1281. Homaidi aggiugne ch'ei “trattava anche le scienze” (olûm): si deve intendere dunque d'altre scienze che la teologia, e però legge, o matematiche o filosofia.

1282. Il breve cenno biografico di costui si legge nel Gedswet-el-Moktabis di Homaidi, MS. della Bodlejana, estratto, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 578. Ibn-Besckowâl, Ms. della Società Asiatica di Parigi; al nome di Alî-ibn-Hamza, copia il cenno di Homaîdi.

1283. Si vegga la bella prefazione di M. De Sacy agli estratti delle Vite de' Sufiti di Giâmi, dei quali diè il testo persiano e la traduzione francese, aggiungendovi il testo arabico e versione d'un capitolo dei Prolegomeni d'Ibn-Khaldûn, Notices et Extraits des MSS., tomo XII, p. 287, segg.

Ibn-Khaldûn sembra molto proclive alla dottrina sufita, di che riferisce l'origine ai compagni di Maometto; e si sforza a spiegare l'estasi sufita con la doppia sorgente delle percezioni umane dalle sensazioni esteriori e da disposizioni interne che gli parea non dipendessero da quelle, come gioia, tristezza ec.

M. De Sacy nota la somiglianza con alcuna setta indiana, e la probabilità che i Musulmani avessero conosciuta questa in Persia, li primo che abbia preso nome di Sufita si crede un Abu-Hâscim, verso la metà del secondo secolo dell'egira ed ottavo dell'èra cristiana; ma la dottrina si sviluppò più tardi, l'ordine forse nel X secolo, e la vestizione della Khirka alla fine, com'ei pare, dell'XI. Argomento ciò dal trattato sufita di Sadr-ed-dîn-Kunewi, morto il 673 (1274), MS. di Parigi, Ancien Fonds, 426, poichè il mistico mantello era pervenuto a costui, per una seguenza di nove superiori, da un Mohammed Scîli, dal quale in su non si ricordava vestizione, ma soltanto “Sodalizio e insegnamento;” e questo risaliva ad Ali. Giâmi, che visse nel XV secolo, riferiva la vestizione ad Ali stesso: ed è naturale che con l'andar del tempo crescessero le imposture della setta.

1284. Si vegga la p. 480.

1285. Il titolo del Dalîl-el-Mokâsidin “Guida dei Cercatori” sa di sufismo; poichè “cercare”, nel gergo della setta, accennava alla perfezione spirituale, allo spirito divino che si dovea trovare in fondo dell'anima.

1286. Si vegga il Lib. III, cap. XI, p. 228 e segg. di questo volume.

1287. Nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 590 del testo, tolti dalla Kharîda d'Imâd-ed-dîn, il quale alla sua volta li avea presi da Ibn-Kattâ'. Questo ibn-Tazî è tra i primi nella raccolta d'Ibn-Kattâ'.

1288. Abu-Hâmid da Granata, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 74; e Pseudo-Wakidi, op. cit., p. 199. Abu-Hâmid si trovò a Bagdad il 1122, come notammo nel Lib. I, cap. IX, p. 85 del primo volume.

1289. Pag. 477 e 482

1290. Ibn-Besckowâl, MS. della Società Asiatica di Parigi, al nome: Musa.

1291. MS. di Leyde, Nº 366 dell'antico catalogo arabico. Ho pubblicato la prefazione nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 698, 699.

1292. Lib. III, cap. XI, p. 229 di questo volume.

1293. Si vegga il Lib. III, cap. XI, p. 223 di questo volume.

1294. Soiuti, Tabakât-el-Loghewîn, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 674. Tralascio i nomi dei maestri e discepoli di questo Hasan-ibn-Ali, ricordati dal biografo.

1295. Op. cit., nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 678. Il biografo dice senz'altro il Mobtedâ.

1296. Quest'opera si trova ad Oxford, nei MSS. arabici, nº DCCCXLI. Catalogo, tomo I, p. 182. Si vegga anche D'Herbelot, Bibliothèque Orientale, all'articolo Mobteda.

1297. Si vegga la citazione a p. 472.

1298. Si confrontino: ibn-Khallikân, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 632; Dsehebi, Anbâ-en-Nohâ; Sefedi, Wafi-fil-Wefîât; e Soiuti, Tabakât-el-Loghewîn nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, pagine 644, 659, 675.

1299. Si confrontino: Dsehebi, Anbâ-en-Nohâ, e Soiuti, op. cit., nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 648, 678. Il secondo lo chiama Ibn-Debbâgh (il figlio del Conciatore). Ibn-Kattâ, citato da Soiuti, dice che “costui osservava con molta cura i libri degli antichi, e indagava ogni più riposta notizia degli scrittori.”

1300. Si vegga la p. 475, nota 3.

1301. Si vegga la citazione a p. 477.

1302. Soiuti, Tabakât-el-Loghewîn, nella biografia di Omar-ibn-Ieîsc da Susa, Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 678. Omar, che fu discepolo del Siciliano, dava a sua volta lezioni nel 498 (1104); la qual data mi serve di guida. V'ebbe in Oriente al medesimo tempo un poeta siciliano dello stesso nome, del quale diremo innanzi.

1303. Dsehebi, Anbâ-en-Nohâ, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 646. Potrebbe essere lo stesso che il Segretario Ibn-Kûni, che ebbe il medesimo nome, soprannome e nome patronimico. Si vegga la p. 464.

1304. Lascio indeterminato il male che gli abbian fatto. Il testo dice: “Gridarono contro di lui, e indi non prosperò.”

1305. Il primo, perchè il padre e il figlio di Sem'âni, entrambi scrittori conosciuti, soggiornavano in Mêrw. Si vegga Reinaud, Introduzione alla Géographie d'Aboulfeda, p. CX; e d'Herbelot, Bibliothèque Orientale, all'articolo: Samaani. Suppongo la cattedra di teologia, perchè Soiuti in progresso del racconto usa la voce Kelâm.

1306. Cioè: “di Ponente:” Africa, Sicilia e Spagna.

1307. Soiuti, Tabakât-el-Loghewîn, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 673.

1308. Rûmi.

1309. Ibn-Khallikân e Dsehebi, i quali aggiungono che altri il dicea nato a Mehdia. Fu nominato anche Azdi, dalla tribù di Azd, dalla quale nasceva il padrone del padre divenuto dopo l'affrancamento patrono della famiglia; ed anche Kairewâni dalla città dove fece soggiorno.

1310. Ibn-Abbâr, Hollet-es-siarâ, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 108 verso.

1311. Diwân di Bellanobi, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 681. Ecco i due versi d'Ibn-Rescîk, scritti probabilmente in Sicilia, che attestano questo fatto e insieme l'orgoglio dei liberti delle corti musulmane.

“Segretario io già fui dell'esercito dell'emir; e condussi le faccende (pubbliche) dirittamente:

“Non tenni bottega, no, in un mercato d'arti, il cui nome conviene alla (viltà della) cosa.”

Qui si scherza sulle voci sûk “mercato e plebe” e Mihâl “arte ed astuzia.”

1312. Scehab-ed-dîn-Omari, dà quest'aneddoto in tre o quattro pagine, notando ch'ei l'abbrevia dal testo d'Ibn-Bassâm. Io l'ho pubblicato nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 651, 652, stralciandone molte lamentazioni erotiche, se tali possan dirsi, in prosa e in verso. Ibn-Seffâr autore del racconto afferma che in realità non c'era stato nulla di male: e ciò scolpi non Ibn-Rescîk, ma l'opinione pubblica che condannava, come ognun vede, quelle sozzure.

1313. Ibn-Khallikân e Scehâb-ed-dîn-Omari. La data ch'essi non notano si legge in Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, versione di M. De Slane, tomo II, p. 21, 22, e più precisamente in Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo V, fog. 81 verso, e seg., sotto l'anno 442; il quale pone in ramadhan 449 (novembre 1057), il saccheggio di Kairewân, che seguì poco dopo la partenza di Moezz.

1314. Ibn-Bassâm, squarcio inserito da Scehâb-ed-dîn-Omari nel Mesâlik-el-Absâr, Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 650, 651. Il testo ch'è in prosa rimata, gonfio e voto, dice: “Non andò guari che venne un'armata di Rûm, ed all'alba il mare apparve tutto colline minaccianti estremi fati e poggi carichi di morte repentina ec.;” ma non aggiugne il successo dell'impresa, nè dice appunto la nazione che avea messo a galla le terribili colline. I Bizantini da tanto tempo non comparivano nel bacino occidentale del Mediterraneo. All'incontro i Pisani il 1034 aveano assalito Bona e Cartagine, e nella seconda metà del secolo osteggiarono Palermo; poi Mehdia insieme coi Genovesi ec.

1315. Imad-ed-dîn, Kharîda nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 591. Il nome dell'uno è: Abu-Hasan-Ali-ibn-Ibrahîm-ibn-Waddâni, e dell'altro Abu-Adb-Allah-Mohammed-ibn-Ali-ibn-Sebbâgh, il Segretario. I tre versi si leggono nel MS. di Parigi, fog. 35 recto; e sembrano scritti dal Maggi o dallo Zappi.

1316. Ibn-Bassâm, op. cit., p. 651.

1317. Si confrontino: Ibn-Khallikân, Dizionario Biografico, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 384; Dsehebid, Anbâ-en-Nohâ, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 644; Scehâb-ed-dîn-Omari, op. cit., p. 649 a 653. I due primi riferiscono come meno autorevoli altre tradizioni che recavano la morte d'Ibn-Rescîk nel 450 o nel 456. Si vegga anche il Baiân, edizione del Dozy, testo, vol. I, p. 307. Abbad-ibn-Mohammed soprannominato Mo'tadhed-billah, regnò dal 433 al 461 (1041-1069).

1318. Si vegga sopra a p. 490.

1319. Le Pagliucce d'oro, Ibn-Khallikan ed Hagi-Khalfa, op. cit., tomo IV, p. 509, nº 9394, ed i “Neologismi;” Ibn-Kallikan, l. c.

1320. Il Tipo, Hagi-Khalfa, op. cit., tomo I, p. 468, nº 1302. È citato anche da Ibn-Kallikân, nella detta biografia, e in un altro luogo relativo all'aneddoto dell'emiro kelbita Iusuf raccontato da noi nel cap. VII di questo Libro, p. 333 del volume. Si vegga anche Makkari, Analectes de l'histoire d'Espagne, testo arabico, tomo I, p. 904, e il Mesâlik-el-Absâr, MS. di Parigi, fog. 77 recto.

1321. La bilancia delle geste, Hagi-Khalfa, op. cit., tomo VI, p. 285, Nº 13,497.

1322. Hagi-Khalfa, Dizionario Bibliografico, edizione di Flüegel, tomo II, p. 142, Nº 2285.

1323. Spesso occorrono versi d'Ibn-Rescîk nelle antologie, biografie ec. Molti se ne trovano nel Diwân di Bellanobi, che sembrano raccolti in Sicilia, come diremo trattando di quel poeta. E quivi ho letto i versi d'Ibn-Rescîk, ai quali alludo, nei quali le parole sono brutte quanto l'argomento.

1324. Di quest'opera, che citano Ibn-Khallikân, ibid., ed Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo IV, p. 263, nº 8338, abbiamo due MSS. in Europa, l'uno a Leyde (22 Golius, catalogo del Dozy, tomo I, p. 121, nº CCXXXVII), e l'altro al British Museum, (nº 9661, Catalogo CCXXXIX E). Io ho percorso il MS. di Londra. In principio, chè non notai il numero del foglio, Ibn-Rescîk dice che la ragione poetica dei Iunân (Greci antichi), era fondata tutta “su gli obbietti morali o fisici; poichè i Greci non pensarono mai a ciò che fa il principale vanto dei poeti arabi;” con che vuol significare gli scherzi di parole, gli enigmi, le tumide metafore ec. Non ho tradotto letteralmente, perchè non son certo della lezione di alcune voci. Il MS., in parte è di moderna e pessima scrittura africana, e in parte di buon neskbi del 644 dell'egira.

1325. Hagi-Khalfa, l. c.

1326. Questi due versi sono dati da Ibn-Scebbât, a proposito della supposta etimologia della voce Sicilia, e da Soiuti, nella biografia del Siciliano Ibn-Abd-el-Berr, Biblioteca Arabo-Sicula, p. 212 e 672.

“Sorella di 'Adîna in un nome del quale non partecipò altro paese (del mondo), e cerca (se ne trovi),

“Nome cui Dio illustrò, accennandovi in forma di giuramento; — segui (dunque o principe) gli avvisi dei dotti; e, se nol vuoi, va pure a tentoni.”

Soiuti aggiugne che le parole “cui Dio illustrò ec.” si riferiscano a quel verso del Corano (Sura XCV, vers. I), “(Giuro) per l'olivo e pel fico” deve, al dir di alcuni comentatori, quei due alberi sono nominati per eccellenza tra tutti i vegetabili; e secondo altri il primo allude a Gerusalemme, e il secondo a Damasco.

Quanto a 'Adîna, parmi si debba intendere Atene. Egli è vero che gli eruditi arabi sogliono scrivere altrimenti questo nome; egli è vero che la prima lettera del nostro testo, cioè l'ain, sia esclusivamente semitica e non soglia adoperarsi dagli Arabi nelle voci straniere. Ma la geografia arabica non offre altro nome che soddisfaccia al caso; ed Atene vi si adatta appuntino: nome dato ad onore di Minerva che recò l'olivo, onde quest'albero, in greco, si dice anco Αθηναις.

Debbo qui avvertire che nel tradurre î due versi ho seguito la felice interpretazione del professore Fleischer e la correzione sua al testo della Biblioteca Arabo-Sicula, p. 212. Non così la lezione “Medina” ch'egli propone in vece di 'Adîna; parendomi che le condizioni supposte dal poeta non convengano punto all'antica Jathrib, poi detta Medinet-en-Nebi, ossia la città del Profeta.

1327. Græce Sîcalea quod latine est ficum el olivam, leggesi nell'Anonymi Chronicon Siculum, presso Di Gregorio, Biblioteca Aragonese, tomo II, p. 121, e in Bartolomeo de Neocastro, op. cit., l, 115. Questa etimologia di Σικελία da συκῆ ed ἐλαία, non si trova negli scrittori greci nè anco dei bassi tempi. Mostra grande ignoranza non solo della storia ma anche della lingua confondendo il ι e l'υ l'ή e l'ε, come l'orecchio le rendea simili a chi non le avesse mai lette nei libri. E però si può supporre trovato dei liberti siciliani che sapessero dall'infanzia il greco volgare e non avessero studiato profondamente altra letteratura che l'arabica.

1328. Si confrontino: Ibn-Scebbat, di Dsehebi e Soiuti, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 212, 648, e 671, 672. L'ultimo cita a proposito della detta etimologia un passo di Ibn-abd-el-Berr, non sappiamo di quale opera, trascritto da Ibn-Dehia, autore spagnuolo (1153-1235) nelle storie del poeti Maghrebini intitolata il Matreb. Il primo dà l'etimologia sul Tethkîf-el-lisân, opera d'Ibn-Kattâ', che naturalmente l'avea tolta dal maestro Ibn-Abd el-Berr. Il nome d'Ibn-Menkût, data dal solo Dsehebi, è scritto Medkûd; su di che si vegga il cap. XII di questo Libro, p. 420 del volume.

1329. Si vegga il Lib. III, cap. XI, e il cap. XIII di questo Libro, p. 219 e 439 del volume.

1330. La voce Kattâ', che non è nei dizionarii, si trova nella continuazione di Bekri, ove significa i picconieri di zolfo in Sicilia; squarcio dato da Ibn-Scebbât, Biblioteca Araba-Sicula, p. 210. L'ho trovata anche col significato di “tagliator di pietra” in una leggenda cristiana, MS. arabo di Parigi, Ancien Fonds, 66, fog. 175 recto.

Ibn-Khallikân, comincia la vita di Ali-ibn-Gia'far Ibn-Kattâ' con una genealogia che si rannoda a quella degli Aghlabiti, risalendo fino ai primi progenitori della tribù di Temîm. Egli dice averia scritta così nella bozza del suo dizionario biografico senza sovvenirgli onde fosse tolta; ma aver sotto gli occhi altro albero di parentela di propria mano d'Ibn-Kattâ' nel quale non entrano punto gli Aghlabiti. Noi ci appigliamo, com'è naturale, a questo, che porta: Abu-l-Kasem-Ali-ibn-Gia'far-ibn-Ali-ibn-Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Hosein, Sciantareni, Sa'di; onde si vede che corsero quattro generazioni tra l'emigrato di Santarem, e il nato in Sicilia il 1041. Si corregga conforme a ciò la notizia data nella Introduzione, vol. I, p. XXXVII. nº I.

1331. Dsehebi, Anbâ-en-Nokâ nella Biblioteca Arabo Sicula, testo, p. 643.

1332. Kasr-Sa'd. Si vegga il viaggio d'Ibn-Giobaîr, nel Journal Asiatique, serie IV, tomo VII (1846), p. 42. La conghiettura è fondata su l'identità di nome della tribù e del villaggio. D'altronde Ibn-Kattâ' essendo detto meramente Sikilli era cittadino della capitale.

1333. Si confrontino: Imad-ed-dîn, Ibn-Khallikân, Dsehebi e Soiuti.

1334. Lo Dsehebi, nella vita di Nasrûn-ibn-Fotûh-ibn-Hosein Kherezi, e 'l Soiuti in quella d'Isma'il-ibn-Ali-ibn-Miksciar, Biblioteca Arabo-Sicula, p. 618 e 674, notano di quei due grammatici che fossero stati compagni d'Ibn-Kattâ'; e del secondo si dice essere divenuto celebre la mercè del letterato siciliano. Soiuti nelle biografie di Ased-ibn-Ali-ibn-Mo'mir, Hoseini, lo ricorda discepolo in tradizione d'Ibn-Kattâ'; e lo stesso in quella di Ali-ibn-Abd-el-Gebbâr-ibn-Abdûn, gran filologo e tradizionista, Biblioteca Arabo-Sicula, p. 673, 677.

1335. Soluti, l. c. Ogni libro si leggea in pubblica scuola con licenza scritta dall'autore o di chi il tenesse da lui; e così successivamente. Or i letterati d'Egitto, a proposito del Dizionario di Gewhari, spacciarono che Ibn-Kattâ', vedendolo mal noto e molto desiderato nel paese, avesse fabbricato la serie della licenza: onde le sentenziarono nom di coscienza “troppo sciolta” in questa materia. Così Soiuti; il che spiega quell'accusa di “troppa scioltezza nel riferire” che leggiamo più vagamente in Ibn-Khalikân. Il Dizionario di Gewhari era stato pubblicato a Nisapûr in Khorasân il 390 (1000), e l'autore morto il 393 o 398.

1336. La biografia di Ali-ibn-Kattâ' è data da: Ibn-Khallikân, Dizionario biografico, versione inglese di M. De Slane, tomo II, p. 265, 266; Dsehebi, Anbâ-en-Nohâ, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 646; Soluti, Tabakât-el-Loghewîn, op. cit., p. 676. Imad-ed-dîn, nella Kharîda, op. cit., p. 589, ne fa anche un breve cenno, aggiugnendo aver conosciuto in Egitto chi lo avea veduto vivente; e aver trovato una tavoletta scritta da lui il 509. Si vegga anche Abulfeda, Annales Moslemici, anno 515, tomo III, p. 462.

1337. Soluti, op. cit., p. 677.

1338. Hagi-Khalfa, Dizionario Bibliografico, edizione Flüegel, tomo II, p, 135, nº 2243; e Soluti, op. cit., nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 677. L'autografo par che fosse venuto alle mani di Iakût. Si vegga la Biblioteca Arabo-Sicula, p. 115.

1339. Si veggano nel capitolo precedente, la pag. 430; e in questo capitolo, p. 490 ec. Ibn-Kattâ' par che abbia dato l'ortografia di tutti i nomi topografici dell'isola. Oltre quel di Sicilia citato dianzi, v'ha quel di Kosîra (Pantellaria), nella, Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 124.

1340. Kharîda, nella Biblioteca Arabo-Sicula, cap. LXIII, § 3, p. 589 a 598.

1341. Hagi-Khalfa, op. cit., tomo II, p. 135, nº 2243. Ne fa menzione lo stesso autore, tomo III, p. 203, nº 4935, e Ibn-Khallikân, e Soiuti, ll. cc.

1342. Makkari, Analectes sur l'histoire d'Espagne, tomo I, p. 634 del testo arabico, trascrive un passo dello storico Ibn-Sa'id, il quale dando l'autobiografia si scusava con l'esempio di tre scrittori, tra i quali nomina Ibn-Kattâ'.

1343. Ibn-Khallikân e Soiuti, ll. cc., Hagi-Khalfa, op, cit., tomo I, p. 373. Nº 1025. Par che sia esemplare di quest'opera il MS. dell'Escuriale DLXXIII, che Casiri tradusse “Liber Verborum tripartitumque”, ma si tratta forse dei “verbi triliteri”; e quivi afferma essere stato Ibn-Kattâ', Domicilio Cordubensis. Notando poi l'opera di versificazione, della quale or or faremo parola, Casiri lo spaccia origine siculus patria Hispalensis, ed anche trascrive male il nome. Indi gli Ebn-al-Kattaa ed Ebn-Cataa del Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 239. Il Casiri non avea punto fatto equivoco tra il padre e il figliuolo, ma avea reso con lettere diverse lo stesso nome. Io non so, non avendo veduto i due MSS., se vi sia qualche parola da far supporre il soggiorno d'Ibn-Kattâ' a Cordova e Siviglia; nè sarebbe impossibile che prima d'Egitto ei fosse andato in Ispagna. Ma Casiri suol troppo facilmente far dono alla Spagna di scrittori che non le appartengano per niun conto.

1344. Ricordato da Ibn-Khallikân e da Soiuti. Hagi-Khalfa ebbe alle mani quest'opera, poichè ne trascrive le prime parole, com'ei suole. Dà anche uno squarcio della introduzione, dove Ibn-Kattâ' ricorda le 308 forme di nomi, tra sostantivi e aggettivi, date dal celebre grammatico Sibûweih, le aggiunte d'altri, e in fine le sue proprie. Dei masdar, ossia infiniti adoperati sostantivamente come noi diciamo l'andare., il fare ec., si erano notate 36 forme, e Ibn-Kattâ' le condusse a 100. Compi questo trattato in regeb del 513. Hagi-Khalfa, op. cit., tomo I, p. 146, nº 31.

1345. Soiuti, l. c. Hagi-Khalfa, op. cit., tomo IV, p. 94, nº 7714.

1346. Hagi-Khalfa, op. cit., tomo II, p. 190, nº 2429. Nondimeno Nawawi, The Biographical Dictionary, testo arabico, pubblicato dal Wüstenfeld, p. 126, attribuisce quest'opera all'altro siciliano Abu-Hafs-Omar-ibn-Khelef-ibn-Mekki. Ibn-Scebbat la cita a proposito della Sicilia, Biblioteca Arabo-Sicula, p. 212, senza dar il nome dell'autore.

1347. Hagi-Khalfa, op. cit., tomo V, p. 102, nº 10, 207.

1348. Op. cit., tomo V, p. 151, nº 10, 492.

1349. Op. cit., tomo V, p. 44, nº 9853.

1350. L'uno intitolato: Il Salutifero nella scienza della versificazione, si trova in Hagi-Khalfa, op. cit., tomo IV, p. 7, nº 7384. L'altro è all'Escuriale col titolo di: Eloquente prosodia in compendio che (tutto) abbraccia. Si vegga Casiri, Biblioteca Arabo-Hispanica, tomo I, p. 82, cod. CCCXXIX.

1351. Catalogo dei MSS. arabi del British Museum, Parte II, p. 281, nº DXCVII.

1352. Hagi-Khalfa, op. cit., tomo V, p. 136, nº 10,395. Il dotto editore traduce “Liber de Palatiis eorum nominibus et naturæ descriptione, alphabetice dispositus,” supponendo così un errore nel pronome loro ch'è replicato due volte nel testo, e che non si può dire se non di persone; e tenendo Kisâr come plurale di “palagio,” la qual forma se pur si può ammettere, è inusitata. Inoltre una descrizione di palagi, senza dire di qual paese, mi sembra opera troppo aliena dagli studii d'Ibn-Kattâ'. Però mi è avviso di ritenere la lezione loro, che trovo altresì nel MS. di Parigi, e di considerare Kisâr, come plurale di Kasîr, “breve, corto, nom corto d'ingegno e di qualità, imperfetto” che si legge nel Dizionario di Meninski. Sarebbe allora un dizionario biografico di “Scrittori minori,” come noi diremmo. Del resto avverto che il più delle volte è impossibile di tradurre con certezza i titoli dei libri arabi, quando non si sappia l'argomento, o non si abbia alle mani tutta l'opera, per comprendere quegli enimmi.

1353. Hagi-Khalfa, op. cit., tomo IV, p. 145, nº 7901, e tomo VI, p. 109, nº 12,867. Lo cita anche l'autore del Mesâlik-el-Absâr, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 656. Mi è parse bene rendere la prima voce col significato proprio di Sali. Gli Arabi l'adoperarono a un dipresso come noi al traslato, per significare “bellezze letterarie, espressioni vivaci ec.”

1354. Ibn-Khallikân, l. cit., e tomo III, p. 190 della medesima versione inglese. Ma Hagi-Khalfa attribuisce ad altri l'opera così intitolata, e nelle altre notizie biografiche di Ibn-Kattâ' non se ne fa parola.

1355. Si vegga il Dizionario arabico di Freytag, tomo III, p. 170.

1356. Ibn-Khallikân, l. c., afferma che Ibn-Kattâ' lasciò molte poesie; e ne dà per saggio tre squarci, un dei quali non si trova negli estratti che ce ne serba. Imâd-ed-dîn nella Kharîda, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 20 verso a 22 recto, e MS. del British Museum, Rich. 7593. Il Soiuti, nel Tabakât-el-Loghewîn, in fin della biografia d'Ibn-Kattâ', dà altri 13 versi, che ho copiati dal MS. del Dottor John Lee, ma non si trovano in quel di Parigi. Abbiamo nella Kharîda il primo verso d'una sua Kasîda a lode di Afdhal, e frammenti di cinque altre.

1357. A ciò parmi che alludano i tre versi trascritti da Ibn-Khallikân, op. cit., “Consume not this life ec.” nella versione inglese di M. De Slane, tomo II, p. 266.

1358. Dalla Kharîda, MS. citato di Parigi, fog. 21 verso.

“Somigliante a cotesta nostra, l'età degli antichi popoli che perirono, sfoggiava di colori e sembianti (affé) non spregevoli.

“La diresti scatola d'oro, piena di rubini, così alla rinfusa, non legati.”

A comprender meglio l'allusione, è da sapere che le due voci che ho tradotto “alla rinfusa” e “legato” sono Nethr e Mensûm, le quali hanno anche il significato, l'una di “prosa” e l'altra di “poesia.”

1359. La citazione a p. 464.

1360. Id., p. 477, 478.

1361. Dsehebi, Anbâ-en-Nohâ, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 647. Si vegga per costui l'altra citazione qui innanzi a p. 471.

1362. Id. 474.

1363. Id. 476. Il nome di Omar con la stessa genealogia e condizioni è dato da Dsehebi, Biblioteca Arabo-Sicula, 647; quello di Othman da Makrîzi e Soiuti, p. 663, 676.

1364. Dsehebi, op. cit., p. 645.

1365. Id. p. 646.

1366. Id. p. 648.

1367. Ibid.; e Soiuti, p. 673, citando Iakût.

1368. Dsehebi, op. cit., p. 647.

1369. Id. p. 646; e Soiuti, p. 677. Ho corretto il nome secondo Soiuti.

1370. Soiuti, p. 675.

1371. Mo'gem, nella Bibl. Ar. Sic. p. 124.

1372. Mo'gem, op. cit. p. 110.

1373. In un Diwan di Motenebbi, copiato il 1184 dell'èra volgare, si notano in appendice i comentatori, e tra quelli si legge il nome d'un Sikilli-ibn-Fûregia, (Mines de l'Orient, tomo IV, p. 112.) Una delle copie di quel diwano con simile appendice che possiede il British Museum (Catalogo orientale, parte II, p. 281, nº DXCVII) dà tra i comentatori. Abu-Hasan ec. Seîkillî (corr. Sikîlli) ed Ibn-Fûregia, senza aggiugnere il nome di Siciliano. Costui scrisse a difesa di Motenebbi due opere: L'accusa contro Ibn-Ginni, e La vittoria sopra Abu-l-Feth. Abu-Hasan-Abd-er-Rahman, potrebbe essere il medesimo ricordato a p. 497, col nome proprio di Ali.

1374. Pag. 482 e 488.

1375. Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione de M. Des Vergers, p. 183.

1376. Si vegga la p. 509. La Correzione della lingua, d'Ibn-Mekki è citata da Nawawi, Biographical Dictionary, testo arabico, p. 126, a proposito delle varianti del nome proprio Abraham, Ibrahim ec. È attribuita anche ad Ibn-Mekki da Ibn-Khallikân, versione di M. De Slane, tomo I, p. 435, e da Soiuti; e con una variante da Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo III, p. 604, nº 7189.

1377. Kharîda, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 597. Imad-ed-dîn non solamente cita Ibn-Kattâ', ma par che trascriva da lui questo squarcio di prosa rimata. Abd-er-Rahîm-ibn-Mohammed-ibn-Nobâta, fiorì in Mesopotamia nella seconda metà del decimo secolo. Gli Arabi citano il vescovo Kos e questo Ibn-Nobâta, come noi faremmo di Demostene e Cicerone: e in vero, serbate le proporzioni tra l'eloquenza arabica e la greca e latina, Ibn-Nobâta si può dir felicissimo oratore. Così parmi dalle sue khotbe, che ho percorso nel MS. della Biblioteca Parigina, Ancien Fonds, 451. Si vegga la biografia d'Ibn-Nobâta in Ibn-Khallikan, versione inglese, di M. De Slane, tomo I, p. 396.

1378. Dsehebi, Anbâ-en-Nohâ, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 646, 647. A' cenni biografici di Dsehebi e della Kharîda, si aggiunga quello di Soiuti, Biblioteca Arabo-Sicula, p. 677.

1379. Nella Kharîda, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 45 recto e seg., v'hanno dodici epigrammi d'Ibn-Mekki; su i quali è fondato il mio giudizio.

1380. Kharîda, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 595. Ho tradotto “racconti” la voce riwâiât. Credo che già nell'XI secolo prevalesse appo gli Arabi l'uso dei finti racconti in prosa, chiamati riwâiât al par dei racconti di fatti veri.

1381. Kharîda, MS. citato, fog. 40 verso, seg. Sono nove d'una Kassida; undici d'un'altra, spezzati a due o tre versi, una stanza di sette versi brevi, e l'epigramma che fè incidere in un pugnale.

1382. Si vegga sopra, p. 471 e 494.

1383. Mo'gem-Boldân, nella Biblioteca Arabo-Sicula, Correzioni ed aggiunte che fan seguito alla Prefazione, p. 43.

1384. Iakût-Moscterik, edizione del Wüstenfeld all'articolo Waddân; Kharîda nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 591.

1385. Kharîda, estratti dalla Dorra d'Ibn-Kattâ', nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 592.

1386. Ibid.

1387. Ibid.

1388. Op. cit., p. 591.

1389. Karîda, ecc. nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 595.

1390. Ibid. Si vegga il presente capitolo, p. 464.

1391. Op. cit., p. 595.

1392. Op. cit., p. 596. Si vegga il presente capitolo, l. c.

1393. Op. cit., p. 598.

1394. Ibid.

1395. Ibid.

1396. Op. cit., p. 590.

1397. Cronica di Cambridge. Si vegga l'Introduzione mia nel primo volume, p. XL, nº VII; e il cap. X del Lib. III, p. 210 dei presente volume.

1398. Pag. 507.

1399. Si veggano i particolari nel Capitolo XIII di questo libro, p. 429, seg.

1400. Capitolo XII di questo Libro, p. 422. Kazwini, che dà questo fatto senza citazione, allega in altro luogo (Agiâib-el-Mekhlûkât, edizione del Wüstenfeld, testo, p. 166) la Storia di Sicilia di Abu-Ali-Hasan-ibn-Iehia; nè par n'abbia conosciuta alcun'altra. Si potrebbero anzi supporre entrambi que' passi tolti di peso da Iakût, il quale allega sovente quella istoria nel Mo'gem-el-Boldân, Biblioteca Arabo-Sicula, p. 109, 111, 115, 118. Nelle tre copie a me note del Mo'gem, manca in vero l'articolo di Malta; ma si dee supporre che Kazwini l'abbia avuto sotto gli occhi in esemplari migliori.

A prima vista parrebbe che Abu-Ali-Hasân potesse identificarsi con Ibn-Rescîk, il quale portò quei due primi nomi. Ma distruggono tal supposto il nome patronimico Ibn-Iehia, la qualità di giureconsulto e la celebrità stessa d'Ibn-Rescîk, poichè tra le sue opere notissime niuno annovera la storia di Sicilia. Abu-Ali-Hasan-ibn-Iehia, s'egli è, come sembra, il narratore del caso di Malta, scrisse tra il 1049 e il 1091, come notai a suo luogo.

1401. Hagi-Khalfa, ediz. di Flüegel, tomo II, p. 135, nº 2243.

1402. Si vegga qui innanzi a p. 511, 512.

1403. Hagi-Khalfa, ediz. di Flüegel, tomo II, p. 124, nº 2196.

1404. Cap. VII di questo Libro, p. 333 e seg. del volume.

1405. Nome derivato dal castello Tûb nell'Africa propria, del quale fosse stato oriundo il padre, alcuno degli avi. Questo nome di luogo si trova nel Riâdh-en-Nofûs, p. 191 della Biblioteca Arabo-Sicula, ed anche nel Lobb-el-Lobâb di Soiuti, edizione di Leyde.

1406. Pag. 516.

1407. Nel cenno d'Imad-ed-dîd, tolto probabilmente da Ibn-Kattâ', è detto, tra le altre lodi, “Sostegno di sultani.”

1408. Luogo citato.

1409. Kharîda, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 30 recto.

1410. Kharîda, MS. citato, fog. 30 verso.

“L'incantesimo non sforza altrimenti che le grazie di costei; l'ambra grigia non (olezza) altrimenti che l'alito suo.

“Ignoravamo il suo soggiorno, quando ne venne fuori una fragranza che ci fe dire: ella è qui ec.”

“La morte, oh bramo la morte, s'io non debba mai stringerla al seno: chè la virtù, onde ho vita, è il suo sembiante.

“Se mai sitibondo bevesti dell'acqua a lunghi sorsi, (sappi) che ciò è nulla al (paragone del) mio (contento a) baciarla in bocca.”

1411. Non potendo lasciare addietro le accuse contro la società di cui ricerchiamo la storia, ho pubblicato nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 590, quest'epigramma; e qui, a malgrado mio, lo traduco. Ma non si può affermare che Ibn-Tûbi lo avesse scritto piuttosto in Sicilia, che in Oriente o in Affrica.

“Con questi versi descrisse un r....... eccellente in suo mestiere:

“Quel dai grandi occhi negri che torcea lo sguardo da me, mandaigli a dire l'intento mio per un mezzano;

“Ed ecco che questi il mena seco sotto mano, cheto cheto, come flamma (di lampada) si tira l'olio.”

1412. Si vegga qui sopra a p. 515. Ecco i versi che troviamo nella Kharîda, tolti probabilmente da una Kasîda, dei quali ho dato il testo nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 591.

“I miei son tal gente, che, quando l'unghia di destrieri leva sotto le nubi (del cielo) nubi di polvere,

“I brandi loro lampeggiano e mandano sangue dal taglio, come scroscio di pioggia.

“Terribili altrui, difficili a maneggiare, or s'avventano ad Himiar ed or a Cesare:

“Difendono lor terra, ch'altri non entri a pascervi; troncano ogni mal che sopravvenga.”

Himiar, come ognun sa, è il supposto progenitore della schiatta del Iemen, alla quale appartengono i Kelbiti. La gente del poeta sono i suoi partigiani o i concittadini. Lo credo palermitano, perchè è chiamato Sikilli senz'altro e perchè Ibn-Rescîk, sbarcando a Mazara, gli scrisse una breve epistola in versi che abbiamo nella Kharîda, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 34 verso.

1413. Kharîda nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 593, 594. Lasciando il principio di una Kasida data da Imâd-ed-dîn, ch'è pur bello, tradurrò i soli versi che alludono ad avvenimenti politici. Il poeta, dopo la finzione obbligata del viaggio d'una bella (se fosse Meimuna?) e dell'arrivo di lei alla collina, ov'era forte proteggitore un bel cavaliero, continua così:

“Un da' grandi occhi negri, tinto le palpebre di kohl: il quale mi strappa dalla paziente (rassegnazione) poich'è caduto in dure strette:

“Che Dio guardi le piagge dell'isola, se il principe d'un alto monte avrà in guardia gli armenti scabbiosi che pascono in quella!

“(Principe) i cui nemici edificano castella inaccesse. Ma forse i baluardi di Babek respinsero Ifscîn?

“Io reco la verità in mie parole, nè oso penetrare i segreti di Dio;

“Io il vidi che già s'era recata in mano la somma delle cose, il vidi un dì bersaglio a una furia di sassi, ed ei sorrideva.

“Lioni in una guerra che faceva ardere nel loro costato una fiamma accesa già dagli (antichi) odii.”

Qui finisce inopportunamente lo squarcio della Kasîda, della quale ci si dà, in grazia delle antitesi, quest'altro verso che descrive, dice Imâd-ed-dîn, i morti in battaglia.

“Redhwân li sospingea lungi dal dolce soffio del Paradiso, e Malek li avvicinava al fiato del fuoco (infernale).”

Non ho bisogno di avvertire che questi ultimi sono dei ministri dell'eterna giustizia, a credere dei Musulmani. Il Babek nominato nel primo squarcio è il ribelle comunista al quale accennai nel Lib. III, cap. V, p. 113 di questo volume; e Ifscîn, il capitano turco che il vinse. La lezione “un alto mente” è la sola che mi par si possa sostituire ad una voce del testo che non dà significato (Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 593, nota 8), e si adatterebbe al signore di Castrogiovanni. Infine i guerrieri caduti nelle mani di Redhwân e Malek, dovrebbero essere i Cristiani.

1414. Akhbâr-el-Molûk, di Malek-Mansûr principe di Hama, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 612, 613. Il nome compiuto di questo poeta si ha da Nowairi. Il Nâsir-ed-dawla, citato qui è il secondo della casa di Hamadân, che portò quel titolo; il quale, costretto a fare il capitano di ventura in Egitto, rinnovò al Cairo gli esempii degli emir el-Omrâ di Bagdad, e d'Al-mansor a Cordova, e in fine fu ucciso il 465 (1072).

1415. Nowairi, Storia d'Egitto, nella Biblioteca Arabo-Sicula, l. c., in nota. Ibn-Modebbir entrò in officio il 453 (1061). Il riscontro del nome e del tempo mi fan supporre che il poeta sia il grammatico del quale parla Soiuti, e il dice maestro dello egiziano Omar-Ibn-Ie'isc, il quale alla sua volta diè lezioni in Alessandria il 498 (1104). Biblioteca Arabo-Sicula, p. 678.

1416. Akhbâr-el-Molûk, l. c.

1417. Cioè degli Arabi di Medina.

1418. Mawkifi, vuol dire oriundo di Mawkif borgata di Bassora. Delle due Kasîde, ove si ricorda questa famiglia, la prima fa le lodi d'un Mohammed, (fog. 2 recto), e la seconda d'un Abu-l-Fereg (fog. 10 recto), che ben potrebbe essere la stessa persona. Cito la copia del MS. dell'Escuriale che mi fu donata dal conte di Siracusa.

1419. Degli eruditi Arabi, i soli che faccian parola di Bellanobi, sono Iakût, Mo'gem nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 108, all'articolo Billanoba, e l'editore dei dugentotrentasei versi di questo poeta che si trovano nel codice dell'Escuriale, CCCCLV del catalogo di Casiri. Questi lesse il nome etnico Albalbuni, e suppose scritti i versi a lode di principi siciliani e in particolare d'Ibn-Hamûd. Si vegga il di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 237, e la nota scritta a capo del codice dell'Escuriale, ch'io ho pubblicato nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 680, dove il detto nome è dato con tutti i segni ortografici, Bellanobi. Quivi anche si legge che il giurista Abu-Mohammed-Abd-Allah-ibn-Iehia-ibn-Hamûd, Hazîmi, avea recitato in Alessandria all'editore, l'anno 513 (1119), que' versi di Bellanobi sentiti di sua propria bocca, e varii squarci d'Ibn-Rescîk e d'altri poeti non siciliani. Questo Ibn-Hamûd non era della famiglia Alida di tal nome che regnò in Spagna e ne venne un ramo in Sicilia, ma della tribù d'Hazîma ch'apparteneva a quella di Nahd, e però alla schiatta di Kahtân.

Ecco alcuni versi della citata elegia:

“Ottima e santissima delle madri, m'hai gittato in seno un'arsura, che il fuoco non l'agguaglia.

“Tra noi si frappone la distanza dell'Oriente all'Occidente; e pure giaci qui accanto, la casa non è lungi da te!

“Oh che s'irrighi la tua zolla, ad irrigarla scendanvi perennemente nubi gravide di pioggia,

“E mentr'esse spargeranvi stille di pianto, sorridan lì i più vaghi fiori.

“Dite all'Austro: Costei mori musulmana; accompagnaronla le preci della sera e della mattina;

“Sosta tu dunque su la moschea Akdâm, e tira su a settentrione senza torcere a manca ec.

La moschea Akdâm a Karâfa presso il Cairo, è ricordata da Makrîzi nella Descrizione dell'Egitto, testo arabico, stampato di recente a Bulâk, tomo II, p. 445, dove si fa parola del cimitero di Karâfa, della incerta etimologia di quella denominazione d'Akdâm, ec.

1420. Pag. 510.

1421. Kharîda, capitolo dei poeti egiziani, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 605 e seg. Secondo Imad-ed-dîn, questo poeta morì avanti il 544 (1149-50); onde mal reggerebbe il supposto che il Kâid-Mamûn fosse alcuno dei regoli di Sicilia, i quali si intitolavano Kâid, come s'è detto. Che che ne fosse, io ho pubblicato nella Biblioteca Arabo-Sicula tutto lo squarcio di questa Kasîda, serbatoci da Imâd-ed-dîn. Similmente si leggono nel luogo citato e nella prefazione, p. 77, i versi contro il poeta Moslim, il quale, non contento dei cinque dînar, domandò un'altra pensione in merito della poesia; e gli accrebbero il sussidio di mezzo dînar al mese. Imad-ed-dîn dà quasi un centinaio di versi di Megber.

1422. Mesalik-el-Absar, nella Biblioteca arabo-Sicula, testo, p. 654, 655.

1423. Squarcio di poema dato da Imad-ed-dîn nella Kharîda, Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 609. I primi tre versi e il settimo, riferiti anco da Tigiani, si leggono nella Historia Abbadidarum del Dozy, tomo II, p. 146, dei quali si può vedere la traduzione del dotto editore. Gli altri son del tenore seguente:

“Su, alma, non tener dietro all'accidia, i cui lacci allettano, ma l'è trista compagna.

“E tu, o patria, poichè mi abbandoni, vo' fare soggiorno nei nidi delle aquile gloriose.

“Dalla terra io nacqui, e tutto il mondo sarà mia patria, tutti gli uomini miei congiunti.

“Non mi mancherà un cantuccio nello spazio; se nol trovo qui, lo cerco altrove.

“Hai tu ingegno? abbi anco cuore: chè l'assente non conseguì mai suo proposito appo colui che nol vede.”

1424. Ibn-Bassâm narra che un giorno sedendo Mot'amid a brigata, recatogli un carico di monete di argento, ne donò due borse ad Abu-l-Arab; il quale vedendo innanzi il principe tante figurine d'ambra, e tra le altre una che fingea un camelo ingemmata di pietre preziose, sclamò: “A portar coteste monete, che iddio ti conservi, ci vuol proprio un camelo.” E Mot'amid, sorridendo, gli regalò la statuetta: onde il poeta lo ringraziava con versi estemporanei. Dal Mesâlik-el-Absar, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 656, e da Tigiani, nella Historia Abbadidarum, del Dozy, l. c.

1425. Oltre i versi di risposta all'invito di Mot'amid, che si trova nelle biografie d'Abu-l-Arab, la Kharîda, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1376, fog. 35 recto, e Sappi. Arabe 1411, fog. 8 recto e verso, dà squarci di altri due poemi, dei quali il primo sembra, e il secondo è di certo, indirizzato a Mo'tamid. Quivi si accenna ad una impresa in terra nemica, alla quale si trovava il poeta, poich'ei dice: “Notti (gloriose) che tutte le notti tornassero a noi con le medesime speranze ec.”

1426. La biografia di Abu-'l-Arab si ricava da: Imad-ed-dîn, Kharîda nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 606; Ibn-Khallikân, Dizionario Biografico, versione inglese di M. De Slane, tomo II, p. 277 nella vita di Ali-ibn-Abd-el-Ghani-el-Husri; Scehâb-ed-dîn-Omari, Mesâlik-el-Absâr, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, 655 e seg. Fa cenno di lui Melik-Mansur, op. cit., p; 613. Hagi-Khalfa, edizione di Flüegel, tomo III, p. 314, nº 5678, nota il diwano delle sue poesie. Non trovo in alcun autore il titolo dell'opera di arte poetica alla quale par che voglia alludere Scehâb-ed-dîn-Omari.

1427. Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique ec., versione di M. De Vergers, p. 87, 88, e citazione di Nowairi, ibid., nota 96. Al dir di Nowairi, questo Hamdîs discendea della tribù di Kinda, che sarebbe collaterale a quella di Azd, entrambe del Iemen, ossia del ceppo di Kahtân. Suppongo Ibn-Hamdîs nato il 447 (1055-1056), poichè morendo il 527 (1132-3) avea circa ottant'anni, leggendosi nel suo diwân, Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 573, i versi seguenti, un po' senili:

“Ecco un bastone ch'io non strascino nel sentiero della vergogna; mi regge ansi a scostarmene.

“O vogliate dir che l'impugno per correr meglio all'ottantina, non per battere (gli alberi e raccorre) foglie al mio gregge. [Si vegga il Corano, Sura XX, verso 19.]

“Io sembro un arco, e il bastone la corda; l'arciere v'incocca canizie e caducità.”

1428. Le allusioni a questo fatto si raccapezzano da due Kasîde, la prima delle quali ho data nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 552 e seg., e comincia così:

“Le sollecitudini della canizie hanno scacciato l'allegrezza della gioventù. Ah! la canizie quando comincia a splendere la t'abbuia!

“Per un'ombra d'amore il destino mi spinse lungi; e l'ombra fuggì da me e sparve.

. . . . . . . . . . . . . . .

“Una brezza vespertina mormora, rinfresca, e sospinge soavemente (la barca).

“Ella sciolse. Evviva! E la morte facea piangere il cielo sugli estinti che giaceano in terra.

“Il mugghio del tuono incalzava le nubi come il camelo che freme contro la compagna ribelle.

“D'ambo i lati di lei avvampano i baleni, col lampeggiare di spade brandite.

“Passai la notte nelle tenebre. O bianca fronte dell'aurora, arrecami la luce!

. . . . . . . . . . . . . . .

“In quella (terra) è un'anima amante, che alla mia partita, mi infuse questo sangue che scorremi nelle vene;

“Luoghi ai quali corrono furtivi i miei pensieri, come i lupi si rinselvano nella (natia) boscaglia.

“Quivi fui compagno dei lioni alla foresta; quivi in suo covile visitai la gazzella.

“O mare! dietro da te è il mio giardino, del quale mi ascondi le delizie non già le miserie!

“Lì vidi sorgere una bella aurora, e lungi di quello mi coglie il vespro.

“Ahi se non m'era data la speme, quando il mare mi vietò di porvi il piede,

“Io montava, in vece di barchetta, l'arcione, e correva in quelle piagge incontro al sagrifizio.”

Ho dovuto tradurre liberamente le strane metafore che ha il testo nell'ultimo verso. L'altra Kasîda, è scritta in risposta ad un amico che par abbia profferto ad Ibn-Hamdis, dopo molti anni, di rappattumarlo con possente famiglia perch'ei tornasse in Sicilia, ove i Musulmani, com'e' parmi, volean tentar qualche sollevazione. La difficoltà di ridurre a lezione plausibile alcuni versi di questo lungo componimento, mi distolse dal pubblicarlo nella raccolta dei testi. Nondimeno vi si scorge manifesta la cagione della fuga; e la famiglia nemica par si chiamasse dei Beni-Hassân. Il poeta, già maturo e collocato a corte di Mo'tamid, ricusa di tornar di presente nella Sicilia soggiogata dai Normanni; ma perdona a tutti, e finisce la Kasîda sclamando:

“Lode ai viventi, lode a coloro le cui ossa giacciono nelle tombe, lode sia a tutti!

“Lode, perchè non dura quivi il letargo; e grandi eventi ne riscoteranno anche me.”

1429. Si vegga la descrizione ch'ei fa di costoro e il paragone con gli Arabi di Sicilia in una Kasîda che comincia: “Pascon la bianca foglia il cui frutto è sangue (lo stipendio dei mercenarii ec.)” nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 561 e segg.

1430. Ibn-Khallikân. L'Autore dell'Akhbar-el-Molûk intitola Ibn-Hamdîs dsu-l-wizâratein (quel dal doppio officio) che solea dirsi a vizir investito di comando civile e militare: ma qui mi sembra allusione al genio poetico e valor guerriero d'Ibn-Hamdîs.

Tra i molti componimenti indirizzati a Mo'tamid ve n'ha uno, nel quale, ricordando la patria e i parenti, conchiude con effusione di gratitudine:

“Nè tu mi chiudesti la via dell'andar appo loro; ma ponesti il dono a vincolo che mi ritenesse;

“Ed una generosa amistà, la cui dolcezza spandendosi nel mio cuore lo rinfrescò, arso ch'esso era dal cordoglio.”

Di questa Kasîda ho dato uno squarcio nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 554. Si veggano le altre poesie indirizzate a Mo'tamid ed al costui figliuolo Rescîd, delle quali ho dato le rubriche nella stessa raccolta, p. 567, 569, 570.

1431. Diwân d'Ibn-Hamdîs, nell'op. cit., p. 569. Il poeta tornando a Siviglia, fece questi versi al figliuolo che avea nome Abu-Hâscim. Suppongo si tratti di Talavera, poichè il testo dice, per antonomasia, “la battaglia.”

“Oh Abu-Hâscim! le spade m'hanno sminuzzolato: ma, lode a Dio, non voltai faccia dal taglio loro.

“Ricordaimi, in mezzo a quelle, il tuo sembiante, mentre non mi prometteano riposo alle fresche ombre.”

1432. Questi versi riferiti da varii annalisti e biografi, si leggono presso Dozy, Historia Abbadidarum, tomo I, p. 246, tomo II, p. 44. Altri ve n'ha nel Diwan d'Ibn-Hamdîs, accennati nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 571.

1433. Nowairi, Storia di Beni-Abbâd, presso Dozy, op. cit., II, 138, e Biblioteca Arabo-Sicula, p. 459.

1434. Makkari, Analectes sur l'histoire etc. d'Espagne, testo arabico, tomo I, p. 321 e seg., dà in tre squarci 48 versi di questa Kasîda. Mansûr-ibn-Nâsir-ibn-'Alennâs, regnò dai 1088 al 1104, nello stato hammadita, che già avanzava per territorio e forze il reame del ceppo zîrita di Mehdia. Si vegga Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, versione di M. De Slane, tomo II, p. 51 e seg., dove si fa menzione dei sontuosi palagi edificati a Bugia da Mansûr e dal padre.

1435. Diwân d'Ibn-Hamdîs. Le rubriche si leggono, op. cit., p. 572.

1436. Ibn-el-Athîr, anno 509; nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 280.

1437. Ve n'hanno squarci nella Kharîda, le cui rubriche si leggono nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 608.

1438. Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo II, p. 124, nº 2196.

1439. Diwân, op. cit., p. 572, 573. Ibn-Hamdîs diceva al raccoglitor del diwan, aver letto nelle opere di Storia Naturale questa filial pietà delle aquile, e che la non si notasse in alcun altro animale.

1440. Le notizie d'Ibn-Hamdîs, si ricavano da: Ibn-Khallikân, Biographical Dictionary, versione di M. De Slane, tomo II, p. 160 seg.; Imad ed-dîn, Kharîda nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 607 e seg.; Malek-Mannu, Tabakat-el-Scio'arâ, op. cit., p. 612. Scehab-ed-dîn-Omari, Mesalik-el-Absâr, op. cit., p. 653 e seg.; e soprattutto dagli avvertimenti premessi a varie poesie, nel Diwân di Ibn-Hamdîs dal raccoglitore anonimo, il quale lo conobbe di persona e conversò con lui, come si ritrae da una glosa, op. cit., p. 573. Gli estratti cominciano dalla p. 547. Il Diwân pur non contiene tutte le poesie; mancandovi la Kasîda pel palagio di Mansûr, dianzi citata, e altre di cui si leggono squarci nella Kharîda, in Ibn-el-Athîr, Nowairi ec.

1441. La giraffa, il cavallo, lo scorpione, le melarance, gli anemoni, i doppier di cera ec. Parte di coteste descrizioni, mancanti nel Diwân d'Ibn-Hamdîs, son date da Nowairi in un volume della Enciclopedia, MS. di Leyde, nº 273, e ne occorrono sovente in varie raccolte enciclopediche, per esempio il Giâmi'-el-Fonûn, di Ahmed Harrâni, autor del XIII secolo, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 367, fog. 18 verso e 39 recto.

1442. “Come se scaldi specchio di pece, (vedi) il rosso del fuoco camminar su quella negrezza.” Da Scehâb-ed-dîn-Omari nel Mesâlik-el-Absâr, volume XVII, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1372, fog. 76 verso.

1443. La Kasida dedicata a Iehia-ibn-Temîm, principe di Mehdia, comincia con questo verso:

“È fiamma questa che squarci le tenebre della notte, o la lampade il cui fuoco (si alimenta con) l'acqua dell'uva?

“Ovvero sposa che comparisca alta sul seggio ec.” Diwân, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 572.

1444. Nella parafrasi di queste ed altri squarci d'Ibn-Hamdîs non aggiugnerò nulla del mio. Tradurrò fedelmente, ma scorcerò, e trasporrò, studiandomi a rendere il manco male che io possa il colorito dell'originale.

1445. Questo vocabolo furbesco si usa tuttavia in Sicilia; e chi sa se venne dagli Arabi? Forse nacquero da quella espressione figurata i nomi di moscato e moscatello.

1446. Dinân, plurale di denn, orcio lungo che finisce aguzzo.