che si sentiva rianimato e sicuro, ebbe allora un sentimento di gratitudine verso quella donna che gli moriva così in buon punto e, forse per la prima volta da che erano marito e moglie, la baciò leggermente sulla fronte madida, sussurrandole piano, a mo' di conforto:—Ti farò dir tante messe!
Quando uscì dalla camera, era proprio commosso per quel suo atto di bontà, e incontrata una delle vecchie donne di casa, sospirando e facendosi compassionare la pregò volesse tener un po' di compagnia alla sua povera moglie nel tempo che lui per contentarla andava a cercare il signor curato; e così dicendo cominciò a piangere per davvero.
Ed anche strada facendo, ormai avea preso l'aire, continuava a fare i lucciconi; ma camminava lesto lesto, e sentiva che quella brezza mattutina gli metteva appetito.
—Che disgrazia!—mormorava fra sè, mentre gli veniva quasi la voglia di spiccare un salto.—Una donna come la Betta non la troverebbe mai più!... Dio, Dio, che disgrazia! Sarebbe rimasto solo, col suo bimbo fra le braccia.... e per farsi animo entrò da un liquorista a bevere un bicchierino di zozza.
...E i rimorsi!... Che rimorsi! Non si era mai sentito tanto in pace colla sua coscienza. Avrebbe tenuto in serbo le cinquanta mila lire e le avrebbe consegnate al padrone, oppure alla padroncina quando fosse uscita di minorità...—Lo aveva giurato ed era un galantuomo!
—E se invece di tenere quel capitale infruttifero per tanti anni avesse trovato modo d'impiegarlo bene?
Il curato arrivò con gran fretta: era ancora come Pompeo lo avea trovato in sacristia, in sottana lunga, senza nicchio nè mantelletta. Salutò le donne riunite nella prima stanza, toccandosi appena la papalina, o passò dall'ammalata, accostandosi al letto leggero come un'ombra, senz'altro rumore che il fruscìo della veste.
Gli bastò un'occhiata per capir subito che la donna non era ancora agli estremi, e si mise di malumore perchè gli avevano fatto furia inutilmente.
—Sempre così,—pensava benedicendo l'inferma alla lesta,—i pitocchi sono i più solleciti a farsi servire!
Poi, curvandosi per ascoltare la confessione, appressò la sua faccia pallida, fredda, impassibile al viso scarno e acceso della Betta soavemente irradiato, in quel punto, d'innocenza e di fede.
Era lei che moriva; era lei che espiava! La Vergine Santa dei dolori avrebbe esaudita la sua invocazione suprema, liberato il prigioniero, toccato il cuore di Pompeo; essa, Regina degli afflitti, avrebbe soccorso, protetto il bambinello suo, che rimaneva senza la mamma.... La febbre le allietava la mente di care visioni e la speranza, l'eterna lusinghiera, concedeva alla martire quell'ora di calma e di pace.
La confessione fu breve, e il portinaio, il quale dietro l'uscio spiava ansioso la faccia del prete, non ebbe tempo di apprensionirsi; lo vide presto rialzarsi su, sempre freddo e impassibile, mentre l'inferma, che avea fatto uno sforzo penoso per sollevarsi sui gomiti, ricadeva spossata, affondando il capo nel guanciale. Pompeo allora respirò più libero, pur continuando a osservare.
Il prete trinciò un'altra benedizione colla mano allungata, che si moveva svelta, in tre tempi, come fosse regolata da una macchina; poi si levò la papalina, la tenne stretta fra le mani giunte, e socchiudendo gli occhi sotto le ciglia irsute, bisbigliò una breve orazione accompagnandosi con un leggero dondolìo del capo. Indi sbottonatasi la sottana sul petto, cavò fuori da una tasca interna un crocifisso d'argento, e lo avvicinò alle labbra della Betta che lo baciò devotamente. Infine, ripulito il crocifisso col fazzoletto bianco, e mormorando all'inferma:—Coraggio; confidiamo nella bontà del Signore!—si rimise la papalina, disponendosi ad andar via.
Pompeo che aspettava quel momento si fe' innanzi e con faccia compunta condusse il curato in un angolo mezzo buio della cameretta.
Non era il caso di farmi tanta furia!—brontolò subito il prete a mezza voce.—Si poteva aspettare, senza pericolo, un'altra settimana!
Pompeo non disse verbo; ma prese fra le sue la mano lunga, pelosa del prete, e stringendogliela, come per effondersi in ringraziamenti, gli fece scivolare nella palma un piccolo cartoccetto rotondo.
Se vorrà dire una messa, Don Vincenzo—balbettò il portinaio—per la salute della mia povera moglie e... secondo la mia intenzione...
—Certo, certo! Domattina; alla beata Vergine miracolosa del Santo Rosario!
Il prete alla forma, al volume e al peso dell'involtino avea indovinato dovesse contenere almeno un mezzo marengo.
—Sarei venuto egualmente... Certo, certissimo!... Soltanto, forse un pochino più tardi!—soggiunse poi facendosi espansivo.—Siamo in un momento, figliuol caro, in cui a Milano c'è carestia di preti!... Hanno messo in prigione anche il mio coadiutore!... Già era una testa matta... un mazziniano!... E così mi è rimasta la parrocchia sulle spalle!... Del resto l'ho detto appunto per farti cuore; non vedo un pericolo imminente!... ma, per altro, hai fatto bene. È sempre da buon cristiano il premunirsi contro ogni evenienza!—Ciò detto, il prete ritornò vicino all'ammalata.
—Da brava, da brava!... Devi farti coraggio e confidare nella bontà infinita di Gesù, nostro Signore.—Don Vincenzo si toccò devotamente la papalina,—e della beatissima Vergine del Santo Rosario!... Io ti ho trovata benino; benino proprio davvero; e lo diceva qui adesso a tuo marito... Che cosa ti ha ordinato il dottore?
Pompeo gli mostrò la boccettina della pozione, e gli raccontò che il medico, la sera innanzi, le avea fatto un salasso.
Don Vincenzo approvò la cura, volle sentire il polso della Betta, e ripetendo che non c'era punto da spaventarsi, soggiunse che, tuttavia, se desiderava comunicarsi, come atto da buona cristiana poteva farlo, e che perciò sarebbe ripassato di là un altro giorno, presto.
Andandosene, salutò affabilmente, nell'attraversare l'altra stanza, le persone di servizio, che stavano tutto il giorno in conversazione dal portinaio; e assicurò anche quella buona gente, che per il momento non c'era pericolo di una catastrofe. Le donne e i servitori s'erano fatto il caffè e lo tenevano nei bicchieri, non avendo chicchere sotto mano, e ne offrirono subito anche al signor curato. Ma questi ringraziò, e scappò via di furia, perchè avea tre altri moribondi da visitare, prima d'andar a pranzo.
—Guarda mo—pensava intanto Pompeo—come il curato s'è fatto tenero di cuore!... Il danaro sempre il danaro, solo il danaro; così in cielo come in terra!—e a questo punto, ghignando con le labbra stirate che gli mettevano in mostra i denti cariati, non potè trattenersi dal lanciare un'occhiata rapida nell'altra stanza, dov'era il cassettone.
Adesso permetteva che le donne di casa entrassero liberamente dalla Betta; e anch'egli di continuo entrava ed usciva, mostrandosi mesto e sospiroso. Spesso si accostava, in punta di piedi, all'ammalata, e trattenendo sino il respiro per non far rumore le metteva fra le labbra aride qualche pezzettino di ghiaccio, le accomodava il guanciale, o le rincalzava il lenzuolo e le coperte.
La Betta lo lasciava fare guardandolo fissa con quei suoi occhioni grandi e buoni che non incutevano più alcun timore al marito, ma parevano interrogarlo ansiosamente. Pompeo capiva che cosa gli volea domandare la Betta, e chinandosi, le diceva all'orecchio a nome del Commissario—che il signor padrone se la sarebbe cavata con poco; che presto sarebbe stato lasciato in libertà, e che anche per il banchiere Nicola Mazza le cose si mettevano benino.
—Era il signor Francesco Alamanni quello che volevano agguantare!... Lui sì, che correva rischio di non morir nel suo letto!... Ma il signor Giulio non era altro che uno stravagante lunatico e certo non faceva ombra alla polizia!
La Betta a quelle parole si calmava un poco, e chiudendo gli occhi riusciva ad appisolarsi.
Frattanto le donne di servizio rimanevano incantate e non avevano altro che lodi per "il signor Pompeo"; per le premure, per le attenzioni che prodigava alla moglie, e per quel suo dolore così profondo e sincero.
Pareva un tanghero—dicevano—ma all'atto pratico si vedeva ch'era pieno di cuore.
E lo rimbrottavano dolcemente, a mo' di conforto, ricordandogli che era padre e che dovea pensare al suo figliuolo, il quale, poverino, non avrebbe avuto al mondo altri che lui.
A tali parole i sospiri di Pompeo diventano gemiti:
—Ah! se non avesse avuto un figliuolo!—Poi diceva alla gente che "quel cencio di donnina" era tutto per lui. Andavano così bene d'accordo! Si sa, alle volte c'era qualche burrasca; ma erano burrasche d'estate, che non fanno altro che rinfrescar l'aria!... Del resto, chi poteva dire d'averlo mai veduto bazzicare per le osterie? Chi aveva mai sentito che avesse fatto un torto a sua moglie? Tutto il giorno e la sera non si moveva mai da quelle due stanzucce a terreno.... Ah, se non avesse avuto un figliuolo, avrebbe commesso uno sproposito!
Un giorno il medico, intenerito anche lui dal dolore del portinaio, volle provarsi a confortarlo.
—Oggi va benino,—gli disse piano sulla porta, dopo la visita,—proprio benino...
Pompeo, a tali parole, mutando d'improvviso l'espressione mestissima del volto in una serietà ansiosa, guardò fisso il medico, balbettando:
—Davvero? Si mette bene? Potrà alzarsi ancora? Potrà guarire?
—Alzarsi... forse... sì!
—E guarire?... Potrà guarire?.. Guarir del tutto?...
Il dottore colpito da quel precipizio di domande, che gli toglievano il respiro, non volendo per troppa pietà mettere in pericolo la propria riputazione, stimò prudente di non dare soverchie speranze, e soggiunse che "nella migliore ipotesi" sarebbe stata sempre una guarigione relativa. La Betta aveva sentita una scossa troppo forte, per quel suo organismo debole come una foglia. Continuando benino avrebbe potuto tirar innanzi... magari anche per qualche mese; ma non più... a meno d'un miracolo!
Pompeo tornò a sospirare e a far i lucciconi, ma volle ad ogni costo che il dottore accettasse una chicchera di caffè e corse fino alla pasticceria delle Tre Corone a prendergli una fetta di panettone fresco.
Tuttavia anche quel miglioramento fu di breve durata. Pochi giorni appresso, il dottore, che continuava ad essere contento dello stato dell'ammalata, s'era fermato un poco, dopo la sua visita mattutina, a discorrere in fondo alla, camera con Pompeo e coll'Assunta, la più vecchia delle cameriere di casa Alamanni.
Quella notte erano successi a Milano gravissimi avvenimenti; e il medico appunto nominava molte persone insigni o note; ricchi e patrizi, poveri e plebei, donne e preti, ch'erano stati arrestati, o presi in ostaggio. E raccontava di nuove minacce e di rigori, e di condanne per parte dell'Austria che voleva soffocare nel sangue ogni spirito di rivoluzione, ogni palpito di libertà.
—Gesù Maria!... E il signor padrone?!—esclamò a un tratto l'Assunta, tutta spaventata.
—Il signor Alamanni e il banchiere Nicola Mazza—rispose il medico—furono mandati a Mantova. Là si farà loro il processo, e si ha ragione di temere una condanna capitale.
Pompeo si fe' pallido e non ebbe coraggio di dire una parola.
—Ah Gesù Maria! Povero il nostro padrone!... Povera padroncina!—riprese gemendo la vecchia.
—Oh quella bimba, è propria disgraziata!—soggiunse il medico tristo tristo.—Pare che essendo colpito dalla proscrizione anche il signor Francesco, ci sarà la confisca di tutti i beni degli Alamanni.
—La confisca?... E noi allora? O come camperemo?—domandò l'Assunta guardando Pompeo, istupidito, per avere un conforto da quell'altro suo compagno di sventura. Ma subito fu commossa da un sentimento più generoso di pietà per il signor padrone così buono, e per la padroncina e la signora Lucrezia, che sarebbero rimaste nella più squallida miseria.
—Ma come mai quella santa della signora Lucia, che dovea essere in Paradiso di sicuro, permetteva che accadessero tante disgrazie nella sua famiglia?
—Morta lei, non c'è stato più bene in questa casa,—osservò il dottore.
Ma la vecchia era passata dalla pietà al furore, e alzando le mani con le dita lunghe, irrigidite, e piegandole come artigli, esclamò:
—Se fossi un uomo e mi capitasse sotto le unghie quel maledetto che ha venduto il padrone, lo scorticherei vivo, gli caverei gli occhi, mostro infame!
—E sarebbe giustizia!—replicò il dottore.—Una volta scoperto, nemmeno i gendarmi gli salverebbero la pelle! I carbonari, i frammassoni, non perdonano alle spie. La settimana scorsa, non lo sapevate? fu ucciso con un colpo di stile quel giuda del Grossi che aveva rapportato dove s'era nascosto il De-Cristofari! Oh, andate pur là, buona donna; presto o tardi... Dio non paga il sabato!
—Ucciderlo è poco,—seguitava la vecchia:—scorticarlo vivo, bisognerebbe!... Cavargli gli occhi!... Non è vero, signor Pompeo?
Pompeo volle sorridere, ma non riuscì a fare altro che una smorfia.—Sicuro... certo... certamente!...—e non poteva dire di più. Il medico lo levò d'impaccio ritornando vicino al letto dell'ammalata per salutarla prima d'andarsene, con un'ultima parola di conforto. In que' giorni di lutto, di sventura, di ansietà continua e di continui pericoli era come invalsa una nuova dimestichezza che affratellava le persone anche di diverso stato. In que' giorni pareva non ci fosse più altro, fra la gente buona, che una sola distinzione: l'oppressore e l'oppresso—l'italiano e il tedesco.
—Se durerai a sentirti benino,—diceva frattanto il dottore avvicinandosi alla Betta,—domani potrai alzarti per qualche ora, e...—ma non finì ciò che voleva soggiungere e turbato e maravigliato prese il braccio dell'inferma per sentirle il polso, mormorando:
—Sta male!... Sta male di molto!... L'è tornata la febbre!... e più forte di prima!
La Betta, inquietissima, agitava il capo sul guanciale convulsamente: aveva il petto ansante, la faccia rossa, sudata; gli occhi lucenti.
—Presto!... Presto! Un catino! Ci vuole un altro salasso!
L'Assunta di corsa prese quanto abbisognava, e si avvicinò al dottore. Pompeo fece un passo, poi si fermò, esitante.
Ma il salasso, questa volta, non produsse alcun effetto. L'ammalata continuò a peggiorare e quando, sfinita di forze, riusciva un poco ad assopirsi, era subito presa dal delirio.
Pompeo quindi ricominciò a valersi dell'autorità del signor dottore per mandar via la gente e restar lui solo a guardia della moglie.
Ma la Betta quando era in sè tornava a fissarlo con quegli occhi sbarrati che gli trapassavano l'anima, e che gli mettevano addosso lo spasimo e il rimorso; e quando essa era presa dal delirio, le sue parole gli facevano paura.
—Se qualcuno fosse nascosto in camera... o dietro l'uscio ad ascoltare?... Egli sarebbe perduto!—E Pompeo vedeva levarsi contro il suo petto, come fantasma minaccioso, il pugnale che dovea vendicare il signor Giulio, il suo padrone, il suo benefattore.
—Benefattore?...—No, no! Egli non gli doveva nulla! Sua moglie avea ricevuto qualche regalo; lui no, mai!... Aveva servito, lo aveano pagato; erano pari e patta!
Ma nel buio della cameretta illuminata appena dal chiaror fioco della candela crepitante, le parole del medico "carbonari, frammassoni" gli si affacciavano terribili dinanzi alla mente. Anche Pompeo aveva la febbre, e gli pareva di sentirsi dietro le spalle un uomo dal viso pallido, colla barba nera, col cappello a cencio calato sugli occhi, che gli si avvicinava piano piano, col braccio levato, per colpirlo. E la sua fantasia sconvolta riempiva di spettri ogni angolo della sua stanza, e vedeva figure terribili appiattate sotto il lettone alto, dove la Betta stava morendo.
Come sospirava il mattino, un bel giorno di sole! Sentiva che col sole sarebbe stato tranquillo.
—A Mantova!... A Mantova!...—Perchè lo conducevano a Mantova,—pensava per farsi animo,—non è decretato che lo debbano impiccare!... Ma una cosa è certa, che io con quelle cinquanta mila svanziche sarò la provvidenza per la signorina!
In quel punto si udì nella camera un gemito soffocato, poi un grido acuto, poi alcune parole balbettate, rotte dal tremito della febbre.
—Spia... spia... il padrone... Mantova... la signora... la mia buona signora...
Pompeo, oppresso, agitato si rodeva l'unghia del pollice coi denti. Ma a un tratto gli sembrò di udire qualcuno muoversi nella stanza vicina. Allora trasalì e accostandosi tremante alla Betta:—Zitta, zitta,—le gridò con voce bassa, ma vibrata, curvandosele addosso.—Sta zitta!
—Spia... Spia... Assassino!...—continuò a mormorare delirando.
—Chètati,—replicò Pompeo sempre più spaventato, nello stesso tempo acceso d'odio e di collera contro quell'essere debole, che gli si era sempre piegato dinanzi, ma che in quel punto sfuggendo al suo dominio, lo condannava con una parola infame:—Chètati.
—Spia!... Spia!... Assassino!...—e l'inferma, sempre delirando, spalancò a un tratto gli occhi.
Pompeo perdette il lume della ragione, stese la mano irrigidita dallo spavento e dall'ira, e chiuse, soffocò quella bocca ostinata, affondando contro il guanciale il capo della donna.
—Chètati!... maledetta!
Il misero corpicciuolo diè un sobbalzo di sotto alle coperte, poi non si mosse più.
In quel momento fu bussato piano all'uscio della camera. Pompeo si alzò a un tratto, indietreggiando sbigottito, e tese l'orecchio: sperava di essersi ingannato; ma dopo un poco udì picchiare di nuovo e più forte.
—Chi è là! Aiuto!—gridò allora, tutto tremante.
—Sono io, signor Pompeo,—- rispose una vocetta stridula, sottile.
Era l'Assunta, scesa poco prima per offrire i suoi servigi in caso di bisogno.
—La Betta sta male!... Sta male di molto! Ha avuto il delirio!... le convulsioni!... L'ho dovuta tenere con fatica... ma non ci potevo più reggere... e mi ero messo a chiamare... a chiamar aiuto.... Adesso per altro s'è calmata... s'è calmata un poco!
—Gesù Maria, non si muove più! È morta!—sclamò l'Assunta vedendo la portinaia livida, stecchita; ma subito le si accostò sollecita, e sentì che respirava ancora.
—Corra, corra in fretta a chiamare il dottore, signor Pompeo, e anche il curato!
Pompeo obbedì, e corse via a precipizio. In quel momento non era più padrone di sè. Andò difilato dal medico; non lo trovò in casa; allora andò dal curato, gli disse che la Betta stava male, e ritornò indietro con lui senza far parola durante tutta la strada.
Quando entrò, seguendo il prete, nella camera della moglie, vide tutte le donne di casa inginocchiate attorno al letto. Il curato muto, sollecito, si appressò alla Betta, si chinò per osservar meglio quel viso giallo, contraffatto, cogli occhi vitrei e la bocca spalancata; poi freddo, senza alcuna emozione, si rivolse con lo sguardo a Pompeo dicendo a mezza voce:
—Il Signore l'ha chiamata in Paradiso!—Ciò detto si scoprì e benedì la morta, indi congiunse le mani, socchiuse gli occhi e bisbigliò una prece, a cui le donne risposero in coro, sommessamente:—Amen, amen.
Pompeo, anch'egli inginocchiato, ma in disparte, si teneva il capo fra le mani.
A un tratto, in mezzo a quelle preci, a quel lugubre raccoglimento, si udì uno strillo acuto, poi una vocina infantile che chiamava:
—Mamma! mamma!
Era Giulio, il bambino della povera Betta. In quel momento egli era riuscito a deludere la sorveglianza dello sue custodi, ed entrato in camera piano piano, tentava di arrampicarsi sulla sponda alta del letto, singhiozzando e chiamando sempre più forte:
—Mamma! Mamma!
PARTE SECONDA
GLI AFFARI.
—Chè! Chè! Le fiamminghe in giornata sono diminuite di prezzo!—esclamò la florida signora Veronica che stava ritta, dietro il suo banco di pegni, esaminando al lume di una lucernina di canfino una piccola miniatura legata in oro e contornata di diamanti.
Dall'altra parte del banco una squallida vecchietta in capelli, con una sottana di lana scura tutta lisa, e uno scialle bigio, stretto attorno al magro corpicciuolo, rimaneva attonita e muta nell'udire quelle parole.
—Sicuro, cara la mia donna!—continuò la signora Veronica senza punto commuoversi dinanzi al dolore della nuova cliente.—In Merica hanno trovato una cava di diamanti grossi come nocciuole, e ne arrivano, tutti i giorni, bastimenti pieni!
—Ma pure... c'è dell'oro—soggiunse la vecchia, timidamente.
—Non tanto... non tanto: la montatura è sottilina.
—La mia signora avea detto che la miniatura sola valeva un occhio della testa.
—Sarà benissimo... ma è un ritratto di famiglia, e in commercio, capite, non ha valore... Fosse un Vittorio Emanuele, o un Garibaldi, o un Napoleone, tanto si potrebbe trovar l'amatore, ma un ritratto qualunque chi volete che lo pigli?—Così dicendo la signora Veronica stringeva le labbra sprezzantemente, e allungando il braccio, faceva l'atto di restituire la miniatura. Ma la vecchia non volle riprenderla e continuò a tener le mani nascoste sotto lo scialle, sicchè l'altra mise il medaglioncino sul banco.
Realmente il ritratto, a parte la montatura, non poteva aver nessun pregio per la signora Veronica Micotti, che teneva un'agenzia di prestiti sopra pegni in Via del Pesce. La squisita miniatura non rappresentava un personaggio illustre, ma invece era un'immagine soave di donna giovane e bella, coi capelli nerissimi e le braccia e le spalle nude.
—Fosse almeno un'anticaglia!—esclamò la padrona del banco, vedendo che l'altra rimaneva lì ferma, intontita, senza risolver nulla.
—Oh per questo la mia signora mi diceva che le era stato regalato prima del quarantotto!
—Bell'affare! Non sapete, cara voi, che ci vogliono secoli e seculorum prima che gli oggetti acquistino pregio?—Poi la signora Veronica appoggiando le mani sul banco si alzò in punta di piedi e dondolando la maestosa persona esclamò coll'aria solenne di chi pronuncia una sentenza inappellabile:—Sopra questo pegno non posso prestare più di quindici fiorini.
—Vergine santissima! Da Gesù pietoso me ne darebbero trenta, a dir poco.
—E voi, allora, perchè non andate a metterlo al Monte?
L'altra chinò il capo, sconcertata.
—Risolvete dunque: sì o no. È tardi, sono le otto sonate, e devo chiudere.
La povera vecchietta prima di rispondere guardò in giro, sospirando, la botteguccia angusta, coi grandi scaffali di legno tarlato, disposti tutt'intorno alle pareti, e pieni di sacche di tela greggia, rigonfie, segnate da un cartellino col numero progressivo. Pareva quasi ch'ella volesse chiedere consiglio a tutta quella roba ch'era là ammucchiata, muta testimonianza di altre miserie e di altri dolori.
—E così?—ripetè la padrona, infastidita dal lungo indugio.
—Via... si lasci smuovere... aggiunga qualche cosa... qualche spicciolo, almeno!
—Anche se si restasse qui fino a domani, non vi potrei dare un soldo di più!
—Eppure chi mi ha diretta a quest'Agenzia mi aveva consigliato di parlare col signor Barbarò, assicurandomi ch'egli mi avrebbe fatto ottenere le maggiori facilitazioni.
—Il signor Barbarò non c'entra con noi!—esclamò la Veronica, arrossendo leggermente.
—Ma per altro, se lo dicessi il nome della mia signora,—soggiunse la donnicciuola titubante, e abbassando la voce,—forse... anche lei, non sarebbe tanto ostinata!
—E ditemi, alla malora, chi è questa vostra signora, e spicciatevi!
Erano sole nell'Agenzia, ma pure la vecchietta si sentì presa da tanta vergogna nel dover proferire quel nome in un luogo sì abietto, che allungò il collo quanto più potè sopra il banco, per dirlo in un orecchio alla signora Veronica. Questa, uditolo appena, trasalì con un moto di maraviglia e di contentezza, e presa tosto la miniatura, la nascose in un cassetto del banco che chiuse a chiave.
—Perchè non dirlo subito,—esclamò,—benedetta donna!—Poi le domandò piano, ma con un fare più garbato:—Siete contenta di trenta fiorini?
—Faccia lei... come crede!—rispose l'altra sbalordita dall'effetto ottenuto e che superava di molto anche la sua aspettazione.
La signora Veronica tirò fuori da un altro cassetto, pure chiuso a chiave, una ciotola di bossolo piena di monete; contò i trenta fiorini, facendone tre gruppetti che posò dinanzi alla vecchia. Indi preso un grosso libraccio, ch'era in fondo al banco, lo aprì, ne levò la carta sugante, intinse più volte in un calamaio di legno nero rotto e smozzicato la penna d'oca, e cominciò a scrivere adagio la data di quel giorno, con una scritturaccia grossa e stentata: "Milano, li venticincue Febrajo 1859:" poi si fermò a un tratto e alzando gli occhi domandò se doveva mettere il nome della signora.
—No, no!—rispose la donna vivacemente.—Metta il mio; metta il mio. Filomena Beltrami!
La florida signora Veronica seguitò a scrivere, accompagnando con una smorfia della bocca gli sforzi delle dita aggranchite. Quindi strappò dal registro la polizza, ci buttò sopra il polverino la piegò e la consegnò alla Filomena che, intascati i bei fiorini nuovi, se ne andò via difilato senza fare altre chiacchiere. Ma scesa la scalaccia buia (l'Agenzia era al primo piano) e passata appena la soglia di quella casa sospetta, si voltò indietro paurosa, quasi dubitasse d'essere spiata.
Poco dopo che la Filomena fu uscita dall'Agenzia vi entrò un omiciattolo dall'aspetto tra il sensale e il cavalocchio, ed anche lui, colla sua aria sospettosa, dava a divedere chiaramente che non desiderava punto di essere osservato mentre infilava il portone di quella casa. Egli, per altro, non salì al primo piano, ma invece attraversò il piccolo cortile buio, a cui non giungeva nemmeno la fioca luce del lampioncino appeso a piè della scala; si fermò dinanzi a un uscio coll'imposta a vetri; cavò una chiave di tasca, lo aprì, lo richiuse, e curvandosi cercò a tastoni, presso la porta, la scatola dei zolfanelli e il candeliere con un mozzicone di stearica. Lo accese, e lo posò sopra un vecchio scrittoio che era lì presso, tutto ingombro di libri vecchi e di cartacce unte e polverose.
—Ohè! la Veronica deve far affari stasera,—mormorò levando dal taschino del panciotto un oriuolo a cilindro attaccato a un grosso catenone d'oro con un gran mazzo di ciondoli che tintinnavano ad ogni suo movimento.—Son le otto e mezzo, e non è ancora scesa!
Allora si sdraiò in un seggiolone ch'era accanto allo scrittoio, coperto di stoffa rossa così logora, che ne usciva la stoppa della imbottitura. Egli pareva stanco e si alzò un poco il cappello a tuba sulla fronte, ma non se lo levò: nella stanza si sentiva il frescolino umido dell'aria colata.
L'omiciattolo, dopo aver aspettato un poco, prese un lapis, fece un conticino in fretta in un angolo d'un di que' libracci affastellati sullo scrittoio, poi tornò a sdraiarsi sulla poltrona e continuò a fare de' conti mentalmente, rodendosi, coi denti guasti e radi, l'unghia del pollice.
Quello stanzone era il magazzino di deposito, e insieme l'ufficio interno dell'Agenzia. Anch'esso aveva le pareti guarnite di scaffali di legno tinto, pieni di sacchetti coi cartellini numerati, come nella bottega del primo piano; e allo scarso lume della candela, e fra un'enorme quantità di roba accatastata, apparivano qua e là, di mezzo al buio, l'angolo dorato di un mobile antico, o il fondo lustro di una casserola di rame o il bianco sudicio d'un monte di coperte di lana.
Ma l'omiciattolo doveva conoscere bene tutta quella roba, perchè non fermava punto l'occhio ed invece, finito ch'ebbe d'almanaccare co' suoi conti, tornò a guardare l'orologio.
—Per bacco! Son quasi le nove!—e fece atto d'alzarsi; ma subito si riadagiò sulla poltrona esclamando:—Finalmente!... Eccola che viene!
In fatti dall'altro uscio, pure colle imposte a vetri, ch'era in fondo allo stanzone, si udiva, sempre più vicino, il rumore di un passo pesante che scendeva per una scala interna; poi i cristalli si rischiararono a un tratto e una striscia larga di luce penetrò nel magazzino: l'imposta fu aperta con una pedata e apparve, nel vano della porta, la florida signora Veronica, tenendo la lucernetta di canfino da una mano, dall'altra una delle solite sacchette, e sotto il braccio i registri dell'Agenzia.
—È un pezzo che è qui ad aspettare, signor padrone?—chiese subito la donna dimostrando dinanzi a quell'omo una soggezione grande, che contrastava assai coll'imponenza della sua forte persona e con un certo piglio di arroganza che le conferivano i capelli neri, lucenti, pettinati colla divisa da parte e rialzati sulla fronte.
—Aspetto da un'ora, ma non importa,—rispose l'altro guardando cupidamente cogli occhiettini loschi i registri e la sacchetta.—La giornata è stata buona?
—Non c'è malaccio. Siamo alla fine del mese, e, si sa, c'è sempre maggiore ricerca di danaro.
—Allora bisogna tener basse le stime e aumentare gl'interessi!... Diavolo! Se non approfittiamo dei momenti buoni, si può chiuder bottega.... Metti giù quella roba e dammi il bollettario.
La signora Veronica ascoltò rispettosamente la lezioncina senza muoversi, nè aprir bocca; poi buttò la sacchetta sopra un divano (di stile dell'Impero, tutto bianco a fregi dorati) e posò la lucerna coi registri in mezzo allo scrittoio.
L'omiciattolo cominciò a sfogliare il bollettario, ma a mano a mano che procedeva in quell'esame si faceva sempre più accigliato e brontolone.
—Il calzolaio Martinetti s'è messo in regola?
—Ha mandato la moglie, con un acconto di sei svanziche.
—Troppo poco: ne deve quarantasette!
—Ha chiesto un respiro breve, di otto giorni soltanto.
—Non è una buona ragione; non glieli dovevi concedere. In otto giorni può scappare otto volte e mezza. Adesso, colla scusa della patria da liberare, si passa il confine allegramente, in barba ai Tedeschi... e ai creditori!
—La povera donna piangeva e strillava in modo da far fermar la gente sotto le finestre.
—Lacrime e non altro che lacrime! Sono lo spediente dei disperati! Chi ha le tasche vuote di quattrini ha sempre gli occhi pieni di lacrime!
—Il suo figliuolo, che lavorava in bottega, si è ammalato.
—E che c'entro io? Vada a lagnarsene col Padre Eterno!...
—Per questi otto giorni ha firmato un altro biglietto di tre fiorini....
—Be', be':—l'omicciattolo pareva rabbonirsi un poco;—alla scadenza, se non pagano, un buon protesto in piena regola!
—Sissignore.
—Lo stipendio del cavalier Trucker è stato sequestrato?
—Ho mandate tutte le carte che occorrevano al notaio Strazza, e gli ho fatto premura.
—Va bene.... va benissimo!—e continuò a sfogliare il registro attentamente. Poi, dopo un poco, tornò a domandare:—È stato spiccato l'ordine d'arresto contro la Livia Bernasconi?
—Non ancora perchè....
—Perchè vuoi sempre fare a tuo modo e non sono ubbidito!—esclamò il padrone riscaldandosi assai, quantunque moderasse il tono della voce, per non esser udito di fuori.
—Ha portato un'altra pentola e un'altra materassa....
—Avesse portato anche il tesoro della Mecca tu dovevi andare dall'avvocato, e fare quello che t'ho detto! Sei anche tu come quell'animale dello Sbornia: tutti e due ignoranti e cocciuti. Ma se continuerete a voler fare di testa vostra, vi scaccerò a calci fuori dalla porta!
La signora Veronica ci pareva avvezza a que' complimenti, però si fece animo e rispose a mezza voce:—Ha la mamma... in fin di vita....
—E che crepi! È una bocca inutile!... Tu, ancora, non l'hai voluta intendere per il suo verso questa faccenda: fra capitale e interessi la Bernasconi mi deve, ormai, più di settanta fiorini, che non potrà rendermi mai, e che è pronto a pagare in vece sua il vecchietto Migliavacca, solo che la ragazza si adatti a... a lasciar correre una buona parola. Ma la Livia è ostinata e non vuole, perchè ha de' grilli per il capo, perchè ha l'amante, o che so io!... Per altro una volta messa in chiusa, come gli uccelletti, farà giudizio e canterà, non ne dubito.... E a buon conto io non devo lasciare che il vecchio si raffreddi, se non voglio essere truffato del danaro mio! Hai capito?
—Sissignore.
—Oh, Laus Deo!
Ci fu un momento di silenzio: la signora Veronica pareva impacciata e timorosa, l'altro continuava a sbuffare.
—E al conte Kanizsa—ripigliò sempre con voce stizzosa—hai fatto scrivere che se non gli riesce di fare il saldo per il primo di marzo, l'Agenzia manderà le cambiali al suo colonnello?
—Sì, signor padrone.
—Con questo damerino bisogna andar per le corte. Pare proprio che debba scoppiare la guerra da un giorno all'altro (me lo scrive anche lo Sbornia da Verona), e se il reggimento parte da Milano sto fresco io, a corrergli dietro.... Diavolo! Se mi lasciassi mangiare il fatto mio dai Tedeschi, oltre al danno, passerei anche per un codino!—E l'omiciattolo accompagnò queste parole con una cinica risataccia.
La soggezione che la signora Veronica provava sempre in presenza del padrone, era accresciuta in quel momento da una segreta inquietudine: i trenta fiorini che avea dato sul pegno del medaglioncino. Era vero ch'essa, in quell'incontro, s'era tenuta stretta agli ordini ricevuti; era vero che il padrone, già da molto tempo, e chi sa per quali viste, voleva attirare all'Agenzia quella nuova cliente; era vero che le avea ordinato, caso mai le fosse capitata sotto mano, di largheggiare nella stima se si fosse trattato di un prestito sopra pegno, o di accettare anche la semplice firma della signora, se avesse offerto una cambiale.... Ma "trenta fiorini" per una miniatura, non era forse andata troppo oltre?...
E aspettava timorosa che il padrone arrivasse all'ultima pagina del registro e le domandasse informazioni intorno al prestito fatto alla Filomena Beltrami.
Ma quando la domanda che l'impauriva era proprio lì lì per venir fuori ci fu un incidente che la ritardò un altro poco. L'uscio a cristalli, in fondo allo stanzone, si riaprì a un tratto rumorosamente, e un ragazzetto corse precipitoso a ficcarsi fra le gambe dell'omiciattolo, esclamando:
—Padrino Barbarò, dammi il soldino! Voglio il soldino, padrino Barbarò!
—Seccatore maledetto!—grugnì l'altro fra i denti, e con piglio infastidito si mise a frugare in fretta colle dita cariche di anelloni d'oro nel taschino del panciotto.
Mentre il viso dell'uomo si chinava verso quello del ragazzo, e quello del ragazzo si alzava verso quello dell'uomo, tutti e due mostravano la stessa espressione di cupidigia negli occhiettini loschi e falsi che parevano di vetro; e l'istessa tinta olivastra appariva sulla faccia da vecchietto del bimbo, come su quella dell'uomo vizza e rugosa, senz'ombra di barba, tranne alcuni peli neri sul labbro superiore, grossi come le setole e così radi da potersi contare.
La signora Veronica frattanto rimproverava il monello per la sua sfacciataggine, ma con un tono che ad onta della severità apparente tradiva l'indulgenza e la debolezza materna:
—Andiamo... su... da bravo! Non se' più un bambino, ormai, d'aver ancora quelle manieracce! Dove hai imparata l'educazione?
—Al collegio degli sguatteri!—borbottò il padrino dandogli un soldo e uno scappellotto.
—Da' un bacio e la buona notte al signore, e ringrazialo tanto!—suggerì la mamma al figliuolo.
—Che baci d'Egitto!... Dovresti invece lavargli il muso.
La signora Veronica chinò il capo mortificata. Ma il ragazzo, quand'ebbe presa la moneta, non badò ad altro, e senza nemmeno ringraziare il padrino Barbarò, scappò via correndo a precipizio com'era venuto.
La mamma lo seguì cogli occhi; ma uno sfogo era necessario alla sua indole impetuosa, rimasta troppo a lungo soffocata per la presenza e per la soggezione in cui la teneva il padrone: andò fin sull'uscio della scaletta, e mentre il figliuolo la montava a salti con una gamba sola:—O Gostina,—gridò con tutta la voce sua forte e vibrata,—fa lume! Vuoi che il mio Beppe si rompa il collo, stupidaccia, infingarda?—Poi, dopo quel po' di sollievo, ritornò ancora umile e sottomessa ad avvicinarsi allo scrittoio.
—Un'altra volta, quando vengo io, devi dire alla serva che lo metta a cuccia quel tuo scimmiotto!
La signora Veronica non fiatò.
—Sai bene che non amo le smorfie, e che i ragazzi non mi piacciono.
—Credevo che... quello lì... almeno una volta tanto....
—Quante storie! Quello lì come gli altri; e finiamola!... Sai bene che la tua è una fissazione... una scioccheria senz'ombra di fondamento!... E poi, anche se fosse, te l'ho detto cento volte: io non c'entro. Suo padre è... tuo marito; e te l'ho fatto sposare apposta. È il registro della parrocchia quello che stabilisce la paternità; se no, ci vorrebbe altro: sarebbe una confusione del diavolo!... Credevo poi di averne fatto abbastanza dei sacrifici. Tuo marito da sguattero, che era prima, l'ho messo quasi alla direzione dei miei affari.... Tu non eri altro che la mia serva e adesso fai, si può dire, la vita del Michelaccio: sei linda, e rosea, e fresca, come una fattoressa! Io vesto, io mantengo, io mando a scuola il tuo figliuolo e non sei ancora contenta?... Ma—e qui l'omiciattolo sbuffò—è sempre stato il mio destino, di seminar benefizi e raccogliere ingratitudine.
La donna stava a sentire que' rimproveri colla testa bassa; ma pensava intanto ai trenta fiorini prestati sul medaglione, quando appunto il Barbarò che, sempre brontolando era giunto alla nota della Beltrami, diè un salto sul seggiolone con un grande tintinnìo di ciondoli, e tirandosi indietro, e alzandosi anche più il cappello sulla fronte per fissare meglio in faccia la donna domandò:—Come sta quest'affare? Trenta fiorini di pegno per una miniatura?... Fammela un po' vedere!
La signora Veronica si accostò al divano, frugò nella sacchetta che aveva portata con sè, trovò la miniatura e mostrandola al padrone balbettò, con voce non molto ferma:—Mi aveva ordinato lei di essere piuttosto andante nella stima, se mi capitava sotto mano la signora Balladoro....
—Certo, certo, sicuramente!—esclamò il Barbarò cogli occhietti che gli sfavillavano di gioia:—dunque è venuta?... È nostra, finalmente?!
—Non è venuta lei, ma ha mandato una vecchietta col pegno: la serva, si capisce.
—Fa lo stesso! Dammi qua!—e colle dita un po' tremanti, le strappò di mano la miniatura, e alzò un poco il lucignolo della lucernetta, per guardarla meglio.
Allora la donna, accostandosi al padrone con più sicurezza, gli raccontò minutamente il colloquio avuto colla Filomena, diffondendosi nei particolari che valevano a dimostrare il suo grande ingegno diplomatico. Ma il Barbarò non le badava punto. Era assorto nella contemplazione di quel ritratto e borbottava tra i denti:—Tutta lei!... Tutta lei... con quel collo, con quelle labbra che mi mettevano la febbre!... Con quegli occhi... indiavolati... che si degnavano appena di guardarmi con aria di compassione!—E continuando a fissare il ritratto, il signor Barbarò pensava fra sè, ch'era una di quelle donne lì ch'egli avrebbe voluto avere per moglie....
—Chi sa, chi sa.... Se gli affari seguiteranno di questo passo... un giorno o l'altro, forse, potrò farla vedere in barba a chi mi dà del ladro... dell'usuraio!—E a questo punto un lampo sinistro brillò negli occhiettini dell'omiciattolo. Rimase ancora così assorto per qualche istante, poi infine scotendosi, involtò la miniatura in un pezzetto di carta, la mise nel portafoglio, e ordinò alla Veronica di portargli l'occorrente per scrivere.
Subito la donna fece un po' di posto sullo scrittoio, gli portò tutto ciò di cui abbisognava e il Barbarò cominciò, con grande attenzione e raccoglimento, a scrivere una lettera.
Ma la cosa non gli riusciva facile: cominciò la lettera due o tre volte: poi la riempì di correzioni e di aggiunte e infine la copiò diligentemente. Dopo finito pose l'abbozzo nel portafoglio, e la copia pulita in una busta sulla quale fece la soprascritta:
Alla Pregiatissima e Nobile Signora—La Signora Donna Lucrezia Balladoro—Via della Spiga, n. 7, p. 3º, Città.
—Domattina—disse alla Veronica indicandole la lettera che lasciava sullo scrittoio ad asciugare—la manderai, in ora debita, al suo indirizzo, e lo ripetè:—Via della Spiga, numero sette, piano terzo.
—Come comanda, signor padrone.... E... stasera... devo... devo lasciar aperto il catenaccio?—gli domandò, mentre l'omiciattolo stava per andarsene.
—No.... Chiudi pure.... Stasera dormo a casa mia. Il tuo omo può capitare da un momento all'altro.
—Non ha combinato nulla a Verona?
—Anzi, ha combinato tutto. Avrò la fornitura pel foraggio e viveri di due Divisioni. Ed ora speriamo nella guerra e che la vada!—esclamò ghignando il signor Barbarò; e tornato di buon umore abbracciò la donna al suono dei ciondoli, e le strinse con un piccolo morso la bocca piacente, adombrata di baffettini neri, mentre essa, umile e passiva, accoglieva anche quelle carezze col dovuto rispetto: per lei il Barbarò era sempre in ogni incontro il signor padrone!