—Ancora in piedi, marchesa?...
—Sì, ti aspettavo; sarei rimasta qui tutta notte ad aspettarti; ero sicura che saresti venuto.
—Potevi anche scrivermi.... come facevi sempre.
Angelica non rispose nulla; aprì adagio il cancello perchè non cigolasse, e Andrea entrò. Essa pareva disfatta; aveva un semplice abitino di percallo bianco stretto alla vita da una cintola di pelle, e si era buttato sulle spalle un grande sciallo bigio di lana. Non piangeva più: dagli occhi infossati, dal viso smunto, dalle labbra smorte e gonfie, pareva non avesse più lacrime. I capelli snodati le cadevano a ciocche sulle spalle, mentre l'umidore della sera aveva ammolliti e stesi i riccioli della fronte.
—Entriamo in casa: ho freddo!—e si strinse nello scialle con un tremito. Poi, toccando appena il braccio di Andrea,—faccia piano,—gli disse,—la mia gente è tutta a dormire, e ho detto di essere andata a dormire anch'io.
Angelica camminò innanzi; Andrea le tenne dietro in punta di piedi, per non far rumore sulla ghiaia.
La porta che metteva nel salotto a terreno da lavoro, era socchiusa: vi entrarono come ombre, poi Angelica tirò adagio il catenaccio: allora respirò e tornò a parlare colla sua voce naturale.
—Siamo al sicuro; di sopra non ci possono più vedere, ne sentire.—Ma era affatto buio.—Ha un fiammifero?—domandò più adagino appoggiandosi ad Andrea.
—Sì,—e mentre Andrea con una mano cercava la scatoletta, coll'altra, che le aveva posata sopra una spalla, si strinse Angelica forte, contro il petto.
—Faccia presto!... accenda il lume!
Angelica sospirò; sospirò Andrea, poi il lume fu acceso.
—Ho pensato,—disse l'altro con voce grossa e malferma,—che potrei parlare io stesso a tuo zio.
—Non otterresti nulla,—rispose la marchesa crollando il capo.—Mio zio, oltre al resto, è felicissimo di questa occasione che gli offre il modo di poter rompere il nostro matrimonio. Ti è sempre stato contrario; ci va del suo interesse e della sua ambizione; pensa se potresti indurlo a fare diversamente!
—Ma Stefano... Stefano medesimo dovrebbe opporsi.
—È un ragazzo; e poi, a che fine? Per andare sotto processo, ed essere condannato per falso?
Ci aveva pensato tanto ormai, che Angelica disse queste parole senza nemmen più trasalire.
—Sei sempre stata debole con quel ragazzo: lo hai sempre guastato.
—È vero: non sono stata severa con lui, come avrei dovuto. Ma perchè? perchè avevo te nel cuore, e il rimorso mi faceva essere indulgente. Ah, si sconta tutto a questo mondo... troppo!... troppo!
—E io?—domandò Andrea improvvisamente, fissandola pallido, risoluto.
Angelica, diafana, sfatta dal dolore e dalle emozioni di quei giorni terribili, colle guance ancor molli e soffuse di pianto, come una rosa oppressa da uno scroscio d'acquazzone, lo guardò atterrita, e rispondendo con un brivido a quella domanda, si strinse addosso, sul petto, lo scialle grigio. Le braccia rotonde, che uscivano dalle maniche cortissime, spiccarono sulla lana scura nella lor candida nudità.
—Parlerò io a... al Barbarò,—balbettò Andrea, ancora più pallido.
—È inutile.
—Come?... non ti sposa per il tuo nome... per la tua condizione... per nobilitarsi?... E allora?
Angelica era preparata a quella domanda; riuscì a frenarsi, e crollò il capo. Perchè doveva dire... ciò che aveva sempre taciuto?... In quelle lunghe ore di riflessione e di strazio, essa aveva pur dovuto convincersi che non poteva sottrarsi al suo destino. Perchè doveva dunque accrescere inutilmente la gelosia e la disperazione di Andrea?... e poi, sapendo tutto, egli non avrebbe conservato di lei una memoria meno pura?... meno alta?
—No, no!—rispose,—quell'uomo è tutto calcolo: il mio nome deve dar valore al suo.
—Per questo se sapesse....
—Che io sono innamorata di te?
—Sì....
Angelica non rispose subito; mentire gli costava assai, anche quando doveva farlo, anche quando il mentire era pietà.
—Allora... forse non mi sposerebbe più!... Ma... Stefano?...
Andrea la guardò colla collera che gl'intorbidiva gli occhi, poi in un impeto d'amarezza ironica, in cui c'era tutto il suo amore che in quel punto si tramutava in odio, tutta la sua gelosia che diventava ferocia, esclamò:
—Già!... ottantamila lire... io non le ho!
Angelica si scosse, lo guardò fisso alla sua volta, ma non rimase nè umiliata, nè offesa. Invece essa pure con un sorriso amaro, che in lei faceva più senso, perchè dovea costarle uno strazio ancora più grande,—no, no!—rispose,—non hai ottantamila lire, povero Andrea! Per questo bisogna cedere, bisogna dividerci, bisogna... morire!
Ma per giungere a tal punto, per giungere a dire tali parole, Angelica, solitamente così mite, così tranquilla, e sempre coraggiosa, doveva aver tutto sconvolto in quel terribile urto: il cuore, la testa, i nervi e la coscienza.
In fatti il suo volto aveva un'espressione strana; le labbra erano stirate e tremanti, le narici dilatate, gli occhi scintillanti. Certe volte scrollava il capo con un'alzata di spalle, come per ribellarsi contro tutto il suo passato, contro tutti i suoi pregiudizi di fede, di virtù: sentiva un impeto di sdegno per tutto ciò che fino allora le era stato sacro; un disamore insofferente per tutto ciò che le era stato caro, aveva un bisogno veemente di negare tutto ciò in cui fino allora aveva creduto.
La lampada, coperta da una spessa ventola rossa, illuminava appena un cantuccio del salotto, dove sotto alla finestra grande, chiusa da una giardiniera di palme e di sempreverdi, si stendeva un divano basso, all'orientale, coperto da un gran tappeto e da cuscini ammonticchiati. Angelica vi cadde a sedere, poi stese la mano ad Andrea per chiamarlo vicino.
Andrea fece un passo appena, lentamente, e le si fermò ritto dinanzi. Angelica gli teneva sempre stesa la mano, e lo guardava, ma egli non la toccò.
—Che cosa farai?...
Andrea non rispose.
—Che cosa farai? Voglio saperlo!...—e così dicendo, mentre lo scialle le scivolava dalle spalle, essa prese il braccio di Andrea, poi una mano che strinse fra le sue che bruciavano, e lo tirò a sè così fortemente da farselo cader vicino a sedere, sul sofà.
—Che cosa farai?
—Andrò... dalla contessa Florio!—rispose a capo basso, accigliato, con voce roca.
—Non voglio: devi rimaner solo, capisci? devi rimaner solo, a soffrire come me.—Che cosa farai?
Quei modi, quel fare così strano, fecero più impressione al Martinengo di tutte le lacrime, di tutti i lamenti.
—Scriverò a... Roma, al colonnello Doncieu. Se si fa qualche cosa a Tunisi, o in Egitto... riprenderò il servizio.
—E... non saprò più nulla?
Andrea non capì quella domanda per il suo verso: credè che Angelica avesse in animo di continuare la corrispondenza con lui, come avea fatto quando era ancor vivo il marchese Alberto, e le rispose con durezza. Ma invece si era ingannato: essa sapeva di perdere Andrea per sempre; pure il suo maggior dolore e il suo maggior timore, ciò insomma che la faceva diventar matta in quel momento, era il dubbio di poter essere dimenticata da lui. Non voleva essere un episodio della sua vita, preferiva di essere stata, e sopratutto di essere sempre il suo strazio. Non lo voleva confortato, lo voleva infelice, disperato, come sarebbe stata lei disperata, infelicissima; voleva che la sua immagine gli rimanesse fitta nell'animo eternamente, voleva che la sua memoria gli bruciasse nel sangue: non potendo avere il suo amore, voleva il suo dolore, ma per sempre, per tutta la vita, e anche dopo.
Adesso non era più la fanciulla, era la donna che amava. Per un sacrificio imperioso, disumano, ma pur nobile e alto, poteva rinunciare a vederlo, e morirne; ma che Andrea potesse perderla e darsi pace, questo no! Ed anche in quel turbamento, in quel parossismo di dolore e di amore, essa pensò che non aveva diritto forse a tutto ciò che pretendeva. Essa non gli aveva dato altro che amarezze; mentre Andrea le sacrificava tutto il suo avvenire, tutta la sua vita, ella non avea voluto essere altro che la sua fidanzata... una fidanzata il cui matrimonio andava a monte per la seconda volta!
No, non aveva diritto a un dolore eterno, eppure... eppure lo voleva. Gli occhi suoi ebbero un lampo, non di luce, nè di amore, ma di fuoco.... Ancora era padrona di sè, di disporre di sè stessa... Non aveva ancora firmato il contratto col quale si sarebbe venduta per ottantamila lire....—Che importa?... l'avrebbe detto a quell'uomo, e se l'avesse voluta ugualmente, l'avrebbe presa così....
Stese le braccia aperte sul tappeto rosso, le labbra stirate sorrisero, le nari fremevano, fissò Andrea e gli domandò con la sua voce fioca e con tono strascicato:
—Non saprò più niente di te?
—No.
—Mi dimenticherai dunque?
—Farò di tutto, e ci riuscirò; la seconda volta mi sarà più facile della prima.
—Ti sarà più facile?... ti par possibile?... Andrea!... ti par possibile?!
—Ieri no, non avrei creduto possibile; oggi lo spero. Se ieri mi avessero detto che doveva accadere... qualche cosa di simile, avrei creduto d'impazzire, di strozzar te, di ammazzar me... insomma... tragedie. Invece... un sangue freddo eroico... quanto la tua virtù: ti sto a sentire... e son calmo.
—Oh sì!... troppo calmo, e ragioni anche troppo!
—Troppo no... se basta appena per dimostrarti che, alla fine, non hai nessun diritto su me.
—Ma dunque, tanti giuramenti... tante promesse.
—E i tuoi giuramenti?... e le tue promesse? No!... non voglio amarti più!... voglio dimenticare....
—Non lo dire! almeno non lo dire! abbi pietà!—singhiozzava Angelica.
—E tu hai avuto, hai ancora pietà di me?—Andrea cominciava a perdere la calma di cui davasi vanto; la passione lo vinceva, lo trasportava; ogni sua parola era lenta, asciutta, vibrata come un colpo di pugnale.—Tu fosti sempre la mia infelicità, la mia disperazione, il mio martirio... adesso voglio vivere a modo mio! adesso voglio respirare!... voglio dimenticarti, odiarti, non pensare più a te!
—È troppo!... è troppo!...—mormorò, gridò Angelica, e si buttò singhiozzando distesa sul divano, cacciò la faccia contro i cuscini per soffocare col respiro anche il dolore, li bagnò di lacrime, li morse, li strappò, in fine, storcendosi ancora, sollevando la faccia rossa e graffiata, li strinse sul petto, rabbiosamente, disperatamente per frenare l'urto dei singulti, e i battiti del cuore.
—È troppo! è troppo! non hai cuore, non hai compassione... no, no, no, non hai compassione... mi fai morire.... Andrea, oh Andrea! mi fai morire.
—E tu, per due volte, mi hai straziato l'anima! mi hai assassinato!
Angelica rispose con un grido di angoscia, con un altro scoppio di singhiozzi, e continuò a storcersi disperatamente. I capelli le si eran del tutto snodati, essa si era stracciato l'abito sul petto per poter respirare, ma tutto il disordine di quello spasimo, di quelle convulsioni, invece di pietà, destarono nel cuore di Andrea, una gelosia più feroce.
—Per due volte!...
—Andrea!... oh Andrea!... sii giusto... sii generoso!
—So, so che cosa mi puoi rispondere!... tutte due le volte sei stata vittima; una vittima sublime di virtù, e di eroismo!... Ieri tuo padre... oggi tuo figlio,—e io?... e mia?... mai! Molta virtù!... grande eroismo! troppo!... troppo dell'uno e dell'altra!... non sei morta allora... non morrai adesso!
—Morrò!... morrò!... oh se morrò!...
—Per tuo padre non ero abbastanza nobile.... per tuo figlio... non sono abbastanza ricco... è il caso, il destino, Dio o il Diavolo che mi porti! noi due, si vede, non dobbiamo, non possiamo essere uniti... e pretenderesti che io conservassi la tua memoria nel mio cuore, in eterno, per esser disperato in eterno?... coll'unica consolazione di doverti ammirare? Ah no, ti ammiro, ma voglio dimenticarti!... a forza di ammirarti spero bene che riuscirò a non amarti più!...
Angelica si rizzò a sedere: lo fissò, e gli stese le braccia agitandole con moto convulso: i capelli le cadevano sulle spalle e sulla faccia, li cacciò indietro con una scossa; l'abito di percallo bianco, schiuso sul petto, si apriva per il suo respiro rapido e anelante; tutta la sua persona era presa da fremiti, da sussulti improvvisi. Guardò Andrea negli occhi, co' suoi grandi occhi fissi, battendo forte le palpebre: una tinta sanguigna le infocava le guance più scarne per la contrazione nervosa. E, dopo esser rimasta muta ed immobile a guardarlo così per alcuni secondi, proruppe a un tratto in un riso acuto, stridente, spasmodico, e cadde dal divano dov'era seduta, battendo colla fronte un colpo secco sul tappeto.
Andrea, spaurito, fu pronto a sollevarla, e mentre lei si dibatteva la chiamava per nome teneramente: "Angelica! Angelica mia! Angelica buona!" e così, confortandola l'adagiò pian piano sul sofà; poi fece per sciogliersi da lei, per rialzarsi, ma Angelica all'improvviso, con un nuovo impeto, con un nuovo spasimo nervoso, gli si avvinghiò al collo, tenendolo stretto e quasi soffocandolo tra il freddo delle braccia irrigidite e il bruciore del viso, mentre piangeva, rideva, gemeva, perduta ogni padronanza di sè.
—No, no, no! tua e poi morire, tua e poi morire; dimenticarmi, odiarmi no, tu no! tu no!... no, no, no!—ripeteva febbrilmente,—non lo puoi... non lo devi... non lo voglio, no, no, no!—e continuava a stringerlo contro il petto anelante, contro il cuore che palpitava, a stringerlo con una forza nuova, strana.... Le sue unghiette si affondavano nelle carni, i suoi denti mordevano le labbra di Andrea, che inquieto e turbato e colla voce rotta, cercava di acquetarla, di farla tornare in sè, giurandole che le avrebbe voluto sempre bene, che non l'avrebbe dimenticata mai, che sarebbe morto come lei, con lei.... A tanti baci, rispose infine con un primo bacio.... poi con una furia di baci, stringendola, soffocandola alla sua volta, mentre essa mormorava parole rotte tra risa convulse, coi denti che battevano pel brivido della febbre e gli occhi socchiusi che continuavano a versar lacrime calde, lacrime copiose e silenziose, come se il dolore che colava traboccante dalla sua anima, scorresse a purificare, a lavare quei baci ch'erano gemiti, quelle strette, quelle carezze ch'erano singulti.
Quando Angelica si riebbe, Andrea che seduto vicino le teneva le mani fra le sue, le diede un altro bacio sulle labbra... ma sentì che eran diventate molli, fredde. L'abbracciò ancora... cercò parole tenere per consolarla, ma mentre la guardava in quel disordine dell'abbandono e del dolore non poteva allontanare un'immagine che lo agghiacciava, e lo impietriva; quella del Barbarò.
—Potrai ancora dimenticarmi?—essa domandò con un filo di voce.
—Non potrò dimenticarti più....—rispose l'altro, rauco, e fece uno sforzo per baciarla ancora, sui capelli.
Ma tutti e due sentirono in quel momento che la loro catena, invece di stringersi, si era spezzata.
Angelica si rizzò, si accomodò il vestito, lo appuntò sul seno, raccolse tutti i capelli fra le due mani e li annodò fermandoli in un ammasso solo sul capo, poi prese lo scialle, lo distese sulle spalle e vi si avvolse. Andrea la guardò fare stralunato, non le diede più un bacio, nè Angelica glielo chiese.
Spuntava l'alba, e la prima luce del giorno, che penetrava nella stanza, faceva un contrasto uggioso e spiacevole col chiaror rosso del lume che ingialliva. I mobili, le suppellettili, tutto il salotto, usciva dal buio a poco a poco, scolorito, in disordine, triste. Quella luce scialba che appariva era la loro nuova vita che incominciava... quella luce artificiale che s'infievoliva a poco a poco era il loro sogno che finiva.
Si guardarono ancora: Andrea era livido, scomposto, col colletto molle di sudore, coi capelli e i baffi arruffati; Angelica aveva perduta la sua pallidezza diafana in una tinta da malata. Due solchi profondi le scendevano dagli occhi fino all'angolo della bocca.
—Va, Andrea—disse infine sospirando con un lungo brivido e stirandosi un poco,—va, Andrea. Comincia a farsi giorno; potrebbero vederti.—Essa ritornava prudente.
Andrea si annodò la cravatta, aggiustò gli abiti e coll'occhio cercò il cappello.—Quando ritorni a Milano?—le domandò.
—Stamattina, presto.
—E non hai proprio nessuna speranza di.... commuovere tuo zio?
—Proverò ancora... chi sa!...
Andrea e Angelica fingevano a vicenda. Non c'era più nessuna speranza e lo sapevano, ma in quel momento sentivano entrambi il bisogno di essere soli, di chiuder gli occhi, di provarsi a riposare, a dormire, a dimenticare. E tutti e due si lasciarono, nel separarsi, quel filo di speranza, più che per altro, per render più facile il loro addio.
Quando Andrea riprese, solo soletto, la lunga strada che dal Villino delle Grazie lo riconduceva a Nuvolenta, aveva la testa grave, lo stomaco fiacco, gli occhi pesi. Tante scosse, tante emozioni, e poi il non aver toccato cibo e il gran girare di tutto quel giorno, lo avevano mezzo ammazzato. Camminava strascinando le gambe, coi piedi che gli dolevano, dondolando la testa, dondolando le braccia, chiudendo gli occhi, e anche dormendo di tratto in tratto. La giornata doveva essere assai calda: non spirava alito di vento, e il sole pareva sorgere dietro un grosso muraglione di nubi nere. Andrea non pensava più a niente... altro che ad arrivare a casa: i suoi sensi erano attutiti; l'anima stessa, affranta dalla fatica, non aveva altro bisogno che di quiete.
In quel silenzio profondo della prima ora mattutina, la sottile voce dell'acqua cadente si ripercoteva più forte, ma Andrea non l'udì. Non udì il gorgoglìo dolce come il canto dell'usignuolo, l'eco soave, come il nome di Angelica. La casetta, adagiata in mezzo al verde dell'ameno collicello, appariva tutta bianca e gentile, alla prima luce, colle finestre fiorite di garofani. Ma Andrea vi passò dinanzi assonnato, cogli occhi chiusi; e neppure guardò alla stradetta dove incontrava Angelica, dove la scorgeva da lontano.... Egli non vedeva più che un punto bianco e soffice in una camera buia... il suo letto su cui si sarebbe buttato e addormentato subito. Vi arrivò finalmente, si spogliò in un attimo e, coricatosi, dormì profondamente, senza sognare. Quando si svegliò, ancora intronato, si rizzò di soprassalto e guardò spaventato l'orologio: in quel subito, temette aver fatto tardi per il suo solito ritrovo con la marchesa. L'orologio segnava le undici!... Allora ricordò, ricordò tutto in un lampo... pensò che non avrebbe più riveduto lungo il viottolo dalle siepi alte e spesse la figurina bianca e gentile, l'ombrellino sfolgorante al sole... pensò che il Villino sarebbe stato chiuso, chiuso per sempre... pensò che Angelica non era più sua... un gran vuoto sentì intorno a sè, e dentro di sè una gran desolazione; un nodo di pianto gli salì alla gola, gli s'intorbidirono gli occhi, e preso dalla disperazione gridò piangendo e singhiozzando colla faccia sul guanciale:
—L'ho perduta!... l'ho perduta!...
La gran notizia delle illustri nozze fra il nobile commendatore Pompeo Barbarò di Panigale, deputato al Parlamento, e la contessa Angelica di Castelnovo, vedova del marchese Alberto di Collalto, fu data da tutti i giornali cittadini, e dal Moderatore, con parole enfatiche per la bellezza della sposa, e le virtù pubbliche e private dello sposo. Tuttavia, se c'erano sul Moderatore i complimenti soliti e la solita deferenza per l'onorevole Barbarò, mancava la forma, lo stile eletto dello Zodenigo, e ciò perchè il professore si era definitivamente ritirato dalla baaonda gioonalistica nella quale un gentiluomo, diceva lui, del suo stampo, non poteva reggere a lungo. E però, caldeggiato dalle raccomandazioni del deputato Barbarò, e da altri pezzi grossi, aveva ottenuto, per il momento, una sottoprefettura: quella brillantissima, nella stagione estiva, di Civitavecchia... a due passi dalla capitale e dai ministeri. Se tutte le vie conducono a Roma, quella di Civitavecchia era certamente la più breve.
L'avvocato Zodenigo (adesso in prefettura non lo chiamavano più professore, ma avvocato) aveva venduto il Moderatore, che ormai gli apparteneva interamente, facendo un ottimo affare per la borsa, e insieme anche per la sua dignità e indipendenza di carattere. Egli lo aveva venduto ad una Società di capitalisti Italiani, Tedeschi, Svizzeri, di tutti i paesi insomma, la quale aveva presentato al Comune di Milano una proposta d'appalto per certe grandi opere edilizie; proposta vantaggiosissima, se non per la Città, certo per gli imprenditori. Ma nell'opinione pubblica spirava un'auretta avversa alla camorra dei milioni, come la chiamavano, onde occorreva alla Società un organo diffuso e autorevole, che godesse molto credito fra le teste quadre del Comune... e si rivolsero al Moderatore.
Lo Zodenigo, che già gli attendeva al varco, aveva subito presa un'attitudine di aspettativa vigile e diffidente. Interrogato sulla condotta che in tale argomento avrebbe tenuto il Moderatore, egli la fece cascar dall'alto, gonfiandosi come una balena e dichiarando che in una "questione così gaave, dalla quale poteva dipendere tutto l'avvenire economico e industriale di Milano" lui voleva vederci chiaro e parlar chiaro: vi era impegnato il suo carattere di pubblicista, la sua coscienza di cittadino, la sua lealtà di gentiluomo. In fine, preparava tutte le sue armi per una battaglia accanita... l'ultima forse della sua vita giornalistica; era stanco, sfiduciato, nauseato del mestiere; "la stampa non era più un sacerdozio, ma un impiego privato o governativo... quando non nascondeva un ricatto."
—Oh i bei giooni nostii,—esclamava lo Zodenigo,—quando col compianto Caldarelli, il mio illustre maestro e collega, si combatteva soltanto per un ideale!... Mah!... quei tempi son passati... quegli uomini son quasi tutti mooti....—E il professore apriva gli occhi, si guardava attorno, poi li tornava a chiudere sospirando, col dolore malinconico di chi si trova solo.
La società dei banchieri internazionali capì il latino... l'onorevole Barbarò ci entrò di mezzo... e fu comperato il Moderatore a peso d'oro, pesata insieme anche la tipografia.
Ma, se in seguito a tali avvenimenti, lo Zodenigo non manifestò la propria esultanza per il matrimonio dell'Onorevole di Panigale sulle colonne del Moderatore, la espresse per altro, in una lettera da Civitavecchia all'Egregio Don Pompeo, nella quale si doleva anche, "della stanca mano, che non sapea più trar suoni dalla cetra antica," e dichiarava che quel matrimonio insigne, "pel quale avea concesso Venere i suoi doni più rari, e Minerva e Amaltea," non era soltanto un bel matrimonio, ma una bella azione, che faceva onore al tatto e al cuore, del carissimo Don Pompeo, e che certo doveva ottenere, "un plebiscito unanime di simpatia."
Così scriveva l'avvocato Zodenigo...; così invece non la pensavano Donna Lucrezia e Beppe Micotti, diventati buoni amici in quegli ultimi tempi, perchè stretti da una causa comune: la solenne ingratitudine,—di quel gran can della Scala,—del Barbarò.
I loro servizi non erano stati ricompensati secondo il merito. Beppe Micotti si lagnava colla Balladoro perchè el sciur, dopo essere riuscito deputato, lo avea messo da parte, allontanandolo dagli affari; e Donna Lucrezia era furibonda perchè la pace fra il Barbetta (lei adesso affettava di chiamarlo soltanto col suo nome plebeo) fra il Barbetta e gli sposi, era successa per merito suo, rimettendoci un'ala de polmon, ma viceversa poi la Regina delle Antille era rimasta inedita, ad onta dei più sacri giuramenti, cosicchè il maestro Forapan, invece di dichiararsi, era partito per Pietroburgo con una gran compagniona de cartel.
—Meglio i Russi, tesoro mio,—gridava la Balladoro, schizzando ira e spruzzi di saliva dalle gengive sdentate,—meglio i Russi di un governo impotente che si lascia rubare dai Tedeschi anche la musica, il nostro patrimonio nazionale!... meglio i Croati!... Mi ricordo appena dei Croati perchè a quei tempi ero ancora una piavoléta appena nata, ma mi ricordo e posso dire,—meglio i Russi, i Croati e gli Ottentoti, di un governo di pitocconi!...
—Brava Donna Lucrezia!... e i più pitocchi, sono i milionari!...
Ma la collera di Donna Lucrezia non si sfogava abbastanza cogli epiteti ingiuriosi, e un giorno, conversando col suo nuovo amigòn, cominciò a profetare un cumulo di sventure sul capo di "quel mostro."
—Adesso trionfa il nobile-commendatore-portinaio, ma,—la gioia dei mortali,—caro Bepi,—è un fumo passeggier!—Alle mie supplicazioni, alle mie lettere, alle lettere di una Balladoro la quale oltre al resto, nò fasso per dir, ma sa scrivere con un fiatin più di grammatica, non si è degnato nemmeno di rispondere.—Lù!...—e Donna Lucrezia cogli occhietti spelati fiammeggianti, curvandosi e allungandosi col braccio e l'indice teso pareva volesse trafiggere il Barbarò in effigie,—lù!... quel... spion!... Lù... che con un detto solo, potrei distruggere dalle fondamenta!... Lui, che dovrebbe tremare ad un mio cenno! Ma il giorno della punizion sta per spuntare, caro Bepi, e deve essere un terremoto da far spavento!...
Il Micotti, approvando con cenni del capo e con sorrisi, soggiunse alla sua volta:—Già... con questo matrimonio, non s'è messo sulla buona strada per aver pace!
—Noe, noe, caro Bepi!... È uno spropositon grosso come una casa!...—Ciò detto, Donna Lucrezia spalancò di più la bocca, alzò la faccia a guardare il soffitto, e poi fece un lungo starnuto che echeggiò nella stanza. Amante com'era della pulizia, si era raffreddata, lo avea detto poco prima al Micotti, a star tutta la mattina sguazzando nell'acqua fresca.
—Del resto,—continuò dopo un momento,—il vostro principale non lo fa per amore, ma per sfogare il suo caprizio, e soddisfare la sua ambizion. Una Collalto, una Castelnovo, una mia cugina, è sempre un gran partito anche senza dote, e in tal modo il signor Barbetta riesce a consolidare la sua nobiltà taccada co la spuazza! Ma allegri, Bepi, che quel... Bucefalo, non solo è come si dice predestinato, ma è anzi anticipato.—Sicuro; e parlo... perchè posso parlare: mia cugina, la futura madama Barbetta, avrebbe potuto aiutarmi presso quel bell'amorin del suo sposo, e invece niente! dimenticandosi per altro che ho in mio potere tutti i suoi segreti. Già, in quel tempo, mi mettevo una mano sul cuor e chiudevo un occhio: si sa bene, alla passion, tesoro mio, non si comanda. Ma adesso no, non la stimo più!... darsi in braccio per il solo interesse a quel satiro impatinà!
—Peu!—e Donna Lucrezia sputò per terra,—che schifezza!
—Ha una trentina di milioni...—osservò il Micotti con un ghignetto malizioso, che doveva aver imparato dal suo padrino.
—Una trentina di milioni!—strillò la vecchia indispettita;—non saranno tanti quanti dicono!... e poi, fossero anche, tutti i tesori di quel vecchio bavoso, nò i me fa gola, e lo posso dichiarare altamente, perchè il vostro principale aveva posto gli occhi anche sopra di me,—sicuro!—ma mi, gnaffete!—e così dicendo Donna Lucrezia, che si era messa la mano aperta col pollice sulla punta del naso, la richiuse agitando le dita in fretta.—Mi nol me cuca; e gli ho subito risposto che con tutti i suoi milioni mi faceva angossa!... Noe, noe, noe!... io non sono di buono stomaco come mia cugina!.. e poi, per piacere a me bisogna avere qualcosa qua dentro,—e si battè la fronte,—un pocheto de talento insomma, se no,—no...—e corocochè!...
—Eh capperi, si sa bene: letterati e maestri!—esclamò Beppe Micotti e, tanto per ridere, fece l'atto di volerla abbracciare.
—Giù le mani!—esclamò la vecchia alzando l'indice minacciosamente. Ma fu un lampo solo di collera, che lasciò la nobile signora più affabile e più confidente.
—Dite un po', vecio mio, che cosa contate di fare quando avrete lasciato il servizio?...
—Eh!... Me ne andrò via da Milano.
—Oh povareto; me ne dispiace proprio tanto!
—Andrò a Napoli....
—Così lontan?—esclamò ancora flebilmente.
—Ho concorso all'appalto di un'esattoria.
Beppe Micotti diede quest'ultima notizia senza alcuna importanza, ma gli occhietti della vecchia tradirono di subito una viva inquietudine, e continuò per un poco a stringere e a muovere dentro la bocca chiusa le gengive vuote, prima di rispondere.—Ha concorso all'appalto di un'esattoria?—pensava fra sè;—e il danaro occorrente come lo aveva trovato?—che il Barbarò non voglia comparire nell'affare, e la collera e il disgusto non sia altro che una finta delle solite?—Allora ebbe paura di essersi spinta troppo oltre nel dir male del Barbetta; e infatti, in queste sue supposizioni, non era andata molto lungi dal vero.
Beppe Micotti non era stato allontanato dagli affari di casa Barbarò, ma soltanto da Milano e da Panigale, e ciò perchè il marchesino Stefano non avesse a incontrarsi col signor Serafino Bianchi.
—Oh si tratta di un affare da poco!—soggiungeva intanto Beppe Micotti, il quale aveva indovinato i timori della Balladoro.—Voglio rigirarmi il capitaletto lasciatomi dalla vecchia!...
La Veronica, appunto, era morta in quei giorni nella casa di salute dov'era stata ricoverata; ma Donna Lucrezia sapeva di sicuro che non avea lasciato nemmeno un soldo.
—Che imprudente!... Che stupida sono stata, a dir tanto male del Barbarò.—E continuava a masticare, inquieta e ansiosa di riparare all'errore commesso.
—Tuttavia mi piace d'esser sincera,—esclamò dopo un momento,—il commendator Pompeo in fin dei conti non è mio parente, e non ha nessun obbligo del sangue... e poi gli affari, la politica, la fabbrica di Panigale, la deputazion, il matrimonio!... ha tante cose per la testa, quel benedett'omo, che se pol anche compatirlo, e mi no ghe ne fasso una colpa a lù, ma alla Mary, a Giulio, ai miei due nipoti. Quei do tosi gli ho nutriti, posso dirlo, coi mio sangue!... per educar la Mary, perchè no' la mancasse de' gnente, sono andata in collera anche col mio barba, Francesco Alamanni, che mi ha diseredata; per non abbandonarla, ho rifiutato, un drio l'altro, tutti i più splendidi partiti, perchè quando ero giovane, posso dirlo, facevo girar la testa a tutti quanti, e ho avuti conti, marchesi, e anche un principe rumeno, un bel pezzo d'omo che incantava, ma mi—gnente!—dura—dighe de' no, sempre de' no, e tutto per quella ingrata, al cui confronto, siamo giusti, Don Pompeo diventa bianco come un colombin!...
E così, infilata la strada, Donna Lucrezia durò ancora per un pezzo a scagionare il Barbarò di tutte le sue colpe, e a sfogarsi contro la Mary, e contro Giulio che non avevano cuore, tanto è vero—diceva,—che aveano lasciato morir d'inedia la povera Filomena, una santa donna, un portento di fedeltà e di pulizia, che lei aveva ceduto loro a malincuor, e che aveva amato quelle due creature come una madre sviscerata;—tanto è vero, che non si erano mai curati di sapere se Francesco Alamanni (sempre zio, in fin dei conti) era andato a finir come Giona, in panza a una balena;—tanto è vero che avevano dimenticato fino il nome degli Alamanni, non altro dediti che ai lussi, agli spassi, ai divertimenti, e a far la corte a Don Pompeo, per cavàr bezzi!
—Mah... il danaro!—il vile metallo! è proprio tutto al mondo!—esclamò sospirando, e poi, battendo forte colla mano sul cuore, concluse,—per chi, per altro, no' ga de questo, e... corocochè!
—Brava Donna Lucrezia! Evviva el cuor!—esclamò il Micotti rifacendola con una sghignazzata.
Tuttavia bisogna avvertire che Donna Lucrezia avea trasceso nelle sue accuse, e non poco. La povera Filomena non era morta d'inedia, ma di vecchiaia, e la Mary, dopo averla assistita colla tenerezza di una figliuola, le avea detto, chiudendole gli occhi con un bacio,—salutami la mamma!
Certo che col passare degli anni Giulio e la Mary si erano pienamente assuefatti a vivere della vita del babbo, e anche la Mary avea finito col portare la corona e il titolo di nobile di Panigale sui biglietti di visita, e lo stemma (le due teste di moro in campo rosso) sugli sportelli della carrozza. Al loro secondogenito avevano messo nome Pompeo, ma d'altra parte al cimitero era stato eretto un magnifico monumento in onore dell'Alamanni, colla seguente epigrafe:
A GIULIO ALAMANNI
CHE D'ANIMO E D'ARDIMENTI ITALIANO
IMPERANDO L'AUSTRIA
DANNATO AL CAPESTRO
EBBE GRAZIA SUL PALCO
E MORÌ ALLO SPIELBERG
IL XX APRILE MDCCCLIII
LA FIGLIA
MARIA ALAMANNI BARBARÒ NOBILE DI PANIGALE
Q. M. P.
In quanto poi allo zio Francesco, non era loro colpa, se non ne avevano alcuna notizia: egli si teneva ostinatamente celato alla famiglia. Giulio aveva messo sossopra tutti i consolati dell'America, aveva fatto pratiche dappertutto, anche in Europa e a Londra specialmente, col mezzo del Ministero degli Esteri, ma sempre senza alcun effetto. Forse le loro pratiche avrebbero sortito un miglior esito, se fatte più vicino; forse dal Carpani, che invitato da Marco Minghetti e da Quintino Sella era andato a Roma, a scrivere in un giornale di opposizione, ne avrebbero potuto saper qualche cosa.
Il vecchio giornalista, sebbene potesse vantare l'amicizia e la stima dei più illustri uomini del partito, lavorava assai, ma guadagnava appena di che vivere, specialmente a Roma dove tutto costava caro. Nè col suo carattere indipendente, nè colla sua modestia piena di fierezza egli avrebbe voluto arricchire colla penna. Nicomede Carpani non lavorava per sè, lavorava per il paese: era un combattente: a Roma, abitava in una piccionaia più meschina ancora della cameretta di Milano, sul Corso Garibaldi, e i suoi pasti li faceva in una Fiaschetteria del ponte a Ripetta.... E colà appunto egli notò, fin dai primi giorni, una figura strana d'uomo, che gli fece molta impressione... e non era altro che un venditore di giornali. Assai vecchio, alto della persona, col viso smunto, macilento, colla lunga barba di un bianco giallognolo, coperto da un cappellaccio stinto indurito dall'unto e dalla pioggia, e da una giacchettina di tela logora, stretta stretta, sempre abbottonata e col collo alzato per nascondere la mancanza delle camicia, mentre le braccia rosse, irrigidite dal freddo, uscivan nude fin quasi al gomito dalle maniche cortissime: si era nel cuore dell'inverno, e anche a Roma non faceva caldo.
Pure quella miseria non era volgare: incuteva alle anime buone un senso di pietà e di simpatia.
—Oh, guarda, che bel tipo di Belisario!—mormorò il Carpani fissandolo; poi soggiunse mentalmente—eppure devo averlo già veduto; ma dove?...
Il vecchio attraversava la Fiaschetteria, senza mai gridare il nome dei giornali, senza offrirli a nessuno. Soltanto alle sue pratiche solite, metteva il giornale piegato sulla tavola, dinanzi al piatto, dopo essersi toccato appena il cappello colla mano, e aspettava il soldo, fermo, muto, impassibile. Gli altri, se volevan il giornale, lo dovevano chiamare; e il Carpani in fatti, una sera lo chiamò: in quei giorni, in occasione delle cerimonie e dei ricevimenti del Santo Natale, c'era stata una fiera enciclica del Papa contro l'Italia, e il Carpani voleva leggerla per intero. Gli avevano detto che sarebbe uscita sull'Osservatore Romano, e domandò appunto l'Osservatore.
Il vecchio, che si era fermato dinanzi al Carpani, sentendosi domandare la gazzetta clericale ebbe un moto di collera, e fissando il Carpani cogli occhi lampeggianti, mormorò:
—Canaglia... i preti!...—e se ne andò.
Il Carpani rimase attonito, ma tutti gli altri che erano nella Fiaschetteria si misero a ridere, e gli spiegarono che il venditore di giornali era matto, e che la sua manìa era di non voler vendere altro che giornali radicali, il Dovere, la Capitale, la Lega della Democrazia; essi poi, quando volevan divertirsi, gli domandavano qualche giornale clericale o qualche giornale tedesco, e allora, secondo le lune, o scappava via, come aveva fatto quel giorno, oppure andava in furia e faceva tanto baccano che i camerieri eran costretti a cacciarlo fuori.
—È Romano?—domandò ancora il Carpani.
—No... almeno non parla romano.
—È qui da parecchio tempo?
—C'è da un pezzetto; ma di giorno non si vede mai; esce appena la sera, fa il suo giro, in due o tre locande come questa, poi, dove vada a nascondersi, non si sa.
Il Carpani non domandò più altro; ma il giorno dopo, quando vide entrare Belisario (anche alla Fiaschetteria gli avevan dato quel nome) lo chiamò, e gli domandò la Lega della democrazia.
—Sai, non amo i preti nemmeno io,—gli disse a mezza voce.
L'altro non rispose niente; aspettava il soldo muto, impassibile; soltanto avvicinò la mano che aveva libera dai giornali alla bocca, e ci soffiò sopra per sdiacciarla.
—Sei sempre stato a Roma?
—Sempre!...—rispose il vecchio stizzosamente.
L'altro gli diede il soldo continuando a guardarlo; ma, in quel punto, gli avventori, che ricordavan la scena del giorno innanzi, vollero dare spettacolo al Carpani, e cominciarono a chiamare il vecchio da una tavola all'altra:—Ohi, Belisario, dammi l'Osservatore Cattolico!... Belisario, dammi la Presse di Vienna!... l'Allgemeine Zeitung!
Il vecchio s'irritò, montò in furore, coprì d'insolenze tutta quella gente, piangendo di rabbia, mentre i camerieri lo cacciavan fuori, e gli altri continuavano a ridere a crepapelle, gridandogli dietro per far chiasso, evviva i preti! evviva i Tedeschi!
—Canaglia!—urlò il vecchio sulla porta, preso a spintoni fra i camerieri,—canaglia! canaglia!—Ma un colpo più forte lo mandò a ruzzolare in mezzo al fango della strada, sotto la pioggia che cadeva a rovescio, e una raffica di vento gli sparpagliò lontano tutti i giornali.
La scena aveva disgustato tanto il Carpani, che il giorno dopo scelse un'altra trattoria dove andar a mangiare, e in breve dimenticò il povero matto della Fiaschetteria al ponte di Ripetta.
Le nozze del deputato Barbarò di Panigale, riuscirono magnifiche oltre ogni dire. Il Sindaco in persona, colla sua bella fusciacca e col suo più amabile sorriso, unì civilmente gli sposi, e l'Arcivescovo stesso accettò volentieri di celebrare il matrimonio religioso nella cappella del palazzo nuovamente acquistato dal Barbarò, e appartenuto già all'antichissima casa dei Visconti Bescapè. Il marchese di Rho era il padrino dello sposo, e il marchese di Collalto quello della sposa, la quale fu poi accompagnata in Municipio e assistita, durante la cerimonia religiosa, dalla Mary, la sua dolce amica d'un tempo, che stava adesso per diventar quasi una sua figliuola. La marchesa, colla persona smagrita e incurvata, cogli occhi neri sbattuti, che spiccavano maggiormente sul viso pallido, pareva uscita allora da una gran malattia, sebbene non avesse avuto neanche un giorno di letto. Invece la Mary si era fatta ancora più bella e fiorente; la sua figura aveva acquistato un'aria matronale, una voce più rotonda, modi più risoluti. Quella mattina era poi vestita assai semplicemente, e sembrava anche più giovane: non portava gioielli, ma sul petto aveva appuntato il velo del cappellino, come si usava allora, con una piccola miniatura legata in oro e contornata di grossi brillanti. La miniatura era ancora quella della mamma; invece la montatura era nuova. Stavale dietro, mangiandola cogli occhi, il buon Giulietto Barbarò, un po' impacciato colla sua persona mingherlina, mentre essa dava il braccio a Stefano di Collalto, che per l'occasione pareva diventato più miope e più sottile del solito. Per seguire la moda fino all'ultimo, oltre al gestire e al camminare all'inglese, metteva l'accento inglese anche nelle pochissime parole che diceva. Ma seriissimo e impassibile fuori, dentro di sè era gongolante di quelle nozze: aveva sei cavalli in scuderia, i più belli del reggimento, e, per gratitudine, aveva già cominciato a chiamar papà don Pompeo di Panigale. La calca dei curiosi fuori del Municipio, e alla porta del palazzo era stata enorme. A dar poi anche più lustro a quelle nozze, il Re, che non si era dimenticato di essere stato ospite del deputato Barbarò, mandò a regalare alla sposa uno splendido braccialetto: dono veramente reale. Pompeo Barbarò, che per sua soddisfazione lo avea fatto stimare segretamente dal proprio orefice, ci aveva riscontrato più di quindicimila lire soltanto in pietre preziose.
Alla colazione che precedette la partenza degli sposi per il viaggio di nozze, oltre a tutti gli amici, i migliori del bel mondo, oltre al sindaco, al prefetto, a un paio di generali, e ad una mezza dozzina tra deputati e senatori, c'era pure il marchese Brancaccio, presidente del Luogo Pio dei Sordo-Muti, l'avvocato Terzi, presidente dell'Ospizio di Santa Maria Segreta, e il cavalier Marnulfi, presidente della Congregazione di Carità...: insomma una rappresentanza di tutti i vari luoghi pii milanesi, ai quali il Barbarò nell'occasione del suo matrimonio aveva regalato, complessivamente, la cospicua somma di cinquecento mila lire. Splendida elargizione, che gli procurò lodi universali colla proposta di una medaglia d'oro, da conferirgli al suo ritorno, mentre lo Zodenigo gli telegrafava il proprio plauso da Civitavecchia, con una solo parola: Egregiamente.
C'era stata anche donna Lucrezia al matrimonio, ma giù in strada, dinanzi al Municipio, confusa tra la folla che brulicava in mezzo alle carrozze. La Balladoro aveva scritto di suo pugno prima all'Angelica, poi alla Mary e a quel pandòlo di Giulio, e in fine allo stesso Barbarò, significandogli, in anticipazion, che sarebbe rimasta molto offesa e mortificata se non l'avessero compresa nella lista degli invitati, tanto più che una Balladoro (di quei veri di Venezia) poteva anche essere invitata a corte senza svergognar nessuno. "Ma per via dell'ingratitudine della quale si vedeva ognora corrisposta da tutti quanti, aveva pensato, caso mai, di prevenire lo smacco, non maravigliandosi più di niente!"
Il Barbarò, invece di rispondere, le mandò un suo ragioniere con un biglietto da mille lire, e coll'incarico di farle intendere che, quanto all'ingratitudine, non aveva ragione di lamentarsi, perchè viveva, e viveva bene, colle elargizioni di donna Mary, la quale, non avendo un soldo, era sempre lui che pagava; e circa poi all'invito, doveva capire una volta per sempre, che Don Pompeo avrebbe continuato a chiudere un occhio su ciò che faceva sua nuora, purchè la signora Balladoro se ne stesse tranquilla e sopratutto in disparte.
Donna Lucrezia strepitò, pianse, parlò di ricorrere ai tribunali, ma alla fine prese le mille lire facendosi promettere dal ragioniere che sarebbe ritornato da lei un altro giorno, con più comodo, perchè aveva bisogno di sfogarsi, di aprirgli tutto il suor cuor, di esporgli tutte le enormi ingiustizie delle quali era "vittima giornaliera" per parte della Mary, dell'Angelica, di quel pandòlo del signor Giulio, ed anche del commendatore, quantunque omo de gran talento, ma messo su, contro di lei, da quel birbante dello Zodenigo. Il ragioniere non era più ritornato, ma Donna Lucrezia non avea potuto resistere, era andata al Municipio, il giorno delle nozze, contentandosi, per non dar nell'occhio al Barbarò e non disgustarlo, di rimaner fuori in istrada, a vedere, e a far sapere alla gente che la marchesa Angelica, la sposa, era sua cugina, come marchesa di Collalto e come contessa di Castelnovo, per cui quel gran milionario del commendator Barbarò di Panigale, veniva a essere da quel giorno in poi, suo cugino anca lù, e in primissimo grado.
Don Pompeo e Donna Angelica rimasero lontani da Milano parecchi mesi: visitarono Vienna, Parigi, Londra, poi fecero una lunga dimora in Iscozia. Quel viaggio era argomento di molte curiosità e di molti discorsi, e Diego di Collalto ne riferiva l'itinerario e gli episodi al Club e al Caffè Cova, ridendo cogli altri di Don Pompeo che, poco pratico del francese, faceva un gran studio di dizionari, e lasciava sempre parlar la moglie e il cameriere.
Ma quando gli sposi ritornarono a Milano, e il marchese Diego andò ad incontrarli alla stazione, non rise più. Il Barbarò, più grasso e più elegante, pareva ringiovanito, dacchè smesso l'uso del cerone, aveva adottata una tintura inglese, famosa. Angelica invece non era più riconoscibile: era invecchiata, con quasi tutti i capelli bianchi, col viso livido e smunto, colle guance infossate.... Soltanto gli occhi erano lucidi come prima; ma guardavano fissi, smarriti, con un'espressione di sbalordimento e di terrore: pareva chiedessero pietà e aiuto. La poveretta era molto ammalata: la febbre e la tosse la rovinavano.
—Nipotina mia,—le disse il marchese Diego che si sentiva scosso mal suo grado,—bisogna mettersi in quiete, e curarsi.
—Eh, sicuro,—rispose il Barbarò con un gran sospiro di compunzione,—bisogna curarsi: del resto l'ho fatta visitare dai migliori medici inglesi!—poi soggiunse con una risataccia—e come si fanno pagare, quei ladri!... costa caro anche il crepare in quei paesi!...
I medici avevano dichiarato al Barbarò che la marchesa Angelica, per quante cure facessero, non avrebbe potuto durare lungamente... e il Barbarò riferì subito, appena a Milano, quella sentenza, facendosi compiangere dalle signore, anche presente sua moglie, alla quale poi soleva dire, quando c'era gente, in tono piagnucoloso:—che cosa farò mai, io, senza di te?... che solitudine, se tu mi venissi a mancare!... non potrei più vedermi in una casa così grande: dovrei venderla!
Ma non erano veramente questi i suoi disegni. Don Pompeo pensava già di ammogliarsi una terza volta: ma voleva una giovane sana e allegra... non più un funerale di prima classe. Si era ammogliato una volta per compiere una buona azione, per far tacer la coscienza fino all'ultimo scrupolo, per far la fortuna del marchesino Stefano, che era rimasto forse un po' danneggiato dall'amministrazione di Villagardiana; ma avendo soddisfatto ai suoi scrupoli di galantuomo e di gentiluomo, quest'altra volta voleva soddisfare i suoi gusti: voleva allegria in casa, e voleva ricevere e divertirsi!
Gli affari non lo occupavano più; guadagnava, guadagnava, guadagnava, continuamente, favolosamente, ma senza fatica; i milioni affluivano spontaneamente nella sua cassa. Ormai non era più Pompeo Barbetta che correva dietro ai denari, erano i danari che correvano dietro a Don Pompeo Barbarò. Lui, data appena una capatina alla Banca, per far come il solito e per godere il reverente omaggio de' suoi sudditi, del resto passava le ore in un ozio sfarzoso. Amava adesso la vita politica, e anche la vita mondana: si compiaceva della voga acquistata dal suo nome e dalle sue ricchezze. Dava pranzi sontuosissimi, che dettavan legge alla moda; feste, che facevano chiasso, e alle quali accorreva, con tutta Milano, anche il meglio di Milano.
Ma c'era Donna Angelica che non era fatta, pel tenore di vita prescelto dal commendatore. Intanto, dopo i primissimi giorni, la passione del signor Pompeo per la bella marchesa, si era subito dileguata. Una donna sempre in lacrime, che lo guardava con gli occhi spaventati e che cadeva in convulsioni ogniqualvolta egli le si accostasse, non poteva certo riuscirgli molto gradevole.
—Le lacrime delle donne,—diceva Don Pompeo quando si sfogava su tal proposito col marchese Diego,—sono come il pepe nella minestra: un po' la rende più gustosa: troppo, secca, e va a traverso!...
E oltre alla passione, così presto svanita, nemmeno il suo amor proprio aveva di che esser contento. Dopo tanti anni di desideri e di sospiri, dopo tanti e tanti ostacoli che avea dovuto combattere e vincere, si era trovato... colle pive nel sacco. Invece di rapire l'innamorata al proprio rivale, lui, buonuomo, aveva sollevato l'altro da un peso. E che peso!...
In fatti, Andrea Martinengo si era messo quasi subito a far la corte, con buon successo, alla contessa Florio... e il Barbarò, ch'era stato dei primi a saperlo, andò in bestia contro la moglie, maltrattandola, e dicendole ogni sorta di villanìe, come se essa l'avesse messo in mezzo.
Non poteva più vedersela dinanzi, con quel muso sfatto da moribonda!—se c'era pranzo, levava l'appetito ai comensali; se c'era una festa, la rendeva un mortorio: era una donna insopportabile!—Lui l'aveva sposata per fare il galantuomo fino all'ultimo;—ma costava d'essere galantuomo!... eccome se costava!...—Per il nome, per il titolo non l'aveva sposata davvero!... non aveva da far altro che scegliere, e gli avrebbero dato anche una duchessina di diciott'anni, bella come il sole!—E per di più avea da pagare debiti sopra debiti a quello scimmiotto del figliastro: ma avrebbe pensato lui a farlo rigar diritto; gli voleva assegnare un tanto al mese, e se spendeva di più, lo avrebbe costretto a dar le dimissioni, e lo avrebbe relegato a Villagardiana, a fare il contadino.
Già... lui era un uomo di cuore, e non voleva togliere ai propri figli, per dare agli altri: la sua discendenza l'aveva, erano i figli di Giulio e della Mary. Quelli lì erano Barbarò di Panigale autentici; erano la seconda generazione dei nobili di Panigale!...—E Pompeo, voleva molto bene davvero ai suoi nipotini; era forse il primo affetto sincero, che gli fosse spuntato nel cuore. Amava l'ultimo specialmente, che aveva nome Pompeo, che assomigliava alla Mary, ed era bello come un amorino. Tutti dicevano al Barbarò che era lui, nato e sputato, e il nonno trovandosi grazioso nel visetto del piccolo nipote, se la godeva.
Don Pompeo, quando non aveva pranzi di gala, o ricevimenti, quando non era a qualche Banca, quando non era a Roma, finiva col passar tutto il suo tempo nel quartiere della Mary, dove, con quei ragazzi, c'era più vita, e più allegria: e così Angelica riusciva ad ottenere l'unico bene che potesse desiderare: quello di morire in pace. Non vedeva più nessuno: nemmeno lo zio Diego non veniva quasi più a vederla, perchè gli faceva troppo pena; la Mary passava spesso da lei, ma eran visitine corte; aveva tanto da fare!... entrava dappertutto: asili infantili, visite all'ospedale, fondazione delle piccole suore, feste e fiere di beneficenza: poi le caccie a cavallo, poi le corse a Castellazzo, poi le regate, poi le recite: non aveva un minuto libero. E con tanto da fare stava sempre bene, anzi se s'ha da dire, fin troppo bene. Le sue fattezze si facevano alquanto pienotte, le forme si arrotondavano; la voce e il riso non avevano più lo squillo argentino d'una volta; Giulietto peraltro non se ne accorgeva: il suo amore per la moglie cresceva ogni giorno, come lei e più di lei.
Anche rispetto ai pranzi e alle feste Angelica aveva un po' di tregua: Don Pompeo, pareva li avesse sospesi per il momento, aspettando miglior occasione.
Una delle ultime feste, anzi l'ultima forse alla quale avea assistito Angelica, era stata più che altro una cerimonia di gran parata: le deputazioni dei Luoghi Pii che avevano avuto il mezzo milione, e che avevano in benemerenza decretato una medaglia d'oro con una pergamena miniata al Barbarò, dovevano recarsi in pompa magna a fargliene la presentazione; e quindi ci sarebbe stato un gran rinfresco.
—Patti chiari,—avea detto Don Pompeo alla moglie, annunciandole quella grande solennità,—non ci vogliono smorfie, nè deliqui: ti domando di star bene per un paio d'ore soltanto!... dopo, se ti accomoda, potrai tornare a star male quanto vorrai. Ho telegrafato a Stefano perchè venga anche lui. Tu sciogli la lingua, mi raccomando: prima puoi farti fare una puntura di morfina, per esser sicura di star bene. E ricordati di metterti in gala: ti darò i finimenti di lusso.
Così, Don Pompeo, chiamava le gioie di famiglia (le più antiche delle quali rimontavano fino all'Agenzia di Via del Pesce), gioie che il Barbarò teneva sempre sotto chiave. Quando voleva che la moglie le mettesse, gliele dava, numerandolo a una a una sotto i suoi occhi: poi le riprendeva tornandole a contare, e le chiudeva nello scrigno.
La medaglia d'oro, da presentarsi a Don Pompeo Barbarò di Panigale, non era stata votata a unanimità; anzi aveva suscitato vivaci discussioni, ma finalmente il partito era stato vinto, e il marchese Brancaccio, come presidente del comitato, aveva avuto l'incarico di farla coniare e di portarla in forma solenne a Pompeo Barbarò.
Egli, in fatti, a capo della deputazione (di cui facevano parte tra gli altri il cavalier Marnulfi e l'avvocato Terzi), nel giorno stabilito, fu ricevuto nel Palazzo Barbarò tra due file di servitori, in gran livrea, che facevano ala lungo lo scalone magnifico, coperto di soffici tappeti, adorno di pregevoli statue e di piante bellissime. Altri servitori, ma questi con calze e scarpini a fibbia, erano disposti nelle anticamere, sotto il comando del maggiordomo, il quale invitò la deputazione a entrare in una gran sala. dove la pregò di compiacersi di attendere Don Pompeo di Panigale.
—Che sfarzo!—balbettò uno della Deputazione, un giovanetto magro e irrequieto, che metteva il piede per la prima volta nel palazzo Barbarò. Ma il marchese Brancaccio non rispose: guardava i quadri appesi alle pareti della gran sala, dentro ricchissime cornici dorate.
Dovevano essere ritratti antichi, di famiglia; matrone in guardinfante; guerrieri nelle armature lucenti; magistrati in toga e porporati col cappello cardinalizio... Ma appunto, in uno di quei guerrieri dal viso arcigno e superbo, il marchese Brancaccio, che apparteneva ad una grande famiglia andata in rovina, avea riconosciuto uno de' suoi avi più illustri.
Da un altro canto l'avvocato Terzi (vecchio legale dell'aristocrazia milanese) chiamatisi vicini i colleghi, disse loro con comica gravità, indicando i ritratti:
—Sono i nobili antenati di Don Pompeo di Panigale, comprati a ribasso dal Baslini e dall'Arrigoni!
—Sì?... davvero!...—esclamò ringalluzzito il piccino, che poco prima era rimasto mortificato vedendo lo sfarzo del palazzo Barbarò,—davvero?...
Era costui un giovane rampollo di una ricca famiglia della provincia, stabilitasi da poco a Milano, e l'avevano messo nella Congregazione di Carità, perchè non aveva niente altro da fare.
—Davvero?... già ne ho sentito dire delle belle sul conto del Panigale!...—E rideva, rideva sommessamente, fiutando la maldicenza, col nasetto petulante.
—Che cosa avete sentito dire?—domandò colla sua solita prudenza e gravità, il solenne cavalier Marnulfi.
—Ci saranno esagerazioni,—osservò il Brancaccio,—si sa... l'invidia... ma per dire il vero quella vita esemplare che avete voluto mettere nell'epigrafe, mi par proprio un di più!
—Ci voleva quella parola per la simmetria dell'iscrizione,—osservò l'avvocato Terzi.—Del resto lasciate correre, marchese; uno che dal niente si fa un patrimonio di una trentina di milioni... è un gran bell'esempio!
—È stato creato nobile da poco, non è vero?... e prima, faceva soltanto il banchiere?—domandò il giovanetto provinciale.
—Prima si chiamava Barbetta, e faceva il portinaio!—esclamò l'avvocato.
—Il portinaio?—e l'omino spalancò la bocca e gli occhi dalla maraviglia,—e da portinaio è diventato... trenta volte milionario?
—Parlate piano,—avvertì il cavalier Marnulfi.
—Non ha fatto soltanto... il portinaio,—soggiunse il marchese Brancaccio, accarezzandosi le fedine bianche, e sorridendo.
—No, no!—risposero insieme, pure ridendo, tutti gli altri della commissione.
—Ha fatto anche un pochino... l'usuraio!—osservò uno.
—Già... un pochino!—rispose un altro strizzando l'occhio.
—Ha tenuto persino un'Agenzia di Prestiti sopra Pegno....
—E di collocamento delle ragazze... non da marito!—interruppe l'avvocato.
—Oh!...—fece il provinciale scandolezzato—oh!...
—E colle forniture?—soggiunse il Brancaccio,—ha guadagnato tesori.
—Dava il cartone per cuoio!
—Ferri vecchi per fucili nuovi!...
—Oh!...—continuava a esclamare l'altro,—oh!...
—E ha avuto un processo....
—Anche un processo?... Oh!... oh!... oh!...
—Per altro se l'è cavata bene.
—Ma il paese è stato derubato!
—Parlate piano!—tornò a raccomandare il cavalier Marnulfi, che teneva sempre d'occhio la porta da cui era uscito il maggiordomo.
—Se ha derubato il suo paese... ha fatto lo stesso altrove; a Verona, nel cinquantanove... quando c'erano ancora i Tedeschi....
—Già,—interruppe il marchese Brancaccio, colla voce stridula e tagliente,—i primi danari... gli ha fatti... coi Tedeschi.—Il marchese guardò l'avvocato; l'avvocato guardò il marchese e sorrisero insieme.
—Chi sa poi, se è vero!—disse il cavalier Marnulfi,—ma piano, piano, pianissimo.
—Fra i praticanti del mio studio,—riprese l'avvocato Terzi,—avevo un giovinotto, un buon diavolaccio lui, ma figliuolo d'un figuro, d'un commissario austriaco... d'un tale che chiamavano allora Don Miao... e costui mi ha proprio assicurato....
—Per Dio! parlate piano!—esclamò il Marnulfi, che aveva veduto aprirsi la porta.
In quel momento, in fatti, entrò il maggiordomo, e fece passare la deputazione nella gran sala dei ricevimenti, dov'era Don Pompeo Barbarò di Panigale, circondato dalla sua famiglia.
Il marchese Brancaccio corse ad ossequiarlo, seguìto da tutti gli altri, e fece la presentazione di quelli che non erano conosciuti personalmente dal commendatore.
Don Pompeo vispo, gaio, ridente, accolse la Deputazione con molta cordialità. Egli era pienamente contento, beato. Una volta sola i suoi occhietti ebbero un lampo d'inquietudine: Angelica, assai sofferente, avea piegato il collo assottigliato, aveva chinato la testa, pareva stesse per mancare.
—Ti senti poco bene?—le domandò Pompeo a denti stretti; e poi, dandole un forte pizzicotto nel braccio:—su, su, animo!—le disse piano,—non è questo il momento di svenire.
Angelica si fece forza, e trattenendo un sospiro, rialzò il capo, coperto di gemme.
Scambiati i primi complimenti da una parte e dall'altra, il marchese Brancaccio con acconce parole, in cui si lodavano le virtù private e pubbliche, e la preclara filantropia dell'illustre benefattore, gli consegnò in un astuccio aperto, insieme con una pergamena artisticamente miniata, la medaglia d'oro. Anche la medaglia era un capolavoro: da un lato si ammirava, riprodotto con finissima incisione, il ritratto del Barbarò; dall'altra, la seguente epigrafe:
A POMPEO BARBARÒ
NOBILE DI PANIGALE
CHE NELLA VITA OPEROSAMENTE ESEMPLARE
CON ILLUMINATA BENEFICENZA
DEL PROSSIMO TERSE LE LACRIME
DELL'UMANITÀ SOFFERENTE ALLEVIÒ I DOLORI
LE RAPPRESENTANZE DEI LUOGHI PII MILANESI
INTERPRETI DELLA GRATITUDINE CITTADINA
IL I DI MARZO DEL MDCCCLXXVIII
O. D. C.
La medaglia, l'iscrizione, la pergamena, tutte quelle persone egregie e rispettabili che lo encomiavano e lo ossequiavano, levando a cielo il suo cuore, le sue virtù, la sua bontà, commossero al vivo Don Pompeo.
Guardò attorno... e non vide altro che visi sorridenti: anche la povera Angelica impaurita, si sforzava di sorridere. Allora pensò, sentì nell'animo, con un dolce tepore di contentezza, che l'epigrafe diceva il vero. Nella sua vita operosamente esemplare (esemplare per operosità) egli aveva asciugato le lacrime del prossimo, aveva alleviato i dolori dell'umanità misera e sofferente.—E come no?... aveva regalato mezzo milione ai luoghi pii, aveva fondato ospedali e asili, bonificato terreni.... I suoi occhietti s'inumidirono: lo spettacolo della sua propria bontà lo inteneriva al pari della meritata gratitudine che lo circondava.
—Sì... sono buono,—pensava tra sè,—ma fa bene l'esser buono; fa bene, l'esser galantuomo!
Se involontariamente aveva fatto qualche torto, come aveva saputo rimediarci!... La Mary l'aveva fatta sua figlia, le aveva dato tutto il suo; aveva dato uno stato alla marchesa di Collalto, e a Stefano.... Sì... sì, dovevano adorarlo tutti quelli che lo avvicinavano!...
Il coperto dei Figini era stato abbattuto da molti anni, e da molti anni l'orefice del Gobbo d'oro si era dileguato dalla memoria del Barbarò.... Egli guardò sorridendo la medaglia d'oro, ma sul primo non potè parlare... si strinse la medaglia sul cuore, mentre il marchese Brancaccio, l'avvocato Terzi, il cavalier Marnulfi, tutti i membri della deputazione si mostravano commossi alla lor volta.... Si asciugò una lacrima, poi rivolgendosi alla Mary e a Giulio, che avevano pur gli occhi rossi, balbettò:
—Fate... fate sempre del bene... figliuoli miei... ci troverete una... una grande soddisfazione!...
A questo punto non potè frenarsi e proruppe in un singhiozzo dolcissimo, mentre tutti gli altri assentivano in coro... e s'innalzava nell'ampia sala un mormorio di approvazione.
Fine.