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XIII.

"Al signor Andrea Martinengo, Capitano d'artiglieria, 8º reggimento, 2º Corpo d'armata.

"Ferrara per la Mèsola.

"Non le posso scrivere altro che due righe sole e molto in fretta per mandarle, come le ho promesso, il mio indirizzo. Siamo arrivati ieri (ma son già stata alla posta e sono contenta) e il quartierino che abbiamo preso in affitto è ancora sossopra e orribile a vedersi con quell'aria antipatica e insopportabilmente borghese delle camere ammobiliate! Ma per altro è vicino alla spiaggia, e la vista è stupenda. In due o tre giorni spero ridurlo bene. Il salotto ha poi un piccolo terrazzo, e quando lo avrò assettato a modo mio con tutti i ritratti che ho portato da Villagardiana, e con tutti i miei bibelots (non ricordo come si dice in italiano) sarà grazioso assai.

"Povera Villagardiana!... Non la rivedrò più!...

"Certo, non potrebbe figurarsi in che stato mi trovo in questi giorni. Tutta sossopra anch'io, come il mio quartierino, ma non mi sarà tanto facile di assettarmi. Io stessa non mi riconosco più; sono un'altra donna. La marchesa di Collalto è sparita: non è rimasta che la povera Angelica.... La sua Angelica... (sempre—sempre—finchè vorrà lei!). Anche in mezzo allo sbalordimento, ciò che mi agita e mi preoccupa di più sono le notizie della guerra; e non mi lasciano quasi nè il tempo, nè la testa da pensare a tutto il resto. Mi sento come intronata....—E poi tutto è successo in un modo così improvviso e precipitoso, che mi par ancora di sognare. Ricordo solamente che quando partimmo da Villagardiana piangevano tutti.... La moglie e la figlia del fattore, parevano poi come matte: io ho voluto che mi abbracciassero, povere donne! Il giardiniere, si figuri, non è stato buono di dirmi nemmeno una parola... ma mi ha riempita tutta la carrozza di fiori...—i miei fiori di Villagardiana!—e ha detto alla Mary che voleva licenziarsi, perchè senza i suoi padroni non avrebbe più potuto vedersi in que' luoghi.

"Quanto a me, se le dicessi... devo proprio dirle tutto, Andrea? Se le dicessi che... è strano... ma tutti questi cambiamenti, non mi hanno fatto il senso che dovevano farmi. Non so perchè, ma tante sventure mi hanno resa più tranquilla, per un altro verso. In fine si ha il diritto di vivere!... Non è vero, Andrea?... E poi posso piangere liberamente; posso essere triste; non devo fingere un'allegria che non provo, una tranquillità che non ho. E questo è già un bene, un gran bene, che non sapevo di trovare nel mio nuovo stato. Tutti credono che io sia malinconica e nervosa per una ragione sola; ma invece... ce n'è un'altra.... Un'altra che....—Tanto se non l'indovina, Andrea, è proprio inutile che le dica di più.

"Oggi per altro, sono assai più calma. Ho letto i giornali (pensi, Andrea, che cosa sono giunta a fare!) e dicono che forse da noi non ci sarà nemmeno la guerra, perchè l'Austria abbandonerà il Veneto, volendo concentrare tutte le sue forze contro la Prussia. Sarà vero, mio Dio?... intanto questa speranza mi fa essere quasi contenta. Vedendomi un po' serena, mi dicono che sono una donna forte. Sono i primi complimenti che ricevo; e mi hanno fatto diventar rossa rossa, perchè proprio non li merito!...

"Com'è bella Santa Margherita Ligure, e come mi fa piacere ch'ella ci sia stato! Così, mi può vedere, non è vero, a Santa Margherita Ligure? Mi vede alla Cascatella, allo scoglio della Immacolata, a Villa Tarsia?...—Com'è bella Villa Tarsia!

"Mi dica per altro se a Santa Margherita c'è stato solo. Si ricordi che voglio saperlo. E poi questo soggiorno mi piace anche perchè non si vedono tutti quegli inglesi, uggiosi e antipatici, tutti colla stessa faccia di cartapesta, che guastano tanto la bellezza di San Remo e di Nizza riducendo quella riviera come un gran giardino d'hôtel; gente intenta, che consulta il Baedecker anche per guardare il tramonto, o il levar del sole!

"Vedesse... ma già li ha veduti, e non è vero che sono meravigliosi i tramonti di questi paesi?...—Avesse visto ieri sera che cosa è stato di bello!...—Bello per me, perchè appunto non era quello che si usa dire un bel tramonto. Ma mi piaceva di più! Mi piaceva tanto!... Il cielo aveva una striscia... ma proprio come un bel nastro d'oro; il resto tutto bleu cupo. Il mare nero, furioso; e sulla spiaggia un branco di pecore, che correvano spaventate!... Ho pensato che sarebbe piaciuto molto anche a lei. Io non posso descriverlo e poi... ho sempre paura di scrivere sciocchezze (e loro signori delle armi dotte, devono essere un pochino pedanti), ma mi ha fatto tanto, tanto pensare!...—Ci sono anche gli ulivi. Gli ulivi come a Villagardiana! (E la Casina delle Romilie, si rammenta?) A me piacciono tanto gli ulivi: sembrano figure vive. Che contrasto fra quei tronchi enormi, contorti, tormentati in mille guise, straziati, si direbbe, dal dolore, e quelle foglioline pallide e gentili!

"Ed io guardando il mare, il cielo, i miei fiori di Villagardiana (sono ancora belli: si conservano belli, poveri fiori, per farmi l'ultima festa) sento un nome salirmi dal cuore alle labbra, e riempirmi gli occhi di lacrime. Lacrime non più di dolore, ma di tenerezza, di beatitudine: Andrea, Andrea.

"Quante volte, in un giorno, dirò Andrea? È più forte di me... e quando guardo il mare, il cielo, i miei poveri fiori devo dire... no, non dico Andrea, ma mi esce dall'anima inconsapevole, come un sospiro.

"Sa? Vuol ridere? Le prime volte che scrivevo Andrea, mi sentivo diventar rossa rossa.... Ma adesso non mi succede più: Andrea, Andrea, Andrea, Andrea!

"Stefanuccio è stato molto buono in questi giorni. Qui poi ha trovato altri ragazzi coi quali ha subito fatto amicizia; e si mostra molto meno salvatico che a Villagardiana. Io ho ricominciato oggi stesso le mie lezioni. Lo fo leggere, e gl'insegno a scrivere. E, guardi combinazione: la lettera che scrive meglio è l'A grande. Ma sarà perchè è la prima dell'alfabeto... la prima che ha imparata, non è vero?

"Adesso bisogna proprio che finisca: è già tardi; o mi chiamano giù, alla spiaggia. Poi bisognerà trovar il modo di correre alla posta!... È qui vicino. Che vergogna ieri, quando ci sono andata a prendere la sua lettera. Era la prima volta, pensi, che andavo alla posta! Tremavo tutta!... devo essere diventata di mille colori.... Non ho avuto il coraggio di dire il mio nome; ho mostrato il biglietto di visita. Ma è una donna qui che dispensa le lettere (una donnina giovane, con una bella faccia da buona) e ciò mi ha dato coraggio. Poi, c'era la sua lettera (l'ho veduta subito nella casellina!) e non ho pensato più ad altro.—Com'è stato buono di scrivermi! Così ho cominciato la mia vita a Santa Margherita con lei.... La prima lettera ricevuta qui è stata la sua: la prima scritta da me è questa... per lei.

"Bisogna proprio che finisca. Le scriverò più spesso che potrò... sempre!... Il più difficile sarà l'uscire per impostare le lettere, e per andarle a prendere. Sapesse che diplomazia mi ci vuole, per uscir sola!

"Sempre Andrea, sempre."

"Riapro la lettera, perchè avevo dimenticato l'indirizzo. Per ora, scriva sempre al mio nome, ferma in posta. Ma mi scriva almeno tutti i giorni, e più a lungo. L'ultima lettera era di cinque pagine sole, e scrive così largo che bastano due parole per riempire una riga!

"Io non posso vederlo lei alla Mèsola; sapesse come mi rincresce di non esserci mai stata!... Dev'essere un bel posto, per altro. È così un bel nome: la Mèsola! E poi... non so figurarmi che possa esser brutto un paese dov'è lei!...

"Bisogna che finisca. Sempre! Sempre!

"Mi dica il nome dei suoi cavalli, e che cosa fa la sera alla Mèsola. Si ricordi che voglio saperlo!"


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XIV.

Nel frattempo la ditta Micotti e Compagno aveva subìto una leggiera modificazione nel titolo: si chiamava adesso Micotti e figlio. E mentre il buon Giulietto, il figlio del signor Barbarò, era sempre tenuto allo scuro di tutti gli affari, Beppe Micotti invece, il figlio della ditta, cominciava a diventare, ancora giovanissimo, il factotum del principale. Il signor Pompeo lo chiamava spesso a Villagardiana, a preferenza dello Sbornia; lo mandava in giro per commissioni delicate, e oltre a valersi dell'opera sua, certe volte ne ascoltava anche il parere, cosa che con lo Sbornia non gli era mai accaduta. Insomma, in genere di imbrogli e bricconate, Beppe Micotti pareva proprio un piccolo portento; e appunto, come i geni, si era rivelato di colpo. Espulso dall'Istituto Tecnico, dove rubava i libri dei compagni (e per innata passione al commercio, andava a rivenderli dal tabaccaio), il signor Barbarò non sapeva più in casa che diavolo farne. Fra le tante, pensò di impiegarlo in Ragioneria, dopo aver ordinato allo Sbornia di picchiarlo ben bene, in via premonitoria. Ma subito, negli affari, il giovane Micotti manifestò un ardore di cui non avea dato nessuna prova a scuola; e in pochi mesi acquistò importanza presso il padrino che lo istruiva e lo guidava, non senza ripetergli di tratto in tratto che non doveva ingrassare mangiando il pane a ufo, come facevano suo padre e sua madre.

Lo Sbornia, sempre maltrattato dal principale, tranne in quei pochi giorni di gloria goduti nel cinquantanove e nel sessanta, dacchè poi il figliuolo era entrato nell'amministrazione della ditta era stato messo affatto da parte, colla patente di bestione rimbambito.

—L'ho giubilato—diceva il signor Pompeo.—Adesso non ha proprio più altro da pensare, che a ubriacarsi e far l'Italia.

Se non che, bandito dagli affari, lo Sbornia era stato subito preso dalla moglie, e rimesso nelle sue antiche attribuzioni di facchino e di sguattero. La florida signora Veronica, alla quale col crescere degli anni erano cresciuti anche i baffetti e ogni altra cosa, non gli parlava quasi mai altro che a cenni, e quando lo vedeva insonnolito digerire l'acquavite insieme all'amarezza di non essere più adoperato dal principale, lo faceva muovere coi pugni e gli spintoni. La signora Veronica aveva sempre disprezzato il marito guardandolo di mal occhio; ma adesso, poichè il poveraccio era stato abbandonato dal signor Barbarò, non lo poteva più soffrire. Tutte le sue tenerezze erano per Beppe, che amava ciecamente fino all'idolatria, obbligando lo Sbornia a servirlo in tutto come un padrone. Se per caso le succedeva col marito di nominare il figliuolo, essa non diceva mai "il nostro Beppe," ma "il mio Beppe," e con una cert'aria che pareva un'ammonizione. Bisognava vederla la signora Veronica quando ammirava il figliuolo tutto lustro negli abiti smessi del padrino, che gli stavano a pennello! Aveva le lacrime agli occhi e avrebbe voluto mangiarselo dai baci, se non fosse stata trattenuta dalla paura di sciuparlo e anche da una certa soggezione. Bisognava vederla quando si trovava presso il suo Beppe, mentre questi parlava d'affari serio serio, colla faccetta da vecchio mariuolo!... Allora pareva si gonfiasse per la superbia; camminava dondolandosi fiera, colle mani sui fianchi, e faceva cenno allo Sbornia di correre a spazzolargli l'abito, o a lustrargli le scarpe.

In quanto a Beppe Micotti, egli rimaneva indifferente a quella grande tenerezza della veggia. Che il desinare fosse pronto all'ora fissata; che la sua roba fosse sempre ben in ordine, e che non mancassero i bottoni alle camicie: ecco tutto quanto gli premeva, e domandava all'affetto materno. E nemmeno col genitore usava molti complimenti: non si degnava mai di guardarlo in faccia; non gli parlava altro che per dargli ordini o per strapazzarlo; gli faceva portar l'acqua, spazzare lo studio, e se sbagliava in qualche commissione gli dava dell'addormentato e della bestia. Solamente, ricordandosi gli scappellotti ricevuti in passato, lo teneva in una certa considerazione per la sua forza muscolare, e non essendo di natura molto coraggioso, si faceva accompagnare dal vecc quando si metteva in viaggio con somme di danaro; e fu pure in sua compagnia che andò la prima volta a Villagardiana a eseguire gli ordini del sciur, com'egli chiamava il Barbarò.

Partiti i Collalto, il signor Pompeo era ritornato stabilmente a Milano, e ciò per due ragioni: perchè a Villagardiana, così disabitata e vuota, non ci si poteva più vedere, e perchè i contadini avevano minacciato di volergli fare la festa.

In fatti c'era gran fermento a Villagardiana contro il nuovo padrone. Quelle famiglie di coloni e di piccoli fittaiuoli che, di padre in figlio, si trovavano già da vari secoli alle dipendenze dei Collalto o dei Castelnovo, odiavano e mormoravano contro il signor Pompeo, quel forestiere ladro e assassino, che aveva traditi e spogliati i buoni signori, non vergognandosi nemmeno di cacciarli dai loro antichi possessi.

"Ma una volta o l'altra—dicevano fra loro—con una buona schioppettata faremo le vendette del Marchese!"

Poi, oltre a questo sentimento naturale, oltre alla vecchia ruggine che nutrivano contro il Barbarò per le taccagnerie che aveva fatte appena assunta l'azienda dello stabile in società coi Collalto, erano tutti sossopra temendo le innovazioni, che certo avrebbe voluto introdurre per intascar più quattrini, adesso che era solo a comandare. E i contadini si riferivano a vicenda, spaventati, le spilorcerie e le angherie commesse dal medesimo signor Pompeo a Panigale, dove la gente gli aveva affibbiato il soprannome di mercante di pellagra.

Pompeo Barbarò non aveva amore all'agricoltura. Egli voleva solo cavare dalla terra, come dagli uomini, il maggiore interesse possibile. "E siccome la terra" diceva lui, uso a guadagnare in altre operazioni il cento per cento, "era ladra e mangiava più quattrini che non rendesse", così per rifarsi, almeno in parte, faceva digiunare chi la lavorava.

Povera gente! Per una fetta di polenta cattiva, innaffiata con acqua il più delle volte corrotta, doveva ammazzarsi sotto la sferza del sole, fra i miasmi delle risaie, lavorando giornate eterne, che cominciavano alle due, alle tre del mattino, e non terminavano che alle sei o alle sette della sera!... E non mai un momento di ristoro; non mai il conforto d'un bicchier di vino! Que' contadini magri, gialli, sfiniti battevano i denti per la febbre e morivano di pellagra; ma per il grosso debito che avevano col padrone, non erano più liberi di lasciare il suo servizio, se non per essere portati al cimitero o allo spedale.

E per gli affamati il lunario segnava sempre cattivo tempo.

—Da noi tempesta ogni anno!—mormoravano cupamente.

In fatti se l'annata era stata prospera, il padrone sequestrava tutto il raccolto per rimborsarsi del suo credito; se invece era stata cattiva, infuriava contro i contadini, come se fossero loro che potevano far la pioggia o il sereno, e rinfacciava loro il misero sacco di polenta che doveva ancora anticipare.

Ma poi, se per avventura uno dei coloni spinto dall'estremo bisogno si arrischiava di chiedere al signor Barbarò un qualche piccolo restauro alla casuccia (erano tutte catapecchie in rovina, umide e malsane), allora cascava il mondo addirittura, e Pompeo si metteva a smaniare e a gridare in mezzo alla corte: "che tutte quelle bocche non avevano nè coscienza, nè discrezione!... Erano i villani che gli divoravano il patrimonio, e poi pretendevano ancora di essere alloggiati come principi!"

"Guai se fossi stato tanto minchione da appagare una sola di quelle ridicole pretensioni!" diceva poi il Barbarò con Don Rosario, il cappellano di Panigale. "In tal caso i bisogni si sarebbero moltiplicati all'infinito. I villani erano per natura avidi, furbi e viziosi. A lasciar fare a loro, avrebbero levata anche la pelle al povero padrone!"

Don Rosario approvava sempre e subito quanto diceva il signor Barbarò, da cui riscoteva le prebende, curvandosi come di scatto a mezza vita, con una mossa sussultoria, accompagnata da una risatina acuta e squillante, che pareva il chicchirichì d'un galletto.

Era costui un pretino giovane e paffutello, con certi polpacci che avrebbero fatta la fortuna di una ballerina, e che solo pareva delegato a essere il rappresentante della buona digestione presso quel popolo di affamati. Fuorchè nell'inverno, si vedeva sempre, roseo e saltellante, passeggiar per la Cura in pantofole, senza il nicchio, e coll'ombrellino di tela bianca foderato di verde. Ma del rimanente poteva vantarsi, e si vantava in fatti, di far sempre il suo dovere. Se qualcuno stava per crepare, non rifiutava mai di andarlo a benedire, magari di notte; e le domeniche e le altre feste, sebbene non obbligato, faceva anche un po' di predica prima dell'Elevazione. Era di solito un sermoncino in cui raccomandava l'amore al lavoro, l'obbedienza e la fedeltà al padrone; e finiva esortando que' cenciosi all'elemosina (spillava loro anche il quattrinello!), assicurandoli che la vita terrena non era altro che passaggio e preparazione alla vita celeste, e che per ciò coloro "che più tribolavano di qua, dovevano consolarsi perchè il Signore li avrebbe fatti più contenti di là."

Il Barbarò, quando capitava a Panigale, era sempre arrabbiato. Di solito non si fermava mai più di un giorno, ma per tutto quel giorno non faceva altro che gridare, minacciare, strapazzare. I contadini cominciavano a spaventarsi appena scorgevano la sua carrozza, e correvano inquieti e sbigottiti a darsene l'annunzio:

El padrun!... El padrun!... Guarda, guarda che vegn el padrun!

Ma poi se il Barbarò si fermava anche a pranzo a Panigale, invitava sempre Don Rosario a tenergli compagnia: e allora dinanzi alla zuppiera fumante cominciava a calmarsi, e alle frutta diventava umanitario, e avvicinando al cappellano la bottiglia di Barolo stravecchio, si metteva a predicare contro i radicali e i liberi pensatori che volevano spingere il mondo a fare un salto nel buio:—Sono matti; matti da legare!

—Senza testa....

—E senza cuore. Don Rosario; senza cuore! Quando avranno tolto alla povera gente anche quell'ultimo briciolo di fede....

—In un avvenire migliore...—interrompeva il cappellano bevendo adagio, a centellini, e schioccando le labbra.

—....che conforto, domando io, resterà loro?

—Mah!

—Mah!... E chi allora potrà più governarli? Tenerli sotto? Farli lavorare? Dovremo spendere di tasca nostra e rovinarci per mantenerli in prigione a non far niente!

—Guai, guai! Grossi guai!—rispondeva Don Rosario sospirando; e a sua volta avvicinava adagio adagio al Barbarò la bottiglia polverosa, toccandola con rispetto e guardandola con ammirazione.

—Per me, dico la verità—continuava il signor Pompeo, diventando sempre più espansivo—dico la verità, quando sono stato così balordo da infognare i danari miei in terreni, che a stento rendono il tre, il quattro per cento, e ho comperato Panigale, ho levato molti abusi, ho introdotte grandi economie nell'amministrazione, ma il cappellano, il medico e il veterinario non li ho voluti toccare!

Allora cominciava Don Rosario a dir le lodi del buon cuore e della filantropia veramente cristiana e illuminata del signor Barbarò, il quale godendosi gli elogi fatti a fin di tavola, quando appunto l'uomo, come il coccodrillo, è più facile a intenerirsi, si sentiva quasi commosso, e persuadendosi di essere proprio un padrone umano e caritatevole, vuotava a poco a poco un'altra bottiglia nel bicchiere di Don Rosario e nel suo, lamentandosi perchè in paese lo chiamavano mercante di pellagra!

Don Rosario non sospirava più, ma soffiava, e stentando a tener aperti gli occhi (era solito a schiacciare un sonnellino durante il chilo) lo ammoniva che "non bisognava aspettarsi dagli uomini il compenso delle nostre buone azioni, ma dal Signore che le notava incancellabilmente sul suo gran registro del dare e dell'avere!"

—Sicuro!—concludeva il Barbarò, cominciando pure a sonnecchiare, mentre il caffè si raffreddava:—è sempre stato il mio destino quello di seminare benefici e raccogliere ingratitudine!

Ma appunto a Villagardiana non ne volevano sapere dei benefici del signor Pompeo. Dopo la rottura avvenuta coi Collalto, egli era diventato di giorno in giorno più aspro, più cattivo, e sempre più tirchio. Ormai che gli era fallito anche il bel disegno per entrare e spingersi nel gran mondo, non cercava più tanto nemmeno di salvare le apparenze. Aveva messo tutti i suoi pensieri, tutta la sua volontà, tutto il suo cuore negli affari, soltanto negli affari, e con una foga da disperato. "Aveva perduta la partita?... Ebbene col danaro, con molto danaro avrebbe preso la rivincita!... Che importavano i mezzi?... Era il fine che voleva, che dovea raggiungere."

Pareva sentisse insieme colla smania e colla febbre di far quattrini, anche un senso strano di rabbia e di odio contro tutto il genere umano; pareva ch'egli godesse nel danaro che ammucchiava, oltre al piacere di averlo per sè, anche il gusto di averlo tolto agli altri. Le persone ammodo lo scansavano, mormorando ch'egli era un disonesto?... Ebbene, lui se ne vendicava con un'alzata di spalle, e rispondendo, col solito ghignetto, ch'erano "una folla di spiantati e di pitocchi!"

"E la marchesa di Collalto?... Ah, ah! non era stata detta ancora l'ultima parola! Chi sa, chi sa che un giorno o l'altro non avesse trovato anche la biondina in fondo a un sacco di marenghi!"

Pompeo Barbarò aveva finito per sentire antipatia e dispetto contro Villagardiana. Borbottava sempre che l'aveva pagata troppo cara, che gli rendeva pochissimo, e intanto cercava tutti gli espedienti per cavarne il maggior frutto possibile.

Sotto i Collalto, i fondi erano in parte affittati e in parte dati a mezzeria; invece il signor Pompeo trovò più utile di tener tutto il fondo a mano. Ma un tale cambiamento nell'amministrazione importava grandi spese, e lui non voleva saperne. Allora ideò e fece il suo piccolo colpo di stato: aprì il librone dov'eran notati i debiti dei contadini, e intimò loro, su' due piedi, di saldare le partite: era un procedere nuovo e disumano; tutta quella povera gente che da un momento all'altro si vedeva ridotta in miseria, gridava disperata, invocando pietà; ma non ci fu rimedio. Il padrone, sordo alle preghiere e alle lacrime, sequestrò ai fittaiuoli e ai mezzadri il bestiame, gli attrezzi agricoli, tutte insomma le stime vive e morte, e così ebbe quanto gli occorreva per i suoi disegni senza sottomettersi a nuove spese. Una sera per altro che se ne ritornava a Brescia in carrozza fu preso a sassate mentre passava sotto il Monte del Corno, e se non lo accopparono dovette proprio esserne grato alle buone gambe dei cavalli e al suo cocchiere.

In seguito a questa piccola dimostrazioncella il Barbarò rimase parecchio tempo senza lasciarsi vedere a Villagardiana: mandava in vece sua Beppe Micotti, il quale appunto vi capitò la prima volta in compagnia del vecc; ma dopo vi andò anche solo, tranquillamente.

Appena arrivato s'era messo a dire del sciur roba da chiodi. "È un cane senza cuore! Gli s'attaglia benone quel nomaccio di mercante di pellagra!... Lo avevano pigliato a sassate? Bravissimi; meritava di peggio. Anche loro due," e con un cenno del capo indicava lo Sbornia, che senza parlare e senza ascoltare stava intontito a guardar le rondini che volavano stridendo intorno ai nidi del porticato, "anche loro due ne dovevano sopportare di tutti i colori; ma non c'era cristi: gli eran caduti nelle mani e bisognava piegare il collo! Così, per altro, non la poteva durare. Doveva venire il giorno del redderationem.... Oh, se doveva venire!" E in tal modo, dopo aver lusingato quella buona gente e essersi fatto un po' compassionare, Beppe Micotti eseguiva gli ordini ricevuti senza correre alcun rischio, nemmeno ripassando sotto il Monte del Corno.

Ma poi, oltre a questi, egli aveva cominciato a rendere al padrino altri servigi più importanti assai.

In quel frattempo la ditta Micotti e figlio aveva assunto in appalto la doppia fornitura delle scarpe e dei fucili per il corpo dei Volontari, e Beppe Micotti, istruito in proposito dal Barbarò, che viaggiava continuamente da Milano a Brescia per tenerlo d'occhio, si comportava in modo di non far perdere alla ditta la bella fama che si era già guadagnata in simili imprese durante la guerra del cinquantanove.

Tuttavia il signor Barbarò, quantunque avesse fatto concorrere i Micotti a quell'appalto, ce l'aveva sempre con Garibaldi e i Garibaldini. Brontolava, sogghignando, che "l'eroe dei due mondi" non era altro che un ciarlatano e un falso democratico, dominato dalla più sfrenata ambizione; un orgoglioso che non voleva sottomettersi a nessuno, e che avrebbe anche disfatta l'Italia, che costava a tutti tanti sacrifici, per la smania di mettersi a fare il dittatore!... Se non fosse stato più superbo di Lucifero, doveva contentarsi, come il Cialdini, di ottenere il comando d'un corpo dell'esercito regolare, senza accrescere le difficoltà al povero Lamarmora, e senza portare un nuovo colpo alle nostre finanze. Per il Barbarò l'esercito dei Volontari aveva questo solo di buono: in que' giorni difficili liberava il paese dai matti e dalla canaglia: c'eran tutti con Garibaldi! Ma il guaio serio sarebbe stato al ritorno delle bande indisciplinate e armate di tutto punto!...—Chi sa, che cosa andava a succedere!...—E forse fu per ragioni di prudenza, che i fucili forniti ai Garibaldini dalla ditta Micotti e figlio non eran altro che ferravecchi.

Pure, ad onta dello sue ire e de' suoi timori, Pompeo Barbarò fu molto contento quando seppe che suo figlio, il buon Giulietto, era partito improvvisamente da Milano, senza dir nulla nemmeno alla Mary, per raggiungere a Sarnico un reggimento di Garibaldini.

—Bene, benone!—pensava il Barbarò, rosicchiandosi le unghie.—Bene, benone! Non si sa mai che cosa debba accadere nella vita, e un giorno o l'altro mi può essere utile anche di avere un eroe in famiglia. Questo prova intanto che ho educato mio figlio con buoni principii.... E... se per caso tornasse al mondo Don Miao.... E poi intanto che il ragazzo è a Sarnico, e quando, dopo, sarà andato in Tirolo, io avrò sempre una scusa eccellente per rimanere a Brescia a tener d'occhio gli affari miei. "Non ci sono già" potrò dire "perchè abbia interessi colla ditta Micotti, ma perchè voglio essere vicino il più possibile a mio figlio.... al mio unico figlio, per bacco!"

Intanto Garibaldi era arrivato a Genova da Caprera, e da Genova correva dritto a Como, a Lecco, a Bergamo a passarvi la prima rivista dei suoi Volontari, seguìto dappertutto dai voti degli uomini liberi e dalle speranze degli oppressi... e anche dai brontolamenti del signor Pompeo. L'entusiasmo ognor crescente per Garibaldi lo infastidiva e lo irritava sempre più: finiva coll'odiarlo quell'uomo che aveva l'amore di tutto un popolo, l'ammirazione di tutto il mondo.

Il Barbarò, dopo la speranza di un grosso guadagno sulle forniture, due altre ne aveva riposte nella guerra; e cioè che Andrea Martinengo ricevesse una palla nello stomaco (magari una palla di cannone) e che a Garibaldi toccasse la peggio. La morte del Martinengo lo avrebbe reso felice; la sconfitta "dell'eroe dei due mondi" gli avrebbe ridato il buon umore.

"Era tempo di finirla con quella mascherata delle camicie rosse!"

E la sera in cui Garibaldi appunto era aspettato a Brescia, dove teneva il suo quartier generale, il Barbarò rimase solo solo e imbronciato in un cantuccio del Caffè del Duomo.

La grande sala, sempre affollata e risonante pel frastuono allegro delle voci e il continuo via vai della gente, quella sera era vuota e deserta: tutti erano alla stazione; tutti erano andati incontro a Garibaldi.

Pompeo borbottava:—Gl'Inglesi hanno ragione da vendere, quando ci chiamano la carnival nassion! Con una guerra terribile alle spalle, non si pensa ad altro che alle feste e alle luminarie. Matti; matti da legare!

Ma così solo si annoiava. Sbadigliò, fece alcuni conticini, col lapis, sul tavolino di marmo, poi pensò ch'era meglio andare a dormire, e chiamò, per pagare, il cameriere. Questi si faceva attendere: approfittando dell'occasione s'era ritirato anch'esso in un altro cantuccio, e faceva un sonnellino.

—Crist'... oforo!—gridò Pompeo, battendo stizzito sul tavolino, colla ghiera del bastone.—Sono andati con Garibaldi anche i camerieri?!...

Tommaso, il buon Tommaso del Caffè del Duomo, si svegliò allora tranquillamente, si avvicinò bel bello, e fissando il cabarè, cominciò a fare il conto ad alta voce colla sua solita cantilena:

Venticinque del caffè; cinquanta del cognac; trenta del scifone: uno e cinque per servirlaa!

Pompeo buttò una lira e due soldi sul vassoio.

—Grazie al signoree!

Ma il buon Tommaso, svegliato del tutto oramai, desiderava fare un po' di conversazione; e però mentre con una mano teneva sollevato il vassoio e coll'altra, servendosi di uno strofinaccio, asciugava il tavolino, domandò sorridendo:—Il signore è rimasto solo stasera?

Il Barbarò non rispose.

—Tutta Brescia—continuò l'altro senza scomporsi—è alla stazione per veder Garibaldi. Ci sarà in moto, dicono, un ventimila persone!... Ed io sono inchiodato qua dentro, cane d'un mestiere!... Lei però, che ci poteva andare, com'ha fatto a star fermo?

Il Barbarò guardò il cameriere di traverso, cogli occhiettini loschi, rispondendo sgarbatamente:

—Io non sono nè uno spensierato, nè un matto!

Il buon Tommaso ritto, sempre col vassoio in mano, fissò alla sua volta l'avventore, ma con un'aria sospetta e punto benevola.

—Io penso al mio povero figliuolo—continuò Pompeo sospirando—e non ho volontà di divertirmi.

—Il signore ha un figliuolo con Garibaldi?—domandò premurosamente il cameriere.

—Già; con Garibaldi. Un figlio unico.

—Unico?

—Unico e solo!—Così dicendo il signor Pompeo cercò un piccolo medaglione fra il mazzetto di ciondoli, lo aprì, e mostrò al cameriere il ritratto di Giulio Barbarò, vestito da Garibaldino.—Deve arrivare a Brescia domani o doman l'altro, e ci son venuto apposta per vederlo, e per essergli più vicino!

Il buon Tommaso che aveva guardato il ritratto, tornava a guardare il Barbarò, ma con un'espressione di simpatia.

—Non ho altro che lui al mondo!... Mia moglie, poveretta—continuò Pompeo, che aveva notato il cambiamento—è morta nel quarantanove, sicuro; in seguito allo spavento di quella notte terribile in cui erano venuti i Tedeschi in casa nostra per...—ci pensò un poco, e poi gli scappò detto—per condurmi al patibolo!—E a questo punto come se avesse paura di lasciarsi vincere dalla commozione di quei ricordi, si alzò bruscamente, esclamando forte nell'andarsene:—Buona sera!

—Buona sera, signore!—rispose il cameriere, assai rispettosamente, e senza la solita cantilena.

Appena uscito dal Caffè del Duomo, Pompeo Barbarò era lì lì per sentirsi commosso; aveva finito col crederci un po' a quanto aveva raccontato. Ma poi, giunto che fu sotto i portici, la lunga fila di portici che attraversa il cuore della città da Piazza Vecchia al Corso del Teatro, cominciò di nuovo a brontolare storpiando le parole:—Carnival nassion! Carnival nassion!

I portici erano pieni di gente di ogni età, di ogni condizione. Signore e donne in capelli, uomini del popolo e ragazzi scamiciati; e tutti si avviavano in festa verso il Corso del Teatro, animati tutti da uno stesso pensiero, Garibaldi; tutti con una sola parola sulle labbra, Garibaldi; tutti con un'ansia sola nel cuore, vedere Garibaldi!

Il Generale doveva essere arrivato, e il suo quartiere era stato fissato all'Albergo d'Italia, in faccia ai portici del Teatro; poco lungi dall'Albergo del Gambero, dove aveva preso alloggio Pompeo Barbarò. Questi per schivare l'ingombro della gente affrettò il passo: voleva ritornare all'albergo colle costole sane!... Pure, non ci fu verso; arrivato in fondo ai portici dovette fermarsi. Tutto il Corso era pieno, stipato dalla folla che chiudeva gli sbocchi come una muraglia, e che gridava acclamando ad ogni ripresa dell'Inno di Garibaldi, continuamente ripetuto da una banda ormai fiacca e stonata. Quei mille e mille occhi volevano rivedere Garibaldi al balcone dell'Albergo; quei mille e mille cuori volevano infiammarsi ancora alla sua voce, alla sua parola; volevano sentire dalla bocca stessa dell'Eroe la promessa della vittoria.

—Adesso per Garibaldi non mi è più permesso di andar a dormire!—borbottò Pompeo sbuffando.—E poi lo chiamano il campione della libertà!

Ma aveva un bell'agitarsi: non riusciva a sbucare.

—Ecco la libertà che abbiamo guadagnata!... Evviva la libertà!

Pure anche Pompeo, senza avvedersene, rimase attratto dalla commovente imponenza del nuovo spettacolo, e sempre brontolando si avviò passo passo, con un muso lungo un braccio, verso l'Albergo d'Italia.

"Poichè si trovava lì, e non era possibile di andar a dormire, voleva vederlo anche lui, questo Garibaldi!"

Camminava sempre sotto il portico e contro il muro per schivare la gente che guardava di mal occhio, quando a un tratto esclamò:

—Ah, ah, lo Sbornia! Stasera ne avrà bevuti dei bicchierini alla salute del Dittatore!

Lo Sbornia era vestito da volontario. Adesso che c'era l'aiuto di Beppe Micotti aveva potuto arruolarsi senza che gli toccassero prediche. Appoggiato a una delle colonne dei portici, cogli occhi intenti verso il terrazzo dove da un momento all'altro sarebbe apparso Garibaldi, stava immobile e muto come una cariatide. Pompeo gli si avvicinò battendogli sopra una spalla. L'altro si voltò lentamente, ma poi riconosciuto il padrone si rizzò subito toccandosi il berretto.

In quel punto, da tutta la folla, uscì un immenso evviva, un tuono, un uragano di evviva. Il vecchio volontario non pensò più al principale; lo dimenticò affatto, e agitando il berretto verso il terrazzo, mormorò colla voce cupa e rauca:—Viva il Generale!

—Taci, ubriaco!—grugnì piano Pompeo; ma intanto anche lui dovette alzare il capo e guardare Garibaldi.

In un attimo in tutta quella moltitudine rumoreggiante non ci fu più un grido, una parola, una voce: Garibaldi cominciava a parlare.

—Non si capisce niente!—borbottò Pompeo, stringendosi addosso allo Sbornia.

Invece la voce dell'Eroe, limpida e squillante, si diffondeva chiara nello spazio: le sue parole erano un saluto di amore, un inno alla libertà, una promessa di vittoria.

La folla, delirante, rispose ancora con un grido solo, ma in cui c'era la voce e il cuore di tutti:—Viva Garibaldi!

I petti balzarono; parve tremassero le case alte sotto il cielo stellato.

Garibaldi salutò sorridendo: biondo, come la leggenda cristiana immaginò il Nazzareno; sfolgorante nella camicia rossa, rischiarato dalla luce fantastica delle torce a vento, non era più un uomo, ma una apparizione, un mito. Era il simbolo della patria, era l'incarnazione della gloria.

Pompeo, soggiogato, drizzò un'altra volta gli occhiettini miopi verso il terrazzo; ma il fremito della folla non penetrava in lui. Egli era solo in mezzo a quel mare di gente. Pure un senso di sconforto e quasi di avvilimento si era fatto strada nell'animo suo. Sentiva, capiva per la prima volta che vi era al mondo qualche cosa di più potente, di più grande del danaro; qualche cosa superiore alla sua intelligenza e al suo cuore; qualche cosa di alto, di ben alto; a cui montando in piedi su tutti i suoi milioni, non avrebbe mai potuto avvicinarsi d'un punto.

—Ecco—pensava—se potessi anch'io avere una folla a' miei piedi, e farmi battere le mani, e gridare evviva!... Allora, chi sa, anche quell'orgogliosa che adesso mi disprezza, avrebbe per me un po' d'ammirazione... e... forse forse....

Ma fu un baleno. L'immagine della marchesa Angelica vinse subito il senso di abbattimento da cui era stato preso. L'odio e l'ira gli si ridestarono nel cuore e con tanta forza che, non potendo più contenersi, si sfogò contro lo Sbornia che continuava ad agitare il suo berretto:

—Diventi matto, buffone?!—gli gridò piano, fra i denti, tirandogli un pugno nella schiena.

Il Garibaldino si voltò colle guance accese, coll'occhio non più instupidito, ma scintillante; fissò in faccia il suo padrone e gridò, ma gridò forte, levando alte le braccia:—Sì!... Viva; viva il Generale!

Pompeo ghignò con un'alzata di spalle e non disse più una parola. Lo sprezzava troppo; non si voleva confondere! In quel momento avrebbe desiderato, invece, che tutta la folla fosse piena di debitori suoi, per averla in pugno e vendicarsi; oppure che capitasse improvvisamente un buon squadrone di cavalleria per caricarla e disperderla!

In quanto poi a Garibaldi, gli sarebbe piaciuto di trovarsi insieme con lui, a quattr'occhi, e domandargli:—Dica un po', signor predicatore, quando l'avrà fatta questa Italia, chi pagherà le tasse e darà da mangiare agl'Italiani?!


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XV.

La carriera dello Sbornia, dal quarantotto alla campagna del sessantasei, non era stata molto splendida: si era fermata al principio; era rimasto soldato semplice. E ciò perchè non aveva mai domandato nulla nè ai superiori, nè ai compagni, nè al governo del suo paese. Quando Garibaldi chiamava i Volontari sotto le armi, egli si presentava a un comitato di arrolamento e non faceva altro che dire il suo nome e cognome. Soltanto nel sessantasei aveva fatto valere le sue campagne, perchè al comitato si facevano difficoltà ad accettarlo, stante gli anni, che non eran pochi. E un'altra grazia domandò pure in quell'epoca ed ottenne; di entrare nello stesso reggimento e nella medesima compagnia di cui faceva parte il figlio del suo principale. Per altro Giulietto Barbarò non ne aveva mai saputo niente di tali pratiche. Una mattina, destandosi prima della sveglia (il reggimento era accampato presso Desenzano) ravvisò lo Sbornia, seduto lì a due passi, sopra un mucchio di ghiaia, che col muso basso, gli ungeva le scarpe di sego. Il buon ragazzo, al quale sembrò di vedere in quell'uomo un pezzettino di casa sua, gli fece subito grandi feste; poi cominciò colle domande e non la finiva più. L'altro si fermò a guardarlo a bocca aperta, cogli occhi melensi, rispondendo appena qualche monosillabo; e da quel momento continuò a servirlo in tutto ciò che gli poteva abbisognare, sempre muto, colla faccia sonnacchiosa, dondolandosi anche, qualche volta, ma con una puntualità e una pratica di tali faccende, degna proprio di una vecchia ordinanza.

Appunto poi nella sua tappa a Desenzano, e poche ore prima di rimettersi in marcia per Salò, un'altra e ben più cara sorpresa aspettava il giovane Garibaldino. Come tutti gl'innamorati, anche Giulio rifuggiva dal chiasso e dalle allegre brigate; però a Desenzano, dove in quei giorni era un andirivieni continuo di gente, Veneti emigrati e famiglie intere d'ogni provincia d'Italia, venuti a salutare gli amici e i congiunti che avevano nel corpo dei Volontari, egli, quantunque invitato dai compagni, non vi si era mai fatto vedere. Invece vi andò l'ultimo giorno dell'accampamento per cercare una lettera alla posta. Prima aveva mandato lo Sbornia, ma questi era ritornato colle mani vuote.

—Come?... Non ci son lettere?

L'altro fe' segno di no, col capo.

—Non è possibile!... Hai detto chiaro il mio nome?

Ci fu un nuovo cenno, ma affermativo.

—Ti sarai spiegato male!... Non ti sarai fatto capire!

Lo Sbornia non rispose più niente.

Allora il giovanotto,—la speranza è l'ultima che si perde,—volle andare alla posta in persona per accertarsi.... Ma proprio non c'era nulla.

"Come mai?... Che cos'era accaduto?"

Tristo e pensieroso, Giulietto Barbarò attraversava la piazza grande del paese per ritornarsene al campo, senza nemmen badare a tutta la gente che si accalcava sotto i portici e riempiva la piazza con un trapestìo assordante, con un brusìo allegro e cordiale, fra cui spiccavano giovanilmente balde le camicie rosse dei Volontari, quando tutto a un tratto, e in men che non si dica, udì un grido, poi chiamarsi per nome, poi una persona che gli si precipitava addosso, soffocandolo in un abbraccio.

—Eccolo qui, eccolo qui, finalmente sto moscardin benedetto!

—Oh Donna Lucrezia!—esclamò Giulio facendosi rosso in viso, perchè lì, colla zia, aveva veduta la Mary, rossa rossa anche lei, che sorrideva.

—Venivo dalla posta in questo punto—balbettò—e....

—E la letterina che aspettavate era in cerca di voi!—interruppe la Balladoro, indicandogli la fanciulla i cui occhioni neri scintillavano d'amore e di tenerezza.

Qua e là, dai crocchi vicini, si voltava la gente osservando quell'incontro così espansivo, e allora Donna Lucrezia, che se n'era accorta, scodinzolando impettita cominciò a spiegare al giovanotto com'era nato il disegno del loro viaggio.

Venivano in quel momento da Rezzato, dov'erano state a salutare "Francesco Alamanni, tenente colonnello, addetto allo Stato Maggiore di Garibaldi." E la Balladoro ripetè più volte e molto alto quel nome e quel grado; anzi nel suo fervore stringendo un poco i legami della parentela faceva tutt'uno di sè colla Mary, dicendo sempre "il colonnello nostro zio."—"Poi, partite da Rezzato" e qui la vedova abbassò la voce allontanandosi dai curiosi al braccio del Garibaldino, "partite da Rezzato e saputo da vostro padre che oggi probabilmente sareste stato ancora a Desenzano, non mi fu più possibile di trattenere quella piavolona della Mary e... eccoci qui!"

—Il babbo?... Dove lo hanno veduto?

—A Brescia, e sempre di quell'ottima!

La Mary non aveva detto ancora una parola, ma camminando al fianco della zia spingeva innanzi la bella testina per veder meglio il giovane Volontario, che rimaneva dall'altra parte, e un po' nascosto.

Giulio, dal canto suo, pareva assai impacciato e aveva il respiro affannoso, come se avesse corso. Egli sapeva già che la Mary in quei giorni doveva incontrarsi collo zio Francesco; sapeva pure che la nipote avrebbe tenuto allo zio un certo discorsetto assai importante, ed era appunto per tutto ciò che un momento prima, non avendo ricevuto lettere, si sentiva così inquieto e addolorato. Ma adesso, invece, non c'era più dubbio! La risposta doveva essere stata favorevole!... Perchè dunque non si mostrava allegro? Perchè rimaneva muto, confuso?...

Povero Giulio! era la troppa felicità che lo turbava, che gli toglieva le parole!... In fine, si fece coraggio, e allungando il collo alla sua volta per veder la Mary:—è proprio stata un'apparizione!—balbettò, ringraziandola cogli occhi.

Ma c'era là in mezzo a loro Donna Lucrezia, la quale prese per sè il complimento, e fermandosi su due piedi e sciogliendosi dal braccio del giovane gli disse lentamente con un mesto sorriso:

—Un'apparizione.... Giusto giusto, poteva essere un'apparizione perchè in tutti i modi anche morta sarei venuta coll'anima a salutarvi; ma, guardatemi bene: poco ci mancò, tesoro mio!

Giulio la guardò: aveva il cappellino rotondo alla Teresita; la camicetta rossa, di seta; ma, in complesso, era lunga stecchita, col naso gonfio e umido, tale e quale come quando l'aveva lasciata. Solamente, in mezzo alla fronte, era sparito il ricciolo alla Zodenigo.

—Scusi, Donna Lucrezia... non capisco. Sarebbe stata forse ammalata?

—Agli estremi—rispose la vedova con accento tragico.

—Come mai? Che cosa ha avuto?

—Che cosa ho avuto?... Mary—soggiunse rivolgendosi alla fanciulla—va avanti due passi!—La giovane quietamente si allontanò, e allora la Balladoro, preso ancora il braccio di Giulio e stringendoglisi più vicina.—Quel mostro—gli sussurrò all'orecchio—altro che spirito e contemplazion!... ha ingra...—e finì la parola col gesto—la Rosetta!

—Oh povera ragazza!

—Povera ragazza un corn... (non mi fate spropositare!) Poveretta me, dovete dire! Non ho potuto reggere allo strazio di tutti i miei ideali, e un dopo pranzo mi sono avvelenata!... Mary, torna pure che ho finito.... È stata lei che mi ha salvata—continuò Donna Lucrezia indicando la fanciulla—e in due modi. Primieramente arrivando in tempo col contravveleno; poi ricordandomi il giuramento fatto a suo padre di non abbandonarla mai!

La Mary sorrideva: essa non pareva molto commossa per quel terribile racconto. In fatti a rimettere la zia dalla morfina era bastato un po' di caffè carico, ch'essa ingoiò mormorando "lasseme morir! Mio Dio, che spasimi!... lasseme morir!" Ma Giulietto invece rimaneva perplesso, con una cera lugubre di circostanza, tanto che Donna Lucrezia medesima credette fosse il caso di confortarlo.

—Via, via! Rassicuratevi; sono stata una stramba, ma adesso... non ci penso, non ci voglio più nemmen pensare! Ha ragione la Filomena, nella sua ignoranza, di chiamarlo un tisico falso: con due parolette, zaffete, è fotografato!... È bensì vero che la piaga del cuor sanguina sempre, anche per l'oggetto indegno al quale sono stata posposta, ma... non uso far soffrire a chi amo i miei tormenti. Piuttosto, conduceteci in qualche alberghetto dove si possa mangiare un bocconcino un po' da cristiani. È tutto il giorno che andemo a zirandolon e scommetto che anche la Mary deve avere una fame da lupi!

Giulio Barbarò condusse subito le signore alla locanda del Mayer. Ma nelle sale terrene era tanta la confusione e la ressa della gente, che non era possibile trovar posto.

—Oh Dio, si soffoca!—esclamò la Balladoro.

—Se vogliono provare di sopra, ci sono altre sale ed anche la gran terrazza!—disse loro, tanto per liberarsene, un povero cameriere trafelato, che correva tenendo in equilibrio un monte di piatti e vivande.

La Balladoro e i due giovani salirono al primo piano e rimasero subito un po' ristorati trovandosi a respirare sopra un bel terrazzino, di prospetto al lago, tutto coperto da una folta vite. Anche lì non c'era più posto; per altro alcuni Garibaldini, amici e compagni di Giulio Barbarò, lo invitarono colle signore alla loro tavola; "si sarebbero ristretti un poco, ma avrebbero potuto pranzare tutti insieme." Colla fame che avevano, non si perdette tempo a far complimenti. Donna Lucrezia, ritta impalata, accettò il posto d'onore, e Giulio si sedette vicino alla Mary.

Tuttavia l'appetito dei due giovani durò poco; mangiavano in furia per potersi guardare, arrabbiandosi coi camerieri che aspettavano una mezz'ora fra un piatto e l'altro. Essi avevano già adocchiato un cantuccio della ringhiera dove avrebbero potuto parlarsi da soli; e la fanciulla faceva raccolta di midolla di pane per gettare ai pesci.

Dopo l'arrosto non ci fu più verso di tenerli a tavola. Si alzò prima la Mary, e si avviò tranquillamente verso la ringhiera col pane per i pesciolini; Giulio, facendosi rosso, le tenne dietro quasi subito.

Sul terrazzo c'era troppa allegria e troppo baccano, perchè la gente potesse badare ai due innamorati; e Donna Lucrezia, smesso il sussiego del primo momento, aveva cominciato a parlare del "loro zio Francesco Alamanni" che tutti i Volontari conoscevano bene, se non di persona, almeno di fama, e a mano a mano, infervorandosi nel discorrere, non pensava più ad altro.

—Guardi, signor Giulio, guardi che spettacolo incantevole!—esclamò la fanciulla ad alta voce, tanto per far credere intorno che il giovanotto le si avvicinasse per ammirare la bellezza della veduta.

Era cominciato il tramonto e Sirmione, fra le onde turchine, appariva dorata dall'ultimo raggio di sole. Era fantastica la linea rossa di fuoco, che chiudeva l'orizzonte; era maraviglioso il profilo cupo delle montagne sullo sfondo trasparente del cielo; ma i due giovani non vedevano nulla di tutto ciò: si guardavano; e tutto il mondo della Mary era negli occhi di Giulio, tutto il mondo di Giulio era negli occhi della Mary.

—E dunque?... ha parlato collo zio?—domandò il giovane piano piano alla fanciulla.

Donna Lucrezia, che da qualche tempo si mostrava molto smaniosa di veder concludere le nozze della nipote con Giulietto Barbarò, aveva fatto capire che se il mettere a parte lo zio Francesco di un tale avvenimento era un atto doveroso per la Mary, pure del suo consenso ne avrebbero potuto anche far senza.

Contenta mi, contenti tuti!—ripeteva sempre la Balladoro. Ma così non pensava la Mary. Essa adorava lo zio Francesco, e ne andava superba. Ricordava i sacrifici ch'egli aveva fatti per lei in ogni tempo, e che continuava a fare, e lo ricambiava con una tenerezza e una sommissione di figlia.

Per tutto ciò la voce di Giulio tremava un pochino, mentre faceva la sua domanda alla signorina Alamanni.

—Ha parlato col signor Francesco!

—Sì; ho colto il momento in cui non c'era la zia presente e....

—Che ha risposto? Che ha risposto?—interruppe Giulio al quale non premevano i particolari, ed era ansioso di venire alla conclusione.

—Ha risposto che, in regola generale, era sempre stato il suo più vivo desiderio quello di sapermi... di vedermi collocata.—E adesso toccò alla bella fanciulla ad arrossire; ma per nascondere il vivo turbamento, si chinò sulla ringhiera, e ricominciò a gettare le briciole di pane ai pesciolini.

—Gli ha detto proprio tutto?—insistè il giovane, avvicinandosi di più.—Gli ha detto che... che mio padre, in origine, non era... un signore?

—Sì, e lo zio mi ha risposto che non si ricordava di aver mai conosciuto, nè veduto il signor Barbarò; del resto egli non faceva caso nè della nascita, nè delle ricchezze; voleva, e gli premevano due cose soltanto: che il nome fosse di gente onorata e che io....

—E che lei?...—insistè il giovanotto, fissando la fanciulla che si era interrotta.

—Non ho più pane—esclamò la Mary mostrando al giovane le sue manine vuote.—Vado a prenderne dell'altro,—e scappò via in fretta, piantando lì il Garibaldino, un po' confuso e mortificato, che non aveva saputo trattenerla, e non osava andarle dietro.

Donna Lucrezia, nel frattempo, col viso acceso e la voce forte, aveva raccontato ai nuovi amici tutti i grandi sacrifici compiuti per la patria dagli Alamanni, dai Badoero e dai Balladoro. Poi gli aveva fatti ridere a proposito del consigliere Spinelli, un coinon, un vero bucefalo che le era stato messo alle costole dalla polizia austriaca per tenerla d'occhio e per martirizzarla; e, in fine, dal cavaliere Spinelli era passata a sfogarsi contro certi italianoni, ai quali il governo dei moderati accordava la sua grazia!... Certi tomi, capaci capacissimi di fare il tisico quando era il momento di andare a battersi, e che per la patria non avevano versato mai altro che inchiostro!...

—Avrei un'azionaccia da raccontare, un'azionaccia...—ma a questo punto la Balladoro vide la nipote che si avvicinava, e allora—acqua in bocca, Lucrezia—esclamò—e siamo prudenti!

La Mary fe' un girettino attorno alla tavola, prese alcuni pezzetti di pane, poi tranquillamente tornò ad avvicinarsi alla ringhiera dove Giulio l'aspettava, dicendogli, come per intavolare un discorso un po' diverso da quel di prima:

—Sa?... Ieri ho ricevuto lettera dall'Angelica!

—La marchesa sta bene?—domandò il giovane un po' distratto.

—Bene; e Alberto pure. Sembra proprio che l'aria marina gli sia molto propizia....

—E dunque non mi vuol ripetere tutto quello che le ha detto il signor Francesco?—riprese il giovanotto, con voce sommessa, mentre la Mary, chinata sulla ringhiera, scioglieva colle dita la midolla del pane che lasciava cadere nell'acqua.

—Non so bene.... Mi pareva di aver raccontato ogni cosa.

—No, no; mi ha detto solamente che il signor Francesco pretendeva che il nostro nome fosse onorato.... Ma l'altra condizione vorrei sapere... quella che tocca proprio lei?

La Mary sorrise; buttò ai pesci in una volta sola tutto il pane che aveva portato, e mentre la mano di Giulio si avvicinava sulla ringhiera fino a toccar la sua, mormorò guardandolo serenamente "l'altra condizione è... che io gli voglia tanto bene!" e quel tanto non era del signor Francesco; lo aveva aggiunto lei.

—Allora?...—Giulio si era fatto pallidissimo e non fissava più gli occhi, ma le labbra tremanti della fanciulla.

—Allora... dopo la guerra verrà subito a Milano... per conoscere il signor Barbarò....

—E... poi?

—E poi, e poi non so più altro!—esclamò ridendo la Mary, alla quale piaceva molto la timidità modesta dell'amico suo.

Si guardarono ancora lungamente.... Erano proprio felici!... Ma, a un tratto si affacciò il pensiero del distacco vicino, della guerra, dei mille pericoli... e allora gli occhi sereni della Mary si fecero mesti, peritosi e il bel sorriso finì fra le lacrime.

—Non ho paura, sa; no, non ho paura!—disse poi rompendo il silenzio con uno schianto dell'anima.—Stanotte ho sognato la mamma, e ciò mi ha sempre portato fortuna!

Bastò quell'idea a dissipare ogni nube: tornarono a guardarsi; tornarono a sorridere....

Poveri ragazzi!... Essi non avevano più alcun timore "dopo la guerra;" non temevano nemmeno la venuta dello zio Francesco a Milano, per assumere informazioni!

E, in fatti, che ne sapeva Giulio di suo padre?... Che ne sapeva la Mary, del signor Barbarò?... Il giovanotto allevato lontano dal mondo, senza amici, credeva che il babbo fosse un po' inflessibile, un po' troppo positivo e attaccato al guadagno, ma... ma come avrebbe potuto un figliuolo, e un figliuolo semplice e buono, dubitare dell'onestà di suo padre?... Alla signorina Alamanni avevano detto che il Barbarò era un po' avaro, ecco tutto.

Era vero che Donna Lucrezia a giorni ne diceva roba da chiodi e a giorni, invece, lo portava alle stelle; ma la fanciulla non faceva gran caso tanto dei biasimi, quanto delle esaltazioni della zia. La marchesa Angelica poi aveva capito che Giulio e la Mary si volevano bene, e per uno scrupolo delicato non avea mai voluto parlare colla cuginetta sul conto del signor Pompeo.

Non dubitavano, non temevano nulla i due ragazzi!... Eran vicini vicini, curvi addosso alla ringhiera; sempre muti, si guardavano sempre. In fine, attratti da un fascino irresistibile, si avvicinarono ancora di più: la camicia rossa del Volontario toccava l'abitino di percallo a righe bianche e azzurre e ci fu un momento in cui un soffio d'aria più forte portò un ricciolo della Mary sulla tempia di Giulio Barbarò.

Intanto si era fatto notte; sulle tavole avevano accese le lucerne, e Donna Lucrezia, cogli occhietti lustri e con in bocca il suo bravo sigaro di Virginia, si lasciava trascinar dalla foga, a raccontare tutto ciò che prima avea durato molta fatica a tacere, cioè che "quel tisico falso," il quale tirava sempre in ballo la luna e le stelle, lo spirito e la contemplazion aveva... rovinata una sua dipendente. Una beota, del resto, senza grazia nè meriti, che si tingeva gli occhi e le guance mentre lei aveva sempre avuto per principio che per conservare la bellezza di una donna c'era solo uno specifico: acqua fresca in abbondanza!—E poi—continuava levandosi il sigaro di bocca e guardandosi attorno, mentre abbassava la voce—e poi... devo dirla?...

—Dica, dica!—esclamarono tutti i Garibaldini che se la godevano con la Balladoro, come fossero alla commedia.

—Poi, la donna deve mantenere sempre di più di quel che all'occhio promette e... corocochè!

Le risa, le acclamazioni risonarono per tutto il terrazzo.

La Mary, rossa per aver pianto, si voltò, inquieta, a guardare la zia, poi subito le si accostò, seguita da Giulio, pallidissimo, cogli occhi aridi e infossati.

Donna Lucrezia, appena li vide vicini, fece la faccia seria, mormorando, con timidezza affettata:—zitto, zitto; cambiamo discorso: c'è qui il mio carabiniere!

—Allora un brindisi all'Italia!—proposero i Garibaldini alzando i bicchieri.

—Oh questo sì!—e Donna Lucrezia cominciò:

Ah se l'Italia frangere....

ma s'interruppe di colpo con una smorfia. Erano i versi dello Zodenigo.—Che frangere d'Egitto; lo farò io il brindisi!—e dopo averci pensato un istante, ripigliò fra gli applausi:

Viva l'Italia una
Dall'Alpi alla laguna!

In quel punto si udì squillare la fanfara dei Volontari, che attraversava il paese. Tutti i soldati balzarono in piedi, ricambiarono in fretta i saluti, e sparirono in un lampo dal terrazzo.

Giulio e la Mary si lasciarono con una stretta di mano, senza potersi dire una parola. Dagli occhi della fanciulla le lacrime colavano grosse, silenziose.

Un'ora dopo i Garibaldini erano in marcia sulla strada che costeggiando il lago di Garda conduce da Desenzano a Salò. Era una notte chiara di plenilunio, e i canti, le allegre voci e gli evviva all'Italia, a Venezia, a Garibaldi si effondevano nel silenzio vasto delle acque pallide e tranquille, e si ripercuotevano echeggianti per le valli cupe, soffocando il sussurrio infinito degli insetti e sollevando le strida acute degli uccelli notturni. Ma poi, a poco a poco, le voci divennero più fioche, più rade, poi quasi a un tratto cessarono e per la strada lunga e bianca non si udiva più altro che il brusìo confuso, e il passo misurato della marcia.

I Garibaldini, per giungere a Salò, passavano da Padenghe, da Villagardiana, da Moniga, da Manerba; e Giulio, frattanto, salutava i luoghi così pieni per lui di memorie, così cari al suo cuore, e fra le ombre nere e al mite chiarore della luna, quei paeselli gli apparivano qua e là come amici soffermatisi sul suo passaggio che mestamente lo salutassero. Allora il buon ragazzo fu preso da un senso di malinconia dolce e soave, e rivedendo col pensiero innamorato il viso bello della sua fanciulla, ancora molle di pianto, egli pure versò qualche lacrima, ma di tenerezza, di amore, di felicità.... Pensò a suo padre, e si consolava per la certezza che sotto un'apparenza aspra e burbera c'era pure in lui molto cuore! Lo avea veduto commuoversi quando si erano salutati: lo avea veduto fiero, superbo!

—Francesco Alamanni?... Oh, avrebbe provato all'Alamanni che il cuore dei giovani valeva bene quello dei vecchi, e il nome di Giulio Barbarò non sarebbe stato solamente il nome di gente onesta, ma pur quello di un valoroso. Ah, per Dio, se avesse potuto guadagnarsi una medaglia!

—Ma... se non fosse più tornato indietro?... Povera Mary!... Era certo, però, sì, sì... era certo che non si sarebbe più maritata!

Lì accanto al figlio del suo principale, marciava pure lo Sbornia, ma senza pensare a niente. Colla testa bassa, cogli occhi socchiusi, camminava dormendo.