—Filomena! Filomena!
—Comandi, signora padrona!—rispose la vecchiarella affaticandosi a tener dietro alla Balladoro che entrava gloriosa e trionfante, con tutto il suo bagaglio, nella camera da letto.
Essa aveva pagato al carbonaio del Gesù, a pronti contanti, la carretta della legna da ardere; aveva anticipato una bàvara alla Filomena perchè pagasse pure illico ed immediato il dolce di crema, regalando poi otto soldi al fattorino che le avea portata la roba.
In quanto alla Filomena, continuava a credere al miracolo. Essa guardava la padrona a bocca aperta, senza nemmeno darle una mano (tanto grande era il suo sbalordimento), mentre questa metteva giù alla rinfusa scatole e involti sul letto, sul cassettone, dappertutto.
Donna Lucrezia appariva alla serva in uno splendore mai più veduto!
Aveva un cappellino nuovo con due gale rosse scarlatte; poi una bella rotonda di panno scuro cogli alamari di giavazzo; poi, finalmente, attorno al collo un boa di color bigio che le scendeva quasi fino a terra. Ma non era tutto: levatosi il boa, Donna Lucrezia slacciò lentamente gli alamari, mostrando, alla Filomena stupefatta, che la rotonda era tutta foderata di astracan.
—Vergine santissima!... E dove ha rubato i danari per fare tante spese?
—Mi sono ordinata anche un bel vestito di grò fleur de thé... un verdolino pisello.... Vedrai, vedrai, piavola, che metamorfosi!... Ma adesso ti raccomando; quando mi verrai intorno, devi aver sempre le mani pulite.
—Non dubiti, non dubiti, padrona!
—Il verde, vecchia mia, è il colore della speranza. Viva l'Italia!... Ormai la giornata dei tiranni "è giunta a sera!" E il lutto, sai, lo dovranno portare gli austriacanti e gli usurai! Bisognava vedere quel cane dello Spinelli: tremava ad un mio cenno!... Fa presto, dammi un fazzoletto da naso perchè ho sofferto l'impossibile!... Guarda, che cosa mi sono trovata nel manicotto!—e le mostrò lo strofinacciolo, che tirò fuori con due dita da una tasca della sottana, e che le buttò tra le mani.
—Oh finalmente, sia lodato Dio!... E ora sta attenta perchè hai da vedere ancora delle cose.... delle cose straordinarie.
Donna Lucrezia si levò il cappello e la rotonda che distese sul letto senza lasciarla toccare dalla Filomena, e incominciò l'esposizione dei vari oggetti, che avea portato a casa insieme col fattorino. Ma prima di farli vedere voleva, per divertirsi, che la donna tirasse a indovinare.
—Che cosa credi che ci debba essere in questa scatoletta?... E in quest'altra?... E in questo involtino?... E in questa cassetta di legno?...
La Filomena rimaneva come incantata: si sforzava per cogliere nel segno, ma non ci riesciva mai. E la padrona a ridere e a canzonarla mentre schierava sul cassettone tutto un bazzarre di roba. Guanti, collane, ninnoli di similoro, pettini, profumerie, saponi "al muschio" involti in carta dorata; e tutto ciò mentre la vecchietta esclamava capo per capo, colla monotonia di un ritornello:
—Oh Vergine santissima! Dove ha rubato i danari per comperare tanta bella roba?!
Il cassettone era tutto pieno, quando Donna Lucrezia prese di sopra a una seggiola un'altra scatola grande di cartone bianco legata con un nastrino rosso e la posò adagio sopra un tavolino ch'era vicino al letto.
—Questa volta se non indovini da te non ti dico nulla!
—Che può mai essere?
—Devi indovinare.
La Filomena ci pensò un pochino: poi esclamò:—È un cappellino per la signorina!
—No. Ho lasciato il mio alla modista, e lo ridurrà per la Mary.
Ci fu un altro momento di silenzio.
—Se non indovini tu, io non ti dico nulla.
—Sarà... sarà un manicotto per la signorina!
—Chè! Non avrà il mio?... Mutata la fodera è come nuovo!
—Insomma, padrona, se non me lo dice lei, non indovinerò in cent'anni!
—Allora guarda, mammalucca!
Donna Lucrezia sciolse delicatamente il nastrino rosso, movendo le dita e tenendo il mignolo alzato, con una grazia quasi rispettosa. Poi tirò fuori un oggetto pesante involto con molta carta velina; levò la carta, lo posò sul tavolino: era un bellissimo calamaio da scrivania, di bronzo dorato, con un busto di Petrarca nel mezzo.
—Ti piace? È Francesco Petrarca; un gran poeta!
—Oh, com'è grasso. Madonna Santa!—osservò la Filomena, che lì per lì non potè celare un certo malumore.
—Eppure è lui tal e quale: io l'ho visto, in un ritratto a stampa, e lo posso dire. Quando saremo alle frutta, subito dopo il dolce di crema—continuò Donna Lucrezia indicando il calamaio—lo porterai in sala e... stammi attenta, piavola, e non far quel muso da addormentata!... e lo devi mettere con garbo, ma senza dire una parola, dinanzi al professore. Ti darò anche un mio biglietto di visita: ho pensato di scriverci sopra "al Cigno di Rialto" e basta!... Vorrei un po' vedere se quell'antipatica della Rosetta e quella grassonaccia malignaza della sua padrona—(l'affittacamere del professore, che era un'altra spina al cuore per la vedova)—sarebbero capaci d'un pensiero così gentile e nobile nello stesso tempo. Oibò, oibò! Avessero anche i danari che ci ho io, tanto e tanto non saprebbero pensarle certe cose: il sangue non è acqua, e la botte dà del vino che ha!
Ma la vecchina stava sempre muta, colla testa bassa, senza più dire una parola.
—Stasera—soggiunse poi Donna Lucrezia andando su e giù per la camera, affrettandosi a metter la roba a posto nell'armadio e nel cassettone—stasera aggiusterò i miei conticini anche con te!
—Faccia il suo comodo, padrona... Io non le ho ancora domandato nulla!—rispose la Filomena, un po' mortificata e anche impermalita per quelle parole.
—Non avertene a male, viscere mie, ma d'ora in poi li terrò io i danari, chè non voglio abbia da ripetersi il brutto caso di stamattina, che mi son trovata asciutta asciutta senza saperlo!
—Come vuole, padrona!
—Farò anche uno spoglio di tutto il mio guardaroba, e i vestiti che non sarà conveniente ridurre per la Mary gli avrai tu, in regalo.... Voglio che tu ti vesta a garbo, diamine!... Si deve subito capire che sei la mia cameriera e non una serva qualunque!
—Sissignora... sissignora: cercherò di contentarla!
La Filomena non ne capiva niente di tutte quelle ricchezze.—Che la sua padrona avesse avuta un'eredità?... Oppure che ci fosse proprio la vincita di un terno al lotto, come aveva dubitato in principio? Quella famosa lettera gialla doveva pure aver portato una notizia straordinaria assai!—Ma siccome poi, alla fin dei conti qualunque fosse, l'avvenimento pareva propizio per la sua padrona, la buona donna si sentiva più che disposta ad accettare la provvidenza ad occhi chiusi.
—Le robe frattanto erano state messe tutte a posto: il calamaio solamente rimaneva in mostra sul cassettone.
—Ed ora lesti lesti a far toilette!... Dio mio, è il tocco e mezzo! Presto comincieranno le visite!
Ma mentre Donna Lucrezia in accappatoio (quello appunto che aveva servito per riparare dalla polvere il tavolino di noce) stava pettinandosi seduta dinanzi allo specchio, indirizzò una domanda alla Filomena, che, se questa fosse stata meno semplice, avrebbe potuto metterla sulla buona via per iscoprire il segreto.
—Chi è stato a darti l'indirizzo dell'agenzia Micotti... non tirarmi i capelli, bada!... e a permetterti di palesare il mio nome?
—Ma....
—Che ma! E perchè diventi rossa?
—M'è stato tanto raccomandato... di non dirle nulla....
—Animo, animo, di' su; e spicciati.
—Una mia parente, la quale per l'appunto si trova al servizio di un riccone, che è il padrone de' padroni di quell'agenzia.
—E chi t'ha dato il permesso di andar in giro a spifferare le mie faccen... Sancta sanctorum, visite; e non sono ancora vestita!—esclamò la Balladoro, interrompendosi a un tratto e con un accento quasi di disperazione.
In fatti una forte scampanellata aveva risuonato nell'anticamera.
—Ah, Gesù benedetto, fate almeno che non sia mia cugina la marchesa!... Dio, Dio, se le fo fare anticamera, quella lì è capacissima di non tornarci più. Corri, Filomena, corri ad aprire, e sia lei o chiunque altro, di' loro che si accomodino e che io vengo subito, subito, subito! Ma guarda di far le cose per bene, mi raccomando!... Andiamo, corri dunque!... No, aspetta un momento!... Pulisciti prima il grembiule.... Ma guarda, beata Vergine, come sei tutta spettinata!... Vien qui che ti aggiusto un poco!—e la Balladoro ravviò col suo pettine le ciocche bianche della vecchina.—Oh così... puzzi di cipolla come una frittata, santi numi!... Va', va' lesta, muoviti, tartaruga!... E mi raccomando: educazione, legna nelle stufe, e cammina diritta!
Rimasta sola, Donna Lucrezia continuò a gemere contro l'avverso destino che le mandava le visite prima ancora ch'ella avesse finito di abbigliarsi.—Tutti gli affari, tutti gl'impicci mi devono sempre capitare al mercoledì!... Ci sono sette giorni nella settimana; ma signori no; è sempre al mercoledì che mi levano il fiato!... Dove ho messa la retina del chignon?... Oh, celesti numi, non la trovo più! Chi sa dove me l'avrà ficcata quella mammalucca della Filomena!... Oh, eccola qui!
Messo a posto il chignon, impomatato il ricciolo in mezzo alla fronte, si preparava a darsi la cipria, quando ritornò la Filomena.
—Chi è?—domandò la Balladoro col piumino alzato, a voce bassa, trattenendo il respiro.
Non era la marchesa di Collalto, ma quasi: erano il conte Prampero di Castelnovo, colla sua figliuola. Allora la stessa gravità del caso le diè coraggio per compiere un'eroica risoluzione: infilò in fretta e in furia la rotonda nuova, e si presentò sull'uscio ai suoi visitatori col viso ancora impolverato di cipria, come un pesce da friggere, e spandendo nel salotto un odore acutissimo di acqua di Felsina.
—Non ho potuto resistere!... Scusatemi, conte mio, se mi presento in disabigliè; scusami tanto, Angelica cara, ma proprio non ho potuto resistere!... Quando ho sentito annunciare il vostro nome, ho indossato la pelliccia... qui fa un freddo da Siberia.... Filomena, metti legna nelle stufe!... e sono corsa da voi isso-fatto!
Il conte Prampero per poco non ebbe la mano storpiata in quelle prime effusioni, e Angelica, abbracciata e baciata con gran trasporto dall'ardente cugina, rimase con le guance e il giubboncino di panno scuro sparsi di cipria. Ella sorrise, arrossì un poco e ricambiò le carezze con un'amorevolezza tranquilla e aggraziata. Era una figura soave di fanciulla bionda: alta, pallida, flessuosa. A chi la vedeva per la prima volta pareva quasi un'apparizione, e dopo non la dimenticava più. Il conte Prampero dalla persona svelta, asciutta, elegante e dai lineamenti del viso dava subito a vedere di essere suo padre, ma pure lo sguardo freddo, altezzoso e i sorrisi brevi, finissimi, i quali facevano l'effetto come di altrettante punture che penetrassero uggiose nell'anima, dicevano chiaro che la rassomiglianza tra il babbo e la figliuola era solamente esteriore: finiva tutta al viso e alla persona.
—Non v'incomodate e non fate cerimonie, Donna Lucrezia. Sono venuto con Angelica, volendo adempiere ad un dovere, ma ci sbrigheremo in due parole...
—No, no; mai, mai! Non vi lascio andare così subito; neppure per idea!... Volete farmi dire: "Non prima vidi il sol che ne fui priva?" E sei proprio un sole, Angelica mia cara!... Un sole di bellezza e di eleganza!
E Donna Lucrezia ritornò daccapo a baciare ed abbracciare la leggiadra fanciulla, che sempre composta e silenziosa tratteneva il fiato e chiudeva le palpebre, come soffocata da quella foga di carezze.
—Vi partecipo,—disse infine il conte Prampero colla sua voce arida, secca,—ho l'onore di parteciparvi il matrimonio di mia figlia con nostro cugino, il marchese Alberto di Collalto.
Donna Lucrezia si alzò in piedi; prese tutte e due le mani del conte, se le strinse sul cuore, e cercò, cercò le parole che fossero proprio degne della circostanza; ma non trovò altro da dire che:—Le mie più vive... le mie più vivissime felicitazioni;—ed anche questo complimento banale le rimase strozzato per via del raffreddore.
Angelica, pallida pallida, abbassava intanto gli occhi azzurri, che avevano sempre un'espressione mesta, come di preghiera, e ch'ella non ardiva mai di tener alzati in volto a suo padre.
—Oh, ma che bella notizia, conte mio garbatissimo!... Che bella notizia!... È un connubio degno dell'Olimpo. È un... è un poema; un poema d'amore!... Ah, chini il capo, gioia mia?! Su, su, chè voglio vederti in tutta la tua felicità e voglio darti un altro bacio perchè m'hai proprio consolata! Hai portato la luce, la primavera; ecco, la primavera nel mio salotto giallo.
Ma la fanciulla non alzò il viso gentile e non ricambiò quel bacio; invece rispose con un tremito, un tremito angoscioso dell'anima sua, alla parola amore.
Donna Lucrezia, preso l'aire, non si fermava più. Portava fino al settimo cielo i meriti sommi dello sposo e la bellezza e le virtù della sposina, e passava in rassegna i più illustri parentadi successi nelle grandi case Bodoero, Collalto e Castelnovo, ma non riusciva a trovare "una coppia migliore (che migliore!) neppure da reggere al confronto col poema, proprio col poema, che formavano insieme suo cugino Alberto e sua cugina Angelica, dimodochè lei veniva ad essere, come per dire, cugina doppia di tutti e due!" E poi faceva gli occhietti dolci, e diventava rossa, fra le chiazze della cipria, figurandosi l'amore e la felicità dei fidanzati, e ritornava seria, impettita quando parlava della soddisfazione vivissima di tutto il parentado; e sdilinquiva dondolandosi sul canapè a proposito della gioia dei genitori. E tutto ciò senza un momento di respiro, come fosse una macchina montata: ora soffiandosi il naso, od asciugandosi gli occhi; ora baciando Angelica e premendosela al cuore; ora alzandosi all'improvviso per stringere un'altra volta la mano al conte Prampero; ed ora lagnandosi del freddo da Siberia, quantunque la sua rotonda fosse foderata d'astracan.
Angelica si sentiva oppressa. Aveva tentato d'interrompere Donna Lucrezia per chiederle notizie della piccola Mary, ma non le era stato possibile. Il conte, seccato, cominciava a fare il broncio, e aspettava impaziente che la figliuola lo guardasse un poco per farle cenno di accommiatarsi e di andar via.
Ma quel giorno doveva essere proprio tra i più felici della Balladoro. Quando già i suoi ospiti si erano alzati e stavano per salutarla, si udì nell'anticamera un'altra forte scampanellata ed entrò nel salotto la piccola Mary seguita dal professore Zodenigo, che avea voluto accompagnarla in persona a casa, per fare la sua visita del mercoledì.
Donna Lucrezia non capiva più nella pelle, gongolando di mostrarsi al caro poeta nel pieno splendore della sua illustre parentela. Essa era tanto confusa che tirava via la poltroncina al conte Prampero per offrirla al professore; poi, visto lo sbaglio, s'affrettava a cedere la propria e la spingeva innanzi, e in fine avrebbe voluto che tutti si mettessero a sedere sul canapè. Ma per altro, cessato appena quel primo sbalordimento, cominciò subito le presentazioni con un gesto ed un inchino cerimonioso.
—Il professore Eugenio Zodenigo, di Venezia!—Poi, chinandosi all'orecchio di Angelica, le disse a mezza voce:—È un celebre poeta!—e subito soggiunse più piano ancora, ma sempre coll'aria di metterla a parte di un altro grande pregio del professore:—Tisico spedito!—Quindi, a voce forte ripigliò:—Mia cugina la contessina Prampero di Castelnovo, che si fa sposa a mio cugino il marchese Alberto di Collalto, i quali, si diceva adesso, diventano, per questa bellissima unione, miei cugini due volte!... Il conte Prampero di Castelnovo, il padre, l'artefice di questo capolavoro di grazia e di bellezza!... Ma accomodatevi, cari miei: accomodatevi come potete. Il mio salottino giallo è un po' ristretto, ma c'è posto per tutti!
Il professore, col fare distratto e con un gran sussiego, salutò chinando il capo circondato da una zazzera enorme, che faceva sembrare il suo visetto ancora più piccolo e sparuto. Invece il conte Prampero, senza muoversi punto, si cacciò le lenti sul naso e cominciò a guardarlo coll'aria di chi sta a vedere una bestiola curiosa assai.
La Balladoro, da signora che sa ricevere, fece subito gli elogi del poeta, citando la lirica: Il Ponte dei Sospiri, e concludendo che appunto in occasione di quel fausto imeneo avrebbe dovuto inspirarsi per un'altra bella poesia da far epoca.
Il poeta, per mostrarsi disinvolto, si arricciava i baffettini incipienti, ma rimaneva muto e nel suo interno si sentiva un poco sconcertato. Capiva di non aver fatto alcuna impressione sull'animo della contessina di Castelnovo e già cominciava a meditare un canto libero contro la stoltezza dei blasoni.
Angelica si teneva abbracciata alla piccola Mary; discorreva, rideva con essa, e proprio non gli badava punto.
Il bel ricciolo nero, impomatato, che il poeta portava in mezzo alla fronte, come la foglia ripiegata di una arancia, e che veniva amorosamente imitato dalla sua padrona di casa, da Donna Lucrezia e dalla figliuola della portinaia, non otteneva nessuna ammirazione da parte della contessina. Essa era tutta affaccendata dietro alla cuginetta; le accarezzava i lunghi capelli ondati, e le baciava il viso gentile e delicato, non ancor bello, ma che prometteva di farsi tale, e che già inspirava simpatia. Anche la bimba aveva il suo povero nasino rosso, gonfio pel raffreddore, e le manucce screpolate dai geloni; però, come vergognandosi, le teneva nascoste sotto la mantellina, e guardava Angelica senza osare di toccarla, e rispondeva alle carezze di lei con uno sguardo affettuoso de' suoi occhi neri neri, che parevano ancora più grandi e profondi in quel viso palliduccio.
—Ma io lo pregherò tanto,—continuò donna Lucrezia insistendo sempre nel suo primo pensiero,—che te lo dovrà proprio fare, sai, Angelica, un bel sonetto.... Sì, sì, professore; glielo dovete fare. Già voi avete l'estro facile. Non siete come quegli sgobboni, santo cielo, che sudano tre giorni prima di trovare una rima!
Non c'era versi: bisognava risolversi e rispondere qualche cosa. Allora lo Zodenigo sospirando, crollando mestamente il capo e mangiando l'erre in un modo che gli faceva dire patia invece di patria e cetaa invece di cetra, mormorò che, "duante il lutto della patia l'esule cetaa imaneva muta."
Il conte Prampero tornò a mettersi le lenti sul naso e tornò a guardare fisso il poeta, mentre Angelica nascondeva il viso dietro la testina della Mary. Anche Donna Lucrezia sentì in quel momento che lo Zodenigo non veniva apprezzato secondo il merito, e però, per fargli onore, voleva ad ogni costo che la bimba si provasse a recitare una poesia del professore, Memorie e lacrime. Ma la bimba, a quell'invito, arrossiva e minacciava di fare i lucciconi, mentre lo Zodenigo con una vivacità che contrastava assai col fare dignitoso di prima:—Non pemetto! non pemetto!—gridò subito come spaventato:—non pemetto assolutamente!
—Modestia, professore; tutta modestia!—La Balladoro non si diede per vinta, e vedendo che la Mary faceva l'ostinata cominciò lei a recitare le prime strofe, senza lasciarsi intimorire dall'autore:
Io canterò. Su quell'avel ti siedi,
Su quell'avel ti sederò d'accanto:
—Smetta, Donna Luchezia, smetta! Sono fanciullaggini!—gridava lo Zodenigo facendosi sempre più rosso e tentando invano d'interrompere la Balladoro che continuava a declamare, dondolandosi:
Ai dì che fûro con la mente riedi;
Cerchiamo un delicato estro nel pian...
Ma finalmente uno sternuto e un po' di tosse vennero in aiuto del professore e le Memorie e lacrime finirono lì.
All'udire que' versi il conte Prampero aveva fatto un movimento drizzando il capo e stringendo le palpebre, come se avesse voluto ricordarsi di un ronzìo che non riusciva nuovo al suo orecchio. Ma Angelica, invece, avea subito capito donde proveniva l'inquietudine del professore; però, buona com'era, ne sentiva pena per lui e volendo aiutarlo a levarsi d'impiccio le domandò di Venezia, e se l'aveva lasciata da molto tempo.
Lo Zodenigo era lì lì per aprir bocca: ma Donna Lucrezia gli tolse la parola, affrettandosi a rispondere in vece sua.
Essa era convinta che que' pochi versi dovevano aver colpito Angelica fortemente, visto che la fanciulla, abbandonata la propria naturale ritrosia, si era subito messa a discorrere con lui. E però le premeva di mostrarsi benissimo informata di tutte le faccende del professore, e di far vedere che la loro amicizia, la loro intimità, erano proprio straordinarie. Poi, a poco a poco, a proposito di Venezia e dei Canti patrii dello Zodenigo, Donna Lucrezia venne a cadere col discorso anche sulla guerra che si sperava vicina, entusiasmandosi per Garibaldi, per Vittorio Emanuele, per Napoleone III e per tutti que' bravi giovanotti che passavano a frotte il confine, e correvano in Piemonte ad arruolarsi.
A questo punto il conte Prampero tornò a fissare la figliuola attentamente, duramente, come se volesse comprimerle con quello sguardo anche i moti dell'anima. Angelica, pallida pallida, abbassava gli occhi, e il respiro del suo petto si faceva più affannoso sotto il giubettino attillato.
Ma Donna Lucrezia era stordita dalle sue stesse chiacchiere, e senza badare ad altro, chinandosi all'orecchio della cugina le sussurrava piano indicandole il professore, che ricominciava ad arricciarsi i baffettini:—Poveraccio, anche lui sognava di arruolarsi, ma io non ho voluto. È tisico spedito!—E così seguitò a chiacchierare, a chiacchierar sempre... e le angosce di Angelica crescevano ad ogni momento. Col sicuro istinto del cuore essa aspettava un nome che doveva allora essere pronunciato, e che rendeva minaccioso l'occhio di suo padre, sempre fisso sopra di lei. Lo aspettava agitata, tremante, ma pure nel tremito suo, insieme colla timida soggezione e collo sgomento, c' era l'ansia segreta di tutto il cuore, dell'anima tutta!... Più la facevano soffrire e la tormentavano per quel nome, e più essa lo amava!
L'amore è dolore: lo sapeva già, lo sapeva bene, la povera fanciulla!
—Insomma: Italia libera e Dio lo vuole! ecco, è proprio così—esclamava con enfasi la Balladoro:—ed è appunto perchè Dio lo vuole, che ogni giorno si vedono cose che paiono miracoli! Finchè, per esempio, corrono ad arruolarsi i giovani del popolo, si capisce: sono abituati agli stenti e alla vita da cani. Ma tutte quelle pòre creature del nostro sangue, cresciute fra gli agi e il lusso e che si mettono a fare il soldato, ma proprio il soldato semplice?... E mi dicono che devono spazzare anche le caserme?!... Figuriamoci che stomaco, Gesù bambino! Eppure scappano via allegri e contenti come se andassero a nozze. E ogni giorno ce n'è una filza di nuovi, e ogni giorno c'è sempre il nome del tale o del tal altro, tutte persone di nostra conoscenza!...
Angelica ebbe un sussulto che sembrò le arrestasse per alcuni momenti i battiti del cuore.
—Lo saprete certo, cugino caro, che è fuggito in Piemonte, per arruolarsi, anche Andrea Martinengo?...
—Già, già; me l'hanno detto... l'ho sentito dire... alcuni giorni fa!—rispose il conte Prampero, alzandosi, senza aspettare che fosse Angelica la prima a muoversi.
Essa celava il viso accarezzando colla sua guancia, che bruciava, la guancia morbida della piccola Mary.
—Noi vi salutiamo, Lucrezia: abbiamo ancora parecchie visite da fare. Quando scrivete a Francesco Alamanni ditegli che speriamo... speriamo di vederlo presto!
—Oh, gli scrivo tutti i giorni, tutti i giorni!—E Donna Lucrezia e la Mary accompagnarono i Castelnovo nell'anticamera.—Dio, Dio, che freddo!... Filomena, la porta!
—Supebiosi, antipatici!—mormorò fra sè lo Zodenigo, rimasto solo un momento. I Castelnovo lo aveano appena salutato con un cenno del capo, senza guardarlo. Pure, ad onta del suo disprezzo, si sentiva più libero assai, adesso che que' due se n'erano andati. Buttò il cappello sopra una seggiola, si sbottonò il soprabito nero e con una mano si aggiustò la zazzera.
Donna Lucrezia ritornò sola perchè la Mary era corsa in cucina colla Filomena.
—Santi numi, santi numi, ho proprio paura di averla fatta grossa, ma grossa come una balena!
—Perchè?
—Ho perduta la testa!... Sono andata a parlare coi Castelnovo di Andrea Martinengo!
—E dunque?
—Caspita! Dicono che ci fosse del tenero fra il Martinengo e l'Angelica!
—O come? Ma se sposa quel maachese... quel maachese...
—Il marchese di Collalto, mio cugino... Sicuro! Ma sarà stato Prampero a combinare questo matrimonio, e con Prampero non c'è da scherzare: quel che vuole vuole! Ma dopo tutto non ho detto nulla di grave; nulla che li potesse offendere, dunque?... "Non ci curiam di loro!" Venite qui, venite qui, tesoro mio; venite qui vicino a me!—E Donna Lucrezia si tirò accanto lo Zodenigo sul sofà.—Come siete bello, oggi!... Come siete elegante!—Così dicendo gli toccava appena colla punta delle dita tremanti, e come per volerlo aggiustare, il ricciolo alla rubacori.—Ed è tutto per me questo lusso? E sono tutte per me queste bellezze?... Sentite, Eugenio, mi dovete proprio concedere che per oggi, giacchè ormai mi avete veduta così, possa restarmene come sono. Mi seccherebbe tanto di dovervi lasciare per ritornar di là a finire la mia toilette!... E poi questa rotonda è tutta foderata di astracan vero...—e ne sollevò un lembo per fargliela vedere di sotto:—e ci sto dentro così bene, calduccia, calduccia!
Lo Zodenigo le concesse il favore richiesto, ma per altro le fece, per suo conto, dei gravi rimproveri. "Non voleva assolutamente ch'ella facesse imparare alla Mary i versi suoi, e tanto meno che li facesse recitare quando c'era gente... Ne andava del suo amor proprio, diamine; ed anche del suo nome d'artista! E poi lei non sapeva scegliere! Si metteva a declamare poesie giovanili... scritte magari al caffè... insieme con qualche amico, con qualche confratello, ed in cui egli non ci aveva messo di suo altro che le idee... perchè già lui era insoffeente di lima!"
—Benedetto da Dio! Benedetto da Dio! Quanta umiltà in questo tesoretto caro, caro, caro!—E la Balladoro gli si accostava sempre più e gli si stringeva addosso, facendo smorfie e leziosaggini. Il suo viso diventava acceso, le narici rosse e piene del naso intasato avevano tremiti nervosi e sulle labbra che si assottigliavano stirandosi e scoprendo le gengive pallide e sdentate pareva errassero ancora quelle parole caro, caro, caro, che non osava ripetere, ma che le prorompevano dal sangue e le sfavillavano dagli occhietti lustri.
—"Cerchiamo un delicato estro nel pianto!..." Quanta malinconia e quanta passione in quattro parolette: un delicato estro nel pianto!... Lasciate che ve lo dica, Eugenio, lasciate che ve lo dica, ma quando volete proprio toccare la nostra corda sensibile, siete un gran mostro!
Lo Zodenigo non disse di no; ma continuò a tenersi in un riserbo pieno di sussiego. Egli voleva rifarsi coll'alterigia sua propria della freddezza del Castelnovo, tanto più avendo avuto una prova chiara e lampante che il suo nome cominciava a godere un certo credito. I biglietti di visita che aveva distribuiti in giro ai librai e ai parrucchieri ottenevano il loro effetto; e per l'appunto in que' giorni avea ricevuto la visita di un ricco signore (con una catena d'oro grossa un dito e un mazzetto di ciondoli che tintinnavano come i sonaglioli de' cagnolini) il quale, senza lesinare sull'onorario, lo aveva subito preso come ripetitore per il suo figliuolo.
E però tutte le donnicciuole che vennero dopo il Castelnovo a visitare la Balladoro furono guardate dall'alto in basso dallo scontroso poeta, precisamente come "quell'antipatico del conte Prampeo" aveva fatto con lui. Ma erano compensate dalla padrona di casa, ancora più espansiva del solito. Essa era felice di poter mostrare e presentare alle sue amiche e protette il famoso "Cigno di Rialto, tisico spedito." Era beata di potersi scusare con tutte loro per il disabigliè in cui si trovava, per la rotonda "tutta foderata di vero astracan" che si era buttata addosso, essendo stata sorpresa, mentre ancora faceva toilette, da suo cugino il conte Prampero, venuto colla figliuola per partecipare, prima a lei che ad ogni altro, il matrimonio della contessina di Castelnovo col marchese Alberto di Collalto, "i quali venivano in tal modo a essere due volte suoi cugini!"
Il professore ascoltò tutto il giorno, senza muoversi mai dal suo posto, la continua ripetizione di que' medesimi discorsi. Poi, quando Donna Lucrezia (verso le cinque, dopo una mezz'oretta che non c'era più gente) gridò alla Filomena che avea finito di ricevere, perchè anche lei, infine, sebbene fosse mercoledì, aveva diritto di fiatare, lo Zodenigo, che conosceva le abitudini della casa, si alzò e andò vicino alla stufa a riscaldarsi le mani.
Allora succedeva sempre un altro po' di tramenìo nel salotto giallo, che veniva mutato in sala da pranzo. Gli album, le strenne e i ritratti di tutti i nobili parenti andavano a finire dietro al canapè; la Filomena capitava tutta frettolosa colla paletta a levare la brace dalla stufa, che portava in cucina per metterla sotto la casseruola. Donna Lucrezia andava e veniva, anche lei tutta in faccende: dava un'occhiatina ai preparativi del pranzo; assaggiava il brodo col mestolo, faceva qualche raccomandazione alla Filomena, annusava lo stufatino e preparava il piatto dell'antipasto, ammucchiando con garbo il salame e il prosciutto sopra un limone col burro intorno e con qualche fiorellino fresco. Quel giorno, dopo essere, stata in cucina, passò in camera sua; cambiò il fazzoletto da naso, scrisse il bigliettino che andava messo dinanzi al busto di Petrarca, tornò a guardarsi bene la rotonda, alla quale in tutte quelle ore non aveva potuto dare se non qualche occhiata furtiva; si provò il cappellino nuovo, trovò che le stava d'incanto, si sparse il viso di cipria, e poi, udendo il poeta che fischiettava, si sentì felice appieno, e in un impeto di contentezza non potè trattenersi dal mormorare ancora, con una fregatina di mani, corocochè, corocochè!
Alla fine del pranzo fu presentato il calamaio al professore dalla piccola Mary. La Filomena, cocciuta, colla scusa che aveva da preparare il caffè, volle spuntarla col non esser lei che portava il regalo "a quel tisico da commedia!" Ma il pensiero gentile, il bigliettino e il benessere che si sentiva intorno per quel desinaretto gustoso, finirono col commuovere il professore, il quale, smessa la boria, cominciò a sorridere, a ravviarsi i capelli ed a mettere a parte Donna Lucrezia delle sue glorie letterarie. Fra le altre raccontò la visita ricevuta del ricco signore, e ne disse il nome.
—È uno dei signooni di Milano!—aggiunse poi, dondolandosi sempre sulla seggiola e guardando Francesco Petrarca con uno sguardo benigno, da collega non invidioso:
—E volete che io non lo conosca? Ma non è un signore: no; bisogna fare la distinzione, tesoro mio: è un ricco, un riccone e niente più. E sapete, Eugenio, chi glieli ha dati i primi quattrini?... Sono stata io.... Figuratevi, era il mio portinaio!
Il poeta guardò la Balladoro, e per la prima volta gli sembrò una donna maravigliosa.
—Oh, per me ha sempre avuto grande reverenza. Trema ancora, si può dire, ad un mio cenno!...
Intanto la piccola Mary passava in cucina tutta la serata, aspettando per andare a dormire che, partito il professore, le riducessero a uso di lettino il divano dell'anticamera. La Filomena le puliva col grembiule un canto della tavola, e la fanciullina vi si metteva co' suoi libri a studiare. Ma poi quando l'altra, finito di rigovernare, le si sedeva vicina rattoppando qualche straccio suo o della padrona, la Mary alzava dal libro la testina palliduccia e voleva sempre che le parlasse della mamma, che la vecchia avea veduta tante volte alla messa.
E la Filomena, sonnecchiando, ripeteva tutte le sere le medesime cose colle medesime parole, e tutte le sere, vedendo la bimba che la guardava ansiosa, senza mai perdere una sillaba, finiva sempre dicendole così:—Era buona come una santa, era bella come una madonna, e aveva gli occhioni neri neri... e dolci dolci... proprio come i tuoi!
Il signor Barbarò (i suoi dipendenti per andargli a genio lo chiamavano con questo nome, perchè da lui preferito), il signor Barbarò non nascondeva il disprezzo olimpico che sentiva per lo Sbornia.
"Figurarsi! Un ubriacone incretinito che voleva mettersi anche lui a fare l'Italia!... Non ne aveva buscate a dovere quando, insieme con quell'altro bel matto del Garibaldi, era corso a difendere la rep... pubblica Romana?" E nel pronunciare questa parolaccia, repubblica, il signor Barbarò, batteva doppio il pi, gonfiando le labbra e ghignando. "Allora, a Villa Corsini, gli era toccato un colpo di baionetta che per poco non lo mandava all'altro mondo, senza il passaporto! Ma la lezione non aveva giovato; lo Sbornia non era uomo: era un otre ripieno di vino e di acquavite!" E il Barbarò rimbrottava aspramente e teneva muso alla Veronica, perchè non sapeva comandare al marito. "Già, era sempre stata una fannullona non buona ad altro, che a mangiare e bere."
Tuttavia non bisogna credere che Pompeo ci si scalmanasse per affetto: oibò! Si arrabbiava e gridava perchè non volea perdere lo Sbornia che gli era divenuto più che mai necessario.
—Dove trovare un altro uomo di fiducia che fosse sicuro come il Micotti? Un altro bestione così ignorante e così devoto, onesto fino allo scrupolo verso il suo principale e nello stesso tempo pronto a sfidare anche la galera, pur di eseguire ciecamente un ordine ricevuto?
Lo Sbornia era bravissimo pei conti, e fuori dei conti non capiva un'acca: non parlava mai, discuteva ancora meno, e lasciava ragionare al padrone. No, no!... non si poteva trovarne un altro a meno di non farselo fare apposta dal Padre Eterno!... E le preziose doti che ornavano un tal uomo si erano svelate appunto anche in que' giorni coll'appalto delle forniture militari concluso a Verona, tra il feldmaresciallo Ignazio Teimer (per conto del governo austriaco) e la ditta Micotti e C. In quella circostanza poco mancò che lo Sbornia non fosse processato; e le truffe commesse dai fornitori furono così numerose e incredibili da diventare quasi leggendarie fra le gesta dei birbaccioni.
Il Barbarò, sempre tenendosi al sicuro dietro lo Sbornia, che egli faceva girare e muovere con lunghi fili, come i burattini, era riuscito a corrompere mediante raggiri e grosse mance alcuni impiegati addetti alle sussistenze militari; in tal modo le ruberie si commettevano a man salva e quel negozio delle forniture fruttò tesori alla ditta Micotti e C. Ma il rischio era tutto del Micotti e i quattrini entravano nelle tasche del compagno. Perciò premeva molto al principale di non perdere il suo gerente, e temendo che all'aprirsi della guerra coll'Austria egli volesse ritornare con Garibaldi, ogni volta che si trovavano insieme, si metteva a predicare contro gli esaltati, che rovinavano la famiglia per scappare in Piemonte a farsi bastonare.
È chiaro come la luce del sole: l'Austria lo sonerà ben bene l'esercito alleato! E l'uomo di proposito, caro mio, non dimentica mai che i primi e sacrosanti doveri sono verso la famiglia. Uno scapolo, può ancora fare il matto, se gli gira. Ma un padre di famiglia che si lascia attirare da simili pagliacciate?... Chè! Merita di essere impiccato, senza processo.
Un giorno, verso la fine di aprile del 1859, il Barbarò passando da Verona avea invitato a pranzo lo Sbornia alla Regina d'Ungheria, e in tutto il tempo non avea fatto altro che dir roba da chiodi dei volontari, di Garibaldi e del Re di Sardegna. Lo Sbornia, come al solito, rimaneva muto, a capo basso. Ma pure, certe volte, pareva distratto: disegnava sgorbi e cifre sul piatto con uno stecchino, e allontanava il bicchiere quando l'altro gli voleva versar da bere. Simili novità non isfuggivano punto all'occhio sagace del padrone il quale, perduta la pazienza, cominciò anche a minacciarlo direttamente:
—E ricordatelo bene: se ti frullasse nella zucca di tornar da capo colle quarantottate, io butto la Veronica e il tuo scimmiotto in mezzo alla strada!
Lo Sbornia, sempre assorto ne' suoi pensieri, continuava a disegnare le sue figurine.
—Hai capito? Alza il muso quando parlo.... Hai capito?
—Sì, signor padrone!
Ma Pompeo non si chetò: anzi gridò ancora più forte e quando, finito il pranzo, andarono al passeggio lungo il Listone di Piazza Brà, continuò a brontolare e a minacciare, fermandosi ogni tanto per dar più forza alle parole; e il predicozzo durava ancora, che arrivavano alla locanda; e seguitò lungo le scale, e quando il Barbarò fu sull'uscio di camera sua, dove il Micotti lo aveva accompagnato, gli ripetè a mo' di conclusione:—Non ho ragione, bestiaccia!
—Sì... signor padrone.
—E ricordati che parlo pel tuo bene!
—Sì, signor padrone! La ringrazio e... buona notte, signor padrone!... Buona notte!
Pompeo entrò in camera e sbattè l'uscio in faccia allo Sbornia. L'altro, mentre il Barbarò spariva, alzò il capo e lo guardò cogli occhi imbambolati, in cui c'era la mestizia affettuosa d'un can barbone che abbia ricevuto dal padrone un calcio immeritato.
La mattina dopo, quando Pompeo si svegliò, credeva fosse ancora presto e si voltò nel letto per riaddormentarsi.
Il Micotti, appena arrivata la prima posta, soleva venire a destare il padrone, battendo all'uscio della camera, e a portargli la corrispondenza.
Pompeo si voltò e si rivoltò nel letto, ma non gli riusciva di ripigliar sonno. Aprì del tutto gli occhi e s'accorse che era giorno ben chiaro; il sole traspariva giallo e lucente dietro le persiane. Si drizzò per guardar l'orologio che aveva sul tavolino accanto:
—Per Dio!...
Erano le nove!
—Sta a vedere che quell'animale me l'ha fatta, ed è scappato via coi miei danari.
Tutto sconvolto, suonò strappando quasi il campanello.
—Sono stato una gran bestia!... Non mi dovevo fidare!...
Saltò fuori del letto per aprire l'uscio al cameriere, poi si ficcò di nuovo sotto le coperte.
Il cameriere entrò, e spalancate le finestre gli consegnò una lettera.
—Chi l'ha portata?
—Il signor Micotti.
Pompeo, presa la lettera in fretta, la scorse tutta con un'occhiata.
"Illustrissimo signor principale,
"Lui a ragione da vendere ma io sono una bestia e o il bruciore che non posso più e parto domandandole perdono e assicurandolo che se torno indietro sarò sempre suo umilissimo servo e intratanto l'avverto di aver passato all'Amministrazione la ricevuta del vaglia bancario per quelli dinari che o spedito, come da suo ordine a Milano.
"Stii bene come sempre li ugura.
Verona li 30-4-1859.
"Suo devotis. e umiliss. servo
"Micotti."
—Meno male che non è scappato coi soldi!—pensò subito il Barbarò consolandosi un poco.—Ma è sempre una canaglia! Piantarmi in asso proprio in questo momento!... Con tanti affari che ho sulle braccia!... Canaglia, canaglia, canaglia!... Mah!—e Pompeo sospirò mettendo la ricevuta nel portafoglio:—è sempre stato il mio destino, di seminar benefizi e raccogliere ingratitudine... Pezzo d'asino!—borbottò poi rileggendo la lettera più attentamente—non mi raccomanda nemmeno il suo figliuolo come se fossi obbligato di mantenerlo!... Pezzo d'asino!... Se torna indietro davvero gli farò ripassare il confine a suon di calci!
Ma invece, appena giunsero le prime notizie della guerra, la collera del Barbarò parve acquetarsi; a mano a mano, le vittorie di Palestro, di Magenta, di Varese, di Solferino gli riempirono il cuore di patriottica gioia, e i Francesi e i Piemontesi non erano ancora arrivati a Milano, che già splendeva all'occhiello del suo abito una bella coccarda tricolore. Era un presente della Balladoro che ne aveva fatte tre "colle sue proprie mani." Una per Francesco Alamanni, un'altra per il professore Zodenigo ed una terza per l'avvocato Spinelli.
Ma l'Alamanni era partito anche lui con Garibaldi, e Donna Lucrezia non sapendo come fargli avere la coccarda e avendo bisogno di una piccola sovvenzione, pensò di farne un presente al Barbarò, sebbene quella vecchia testarda della Filomena brontolasse assai per il cambio.
—Taci là, piavola! La verità innanzi tutto, e la proclamo altamente!... Quel bonomo del Barbarò (adesso non lo chiamava più Barbetta nemmeno la Balladoro) è sempre pieno di attenzioni e di premure per la Mary, ed io che non ho una patata al posto del cuore, non posso non mostrarmene sensibilissima!
La coccarda fu accettata con piacere e anche l'anticipazione fu concessa.
In quei giorni gli affari del Barbarò andavano a gonfie vele.
—Mi ci vorrebbe una guerra ogni tre anni!—mormorava spesso fregandosi le mani.
La sconfitta degli Austriaci gli era stata assai vantaggiosa. A cagione del precipizio della ritirata, i magazzeni erano rimasti pieni di foraggi e di viveri che la ditta Micotti e Compagno, dopo aver venduti al governo austriaco, non si sa bene con quali frodi, riuscì a rivendere all'esercito alleato.
E non solo intascò molti quattrini, ma anche, in quell'occasione, Pompeo Barbarò cominciò a gustare il profumo degli onori.
Trovandosi a Brescia per sorvegliare, senza troppo dar nell'occhio, i suoi affari, avea fatto distribuire negli ospedali dove giacevano i feriti parecchie casse di limoni guasti che erano state protestate alla ditta Micotti dall'Intendenza Militare.... Pochi giorni dopo questo fatto, gli capita da Milano una gazzetta sotto fascia: l'apre, la spiega, e trova una corrispondenza da Brescia segnata in rosso e firmata p. E. Z. In essa egli veniva elogiato e segnalato come esempio di filantropia e di patriottismo per l'elargizione fatta delle casse di limoni.
—È il poeta, non v'ha dubbio, è il poeta della vecchia matta che ha voluto scrivere questa buffonata! p. E. Z. Sicuro!... professor Eugenio Zodenigo!... È un tiro birbone!... Proprio, un tiro birbone!
Ma per altro non se n'ebbe a male, anzi quell'improvvisata di vedersi stampato sulle gazzette gli colorì di rosso per un attimo le guance olivastre. Lesse più di una volta gli elogi fatti al suo bel cuore, e la sera scrisse ai gerenti della ditta Micotti per sapere se nei magazzeni vi fosse nient'altro di guasto da regalare ai martiri della patria.
—Non occorre farsi sbudellare—pensava con soddisfazione—per compiere azioni patriottiche!—E il giornale lo chiuse a chiave in un cassetto, iniziando così, forse senza nemmeno pensarci, l'archivio storico di casa Barbarò.
Intanto era successa all'armistizio l'inattesa pace di Villafranca; Garibaldi, soffocando nella grande anima gl'impeti generosi, avea sciolto il giovane esercito dei Cacciatori delle Alpi, vittorioso a Varese, a Como, ovunque si era battuto; e lo Sbornia ritornava a Milano con un braccio al collo, e si presentava smagrito, affranto e a capo chino, come un colpevole, dinanzi al signor padrone.
Il pover'omo, che era rimasto tranquillo e freddo in mezzo alle fucilate, in quel punto avea paura: si aspettava una sfuriata terribile; temeva di essere scacciato. Ma invece, con suo grande sbalordimento, il principale gli si precipitò nelle braccia, piangendo di tenerezza e di gioia!—Sono qui, signor padrone—balbettò lo Sbornia che aveva sempre la sua faccia assonnacchiata:—sono qui per... per domandarle perdono anche stavolta, e se ha da comandarmi la servirò in modo da rifarla del tempo perduto.
—Tempo perduto il combattere per l'Italia?—esclamò il Barbarò scandalizzato:—ma tu mi ritorni bestia, come quando sei partito?!
Pure si rabbonì subito e volle accompagnarlo in persona in Via del Pesce, godendo di farsi vedere in giro col garibaldino ferito.
Già in ogni cosa Pompeo sembrava molto mutato. Era diventato un gran politicante, aborriva lo straniero, e anche in cuor suo, non sapeva perdonare a "quei cani di Tedeschi" la misera fine di Giulio Alamanni.
"Un agnellino" pensava "a cui sarebbe bastata una paternale, e che doveva esser morto dallo spavento!... Lui sì, se non avesse avuto giudizio sarebbe stato impiccato per davvero!... A poco a poco andava sempre più persuadendosi di aver scampato il martirio soltanto per la sua furberia..." e raccontava allo Sbornia e alla signora Veronica che "a' suoi tempi era andato anche lui molto vicino alla forca." E rideva compiacendosene, ogni volta che rammentava col suo gerente le gesta della ditta Micotti e Compagno.
—Gli abbiamo conciati pel dì delle feste quegli zucconi di croati!... Ma, in fine, non è stato altro che una restituzione... Erano danari nostri, sacrosantamente nostri, che i ladroni ci aveano rubati!
Un giorno, dopo pranzo, prese dal cassetto, dove era chiusa, la Gazzetta colla corrispondenza da Brescia e la lesse allo Sbornia, senza dire per altro chi l'aveva scritta.
Io non dò peso alle lustre dei giornali; voglio soltanto farti vedere che la mia parte, in certo modo, l'ho fatta anch'io!
Ma la letizia del Barbarò non fu di lunga durata, e quando si cominciò a buccinare intorno ai moti delle Sicilie, tornò a mostrarsi di cattivo umore. "Quel Garibaldi era un matto ambizioso, che voleva rompere l'uova nel paniere a papà Camillo!"—E in quanto a te—predicava allo Sbornia—che a suo tempo hai mostrato di averci il fegato, adesso sei in dovere di insegnare la prudenza e la moderazione... Dobbiamo conservarla questa Italia, che ci costa tanto sangue e tanti milioni!... Un'altra guerra!... Bravi: come se già non fossimo scorticati abbastanza dall'esattore!
Poi si metteva a sghignazzare giocherellando colla mano nei ciondoli dell'orologio.—Bei matti!... Vogliono andare a Napoli, a Palermo, come se si trattasse di fare una gita di piacere! Ma e i Borboni?... Non li contate per niente i Borboni?... Non sapete che hanno uno zampino in tutte le corti d'Europa e che sono protetti dalla diplomazia e dallo stesso gabinetto delle Tuilliri?
Lo Sbornia come al solito non rispondeva nulla. Lo stava a sentire sempre rispettoso e mezzo intontito; poi una bella mattina volò a Genova, e di là a Quarto, dove fu imbarcato sul piroscafo il Lombardo della compagnia Rubattino.
Il Barbarò anche questa volta montò in furia.... Ma anche questa volta il buon successo dell'impresa lo acquetò, e dopo aver maledetto alla partenza il garibaldino, come un ostinato ubriacone, pericoloso per lo Stato e senza cuore per la famiglia, andò a riceverlo al ritorno proclamandolo un eroe.
Solamente una terza volta, dopo Aspromonte, il ritorno fu non meno burrascoso della partenza. Il signor Pompeo inferocito mise fuori dell'uscio il povero Sbornia; non voleva più riceverlo, non voleva più vederlo, e non lo riprese al servizio se non dopo molte preghiere e più che altro "per riguardo" diceva "verso Donna Lucrezia, che si era intromessa in favor suo."
Fra il Barbarò e la Balladoro c'era un grande screzio d'opinioni in politica, e si accapigliavano spesso; ma tuttavia quei battibecchi non guastavano punto la loro amicizia, e dopo essersene dette di cotte e di crude, il Barbarò finiva sempre coll'offrire la mano alla nobile avversaria, che la stringeva con effusione esclamando:
—Amici come prima, coinon!
In fatti, mentre Pompeo si mostrava più ministeriale degli stessi ministri, Donna Lucrezia gridava e smaniava schierandosi fra i malcontenti. Il giorno della redenzione era arrivato, ma non erano arrivati i quattrini, e però la vedova fegatosa aveva giurato che tutti i Governi erano ladri allo stesso modo, e che il comando doveva passare in altre mani, se si voleva diventare i sovrani del mondo, come i Veneziani d'una volta. "Su questo proposito ne sapeva lei più degli altri, perchè avea avuto dogi e dogaresse nella sua famiglia."
Ogni volta che fumava uno di quei fetenti sigari di Virginia lo strizzava forte fra le dita, e faceva boccacce per mostrare quanta fatica ci volesse a tenerlo acceso; e dovea confessare "per onor del vero" che gli altri erano più buoni assai.
Con Napoleone terzo l'aveva a morte: lo chiamava sempre coll'apostrofe hughiana "Napoleone il piccolo!"
—Dopo aver proclamato ai quattro venti "l'Italia libera dall'Alpi all'Adriatico" si era fermato a Villafranca, il traditore!, e a sti pôri martiri—così dicendo indicava lo Zodenigo, che sospirava—el ga interdetto il suolo natìo!
Il poeta che in que' tempi di guerra stava col collo fasciato da un fazzoletto di lana bianca a cagione del deperimento lento, ma continuo, della sua salute, accompagnava coi gemiti le sfuriate dell'amica fedele, ma per altro col volgere degli occhi e coi cenni del capo approvava sempre quanto diceva il Barbarò, mostrandosi pure assai preoccupato "dell'equilibiio euoopeo."
E oltre all'equilibrio dell'Europa, egli badava molto anche al suo proprio, e professava due politiche opposte: una in versi e l'altra in prosa. Nei versi, che facevano andare in visibilio Donna Lucrezia, e montavano la testa alla Rosetta e, una dopo l'altra, alle sue varie padrone di casa, era repubblicano; nella prosa, che scriveva per le gazzette e leggeva adagio al signor Barbarò, faceva il moderato costituzionale. Ma d'altra parte, lui non poteva perdersi a fare il dilettante, e i giornali moderati, sovvenuti sempre dalla gente danarosa, pagavano meglio degli altri. Nè una così palese contraddizione gli toglieva credito presso al Barbarò: tutt'altro! Dacchè il precettore si era fatto giornalista, Pompeo lo trattava con molta deferenza; lo invitava spesso a pranzo, calmava le gelosie di Donna Lucrezia, e spendeva molte buone parole colla Rosetta. Di rado, ma gli faceva pure qualche imprestito, sempre su cambiali che rinnovava coll'aumento dei frutti, per tenerselo legato, e non volendo rimetterci del tutto il denaro suo, si tratteneva in conto il mensile delle lezioni, e si faceva scrivere o correggere dal poeta la corrispondenza giornaliera. Poi gli apriva il cuore intorno ai propri disegni e alle proprie aspirazioni. Il Barbarò sentiva di non aver fatto abbastanza col dono delle casse di limoni, ed era disposto a maggiori sacrifici verso la patria, alla quale, più che altro, desiderava offrir l'aiuto della sua esperienza e della sua generosità. Egli, insomma, avrebbe voluto cominciare a prender parte alla cosa pubblica. E aveva creduto di mettersi in buona vista facendo figurare il suo nome ogni qual volta dai giornali venivano aperte sottoscrizioni per sovvenire ai pubblici disastri, o per erigere monumenti. Liberalità che pure lo angosciavano in segreto, e alle quali cercava di rimediare con qualche nuova strozzatura della ditta Micotti.
Ma l'opinione pubblica gli si mostrava contraria. Essa accettava il suo danaro, senza voler sapere della sua persona; e il povero Barbarò, dopo tante spese, non era mai stato eletto, nemmeno fra i membri di un comitato di Beneficenza! Questo era il guaio, non si aveva fede nelle sue ricchezze.—Dov'erano i milioni del Barbarò? Chi li avea veduti? Chi li avea contati?... E la gente diffidava di lui, lo aveva in sospetto, mormorando prudentemente:—danari e santità, metà della metà. Intanto gli invidiosi frugavano nel suo passato, sussurrando che avesse fatto la spia nel quarantotto; che avesse avuto parte nelle tenebrose operazioni della ditta Micotti nel cinquantanove: insomma che si fosse arricchito colle bricconate....—Arricchito?... Uhm!... Se pure anche le ricchezze sue non erano simulate e prese a prestito come il nome di Barbarò!
—Imbecilli!—mormorava Pompeo sogghignando, mentre accumulava nel cuore odio e disprezzo contro quella gente boriosa e timida che non lo voleva accogliere e che pur non osava di francamente respingerlo.—Imbecilli... e vigliacchi! Vuol dire che ancora non mi credono ricco abbastanza! Ma ciò non conta. Verrà il giorno che li avrò tutti ai miei piedi; verrà il giorno che sarò il padrone di Milano, e allora... Allora inalzerò una statua all'orefice del Gobbo d'oro che mi ha insegnato, per il primo, dove vanno a finire i minchioni!
Ormai egli avea trovato la buona strada e non l'avrebbe abbandonata più. Il suo passato non gli faceva paura. Egli era in pace colla coscienza e con Domeneddio e non temeva le calunnie degli sfaccendati. Non c'erano la Balladoro e la piccola Mary per difenderlo, per testimoniare in suo favore?
Egli avea mantenuto alla povera Betta "che gli era morta fra le braccia" quanto le aveva promesso, e ne' suoi disegni avvenire pensava di rendere all'Alamanni molto più di quella bagatella delle cinquanta mila lire, che infine avea avuto cura di amministrare e impiegare vantaggiosamente, per conto della povera figliuola!
Dunque la coscienza non gli rimordeva, anzi ne meritava l'approvazione. Con messer Domeneddio era in buoni termini; perchè sentiva messa tutte le domeniche in una data chiesa, vicino ad un certo altare di una Madonna miracolosissima, avendo notato che ogni qual volta avea mancato di andarci, gli era sempre toccata nella settimana, per combinazione, una qualche contrarietà. E proprio con un senso di superstizioso terrore si sentiva obbligato a soccorrere la Mary Alamanni, e a proteggerla; e voleva associarla alla sua fortuna, come fosse un talismano che gli dovesse tener lontano le disgrazie. Soltanto avea pensato al modo di riuscirvi senza spogliarsi, in tutto o in parte, dei quattrini suoi: e il modo lo avea trovato facilmente.
—Perchè la signorina Alamanni non avrebbe sposato Giulio Barbe... Barbarò? Non aveva quattrini? Pazienza; egli era un uomo di cuore, e avrebbe chiuso un occhio. Come sarebbero rimasti maravigliati alla notizia di un simile matrimonio tutti quei moralisti senza un soldo, che gli gridavano la croce addosso, e lo chiamavano "strozzino!" E poi sarebbe cresciuto il suo credito. Chi avrebbe dubitato della solidità della casa Barbarò, quando il figlio unico del principale potea darsi il lusso di un matrimonio d'amore?... E poi c'era bisogno di un po' di sangue nobile nella famiglia... e poi il nome degli Alamanni era di moda, era un nome patriottico e... e a questo punto pensava:—Sono pochi i galantuomini come me, che mantengano fino allo scrupolo i giuramenti fatti a una morente.... e senza testimoni!
"Povera Mary! Povera figliuola, se non ci fosse stato lui a tenerla d'occhio e a impedirle di morire di fame!... Sola con quella balorda della Balladoro e con quel matto dello zio Francesco avrebbe certo finito male!..."
L'Alamanni era uno dei capi del partito di azione. Aveva fatte tutte le campagne con Garibaldi, lo avea seguìto a Sarnico e ad Aspromonte, e adesso teneva viva l'agitazione per la conquista di Roma. Però non stava mai fermo in un luogo ed era stato poche volte a Milano, e sempre per pochi giorni. Aveva dato ampia procura all'avvocato Spinelli perchè le briciole che ancora potevano rimanere del patrimonio Alamanni, ormai libero dalla confisca, fossero interamente devolute alla Mary, sperando per tal modo di provvedere bastantemente ai bisogni della nipote: e bastantemente in fatti ci avrebbe provveduto, se non ci fossero stati in più i cappellini e le sciarpe della zia, e i pranzettini del poeta. Per conto suo avrebbe continuato a vivere dando lezioni d'inglese in Italia... e occorrendo d'italiano in Inghilterra.
Con Pompeo Barbetta, il suo antico portinaio, Francesco Alamanni non si era mai incontrato in casa Balladoro; e ciò per opera di Donna Lucrezia, la quale si era ben guardata anche dal metterlo a parte delle sovvenzioni ricevute.
—È inutile spifferare tutti i pettegolezzi a mio cugino Francesco—avea raccomandato la Balladoro allo Spinelli:—quel puritano senza testa non avrebbe l'abnegazione di sacrificare i propri principii all'utile di nostra nipote!... Così, per Francesco Alamanni il nome del Barbarò non figurò mai altro che come quello di un creditore nei rendiconti dell'amministrazione.