O abitatore del colle d'Elicona, figlio di Urania, che trai di forza la tenera vergine al marito, o Imeneo Imen, o Imen Imeneo;

cingi le tempie dei fiori della maggiorana dal soave odore, prendi il velo flammeo, vienne lieto, vienne fra noi, calzato il niveo piede nell'aureo socco;

e tratto alla gioia di questo giorno, cantando con argentina voce il canto delle nozze, batti dei pié la terra, scuoti nella mano la teda di pino.

Però che, quale Venere mosse dall'Idalio al giudice frigio, Vinia a Manlio, vergine buona con auspicio buono, si sposa,

ridente come su l'Asio mortella da'ramicelli fioriti, che le Amadriadi nutrono loro delizia con l'umore della rugiada.

Sí che, or via, affréttati a noi, lasciando gli spechi aonii della tespia montagna, cui dall'alto rinfrescando irriga la sorgente Aganippe:

vieni e chiama la novella padrona alla casa c'ha da essere sua, allacciandole l'appassionata anima di amore, come edera che tenace si aggrappa all'albero con erranti viluppi.

E voi insieme, o vergini pure per le quali simil giorno avvicinasi, cantate, or via, in coro: O Imeneo Imen, o Imen Imeneo;

acciò, sentendosi invitare al suo ministero, piú volentieri egli venga, conducitore della buona Venere, congiugnitore dell'amor buono.

L'inno cominciato con movimento d'entusiasmo va ora seguitando solenne nelle lodi d'Imeneo, in quanto il matrimonio è instituzione non pur domestica ma civile; e canta come le nozze ferme siano principio e fondamento di felicità e di forza agli individui alle famiglie alla patria: canta con quella sobrietà che s'accompagna sí bene al vigore e alla virtù.

Qual dio è piú da invocare agli amanti ansiosi? quale de' celesti gli uomini han piú da venerare? O Imeneo Imen, o Imen Imeneo.

Te invoca per i suoi il tremulo genitore: per te le vergini sciolgono i seni dalla pura zona: te veniente aspetta inquieto con cupido orecchio lo sposo novello.

Tu nelle mani al fiero garzone consegni la fiorente fanciulla dal grembo della madre, o Imeneo Imen, o Imen Imeneo.

Senza te non può Venere pigliarsi piaceri che l'onestà approvi; ma può, tu volendo. Chi a questo dio oserà compararsi?

Senza te niuna famiglia può avere figliuoli né il padre cingersi di stirpe novella; ma può, tu volendo. Chi a questo dio oserà compararsi?

Terra senza il tuo culto non potrà dare difensori alle frontiere; ma può, tu volendo. Chi a questo dio oserà compararsi?

Giovanni Fantoni, fra tanto altre imitazioni che fece, riprodusse anche ammodernato, in un epitalamio per patrizi veneti, questo carme di Catullo, e specialmente l'invocazione ad Imeneo, cosí:

Voi donzellette amabili,
A cui trilustre palpita
Nel colmo petto il core,
E spesso il volto mostra
Un mal celato amore;

Perché discenda facile
Il dio, sciogliete un cantico;
—Dal sacro orror pimpleo,
Dalle materne selve
Scendi, Imene-Imeneo.

Te d'ogni stirpe chiamano
Speme le madri e i tremuli
Vecchi con voce fioca,
Te il garzoncello imberbe,
Te ogni donzella invoca.

O di costumi agli uomini
Dolce maestro ed arbitro,
Dal sacro orror pimpleo
Dalle materne selve
Scendi, Imene-Imeneo.

Tu a re sdegnati e ai popoli
Pace ridoni e candida
Fe' di pensier concordi,
Tu in amistade unisci
Le famiglie discordi.

E tu soave imperio
Stendi dall'austro a borea
Dal sacro orror pimpleo,
Dalle materne selve
Scendi, Imene-Imeneo.

Per te la zona timide
L'intatte spose sciolgono
A lusinghiero invito,
E cedon lagrimando
Al cupido marito

Per te fama non temono
Casti Cupido e Venere.
Dal sacro orror pimpleo,
Dalle materne selve
Scendi, Imene-Imeneo.

Scendi, dator benefico
Di gioia e di dovizia,
Protettore fecondo
Delle città, dei campi,
Animator del mondo.[104]

E il Leopardi die' luogo anche a questi versi nella sua Crestomazia poetica. Ahimé! È vero per altro che nella chiacchierata poesia italiana ce n'è di peggio.

Poi che i vóti delle vergini e del poeta hanno attirato il nume la cui presenza guarentisce la santità dell'amore, e i fanciulli con le fiaccole aspettano alla porta per l'accompagnamento a casa del marito, è pur tempo che la sposa si mostri. È chiamata: il pudore la ritiene: le sollecitazioni si rinnovano di momento in momento, solo interrotte dalle lodi della bellezza di lei e dalle promesse della felicità che l'attende sicura.

Aprite i battenti della porta. Vergine, fatti avanti. Vedi come le fiaccole agitano le luminose chiome? Un bel pudore la ritiene ... E pure ubbidendo piange che le bisogni andare.

Lascia di piangere. Non per te, Aurunculcia, c'è pericolo che sposa mai più bella abbia veduto spuntar dall'Oceano la luce della dimane.

Tale nel giardino di ricco signore si leva tra gli altri il fior di giacinto. Ma troppo tu indugi. Il giorno se ne va. Esci, o sposa novella.

Esci, o nuova sposa, se ti par ora; e ascolta le nostre parole. Vedi? le faci agitano le chiome d'oro. Esci, sposa novella.

Non sarà mai che l'uom tuo pieghi a tristi amori di adultera, e in cerca di vergognosi piaceri voglia colcarsi lontano dalle tue tenere mammelle;

chè anzi, come lenta allacciasi la vite agli alberi vicini, così egli si allaccerà nel tuo abbracciamento. Ma il giorno se ne va: esci, o sposa novella.

Alla porta i cinque fanciulli pretestati scuotono le cinque faci di spino (rimembranze della primitiva povertà agreste), accese a Giove, a Giunone, a Venere, a Diana Lucina, alla Persuasione. Ed ecco dal fondo bianco dell'atrio rosseggia il velo della sposa.

Alzate, o fanciulli, le fiaccole. Io veggo il flammeo apparire. Andate, cantate in cadenza: o Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.

I pretestati si muovono con in mezzo la sposa; innanzi, l'impubere, il Camillo, che reca in un vaso coperto gli utensili muliebri; dietro un altro fanciullo con la conocchia avvolta di stame ed il fuso: di poi, la lunga schiera dei parenti. Cosí sotto il favore di Giunone Domiduca va la processione nuziale alla casa del marito. E i fanciulli e le fanciulle e i clienti invocano Talassio e Imeneo, e al suono delle doppie tibie il popolo e i servi cantano i fescennini.

I lettori sanno che fossero i fescennini: canti, la cui origine e l'uso era, dicesi, dall'etrusca Fescennia, improvvisati, senza piú rispetto al ritmo e al metro che al pudore. Imaginin dunque i motti, le allusioni, le licenze, le facezie sboccate che dovean correre in tali occasioni tra la folla degli scapati, i quali si divertivano all'impaccio della sposa. E pure il fescennino durò fino agli ultimi tempi dell'impero, nelle nozze dei Cesari cristiani e fin del barbaro patrizio Ricimero. E il poeta della Gerusalemme e quel dell'Adone dedussero nelle loro poesie per nozze di principi cattolici piú dai fescennini di Claudiano e di Ausonio che dai carmi di Catullo. Noi, con tutto il rispetto alla sincerità romana, che volle serbare non che nelle solennità dei trionfi ma nelle feste della famiglia i segni dell'antica rozzezza o realità della vita, passeremo oltre sui fescennini, pur se ricantati da Catullo; e aspetteremo la sposa alla casa maritale su la soglia, che ella non deve toccare co' piedi, ma oltrepassare, sollevata a braccia dai pronubi.

Eccoti la casa ricca e beata dell'uom tuo, che sarà tua sempre ...

Sino alla canuta vecchiaia che movendo il tremolo capo par che dica a tutti di sí ...

Porta con buon augurio que' piedini d'oro oltre la soglia ed entra per la nitida porta. O Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.

Il poeta, trasvolando su i riti minori che la sposa entrata nella nuova dimora aveva da compiere, le mostra lo sposo seduto al convivio.

Vedi là dentro, nella sala del convito, l'uom tuo, che dal letto di porpora tende a te le braccia impaziente.

A lui non meno che a te arde nell'intimo petto la fiamma d'amore, ma a lui più profonda. O Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.

Il poeta e il corteggio passano in fretta dinanzi al convito, e s'avviano al talamo. Un de' pretestati va innanzi con la fiaccola di corniolo: un altro tiene la sposa pe 'l braccio o al braccio. Da lui la ricevono le pronube, matrone d'un solo marito, e l'allogano nel letto covertato di porpora. Dopo di che, i parenti e gli amici strappano e portano via la face di corniolo, che rimanendo nella camera o riposta dagli sposi sarebbe augurio di morte. A questo punto entra il marito; e la poesia, in su la sdrucciolo, si rialza nelle imagini della bellezza di quelle due giovinezze e della prossima maternità.

Lascia, o pretestato, il bel rotondo braccio della fanciulla: si appressi ella oramai al letto del marito........

E voi, oneste matrone e rispettate dai vostri vecchi, collocate la fanciulla nel letto. O Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.

Adesso puoi venire, o marito: la moglie ti è nel letto, brillante nel viso fiorito come bianca partenice o papavero rosso.

Ma anche tu marito (cosí mi assistan gli dèi) sei bello non meno, né Venere ti ha trascurato. Ma il giorno se ne va: affréttati, non t'indugiare.

Non tardasti troppo: éccoti. La buona Venere ti sia propizia, poi che ti pigli in palese il piacer tuo e non celi il legittimo amore.

.. . E in breve date figliuoli. Un cosí antico nome non sta bene senza figliuoli, ma bisogna che sempre si rinnovelli.

Voglio che un Torquatino, porgendo dal grembo della madre sua le tenere manine, rida dolcemente al padre col socchiuso labbruccio.

Somigli tutto a suo padre Manlio, e lo raffigurino anche quelli che non lo sanno; e gli si legga in viso la pudicizia della madre.....

Chiudete i battenti, o vergini: cantammo assai. Ma voi, nobili sposi, vivete felici, ed esercitate nell'amore la valida gioventú.

Cosí finisce questo carme, antico di quasi duemila anni. Nel quale—traduco da un vecchio erudito francese di buon gusto, il Naudet—quanto è il movimento e la vita e la energia imitativa!

E come bisogna innanzi tutto ammirare la semplicità dei mezzi onde il poeta produce tanti effetti pittoreschi! Egli direbbesi che prenda la lira come uno dei cantori omerici, le cui armonie rallegravano le feste e i banchetti degli eroi. Canta, e tutte le vicende del rito nuziale ci passano una dopo l'altra davanti gli occhi. La grazia, la forza, la maestà, la magnificenza, la gioia, la passione, il sentimento religioso variano a volta a volta le sue imagini; e tale è la illusione di quella poesia, che ancora crediamo udire le acclamazioni d'imene e vedere gli attori della festa. Piú che descrizione e pittura è uno spettacolo animato.[105]

E come, aggiungiamo noi, dinanzi a questa poesia della vita appaiono fredde, solitarie, quasi egoistiche, le gioie descritte nella sua ode dall'autore del Giorno e le moralità verseggiate nella sua canzone dal poeta di Bruto minore! E vien fatto di pensare: Come dové esser meschina la età che ispirò le Nozze del Parini! e come infelice la generazione che produsse la canzone del Leopardi!