Giulio Barbarò era ritornato da Nizza a Milano appunto in quei giorni, essendo partito poco dopo ch'era partita anche la Mary, e fu tra i primi a leggere l'articolo scritto dal Cammaroto contro suo padre. Fin dalle prime righe si sentì montare il sangue alla testa, poi, pallido, tremante, senza profferir motto, corse difilato all'ufficio della Colonna di fuoco: voleva schiaffeggiare il direttore.
"Per Dio era troppo!... Era troppo!... Avrebbe pigliato quel manigoldo a calci, a frustate!" Se Giulio Barbarò aveva pur dovuto persuadersi che suo padre non si era condotto negli affari troppo scrupolosamente, tuttavia non lo avrebbe mai potuto credere colpevole delle infamie di cui lo accusava il Cammaroto. Perciò, oltre al dovere, si sentiva il diritto di difenderlo e di vendicarlo. Suo padre, vittima di calunnie atroci, riacquistava nel suo cuore tutta la stima antica e l'affetto.
"Povero vecchio!... Per mene elettorali, basse e vigliacche, gli si erano scagliati addosso come cani arrabbiati!..." Ma lui, suo figlio, lo avrebbe ben saputo vendicare... Per Dio, e come lo avrebbe vendicato! Sì, sì, voleva dare una lezione a quel frate velenoso, a quell'ispido e sudicio ricattatore!
Era sicuro che l'Alamanni, l'avversario di suo padre, onesto e generoso, sarebbe stato il primo a biasimare quelle calunnie, a sconfessare que' suoi amici.
"Perchè mai suo padre era andato a cacciarsi in un simile vespaio?... Maledetta la politica!..."
Quando Giulio Barbarò giunse alla direzione della Colonna di fuoco era già troppo tardi, e trovò chiuso l'ufficio. Allora, dopo aver dato un calcio furioso contro la porta, andò a girare lungo il Corso e in Galleria, dove gli era accaduto sovente d'incontrare il Cammaroto; ma per quella sera, gira e rigira, non gli fu possibile d'imbattersi in lui.
"—Si nasconde, ha paura, quel rospaccio rinnegato!..."
Invece trovò due amici, due garibaldini, compagni suoi di battaglione, che accettarono subito di andare in suo nome, la mattina appresso, all'ufficio della Colonna di fuoco, per sfidare Salvatore Cammaroto.
Dato questo incarico, e sfogatosi a lungo cogli amici, Giulio Barbarò cominciò a calmarsi un poco. "Sì, sì... avrebbe vendicata, lavata col sangue, la terribile offesa fatta all'onore di suo padre!..." E con questa risoluzione nell'animo, fattosi ormai più sicuro di sè, potè recarsi dalla Balladoro, la quale lo accolse con tante espansioni e con tante proteste e dichiarazioni di affetto e di stima per lui, per suo padre, da dargli subito a divedere che il numero della Colonna, col Candidato della disperazione, era giunto a quell'ora anche in Via della Spiga.
Ma dalla Balladoro, dolcissimo e caro conforto, egli trovò la signorina Mary, che adesso doveva stare sempre collo zio anche a Milano, e che avea ottenuto di venire con Angelica a fare un salutino a Donna Lucrezia.
Anche la marchesa Angelica, per una favorevole combinazione, era in quei giorni a Milano. Vi era appena arrivata da Gallarate, dove dimorava abitualmente, per passare le feste del Natale e del Capo d'anno vicino a Stefanuccio, ch'era stato messo nel Collegio militare. E siccome la marchesa si trovava pure alloggiata all'Albergo Roma, dov'erano anche gli Alamanni, che non avevano potuto trovar subito un buon quartierino in affitto, così le due cugine, che dopo tanto tempo che non s'eran più viste, si volevano sempre un monte di bene, naturalmente stavano insieme a tutte le ore.
Tuttavia, la marchesa Angelica non aveva ancora ricevuto confidenze dalla Mary, e non sapeva che avrebbe incontrato Giulio Barbarò da Donna Lucrezia, quantunque avesse notato che l'amabile cuginetta aveva insistito assai per volerci andare. Vedendoselo, per ciò, comparire dinanzi all'improvviso, non potè a meno di sentirsene contrariata, per il ricordo odioso di suo padre. La Mary invece, sebbene colle guance sempre accese, sebbene parlasse e si movesse con insolita animazione, si mostrava abbastanza disinvolta, e abbracciava la zia con certe strette appassionate, e le dava certi bacioni grossi e scoccanti, che il giovanotto doveva sentir risonare nel proprio cuore, come una promessa.
—Basème, basème, viscere mie!—mormorava intanto Donna Lucrezia gemendo col naso gonfio e chiuso, mentre la Filomena compariva sull'uscio, zoppicando, e rammendando la sua calzetta, per mangiarsi cogli occhi la signorina.—Basème, basème, viscere mie, a dispetto di tutti i... i bucefali del mondo!
Il buon Giulietto, quella sera, non sembrava nè timido, nè confuso com'era di solito, e anche la marchesa, passato il primo momento, n'ebbe un'impressione favorevole. Egli pensava che il giorno dopo si sarebbe battuto assai seriamente, che forse... avrebbe dovuto restar molto tempo senza più poter rivedere la signorina Mary; che forse... le sarebbe stato cagione di nuovi dolori, di nuove angosce, e per tutto ciò la sentiva più sua, più intimamente sua, e trovava il coraggio di esprimerle, almeno cogli occhi, tutto il suo immenso amore. Fu ardito al punto di trafugarle uno dei suoi piccoli guantini... voleva averlo sul cuore quando sarebbe andato a battersi....
Poi, mentre le due cugine, sole in un brum, ritornavano all'albergo, successero, fra loro, alcune spiegazioni.
—Dimmi la verità,—cominciò la marchesa,—tu sapevi di incontrare Giulio Barbarò da Donna Lucrezia?...
—Sì, Angelica mia, lo sapevo!—mormorò la fanciulla abbracciando la cugina con un abbandono, con un languore inesprimibile, e sospirando, facendosi pallida.
—Mary, Mary!... è proprio per me questo bacio?—domandò Angelica sorridendo.
—Questo... è proprio per te!—rispose la Mary dandogliene un altro.
Angelica ricevendo quel nuovo bacio si fe' pallida alla sua volta; rispose alla stretta della fanciulla con un tremito di tutto il corpo, e anch'essa sospirò, profondamente. Poi, come volendo scacciare il nuovo pensiero che si era impossessato di lei, si sciolse dall'abbraccio e le domandò con tono più grave:
—Ma... e tuo zio?... Che pensi di fare?...
—Giulio ha in animo di lavorare, di crearsi uno stato indipendente, e appena sarà possibile ci... ci sposeremo. Lo zio, del resto, conosce benissimo le nostre intenzioni.
E la Mary riferì alla marchesa Angelica il colloquio avuto a Nizza con Francesco Alamanni.
—Lo ami tanto?...—domandò Angelica quando la fanciulla ebbe raccontato ogni cosa.
—Oh sì, Angelica... tanto!
—E...—la marchesa esitava, ma poi dopo un momento, spinta dall'affetto e dalla simpatia che nutriva per la Mary, si fece animo e continuò a domandarle:—e... lo credi proprio degno... del tuo amore, e dell'immenso sacrificio che sei disposta a compiere per lui!...
La fanciulla non disse una parola, ma sorrise fissando la cugina e sfavillò negli occhi. Angelica si chinò commossa verso di lei.... Abbassò la bella testina bionda sulla testina bruna della Mary, e le baciò le labbra rosse e fragranti come un fiore. Tacquero tutte due lungamente; i loro occhi si fecero pieni di lacrime, il loro seno gonfio di sospiri.
Il brum, che correva sobbalzando, rallentò a un tratto il monotono frastuono e voltò adagio, per imboccare il corso Vittorio Emanuele. Allora la luce più viva dei fanali e dei negozi ancora aperti, il moto e il rumore delle carrozze e della gente, scossero un poco la marchesa.
—Chi sa—esclamò, dimostrando il più vivo interessamento,—chi sa come il tuo povero Giulio dovrà soffrire in questi giorni....
—Assai, figurati!... Per ciò appunto ho voluto vederlo; per fargli animo.
—Quell'omaccio non ha nè affetto di padre, nè prudenza, nè astuzia!... Non è altro che un farabutto volgare!—esclamò la marchesa con tono aspro e arrossendo subitamente per un impeto di collera.—Non doveva mai arrischiare di porsi in un simile pasticcio.
—Forse chi sa,—soggiunse la Mary chinando il capo,—saran stati gli altri a metterlo in mezzo... a ingannarlo.
—Tu, bimba mia, con queste elezioni, ti trovi proprio tra l'incudine e il martello. Da una parte tuo zio, dall'altra.... Giulio: perchè già, indirettamente, è in ballo anche lui. Ma quel benedetto ragazzo, non ha nessun ascendente in casa?... Non poteva distogliere suo padre da un passo così pericoloso?... Fargli intendere un po' la ragione?
—Che!... Il signor Barbarò sembra non fidarsi di Giulio!... Lo tratta ancora come un ragazzo.... Lo tien sempre lontano da tutte le sue faccende.
—Si capisce!...
—Sono così diversi. Il mio Giulio è buono.... Schietto, leale, onesto.... Non ti ricordi a Villagardiana?...
A Villagardiana!... Angelica non rispose.... Tornò a distrarsi, e non pensò più a Giulietto Barbarò. La sua mente corse invece al bel lago azzurro... alla Casina delle Romilie... e le due giovani signore tacquero, e si riscossero tutte due con un sussulto quando il brum si fermò dinanzi all'albergo.
La Mary, durante tutta la corsa, avea pensato a Giulio vicino.... Angelica, al Martinengo lontano. Andrea, forse un po' anche per merito del Ministro della Guerra che lo teneva sempre di guarnigione nell'Italia Meridionale, aveva mantenuta la sua promessa: non si era più fatto vedere da Angelica: ma Angelica, in ricambio, aveva pure mantenuta la sua, scrivendogli tutti i giorni.
Il capitano Ippolito Redaelli e il dottor Carlo Franchi si presentarono la mattina seguente, un po' prima delle dieci, come avevano promesso a Giulio Barbarò, all'ufficio della Colonna di fuoco; si avvicinarono al tavolino di Peppino Casiraghi, ch'era accanto all'uscio, e domandarono di parlare col signor Salvatore Cammaroto.
Peppino guardò i due, spalancando gli occhi, poi, senza aprir bocca, allungò la cannuccia della penna da scrivere, indicando il tavolino di faccia.
—Salvatore Cammaroto, sono io!—esclamò il direttore ficcandosi le lenti sul naso e alzando il capo, coi capelli e la barba arruffati più del solito.
I due amici si avvicinarono, e fecero prima un grande inchino.
—In che vi posso servire?—domandò il Cammaroto sdraiandosi sulla seggiola, e guardando i due bene in faccia.
In quel punto la granata, ch'era stata buttata in un angolo in tutta fretta dalla signora Apollonia, appena aveva sentito che capitava gente in direzione, strisciò e cadde, battendo forte col manico sul pavimento.
—In che cosa vi posso servire?—ripetè il Cammaroto.
—Ma, si vorrebbe...—e il capitano Redaelli accennò alla signora Apollonia seduta immobile e imbronciata, come un idolo indiano, accanto al direttore.—Si vorrebbe parlare con lei... da soli....
—Parlate pure: non uso aver segreti colla mia signora!
I due padrini fecero un secondo inchino, e il Redaelli accennò al Casiraghi che, ficcata la penna dietro l'orecchio, e appoggiata la spalliera della seggiola contro la parete, s'era messo tutto comodo, e col muso in su per sentire.
—Parlate pure: non uso aver segreti coi miei collaboratori!—ripetè il Cammaroto.
Allora il capitano Redaelli, mentre il suo compagno rimaneva muto, mostrò il mandato che avevano ricevuto da Giulio Barbarò per domandare una soddisfazione all'autore dell'articolo: Il candidato della disperazione.
Appena ebbe udito le parole "domandare una soddisfazione" Peppino Casiraghi ricominciò in fretta, e colla testa bassa, a correggere le bozze.
—Soddisfazione?... Soddisfazione, la dice?—si mise a gridare scattando la signora Apollonia.—Soddisfazione?! Il direttore ha usato del suo dritto di pubblicista!... O che, non ci ha da essere la libertà di stampa, non ci ha da essere?...
Ma il Cammaroto, alzandosi in piedi maestosamente, e stendendo le braccia, impose il silenzio.
—Calmati, calmati, Polonnì!...—Poi si rivolse ai rappresentanti di Giulio Barbarò, e dopo essersi di nuovo ben fermate sul naso le lenti e ravviata la zazzera, continuò con grande solennità di tono e di gesto:
—In teoria, noi siamo avversari aperti del duello: di questo barbaro costume, di barbari tempi. Ma, poichè vincere consuetudinem dura est pugna, come lasciò scritto sant'Agostino, e d'altra parte non dovendosi precorrere coll'evoluzione dei fatti l'evoluzione del pensiero, come ho scritto io medesimo nelle Mie confessioni al Padre Passaglia, pubblicato nel Mediatore di Torino e riprodotte dal Der Staat und die Kirche, di Lipsia, così accetto, ho l'onore di accettare, il cartello di sfida che mi portate in nome di Giulio Barbarò. Solamente nel caso presente dovremo pensare a trovare il modo di conciliare il desiderio del vostro primo colle più alte prerogative della libertà di stampa, coll'inviolabilità intangibile del sacro ministero di pubblicista, coi miei doveri di scrittore e di uomo pubblico.... Però vi prego in cortesia di volermi indicare il luogo e l'ora in cui potrete abboccarvi con due amici miei, che saranno a tal uopo delegati coll'incarico di rappresentarmi e di riferire le mie condizioni.
Il capitano Redaelli, a nome anche del dottor Carlo Franchi, rispose allora che avrebbero aspettato gli amici del signor direttore della Colonna di fuoco, nella prima sala del Caffè Cova, dalle quattro alle cinque pomeridiane.
Salvatore Cammaroto ringraziò con un cenno ossequioso del capo, e volle accompagnare fino sulla soglia dell'uscio i due signori che se ne andarono dopo avergli stretto la mano, ed essersi inchinati col più profondo rispetto all'Apollonia che invece di rispondere voltò le spalle crucciata.
"Che vi pigli un accidente a tutt'e due!"
Chiuso l'uscio dietro ai secondi del giovane Barbarò, Salvatore ritornò in fretta per sedersi al suo tavolo e ripigliare il lavoro che avea dovuto interrompere, ma la signora Apollonia e Peppino gli furono addosso con un monte di parole. La moglie, spaventata, voleva farsi promettere dal direttore che non si sarebbe lasciato sopraffare da quelle millanterie, che avrebbe dichiarato di non volersi battere co' birbaccioni, e che la stampa aveva il dritto di far la luce. Peppino Casiraghi, invece, era solo premuroso di sapere chi avrebbe scelto per padrini e come avrebbe fatto il duello, e propendeva per l'ultimo sangue.
—Polonnì, oh Polonnì!... Per conservare al proprio nome l'autorità necessaria per compiere, coll'aiuto del Sign.... per compiere sulla terra qualche cosa di bene, bisogna, spesse volte, soffocare i propri convincimenti, bisogna chinare il capo e seguire la corrente!... E voi, Peppinuccio mio, statemi in pace e vedrete che, come san Pietro a Malco, troncherò le orecchie a chi osa levare "la proterva mano" sul... sulla Dea Libertà!... Ma, son già le dieci e un quarto—continuò dopo aver guardato l'orologio a pendolo, appeso alla parete.—Presto capiterà in Direzione l'avvocato Gian Paolo... Lui e un altro, il primo che verrà dopo, porteranno a quei signori la mia risposta. Sebbene sfidato, lascio a Giulio Barbarò la scelta delle armi, del luogo, e il fissare le condizioni. Io ne metto una solamente: non voglio battermi prima di lunedì prossimo se le elezioni saranno compiute domenica, o di lunedì a quindici, se vi sarà ballottaggio!...
Ma, in tutta la mattina, nè l'avvocato Gian Paolo, nè gli altri assidui della Colonna di fuoco, non si lasciarono vedere. Era già corsa voce per Milano che Giulio Barbarò avea mandato a sfidare il Cammaroto; che ci dovea essere un duello molto serio; e lo sdegno di questo figliuolo che esponeva la vita per l'onore del padre aveva commossa la sensibilità volubile e retorica del solito pubblico dei caffè, motivo per cui gli amici del Cammaroto stavano al largo, non amando d'incorrere nella impopolarità, nè d'aver brighe.
"Già" mormoravano fra loro "avean sempre predicato inutilmente, a quel benedett'uomo, di conservare la misura nella sua polemica!..."
Peppino, intanto, non vedendo capitar nessuno, perdeva la pazienza, mentre la signora Apollonia, quantunque volesse mostrarsi indifferente, allungava il collo ad ogni passo che sentiva nella strada per vedere se passava dalla finestra la tuba lustra dell'avvocato. La buona donna sperava che il Serbellini avrebbe dissuaso il direttore dall'accettare la sfida, e in ogni modo le premeva di essere presente a tutte quelle pratiche.
—Son le undici e mezzo.... Sono i tre quarti.... Son presto le dodici!—diceva ogni momento Peppino Casiraghi, che pareva avesse l'argento vivo addosso.—Ormai può star sicuro, direttore, che non vien più nessuno!... Vuole che faccia io una corsa, per chiamare l'avvocato?
—E che ci deve pensar lei, in tutti i modi?... Lasci un po' stare!...—borbottò la signora Apollonia, stizzita.—Ha una gran smania, lei, di far ammazzare la gente!...
—Non arrabbiarti, Polonnì!... Peppino ha ragione. In queste faccende non bisogna ridursi all'ultimo momento, col pericolo, magari, di non trovar più nessuno!...—esclamò il Cammaroto alzandosi e cominciando a spolverarsi le scarpe rotte, col fazzoletto turchino.—Adesso anderò io stesso in cerca di Gian Paolo nostro. Se non è venuto, vuol dire che avrà da fare, e lo troverò ancora allo studio.
E dalle scarpe, col medesimo fazzoletto, passò a spolverarsi il cappello. Poi, dopo aver fatte alcune raccomandazioni, per il giornale, a Peppino Casiraghi gli voleva affidare, per quel tempo che sarebbe rimasto assente, anche la sua signora, ma questa,, che s'era messa ad aggiustargli il nodo della cravattina bianca, e a levargli qualcuna delle frittelle più vistose dell'abito, non ne volle sapere.
—Come?... Anche lei, sora Apollonia, vuol andare in cerca dei padrini?
—Sicuro, gua'!... E non mi tiene nè manco un reggimento di soldati!
Salvatore, con un sorriso di tenerezza indulgente, voleva persuadere la moglie di attendere il suo ritorno in ufficio, promettendole che le avrebbe riferito tutto esattamente, ma non ci fu verso. La signora Apollonia gli cacciò il fazzoletto in tasca, il cappello in testa, se lo prese sotto il braccio e uscirono insieme, per quanto Peppino brontolasse che la cosa era sconveniente e contraria a tutte le regole della cavalleria.
Il direttore, dunque, e la sua signora, si avviarono direttamente, prima di tutto, allo studio dell'avvocato Spinelli. Ma allo studio l'avvocato non c'era; e non c'era un'anima. A forza di sonare venne una donna sulla scala, col grembiale bianco e la cuffietta, la quale non potè trattenersi dal sorridere vedendo il cappellone smisurato della signora Apollonia, e rispose, come aveva ordine di rispondere sempre a chi veniva in cerca del padrone:
—Il signor avvocato è al Tribunale.
—Ci credo poco al Tribunale!—mormorò la signora Apollonia quando furono in istrada.
Il direttore sorrise, le offrì il braccio, si cacciò le mani dentro le maniche, e si avviò verso il Tribunale, colla sua solita andatura.
Al Tribunale nessuno aveva veduto l'avvocato Pietro Paolo Serbellini, ma un usciere, al quale si erano rivolti per saperne qualche cosa, tenendo gli occhi fissi, anche lui, sul cappello della signora, rispose "di provare a cercar l'avvocato al Caffè delle Colonne, che a quell'ora ci poteva essere a far colazione."
Passarono dal Caffè delle Colonne... l'avvocato non c'era più.
—Sarà un cinque minuti che se n'è andato!—esclamò il cameriere, ma questi senza badare al cappello della signora che aveva già veduta più volte...—Provino alla Patriottica!...
I coniugi Cammaroto si avviarono verso la Patriottica, ma quando furono in fondo al Corso videro l'avvocato che attraversava la piazza del Duomo.
Lo avevano riconosciuto dalla tuba lustra e dal grosso fascio di carte che gli usciva dalla saccoccia del paletò.
—Eccolo, Polonnì!
—Eccola quest'anima dannata!
L'avvocato li avea già sbirciati di lontano colla coda dell'occhio, e affrettava il passo per scansarli.
—Avvocato! avvocato!—cominciò a gridare il Cammaroto, correndogli dietro colla moglie sotto al braccio; ma l'altro tirava di lungo più duro che mai.
—Avvocato!
—Avvocato!—cominciò a strillare anche la signora Apollonia, tutta scalmata.—Avvocato!
Non c'era verso di cavarsela; Gian Paolo si volse col capo, strinse le palpebre dietro le lenti, poi fingendo di riconoscerli in quell'attimo, si fermò facendo le più alte maraviglie.
—Oh Salvatore carissimo! Donna Apollonia, i miei complimenti!
—Siete sordo, giuraddina!—borbottò la signora ansante.
—Sordo no, ma sono intontito dal gran lavorare. È una giornataccia disperata, come non ne capita altro che a me. Ho avuto da discutere una causa in civile per turbato possesso—e mostrò il fascio di carte da una parte.—Adesso devo presiedere un consiglio di famiglia—e mostrò le carte dall'altra parte.—Insomma... non ho tempo da respirare.
—Buono!... E anch'io venivo in cerca di te per una piccola noia che ho da darti!—esclamò il Cammaroto sorridendo, mentre la signora Apollonia fissava muta l'avvocato con un'occhiataccia piena di diffidenza.
—Sempre a' tuoi ordini...—rispose il Serbellini con un tono pochissimo incoraggiante.
—Mi spiccio in due parole: Giulio Barbarò....
—Il figlio di qui' ccane!—grugnì fra i denti la signora Apollonia.
—....mi ha mandato a sfidare!
—Eh... siamo giusti...—l'avvocato strizzava l'occhio sorridendo—v'è di che! sei proprio stato senza misericordia!... E... come hai risposto?...
—Ho risposto che in questo caso, credendo conveniente di derogare ai miei principii, accettavo la sfida....
Gian Paolo sospirò e si strinse nelle spalle, mentre approvava col capo.
—Al mio avversario lascio il dettare tutte le condizioni; io non ne metto altro che una: mi voglio battere a elezioni finite.
L'avvocato Gian Paolo continuava a sospirare e a guardare il Cammaroto con una faccia, come se gli preparasse le esequie.
—Eh... già... quell'articolo, se vogliamo... era assai violento... forse, direi quasi, anche troppo violento.
—Senti! senti!... Troppo violento!... La mi 'anzona, sor avvocato?—si mise a gridare l'Apollonia, ohe cominciava a uscir dai gangheri.—La mi 'anzona?... S'è stato lei a metterlo su?... Se dopo letto l'articolo, saltava come un matto e piangeva come un vitello?...
—Certo... certissimo... ho detto e ripeto... quell'articolo era un torrente di verità sacrosante... ma forse... ci voleva in alcuni punti, un po' più di forma!...
—Be'... adesso, non è di questo che si tratta—interruppe il Cammaroto, ch'era pure un po' seccato per il contegno strano dell'amico Gian Paolo.—Adesso volevo dirti che, naturalmente, avevo pensato a te, prima che ad ogni altro per....
Ma l'avvocato, a questo punto, non lo lasciò finire, e prendendogli una mano e premendola sul proprio cuore—grazie di questa novella prova di amicizia, ma con te già si può parlare chiaro... ti prego... di cercarne un altro. In affari simili, io non ci ho punto pratica. Sono un pacifico padre di famiglia; mia moglie patisce di convulsioni; poi, come t'ho detto—e tornò a mostrare le carte—mi mancherebbe il tempo necessario....
—Ma...—balbettò il Cammaroto—gli è che il tempo stringe e non vorrei trovarmi in... in impiccio....
—Perchè non ti sei rivolto al Nannarelli?... Quello è l'uomo fatto apposta per queste cose!... È anche membro del Tiro a segno.
—Ma... stamattina non s'è visto neppure lui!... E poi, non so bene dove abita....
—Non sai dove abita il Nannarelli?... Ti servo io: Corso Venezia, numero cinquantatrè! Vai dritto, e non puoi sbagliare. Se prendi un omnibus ti ci porta in due minuti.... Guarda, guarda che bella combinazione!—e l'avvocato indicò al Cammaroto un omnibus, che attraversava la piazza a non molta distanza da loro,—l'omnibus del Corso Venezia parte proprio adesso!... Se fai presto, lo puoi raggiungere ancora....
Il Cammaroto si voltò, vide l'omnibus, si cacciò una mano sul cappello a cilindro perchè non gli volasse via e gli corse dietro seguìto dalla signora Apollonia ansimante, mentre l'avvocato, agitando in alto il fascio di carte, faceva segno al conduttore di fermarsi, e continuava a gridare:—Corri, corri, Salvatore!... I miei rispetti, donna Apollonia!
Poi quando vide l'omnibus fermarsi, e il conduttore imbarcare la signora e il Cammaroto, respirò mormorando: "Tant'è, me la sono cavata a buon patto!... Figurarsi, se mi volevo compromettere con quel mattoide!..."
Nel medesimo tempo la signora Apollonia, stretta nell'omnibus, mentre si aggiustava il cappello, che durante la corsa aveva perduto l'equilibrio, dichiarava al marito che "se quel canchero d'un avvocato" avesse avuto tanto ardire da tornare a ficcare il naso in direzione, gliene voleva dir tante, da svergognarlo.
—Calmati, calmati, che non ne mette conto. Tanto o lui o il Nannarelli per me fa lo stesso!...
La signora Apollonia tacque, ma non si calmò, e cominciò subito a guardare i numeri delle case, cogli occhi torvi. Quando l'omnibus fu arrivato al numero cinquantatrè, lo fece fermare.
—Ci siamo, Salvatore.
Scesero, e tutt'e due mormorarono con un sospiro di sollievo, quando il portinaio disse loro che il Nannarelli era in casa:
—Almeno avremo finito di girare!...
Ma invece, povera gente, dovettero girare dell'altro, e per un pezzo!
Anche il Nannarelli, quel giorno, era pieno di faccende.
—È arrivata da Barzanò una cugina di mia moglie, e tutta la santa mattina ho dovuto andare attorno con lei. Auf... non ne posso più!... Ho fatto visita si può dire a tutti i magazzini del Corso. Figurati, Salvatore, ha una figliuola che si fa sposa: non ho più fiato, nè gambe... e non siamo alla fine! Ho appena il tempo di mangiare un boccone lesto lesto e poi... nuovamente di servizio!... Ma s'accomodi, signora Apollonia; e tu, Salvatore... perchè vuoi star in piedi?... Dieci minuti, per bacco, li posso rubare anche a mia cugina!
—Ma... ho... avrei....
—Abbiamo premura anche noi!—esclamò l'Apollonia col solito fare stizzoso. Dal preambolo essa aveva già capito che nemmeno su quello c'era da fare assegnamento.
—Anch'io—continuava intanto il Cammaroto,—avrei una piccola noia da darti.... Amicus fidelis, protectio fortis, secondo l'Ecclesiastico...—e mentre l'Apollonia guardava di traverso il Nannarelli, Salvatore gli prese una mano e sorridendo gli raccontò quanto gli era accaduto, e lo pregò di volersi assumere la briga di fargli da padrino.
—Volentierissimo... sempre a' tuoi comandi... ma... tienmi in serbo per un'altra occasione.
—Andiamo, Salvatore—borbottò l'Apollonia tirando il marito per un braccio.
—Sarebbe un onore, per me, signora mia, si figuri; ma dica lei se non sono proprio disgraziato. Uno zio di mia moglie è ragioniere capo alla Banca del Credito Popolare, dove il Barbarò può fare alto e basso. Se io, come vorrei, accettassi l'incarico del nostro caro direttore, quella canaglia, per vendicarsi di me, che sono andato a sfidare suo figlio, farebbe perdere il posto a mio zio e.... Vedi bene, Cammaroto... vede bene, signora Apollonia, si tratta di un padre... di cinque figli.
—Andiamo, Salvatore!—ripetè l'Apollonia tirandosi dietro il marito, senza badare al Nannarelli. Ma questi volle accompagnare i Cammaroto fin sulla scala, e più li spingeva verso la porta, più si profondeva in offerte e in complimenti, dicendo fra l'altre cose alla signora Apollonia che, alla prima occasione, avrebbe voluto aver l'onore di presentarle sua moglie.—Oggi è tutta sossopra anch'essa per questo benedetto matrimonio di nostra nipote!—E sulla porta, dopo aver fatto i più cordiali augurii all'amico Salvatore, strizzando l'occhio e stringendogli forte la mano, gli raccomandò, se gli fosse stato possibile, di intiepidire un pochino quel suo gran bollore meridionale.... Il Cammaroto gli rispose con un'alzata di spalle, e se ne andò senza nemmeno salutarlo.
—Hai sentito, Polonnì!... Anche lui come quell'altro!...
—Figli di 'ani!...
—E adesso, chi si va a pescare?
Salvatore Cammaroto si strinse nelle spalle, e collo sgomento in cuore d'essere abbandonato sul più bello da tutti gli amici, dai collaboratori morali della Colonna, andò a battere ancora a diverse porte, ma sempre collo stesso bel frutto.
Tizio era spiacentissimo di non poter accettare "quel grande onore che gli voleva fare l'amico Cammaroto" ma partiva sul momento per la campagna: aveva i buoi collo zoppino!—Caio era desolato di non poterlo servire. Suo fratello era amicissimo di Giulio Barbarò, e non doveva accettare per riguardi di famiglia. Un altro non voleva assumersi l'incarico perchè era della Congregazione di Carità insieme col Barbarò; un altro perchè faceva affari colla Banca degli interessi lombardi provinciali, e temeva di crearsi difficoltà per lo sconto; e così di seguito, tutti colle più vive espressioni di rincrescimento; tutti ringraziando dell'onore e impegnandosi per la prima occasione, lo lasciavano in asso, compiangendolo per quella tegola che s'era tirata sul capo; facendo cuore alla povera signora Apollonia, e raccomandando in ogni tono, mentre gli aprivano la porta per farlo uscire "la forma!... la forma!... la forma!..."
—Oh, Polonnì, questa gentaccia mi farà perdere la testa!...—esclamava scorato il Cammaroto che vedeva avvicinarsi le quattro e ancora non avea trovato i padrini da mandare al Caffè Cova.
—Figli di 'ani!—rispondeva sempre la signora Apollonia colla voce rauca e tutta rossa in viso. Era stanca, aveva sete, aveva caldo, quantunque fosse di dicembre; e mentre schiattava di rabbia contro quegli altri, guardava di tanto in tanto il direttore che, abbattuto, piegava il collo sempre di più; lo guardava con un'espressione di tenerezza, di mestizia, d'inquietudine e non aveva più testa nemmeno per aggiustarsi il cappello che ormai le stava tutto di sbieco.
—Se fossi in te, manderei Peppino da que' du' così e farei dir loro che noi non si vuole imposizioni. Poi sulla Colonna vorrei dire le mie ragioni all'avvocato, al Nannarelli... e a tutti quanti!
Ma dei due consigli della moglie il Cammaroto non accettò altro che il secondo. Lasciata l'Apollonia, che non aveva più animo d'insistere per accompagnarlo ancora, all'ufficio della Colonna, prese un brum, si fece condurre alla Società dei reduci, dove gli fu indicata l'abitazione del presidente, vi si recò difilato, e col mezzo suo ebbe i due padrini che gli abbisognavano e che prima delle cinque entravano al Caffè Cova. Poi, accomodata questa faccenda, scrisse la sfuriata, come gli aveva suggerito la signora Apollonia, contro l'avvocato Gian Paolo Serbellini, contro il Nannarelli e compagnia, chiamandoli leoni-conigli, e sfogò tutto il malumore, tutto il dispetto e l'ira sua, narrando per filo e per segno la faticosa via crucis compiuta inutilmente dall'uno all'altro, e l'abbandono in cui era stato lasciato per egoismo, per bassezza, per viltà. E dichiarava che voleva rompere tutti i vetri dell'ufficio "per ritemprare colle aure ossigenate l'ambiente saturo dei loro pestiferi miasmi." "A me solo" prorompeva il Cammaroto nel punto massimo del suo furore "a me solo il disonor del Golgota" e mandava gli apostoli "sfibrati e simoniaci" dove "stava di casa la bramosìa plebea camuffata di gentilomeria accattona; l'astuzia e la vigliaccheria mascherate di prudenza," dove "per forma e per misura si spacciava l'ipocrisia e il gesuitismo."
Ma in questa sua ira il Cammaroto avea fatto un passo falso, e lo Zodenigo se ne approfittò subito, traendo occasione dall'abbandono in cui era stata lasciata la Colonna di fuoco per mostrare come l'opinione pubblica fosse disgustata dall'intemperanze della polemica Cammarotiana.
Era il primo caso in cui il Moderatore si degnava rivolgere la parola direttamente al giornale dell'ex-frate catanese; ma lo faceva coll'aria schifiltosa d'una damina che fa una smorfia e si restringe tutta in sè stessa, mentre sta per lasciar cadere un soldo nel sudicio cappello di un mendicante. Compiangeva più che altro il Cammaroto "che riusciva a lordare, ma non a ferire," e faceva intendere, fra le eleganze dello stile compassato, che era forse ancora più matto che non canaglia, "un soggetto più da processo clinico che da processo penale." E dichiarava pure che il Moderatore "da cortese gentiluomo" sarebbe stato ben lieto d'offrire al Serbellini, al Nannarelli e ai loro egregi amici quella ospitalità che "l'iracondo apostolo... della bugia" voleva infligger loro come una punizione.
"Del resto, Milano aveva giudicato. Milano, che a buon diritto poteva vantarsi come la capitale morale e intellettuale d'Italia; Milano la seria, la forte, l'operosa, l'onesta; Milano aveva già irremissibilmente ripudiata una stampa senza freno e senza pudore; che non aveva nulla di inviolabile, nemmeno le pareti domestiche, nemmeno i più gelosi segreti della vita privata; che non rispettava nulla, nè amici nè avversari, e contro la quale il buon ambrosiano, sulle cui labbra scoppiettava sempre viva la satira di Carlo Porta, aveva inflitto il marchio di un soprannome che avrebbe vissuto più del nome vero, e che sarebbe stata l'unica memoria superstite di quella lotta infelice, di quella polemica sciagurata:
La Colonna... di feccia."
Infine, come se il Cammaroto ormai fosse proprio morto e sotterrato, e di Francesco Alamanni non fosse più nemmeno il caso di discorrerne, annunciava solennemente che "il giovedì di quella stessa settimana (le elezioni erano indette per la domenica) alle ore 11 antimeridiane precise il cavalier Pompeo Barbarò, invitato dal Comitato elettorale degli agricoltori liberali-moderati," avrebbe tenuto una conferenza nella sala del Teatro Sociale di Panigale, per intendersi cogli elettori e manifestar loro le proprie idee intorno alla politica del Governo e alle riforme amministrative.
Quando lo Zodenigo comunicò il proprio disegno circa un discorso politico da tenersi a Panigale, al cavalier Barbarò, questi in sulle prime mandò il professore a tutti i diavoli, e dichiarò che non gli avrebbero aperta la bocca nemmeno coi ferri.
—Siete matto, professore, proprio matto da legare; più matto ancora di quel frataccio infame!...
E a Beppe Micotti, chiamato apposta a Milano dallo Zodenigo per ricevere ordini in proposito, e che gli prometteva una gran dimostrazione, intimò di smettere le pagliacciate, dicendogli mille villanìe.
Ma Beppe Micotti non si lasciava sbigottire, e il professore non si dava per vinto:
—Vogliamo farvi tiionfaae a vostro dispetto—mormorava socchiudendo gli occhi e facendo sempre più l'addormentato.
E senz'altro, quando gli parve fosse il momento opportuno, annunziò il discorso sul Moderatore, e fece affiggere per tutto il collegio avvisi e manifesti, col giorno e l'ora della riunione, tanto che il povero Barbarò dovette ancora piegare il capo e mettersi ore e ore per imparare a mente tutto il discorso che dallo Zodenigo medesimo gli era stato preparato.
"No no; un'altra volta non mi ci piglia di sicuro, quel ladro d'un Dulcamara!" brontolava interrompendosi arrabbiato, mentre passeggiava in lungo e in largo per lo studio, coi foglietti in mano. "Non mi ci piglia più, campassi mill'anni!" Poi si fermava su due piedi e cominciava a declamare, accompagnando la parola con gesti analoghi:
"Onorevoli signori!... Concittadini carissimi!
"Non ho preparato un discorso.... Aborro il frastuono della retorica, la vacuità delle frasi fatte, le viete ripetizioni dei soliti luoghi comuni!... Aborro tutto ciò che è voce e non pensiero—suono e non idea—perchè.... (A questo punto sul manoscritto c'era una nota che diceva: pausa—quindi proseguire rivolgendosi verso l'uditorio con amabile ironia; e il Barbarò storceva la bocca per provarsi a sorridere, e poi continuava dopo una battuta di aspetto)... perchè non sono... oratore!... Ma che volete, signori miei?... Io mi vanto di rappresentare il lavoro, se non l'intelligenza, e all'eloquenza delle parole ho sempre preferito... (nuova pausa—più forte)... ho sempre preferito—gridava Pompeo battendo col pugno nell'aria—ho sempre preferito l'eloquenza dei fatti!..."
Ci saranno applausi—diceva una nuova avvertenza—ma bisogna tirar di lungo, senza ringraziare. E Pompeo continuava: "Pure, trovandomi in mezzo a voi, da voi cortesemente invitato, commosso nel profondo del cuore per tante e così immeritate e inaspettate attestazioni di affetto e di stima, qui dirò brevemente, ma francamente, in camera caritatevolis....—No, bestia, charitatis, charitatis, charitatis!—ripeteva, pestando i piedi, il povero Barbarò, che, arrivato al latino, perdeva la staffa, bestemmiava e sbuffava, finchè, sospirando, tornava un poco a calmarsi, a far di nuovo boccacce per imparare a sorridere amabilmente, a distendere le braccia per salutare gli elettori, e ricominciava daccapo a declamare:
"Onorevoli signori!... Cittadini carissimi!..."
Tuttavia, ad onta di tante pene, e di tante inquietudini, quando Pompeo Barbarò fu giunto al momento difficile, all'ora del gran discorso, non ebbe più tanta paura, tanto orgasmo ed anzi scorgendo, sotto l'atrio del Teatro di Panigale, Beppe Micotti e Don Rosario fra mezzo a tutti i suoi affittaiuoli, i suoi coloni, i suoi lavoranti che lo guardavano impauriti e timorosi, non solo si rincorò pienamente, ma ci trovò gusto, e si sentì commosso per quella imponente dimostrazione di simpatia.
—Cooaggio... e avanti sempee!—gli disse piano lo Zodenigo che gli si era messo vicino, mentre il Presidente del comitato si disponeva, come vuol l'uso, a presentare il candidato, dall'alto del palco scenico, all'assemblea.
Ma il Barbarò gli mostrò la propria sicurezza con un'alzata di spalle, e appena si ristabilì il silenzio, dopo gli applausi che accolsero il suo nome, silenzio imposto cogli zittii formidabili di Beppe Micotti e dei fattori, il Barbarò cominciò a parlare con franchezza e proseguì spedito, non dimenticando una pausa, un'inflessione di voce, e senza mai inciampare, neppure nel latino.
Il trionfo fu completo. Se durante il discorso gli applausi, ai quali Beppe Micotti e Don Rosario davano sempre lo spunto, erano stati a stento repressi, alla fine proruppero in una vera ovazione, e il Barbarò sudante e lacrimante fra i membri del comitato che gli si accalcavano addosso per festeggiarlo, ubriacato dal buon successo, avrebbe voluto aggiungere qualche parola, quasi quasi sarebbe stato disposto a fare il bis.
"Che buona gente!..." e distribuiva commosso strette di mano, sorrisi, saluti, scappellate a tutti quanti.
Se non che, mentre il Barbarò accompagnato dallo Zodenigo, dai sindaci dei vari comuni del collegio, dal Presidente e dai membri del Comitato degli Agricoltori liberali-moderati, stava per uscire dal teatro, la scena mutò a un tratto. Dentro risonavano ancora gli applausi: fuori, la folla si mostrava ostile, e non mancò nemmeno qualche fischio all'indirizzo del cavaliere. Pompeo impallidì, e si strinse al braccio del sindaco di Panigale.
—Ohi!... ohi!... Che c'è di nuovo?... Dove sono i carabinieri?...
I carabinieri erano poco lontani, ma Pompeo non si tranquillò.
"Pellagrosi maledetti!..." Confuso, sbalordito, saltò in carrozza col sindaco, lo Zodenigo e il Presidente, mentre due o tre altri fischi salutarono la comitiva che partiva al trotto verso la sede del comitato, dove ci doveva essere un gran banchetto in onore del Barbarò.
—È una manovra vergognosa!... È un'altra bricconata del Cammaroto!...—esclamò lo Zodenigo, rivolgendosi al sindaco che, maravigliato e mortificato, non sapeva più che cosa dire.
Pompeo Barbarò non avea veduto, non avea capito nulla, ma non osava chiedere schiarimenti: aveva troppa paura in corpo. In un attimo era ripiombato dalle gioie del trionfo nell'avvilimento della sconfitta. "E tutto si fosse fermato lì... ma dai fischi alle bastonate il passo poteva esser breve!" pensava fra sè facendosi piccino piccino in un angolo del landò.
—Bisogna trovar modo di strappaae tutti quei manifesti indecenti!—disse ancora lo Zodenigo al sindaco che, sempre muto, si strinse nelle spalle.
—Come fare?—domandò il Presidente del comitato, pallido anche lui, colla cravattina nera a sghembo, e il pioppino nuovo, troppo stretto, che gli ballava in testa.—Come fare?... Hanno tappezzato tutto il paese!
Infatti mentre il Barbarò nel Teatro Sociale era festeggiato dai suoi elettori, tutto il paese, e specialmente la piazza, la chiesa, il municipio, e persino le colonne della facciata del Teatro, erano state coperte quasi letteralmente da un'enorme quantità di avvisi rossi, verdi, gialli, di tutti i colori, colla scritta che segue:
"Elettori di Panigale!...
"Leggete il presente dispaccio ricevuto da Londra in data d'oggi dall'insigne patriotta milanese Nicola Mazza, colà rifugiatosi dopo essere scampato dalle segrete dell'Austria.
"Caro Cammaroto.—Dite pure agli Italiani che l'attuale candidato proposto dagli avversari di Francesco Alamanni è quel medesimo Pompeo Barbetta che nel 1849 ha fatto la spia a Giulio Alamanni e a me.—Nicola Mazza."
Tuttavia avendo i carabinieri eseguito con precisione e in breve tempo gli ordini ricevuti:—di strappare tutti gli avvisi nel collegio, e ammonire con severe paternali i soggetti più pericolosi—la quiete fu tosto ristabilita, ed anzi i convitati si trovarono abbastanza ben disposti per il pranzo, e dopo la zuppa le conversazioni, rallegrate dai suoni della Banda Civica, cominciarono ad animarsi, il buon umore a farsi generale.
Ma nè la musica, nè il frastuono, nè i fumi del banchetto riuscivano a scuotere, a riconfortare Pompeo Barbarò. Pallido, stralunato, masticava i bocconi senza poterli inghiottire, tanto si sentiva il petto grosso, e la gola secca. Voleva mostrarsi disinvolto, ed era confuso, impacciato; voleva sforzarsi di sorridere amabilmente, e faceva smorfie come se avesse avuto il mal di denti. Voleva parlare, ma non trovava le parole. Gli pareva che il favore, che avea prima dimostrato per lui tutto quel mondo sussurrone, si fosse raffreddato; e per darsi animo cercava spesso con gli occhi lo Zodenigo, che soffiava e faceva la ruota, seduto in mezzo alla tavola fra il sindaco e il Presidente del Comitato elettorale. Il professore mangiava assai, ma con un appetito composto e silenzioso, sempre eguale per tutto il pranzo. Parlava pochissimo, e sorrideva con benigno compatimento ai lazzi di Don Rosario, tutto rosso e rilucente, nel faccione tondo.
Nessuno avea mai osato il benchè minimo accenno alle scenate successe fuori del Teatro, nè alla birbonata da processo del padre Cammaroto. Solamente quando fu l'ora dei brindisi, il solito Presidente del comitato (anche costui era un grosso fittaiuolo del Barbarò) si alzò pel primo, e col viso smorto dalla soggezione, e la cravattina che gli scappava dal colletto, tuonò, con voce fessa e un tantino tremante, "contro le male arti dei sovvertitori dell'ordine pubblico le quali... le quali... non avrebbero fatto altro, del resto, che rendere più imponente la spontanea manifestazione della coscienza popolare!"
Ma appena finito il brindisi, mentre gli applausi scoppiavano più fragorosi, e il Barbarò colla bocca sorrideva ringraziando e col cuore mandava all'inferno tutti quegli ubriaconi imprudenti che avrebbero potuto provocare qualche rumore dalla strada... e qualche sassata, entrò in sala Beppe Micotti, si avvicinò, non osservato, per la gran confusione del momento, allo Zodenigo, e gli bisbigliò in fretta alcune parole all'orecchio.
Lo Zodenigo fece un atto vivissimo, per quanto rapido, e guardò involontariamente il Barbarò. Ma questi, tutto intento a sentire un altro brindisi, non vide il professore che, detta una parola di scusa a' suoi vicini di tavola, uscì subito dietro al Micotti.
—Dov'è?... Dov'è?...—domandò affannato a Beppe quando furono sulla scala, guardandosi attorno come per cercare qualcuno.
—È qui... aspetta nella corte!...—rispose il Micotti scendendo in fretta dinanzi allo Zodenigo.
Infatti, appena furono abbasso, venne loro incontro uno dei ragionieri più vecchi e più fidati del Barbarò. Tutto sconvolto stava per parlare, ma il Micotti gli chiuse la bocca con un cenno, e lo fece passare col professore in una stanzetta appartata, dove non entrava mai nessuno.
—Per Dio!—esclamò il professore, rivolgendosi ansiosamente al ragioniere, mentre il Micotti chiudeva l'uscio....—Quando è successo il fatto?
—Stamattina... saranno state le dieci....
—E... come ha saputo?...
—Antonio, il servitore del signor cavaliere, che stava mettendo in ordine l'appartamento, ha udito lo sparo... è entrato in camera... ha veduto il signor Giulio lungo disteso per terra, privo di sensi... Anzi al primo momento, credette fosse morto sul colpo ed è corso nello studio spaventato, per chiamar gente....
—E chi c'era con lei nello studio?...
—Nessun altro... ero solo.
—Meno male!... E... come lo ha lasciato?
—Agitatissimo. Si temeva assai per la febbre.
—E il medico?... Che cosa dice il medico?...
—Ancora non vuol pronunciarsi.... Dice che sarà un affar grave in ogni modo.... Che la palla gli deve aver perforato il polmone....
—Il fatto, per ora, non si è saputo, fuori?...
—Per ora, no.
—È necessaaissimo che rimanga sepolto... almeno finchè possiamo aver speranza di evitare una catastoofe!... In caso diverso il cavaliere è spacciato!...
—Oh per questo—interruppe il Micotti con un'alzata di spalle—vede bene quanto effetto hanno ottenuto anche le famose rivelazioni del frate, coi dispacci telegrafici da Londra. Un fuoco di paglia.
—Non si può dir niente, ancora. In ogni modo furono pronti i nostri a non lasciarsi prendere.... hanno subito indovinato che quel dispaccio non poteva essere altro che un tranello elettooale!... Ma se invece adesso si sparge la nuova del tentato suicidio, tutti crederanno, anche i più increduli, che l'accusa sia vera... si dirà che Giulio Babaaò voleva ammazzarsi per non poter sopravvivere al disonore del padre, all'infamia del proprio nome... e, in tal caso, anch'io ci farei una figura non toopo... non toopo...—Ma a questo punto si fermò, e dopo aver masticato una bestemmia all'indirizzo degli esaltati, ordinò al Micotti di recarsi subito dal signor cavaliere di trovar modo di chiamarlo in disparte, e di farlo scendere un momento, con una scusa qualsiasi. "...E badasse bene, senza destar sospetti!"
Lo Zodenigo, rimasto solo col ragioniere, continuò a borbottare stizzito, a pestare i piedi, e a domandargli con molta ansia:
—Mi assicura proprio che, fuori di casa, non sia corsa voce del fatto?...
—No... si può sperare almeno. Il medico medesimo ha raccomandato, per il primo, la maggior segretezza. Antonio è muto come un pesce... Di me... si possono fidare... Certo per altro, che se avesse ad accadere una disgrazia, allora... non sarebbe più possibile tenerla nascosta.
—Già... già... sicuaamente... ma intanto facciamo quel che si deve, poi sarà quel che saà!... Se guarisce, si potrà negare tutto... si potrà dire che si è fatto male... per accidente! In somma qualche cosa troveremo, per tener a bada i cuiiosi....
Ma in quel punto si precipitò nella stanza Pompeo Barbarò che, nel frattempo, era già stato informato di tutto dal Micotti.
—Ah, per Dio!... Anche questa mi ci voleva!... Ma la cagione?...—domandò, pallido, ansante.—La vera cagione, si è potuta sapere?...
Il ragioniere riferì che la sera prima era stato pubblicato, pure a Milano, in un supplemento della Colonna di fuoco, il dispaccio telegrafico di Nicola Mazza; riferì che il signor Giulio lo aveva veduto, che ne era rimasto molto colpito e che aveva subito mandato Antonio in cerca del capitano Redaelli e del dottor Franchi.
—Ma Antonio—continuava il ragioniere—ritornò senza aver potuto trovare nessuno dei due. Il signor Giulio, che pareva non avesse il coraggio di uscir di casa, scrisse un biglietto, che mandò subito, ancora per mezzo di Antonio, al capitano.... In quel biglietto, si crede avesse pregato il capitano, e col capitano medesimamente anche il dottor Franchi, di correre da lui questa mattina presto; infatti...
—Ma come ha potuto sapere tanti particolari?...—domandò il Micotti, che stava attentissimo, interrompendo a bruciapelo il ragioniere.
—Antonio m'ha raccontato tutto il.... la cosa....
—Va bene; va bene! Avanti,—esclamò Pompeo vivamente.
—Infatti—continuò l'altro—i due signori capitavano stamattina, un poco prima delle dieci, a cercare del signor Giulio. Il signor Giulio che era già alzato, o che forse non era nemmanco andato a letto, corse loro incontro, li fece entrare nella sua camera, chiudendosi dentro. Il capitano Redaelli e il dottor Franchi uscirono poi quasi subito... con una faccia molto scura... e dovevano essere appena giunti in istrada, quando Antonio udì un colpo di revolver, in camera del signor Giulio.
Beppe Micotti, a questo punto, si strappò un'unghia, che stava rosicchiando da un pezzo, vizio imparato dal padrino.... Lo Zodenigo, invece, e il Barbarò si guardarono in viso l'un l'altro, muti, costernati. Non ci poteva esser dubbio circa il motivo che avea spinto Giulio alla disperazione: i suoi padrini, dopo il telegramma di Nicola Mazza, dovevano aver rifiutato di fare qualche nuovo passo verso il Cammaroto.
In fatti, come si venne a sapere molto dopo, il capitano Redaelli e il dottor Franchi avevano dichiarato quella mattina a Giulio Barbarò, che non solamente non potevano accettare di far nuove pratiche verso il Cammaroto, ma che gli rimettevano anche il mandato avuto per regolare la prima questione, finchè un giurì d'onore, scelto all'infuori di ogni partito politico, non avesse dichiarato falso o infondato il dispaccio del Mazza pubblicato dalla Colonna di fuoco.
—Maledetto frate!... Maledetto frate!...—borbottava intanto il Barbarò fra i singhiozzi.—E maledetto voi,—gridò poscia, a un tratto rivolgendosi col pugno chiuso contro lo Zodenigo.—Maledetto voi, che mi avete rovinato, che mi avete dato in mano ai miei nemici, che siete l'origine di tutte le mie disgrazie!... Maledetto!... Maledetto!... Maledetto!...
—Finiamola!... State zitto!... Non è questo il momento dei lagni, delle recriminazioni!—rispose lo Zodenigo senza indietreggiare, senza scomporsi, ma guardando freddamente il Barbarò, con un'occhiata molto espressiva.—Ve l'ho detto ancooa.... Non potevo mai preveder tutto... tutto quello che ci capita. Pensate che, con voi, mi son messo in serio peeicolo anch'io!...
—Bisogna... bisognerà... ritornare a Milano immediatamente!—disse allora Pompeo, nel quale l'ira furibonda avea subito dato luogo a un grandissimo abbattimento.
—Siete matto? Volete proprio rovinarvi?—esclamò con molta vivacità il professore.—E rovinarvi non soltanto come uomo politico, ma... in tutti i modi!... Pensate al rumore, allo scandalo, che susciterebbe la vostra partenza precipitosa da Panigale. Sarebbe un divulgare per tutto il mondo, quanto più preme di tener nascosto!...
—Ma... e se non si riesce a questo?... La gente dirà allora che invece di correre presso il letto di mio figlio, son rimasto qui a banchettare, e mi lapideranno per un altro verso. Diranno che non ho cuore, che non ho viscere di padre!... Io, che mi farei a pezzettini, per quel figliuolo!... Io, che ho lavorato tutta la vita per lui, per lui solo, per vederlo ricco, grande e felice! E in compenso non ha voluto.... non ha saputo sacrificarmi nemmeno un momento d'orgoglio!... Invece di aiutarmi e difendermi, proprio lui, mio figlio, mi ha dato il colpo di grazia!... Ma—e incominciò a gemere e a singhiozzare—è proprio stato sempre il mio destino quello di seminare benefizi per raccogliere ingratitudine!...
Lo Zodenigo cercò di quietarlo, di rassicurarlo, e gli mostrò tutte le ragioni per le quali non si doveva muovere da Panigale, e doveva invece sforzarsi di dissimulare, in modo non solo da non destare sospetti, ma anzi da dissiparli pienamente, caso mai ce ne fossero.
"Accadendo una catastoofe," soggiungeva poi "o rendendosi impossibile, per qualunque altra circostanza, tener nascosta la disgrazia, allora lui per il primo avrebbe dichiarato in pubblico di non aver voluto che in quei primi momenti lo mettessero a parte di una taagedia così terribile, per non recare un troppo fiero colpo al suo cuore di padre... per aver tempo e modo di poterlo preparare... e confortare!..."
—Fate voi... fate voi, caro professore: sono nelle vostre mani—rispondeva balbettando Pompeo, il quale quando non vedeva più scampo, montava in furore, ma poi, se intravvedeva appena un barlume di speranza, ritornava docile e rassegnato, a raccomandarsi.
Lo Zodenigo, prendendo il pretesto di dover fare il giornale, partì subito per Milano senza rumore. Partì col ragioniere, il quale sarebbe ritornato la sera stessa con le istruzioni per il Barbarò.... Se avesse veduta o ritenuta imminente una disgrazia, allora, non giovando più a nulla la prudenza, avrebbe subito telegrafato.
Durante il viaggio, il professore Eugenio si mantenne silenzioso e meditabondo. La riflessione, succeduta allo sbalordimento del primo colpo, aumentava la gravità del fatto, e a mano a mano gli faceva giudicare sempre più difficili tutti gli espedienti per poterlo tener nascosto, o almeno per mitigarne le conseguenze.
"Pee Dio!..."
Senza quel colpo di testa, le cose sarebbero andate benone, e adesso, invece, il Barbarò era quasi spacciato, e correva il rischio di rimetterci assai del suo credito anche il Moderatore.
"Sì, sì, il cavalier Pompeo aveva ragione; quel ragazzaccio sventato mostrava di non aver gratitudine, nè cuoee, per chi gli aveva dato la vita e... la borsa piena!... Come mai non aveva pensato alla pazzia che stava per commettere?—L'idea dell'onore.—Stupido!—Non capiva, che ammazzandosi, non faceva altro che confermare tutte le accuse messe in giro contro suo padre?... Chi sa per altro, in che stato di esaltazione doveva trovarsi in quel momento!... Forse i padrini col loro contegno—minchioni!—gli avevano fatto sembrare le cose anche più disperate che non fossero in realtà!... Avrà veduto distrutti i suoi disegni matrimoniali... la bella bimba perduta e allora pamfete, un colpo di pistola!...
"L'amore!... È un gran guastamestieri!... maledetto l'amoee.... e maledetti i matti!... Ma... pure... " il viso del professore si rischiarò, come illuminato da una nuova idea:
"Se, invece di essere un guastamestieri, questa volta l'amore accomodasse ogni cosa?..."
"Sì, sì appunto; la signorina Alamanni è la sola che ci possa salvare.... Tutto sta che quel babbuino possa guarire, o almeno tirar avanti per un poco!... Ma... ma come potrò fare per vedere la signorina Mary? Suo zio, certo, non sarà molto ben disposto, per ricevermi...."
Il modo fu più spiccio di quanto non avesse creduto: arrivato appena a Milano, trovò la Mary e la marchesa Angelica che assistevano Giulio Barbarò.
Tutti i giorni, quando battevano le cinque in punto all'orologio di San Carlo, Giulio Barbarò entrava dall'Hagy (il noto liquorista del corso Vittorio Emanuele, in faccia all'Albergo Roma) per prendere il vermouth; tutte le sere, quando battevano le nove, Giulio Barbarò entrava dal tabaccaio (pure sul corso di faccia all'Albergo Roma) a prendere un sigaro; e tutte le mattine, finalmente, egli non mancava mai, alle nove, precise, di ripassare dall'Hagy per bere un centerbe... e mentre, fattosi presso ai cristalli dell'uscio, sorbiva l'amaro dalla tazza spumeggiante, pareva che dagli occhi, fissi ad una finestra del secondo piano dell'Albergo Roma, gli entrasse, misteriosamente, una gran dolcezza in cuore.
Orbene, la Mary, il giorno innanzi il tragico avvenimento, dopo aver veduto Giulio la mattina, lo aveva poi aspettato invano, dietro la finestra della sua camera, alle cinque e alle nove.
Inquieta, agitata, e trovandosi sola coll'Angelica all'Albergo, perchè lo zio era uscito, scrisse in fretta un biglietto che mandò a donna Lucrezia in cerca di notizie. Donna Lucrezia, invece di rispondere, capitò al Roma affannata, scusandosi di non aver avuto cuor nè testa di far la sua solita toilette; e soffiando e sbuffando, col naso intasato "...non sapeva, dove diamine era andata a pescare quel maledettissimo sfredoron!" accrebbe assai, colle sue chiacchiere, il turbamento e le pene della buona figliuola. In ultimo, quantunque Angelica le facesse segno cogli occhi, non potè tacere, e baciandola prima di andarsene, le spifferò ogni cosa, e della Colonna di fuoco, e del dispaccio di Nicola Mazza.
—Tute matae... tutte fandonie... ma, intanto, chi sa, fia mia, come starà quel pôro toso!... Me sento per lù l'anima sanguinante!... Ma la colpa è del governo... De sto governo taconà.... Di questo governo di nani. Permette che si pubblichino in piazza, le cose più segrete!... Permette che si stampi sulle gazzette tutto quanto salta in testa ai mati... perchè quel frate birbon, l'è, come se dise adesso, un mattoide fegatoso!
Appena la Mary sentì nominare la Colonna di fuoco, non pianse più, non si mostrò più tanto inquieta. Pallida, gli occhi infossati, esprimeva, nel viso bellissimo, tutta la calma che danno le forti risoluzioni.
Andata via la Balladoro, e appena Angelica si fu ritirata nella sua camera, essa mandò subito un fattorino dell'Albergo a prenderle una copia della Colonna di fuoco.... Cercò.... lesse ansiosamente il dispaccio di Nicola Mazza. Allora ebbe un tremito, ebbe un singulto, ma insieme uno slancio di pietà e di amore per Giulio Barbarò. Subito si buttò genuflessa accanto al lettino, pregò per il babbo suo, poveretto, per la sua mamma; poi dopo avere pregato, sempre ginocchioni, col viso nascosto fra le mani, rimase ancora con essi lungamente. Erano i suoi timori, era l'affanno del suo cuore, l'effusione dell'anima sua che ricorrevano al babbo e alla mamma in cerca di coraggio, di conforto, di consiglio... ma non di perdono. Il suo dolore era intenso, la sua angoscia amarissima, ma pure in lei non c'era lotta. Mai, nemmeno per un istante, dubitò che le colpe del signor Pompeo dovessero ricadere su Giulio. Per il suo retto sentire, per la fedele tenerezza del suo cuore, egli non era, e non doveva essere in alcun modo responsabile del delitto di suo padre, nè tocco dalla sua ignominia. Ed anzi sentì imperioso l'obbligo di difenderlo, di proteggerlo colle leggi sante dell'amore, contro tutte le ingiustizie degli stolti e dei cattivi; sentì che la sua parte di donna, di sposa, di innamorata era di consolarlo di quell'immenso dolore. Sì; essa sola gli poteva recare il soave balsamo della pace, e colla tenera previdenza dell'augelletta fedele, gli doveva preparare un altro nido, la consolazione della famiglia, un piccolo mondo ricolmo di nuovi affetti.
Ma... e perchè poi non era passato dall'Albergo alle cinque?... Perchè non vi era passato alle nove?
E se trovandosi solo, lontano "dalla sua Mary" non avesse più la forza di sopportare quel colpo fierissimo? Ebbene, gli avrebbe subito scritto, avrebbe saputo lei come consolarlo. Non gli voleva forse tanto più bene, quanto più egli era infelice?
Ma... nemmeno alle otto!... Che cosa era successo?... Doveva essere andato a Panigale da suo padre, per supplicarlo di ritirarsi dalla lotta... Certo, certo non poteva essere altrimenti.
Dio, Dio!... Com'erano lunghe le ore!... non passavano mai!... E se con tanti dispiaceri avesse finito per ammalarsi?...
Insomma lo voleva vedere; gli voleva parlare: lo avrebbe avvertito, e il giorno dopo si sarebbero incontrati da Donna Lucrezia.
Si alzò, e baciò con affettuosa devozione la miniatura della mamma (quella stessa che la fanciulla non sapeva di dovere al signor Pompeo); baciò parimenti una ciocca di capelli che erano del suo babbo, poi, invece di spogliarsi per andare a dormire, accese il caminetto, si avvolse tutta in uno scialle e si sdraiò in una poltrona, vicino al fuoco, rimanendo così per un pezzo, cogli occhi spalancati, a riflettere, a pensare, a temere, a consolarsi, concludendo in fine, che se Giulio non avesse potuto vedersi a Milano, per via di suo padre, sarebbero andati a vivere lontano... soli e felici.
Nel molle abbandono della stanchezza la fanciulla pensava a quel viaggio con un'estasi dolcissima.... Le pene, i timori erano spariti... La felicità traboccava dal suo cuore, l'inondava di beatitudine... e quella felicità era il suo dovere, era la sua missione. L'amore che le prorompeva dal cuore, che le bolliva nel sangue, era benedetto dalla sua mamma, era consacrato da Dio.... Com'era facile.... Com'era bella la vita!...
La candela crepitò, poi si spense. La legna era tutta consumata, e solo i carboni accesi rischiaravano la bocca del camino con un riflesso rossastro. La fanciulla ebbe un brivido di freddo; si strinse tutta nello scialle, ma non ebbe forza di muoversi. A poco a poco abbandonò la testina che le ricadde sopra una spalla... chiuse gli occhi.... Vide ancora il suo Giulio che la guardava mestissimo, supplichevole.... Allora dal seno gonfio uscì un sospiro... sorrise dolcemente... le labbra si schiusero... si mossero per un bacio, e così sognando si addormentò.
Ma la mattina si svegliò prestissimo, intirizzita, e cominciò prima delle otto e mezzo a far la posta, dietro alla finestra, ai primi e scarsi frequentatori dell'Hagy. Fino alle nove non ebbe nemmeno il dubbio che il giovanotto non ci dovesse venire; ma poi quando le nove furono battute e ribattute ed egli non si mostrò ancora, tutta la sua sicurezza, la sua tranquillità svanirono a un tratto; scrisse a Giulio due righe, tremante, colla testa in fiamme: "Che è successo, mio Dio?... Devo parlarti; voglio vederti subito" e gliele mandò per il fattorino dell'Albergo, coll'ordine di non consegnare il biglietto altro che nelle mani sue proprie del signor Giulio Barbarò.
Il fattorino partì di corsa, ma, poco dopo, ritornò ancora col suo biglietto.
—Non si trova a Milano, il signor Giulio?...—domandò la ragazza stupefatta.
—Sì, è a Milano; ma mi fu risposto che non poteva ricevermi.
—Gli avete fatto dire che la lettera veniva dall'Hôtel Roma?
—Si figuri!... Ho parlato io stesso col servitore.
—Con Antonio?—domandò vivamente la Mary.
—Appunto: ho sentito il portinaio che lo chiamava Antonio. Mi ha detto che il suo padrone non voleva veder gente; che dormiva ancora; che avea lasciato ordini precisi perchè nessuno gli entrasse in camera.
La Mary, accigliata, col cuore che le batteva forte, col seno anelante, osservava fissa il buon uomo come per scrutare e pesarne ogni parola. Costui indovinò subito che cosa passava in mente alla signorina, e soggiunse più piano:
—Se devo dirle la verità... mi parevano tutti sossopra in quella casa. Il portinaio non capiva un'acca; il servitore aveva la faccia stralunata e una gran furia di mandarmi via.... A buon conto, come mi aveva ordinato lei, la lettera non l'ho voluta lasciare.
—Avete fatto bene.—La Mary, prese il biglietto, lo stracciò senza aprirlo, poi andò difilato in camera della marchesa Angelica, le disse quanto le accadeva e la supplicò perchè volesse accompagnarla fino dal portinaio di casa Barbarò:
—Antonio mi conosce; lo farò chiamare, e sentiremo che cosa c'è di nuovo.
Angelica si mostrava poco disposta a secondare la cugina, e voleva persuaderla di attendere ancora un poco, di provare a scrivere un'altra lettera; ma la Mary tagliò corto a tutte le obiezioni:
—Se tu non mi vuoi accompagnare, prendo un brum e ci vado sola.
—Quand'è così... piuttosto... verrò anch'io!...
E la marchesa, contro voglia, perchè reputava l'atto sconveniente per la Mary, e perchè le ripugnava di mettere i piedi anche appena sulla soglia di quella casa, si arrese, affidandosi al minor male per impedirne uno maggiore.
La Mary intanto continuava a sentirsi sempre più agitata. Aveva la febbre di sapere... era spaventata al punto che un nonnulla, il più piccolo incidente, sarebbe bastato per spingerla ad ogni estremo. Immaginava che Giulio dovesse battersi in duello: che forse si fosse già battuto... che, Dio Dio, fosse rimasto ferito!... E lo vedeva in un letto... fasciato... coperto di sangue... morente!...
Il suo cuore non l'aveva mai ingannata, e pensava rabbrividendo che non dovesse ingannarla nemmeno allora.
Infatti, appena le due signore furono a vista della casa del Barbarò, scorsero dinanzi alla porta una vettura chiusa, e quasi subito un signore uscir dalla casa e montar lesto nella carrozza che partì. La Mary doveva conoscere bene quel signore, perchè vedendolo si sentì come dare un tuffo al cuore, e mormorando: "Ah, mio Dio, il dottor Rodolfi!" affrettò tanto il passo da mettersi quasi a correre.
Angelica le teneva dietro, sforzandosi di calmarla:—Chetati, chetati!—le diceva—non sarà successo nulla... di grave; speriamo!—ma in cuor suo cominciava pure a temere.
La Mary correva senza darle retta. Essa non sentiva, non capiva più altro che il suo Giulio doveva essere ammalato, o ferito; che una disgrazia gli era successa.
—Chiamate Antonio, subito!—disse al portinaio sbattendo l'uscio dello stanzino.
—Ma...—il portinaio guardava la Mary titubante. Egli non la conosceva. Tuttavia avea subito capito trattarsi di persona cui stava molto a cuore il signor Giulio, e che, forse, era al fatto di ogni cosa.
—Chiamatemi subito Antonio... ditegli che c'è la signorina Alamanni che lo vuole.
A quel nome (il nome della fidanzata del padroncino era ben conosciuto nella casa) il portinaio alzò, istintivamente, le braccia con un atto di sorpresa, di sgomento, di pietà.
—Sta male? Ditemi, sta molto male?...—domandò la ragazza con voce tremante.
Il portinaio invece di rispondere scrollò il capo, uscì in fretta dallo stanzino e corse su per le scale in cerca di Antonio, chiamandolo ad alta voce. Allora la Mary, più esaltata che mai, invece di attendere giù, gli corse dietro, seguita pure dalla marchesa, che in quel momento di ansia non ebbe più testa per pensare ad altro. Attraversarono l'anticamera, passarono in fretta tutte le stanze, chiamando sempre "Antonio, Antonio," ma con voce più sommessa, finchè questi rispose, aprendo l'uscio di un gabinetto attiguo alla camera del padroncino.... La Mary distinse subito, sopra un tavolino, bambagia, fasce, filaccie... udì un lamento, e si precipitò nella camera di Giulio che, preso dal delirio, la chiamava per nome.
Ecco in qual modo era successo che la Mary e la marchesa Angelica furono trovate presso il ferito dal professore Eugenio quando giunse da Panigale.
Giulio Barbarò, dopo un leggiero delirio, era passato al sopore. Di tanto in tanto pareva destarsi... scoteva la testa sul guanciale... apriva, sbatteva le palpebre, ma non riconosceva nessuno e lo riprendeva subito il sonno morboso.
Nel frattempo, prima sempre dell'arrivo dello Zodenigo, c'era stata una seconda visita del medico, in compagnia di un consulente suo amico. Fu giudicato che lo stato del ferito si manteneva sempre assai grave: la palla aveva perforato il polmone sinistro e si era fermata nella parete posteriore toracica, ma per il momento non era possibile l'estrazione.
Insomma, quantunque tutte le speranze non fossero ancora perdute, i medici non nascondevano il timore che potesse succedere la catastrofe anche improvvisamente.
—Io non mi muovo da qui finchè c'è pericolo,—avea detto la Mary all'Angelica.—Pensa tu ad avvertire lo zio Francesco.
E levatosi il cappello e spogliatasi del mantellino, senza versare una lacrima, ma cogli occhi spenti e le guance inaridite dal dolore, si sedette accanto al letto del ferito.
Angelica non tentò nemmeno di smuoverla dal suo proposito: forse essa sentiva in cuor suo che in un caso simile avrebbe fatto altrettanto.
Scrisse invece a Donna Lucrezia perchè venisse subito, presso la nipote, mentre lei sarebbe tornata dall'Alamanni; ma non le disse nel biglietto di che si trattava e nemmeno le anticipò alcuna notizia circa il fatto. Voleva prima, spaventandola un poco, imporle il segreto, essendosi persuasa ormai anche la marchesa che ciò era necessario per tutti.
Donna Lucrezia arrivò come un fulmine, carica d'interrogazioni; ma poi, appena Angelica l'ebbe messa, in breve, al corrente dell'accaduto, alzò le lunghe braccia al cielo, stralunò gli occhi, e spalancò la bocca, ma senza profferire una parola, tanto avea paura di guastar le cose. Solamente, quando Angelica se ne fu andata, Donna Lucrezia (che era rimasta con Antonio nel gabinetto, senza entrare nella camera di Giulio, perchè il medico lo aveva proibito) confidò al servitore che anche lei "in una circostanza tremenda, in cui ghe gera in balo el cuor" avea bevuto "un goto de velèn" e che cinque dottoroni "uno drio l'altro" l'avevano spedita. Era stata la Mary, la sua Mary a salvarla; quel "fior de tosa" dalla quale i barbari del giorno l'avevano divisa per puntiglio e per gelosia, ma senza cavarne alcun costrutto in quanto che, adesso avrebbero dovuto finire anca lori, insieme al Papa, coll'accettare i fatti compiuti. Angelica avrebbe messo al posto el sior Todaro. Oh, la marchesa Angelica aveva un tatto, un garbo, e insieme un'imponenza grande, che incuteva molta sugizion alle persone. A lei no, per altro, niente affattissimo, perchè lei era dello stesso sangue: i Badoero, i Collalto, e i Balladoro erano sempre stati insieme fin dai tempi della guerra di Lepanto e, di più, la marchesa Angelica era sua cugina tanto come Collalto, quanto per via dei Castelnovo, e l'aveva vista nascere e venir su più bella d'un fior!... Povero fior, proprio sacrificà nel suo profumo e nella sua bellezza; perchè so cusin Alberto era "un tiranno, una bestia, tanto quanto" che "ghe n'aveva fate passar a sua mugier de tuti i colori" e che al presente, dopo un colpo che lo aveva preso, prima alle gambe e poi anche alla testa, si ostinava a restar al mondo a dispetto dei santi. Non si poteva più muovere; da poco tempo aveva perduto affatto il ben dell'intelletto... Era diventato grosso, grasso con un faccione tondo come una Pasqua; parlando, balbettava come fa i tati; rideva, pianzeva de niente, aveva imparato a far le calze e tutto 'l dì non faceva altro, mentre lo conducevano attorno nella sua carrozza. Che pena, poveretta, che pena, per sua cugina, la marchesa Angelica, in tuto lo splendore della gioventù! Ma, per altro, poteva proprio dirlo, perchè Angelica, per lei, non aveva mai avuto segreti, era una donna indomita d'altri tempi e che all'occorrenza, sapeva comandare anche alla passion!... E così, Donna Lucrezia continuò a parlare, finchè la marchesa non fu di ritorno. Antonio, allora, prudentemente si ritirò... Aveva la testa gonfiata come un pallone.... La Mary, udito il passo e il sussurro delle vesti di Angelica, venne sull'uscio, in punta di piedi, per sentire la risposta dello zio.
—E così?... Che cos'ha detto quell... quel longobardo?—domandò la Balladoro.
—Ha detto—rispose Angelica avvicinandosi alla Mary in atto di farle coraggio—ha detto che se lo stato di Giulio si mantiene grave, tu puoi rimanergli vicina, perchè, come la coscienza, anche il cuore ha i suoi doveri.
—Bravo!... me piase... e ghe perdono!—esclamò donna Lucrezia, mentre la Mary si gettava piangendo fra le braccia di Angelica. Dopo tante ore di angosce terribili, il pianto avea trovata finalmente la via per prorompere.
Quando, alcune ore dopo, lo Zodenigo entrò nel gabinetto preceduto da Antonio donna Lucrezia non c'era più. Era scappata a casa per mangiare un bocconcin in fretta e in furia; tanto da reggersi in piedi. Al professore bastò un colpo d'occhio, e poche parole fatte prima col servitore, per venire in chiaro di quanto era successo, e approfittarne.
La marchesa lo aveva interrogato con grande premura per sapere quando il Barbarò sarebbe giunto a Milano (non voleva correre il rischio d'incontrarsi con lui). Egli rispose, diplomaticamente, di non avergli detto ancora nulla del figliuolo, perchè in tal caso sarebbe certo precipitato a Milano, destando uno scandalo; onde la rovina del cavaliere, e di Giulio insieme, sarebbe stata inevitabile.
—Non bisogna illudersi, signooina!—esclamò, chiudendo prima gli occhi gravemente, poi aprendoli e soffiando mentre li teneva fissi in quelli della Mary—non bisogna illudersi; non c'è altro che un mezzo per tentare di salvar la vita al figliuolo: bisogna salvar l'onore del padre!
—Fate, fate tutto ciò che sta in voi!—esclamò la Mary congiungendo le mani in atto supplichevole.
Lo Zodenigo s'inchinò con molta gravità e con molta degnazione, poi, tornando a soffiare, guardò la marchesa, come per interrogarla su tal proposito.
—Sì, sì!—rispose Angelica indovinando il pensiero dello Zodenigo,—anche Francesco Alamanni, ormai, non crede più conveniente, nè possibile l'opporsi, e se... e appena il signor Giulio si sarà rimesso un poco, avrà luogo il matrimonio.
Sul viso smorto della fanciulla passò in quel punto una fiamma viva, e abbassò confusa gli occhi, ancora pieni di lacrime.
Il professore Eugenio s'inchinò una seconda volta, esprimendo con una mimica composta, ma efficace, i suoi voti e le sue congratulazioni.
A vederlo di fuori, non tradiva la muta e rigida impassibilità inglese, ma internamente gongolava, e un tremito quasi impercettibile delle labbra sottili avrebbe svelato, ad un osservatore attento, lo sforzo fatto per reprimere la contentezza.
—Dica a Francesco Alamanni,—esclamò poi rivolgendosi alla marchesa con solenne pacatezza e tenendo abbassate più a lungo le palpebre, come volesse concentrare in sè tutta la mente per trovar la forma più adatta al suo pensiero,—dica a Francesco Alamanni che i suoi avveesaai (nemici un Alamanni non ne può avere), sono costretti ad ammiiaae sempee più, da leali gentiluomini, la rettitudine del suo spiito, l'elevatezza de' suoi sentimenti e la bontà squisita del suo cuoee.
Ciò detto prese la manina della Mary, la strinse forte, con una smorfia, e se ne andò inchinandosi, senza aggiungere altro per non commettere la debolezza d'intenerirsi.
Andò prima, sollecitamente, all'ufficio del Moderatore, poi nientemeno che in via della Spiga... da donna Lucrezia!
Il professore, in quei pochi istanti, avea già pensato e fissato bene in mente il proprio disegno.
All'ufficio per prima cosa gli toccò una sorpresa poco gradevole: trovò il Carpani che lo aspettava per dare le sue dimissioni. Era un'altra conseguenza, certo affatto impreveduta per lo Zodenigo, del famoso dispaccio di Nicola Mazza.
—Sostenere l'Alamanni,—gli aveva dichiarato il Carpani per spiegare la propria condotta,—sarebbe in contradizione co' miei principii; ma difendere il Barbarò ripugna troppo, ora, alla mia coscienza. Tacere equivarrebbe ad una diserzione... però preferisco ritirarmi dal giornalismo. Non ci vedo più chiaro!...
—E allora mettetevi gli occhiali!—aveva risposto lo Zodenigo, alzando le spalle stizzito.—Baloodo! Baloodo! I giornalisti non devono avere altra mira che il trionfo del paatito: non sapete che, in politica, il fine giustifica i mezzi?...
Il Carpani crollò il capo e non rispose. Prese fra i giornali vecchi di cambio un numero della Perseveranza, lo distese sul proprio tavolo, vi ammucchiò insieme un piccolo vocabolario francese-inglese, unto e scucito; un calamaio tascabile che usava quando assisteva a qualche adunanza; una giacchetta logora di orleans, che metteva sempre in ufficio; un mezzo pettine d'osso; l'Iliade di Omero; i guanti neri, pei funerali di parata; una lettera di Quintino Sella; un biglietto di visita di Marco Minghetti; il verbale di un duello; un pane ed una fetta di carne fredda, avanzi della colazione: involse il tutto nella Perseveranza (era il suo intero bagaglio giornalistico: le glorie raccolte, e i tesori guadagnati nella lunga carriera), si cacciò il pacco sotto il braccio, e uscì dall'ufficio del Moderatore più lacero e dimesso che non vi fosse entrato... con una ruga di più sulla fronte, e molte illusioni di meno nel cuore.
"Balordo!..." ripetè lo Zodenigo, dopo averlo salutato appena con un cenno del capo, mentre se ne andava. "Dubita forse che, per questo incidente, il Moderatore debba morire?... Balordo! È adesso invece il momento di raddoppiare la tiiatura!"
Un'altra sorpresa, di diverso genere peraltro, e di ben diversa importanza, aspettava lo Zodenigo anche in via della Spiga: la scoperta di un successore alla tavola e nel cuore della vedova romantica.
Lo Zodenigo era passato davanti al bugigattolo della portinaia senza un rimpianto per la Rosetta, alla quale aveva fatto tanto male; senza un rimorso per la povera vecchia, la mamma, finita di crepacuore all'ospedale, e senza nemmeno un pensiero per l'innocente frutto dei canti patrii e sentimentali.
Altri tempi, altre cure!
Ma se il professore Eugenio era dotato di memoria labile, in cambio la vista l'aveva buona, e entrato appena nello stanzino per domandare se la Balladoro era in casa, osservò subito, quantunque fosse di sera, al fioco chiarore d'un lumicino ad olio, la nuova portinaia, che era pure belloccia, e prima d'incamminarsi per le scale le strizzò l'occhio sussurrandole un complimento manzoniano: "Bel sangue lombaado!"
Arrivato sul pianerottolo, mentre stava per tirare il campanello, si fermò sospeso: indovinò allora che aveva un successore. Due voci giungevano ben distinte al suo orecchio, due voci, insieme cogli accordi d'un pianoforte. Una, fessa, tremula, afona, stonata, non c'era dubbio, era la voce di donna Lucrezia; l'altra acuta, sottile, belante... doveva essere quella del rivale.
"Povero diavolo" mormorò lo Zodenigo sorridendo, mentre tirava forte il campanello, "deve aver buono stomaco!"
Quasi subito sentì uno strascicare di zoccoli nell'anticamera. "Oh, guarda!" pensò fra sè "c'è ancora quella vecchia zoppaccia che mi faceva la guerra!"
Infatti fu la Filomena che gli aprì la porta, e al primo momento rimase come stupefatta per quella visita inaspettata.
—Donna Lucheezia sta per andare a pranzo, non è vero?
La Filomena, rimboccando il grembiule greggio, accennò di sì col capo, fissando il professore con un'aria che, tra la meraviglia, si faceva quasi sospettosa.
—Ebbene, non ho da dirle altro che due parole, e poi la lascio in libertà.
Dopo la tirata di campanello il canto era cessato. La Filomena, fatto entrare il professore, lo precedette per annunziarlo a Donna Lucrezia, che, invece del bocconçin in fretta e in furia, aveva pranzo in onore del suo maestro di canto, il quale, aspettando che il riso fosse cotto, le faceva ripassare la Sonnambula.
Al nome dello Zodenigo, proferito dalla vecchia con un tono particolare, Donna Lucrezia si voltò scattando in piedi dal panchetto sul quale era seduta accanto al pianoforte; si strappò gli occhiali dal naso e li ficcò in tasca; poi, chinandosi all'orecchio del maestro (un pezzo d'omaccione con una testa da toro, e due spalle da Ercole), gli sussurrò in fretta, pianino:
—Fermo, tesoro, che lo faremo crepar di rabbia.
Ciò detto, ordinò maestosamente alla Filomena di far passare il professore. La vecchia, dopo aver lanciata sul maestro una di quelle occhiataccie che nei tempi andati erano riservate al professore, spalancò l'uscio....
Il professore tardava a venir innanzi perchè si stava levando il soprabito, ma Donna Lucrezia ebbe intanto un sussulto di gioia. "Corocochè!" Il traditore non l'avrebbe trovata piangente come una Didone nel salotto rimesso a nuovo e senza più nemmeno l'ombra d'un patacon!... L'avrebbe riveduta, il mostro!, al fianco di una persona di merito e di proposito, che... che non aveva gusti plebei. In quell'attimo lanciò pure un'occhiata alla sua toilette: era sfolgorante!... Guardò la tavola preparata con un'abbondanza e un lusso insolito, con sopra due di quelle rinomate bottiglie di barolino che davano la stura al genio dell'esule poeta, e tutto ciò mentre dalla cucina entrava nel salotto, insieme col professore, il profumo dello stufatino famoso, cucinato da lei, colle sue proprie mani!... Allora "Corocochè!" pensò che la vendetta fosse anche più piena, e raggiante in viso e gongolante nell'animo cominciò con enfasi le presentazioni.
—Il maestro Forapan di Verona, celebre compositore, che ha scritto la Regina delle Antille, che sarà applaudita (non fate il modesto fora de logo)—interruppe rivolgendosi al maestro che ascoltava senza scomporsi quegli elogi—che sarà applaudita, quanto prima, in uno dei nostri principali teatri.
A questo punto il maestro Forapan strappò un accordo sul pianoforte coll'aria distratta, ma poi appena sentì pronunziare il nome dello Zodenigo si alzò tutto cerimonioso, gridando forte con una vocina da pecora che contrastava ridicolmente in quel corpaccione macchinoso, e in mezzo a un diluvio di complimenti cominciò subito a lagnarsi del critico musicale del Moderatore perchè non si occupava abbastanza delle composizioni di carattere serio, mentre empiva le appendici colle lodi delle operette.
Lo Zodenigo non soffiava più, ma sbuffava, e risposto appena con un cenno del capo al celebre maestro di Verona, mormorò senza nè manco guardarlo in faccia—Bella città... Verona!—Quindi rivolgendosi alla Balladaro:—Donna Lucrezia,—le disse,—mi spiace assaissimo incomodarvi, ma vi doveei diie due parole..
La Balladoro sfavillò negli occhi per un lampo d'orgoglio. Si rizzò dritta, impettita, esclamando—Sempre a vostra dis...—ma a questo punto si fermò, strizzò le palpebre, spalancò la bocca, alzò la testa al soffitto e scoppiò in uno starnuto, mormorando:—Sempre a vostra disposizion!
—Salute, bella madama!—esclamò il maestro inchinandosi.
—Parlate, parlate pure Euge.... Professore, parlate. Il maestro qui presente conosce tuti i miei segreti.
Lo Zodenigo non badò più che tanto al senso minaccioso e fiero di quella parlata; invece si sforzò di far intendere a Donna Lucrezia che non trattandosi di lei, ma di segreti riferentisi ad altre persone, il colloquio doveva farsi a quattr'occhi.
—Allora, scusatemi un momentino,—disse la vedova volgendosi al maestro.—Vi domando licenza cinque minuti soli!... Già, tanto e tanto, la nostra lezion per oggi la gera bela è andata. Se ne avanzerà tempo ghe daremo un'altra ripassadina dopo pranzo! E chiudendo lo spartito ch'era sul leggìo, canterellò a mezza voce, accompagnandosi con una crollatina di capo:
Ah perchè non posso odiarti,
Infedel, com'io vorrei!
—Professore, vi precedo,—ed entrò nella stanza vicina. Nella sua camera da letto.
Chiusa la porta, Donna Lucrezia sospirò, si soffiò il naso, coll'intenzione di asciugarsi gli occhi, e mutando a un tratto di voce, di viso, di espressione—Per averghe el muso de tola,—esclamò,—de comparirme ancora davanti dopo tanti spasimi sofferti, dopo tante lacrime sparse al vento, bisogna proprio dir che ghe sia un motivo importante assàe!
—Impootantissimo,—rispose lo Zodenigo seccamente, e col tono di chi intende spicciarsi.—Prima di tutto, ditemi, non avete fatta parola dell'accaduto...—e strizzò l'occhio—al compare di là?
—Il maestro Forapan,—proruppe Donna Lucrezia risentita,—è un gentiluomo di garbo! Uno che...—ma si fe' forza, si contenne, e sottolineando le parole,—uno di quei pochi nobili de cuor,—continuò,—in cui una donna pol ancora fidarse sicura che nò i lassa drio de lori "l'amaro fior del disinganno!" Tuttavia siccome il segreto non mi appartiene, basta così: non sono una piavola.
Lo Zodenigo le fece su ciò i suoi complimenti, soggiungendo che era venuto appunto per raccomandarle, a nome del signor Barbarò, il segreto più assoluto. Quindi con destrezza rara di diplomatico, un po' lusingando la Balladoro, facendole intravvedere quanto il cavalier Pompeo le si sarebbe mostrato riconoscente; un po' spaventandola, e minacciandola, che in tutti i casi, visto la guerra di coltello che si faceva, avrebbe ricorso a qualunque spediente pur di non avere la peggio, anche a quello di pubblicare, occorrendo, i documenti conservati dal cavaliere, come ricevute ed altro, le fece scrivere e firmare una lettera diretta a lui medesimo. In essa Donna Lucrezia, protestando contro l'infame accusa lanciata a danno di Pompeo Barbarò, dichiarava ch'egli era sempre stato fedele e devoto alla famiglia Alamanni; che la signora Lucia e Giulio Alamanni avevano sempre riposta in lui fiducia sconfinata, e che, in fine, Pompeo Barbarò, in tutti quegli anni, aveva sempre tenuta la signorina Mary in conto di figlia, e come tale protetta e sorretta. Lo Zodenigo aveva suggerito soccorsa, ma la parola era sembrata troppo bassa alla Balladoro.
—Giuratemi... per quanto nei vostri giuramenti non ci possa più credere,—esclamò la vecchia, mentre consegnava il foglietto al professore,—giuratemi di non pubblicare questa lettera sul Moderatore, in nissun caso, e di farla vedere soltanto al Comitato Elettoral di Panigale!...
—Non dubitate!... Non dubitate!... Ne useremo appena in un caso estremo!—E così dicendo, chiusa la lettera nel portafoglio, lo Zodenigo se ne andò grave e composto, lasciando i saluti per il maestro Forapan.
Il giorno dopo, la dichiarazione di Donna Lucrezia era stampata tutta intera nel Moderatore, e in prima pagina, con un cappello della direzione, in cui era detto soltanto che mentre il cavalier Pompeo Barbarò si riservava di procedere a termini di legge contro la Colonna di Fuoco, il Moderatore, pur tenendo apocrifo il dispaccio attribuito a Nicola Mazza, pubblicava, per edificazione del pubblico la lettera di una strettissima parente di Giulio Alamanni, Donna Lucrezia Balladoro, una di quelle nobilissime gentildonne, il cui eroico patriottismo aveva inspirato i più bei canti dell'Aleardi; ed annunziava pure come "una primizia certo assai gradita ai lettori" la lieta novella del matrimonio di Giulio Barbarò colla signorina Maria Alamanni.