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VIII.

Le cambiali delle ottantamila lire, colle firme false, erano capitate all'improvviso, proprio come un uragano d'estate, in mezzo alla tranquillità serena e ridente della buona Angelica.

Il primo colpito era stato il vecchio zio, grazie a un bigliettino del commendatore Barbarò col quale gli si dava avviso che alla Banca degl'Interessi Lombardi Provinciali erano stati girati da Livorno, per l'incasso, vari effetti colla sua firma.

Diego di Collalto si precipitò alla Banca e fu ricevuto subito dal Commendatore, in persona, il quale, al vederlo, licenziò con un cenno il segretario ch'era nella sua stanza.

—Non c'era bisogno di tanta premura!... S'accomodi; prego.... C'era tempo tutt'oggi, e anche domani, fino alle due.

Il vecchio guardò Pompeo con un piglio suo particolare tra l'altezzoso e l'impertinente, e aprì la bocca per parlare:

—Ma...—e si fermò. Il banchiere, sorridendo ossequiosamente, levava dal portafoglio varie cambiali, che spiegò sullo scrittoio.

—Ma.... ci deve essere uno sbaglio di nome....

—Marchese Diego di Collalto?...—rispose Pompeo lentamente.—Ce ne sono altri del suo illustre casato, che portino lo stesso riverito nome?...

—No....

—Allora guardi bene,—e gli porse una cambiale.—Può capire chi abbia falsificato il suo nome?

Il marchese Diego fissò gli occhi sulla firma, poi, facendosi livido, borbottò più col moto istintivo delle labbra, che non colla voce, alcune parole, che l'altro afferrò a volo.

—Suo nipote?—domandò piano, andandogli più. vicino.—Suo nipote?...

Il marchese si lasciò cadere sopra una poltrona: pareva fulminato.

Pompeo sospirò profondamente, gli prese una mano, e la strinse forte per fargli coraggio.

—Le dico il vero, sospettavo qualche cosa di simile.... Per questo mi sono preso la libertà di scriverle preventivamente, e ho voluto parlarle in persona, così tutto può rimaner segreto fra noi due. In pari tempo ho l'onore di offrire i miei servigi al signor marchese, dato il caso che... le facesse comodo la dilazione di alcuni giorni al pagamento.

Il vecchio, alla parola pagamento, saltò in piedi infuriato.

—Dilazione?... Pagamento?... Che pagamento?... lo non pago niente!... Nemmeno un soldo!...

—Ci penserà, signor marchese, ci penserà meglio, e muterà proposito. Se così facesse, il marchese Stefano sarebbe rovinato irreparabilmente.

—Me ne lavo le mani!... non lo riconosco più!... una canaglia! un truffatore!... non lo riconosco più.!... non voglio più averci che fare!... me ne lavo le mani! me ne lavo le mani!—e il vecchio girava per la stanza, accompagnando l'atto alle parole.

—E l'illustre nome dei Collalto?... Lo scandalo grandissimo... è un'ingiustizia, signor marchese, posso ammetterlo, ma toccherebbe anche lei....

—Anche me?

—Il marchesino è il continuatore della famiglia!...

—E che la famiglia si fermi!...

—Nessuno del... nostro ceto, perdonerebbe a lei di non evitare lo scandalo. A lei... che in fine può farlo.

—È grossa la somma?—domandò l'altro con voce fioca.

—Ottantamila lire.

—Ottantamila lire!—gridò il vecchio, ritrovando a quella risposta tutta la forza dei suoi polmoni.—Ottantamila lire?... Dovrei pagare ottantamila lire? È matto, lei. Non le ho nemmeno io, ottantamila lire!

Il Barbarò strizzò l'occhio con un sorrisetto.

—Il signor marchese non ha da far altro che comandarmi.

Il vecchio guardò fisso l'ex-portinaio, poi storcendo la bocca e alzando le spalle con un moto significantissimo:—A mia disposizione,—pensò,—per strozzarmi di sotto mano;—ma pensò soltanto e non disse niente di simile: tornò invece a sfogarsi contro il nipote.

La sua collera era tanto più terribile quanto meglio egli capiva che in fondo il Barbarò non aveva tutti i torti, e che per la gente, per l'onore del nome, per continuare ad essere ben accolto e rispettato in società, avrebbe dovuto finir col pagare.—Pagare ottantamila lire per i vizi di un ragazzaccio antipatico, e che adesso sentiva di odiare!... Pagare ottantamila lire perchè la madre di quello sciagurato non era mai stata altro che una romantica senza testa!...

—E se non... se non si pagano, che cosa succederà?—domandò alla fine, a denti stretti.

—Prima il protesto, poi, scoperta la falsificazione delle firme, l'arresto personale.

Il marchese Diego trasalì suo malgrado.

—E... ci sarebbe tempo... fino domani alle due?...

—Domani e anche dopo; tutto il tempo che vuole!—esclamò Pompeo con un inchino.—Mi basta una sua parola, signor marchese. Con una sua parola metto le cambiali, come si dice, sotto il calamaio!

Diego di Collalto borbottò alquanto, guardò in fretta l'orologio, poi si rivolse nuovamente al Commendatore.

—Vado subito a Gallarate a prendere mia nipote... la condurrò qui da lei.... Sentiremo, vedremo che cosa ha in animo di fare.

Gli occhietti loschi del Barbarò sfavillarono, e le sue guance avvizzite si accesero subitamente.

—Io già,—continuò il marchese,—non pago niente. Ottantamila lire non le ho, e non voglio mettermi a contrar debiti per gli altri, io che non ne ho mai fatti per me. Stasera lei, sarà ancora visibile alla Banca?

—Certo!... Si figuri!... ma la signora marchesa non deve incomodarsi, diamine! Mi recherò io stesso a inchinarla, dove la signora marchesa mi vorrà far l'onore di ricevermi. Diamine, diamine!... Si figuri! Stasera, anzi, dovevo andare a Roma... volevo parlare alla Camera a proposito dei dazi protettori—(il deputato Barbarò, a sentirlo, doveva sempre parlare alla Camera, e viceversa non apriva mai bocca)—ma ci rinunzierò e mi fermerò a Milano. Per bacco baccone!... Da tanti anni sono... sento... la più gran devozione per la nobile famiglia dei marchesi di Collalto e non vorrei, per tutto l'oro del mondo, rifiutarle proprio adesso, in un momento così... così grave, la mia umilissima servitù.

Il vecchio sorrise con una smorfia e un cenno del capo, che potevan passare per un ringraziamento.

—Guardi bene, per altro,—soggiunse dopo un istante di silenzio,—di non compromettermi con la marchesa, e anzi, mi faccia questo piacere, di aiutarmi a tener fermo. Io voglio sperare che riunendo tutto ciò che rimane a... a quella gente, potranno ancora, se non subito, con un po' di quiete, riparare questo colpo....

Pompeo scosse il capo in segno negativo.

—E allora, peggio per loro!—strillò il marchese tornando a infuriarsi. Io non voglio subire una débâcle per i vizi di mio nipote. Ottantamila lire?... In pochi mesi?—Se fossi anche tanto imprudente da pagare oggi, mi assicura lei che avrei finito, e che sarei sicuro di non dover domani ritornar da capo?

—Oh per questo non c'è da illudersi, il marchesino ha il vizio nel sangue; ha la prodigalità ereditaria. Talis padris...—e il commendatore interruppe il latino che non gli veniva bene con una volgare sghignazzata.

—Vede dunque—esclamò il Collalto cogliendo la palla al balzo.—Vede dunque?... sarebbe inutile!... mi sacrificherei per niente!... mi dà ragione anche lei!...

—No, scusi, signor marchese; non posso darle ragione. Sono disgrazie che quando capitano in una famiglia, bisogna portarne tutte le conseguenze. So anch'io che il boccone è amaro da ingoiare, tanto più col pericolo di tornar da capo..., ma d'altra parte, le par possibile di poter lasciar mettere in prigione suo nipote il suo unico nipote, un Collalto?...—E il processo, signor marchese? E la pubblicità dei giornali?...—Capisce bene, il nome sarebbe rovinato per sempre, e lei, lei stesso, non potrebbe più vivere in società, tenere quel posto così eminente che ha nella nostra aristocrazia....

Il marchese non diceva più una parola: sbuffava di rabbia.

—E poi, oltre all'onore,—continuava spietatamente il Barbarò con un risolino ironico che gli spuntava sulle labbra in mezzo alle espressioni affettatamente ossequiose,—oltre all'onore ella deve compiere il sacrificio delle ottantamila lire anche per quella povera signora....

Il vecchio fece un'altra scrollatina di testa.

—Sì, anche per la signora marchesa,—continuò mellifluamente il commendator Pompeo.—Essa è in tutto degna dei più grandi sacrifici: anche un milione, sarebbe bene speso per la marchesa!...

—Angelica?... mi faccia il piacere!—rispose Diego di Collalto, indispettito dall'enfasi improvvisa del suo interlocutore.—Mi faccia il piacere!... Non è altro che una matta... un'egoista!... una linfatica sentimentale, piena di romanticherie!... Se fosse stata una donna di cuore, una donna di testa, avrebbe pensato a collocarsi in modo da assicurare il proprio avvenire e quello del figlio!—A questo punto il nobile Pompeo di Panigale non sorrise più, si fece serio, quasi melanconico, e sospirando alzò gli occhi al soffitto, per chiamarlo a testimonio del proprio dolore.

—Io l'ho sempre ammirata quella signora,—disse poi, mettendosi una mano sul cuore.—Ho trovato in lei virtù... virtù straordinarie. Per parte mia, le ripeto, sarei disposto a spendere un patrimonio, pur di vederla soddisfatta. Oh vorrei essere in lei, signor marchese, lo confesso con tutta sincerità.... Vorrei essere in lei, per avere il diritto di proteggerla, di consolarla, di collocarla, per modo di dire, sopra un trono... un trono d'oro!—E il signor Pompeo, così parlando era tanto accalorato e commosso, che il vecchio marchese, quantunque miope, se ne avvide, e ne rimase colpito.

—Povera signora,—riprese il Barbarò dopo un momento di pausa,—è sempre stata sfortunatissima, come moglie, come madre e adesso....—Qui fece una reticenza, strinse le labbra sottili, ove il risolino tornò a comparire—adesso—concluse è capitata fra le mani di uno spiantato qualunque, che la inganna colle dimostrazioni del perfetto amore, ma che invece non mira, ad altro che al suo avvenire.

—Avvenire?... Quale avvenire?—domandò il marchese cogli occhi sfavillanti dietro le lenti, e coi baffi più ritti del solito.

—Non se l'abbia a male.... Ripeto, quanto mi è stato riferito. Il maggiore Martinengo avrebbe risposto a chi lo sconsigliava di dare le dimissioni, e di perdere così un posto sicuro, che il vecchio doveva pur crepare, e che non avrebbe potuto portare i suoi milioni con sè... all'inferno!... Il vecchio, non se l'abbia a male, il vecchio sarebbe lei, signor marchese!...

L'altro ebbe un sussulto, diventò rosso, poi pallido, ma riuscì a frenarsi, e ripulendo le lenti che gli eran cadute dal naso, mormorò fra i denti:

Il ne faut jurer de rien!

Pompeo Barbarò sorrise, e guardò il Collalto senza aggiunger verbo; non aveva ben afferrato il senso di quelle parole.

Il marchese Diego, sebbene avesse avuto la forza di vincersi in faccia a Pompeo, se ne andò via portandosi la spina nel cuore, e arrovellandosi contro suo nipote, contro Angelica, e contro il Martinengo che faceva i conti sulla sua morte.

—E quel Barabò, quel Barabao, quello strozzino arricchito, che dopo aver ingoiata Villagardiana, protesta la sua devozione a mia nipote? impostore!... ipocritaccio!...—borbottava toccandosi le punte dei baffi.

—Pure... pure non c'è da scegliere. In questo momento bisogna fargli un po' di buon viso. Lui solo ha le mani in pasta e può trovar la maniera di accomodare le faccende senza rovinarmi!...—Sicuro... sicuro... è antipatico, ma non si può far senza di lui!... Intanto andiamo subito a Gallarate. Cominciamo a far ballare anche mia nipote: tocca a lei; la madre è lei!

Con tanta bile in corpo il marchese Diego arrivò al Villino delle grazie, più verde dei suoi mustacchi e dei suoi capelli. Angelica passeggiava in giardino con Andrea, e... fu per caso?... fu per misterioso presentimento?... certo è che appena le fu annunciato il marchese Diego, divenne pallida e si sentì una stretta al cuore.

—Mio Dio, che cosa ci sarà di nuovo?—esclamò istintivamente alzando timorosa gli occhi grandi e buoni, in faccia al Martinengo.

—Che vuole che ci sia di nuovo?—nulla!...—le rispose Andrea il quale dava a preferenza del lei anzichè del tu all'amica per un sentimento gentile, di rispettosa tenerezza.—Il marchese verrà a farle una visita.

—Non ci viene mai a Gallarate!—rispose Angelica, e quantunque inquieta, mosse incontro allo zio, sforzandosi di mostrarsi amabile e contenta.

Il marchese Diego, sempre galante, le baciò la mano facendole un madrigale; salutò il maggiore, sorridendogli colla benevolenza di uno zio soddisfatto e chiamandolo—il più fortunato dei mortali.—Poi pregò la nipote, la bella nipotina, di concedergli cinque minuti di colloquio.—Pur troppo,—disse infine rivolgendosi al Martinengo nell'allontanarsi, dopo aver offerto il braccio alla nipote—non sono più in istato di rendervi geloso—e ripetè con più enfasi di prima—mortale fortunato!

Angelica conosceva bene lo zio, e però non si era lasciata ingannare da tutte quelle dimostrazioni di affetto e di galanteria. Anzi, era sempre più inquieta, aspettava con ansia che il marchese le spiegasse il movente della sua visita. Appena furono nel salotto, Diego di Collalto offrì alla marchesa una scatola di dolci, che il servitore aveva tolta dalla carrozza col plaid; chiuse bene le porte, e poi con una brutalità, che appariva più fredda e spietata, per le forme ostentatamente cortesi, le disse che quel bel mobile del suo figliuolo era un Mirabeau, salvo l'eloquenza, che aveva falsificata la sua firma per ottantamila lire; e che lei, la cara nipotina, inebriata dalle dolcezze dell'amore, lo avea lasciato troppo libero, lo aveva troppo abbandonato a sè stesso, e dichiarava esplicitamente che lui non poteva far nulla per allontanare la catastrofe.

Angelica era rimasta come fulminata; tuttavia non aveva ancora compreso.

—Ha falsificato la tua firma?... come? in che modo?...

—Sì, cara, per ottantamila lire!—- E il marchese le riferì e le spiegò, in poche parole, tutto quanto sapeva.

—Non è possibile. È una menzogna, una calunnia!...

—Le cambiali, gioia mia, le ho viste io stesso, co' miei propri occhi.

—E Stefano ha firmato col tuo nome?

—Diego di Collalto.

—Sei sicuro, proprio sicuro, che sia il suo carattere?

—Sicurissimo.

—Allora è caduto in un tranello, e bisogna sentire prima di giudicare. Bisogna sentire le sue ragioni, le sue difese, le sue scuse....

—Gli puoi telegrafare di venir subito a Milano.

—Ah zio, zio mio,—esclamò in fine la poveretta prorompendo in lacrime,—zio mio, abbi pietà, di quel ragazzo.... Perdonagli, te ne supplico, zio, te ne scongiuro!

—Oh in quanto a perdonare, può darsi,—rispose il marchese Diego con un sorriso che in quel punto diventava feroce,—ma pagare no, no di certo. Dove le trovo, ottantamila lire?...—e dondolandosi tutto, e facendo scricchiolare le scarpettine inverniciate,—La plus belle fille du monde,—continuò,—ne peut donner que ce qu'elle a!

—Ma allora... allora che cosa potrà succedere? Che cosa faranno a mio figlio?!

—Eh!...—rispose il vecchio elegante stringendosi tutto nelle spalle e allargando le braccia mentre sibilava quell'Eh!... che passò freddo, come una lama, nel cuore di Angelica.

—Pensa che abbiamo il tuo nome.... Pensa che siamo il tuo sangue. Non ci puoi abbandonare.—Vorrai consigliarci.... vorrai che il nostro onore sia salvo!

Il marchese le prese una mano e gliela accarezzò per farle cuore. Dar quattrini non poteva, perchè non ne aveva; ma in tutto il resto, si metteva a sua disposizione. Andare, girare, parlare, brigare, era disposto a tutto. Era venuto apposta a Gallarate per prenderla e condurla subito a Milano. Si sarebbero abboccati la sera stessa col signor commendator Barabbò e insieme avrebbero cercata la via, se ce n'era una, per riparare, o almeno mitigare quel colpo terribile.

—Il Barbarò?—demandò Angelica facendosi ancora più pallida.—Come c'entra il Barbarò?...

—Per bacco, se c'entra!—esclamò il marchese,—è lui che ha in mano le cambiali!

Angelica si sentì oscurare la vista, e mal suo grado le sfuggì un nome dalle labbra che pareva una preghiera, pareva un lamento,—Andrea....

—Andrea, aspetterà. Ritornerai domani, dopo domani; c'è tempo.—Al punto in cui sia... in cui siete, gli affari prima di tutto!

—Che io lo debba sempre incontrare quell'uomo, sempre sempre!—e Angelica, in mezzo alla sua grande angoscia, ebbe un fremito di terrore.

—Anche il deputato arde della nostra fiamma istessa: ho scoperto stamattina che è un tuo spasimante.

—Abbi pietà dello stato in cui mi trovo, zio,—esclamò la marchesa vivamente,—risparmiami almeno ora questi tuoi scherzi.

—No, no, nipotina cara, non andare in collera perchè è la verità. Il Barbabò mi ha trattenuto a farmi i tuoi elogi per due ore di seguito: e come prendeva fuoco! Non è bello, bisogna convenirne, ma si può proprio dire un uomo d'oro, come lo chiama Donna Ippolita Bellotti, che ho veduto l'altra sera al Cova, e che mi ha detto di salutarti. Sicuro, prendeva fuoco, e mi pare l'avesse a morte col maggiore. Tutta gelosia: bisogna compatirlo.

—Allora, quando si parte?—domandò Angelica risolutamente, per dar termine al discorso. Le pareva che lo zio avesse sulle labbia il sorriso di quell'uomo odioso che le si imponeva come una fatalità, che come un serpe la stringeva nelle sue spire invisibili: un triste sorriso di scherno e di trionfo onde la poveretta sentiva ribrezzo e paura.

Angelica si vestì in fretta, dopo aver messo a parte di tutto, con due parole, il Martinengo; dopo essersi fatta giurare che non si sarebbe mosso da Nuvolenta, finchè lei non fosse ritornata, e che le avrebbe sempre scritto, cominciando da quella sera medesima, tutto ciò ch'egli avrebbe fatto in tutto il tempo che sarebbe rimasto senza di lei. E mettendolo a parte di quel suo gran dolore, e facendogli tutte quelle raccomandazioni, non gli dava più del lei, ma del tu, sempre del tu, continuamente del tu, come per attestare maggiormente che essa era sua, che gli apparteneva, che quel loro legame ormai doveva essere indissolubile. Era la tenerezza, era l'amore che traboccavano dal suo stesso dolore, e che la disperazione rendeva più vivo e più forte.

Andrea Martinengo la confortò. Le disse, e lui stesso ne era convinto, che lo zio avrebbe finito col pagare: era avaro e strillava..., ma strillava appunto perchè capiva che non c'era altro scampo.

Quanto a Stefanuccio, ci voleva un lezione energica; forse la vita dell'ufficiale non era per lui. Avrebbero pensato poi se sarebbe stato il caso di richiamarlo a casa, per sorvegliarlo, e farlo lavorare.

Il marchese Diego, che nel frattempo aveva accarezzato il mento e tastate le braccia della figlia del fattore, appena furono attaccati i cavalli chiamò il Martinengo per mostrargli il sinistro che gli si sfiancava, e non ne sapeva il perchè. Poi appena apparve Angelica la fe' montare in carrozza, e quindi salito anche lui, le si sedette vicino.—Caro maggiore,—esclamò,—benchè vecchio, scommetto che ora vi faccio invidia!... Vela rapisco, e non ve la rendo più!...

Andrea sorrise, ma per quanto Angelica dovesse tornar subito, o in caso diverso, potesse ben raggiungerla lui stesso a Milano, si sentiva commosso per così inaspettata partenza. Angelica lo salutò col capo, colla mano, e più cogli occhi amorosi che fissò in lui lungamente, tenerissimamente. Ma non gli disse più una parola; non poteva; aveva la gola piena di lacrime.

Durante il viaggio lo zio Diego continuò a farle complimenti e a brontolare. Si ostinava, colla galanteria del tempo antico, a tenerle l'ombrellino; le accomodava ogni poco il plaid sulle ginocchia, le offriva da una scatoletta vieux-saxe squisiti lemon's drops per l'arsura della gola, le raccomandava di sfogarsi, e le diceva che faceva bene a piangere. I suoi occhi irresistibili fra le lacrime erano ancora più abbaglianti..., e d'altra parte dovevano essere lacrime di confiteor, perchè molta colpa ne aveva lei della pessima riuscita di quella tarantola divoratrice.

—Parlo chiaro, figliuola mia; non voglio lasciarti vane speranze: io, proprio, non sono in stato di pagare. Ottantamila lire?—Siete matti!—e il vecchio si accalorava, storceva la bocca e arricciava il naso sui mustacchi ingommati.—Siete matti!... matti da chiudere al Dufur! Dove volete (saperlottina!) che vada a pescare ottantamila lire?... Nella tua incantevole testolina bionda tu ti sarai figurata che lo zio Diego sia un milionario!... Cara cara, figliuola mia cara, ricordati, è un'illusione... come tante altre. La mia sostanza, sai bene, è tutta in terreni, e i fittaiuoli che un giorno pagavano, poniamo, il trenta, oggi pagano appena appena il quindici... quando lo pagano. Vendere... si trova difficilmente; poi, una volta venduto non resta più niente, senza contare che colla crisi agraria presente, per ricavare ottanta bisognerebbe vendere per il valore di centosessanta. Dare a mutuo?... un far entrare i tarli nel patrimonio!... E poi, e poi, e poi in fine, questa è bellissima, perchè devo rovinarmi io per i vizi degli altri?—Chi rompe paga!—e il vecchio batteva stizzito contro il sedile la punta delle scarpette inverniciate.—Chi rompe paga!... Paga chi rompe!—Ho ragione sì o no?... rispondi,—ho ragione sì o no?...

Angelica, soffocata, gli accennava di sì, che aveva ragione, con un singhiozzo..., e allora lo zio acquetandosi, tornava a domandarle se aveva troppo caldo se si sentiva stanca, le offriva una sigaretta e le faceva ammirare il paesaggio.

—Non ti senti di fumare? fai benissimo!... è un delitto il fumare quando si hanno denti splendidi come i tuoi!... Lo dicevo anche alla Luisa D'Angola, che li ha bellissimi!...—Guarda, tu che sei tanto poetica, che vista incantevole!... che passeggiata deliziosa,—di' la verità....—E poi in tête à tête con te! Ah se non fossi vecchio!... si vieillesse pouvait!... Ti rapirei!... Quel cocchiere... sarebbe un mio fido travestito.... Ti terrei prigioniera nel mio castello dove il tuo innamorato verrebbe a cantarti la serenata.—E il vecchio, accarezzando sotto la coperta la manina di Angelica, le faceva l'occhio dolce, e piegandolesi vicino svenevolmente, cominciava a canticchiare colla voce tremula e stonata:

"Ro... on... dine... ella, pe... elle... gri... i... ina"

Ma un colpo di tosse interruppe il canto, e allora il marchese inghiottì un lemon's drops, abbandonò la mano della nipote, e tirandosi dritto dalla sua parte, le disse che ormai non poteva più sperare altro che nel commendator Panigali.

—Quel vostro usuraio, il deputato... il mangiatore di Villagardiana, chi sa che non sappia immaginare qualche espediente per levarvi d'impaccio!... Ti ripeto che mi ha parlato di te col maggior entusiasmo!...

—Zio, te ne prego!—supplicò Angelica con un filo di voce.

—Anche gli strozzini hanno un cuore per le belle donne, e non è rimasto insensibile ai tuoi vezzi. D'altra parte, se quel parvenu facesse qualche cosa per te e tuo figlio, non sarebbe altro che un'espiazione. Perchè non potrebbe mettere un'ipoteca sui tuoi fondi, o su quel poco che vi rimane?

Angelica sospirò: fuori della piccola dote, non le rimaneva più nulla.

—Il commendatore è benissimo intenzionato: potrebbe prestartele lui le ottantamila lire, ed io, al caso, aggiungerei una buona parola. Guarda che orizzonte magnifico... e che valletta amena. Ricorda i versi dell'Ariosto:

Giace in Arabia una valletta amena
Lontana da cittadi e da villaggi
Che all'ombra di....

—Hai fame?... Dovrai pranzar tardi stasera. Se credi potremo fermarci dal Cova a prendere una tartina: le fanno eccellenti. Bisogna inghiottire amaro e sputar dolce col commendatore. Tutte le vostre speranze devono essere in lui.—Ottantamila lire?... Una bagattella!...—Io non le ho, non le ho, e non ho!... La crisi agraria mi ha rovinato!... Quel tuo figlio non ha cuore, non ha testa, non ha onore: è uno scellerato!...

Arrivati a Milano, lo zio fece scendere la nipote all'hôtel de la Ville, dove in prevenzione aveva mandato il suo cameriere a fissarle un quartierino.

Angelica aveva già telegrafato a Stefano da Gallarate, e Diego di Collalto scrisse subito un bigliettino al commendator Barbarò di Panigale, avvertendolo che la marchesa Angelica era giunta a Milano e che, com'erano rimasti intesi, desiderava vederlo.


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IX.

Pompeo Barbarò si fece condurre all'hôtel de la Ville nel suo brum di parata, collo stemma nuovo sugli sportelli: due teste di moro, in campo rosso. Si era abbigliato con più cura; nella cravatta aveva appuntato uno spillone di gran valore, frutto d'uno dei migliori affari combinati dalla florida signora Veronica; nell'indice aveva infilato un anello con un brillante grossissimo, che aveva appartenuto ai gioielli di una gran casa di Milano andata in rovina. Ma per l'occasione, oltre al lusso aveva pensato di farsi bello. I capelli erano più neri del solito, ed anche i baffettini che, corti e radi, mal nascondevano sulla pelle le chiazze della tintura.

Pure, ad onta di tanti vantaggi, al suo proprio presentarsi alla marchesa di Collalto si sentiva molto impacciato, e non riuscì a scusare il proprio turbamento, se non dichiarandosi afflitto è ancora sbalordito per l'accaduto. Balbettava, gli tremavan le mani, non osava guardare in faccia nessuno... ma fu la commozione d'un momento. Dopo le prime parole riprese la franchezza e la parlantina petulante e imperativa.

Il marchese Diego, a un cenno di Angelica, fece portare il caffè e non aprì bocca finchè il cameriere venuto col vassoio non se ne fu andato. Allora, dopo aver offerto la tazza all'Angelica e a Pompeo, e mentre col cucchiaino scioglieva lo zucchero nella sua, proruppe a un tratto nelle maggiori invettive contro Stefano.

Pompeo Barbarò crollando il capo, e sospirando, cercava di calmare il vecchio energumeno, mentre Angelica, tremante, si sforzava per trattener le lacrime. Per un senso delicato di pudibonda alterezza non voleva piangere dinanzi al Barbarò; ma poi, quando questi cominciò a prender le difese di Stefano, spiegando al marchese come il ragazzo dovea essere stato raggirato da certa gente che viveva di bricconate commesse a danno della inesperienza dei figli di famiglia, la povera madre non potè frenarsi, e si nascose gli occhi col fazzoletto singhiozzando. Allora Pompeo osò guardarla; era sempre lei, nobilmente dignitosa anche fra i singulti; più bella e soave nel dolore!...

La lunga pratica e la compagnia delle persone ammodo, se non aveva potuto dirozzare l'animo e ingentilire i modi dell'antico portinaio di casa Alamanni, lo avevano dotato per altro di una certa disinvoltura. Egli si avvicinò premurosamente alla marchesa, le strinse la mano, e si protestò volonteroso di servirla, dichiarando che, se in altri tempi e in altre circostanze, le apparenze erano state contro di lui, adesso non avrebbe mai voluto lasciarsi sfuggire nessuna occasione di mostrarle tutto il suo animo devoto.—Ciò detto, fece una pausa... sospirò (quel giorno pareva una macchina a sospiri il commendator Pompeo), poi rianimandosi, dichiarò risolutamente che il marchese Diego doveva pagare, pagare a ogni costo, e impedire la rovina del suo giovane nipote, e il disonore del suo nome, che era un patrimonio della storia.

—Un nome onorato, un nome illustre è un gran capitale, e non c'è oro che lo paghi!—esclamò Pompeo, toccandosi la spilla di brillanti, per sentire se era al posto.—È un tesoro che non ci appartiene, che noi dobbiamo lasciare in eredità ai nostri... discendenti....

Il marchese Diego, seccato anche da quella boria, rispose con un'alzata di spalle.

—I danari occorrono per domani alle due, ed io non li ho, e non posso far miracoli.

Pompeo di Panigale s'inchinò facendo il solito ghignetto che gl'increspava le labbra.

—Ho già avuto l'onore di mettermi a disposizione della signora marchesa, e del marchese Diego; la somma occorrente posso prestarla io. Oh senza che mi dicano neppure grazie: un prestito d'amico!...

Angelica a quell'offerta, si sentì premere il cuore e le corse una vampa di rossore fin sul collo. Invece il marchese respirò.

Barabò, presta la somma,—pensò subito tra sè,—e se fosse disposto a concludere direttamente il prestito con mia nipote, senza tirar me nell'impiccio?

—Ma noi,—osservò Angelica sforzandosi di nascondere i singhiozzi colle parole, e rimettendosi un poco dal suo sbalordimento,—ma noi ancora non abbiamo sentito Stefano.... Lo accusiamo alla cieca, troppo in fretta, e pensiamo a provvedimenti... che forse... saranno inutili.

Il Barbarò si strinse nelle spalle, quasi gemendo.

—Pur troppo... da mie informazioni particolari.... Non potrei lasciare su tal proposito... nessuna speranza.

Il marchese Diego pestò i piedi; Angelica si sentì mancare.

—Capisco, del resto, capisco benissimo le loro esitazioni nell'accettare la mia offerta. Io stesso, non avevo coraggio... ma poi l'ho fatta, perchè, al momento, non c'è di meglio. Posso tranquillare per altro la loro delicatezza... sarà il prestito di pochi giorni, e agevolerò al marchese tutte le pratiche necessarie per il mutuo....

—Il mutuo?...—interruppe l'altro con un tono quasi flebile.

—Le consiglierei nel caso suo,—continuò il Barbarò rivolgendosi al marchese,—di fare un mutuo colla Cassa di risparmio: ogni anno, oltre agli interessi, pagherà una rata graduale di capitale....—In una ventina d'anni, gli eredi del suo patrimonio lo avranno intatto.

—Grazie tante!—esclamò il vecchio mostrando i denti con un sorriso che pareva un morso.—Mia nipote ha una dote; di più... qualche piccola porzione del patrimonio dei Castelnuovo e dei Collalto deve esserle rimasta. Può combinarlo col suo il mutuo, senza dar tanti pensieri a me, che non sono più giovane, e che non c'entro.

—Oh sì, sì,—proruppe Angelica,—tutto il mio son disposta a darlo, volentieri, di gran cuore, pur di non sacrificare nessuno!—E così dicendo levò per la prima volta, titubando, gli occhi pieni di lacrime in faccia al signor Pompeo. Oh se avesse potuto pagare col suo sangue, come lo avrebbe dato tutto volontieri!

Pompeo strinse le labbra, abbassando il capo; poi tornò a toccarsi la spilla, a far ballare i ciondoli del catenone...: era assai impacciato a rispondere.

—La dote... non si può toccare. Poi... non sarebbe sufficiente al bisogno. Per concludere un mutuo di ottantamila lire, occorre un fondo del valore, almeno, di cencinquantamila!...

Il marchese Diego, a tali parole, tornò a infuriarsi.

—No! No! No!... non commetterò mai un così grosso sproposito!... Anche lei,—e si rivolse tremante di collera al commendatore,—anche lei mi ha dichiarato stamattina che il ragazzaccio ha il vizio nel sangue, che non si può correggere, e che tappato un buco, mi troverei daccapo con un altro!... Se non ci ha da essere un rimedio, tanto vale abbandonarlo al suo destino senza rovinarmi, senza assassinarmi!...

Angelica e il Barbarò stettero zitti, lasciandolo sfogare senza mai contraddirlo, il che accrebbe per un poco il suo dispetto, ma finì poi collo stancarlo. Dopo tanto gridare non volle prometter nulla, non volle obbligarsi.—Finchè c'è tempo,—pensava, c'è vita!

Non poteva aspettare a risolversi, alle due del giorno dopo?... Ebbene, ci voleva pensare ancora, per quella sera non se ne dovea parlar più; aveva bisogno di calmarsi, di svagarsi, se no, lo prendeva una sincope!...

Borbottando camminò un altro poco su e giù per la stanza, poi fermandosi dinanzi alla nipote, che si asciugava gli occhi, le domandò se Stefano poteva arrivare quella sera stessa, e le dichiarò che non voleva vederlo. Quindi, dopo aver combinato a che ora si sarebbero ritrovati il giorno seguente, si dispose a uscire col Barbarò; ma nel salutare Angelica ritornò garbato, galante, mettendosi a sua disposizione per tutta quella sera, e offrendole di accompagnarla in qualche teatro, oppure al Cova,—se vi voleva fare un'apparizione che (come diceva) avrebbe rivoluzionato!—Angelica, ringraziò rifiutando, e il marchese cominciò a ridere e a scherzare per un altro verso.

—Capisco... si capisce... Avrai promesso a Gallarate di scrivere!... Fortunato mortale!...

Angelica sorrise senza negare. Non volle negare perchè c'era quell'altro presente.

—Il matrimonio, dunque, è cosa certa?—domandò subito il Barbarò al marchese Diego, appena furono soli in istrada.

—Credo... credo di sì. È difficile che una donna come mia nipote, si lasci sfuggire l'occasione di commettere uno sproposito.

—Pare impossibile: un matrimonio così balordo e inopportuno. Vuol dire che sarà molto innamorata.

—Molto o poco, fa lo stesso: l'amore non ha misura. Innamorata lo è di sicuro, e a modo suo, che è il peggiore: un innamoramento di testa. Angelica è sentimentale... è un'esaltata: più che essere innamorata del Martinengo, è innamorata dell'amore, del romanzo!

—E per così poco non ragiona più, e sta per commettere....—Pompeo Barbarò guardò il marchese prima di finire, ma incoraggiato dal suo contegno continuò,—sta per commettere una grossa corbelleria!

—D'accordo,—rispose il vecchio imbronciandosi di nuovo.

—Con questo matrimonio,—seguitò il commendator Pompeo,—rovina sè, rovina suo figlio... e terminerà col rovinare anche lei, signor marchese!

—Anche me?—domandò il Collalto fermandosi sui due piedi.

—Diavolo, con un matto di nipote che divora ottantamila lire ogni sei mesi!...

—La prego di credere, commendatore mio, la prego di credere,—rispose il vecchio con voce sibilante,—che se è matto Stefano, non sono matto io, e finirò col farlo rinchiudere in una casa di correzione.

—Son cose che si dicono....

—Che si dicono, e che si fanno!

I due ripresero a camminare, ma rimasero in silenzio per un buon tratto di via; poi fu ancora Pompeo che ricominciò coi suggerimenti.

—Lei doveva provarsi... a sconsigliare la marchesa....

—L'ho fatto e non ci sono riuscito. È una caparbia!

—Ma, quando lo ha fatto... non era sul punto di dover pagare ottantamila lire per salvarle il ragazzo.

—Questo è vero,—rispose il vecchio facendosi subitamente pensieroso.

Ci fu un altro silenzio: silenzio più lungo del precedente.

Poi il Barbarò ricominciò a parlare, ma con un'enfasi, con un'effusione improvvisa, che mal suo grado lo vinceva, riscaldandolo a poco a poco, trasportandolo a sfoghi, a confessioni, come se ormai non potesse più soffocare l'amarezza e la passione, che tumultuavano prorompenti dall'animo suo.

—Quel matrimonio (lo dichiaro francamente, perchè poi non c'è dentro nulla di male) quel matrimonio è capitato in punto per guastare tutti i miei disegni. Io ho sempre nutrito la più alta stima per i meriti straordinari della marchesa, e siccome, per l'addietro, sono stato accusato di aver rovinato il fu marchese Alberto, così per mostrare un'altra volta a questo mondaccio birbone quanto sono diverso da come mi si giudica, maturavo in mente di rifare la fortuna della moglie e del figlio della mia vittima!

Il marchese Diego camminava più lento per non perder sillaba. L'altro sbuffava, s'era levato il cappello, si asciugava il sudore della fronte col fazzoletto, e continuava a sfogarsi.

—Potevo fare un gran matrimonio di danaro... I danari non sono mai troppi, ma vi ho rinunciato, sempre coll'idea fissa nella marchesa. Nè mi si potrà accusare di balordaggine: se non son più giovane, nemmeno la marchesa non è più una ragazza. È assai ben conservata; tuttavia se ha parecchi anni meno di me, è donna fatta, ha un figlio ufficiale, e tirate le somme, per via dell'età, il matrimonio non è tanto sproporzionato. È assai più bella di me,—e il Barbarò proruppe in una sghignazzata,—ne convengo, ma non voglio tacere che se mi sono invecchiato nel lavoro, ho diritto di godere i miei comodi e di soddisfare i miei gusti, e quando mi sveglio alla mattina, non voglio trovarmi accanto un viso vecchio e antipatico. E poi, la cornice che gli avrei preparato, sarebbe stata degna della sua bellezza. D'altra parte, io certo non avrei mai avuto la pretensione che s'innamorasse di me.—Ho buoni occhi, e vedo di non essere tipo da innamorar le signore.—Un po' d'amicizia, mi sarebbe bastata.—Da parte sua sarebbe stato un matrimonio di convenienza,—anche per riguardo a suo figlio,—e da parte mia, un matrimonio d'inclinazione. È una donna che mi piace... come donna. Ha una bella figura, una bellissima educazione, un bel nome... tutto quello insomma che mi ci voleva per me e per Panigale, dove ho in animo di dare grandi feste... anche per consolidarvi la mia posizione politica. In quanto alla prole... se non ne veniva (non essendo più giovane nè io, nè lei) poco mi premeva. Avrei già avuto due figli, per continuar le due case: il mio, e il suo, che nel mio affetto e nelle mie disposizioni... future... avrei trattato con pari generosità. Insomma, se quel maggiore non si ficcava in mezzo, tutto si sarebbe accordato a maraviglia, perchè anche l'unica sproporzione che ci poteva essere....

—Quella del nome...—interruppe il marchese Diego, tanto compreso dell'argomento, da non badar bene a ciò che stava per dire.

—Oh no, no... il nome no!—esclamò il commendator Pompeo ridendo sonoramente.—Il nome no!—Se la marchesa è la discendente dei suoi antenati, io sono l'antenato dei miei discendenti... e le due nobiltà vanno bene insieme. È così che si rinsanguano le caste!... Volevo dire la sproporzione del patrimonio!... Ma per questa, una donna che non ha un soldo come la marchesa, può sposare un uomo che abbia il mio stato, senza derogare alla propria dignità. La donna è per sè stessa un oggetto di gran valore, e specialmente quando è come la signora marchesa, non c'è oro che la paghi!—Basta... tutto ciò... sia come non detto, e mi perdoni lo sfogo, signor marchese. Dopo averla riveduta... mi sentivo oppresso... e ne avevo proprio bisogno. Pazienza!... Ci vuol pazienza!... In quanto a me, per altro, se son franco abbastanza per dolermene, non sono innamorato a tal segno, da disperarmene!—E qui un nuovo ghignetto fe' punto al discorso.

Il Barbarò andò innanzi due passi, ma poi tornò indietro: il marchese Diego si era fermato, e lo guardava cogli occhi raggianti.

—Chi le dice che se mi ci metto di mezzo io... non si possa accomodar tutto per il meglio?

—Scherza lei; le piace di scherzare! E l'innamoramento?... E il maggiore?... E il matrimonio?

—L'innamoramento?... fanciullaggini.—Il maggiore?... si darà pace.—Il matrimonio?... andrà in fumo!

—Eh!... Eh!... Eh!—fece il Barbarò con tale inflessione di voce che diceva molte cose.

Il marchese Diego si sentiva in orgasmo, prese il Barbarò a braccetto, e proseguirono insieme lungo il Corso.

—Commendator mio, parliamoci chiaro: lei mi ha detto, è vero, di stimare mia nipote?

—E come!

—Ebbene, in tal caso sarà convinto che se io riuscissi a... a smuoverla dalla sua ostinazione, ad indurla a rinunciare a questo malaugurato matrimonio, ciò vorrebbe dire che mia nipote non si troverebbe vis-à-vis del Martinengo compromessa... irrimediabilmente!

—Sì... certo.

—Per me, se devo dire tutto quello che penso, credo ci sarà molta simpatia fra lei e il maggiore, ma simpatia, solamente. Lasciando correre le acque per la loro china, andrebbero a finire al matrimonio; ma questa simpatia non dipende da noi il frenarla?... il fermarla a tempo?

—No, no, signor marchese. Non vorrei che fosse sacrificata la signora Angelica, per tutto l'oro del mondo!—esclamò Pompeo mettendosi una mano sul cuore.

—Lasci fare a me. Sacrificata sarebbe sposando il Martinengo!... Io ho sempre avversato questo matrimonio, appunto perchè voglio molto bene alla mia nipotina, e vorrei vederla felice. Lasci fare a me... lasci parlare a me!

—Parlare no!... Adagio... Bisogna andare adagio!... Parlare è troppo presto!—esclamò vivamente Pompeo, mostrandosi inquieto. Ma l'altro non gli dava retta; si teneva stretto al suo braccio e gli si piegava addosso per parlargli all'orecchio.

—Non le ho detto che mia nipote è innamorata (dato il caso che lo sia) colla testa soltanto?... E dunque, la testa per quanto dura si può sempre piegare!

—Non vorrei... essere un tiranno.

—Un salvatore, Paligani mio! un salvatore!—I nostri giudizi sul suo romanzetto campestre, potrebbero essere anche sbagliati; potremmo averlo immaginato più importante del vero!—Chi ci vede nel cuore di una donna?—Angelica potrebbe essere disposta non solo a combattere e a vincere questa simpatia, ma a farne rifiorire dal suo cuore una nuova, una più ardente, per l'uomo generoso, me lo lasci dire caro Pa....Panigalli, per l'uomo generoso che la mette in una condizione degna di lei, degna di noi, e che assicura a suo figlio uno splendido avvenire! Nulla più della riconoscenza commuove il cuore di una donna, e dalla sua riconoscenza chi le dice che non debba nascere, oltre alla simpatia, oltre alla stima, anche l'a... l'amore?

—Oh... sarebbe troppo!—esclamò il signor Pompeo umilmente.

—Lasci fare a me!... Permetta che le parli io! Se Angelica non mi ascolta vuol dire che è una donna senza testa, senza cuore, senza viscere materne e allora... me ne lavo le mani!—E le ottantamila lire,—aggiunse mentalmente,—ho una buona scusa per non darle più!

—Ma, signor marchese,—replicò Pompeo mostrandosi sempre titubante e inquieto, come se l'altro si fosse approfittato di una sua confidenza, per valersene secondo i propri desideri.—Signor marchese... io non ho detto di nutrir ancora... una speranza. Adesso mi sembra anzi troppo tardi; troppo tardi per la signora Angelica e per... per me!

—Per lei, commendatore, non è mai troppo tardi, trattandosi di fare una buona azione. In quanto poi a mia nipote, non è mai troppo tardi per mettere giudizio!—Lei salva una donna, una famiglia, un nome. E alla sua volta, me lo lasci dire, acquista in mia nipote, la moglie che le conviene proprio per ogni rispetto. Un nome, dei migliori di Milano e d'Italia: poi bellezza, eleganza, riputazione illibata... il n'y a pas de taches dans le soleil!... Insomma par fatta apposta per lei... perchè se la porti nella sua reggia di Pa.... come si chiama precisamente il suo splendidissimo château?...

—Panigale.

—Bravo!... Nella sua reggia di Paniggale. Domani comincio un poco a scoprire il terreno, e le riferirò qualche cosa in proposito.

—Domani no, è troppo presto!—esclamò Pompeo vivamente. I suoi occhietti luccicavano, il sudore stillava più abbondante dalla sua fronte: un sudor nero, per via dei capelli tinti, che macchiava il fazzoletto.

—Non abbia paura; non voglio far altro che scoprir terreno, e sentire le prime impressioni. Intanto, mi dica, può tener le cambiali in sospeso per alcuni giorni?

—Sì, ma....

—Allora per domani, lasciamo correre!

—Ma, intendiamoci, non voglio assolutamente che per parte mia, la marchesa Angelica abbia a soffrire pressioni... odiose!

—Si figuri... Lei anzi, devo apparire come un angelo salvatore.

—Meno le ali!—soggiunse Pompeo ridendo.

—Lasci fare a me!—continuò il marchese vie più infervorato, senza badare all'interruzione. Desidero che mia nipote abbandoni la poesia per la realtà; desidero che si formi un vero concetto sullo stato delle cose. In quanto a me... avrei pagato ottantamila lire, per salvare l'onore del nostro nome, ma adesso, è naturale, non le pago più, dal momento che sarebbe una debolezza, colla quale contribuirei al danno di mia nipote. Anche se oggi dovesse struggersi un poco e fare il bocchino amaro, verrà giorno, passati i bollori, che mi ringrazierà e mi benedirà per essere stato inflessibile.... D'altra parte, se tutti poi dobbiamo fare il nostro comodo, non c'è ragione che mi scomodi io. Se Angelica pensa ai suoi romanzi, io penso al decoro, e all'interesse. Ma mia nipote sarà ragionevole, e si chiamerà contenta, fortunatissima; non ne dubito nemmeno!

—Adagio... adagio!—aggiunse ancora il Barbarò, colla voce grossa.—Adagio... adagio... per ora... intendiamoci, nessuna compromissione da parte mia. Voglio prima veder ben chiaro, come stanno le cose....

—Oh!...—e il marchese, facendo una faccia da bigotto scandalizzato che contrastava assai col suo tipo volteriano,—metto la mano sul fuoco,—esclamò, stendendola dinanzi al signor Pompeo,—metto la mano sul fuoco!


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X

La mattina dopo, quando il marchese Diego si recò all'hôtel de la Ville per vedere se la nipotina abbisognava di qualche cosa, e se avea ricevuto i fiori freschi che le aveva ordinati dal Ferrario, egli non le disse nulla del colloquio avuto con Pompeo Barbarò. Le disse soltanto che questi si trovava nelle migliori disposizioni d'animo verso lei e suo figlio, e che mentre stava forse maturandosi una combinazione assai favorevole per tutti, avrebbe tenuto in sospeso l'affare delle cambiali.

—Saremo sicuri poi, che non ne faccia qualcuna delle sue?—domandò Angelica sempre inquieta, ma non sospettando certo di ciò che l'aspettava.

—Oh,—fece il marchese esprimendo la massima maraviglia per ciò che diceva Angelica, e la massima stima per il commendator Barbarò.—Oh!... che cosa ti salta in mente?... Del resto devi ricordare... che siete tutti nelle sue mani!

In quanto a Stefanuccio lo zio Diego gli volse un'occhiataccia senza dirgli una parola. Ormai la sua collera verso Stefano rimaneva offuscata dalla preoccupazione in cui si trovava riguardo Angelica; se ella non si fosse piegata ai suoi disegni, tutto il suo odio si sarebbe riversato su di lei. Prima di andarsene aggiunse qualche altra parola di elogio per il Barbarò, e le domandò se non avea mai veduto Panigali.

—No, zio.

—È una reggia, nipotina mia; un castello incantato! Poi disse alla marchesa che per un giorno o due essa avrebbe dovuto ancora rimanere a Milano, e le annunciò che quella sera, dopo pranzo, sarebbe venuto a prenderla per condurla alla passeggiata sui Bastioni.

—Noi vecchi, si sa, siamo tutti un po' vani; ed io ho la vanità di farti vedere!—In fine se ne andò, com'era venuto, senza salutare Stefano che dovea ritornar subito a Torino.

Angelica rimase assai angustiata per quei due giorni che doveva ancora passare a Milano, lontana da Andrea. Pensò di farlo venire, ma lo zio non lo vedeva di buon occhio, e per il bene del figliuolo non voleva irritarlo.

"Povero Andrea!... che cosa avrebbe fatto solo solo a Nuvolenta?..." Pure era contenta di saperlo là; là tutto gli dovea parlare di lei, di lei solamente; là, lo sentiva più suo; lo vedeva bene e... e non era gelosa.

Per dir vero la passeggiata ai Bastioni non le sorrideva moltissimo; anzi ne avrebbe fatto senza volentieri; ma non avea avuto il coraggio di rifiutare sapendo quanto lo zio Diego desse importanza a certe cose.

In fatti, subito dopo pranzo, egli si recò all'albergo a prenderla, colla carrozza in gran lusso. Egli stesso era azzimato come un giovinotto; stecchito, leccato, impomatato, con una grossa gardenia all'occhiello.

—Stefano ha confessato tutto?...—domandò poi appena furono soli, in carrozza.

Angelica chinò la testa, accennando di sì, con un grande affanno.

—Che asino!... A pensarci prima sarebbe stato anche inutile di farlo venire.

—Mi ha giurato,—balbettò la marchesa,—che d'ora innanzi farà vita nuova....

—Giuramenti da marinaio!... ha le mani bucate!... Per salvare quel ragazzo, parlo schietto, mia cara, ci vogliono quattrini e molti; se non ne avrà da spendere finirà male; anzi, avrebbe già finito male senza il commendator Pompeo che, ripeto, può proprio dirsi la vostra Provvidenza.

Angelica trasalì, ma non rispose parola.

—Mi ha detto,—soggiunse poi dopo un momento di silenzio,—di domandarti perdono.

—Oh... non ho niente da perdonare.

—....E di assicurarti che la sua gratitudine per te, durerà più della vita.

—Per me?... A me non deve, e non dovrà niente. Accomodandosi le cose, come spero, dovrà la sua gratitudine a te, e al signor Barab... Barabbò!

Angelica tornò a guardare il vecchio attentamente. Nelle sue parole, ne' suoi modi, c'era un mistero che le incuteva vaghi timori, ma che non riusciva a spiegare.

Intanto la carrozza era giunta sui Bastioni di Porta Venezia.

Nell'ora tarda del pomeriggio, il gran faccione del sole, di color rancio e affocato, calava lento, come in un bagno immobile di nubi nerastre; e la dritta e larga via dei Bastioni, si affondava fra la caligine dei vapori del tramonto e pareva metter capo a quell'orizzonte di piombo, a quella lastra di fuoco. Nel mezzo, un trapestìo confuso, ma quieto, uno sfarzo di colori sbiaditi nel chiaror pallido del cielo crepuscolare; uno sfoggio di lusso e di ricchezza monotono, e un via vai di gente compassata e affaccendata ai saluti, fra mezzo alle file delle carrozze, e sotto i grossi alberi frondosi e cupi, senz'alito di vento.

Il marchese Diego, sempre sorridente, faceva scappellate alle signore, e salutava colla mano i giovanotti, ripetendo alla nipote il nome di ognuno e i gustosi pettegolezzi del giorno.

—Non si vede il nostro caro deputato!—disse infine quando la carrozza ritornava d'aver fatto il primo giro.

—Chi?...

—Il deputato Panigali; ha cavalli magnifici. Mi dicevano oggi al club che la scuderia di Panigali è fra le migliori che si conoscano. Sai,—continuò poi il marchese mentre si sbracciava per salutare la contessa di Corleoni, ch'era col suo equipaggio nella fila delle carrozze ferme in mezzo al Bastione,—sai, il Panigali è proprio innamorato di te, e alla follìa; me lo ha confessato ier sera.

—Zio!...—esclamò Angelica infastidita.

—Una tua parola sola... e si mette a' tuoi piedi.

—Te ne prego, zio; è uno scherzo che mi fa male.

—Scherzo?... Tutt'altro che scherzo! Il commendatore mi ha proprio dichiarato formalmente... che sarebbe pronto e felicissimo di sposarti e... fa conto che io ti parli in suo nome.

Angelica, a tali parole, invece di confondersi, di smarrirsi, riacquistò, con un impeto di sdegno, tutto il suo coraggio, e il suo dominio su sè stessa. Guardò il marchese risolutamente, con un tono altero, quasi sprezzante:

—Risponderai al signor Pompeo—gli disse—che lo ringrazio dell'onore che vorrebbe farmi, e che non accetterei mai, in nessun caso. Gli puoi anche aggiungere, se credi, che ho promesso la mia mano al maggiore Martinengo.

—Non gli dirò nulla di tutto questo. Desidero che, prima, tu pensi bene a quello che fai.

—Ma non capisci che non son più libera?... che ho data la mia parola a Andrea?... Tu lo sapevi già, del resto!... per te non è cosa nuova!

—Pensaci, cara; e pensaci bene. Quando hai data la tua parola al capitano, tuo figlio non aveva firmato cambiali false per ottantamila lire. Trattandosi di salvare tuo figlio, mi pare che il Martinengo medesimo, se è uomo d'onore, dovrebbe scioglierti dalla tua parola.

—Ma è un mercato!... Mi si vende!...

—No, cara! non agitarti così!... Calmati, cerca di ragionare. Pensa che, in tutti i modi, non sarebbe altro che un sacrificio momentaneo, da parte tua: un sacrificio nobilissimo.

—Momentaneo, hai detto?... Allora non capisco bene....

—Ho detto momentaneo, perchè credo, sono sicurissimo che passato il primo momento, tu stessa ti stimerai felicissima di....—Guarda la duchessa di Melzo che ti saluta.—Buona sera, duchessa!... Buona trottata!—Come si conserva maravigliosamente bene!—.... Dicevo dunque, che tu stessa ti stimerai fortunata, fortunatissima di ciò che oggi ti si presenta come una contrarietà.

—No,—rispose la poveretta colla voce che le si strozzava in un rantolo.—No, ti proibisco di parlarmene!

—Come vuoi, cara; come vuoi.—Il vecchio tacque per alcuni istanti, mormorando appena:—Povero Stefano!... povero Stefanuccio!—poi, stringendo le labbra, sospirando e battendo la palma della mano sul pomo d'argento della mazzettina con un "mah!" pieno di sottintesi, e che dovea essere come la conclusione de' suoi propri pensieri, si mise a parlar d'altro, ricominciando a passare in rassegna le signore più eleganti, e i giovanotti che più facevan discorrere di sè, motteggiando, come avea l'abitudine, su tutto e su tutti.

La carrozza fece un altro giro, poi un altro ancora, e Angelica, pallida e muta, cogli occhi fissi, immobile al suo posto, non vedeva più nessuno in mezzo al brulichìo rumoroso, non ascoltava, non udiva più nemmeno il continuo chiacchierare del vecchio marchese. Dentro di lei, col dolore più acuto e disperato, ribolliva un impeto di ribellione contro la Provvidenza, contro Dio medesimo, contro il destino, e contro l'egoismo freddo e brutale dello zio Diego. "Non avrebbe ceduto, no!... non avrebbe ceduto!... Era orribile e infame quanto le proponevano!... era uno strazio, e sarebbe stata una colpa, quasi un delitto! Non lo voleva il suo cuore, non il suo onore, non il suo sangue! Era un'offerta impossibile, assurda, ributtante, odiosa; sarebbe morta di vergogna e di ribrezzo. Legarsi, vivere, darsi a... a un essere ignobile che disprezzava e che aborriva!... e tutto ciò quando la sua mente, la sua anima era piena di un altro; quando era innamorata di un altro... quando gli apparteneva!...—Andrea, oh Andrea,—pensava con uno schianto del cuore,—non temere, tua, sempre tua, sì, tua, tua, tua, a dispetto di tutto e di tutti!"

Lo zio le faceva rabbia: quell'individuo innominabile le faceva ira e orrore; lo sprezzava e l'odiava; la sua lurida immagine le metteva i brividi; era uno spasimo, era la repulsione di tutto l'essere suo. Odio le inspirava quell'uomo; odio soltanto; odio e schifo!... E lei avrebbe dovuto.... Oh morire piuttosto, morire, morire, cento volte morire! No, no; era impossibile; lo zio aveva sognato; era impossibile! Non sapevano tutti che amava Andrea?... che era sua, per tutta la vita, per tutta l'eternità,—sempre! sempre!—Non sapevano tutti che lo amava e che si amavano, che lo adorava e che si adoravano?—Andrea! Andrea!—Sarebbe morta piuttosto, sì... sarebbe morta stretta al collo di Andrea, col cuore sul suo cuore, colla bocca sulla bocca sua; sarebbe morta in un bacio... lo voleva un bacio... il primo... l'ultimo... un bacio che sarebbe stata la sua felicità... e la sua vendetta!...

Il marchese, come niente fosse, continuava a chiacchierare e a salutar le signore; Angelica, invece, coll'inferno nel cuore, e con tanto succedersi e affollarsi di pensieri affannosi, di sentimenti i più opposti, d'odio e di amore, rimaneva ostinatamente muta, ma diventava sempre più pallida.

Non poteva vedersi in quel maledetto Milano!... si sentiva soffocare; voleva correr via subito; voleva tornare a Gallarate; voleva, doveva rivedere Andrea:—oh Andrea!—voleva, doveva dirgli tutto! Era sua, lei, cosa sua—sua!—aveva diritto Andrea di saper tutto. Andrea l'avrebbe consigliata, l'avrebbe aiutata, e l'avrebbe vendicata, perchè quell'offerta era un oltraggio... un oltraggio vile!—Gallarate!... com'era bello Gallarate!

Aveva la febbre di essere fuori di Milano, di essere di nuovo in mezzo alla campagna silenziosa, fra la gente ignota e buona; aveva la febbre di essere sola—sola con Andrea—di confidarsi con lui, di sentire da lui la risposta che doveva dare.—Avrebbe fatto sempre ciò che Andrea le avrebbe detto di fare;—le pareva che appena uscita dalle porte di Milano, i suoi tormenti dovessero alleviarsi; le pareva di ritrovare il conforto e la pace. Come voleva bene al Villino delle Grazie!... Andrea era là... pensava a lei... l'aspettava... Andrea!... Andrea!... Andrea!...

E in quei trasporto e in quel sospiro dell'anima per la felicità trascorsa e distrutta, tutto ciò che Angelica ricordava di quei luoghi e del villino, fin le muraglie guaste dal tempo e coperte d'edera, fin lo stridore e il cigolìo echeggiante del vecchio cancello di ferro, le riempiva il cuore di rimpianto e di desiderio.

—Sì... sì... voglio partir subito,—prometteva a sè stessa.—Appena ritornata all'albergo manderò a ordinare una carrozza all'Anonima e via... senza più veder nessuno!—Chi può impedirmi di andar via?... sono libera, sono padrona di me; soltanto Andrea,—oh Andrea, Andrea!—soltanto Andrea ha il diritto di comandare, di imporre la propria volontà; sono sua, tutta sua.

Ma a un tratto, un nuovo pensiero soppraggiunse ad arrestarla in mezzo a' suoi propositi, ad agghiacciarla, a sospenderle per un istante il battito del cuore.

—E le cambiali di Stefano?...

Non poteva più partire; doveva rimanere a Milano. Ma, lì per lì, pensò che appena all'albergo avrebbe telegrafato a Andrea di venire, e con Andrea a Milano, anche quel cielo pesante e ristretto, anche tutta quella gente antipatica, anche quella città uggiosa, prendevano un aspetto meno triste.

Andrea avrebbe pensato e trovato il modo di salvare suo figlio. Oh con Andrea poi non c'era tanto da scherzare; avrebbe dato una buona lezione allo zio Diego, e avrebbe schiacciata la testa alla biscia schifosa. Andrea era pieno di onore e di coraggio, mentre quell'essere... innominabile, era un vigliacco! non aveva altra forza che il suo danaro,—danaro rubato.—Non aveva altro coraggio che contro di lei:—una donna!—Essa lo aveva rimesso al posto, e lui per meglio vendicarsi del disprezzo, della vergogna patita, aveva finto di pentirsi, e nel cuore covava la vendetta. Ma lo zio sognava; aveva esagerato le sue speranze... e lei si angosciava troppo e forse a torto. Ma... e se invece fosse tutto vero?... e se in tal caso, quell'individuo senza coscienza, senza onore, irritato e spaventato dalla presenza di Andrea, rivolgesse tutto il suo astio e i suoi furori contro Stefano?...—Stefano era nelle sue mani!...

A questo punto il marchese Diego, che le avea sempre parlato senza ottener mai una risposta, si era voltato per guardarla e ne rimase colpito. Angelica non era più pallida, ma livida: aveva gli occhi infossati, il volto affilato e contratto. In quei pochi istanti pareva fosse smagrita e invecchiata di più anni.

—Mah!...—sospirò di nuovo il marchese, e come per confortarla, tornando a battere la palma della mano sul pomo della mazzetta, esclamò:—Les enfants sont des soucis!—poi, drizzando il piede, si ammirò lungamente la punta lunga e sottile della scarpetta lustra, e ripetè ancora una volta, ma a mezza voce, e con una cantilena da ritornello di operetta: Les enfants sont des soucis!...

La povera Angelica, per altro, se prima non gli dava ascolto, adesso non capiva più niente; non sapeva nemmeno più d'essere sui bastioni, in carrozza, accanto allo zio.... Più niente!... Il suo affanno era diventato angoscia, e perdeva la testa in mezzo a pensieri sempre più terribili.

—No!... Non doveva telegrafare a Andrea; doveva restar sola a soffrire, a combattere!... L'arrivo a Milano di Andrea, il suo sdegno, la sua collera potevano perdere Stefano... No, no!... bisognava usare molto tatto, molta prudenza.—Suo figlio, la vita, l'onore di suo figlio erano in balìa di quella gente. Se si fosse trattato soltanto di danaro, della carriera, sarebbe stata un'altra cosa.... Ma le firme delle cambiali erano false... sarebbe messo in arresto subito... poi il processo... la degradazione... la prigione!...

—Ti senti male, nipotina?—le domandò lo zio Diego, che si era voltato ancora per guardarla.

—No.

Cominciava intanto a farsi buio; la luce fioca dei lampioni appariva in una doppia fila interminabile sotto le fronde nerastre dei grandi alberi. La gente e le carrozze andavano a mano a mano diradando.

—Vuoi ritornare, cara?

—Sì.

—Torna!—gridò il vecchio al cocchiere colla vocetta secca e tremula; poi chinandosi di nuovo verso Angelica, le domandò:—Vuoi tornar subito all'hôtel, o scendere per una mezz'oretta al Cova?...

—No, no; all'albergo, all'albergo!—rispose Angelica con impeto.

Hôtel de la Ville!—tornò a gridare il marchese Diego al cocchiere, mettendosi una mano aperta alla bocca per essere udito meglio.

Arrivata all'albergo, Angelica salutò appena lo zio, e si avviò difilato per le scale. L'altro la salutò colla solita effusione, ma poi, appena l'ebbe perduta di vista, mormorò dispettosamente con un'alzata di spalle:—Se sulle prime il calice le sembra amaro, lo troverà dolcissimo fra qualche anno!

Angelica, nel frattempo, aveva licenziato la cameriera dell'albergo, indicandole con un cenno che non avea più bisogno di nulla, e chiusa sola nella camera, si era messa subito a scrivere a Andrea, e gli scrisse cogli occhi pieni di lacrime, col seno anelante; piangendo, sorridendo, delirando; gli scrisse così appassionatamente, con tanta effusione, con tanto abbandono come non avea mai osato, come non avea mai voluto per l'innanzi. Per la prima volta essa gli dava in tutta la lettera del tu, e le parole mia, tua, sempre, Andrea, si seguivano con una frequenza, con una foga febbrile... Andrea nel leggere più tardi quella lettera, Andrea che avea ben fissa in mente l'amica, dovea sentire le calde parole corrergli nel cuore e nel sangue, come altrettanti baci e dovea rimanerne lui pure stordito, inebriato, febbricitante.

Finita la lettera, Angelica la suggellò, chiamò per mandarla subito alla posta, poi, rimasta sola nuovamente, si alzò, si strinse forte la mano sul cuore, come se con quella lettera le fosse fuggita via anche l'anima... si asciugò gli occhi... fe' un atto risoluto, quasi promettendo a sè stessa, al suo amore che sarebbe stata forte, che non avrebbe ceduto; e si preparò lentamente, sopra pensiero, per coricarsi.

Ma poi, quando spogliata e snodate le lunghe e grosse trecce, si avvicinò al piccolo letto, un lettino corto e stretto come il suo del Villino delle Grazie, trasalì improvvisamente.... Tutto il suo corpo sussultò con un fremito.... Si rizzò... tese le braccia... voltò la faccia come per fuggire un'immagine che le faceva orrore... poi si nascose gli occhi fra le mani che strinse nervosamente con un moto, con un urlo soffocato di ribrezzo, e infine disperata si buttò sul letto contorcendosi nello scoppio dei singhiozzi.

....No!... No!... avrebbe supplicato... si sarebbe trascinata ginocchioni dinanzi allo zio, ma non avrebbe subito quello strazio... quella vergogna!...