Quelle poche righe di Donna Lucrezia, coll'aggiunta fatta dallo Zodenigo, ottennero un effetto straordinario a Panigale e a Milano. Gli avversari dell'Alamanni si rianimarono e i suoi fautori rimasero sbigottiti da quel colpo imprevisto. Il Cammaroto erasi subito precipitato da Francesco Alamanni per avere spiegazioni, e solo rimase un poco rassicurato dalla serenità del suo amico. In fatti l'Alamanni aveva già telegrafato al Barbarò perchè dichiarasse esplicitamente, e pubblicamente, che nessuno della sua famiglia gli aveva mai chiesto, nè mai aveva avuto un soldo da lui; e dopo il colloquio avuto col Cammaroto, era corso da Donna Lucrezia per chiarire l'equivoco, sicuro che "quella scema" doveva aver operato per inganno e per suggestione altrui, senza intender bene tutta la gravità della cosa, sperando fors'anco di vendicarsi per essere stata allontanata dalla Mary.
Invece Donna Lucrezia, che alle prime domande e ai primi rimproveri dell'Alamanni si era impermalita, avea finito in breve col turbarsi, col cercare scuse e pretesti per attenuare la propria colpa, buttandola tutta su quel gesuitone dello Zodenigo, che l'aveva ingannata.
—Non è di ciò che si tratta,—esclamò l'Alamanni che, notando la confusione della Balladoro, sentiva il sangue montar alla testa,—non è di ciò che si tratta!... Voglio sapere se voi siete caduta così in basso da toccare il danaro di quel turpe uomo, di quella spia?!...
—Ma, per amor di Dio, Checchin, non mi guardate con quegli occhi spiritati!... No' giàsseme l'anima con tanti spaventi!... Santi Numi benedetti, ognuno fa i suoi affari per andar avanti con un pochetto di decoro, e un contratto notificà e scritto in carta bollata non è, come si dice, un atto di favore; non si riceve un' obbligazion!...
—Finiamola colle chiacchiere, colle scenate!—proruppe l'Alamanni afferrando un braccio della Balladoro e scotendolo violentemente.—Avete avuto danari dal Barbetta, sì o no?
—Diventate matto, Checchin?... Per amor di Dio, sono una debole donna!
Il braccio, che si trovava preso come in una morsa, ebbe una stretta più forte.
—Sì, o no?...
—Ahi!... Ahi!... molème, vi dirò tutto!...
—Poche parole!... Sì, o no?...
Donna Lucrezia non poteva quasi rispondere, soffocata dallo spavento.
—In quanto a me,—balbettò,—posso morir subito se dico una busìa, non volevo saperne. È stato il consiglier Spinelli, a pregarmi, minacciarmi, a confondermi!... Quell'austriacante famigerato me ne fece un caso di coscienza, e mi costrinse ad accettare, per via della Mary!...
—Ma se mi toglievo il pane di bocca per la Mary?... Se le ho ceduto tutto il mio?!...
—Voi, si sa bene, avete sempre avuto un vero cuor da Cesare; ma,—sospirò la Balladoro levando al cielo gli occhi stralunati,—certe volte in cui le lettere subivano qualche ritardo.... erano spasimi.... che nò se pol dir!
—Siete in mala fede adesso....
—Oh Checchin.... possa morir se....
—Siete in mala fede!—interruppe l'Alamanni fermandole le parole in bocca.—Perchè non me ne avete mai parlato di questo prestito?... Dichiarerete almeno che io non ne sapevo nulla; che io sono innocente! Che non mi tocca questa macchia, questa infamia!
—Ma.... tesoro mio, pensateci un pochetto e vi ricorderete benissimo che il consiglier Spinelli vi ha sempre informato di tutto!
—No, non mi ha detto nulla! Avrei restituito subito il suo a quell'uomo.... avessi dovuto far danaro anche col mio sangue!
—Ma pure nei bilanci della tutela.... figurava il credito del signor Pompeo Barbarò.... e quei bilanci furono sempre firmati anche da voi!
—Da me?!...
—Sicuro! Del resto è una cosa che se pol verificar: basta dare un'occhiatina ai libri dell'amministrazion! Troverete il nome di Pompeo Barbarò scritto a lettere di scatola!
—Pompeo Barbarò!... Ma io mi ero fidato di voi!... Mi sono sempre fidato di tutti!—gemette l'Alamanni con un singhiozzo.
A questo punto gli si parò dinanzi ad un tratto tutto l'abisso nel quale era stato precipitato per la sua cecità, per la sua buona fede. Si sentiva preso, stretto in una rete ordita da lunga mano, e dalla quale non avrebbe più potuto liberarsi: era perduto per sempre e disonorato.
—Maledetta!—urlò afferrando ancora il braccio della Balladoro, stringendolo in modo da storpiarlo.—Maledetta! Maledetta!... Mi avete tradito!... Mi avete venduto! Sì, voi avete venduto me, come Pompeo Barbetta ha venduto mio fratello!... Lui venduto alla forca, io al disonore; ma il danaro è sempre quello: danaro rubato!
—Misericordia!... Aiuto!... Filomena!...—si mise a strillare la Balladoro come una disperata.—Filomena, el me copa!...
La vecchierella, udita la voce della padrona che chiamava aiuto, venne subito sull'uscio tutta trafelata, e colla scopa alzata in mano, ma vedendo il signor Francesco colla padrona, rimase interdetta. La Balladoro approfittò del momento, riuscì a svincolarsi, e scappò in camera sua dove si richiuse asserragliando la porta. E fece bene, perchè la disperazione dell'Alamanni giungeva al parossismo.
—Gesù Maria!...—balbettava la Filomena,—Gesù Maria!
L'Alamanni urlava e imprecava fra i singhiozzi che pareva gli dovessero schiantare il petto poderoso. Nel salotto metteva tutto sossopra, rovesciava a calci le sedie, e con un pugno scaraventava all'aria il ritratto del maestro Forapan, che troneggiava fra gli altri dei nobili parenti. La Filomena, zoppicando, seguitava da presso il signor Francesco, rimettendo tutto al posto pazientemente, e sospirando e gemendo tentava invano di acquetarlo e di calmarlo un poco.
—Maledetta!... Maledetta!...—continuava a urlare l'Alamanni, che non sentiva più altro che quel suo gran dolore.—Maledetta!... I danari del Barbarò!—e alzava il pugno irrigidito, imprecando contro sè stesso, e contro Dio, contro la patria, contro tutti, e più di tutti contro la sua povertà che lo aveva fatto cadere in mano di una spia.
Dio?... Non aveva ascoltato la voce di suo fratello morente, e non lo aveva vendicato:—Maledetto!—La patria?... Aveva preso il suo sangue, ma glielo buttava in faccia per prostituirsi alla spia che aveva i milioni:—Maledetta!...—La famiglia?... La Balladoro lo aveva venduto.... La Mary, la sua figliuola, lo aveva abbandonato e ingannato, maledetta!...—La povertà, della quale si compiaceva come di una virtù, come dello specchio più limpido della sua vita intemerata, lo rendeva impotente contro i suoi nemici, impotente nella battaglia per l'onore, per la giustizia, per la verità: "maledetta!... maledetta!..."
Dopo questo primo sfogo e terribile, Francesco Alamanni se ne andò contraffatto in viso e barcollando come un ubriaco. Per la strada borbottava sempre e tremava: gli tremavano le gambe, le mani; gli tremavano le parole sulle labbra. Giunto all'albergo, rientrato appena nella sua stanza, cadde come morto, disteso per terra.
Il cameriere, ch'era andato a cercarlo verso sera per portargli un dispaccio, lo trovò ancora in quello stato. Cercò di sollevarlo: era svenuto, e aveva una larga ferita in mezzo alla fronte. Il dispaccio poi veniva da Panigale, ed era la risposta di Pompeo Barbarò, concepita in poche parole:
"Rivolgetevi Donna Lucrezia: avrete spiegazioni necessarie."
Intanto, passato il primo sbalordimento, in tutto il collegio di Panigale, la lotta politica pro e contro il cavalier Barbarò diventava sempre più accanita.
Salvatore Cammaroto, forte delle rivelazioni di Nicola Mazza, ripubblicava il famoso dispaccio nella Colonna di fuoco, facendolo seguire da altre lettere di notissimi patriotti, piene di particolari che si riferivano all'arresto, alla prigionia, alla morte di Giulio Alamanni. Il Cammaroto medesimo raccontava e descriveva sulla gazzetta, coi più vivaci colori, il momento solenne in cui l'Alamanni e il Mazza erano stati graziati ai piedi della forca, dopo aver dovuto assistere alla esecuzione dei loro compagni. Era una pagina terribile che faceva piangere e fremere di pietà, di dolore e di orrore.
Ma, dall'altra parte, Eugenio Zodenigo, valendosi della macchina celere ultimo modello, che gli era appena giunta dal Belgio, innondava tutto il collegio con migliaia e migliaia di copie del Moderatore, portante la dichiarazione di Donna Lucrezia Balladoro, e la conferma del matrimonio concluso e assai prossimo della Mary Alamanni con Giulio Barbarò.
"A chi credere dunque? Al padre Cammaroto o al professore Eugenio Zodenigo?..."
E, come succede in tutte le lotte politiche, gli elettori di Destra continuavano a credere e a giurare pel loro candidato e pel loro giornale, mentre quei di Sinistra s'infervoravano maggiormente per l'Alamanni, tenendo come Vangelo tutto quanto stampava e pubblicava il Cammaroto. E gli uni e gli altri s'inasprivano e si accendevano sempre più.
Se non che, il Moderatore aveva più quattrini del suo emulo, aveva molti quattrini e una forza maggiore e straordinaria di espansione.
Un intiero reggimento di agenti, di fattori, di assistenti, di coloni, un po' per timore, un po' per interesse, facevano pressione sugli elettori dipendenti e imponevano le loro ragioni e il loro candidato. I preti erano col Barbarò per amore del benefizio, e in odio al Cammaroto; la Prefettura, per il voto sicuro; il grosso degli elettori non ne capiva niente di tutti i discorsi di partito e di principî: votava pel signor padrone. Per essi il partito era il podere o la fattoria; il principio, il paiuolo, della polenta; la Nazione, il signor cavaliere. Bisognava servirlo e sostenerlo anche esecrandolo! Bisognava sopportare il male per la paura del peggio. E su quell'onda di affamati il Moderatore navigava sicuro, col vento in poppa, seminando quattrini e promesse.
Mentre la Colonna di fuoco tirava appena un migliaio di copie, lo Zodenigo ne stampava del suo giornale sei o sette volte tanto; e colla maggiore diffusione riusciva più dell'altro a riscaldare i tiepidi, ad appassionare gli indifferenti, a scuotere i pigri, a riempire di rumore le teste vuote.
All'ultimo momento il Moderatore fu anche regalato ai rivenditori; e questi, allora, non ne vollero più sapere della Colonna di fuoco. Per parare il colpo gravissimo, parecchi amici dell'Alamanni noleggiarono varie carrozze, e si misero a girare per il collegio, vendendo o regalando alla lor volta, la Gazzetta del Cammaroto, seguiti da una turba di monelli che strillavano evviva all'Alamanni e morte al Barbarò; ma la chiassata fece più fracasso che effetto.
Nel frattempo era trapelata anche a Panigale una qualche voce circa il tentato suicidio di Giulio Barbarò; pure succedeva di questo fatto come di tutto il resto. Non essendo cosa sicura, era creduto, o negato, secondo il tornaconto.
Fu poi affissa su tutti i muri del collegio una lettera di Garibaldi che raccomandava "agli elettori liberali di Panigale, e a tutti i nemici dei preti e della tirannide" la elezione dell'eroico colonnello Francesco Alamanni "il fratello del generoso martire dello Spielberg!" Destò grande entusiasmo, ma pochi assai furono i voti guadagnati. Invece Beppe Micotti, che non si curava di commuovere il sentimento patrio, ma distribuiva i pezzi da cinque franchi; che non perorava in nome della giustizia e della moralità, ma prometteva la minestra dopo dato il voto al Barbarò, e noleggiava carrozze per gli elettori più lontani del collegio, otteneva nella sua propaganda, un miglior successo. E Don Rosario lo assecondava dal confessionale, spaventando le donne e minacciando tutti i fulmini del cielo se i loro uomini fossero andati a votare per quel framassone dell'Alamanni, sostenuto da un frate rinnegato e scomunicato.
Tuttavia, giunti al sabato sera, alla vigilia cioè della votazione, il Cammaroto e lo Zodenigo, e con essi i componenti i diversi partiti erano certi del pari della vittoria. Anzi i democratici fecero un gran pranzo per festeggiare anticipatamente il sicuro trionfo del loro candidato, all'osteria di San Michele, mentre la banda civica suonava l'inno di Garibaldi; e quegli altri, auspice Don Rosario, stapparono allegramente in canonica una dozzina di bottiglie per la vittoria non meno certa del cavaliere.
La mattina della domenica il capoluogo del collegio era in tumulto; e dal Municipio fu telegrafato alle stazioni più vicine domandando un rinforzo di carabinieri. Ma, cattivo segno per l'Alamanni, erano i suoi fautori che si mostravano più accesi e che gridavano di più. Gridavano in piazza, dinanzi al Municipio; nel caffè, nelle osterie, accusando gli avversari di brogli e di corruzioni; protestando perchè il seggio era stato preso d'assalto dagli agenti del Barbarò; perchè le autorità e il Governo aveano fatta, sottomano, la guerra all'Alamanni; e accoglievano a fischi le carrozze che conducevano a votare gli elettori.... della minestra.
La piazza a poco a poco si era accalcata, stipata di gente: pareva che da un momento all'altro dovesse scoppiare la rivoluzione, e al Municipio erano in grande apprensione perchè i rinforzi domandati tardavano ad arrivare.
Era solo il Barbarò a non saperne nulla del pericolo che correva. Il sindaco di Panigale e il presidente del Comitato degli agricoltori, non facevano altro che congratularsi con lui per il trionfo ormai assicurato. Beppe Micotti e Don Rosario gli contavano i voti accaparrati: lo Zodenigo gli aveva scritto da Milano una lettera rassicurante in cui narrandogli per filo e per segno quanto era successo, concludeva pronosticando che quella mattìa del buon ragazzo, invece di rovinare ogni cosa, come si temeva sul principio, era in procinto di accomodare tutte le faccende.
"Furba l'innocentina!..." pensava fra sè il Barbarò. "Non si è lasciata, scappar l'occasione propizia per riagguantare il marito.... e i miei milioni!... D'altra parte è una ragazza che ha sempre avuto buon senso, e ci vuol poco a capire come l'è stata gonfiata tutta questa storiella del dispaccio. Io non ho mai fatto la spia, e lo posso giurare sul capo del mio unico figliuolo. Calunniatori, mentitori infami!... eccola la verità: sono stato costretto a parlare sotto la minaccia della forca immediata. Volevano impiccar me, e con me anche la mia povera moglie!... Altro che far la spia, buffoni!..." Poi, un altro pensiero lo calmò, e lo fece sogghignare: quello della marchesa.
—Ah, ah, la superba, la schifiltosa, non ha sdegnato questa volta di mettere i piedi in casa mia!... Che il capitano l'avesse piantata?.. Che le cambialette del marchese coll'avallo suo che ci sono alla Banca degli interessi lombardi abbiano finito per persuaderla a mettere giudizio, e approfitti anch'essa della buona occasione per far la pace col signor Pompeo?...
Gli occhietti loschi scintillarono: sulle guance verdognole gli corse una vampa rossa di fuoco, e strappandosi coi denti guasti e aguzzi i peli delle labbra, che si facevano sempre più grossi e più radi, mormorò:
"Voglio averti ancora!... Voglio almeno vendicarmi!... Dovessi buttare anche un monte di quattrini dalla finestra!..."
Ma poi, alla mattina della domenica, mentre contento e tranquillo, ascoltava in chiesa la messa cantata, le mille miglia lontano da ciò che l'aspettava, udì i primi fischi e le grida di morte al suo indirizzo. Allora in un sussulto di paura dimenticò nuovamente la marchesa Angelica, la sua elezione e tutto il resto, per non pensare più ad altro che a mettersi al sicuro, maledicendo al solito la propria imprudenza e la perfidia del professore.
—Dio, Dio, mi vogliono ammazzare!... Aiuto! aiuto! un povero padre di famiglia!... Sono innocente!... sono innocente!...
E non aveva tutti i torti di essere così spaventato, perchè l'esaltazione della folla era giunta al colmo; gli si voleva far la festa per davvero.
Beppe Micotti, Don Rosario, che non ufficiava, e lo scaccino lo nascosero subito in sacristia, e poi dalla sacristia, per una porticina che metteva sopra un vicolo senza uscita, lo fecero scappare in canonica, e lo chiusero a chiave nella camera dell'arciprete. Ma durante la fuga, per quanto precipitosa, il Barbarò avea potuto vedere affissi ai muri delle case e della chiesa, tanto da coprirli per un gran tratto, cartelloni e manifesti con su stampato a grossi caratteri:
"Non eleggete il fornitore ladro.—Non date il vostro voto al mercante di pellagra.—Morte alla spia di Nicola Mazza.—Morte al carnefice di Giulio Alamanni.—Abbasso l'usuraio." Tutta la sua vita insomma pareva riassunta da quei mille fogli a colori, come in un terribile sommario.
Intanto la folla che aspettava il Barbarò fuor di chiesa, avvertita della sua fuga si avviò, urlando e fischiando anche più forte, alla casa dell'arciprete, dove cominciò a lanciare sassate contro la porta e le finestre, e a minacciare di peggio; ma infine (era proprio tempo, perchè le cose si mettevano assai male) giunse il rinforzo dei carabinieri e della truppa, chiesto dal Municipio e allora, arrestati dieci o dodici dei più sfegatati dimostranti, l'ordine fu presto ristabilito per tutto Panigale, dove non si udirono più altre grida all'infuori di quelle delle povere donne, a cui avevano preso il marito, o l'amante.
Ma il povero Barbarò passava il quarto d'ora più terribile di tutta la sua vita. Dalla piena fiducia era ricaduto a un tratto in un tale abbattimento da non aver più nemmeno la forza di muoversi, da non poter più, quasi, nemmeno respirare. Rannicchiato in un cantuccio in fondo alla camera, fra il cassettone e il letto dell'arciprete, tremava tutto, e batteva i denti per la paura. Quando dalla folla scoppiava un urlo, un uragano di fischi e d'imprecazioni contro di lui, si nascondeva il capo fra le braccia per non sentire e borbottava orazioni, pregando Dio e i Santi di salvargli la vita; promettendo che avrebbe espiato, che avrebbe speso tutti i suoi danari, per rimediare al male che aveva fatto.
Come già gli era successo in quella notte di angosce, al tempo del Processo dei fornitori, la verità nuda e terribile mentre lo sbigottiva colla minacciata vendetta degli uomini, gli toglieva ogni speranza nell'aiuto e nel perdono di Dio. Si turava le orecchie coi pugni stretti per non sentire, ma le grida tumultuose di morte alla spia gli penetravano nel cervello e nell'anima e lo agghiacciavano di terrore.
Chiudeva, affannato, gli occhi, ma gli apparivano lontani nel buio, e a poco a poco si avvicinavano e ingrandivano in forme sferiche, roteanti, i manifesti gialli, rossi, scarlatti, tutti colla parola spia, tutti colla parola morte; e più serrava forte le palpebre e più li vedeva grandi e gonfi, con cerchi di fuoco, che mutavansi a volte in immagini spaventose nella faccia scarmigliata e boccheggiante dell'Alamanni, nel viso smorto e contraffatto della povera Betta.
"Assassino!... Spia!... Morte alla spia!" si continuava a gridare dalla strada.
"No! Non è vero!... Dio, Dio, non è vero!... Non ho fatto la spia!... Mi han costretto a parlare colla minaccia della forca!" rispondeva Pompeo con voce smorta.
Una sassata mandò in frantumi tutti i vetri della finestra... un freddo mortale gli corse per la vita.
No.... Dio vedeva tutto, sapeva tutto!... Gli vedeva in fondo al cuore, là dove c'era la Betta e Giulio Alamanni che lo fissavano con occhi fiammeggianti. No, no! non poteva ingannare Dio come avea fatto coi giudici: non lo poteva comperare come aveva fatto coi preti; non lo poteva battere e dominare, come avea fatto collo Sbornia!...
Sì, era stato una spia! Sì, aveva venduto Giulio Alamanni, il suo padrone, non per altro che per rubare le cinquantamila svanziche.... Sì.... aveva soffocata la Betta per paura di essere scoperto!...
Oh l'orefice del Gobbo d'oro!... L'orefice del Gobbo d'oro era più felice di lui!... Almeno era sicuro in mezzo alle guardie, e non correva il pericolo di essere fatto a pezzi da una folla briaca di vendetta.
Si buttò allora in ginocchio, colla faccia per terra, balbettando:—"Perdono, perdono!... La vita!... Non domando altro che la vita!... Farò penitenza di tutto!... Farò dir tante messe!... E continuò così per un pezzo a tremare e a pregare."
Ma a poco a poco, in quel frattempo, gli urli e i fischi erano cessati. Pompeo rialzò la testa, si guardò attorno.... si mosse adagio, cominciando a respirare... quando udì a un tratto un frastuono di voci e di passi che saliva per le scale.... che si fermava sull'uscio della sua camera.... Tese l'orecchio: udì girare la chiave nella toppa....
—Oh Dio!... Vengono ad ammazzarmi!—e tremando più di prima, si rizzò in piedi di scatto, cogli occhi sbarrati, coi capelli irti, colla fronte grondante di sudore.
La porta si spalancò subito, e un gran mucchio di persone entrò precipitosamente nella camera. C'erano fra gli altri Don Rosario e Beppe Micotti, insieme col sindaco di Panigale e col presidente del comitato, che rimasero lì per lì un po' sconcertati vedendo la faccia livida del cavalier Barbarò.
—Che volete? Che cosa mi volete fare?... Lasciatemi in pace!—balbettava Pompeo con voce fioca, e col petto ansante.
—Niente paura!—ghignò Beppe Micotti fissando il padrino con aria beffarda.—Veniamo a portarle i voti: la somma è giusta e il conto torna!
—Vittoria! signor cavaliere!—strillò Don Rosario.
—Vittoria!... Vittoria!...—gridarono tutti gli altri levando in alto i cappelli.
—Tacete, fate piano, per amor di Dio!...—balbettò Pompeo tentando di chiudere la bocca a Don Rosario.—E... l'Alamanni?...
—È rimasto nella tromba con trecento voti meno di noi,—esclamò il presidente del comitato.—Evviva l'onorevole Barbarò!...
—Evviva! Evviva!—rispose in coro tutta la comitiva, meno Beppe Micotti, che continuava a sogghignare.
—Grazie, grazie.... ma non gridate tanto forte,—raccomandò Pompeo, sempre spaventato guardando verso la finestra.—E la dimostrazione?...
—Finito tutto!...—esclamò il sindaco con piglio marziale.
—Sono arrivati i gastigamatti!—tornò a strillare Don Rosario che più rosso, più rubicondo saltava attorno per la stanza ridendo a crepapelle.—Viva il signor cavaliere!
—Viva il nostro deputato!...
Pompeo si arrischiò a guardare dalla finestra: la strada era vuota. Allora respirò più libero, e rispose con effusione ai saluti, alle strette di mano.
"Che paura ho avuta!" pensava intanto fra sè. "Matto, matto!... come mai avevo dimenticato i soldati, i carabinieri?!..."
I vetri tremarono un'altra volta al fragore degli evviva, che rintronavano più fortemente perchè non venivano dalla strada, ma dal cortile della casa.
—Evviva l'onorevole Barbarò!...
—Evviva il nostro deputato!...
Pompeo, ancora sbalordito, ringraziava tutti; raccomandava a tutti la calma, la prudenza, per non inasprire quegli altri; e infine, sorridendo intontito, non sapendo che cosa si facesse, nè che cosa gli facessero, si lasciò trascinare da' suoi elettori più esaltati sopra un loggiato interno, che dava appunto sul cortile.
Da tutte le parti scoppiarono nuovi e più fragorosi applausi: e le stesse trombe e gli stessi tromboni della banda civica, che la sera innanzi avevano suonato l'inno di Garibaldi in onore di Francesco Alamanni, assoldati con doppia paga da Beppe Micotti, intignarono allora, con un tempo allegretto-vivace "La bandiera dei tre colori", a tutta gloria dell'onorevole Barbarò.
PARTE QUARTA
L'AMORE.
Dopo quasi un mese d'incertezze e di ansie per chi gli voleva bene, Giulio Barbarò, superato ogni serio pericolo, entrava a gran passi nella convalescenza, e i medici andavano superbi dell'ottimo risultato, perchè oltre alla gravità della ferita avevano temuto assai anche per la complessione troppo gracile del giovanotto. Ma pure anche la scienza sarebbe stata inefficace se non fosse intervenuto un miracolo... un miracolo compiuto da una santa, dagli occhi neri e profondi. In fatti appena Giulietto Barbarò si riebbe un poco, vedendosi la Mary vicina, si sentì subito consolato e, debole com'era e colla febbre, aprì l'animo ai sogni rosei della speranza, ai vaneggiamenti più appassionati dell'amore.
—Vivrò per te... solo per te... tutto per te. Vivremo lontani, ignorati, sotto altro nome—furono queste le prime parole ch'egli le rivolse balbettando, mentre la Mary gli sorrideva con quel sorriso dolcissimo che le donne innamorate hanno imparato dagli angeli.
E da quel momento, Giulietto volle vivere per la sua cara... poi volle guarire in fretta, per poterla ritrovare.
La Mary, appena avuta l'assicurazione dai medici che ogni pericolo era scomparso, si era subito arresa ai buoni consigli della marchesa Angelica e si era lasciata ricondurre presso lo zio Francesco. Ma nel frattempo anche lo zio Francesco si era ammalato, e tanto più gravemente, in quanto il suo male era un poco nella testa e molto nel cuore. Gli ultimi avvenimenti gli avevano turbato lo spirito, la sua tempra gagliarda aveva ceduto al colpo inaspettato. Dopo il colloquio con Donna Lucrezia aveva la fissazione che "la vecchia matta" lo avesse tradito, e che anche la Mary, acciecata da una passione indegna, non fosse rimasta del tutto estranea al tranello. Per lui non c'era più scampo, non c'era più riabilitazione possibile. Il turpe fango dei danari avuti da un Barbarò, dalla spia di suo fratello, aveva macchiato per sempre il loro nome intemerato. In quei giorni, mandato a chiamare un uomo d'affari di sua piena fiducia, gli avea dato incarico di liquidare subito quanto ancora gli rimaneva di beni, perchè voleva pagare tutti i debiti contratti dalla Balladoro verso il Barbarò, durante la minorità della Mary. Ma tutto il suo non era stato bastante per coprire la somma. Egli certo, a poco a poco, vivendo fra, gli stenti, mangiando appena per aver forza di lavorare, avrebbe restituito tutto fino all'ultimo soldo... e poi si sarebbe ammazzato. Egli, certo, avrebbe abbandonato subito l'Italia, per nascondere a tutti la propria vergogna... Ma intanto non poteva nasconderla a sè stesso; intanto rimaneva sempre debitore... debitore verso Pompeo Barbetta!... Questo pensiero non gli lasciava pace un momento, aumentava il suo furore contro Donna Lucrezia, la sua collera contro la Mary.
—Non è più mia nipote,—mormorava.—Non è più la figliuola di Giulio Alamanni.... È la nuora della spia!—L'espressione di bontà che prima spirava dal suo volto era scomparsa, come erano scomparse dal suo cuore le belle illusioni. Il mondo era tutto pieno di canaglia. Tutti falsi, tutti bugiardi; adoravano un Dio solo: il danaro. La patria?... Che cos'era la patria? Era... gli elettori di Panigale!
Nel mettere a parte la marchesa di Collalto dei suoi nuovi disegni, Francesco Alamanni le lasciò la Mary in custodia finchè il matrimonio fosse stato compiuto. Egli non poteva assistervi: partiva. E partiva apposta per nascondersi, per non vedere tanta vergogna. Poi... voleva andare in America a fare anche il lustrascarpe per pagare tutti i suoi debiti. Poi.... poi si voleva ammazzare!
Angelica lo assicurò che la rottura esistente fra Giulio e suo padre era piena e irrevocabile, ma non ottenne nessun effetto. Allora ricorse alla Mary, sperando che la vista della fanciulla riuscisse a calmarlo, ma fu peggio che mai. In sulle prime egli accolse la nipote con forzata indifferenza, ma poi alle sue lacrime, alle sue preghiere, invece d'intenerirsi, proruppe in un impeto di collera:
—Che io non parta? Vuoi che resti con te?... Vuoi forse che anch'io sieda a tavola coi Barbarò?... Che cerchi un impiego nella banca del signor Pompeo?
—Noi faremo casa a parte, casa da noi, come ti ho sempre promesso: mio marito mi darà da vivere col suo lavoro.—E la Mary alzò il capo con fierezza, e un sorriso le balenò fra le lacrime a quelle magiche parole, mio marito.
—Credi... sì... forse adesso credi di poter fare quanto dici, ma poi? Il danaro, sai, è la gran piovra delle coscienze. Ti allaccierà nelle sue mille spire, ti succhierà colle sue mille bocche ogni idea di dignità e di onestà! Ricordati, non buttarti in mare se non vuoi essere presa! E ricordati che la virtù ha dei limiti, e che la colpa non ne ha!
—Oh zio, zio mio, come mi giudichi male! Come male mi conosci!—balbettò la Mary fra i singhiozzi mentre la marchesa Angelica faceva cenno all'Alamanni di calmarsi.
Ma l'altro non sentiva più freno.
—No, no, adesso ti conosco; adesso ti conosco bene! Dovevi dire invece che prima... prima non ti conoscevo affatto! Ti credevo della nostra tempra, del nostro sangue! Ti credevo capace di morire, ma non di transigere, di abbassarti, d'infangarti! Invece sei anche tu come quella matta di tua zia, senza forza, senza orgoglio, senza cuore... ossia, come tutte le donne, non hai cuore altro che per il tuo amante!
—No, zio, non sei giusto.
—Non hai memoria altro che per lui! Per lui calpesti i più sacri ricordi della tua casa, le leggi più sante del tuo dovere! Non è rimasto più nulla del tuo rispetto, della tua gratitudine, della tua tenerezza per me; non è rimasto più nulla dei diciotto anni della tua vita altro che il momento in cui ti sei imbattuta con quel maledetto che ti ha stregata! Maledetto lui! Maledetta te!
—No! No!—gridò spaventata la Mary singhiozzando fra le braccia di Angelica.
—Non si lasci trasportare così,—esclamava inquieta la marchesa,—è cosa indegna di lei!
—Lasciatemi sfogare!... Ho bisogno di sfogo! Costei, mia nipote, la figliuola di mio fratello, la figliuola di quei povero morto che è la mia religione e il mio orgoglio, costei mi ha strappato il cuore; mi ha reso insopportabile la casa, la famiglia, la patria; mi ha fatto odiare tutto ciò che prima amavo, lei compresa!
—Signor Francesco!... Signor Francesco! Non sa più come parla! Ha perduto affatto la testa!—gli continuava a dire inutilmente la marchesa.
—Che! Che! Ragiono sempre, e ragiono bene! Donna Lucrezia, in fine, non è altro che una vecchia scema; ma costei ha la testa con sè! Costei doveva capire, doveva vedere da che parte venivano i danari.
—No, non è vero. Lo giuro, non è vero, non sapevo nulla!
—Già, è naturale. Tu non avevi occhi altro che per fare all'amore col figlio del serpente; col degno erede di casa Barbetta!
—Se amo Giulio non è una bassezza, non è una viltà!—esclamò la fanciulla sciogliendosi a un tratto dalle braccia della cugina, e guardando ben fissa lo zio.—Se lo amo, se mi sento orgogliosa di amarlo, è perchè lo so degno di me, lo so degno di noi.
—Non bestemmiare! Degno di te.—Soltanto di te!
—Tu stesso, zio, mi hai fatto dire che il cuore come la coscienza ha i suoi doveri.
—Allora non sapevo che tu avessi ricevuto l'elemosina dal boia di tuo padre.
—E lo sapeva Giulio? Che colpa ne ha?—Da che siamo venuti a cognizione di questo fatto doloroso, ma al quale è possibile rimediare, egli si è forse mutato? Non è più lo stesso? E il mio cuore dovrebbe abbandonarlo perchè è uno sventurato?... E dovrei amarlo, dovrei stimarlo meno, perchè tu lo offendi?
Francesco Alamanni, a questo punto guardò alla sua volta la nipote fissamente, e sembrò scosso da quella fermezza.—Ebbene,—le disse con un altro tono di voce,—dal momento che in te c'è tanta forza... su, coraggio... per tutte le nostre memorie, per il nostro onore.... So che ti domando forse più della vita, ma non importa. Ricordati che sei figliuola di Giulio Alamanni. Tronca tutto con quell'altro e vieni via con me!
—È impossibile, zio. Il cuore, come la coscienza, ha il suo dovere.
—Ah, ah, ah! Un dovere ben facile per te!—esclamò l'Alamanni con un amaro scroscio di risa, e ritornando quel di prima.—Sta bene; così vuoi, e così sia. Noi due non ci vedremo mai più, e nemmeno io non voglio più saper nulla di te. E bada, non mi devi più nemmeno ricordare. Non voglio il tuo affetto, non voglio il tuo dolore. Sei la nuora del Barbarò: rifiuto anche le tue lacrime! Andrò lontano, a vivere di stenti, a lavorare per pagarvi il mio debito fino all'ultimo soldo, poi mi ammazzerò; ma tu non devi piangere. No, no, anzi... sei la nuora del signor Pompeo... devi ridere. Voglio che tu rida!
Angelica, vedendo pur troppo che l'esaltazione del vecchio invece di calmarsi si faceva sempre maggiore, trascinò via la Mary che avea ricominciato a singhiozzare.
L'Alamanni, rimasto solo, se ne andò subito, e la mattina dopo partì da Genova per New-York.
Partì cupo e tristo, senza più un affetto nell'anima, senza più voler credere nemmeno al cuore, nemmeno al dolore. Ma il vecchio soldato s'ingannava: ben presto il cuore e il dolore ebbero ancora il sopravvento. Quando il battello salpò da Genova era l'ora del crepuscolo, e la verdeggiante letizia della riviera italica appariva benedetta dal raggio ultimo del sole, mentre le campane dell'Ave Maria lontanissime e confuse ripercotevano un'eco sul mare. Francesco Alamanni, da prima accigliato, era diventato mesto e pensieroso: lo vinceva inconsapevolmente la seduzione dei ricordi. Il battello si allontanava sempre... la riviera avvolta dai vapori della nebbia scompariva quasi, assottigliandosi, fra l'ultima striscia purpurea del cielo, e la distesa plumbea del mare.... L'Alamanni alzò il capo... guardò... guardò fissamente... e ricordò che da quel golfo incantato, dove il mite ulivo si ammoglia alla fragranza degli aranci e alla calda vegetazione delle palme avea spiccato il volo, nella serena notte di Quarto, l'Aquila della libertà.... A poco a poco la solitudine del mare si era popolata di fantasmi. Le spade alte, le baionette in selva, i cavalli che s'impennavano e nitrivano fiutando l'odore della battaglia, e le barricate, fumanti di sangue, al primo sorgere della patria.... Poi, dopo le ebbrezze della vittoria le più care giocondità dei ritorni, e la Mary, la piccola Mary, che gli correva incontro esultante e gli saltava al collo coprendolo di baci. A tanti ricordi, a tante memorie il cuore gli ritornò a battere violentemente. A un tratto si appoggiò alla ringhiera della nave... protese il capo... puntò l'occhio... cercò... cercò fra le nebbie addensate all'estremo confine terrestre, ma la bella riva era scomparsa. Sulle onde larghe e rincorrentisi, calava vasta, silenziosa la notte.... La bella riva non l'avrebbe riveduta mai più! Allora fu preso da un impeto di amore, di dolore, di sgomento, e proruppe singhiozzando in un pianto dirotto.
Il giorno stesso in cui era successo l'incontro coll'Alamanni, Angelica avea condotta la Mary con sè al Villino delle Grazie... come lo zio Diego, sempre galante, avea battezzata la sua casa di campagna presso le brughiere lombarde, tra Somma e Gallarate, dopo che era stata abitata dalla bella marchesa. E appena giunta al Villino delle Grazie la Mary si trovò subito bene, e si consolò presto. Il cugino Alberto la riconobbe, l'accolse dimenandosi vivamente e gridando di gioia. Ormai il marchese non era più altro che mi ammasso informe di carne gonfia e torpida che riempiva tutta la carrozzetta, e in cui non era quasi rimasto di vivo altro che lo stomaco.
—Tata! Tata!... Tata bellinetta!... Bellinetta Tata!—e per un pezzo continuò a gridare e a ridere scrollando il faccione tondo, paonazzo, e salutando la Mary con tutte le smorfie dei bimbi. In fine, quando la sua gioia chiassosa si fu un po' chetata, le mostrò tutte le calzette a maglia fatte da lui medesimo, e che custodiva gelosamente in un cestino che teneva sempre sulle ginocchia.
—Belle bellesine!... Belle bellessine!—Poi prese una calzetta già incominciata e, stentatamente, infilati i ferri nelle dita gonfie e rattrappite, volle insegnare alla Mary come si faceva a lavorare, il che era, da parte del marchese Alberto, la maggior dimostrazione di simpatia.
Per altro non furono le liete accoglienze del cugino che consolarono così presto la buona fanciulla; fu la presenza di Giulietto Barbarò, il quale si era recato a passare la convalescenza e ad aspettare il giorno delle nozze a Nuvolenta, un paesello nelle vicinanze del Villino delle Grazie. E anche Giulietto, invitato dall'Angelica, era venuto subito in casa; ma con lui il marchese Alberto fu di ben altro umore.
—Appena l'ebbe veduto cominciò a strillare, imitando l'abbaiare dei cani:—Via! Via! Bouf! Bouf! e gli scagliò contro furiosamente il cappellone di paglia e il fez che portava sempre in capo, uno sull'altro; poi vedendo che il giovanotto restava lì confuso, senza risolversi ad andar via, si strinse al petto, pauroso che glielo rubasse, il cestino delle calze, e mettendosi a piangere disperatamente chiamò la moglie in aiuto.
Angelica accorse, e per farlo quietare lo minacciò alzando il dito scherzosamente. Ma il povero scemo, che adesso con lei era sempre docile e affettuoso anche quando faceva il diavolo a quattro con tutti gli altri della casa, questa volta non le dette retta, e seguitò a piangere e a strillare.
—Via!... via!... bouf!... bouf!...
Giulietto dovette scappare, e gli fu consigliato di non lasciarsi più vedere. Ma era facile lo schivare la carrozzetta del marchese continuando pure a frequentare il villino. Quando non dormiva, il marchese ciangottava ad alta voce anche da solo, e si sapeva subito dov'era. La sera era sempre a letto. A metà pranzo si addormentava, e russava già mentre lo portavano in camera. Poi... poi i due fidanzati s'incontravano spesso anche fuori del villino, nei folti viali di pini che in quel punto circondavano la brughiera.
L'amore nasce dal sorriso, ma vive di lacrime, e i due giovani, dopo tanto che avevano sofferto l'uno per l'altro, si amavano assai di più.
Giulio aspettava la Mary tutte le mattine nascosto fra i boschetti di pino, un poco al di là del piccolo ponte del Rio, che metteva ad un sentieruolo stretto e ombroso fiancheggiante il torrente, all'estremo confine della brughiera. Prima di pranzo egli la incontrava ancora allo stesso luogo; si vedevano di giorno e si vedevano di sera al Villino delle Grazie. Insomma furono quelli giorni proprio beati pei due giovani sposi. Era tutta pace, era tutto sereno la vita, e se pur qualche nuvoletta compariva ancora in mezzo all'azzurro placido del cielo, era tosto dileguata dal loro bel sole splendente nella solitudine della campagna. Tutto il mondo, per essi, rimaneva circoscritto dal ponte del Rio al Villino delle Grazie, e chiudeva il loro orizzonte il verde scialbo e arsiccio della brughiera sterminata. Al di là c'era il nulla, il buio... non ricordavano più che cosa c'era. Giulio Barbarò aveva quasi perdonato a suo padre; lo aveva quasi dimenticato; e la Mary, alla sua volta, nell'egoismo del proprio amore, non pensava quasi più allo zio povero e lontano. D'altra parte le ore correvano tanto presto, e le giornate erano tanto brevi!... Bastavano appena appena per loro due! Che! bastavano? Non bastavano nemmeno! Non facevano mai a tempo a dirsi tutto quanto avevano in cuore.
Ogni volta guardavano l'orologio con un senso di terrore: era sempre molto più tardi di quanto credevano. Che brutta invenzione quella degli orologi! Col loro tic tac non lasciavano un minuto per respirare. La Mary, per ciò, si faceva aspettare tutti i giorni a colazione e a pranzo, e arrivava in sala rossa e affannata, calmandosi appena quando vedeva il sorriso indulgente di Angelica.
E così il giorno delle nozze si avvicinava a gran passi, quantunque i fidanzati, pareva, non avessero fretta. Sentivano forse nel loro cuore, che il momento più felice è appunto l'aspettativa della felicità?... Pare giunse l'ora in cui le carte erano in regola, e tutte le altre pratiche ultimate. Da Milano erano arrivate le licenze per sottoscrivere il contratto al Municipio di Gallarate, e per celebrare le nozze nella chiesetta del Villino. Allora, mostrandosi sempre irresoluti, lasciarono alla marchesa di fissar l'ora, ed essa indicò le sette del mattino per il contratto, e le otto per la cerimonia religiosa.
In quegli ultimi giorni che precedevano il suo matrimonio anche la Mary non si mostrava più tanto disinvolta. Era diventata timida anch'essa, come il suo Giulio. Non lo guardava più negli occhi coll'usata serenità; ma arrossiva subito, lo guardava appena alla sfuggita, e nello scambiarsi il mazzolino di fiori che si preparavano a vicenda nel recarsi ai convegni, tremavan loro le mani; nel salutarsi, tremava loro la voce. La Mary invece di correre come prima ilare, saltellando, ad attaccarsi al braccio dell'amico, gli camminava dinanzi per il piccolo sentiero, silenziosa e a capo basso.
A un certo punto della passeggiata, dov'era più cupa l'ombra dei pini e dove si fermavano sempre, si fermavano anche allora, ma la fanciulla invece di buttarsi a sedere per terra si voltava sorridendo, e Giulio notava con inquietudine che in quei giorni s'era fatta più pallida e più abbattuta.
—Sei stanca?... Non ti senti bene?
—No, sto bene. Guarda che ore sono: dev'essere tardi, e non voglio farmi aspettare.
—Sono le dieci.
—Son già le dieci?... Dio, Dio, com'è tardi! Giulio, nel ritornare le offriva il braccio, e la Mary vi si appoggiava leggera leggera, diventava di nuovo silenziosa mentre il suo petto si faceva anelante, e gli accadeva spesso d'inciampare.
In quel silenzio quieto della tarda ora del mattino si sentivano i loro cuori che battevano insieme.
Erano sempre le farfallette, le belle farfallette dalle ali smaglianti che venivano in loro aiuto Quando ne vedevano due posarsi l'una dopo l'altra sullo stesso fiore, la fanciulla si fermava e fermava Giulio, perchè non voleva spaventarle; ma nel fermarsi gli si appoggiava al braccio più fortemente.
—Anche noi, Nino, sempre così?
—Sì,—rispondeva appena il giovanotto.
—Sempre?
—Sempre, sempre.
Si guardavano, tutti e due fermi, a braccetto.... poi si guardavano attorno.... La brughiera era deserta: fra i tronchi dritti e brulli dei pini non si scorgeva anima viva. Allora tornavano a guardarsi negli occhi e un bacio, un piccolo bacio, scappava dall'uno all'altra.... Scappavano insieme, impaurite anche le farfallette belle dalle ali smaglianti, ma ormai Giulio e la Mary non pensavano più a loro.
Sebbene assorto nella felicità, Giulietto Barbarò non venne meno ai propri proponimenti. I due fidanzati avevano dovuto abbandonare il primo disegno di andare a stabilirsi in paese straniero, e ciò perchè mancavano i quattrini. Alla Mary, dopo che lo zio Francesco volle disporre di tutta la sua parte per pagare il debito verso Pompeo Barbetta, non restava più se non una rendituccia di un migliaio di lire, colla quale certo non si poteva vivere.... nemmeno d'amore; e fuori d'Italia, anzi fuori di Milano soltanto, Giulio Barbarò, privo di studi e nuovo agli affari, non avrebbe potuto procurarsi un conveniente collocamento. Invece a Milano gli fu facile ottenere un posto di tre mila lire, con diritto all'aumento dopo il primo anno di prova, presso una nuova società industriale a cui dava credito l'avere il figlio del Barbarò negli uffici della propria amministrazione. E intanto con tre mila lire, si poteva campare; quando poi sarebbero stati... in tre, avrebbero avuto diritto all'aumento.—Com'era facile la vita!
Giulietto, per un sentimento di dovere filiale a cui, in nessun modo, non avrebbe mai potuto venir meno, volle dare partecipazione a suo padre di questi nuovi avvenimenti con una lettera che gli scrisse d'accordo colla Mary; una lettera piena di nobiltà e di fermezza, pur nella sua forma più ossequente e rispettosa.
Pompeo Barbarò non gli rispose, ma corse subito a consigliarsi collo Zodenigo, che ormai era il suo confidente generale, anche nei rapporti di famiglia, e persino in materia di galanteria. E il professore appunto, per mostrarsi degno di tutte le attribuzioni di cui era stato investito, gli suggerì un colpo da maestro per il quale, mentre sosteneva la propria dignità in faccia ai figliuoli, avrebbe forse ottenuto pur anche di riavvicinarsi alla marchesa di Collalto, che il Barbarò, in quegli ultimi tempi, incontrava spesso a Milano, e che più di una volta avea tentato inutilmente di salutare.
Lo Zodenigo, insomma, consigliò al suo cliente di scrivere direttamente alla marchesa, di metterla intermediaria fra lui e gli sposi. Se il passo era un po' ardito, si doveva perdonar molto a un povero padre che avea perduto la testa, e poi la marchesa stessa non era stata più di una volta in casa Barbarò insieme colla Mary, mentre Giulietto era aggravato?... E Giulietto medesimo, non continuava a frequentare i Collalto? Non era tutti i giorni al Villino delle Grazie? A chi avrebbe potuto rivolgersi il cavalier Pompeo, per fare intendere le proprie ragioni al figliuolo, se non alla marchesa?
E dopo di avergli suggerito l'idea della lettera, lo Zodenigo gliela dettò anche in parte. In parte soltanto, perchè il deputato di Borghignano ambiva a fare un po' da sè in punto di lettere, e non voleva rinunciare all'efficacia delle proprie espressioni per andare all'accatto di riboboli.
Pensarono insieme di cominciar la lettera facendo le scuse, "per l'ardimento di quell'atto, al quale un povero padre era stato spinto dalla disperazione. Un povero padre" volle aggiungere il Barbarò "ricompensato dei molti ed onerosi suoi sacrifici, colla più ottusa testardaggine e colla più nera ingratitudine." Poi, continuando, il solito padre sentiva il bisogno di ringraziare l'illustrissima marchesa per la degnazione avuta nel prendersi tanto a cuore la sorte del suo signor figlio (più matto forse che cattivo) e per aver superato, con un nobile impulso di pietà, ricordi spiacevoli, onorando colla sua presenza la casa dell'ultimo dei suoi servitori.
"Del resto gli anni che maturavano il cuore," è inutile far notare che questo periodetto era quasi tutto dello Zodenigo, "gli anni che maturavano il cuore e calmavano le passioni, non gli avevano lasciato nell'animo altro che un sentimento di devozione profonda, e confuso di rossore invocava un perdono del quale lo rendeva degno il più sincero pentimento.
"La signora marchesa doveva essere giusta: in quel doloroso frangente a chi mai egli avrebbe potuto rivolgersi se non a lei?... A lei buona, a lei gentile, a lei ospite graziosa della signorina Alamanni?... A lei tanto addentro, per sola sua degnazione, nella confidenza di quel caparbio ingrato? Non era in sua casa che si dovevano celebrare le nozze? D'altra parte Giulio non frequentava altro che il Villino delle Grazie. Giulio non vedeva più nessuno all'infuori della Mary e della illustrissima signora marchesa."
Aggiungeva in oltre che la sua dignità paterna, non gli consentiva di rivolgersi direttamente, per difendersi, a chi, contro tutte le leggi del sangue gli si ribellava, schierandosi fra i suoi calunniatori.—"Oh lui poteva ben mostrare la propria innocenza, ma non lo voleva fare con suo figlio: lo avrebbe fatto, lo poteva fare invece colla signora marchesa... "
E a questo punto difendeva coi soliti argomenti il proprio passato, respingendo tutte le accuse, che per mene elettorali, gli eran state scagliate addosso.
Qual era, infine, il suo gran torto? Quello di non essere stato un eroe, o un matto che dir si voglia. Sì, non aveva vergogna di confessarlo: in quella notte sciagurata, quando erano venuti i croati per arrestare il signor Giulio Alamanni, trovandosi solo e inerme in mezzo a una pattuglia di ubriachi, di belve feroci che lo minacciavano, che lo punzecchiavano colle baionette, che gridavano di voler passare parte a parte la sua povera moglie e il suo figliuolo, lui aveva avuto paura, e si era lasciato strappar di mano le chiavi della casa, invece di farsi ammazzare inutilmente.—Ecco tutto il suo gran delitto; ecco in qual modo aveva fatto la spia! Poi tornava a lamentarsi dei suoi figli, pure terminando col dire che si sapeva troppo dolce di pasta, e che sempre si sarebbe sentito proclive al perdono. La porta della sua casa sarebbe stata aperta ai suoi figli in ogni tempo e ad ogni ora, ma ad una condizione...: "siccome lì sotto ci vedeva lo zampino della signorina Alamanni, che invece di compiacersi di essere il pegno soave della concordia, pareva godersi a seminare la zizzania, così la porta sarebbe stata aperta soltanto quando ci fosse venuto a battere lei stessa, la sua signora nuora. A lei avrebbe aperto; ad altri no."
E qui la lunga lettera, dopo aver rifatto le scuse, finiva coi soliti complimenti; ma nel copiarla, quando lo Zodenigo se n'era già andato, il Barbarò pensò di aggiungervi ancora un poscritto.
PS. "Intrattanto farò il riflesso alla Signoria Vostra Illustrissima che se il mentovato mio figlio Giulio ha potuto buscarsi ancora un bel impiego lo deve, insieme a tutto il restante, per il credito del mio nome in cuanto è sempre un valore. Ma non mi dica grazie, che fa l'istesso. È sempre il mio destino di essere pagato col ingratitudine per corispettivo."
Nel ricevere una tal lettera la marchesa Angelica ebbe un impeto di sdegno:—"Il villano osava scriverle!..." E insieme allo sdegno, paurosa e superstiziosa come tutti coloro che amano, sentì anche uno stringimento al cuore. La lettera del signor Pompeo non gli era stata portata sola, sul vassoio, dal servitore. Sotto la busta grossa e usuale ne nascondeva un'altra elegantissima e profumata collo stesso profumo che usava la marchesa; una letterina dalla forma inglese, col bollo postale di Napoli.
Ma passato lo sdegno, superato il senso di timore sinistro, a mano a mano che rifletteva su quanto le avea scritto il Barbarò, dovette pur convenire che non volendo costui rispondere a suo figlio, e nemmeno scrivere direttamente alla Mary, non gli rimaneva altro partito che rivolgersi a lei.
Tuttavia, anche dovendo giustificare quell'atto, si trovava sempre in un grande impiccio circa al modo di regolarsi. Essa, a sgravio di coscienza, aveva subito fatto leggere la lettera tanto a Giulio, quanto alla Mary, i quali erano andati d'accordo nel risponderle che la loro risoluzione era immutabile. Come doveva dunque comportarsi rispetto a quel... a... al signor Pompeo?
Bisognava fargli avere una risposta. Era il cuore di un padre, che si era rivolto a lei.
—Gli doveva scrivere?—No, no. La ripugnanza era troppa!—D'altra parte doveva pur fargli sapere qualche cosa, anche pensando all'avvenire stesso di Giulio e della Mary.
Con questa idea volle farsi animo, e dominando a mala pena un senso di ribrezzo, prese un suo biglietto di visita, e rimanendo in piedi, presso il tavolino, vi scrisse sotto, in fretta, alcune parole, lo cacciò colle dita tremanti nella busta, vi fece rapidamente l'indirizzo, poi buttò via la penna, chiamò la cameriera, e dopo averle indicato la lettera che non voleva più toccare, "alla posta subito," mormorò, e scese in giardino, ancora tutta rossa e agitata, per respirare all'aperto.
Che fatica, che tormento era stato il suo!... E non supponeva nemmeno come poi il signor Pompeo avrebbe accolto quel bigliettino. Altrimenti non lo avrebbe di certo mandato.
Il Barbarò che già cominciava ad esser inquieto e ansioso, tornando a casa vide subito la lettera, fra le altre, sul tavolino della porteria: corse a prenderla, e la strinse con quel tremito nervoso della mano che non poteva mai vincere quando apriva o intascava i grossi pacchi di biglietti di banca. Poi montò le scale in un lampo. Voleva godersela quella lettera: voleva leggerla solo solo nel suo studio, sicuro di non essere seccato.
Era contento, allegro, trionfante.
—Ha proprio risposto!... S'è degnata di rispondere la superbaccia!—Buon segno! Buon segno! Comincia a mettere giudizio....
Chiuse l'uscio, e si buttò sghignazzando sul seggiolone. Era acceso in viso, ansimava, e guardava, spiava la lettera da tutte le parti cogli occhietti loschi, senza risolversi ad aprirla. Quel bigliettino aristocratico, quell'indirizzo violetto, scritto con un caratterino uguale e sottile, spirante la femminilità più delicata, lo rapiva, lo faceva andare in estasi. Ci vedeva, ci sentiva dentro la marchesa, tutta la marchesa col suo profumo, colla sua eleganza raffinata, col suo fascino voluttuoso.
—Scrivermi è già una gran cosa, dopo quanto è successo fra di noi! È il primo passo verso la riconciliazione. Ma... bisogna andar adagio, non bisogna spaventarla un'altra volta! E sghignazzò di nuovo.
A un tratto strappò la busta, e divorò il biglietto tutto d'un fiato. Sotto il nome c'erano soltanto poche parole.
La Marchesa di Collalto
Le rende noto di aver dato comunicazione al signor Giulio, e alla signorina Mary Alamanni della lettera ricevuta.
La risposta era tanto asciutta che il Barbarò, su quel subito, provò uno spiacevole disinganno. Ma si consolò presto. Essa, infine, gli aveva risposto e questo era l'essenziale. Se proprio, dopo la scena accaduta e dopo la perdita di Villagardiana, non avesse più voluto aver a che fare con lui, non gli avrebbe nemmeno risposto. Non era la quantità delle parole, nè la forma più o meno espansiva, era il fatto per sè stesso che contava. Certo che voleva mostrarsi ancora offesa, prima di perdonare. Voleva essere pregata; voleva far ancora qualche smorfia,—facesse pure; la strada ormai era trovata. Alla prima occasione egli le avrebbe scritto di nuovo; e allora la biondina certamente avrebbe risposto più a lungo.... poi, chissà, sempre con quella bella scusa dei figliuoli, avrebbe potuto chiedere un colloquio, e così tornare ad entrarle in grazia.—Ma bisognava andar cauti, per non rovinare le faccende, ed anche per non fare il minchione e rimetterci più del necessario.
Fosse proprio vero, come gli avevano riferito, che il capitano l'avesse piantata? In tal caso sarebbe stato più facile di farsi innanzi, ma invece avrebbe avuto più gusto a portargliela via, a farlo crepare di rabbia quello spiantato rubacuori!
Ed esaltandosi in questi pensieri, il Barbarò si pasceva golosamente del profumo di quel bigliettino.
Frattanto alla Villa delle Grazie c'era un gran da fare per i preparativi del matrimonio: la Mary, sempre, un po' pallida, conservava per altro la sua testolina a posto, e guidata da Angelica, regolava bene ogni cosa. Invece Giulietto dimenticava tutte le commissioni, non capiva più niente: era incretinito dalla felicità, e non faceva altro che tener dietro ad ogni passo della Mary.
Alla vigilia del giorno solenne, ci fu poi un'altra sorpresa: capitò al villino un sotto-fascia raccomandato, diretto "Agli impareggiabili sposi."
Era una romanza per tenore, che Donna Lucrezia Balladoro offriva in dono per le auspicate nozze, accompagnandola con un proprio scritto.
"Carissima Nipote,
Quantunque bandita dal vostro Eden terrestre per suggestione mefistofelica di quell'Iscariotto dello Zodenigo, non posso a meno di volarti vicina in questo fausto giorno, rivolgendoti un pensiero, inviandoti un accento.
Tuo zio Francesco, inesorabile e spietato, non ha voluto porgere ascolto alle mie discolpe; ma tal sia di lui, ed io non voglio con questa mia rivolgermi altro che al tuo cuore; al tuo cuore dal quale non invoco grazia, ma giustizia. E per ora basta così. In questo giorno di supremo gaudio non voglio turbarti con lugubri fantasmi. Si accendono per te le faci dell'Imene, e tu abbagliata da tanta luce non devi più vedere altro che il caro oggetto che sta per impalmarti, dinanzi all'ara santa dei tuoi voti più ardenti.
Ora lasciami, o cara, che io ti benedica, anche come unica rappresentante della famiglia, nel nome mio e dei nostri antenati che dal cielo ti guardano, e accetta compiacente il mio umile dono.
Il celebre maestro Forapan, di Verona, persona seria e gentiluomo perfetto, che avrò l'onore di presentarti alla prima occasione, non potendo nulla rifiutare alle mie preghiere, ti offre in omaggio una vera primizia: il più bel pezzo, tutt'ora inedito, della sua opera la Regina delle Antille, che verrà quanto prima rappresentata in uno dei nostri principali teatri.
Addio, mia diletta; di più non ti scrivo perchè in mezzo a tanto gaudio volano i giorni, e l'ore!
La romanza, benchè in chiave di tenore, si adatta anche per soprano e contralto. A me, per esempio, va d'incanto: è nelle mie corde. Presenta i miei saluti alla carissima mia cugina Angelica, e al mio carissimo cugino Alberto. Un bacio al tuo sposo.
Ti stringe al cuore
La tua desolata, ma in fondo alle viscere
pur felicissima zia
Lucrezia Balladoro."
"P. S. Anche la Filomena (che diventa sorda e orba come una talpa, e rompe tutta la roba che è una disperazione) vuol esserti ricordata, domandandoti scusa della confidenza.
Ancora una volta: che il Cielo ti arrida propizio ed esultante.
Ricordati i confetti e, se non ti dispiace, aggiungi un piccolo sacchettino anche per il maestro Forapan, che sarà sensibilissimo, poveretto, a tanta attenzione. Ciao, mio unico tesoro!"